Storia della DISUGUAGLIANZA sociale

di Guido Alfani – La disuguaglianza economica è un tema di grande attualità. Ma quali sono le sue dinamiche di lungo periodo? Tra il 1300 e oggi, la tendenza è stata di aumento costante. Con due eccezioni: il periodo immediatamente successivo alla peste nera del 1348 e quello compreso tra le due guerre mondiali.

La disuguaglianza nell’Italia preindustriale

Negli ultimi anni, le dinamiche di lungo periodo della disuguaglianza economica sono tornate al centro dell’attenzione. Almeno per alcune aree dell’Europa, possiamo ricostruire l’evoluzione della disuguaglianza a partire dal 1300 circa. In questo ambito, l’Italia svolge un ruolo fondamentale non solo per le eccezionali fonti storiche di cui dispone, ma anche grazie alle attività di un progetto Erc ospitato dall’Università Bocconi: Einite-Economic Inequality across Italy and Europe, 1300-1800. Il progetto ha già prodotto accurate ricostruzioni per alcune regioni italiane (Piemonte, Veneto, Toscana, Puglia), ciascuna appartenente a un diverso stato preunitario. In tutte queste aree, durante l’età moderna la disuguaglianza economica ha teso a crescere costantemente. Nella figura 1 sono riportati gli indici di Gini della disuguaglianza di ricchezza (0 = perfetta eguaglianza, 1 = perfetta disuguaglianza: un solo individuo o famiglia detiene tutta la ricchezza). Le misure riportate fanno riferimento alla ricchezza, ma nel contesto delle società agrarie preindustriali è difficile immaginare che nel medio-lungo periodo la disuguaglianza di reddito si muova in direzione diversa rispetto a quella di ricchezza, visto che la terra era la principale fonte di reddito.

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È la tendenza della disuguaglianza a crescere ovunque (Einite ha riscontrato una dinamica analoga anche altrove in Europa), più che il suo livello, ciò su cui dobbiamo soffermarci. Si tratta infatti di un risultato non scontato, visto che la sua crescita sembra essersi verificata anche in fasi di ristagno economico – come nel caso dell’Italia del XVII e XVIII secolo. Mentre in passato gli storici individuavano nella crescita economica l’unico fattore propulsivo della disuguaglianza preindustriale, oggi sappiamo che la situazione è molto più complessa e che dobbiamo tenere in considerazione diverse possibili concause. Ad esempio, perlomeno nel Piemonte sabaudo e nella Repubblica di Venezia, ma probabilmente anche altrove in Europa, la crescita della disuguaglianza in periodi di economia stagnante fu conseguenza dello sviluppo di un sistema fiscale più efficiente e capace di “estrarre” una proporzione maggiore della massima disuguaglianza possibile. Per due ragioni: la natura regressiva dei sistemi fiscali d’antico regime (i poveri erano tassati proporzionalmente più dei ricchi e pertanto la disuguaglianza “post-tax” era superiore a quella “pre-tax”),e gli impieghi a cui erano destinate le maggiori risorse acquisite (guerra, non welfare).

La quota dei più ricchi in Europa dal 1300 a oggi

Se dall’età moderna ci spingiamo ancora più indietro, ai secoli conclusivi del Medioevo, troviamo una situazione diversa. Mentre vi è qualche indizio che tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo la disuguaglianza stesse già crescendo, la peste nera che colpì l’Europa nel 1347-52 ebbe importanti effetti “egalitari”. Ciò è evidente se guardiamo alla quota di ricchezza detenuta dal 10 per cento più ricco della popolazione (figura 2).

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La peste nera eliminò metà della popolazione del continente. Dopo l’epidemia, in un contesto di salari reali fortemente crescenti, più ampi strati della popolazione poterono accedere alla proprietà. A ciò contribuì anche la frammentazione dei patrimoni causata da un sistema ereditario di tipo prevalentemente egalitario (sistema che sarebbe stato “corretto” nei secoli successivi proprio come reazione istituzionale alla peste). Sta di fatto, che in tempi molto brevi il 10 per cento più ricco della popolazione perse il controllo del 15-20 per cento della ricchezza complessiva. Per trovare un altro evento capace di sortire effetti redistributivi altrettanto vistosi, occorre attendere un’altra catastrofe, o per meglio dire la serie di catastrofi compresa tra le due guerre mondiali.

Se colleghiamo i dati prodotti da Einite per il 1300-1800 con quelli pubblicati da Thomas Piketty per i due secoli successivi, troviamo una perfetta continuità nel ritmo di accrescimento della disuguaglianza passando dall’età moderna al XIX secolo, e una quasi perfetta coincidenza nei livelli attorno al 1800 (Piketty stima che nel 1810 il 10 per cento più ricco della popolazione europea possedeva l’82 per cento della ricchezza complessiva, mentre le stime Einite indicano il 77 per cento nel 1800). Il vertice fu toccato alla vigilia della prima guerra mondiale, quando il 10 per cento più ricco deteneva il 90 per cento della ricchezza. Al termine della seconda guerra mondiale, la distanza tra ricchi e poveri si era ridotta nettamente e, benché a partire dal 1980 circa la quota di ricchezza dei più ricchi sia tornata a crescere, siamo ancora lontani dalla situazione di inizio XX secolo. In effetti, oggi la quota del 10 per cento più ricco della popolazione europea (64 per cento nel 2010) è analoga a quella tipica della vigilia della peste nera, considerato che alla vigilia della Peste Nera del 1348, il 10% più ricco della popolazione possedeva circa il 66% della ricchezza complessiva.

A quanto ne sappiamo al momento, in nessun periodo successivo la società italiana ed europea fu più egalitaria di quella del 1450 circa, quando il 10% più ricco della popolazione deteneva meno del 50% della ricchezza complessiva (mentre il 50% più povero ne deteneva “addirittura” l’11%).

Fonti:
– http://www.corriere.it/economia/17_aprile_27/concentrazione-ricchezza-oggi-come-medioevo-5c94fece-2b5a-11e7-9442-4fba01914cee.shtml
– http://www.astrid-online.it/static/upload/alfa/alfani-g_lavoceinfo_14_02_17.pdf

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C’è ancora bisogno di competizione?

Cercando di dare un’immagine alla frustrazione che si prova certe volte, quelle volte che proprio non si riesce a capire perché la storia si ripeta sempre, perché la gente semplice debba sempre subire le angherie dei prepotenti, sono giunto alla conclusione che esiste una base culturale estremamente fondamentale di cui dobbiamo prendere coscienza se vogliamo veramente che le cose cambino.

La storia pare ciclica, altalenante, ma in realtà le variazioni all’ordinamento sociale che si sono susseguite nei secoli sono mezzi cambiamenti, distorsioni momentanee della realtà, che nel breve di pochi anni tornano a riflettere le stesse dinamiche sociali, economiche e culturali. Le rivoluzioni, l’evoluzione della filosofia, poco hanno realmente influito in quello che è il grande gioco della specie umana.

Il demone, l’archetipo che caratterizza l’istinto sociale della nostra specie è il senso del dominio. E questo si palesa negli appartenenti all’establishment come nel più miserabile degli sfruttati. L’uomo è veramente lupo dell’altro uomo, tutti i giorni. E non parlo delle guerre, dei giochi della grande finanza e del mondo del potere; parlo di ognuno di noi. Ci danniamo costantemente per avere un lavoro, per trovare un affare, per fare carriera o avere solo una piccola promozione aziendale. Per quale motivo lo facciamo? Per guadagnare di più? Forse… ma in termini reali questo in cosa si traduce? In una migliore posizione sociale. Aspiriamo ad acquisire una posizione di vantaggio, ma su chi? Sugli altri è ovvio. Vogliamo aggiudicarci il privilegio di faticare meno degli altri. Vogliamo assicurarci una posizione accattivante per attirare una “femmina”. Vogliamo poter garantire a noi stessi e alla nostra prole maggiori possibilità di successo. Perciò ci chiudiamo in un anfiteatro di lotta quotidiana, un vortice di agonismo che si chiama competizione.

E questo è il concetto base della nostra vita e del nostro lavoro, rimasto invariato da quando procacciavamo il cibo e prendevamo a mazzate gli invasori del nostro territorio, in barba all’invenzione della scrittura, della filosofia, con buona pace della rivoluzione francese e dell’abolizione della schiavitù.

La competizione è figlia del senso di dominio. Il nostro “dominus” è la nostra ambizione: vogliamo una posizione sociale di privilegio. È la nostra natura.

Ecco perché dagli antichi babilonesi, fino all’epoca liberale, le cose non sono mai cambiate. Le istituzioni si sono trasformate, hanno cambiato l’abito, ma sono rimaste le stesse. Si sono semplicemente adattate al nuovo contesto, alle nuove credenze, alle nuove consuetudini, ma l’ordinamento sociale e il costrutto competitivo sono rimasti immutati.

Certo, contestualizzando alcuni momenti storici le cose sono cambiate realmente, ma per poco. Un’onda di marea si abbatte sulla spiaggia con la stessa velocità con cui ritorna in mare. Così la rivoluzione francese ha dato nuove sembianze ad un antico regime, quello dell’aristocrazia e della plebe, trasfigurandolo in capitale e lavoro. Il senso del dominio ha fatto si che il “nuovo corso” seguito ad ogni evento rivoluzionario, sia politico che culturale, rifiutasse tutto ciò che non rappresentava se stesso e ne entrava in competizione. In questo modo, il “nuovo corso” da progressivo è diventato conservativo, e ha sempre dominato oppressivamente per mantenere se stesso nel nuovo status quo. È successo anche ai regimi socialisti, che tutto avrebbero voluto diventare meno che questo. Giunti al comando, hanno iniziato a mantenere il nuovo ordinamento in competizione con coloro che chiamavano “reazionari”. Il potere conserva sempre se stesso. È la natura del dominio.

Ma tralasciando i macrosistemi ed entrando su ciò che è personale, per gli individui ha senso competere?

Recentemente sono stati pubblicati studi storici interessanti. È stato dimostrato come le cinque famiglie più ricche della Firenze del XIV secolo, siano le stesse famiglie più ricche della Firenze odierna. Quasi settecento anni dopo! Lo studio prendeva spunto da una ricerca compiuta in Svezia anni fa, in cui era dimostrato che anche lassù, nella modernissima e funzionalissima Scandinavia, le famiglie più ricche e potenti di oggi sono le stesse del XVIII secolo. Pensa che caso! Stesso discorso seguendo la progenie delle casate reali ancora esistenti. Risalendo per ognuna l’intricato albero genealogico per circa mille anni, risultano quasi tutte ascendenti agli stessi personaggi, in primis a Carlo Magno (vissuto 1200 anni fa). A buon intenditor poche parole!

Dovreste capirlo, è impossibile competere con certa gente, loro dettano le regole del gioco! È come sfidare un cavallo a chi corre più veloce! Per quanto ci si impegni, è impossibile vincere la competizione. Come si fa a competere con aziende che fanno cartello sui prezzi, se i cosiddetti proletari fanno la gara al ribasso per avere un posto di lavoro? Come possiamo sopravvivere ad un sistema dove gli stipendi sono congelati da 30 anni ma i profitti delle aziende sono cresciuti di continuo?competizione

Eppure ci continuano a propinare questa favoletta, tipo il “sogno americano” che se ti impegni, anche tu puoi entrare a far parte di quelli che hanno successo. È la religione moderna, infarcita di film come “Alla ricerca della felicità” o “The Wolf of Wall Street”. E alcuni ci cascano, alcuni hanno un discreto successo e pensano di essere diventati dei capitalisti. Alcune aziende, o figure professionali, in particolare gli studi di consulenza, le società di servizi o prodotti per l’industria, hanno dirigenti che possono sì giocare in parte sul plus-valore, ma non dettano le regole del gioco. Sono solo intermediari del sistema, sono soggetti al volere dei veri capitalisti che per definizione sono coloro che detengono i mezzi di produzione.

È impossibile cambiare le cose se la percezione delle relazioni sociali rimane la stessa. L’ambizione principale di ogni individuo resta quella di competere con altri individui per garantirsi una posizione sociale, che di superiore non ha proprio nulla (perché faticare 10 anni per passare da commessa a cassiera quando nel mondo c’è chi nasce Lord, mi pare alquanto ridicolo!). Quindi se non oltrepassiamo questo tipo di logica, qualsiasi agglomerato di persone riunite in associazione o movimento politico, non farà altro che rimodellare le stesse dinamiche e dargli semplicemente un trucco di scena differente.

È su questo che bisogna lavorare! Ma il benessere dato dall’evoluzione scientifica e tecnologica (unica cosa in cui siamo realmente progrediti), non sta facilitando il compito, anzi! Dalla nascita del capitalismo, c’è chi ha intuito che proprio questo meccanismo mentale può rivelarsi utile e redditizio.

Dalla fine degli anni ’70 non si è fatto altro che alimentari interessi privatistici e particolari. Culturalmente si è distrutto quello che poteva rappresentare un’alternativa a questa visione di competizione sfrenata: il senso di comunità, solidarietà, associazionismo. Si certo, quando vince la nazionale di calcio siamo ancora tutti fratelli per qualche minuto, e quando un terremoto rade al suolo qualche comunità dell’appennino riusciamo ancora a trovare un briciolo di umanità, ma quando abbiamo l’opportunità di fare le scarpe agli stimatissimi colleghi del nostro ufficio per 100€ in più al mese non ci pensiamo due volte.

Ma realmente ci tenete a vendere l’anima e spezzarvi le ossa per potervi permettere una vacanza a Corfù invece che nella solita pozza d’acqua puzzolente dell’Adriatico, o per comprarvi un paio di scarpe alla moda a cui io di certo non farò mai caso (proprio perché le mie priorità sono altre)?

Competiamo l’un l’altro per delle briciole, perché in fondo se io circolo con una Punto piuttosto che con un’Audi, la differenza sta solo nelle convenzioni sociali, nella percezione delle cose. Perché state certi che l’Audi ti porta negli stessi posti della Punto.

Magari a me che della bella auto non frega nulla, frega di non vivere per lavorare, ben consapevole che la vera forma di ricchezza è il tempo. Perché non capirò mai la baggianata che la ricchezza si misura in valori econometrici (che in fondo la gran parte di noi nemmeno sa dove e come vengono stabiliti). Il tempo, da poter dedicare a ciò che interessa, a ciò che gratifica, a chi si ama, riempie la vita diversamente da qualche decina di cavalli del motore in più. E poi stai a vedere che col tempo risparmiato, con la Fiat Punto visito più posti di quelli che l’Audi se la possono godere solo la domenica pomeriggio (magari costretti ad accompagnare la moglie a fare shopping).

Il fatto è che io non ci sto ad avvalorare le tesi di Ludwig von Mises, secondo cui l’intero sistema economico è retto dall’invidia. E per lui in questo contesto l’invidia aveva un accezione positiva. Io proprio non voglio essere uno strumento giustificatore dell’invidia a cui proprio non riesco dare un valore “positivo”. Come non concepisco il perché per Adam Smith, nella sua teoria della “Mano Invisibile” la società prospera solo quando ognuno fa il proprio interesse, mosso dal suo egoismo.

Marx sosteneva che il “Valore” dato ad un prodotto con il “Lavoro” è dato dal tempo che serve nel processo produttivo per ricavare o trasformare quel prodotto. Secondo il pensatore di Treviri, l’uomo si distingue dall’animale quando comincia a produrre i propri mezzi di sussistenza: il lavoro e la produzione non sono quindi una condanna, bensì sono l’uomo stesso. Il lavoro è l’unica manifestazione della libertà umana.

Tuttavia, la condizione dell’uomo nella società capitalista si manifesta come alienazione: il prodotto del lavoro dell’uomo non è più suo, viene alienato dallo stesso uomo perché diventa proprietà privata dell’altro sotto forma di capitale. Non è l’operaio che adopera i mezzi di produzione ma viceversa. L’uomo non lavora più per se stesso, ma per qualcun altro sottoforma di merce lavoro (che è una merce peculiare perché l’uomo è l’unica merce capace di generare valore). A riprova di ciò si sente spesso definito il lavoratore come “capitale umano” di un’azienda.

Nella logica attuale il profitto è il Plus-Valore di una merce. Plus-Valore si traduce in Plus-Tempo che di fatto costituisce sfruttamento come furto del tempo altrui.

Per Marx, fino a che il lavoro è concepito come una prigione che sottrae tempo alle persone, impedendogli di esprimere appieno la loro umanità, l’uomo non potrà mai essere veramente libero.

Senza scendere nel banale, e senza esaltare l’ascetismo, prendiamo atto di una cosa. Ha scritto recentemente Massimo Fini: “tolto un tetto, dei vestiti e il cibo il resto è surplus”. Quindi, se il tempo è la vera ricchezza, è assurdo esaurire noi stessi per quel surplus. Soprattutto dopo che si è capito che del tempo impiegato per ottenerlo, buona parte non ritorna sottoforma di stipendio, o ricavo del piccolo artigiano, ma è sottratto dal sistema di produzione sotto forma di profitto e finisce ad ingrassare i patrimoni dei colossi finanziari.

E alla luce di ciò continuo a chiedermi: ha senso che tra noi poveracci sussista un clima di competizione?

Gandhi considerava la competizione come una forma di violenza, che mette gli uomini gli uni contro gli altri nel desiderio, mai placato, di avere o essere di più. Come dovreste aver già intuito, senso di superiorità è senso di dominio. Secondo il Mahatma, fondare un’economia sulla competizione significa stabilire, o rendere più solidi, i rapporti di forza.

Più globale è invece il pensiero di Juddu Krishnamurti che ci ha imposto una riflessione personale:

«Osservate cosa realmente sta succedendo in voi e al di fuori di voi stessi in quella cultura competitiva entro cui vivete, col suo desiderio di potere, posizione, prestigio, fama, successo, e tutto il resto – osservate i risultati di cui andate tanto orgogliosi, l’intero campo che chiamate esistenza e in cui c’è conflitto in ogni forma di rapporto, che alimenta odio, antagonismo, brutalità e guerre incessanti. Questo campo, questa vita, è quanto conosciamo, e poiché siamo incapaci di capire l’enorme lotta dell’esistenza ne siamo naturalmente spaventati e cerchiamo di evaderne in ogni sorta di modi sottilmente ingegnosi. Chiediamoci dunque, come esseri viventi in questo mondo mostruosamente brutto, se può avere fine questa società, fondata sulla competizione, sulla brutalità e la paura. Siamo, ciascuno di noi, responsabili di ogni guerra per l’aggressività della nostra vita personale, per il nostro nazionalismo, per l’egoismo, per i nostri dèi, pregiudizi, ideali; tutte cose che ci dividono. E soltanto rendendoci conto, non intellettualmente ma nella realtà dei fatti, come potremmo renderci conto d’aver fame o di sentire dolore, che voi ed io siamo responsabili di questo caos esistente, di tutta l’infelicità del mondo intero perché ad essa abbiamo contribuito nella nostra vita d’ogni giorno e perché facciamo parte di questa società mostruosa con le sue guerre, la sua bruttezza, la sua brutalità e ingordigia: solo allora agiremo».

Ancora più forte è la sentenza che ci fornisce e ci spinge a interrogarci su quanto l’uomo abbia fatto nel corso della sua storia, e su quanto dobbiamo fare:

«Considerando quello che il mondo è oggi, con tutta la sua miseria, i suoi conflitti, la sua sconcertante brutalità, l’aggressività e così via, l’Uomo è ancora com’era in passato: è ancora brutale, violento, aggressivo, competitivo, avido, e ha costruito una società basandosi su queste linee guida».

Quindi ritorno alla domanda che mi assilla: c’è ancora bisogno di competizione nel terzo millennio? Forse sì, forse no, io non mi considero la persona adatta a dare questa risposta. Certo è che per trasformare una società competitiva in una cooperante, servirà molto tempo. Occorre lavorare sul senso di comunità, ma è difficile che una generazione cresciuta a pane e agonismo sia capace di insegnare alle successive l’opposto. Quindi forse sì, ad oggi non siamo in grado di farne a meno, ma riconosco che con il grado di coscienza raggiunto dai tempi dell’uomo primitivo, la competizione non è più giustificabile, non è più accettabile. Preso atto di questo, possiamo lavorare sul nostro miglioramento. L’albero è maturo, iniziamo a cercare i rami da potare.

Alberto Fossadri

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-05-20/a-firenze-ricchezza-mano-stesse-famiglie-sei-secoli–155222.shtml?uuid=ADgKR4L
-Il Capitale – Marx ed Engels
http://www.uninomade.org/lavoro-e-tempo-di-lavoro-in-marx/
http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=25&id=447
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/andremo-a-sbattere-o-almeno-io-lo-spero/
-Gandhi – Christine Jordis
http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/attraversosecoli.htm

La nuova era della discussione – Parte I: Il web e i social network

Questa è una prima parte di tre totali che affronteranno alcuni temi importanti riguardanti le discussioni tra persone e, più precisamente, tra gli utenti dei social network, per giungere infine ad analizzare alcuni dei concetti che man mano stanno scomparendo con l’avvento di Internet e di questa era profondamente scientista e tecnologica. Nello specifico analizzeremo la differenza tra opinione e affermazione oggettiva e vedremo come questa differenziazione spesso non venga concepita dalle persone. Infine andremo a vedere cosa significa avere un metodo e in che modo ha a che fare con il concetto di approssimazione, anche questo dimenticato ma di importanza che non esagererei a definire fondamentale.
In questa prima parte daremo uno sguardo sul mondo dei social network e di come avvengono discussioni e commenti inerenti l’espressione di un’idea, nonché una trattazione abbastanza generale dei ruoli di sostenitori e confutatori.

Discussione

Il web e i social network

L’arrivo di internet nelle case della maggioranza delle persone ha rivoluzionato il modo di vivere della società nel suo complesso. Non servirebbe nemmeno scriverlo, è evidente, ma non si pensi subito al lato negativo. Ci sono stati vari risvolti positivi: l’informazione circola libera; chiunque può consultare dati che fino a un decennio o due fa era impensabile poter andare a verificare; le ricerche sono più veloci, abbiamo bisogno di meno tempo per verificare un’informazione e più tempo da dedicare ad altro.
Inoltre sui social network si ha la possibilità di mettersi in discussione con altre persone.

Se ci si pensa un attimo dovremmo essere contenti che ognuno possa esprimersi con le proprie parole, che possa scrivere ciò che pensa, condividere ciò che ritiene vero e criticare ciò che non ritiene giusto, esporre le sue idee, seppur dietro uno schermo. E’ una buona cosa e forse bisognerebbe iniziare a capirlo.
Ma perché affermo ciò? Prendo come riferimento le cosiddette riviste peer review, ovvero specializzate in un dato ambito e che permettono ai propri colleghi (ai propri pari) di leggere le pubblicazioni, analizzarle, verificarle e nel caso confutarle e criticarle. In questo modo una teoria ha più probabilità di progredire, migliorare ed essere più attendibile e accettata dalla comunità o un’affermazione può essere controllata da altri esperti ed essere valutata per la sua accuratezza oppure essere criticata e modificata.
Dunque i social network sono assimilabili a sistemi peer review di carattere generale?

I social network possono essere pensati da un certo punto di vista come a bacheche virtuali in cui ognuno può esprimere la propria idea e, chiunque abbia accesso a tale bacheca, ne può leggere e commentare le idee esposte e aggiungere contenuti ulteriori, a sostegno o contro queste.
Se poi vogliamo essere più realistici dovremmo introdurre in realtà tre tipologie di utenti in base all’approccio ad una possibile discussione riguardo un’idea: i sostenitori, coloro che supportano e aggiungono evidenze per la corroborazione di una tesi; i confutatori, cioè coloro che portano evidenze di come la tesi proposta non sia corretta; i neutrali, ovvero gli utenti che non sono perfettamente schierati tra le due fazioni precedenti.
Dunque la reazione di fronte a un’idea espressa sul web può essere piuttosto varia e le tipologie di persone sono all’incirca le stesse che si presentano anche fuori dal mondo virtuale.
Un sostenitore di una data idea/affermazione potrebbe supportare la persona dalla quale viene tale pensiero con ulteriori affermazioni che corroborino la tesi. Allo stesso tempo potrebbe però attaccare chi non è d’accordo con loro e dunque reagire in modo tutt’altro che pacato e civile.
Una persona in disaccordo potrebbe confutare la tesi con documenti e affermazioni contrarie all’idea e invitare gentilmente il sostenitore a controllar meglio ciò che afferma se riguarda verità oggettive e già verificate. Allo stesso tempo potrebbe cedere alla tentazione di sentirsi in possesso di una qualche verità superiore e attaccare con offese e schernimenti la persona che esprime l’opinione e chiunque la supporti.
Quelli nel mezzo…al solito non si pronunciano, rimangono neutri, non commentano, non si schierano. Stanno in silenzio, leggendo le opinioni e gli attacchi tra le due fazioni rivali e facendosi un’idea sempre più confusa di quella che è la realtà o realizzando che fanno parte di uno schieramento o dell’altro. In realtà questa tipologia di utenti avrebbe un ruolo fondamentale, poiché potrebbe fungere da arbitro imparziale, anche se più spesso viene additata come un gruppo di ignavi e dunque figure negative.
Queste tipologie di persone hanno un’ulteriore caratteristica: parlano quasi esclusivamente con loro simili. Dunque avrete tutte persone concordi su un dato fatto che sono amiche tra loro e tutti gli altri non d’accordo saranno amici tra loro. Un po’ come i tifosi di calcio. E come i tifosi di calcio, permane un senso di rivalità che la partita sia cominciata o meno.

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No, un social network non può essere visto in tutto e per tutto come una bacheca condivisa in stile peer review.
Il fatto è semplice: non abbiamo nemmeno rispetto l’uno dell’altro sul web, come potremmo collaborare a ricercare la verità rimanendo nel nostro piccolo, tra le persone che ci dicono che abbiamo ragione e non ci fan notare nemmeno una critica o un punto debole delle nostre idee? Stiamo assistendo a un sempre più consistente crearsi di fazioni nemiche, veri e propri schieramenti che lottano strenuamente per aver ragione. Ma non solo: stiamo assistendo ad una dogmatizzazione di qualsiasi cosa venga scritta o detta da qualche personaggio noto sul web. Questo già accadeva con Albert Einstein ad esempio: qualsiasi frase detta da lui sembra oro colato e assolutamente indiscutibile. Se invece fosse l’arrotino del quartiere a dire una delle sue frasi, nessuno se lo filerebbe con molta probabilità.
La problematica dell’autorità è un altro dei problemi del mondo social che sta permettendo questa dogmatizzazione: se lo dice lui, allora dev’essere vero, non mi serve nemmeno verificare. Un’affermazione pericolosissima.
E così i VIP del web diventano i nuovi punti di riferimento per la verità: youtubers, ex partecipanti del Grande Fratello, comici,…
Poi si osserva questo bisogno di attaccarsi, di offendere, insultare chiunque la pensi diversamente da noi. Perché ricorrere a parole pesanti e schernimenti? Non ha alcun senso e non può che peggiorare l’escalation di sfiducia reciproca.

In questi casi penso non esista verità, non esiste nemmeno chi ha torto o ragione: hanno tutti torto.
Ha torto chi usa le offese come sostegno delle sue ipotesi, “accusando” di ignoranza e di stupidità chiunque creda a tali ipotesi alternative. E’ oscurantismo in ogni caso, che tu sostenga le idee giuste o sbagliate.
Che significa poi giusto o sbagliato in riferimento ad un’idea?

Ci si cade. Prima o poi accade: si pensa di saper di più su un argomento (e magari è vero) e ci si lascia prendere da quella sensazione di superiorità, di avere un sapere che nessuna di quelle persone possiede e di darsi il permesso per far valere quella superiorità, a qualunque costo.

Ma tutte queste situazioni esistevano da prima dei social network. Che ruolo hanno avuto dunque questi ultimi nell’evoluzione di queste strutture sociali? Hanno permesso di ampliare il raggio d’azione a cui una notizia o un’idea poteva estendersi nello spazio e hanno accorciato i tempi di in cui viaggiava questa notizia. Inoltre il fatto di star dietro ad uno schermo, senza essere criticati direttamente, occhi negli occhi, sicuramente dà una certa sicurezza. Ci sono anche alcuni effetti psicologici che ci inducono a credere di essere esperti in ambiti in cui in realtà siamo magari appena stati introdotti (si cerchi “Effetto Dunning-Kruger”) e wikipedia con youtube  ne hanno alimentato la portata. Ma queste non sono scuse a cui appellarsi quando si tratta di aggressione verbale.
Si può essere in possesso della verità in una discussione ma mai e poi mai si potrebbe pensare di essere in possesso del diritto di maltrattare tutti coloro che non possiedono tale verità.
Questa è la cosa più importante che abbiamo dimenticato probabilmente nelle discussioni via web: il rispetto per la visione altrui e per l’opinione altrui.
Ma anche qui c’è ambiguità nel concetto di opinione. Ma di questo parleremo nella parte II.

To be continued…

Stefano Migliorati

La Crisi dell’Umanità

L’essere umano vive oggi una grossa crisi d’identità, alimentata da un sistema occidentale subdolo e perverso, che ha lavorato strisciante, per il proprio obiettivo di distruzione della capacità personale e quindi collettiva di progredire. Nei decenni passati, nascosto dietro apparenti maschere sorridenti, che hanno fatto delle più svariate libertà individuali il loro rassicurante biglietto da visita, l’élite mondiale ha gradualmente avvicinato l’essere umano ad una condizione tipicamente animale; fatta d‘istinti e individualismo sfrenato, ha abbandonato la capacità di ragionare, sognare e percorrere i propri obiettivi.
Una manovra ben pianificata che la nebbia creata dal boom economico e dal consumismo materiale sfrenato, ha favorito nel suo progressivo insediamento, lasciando un estremo senso di vuoto e perdizione nei singoli individui, incapaci oggi di ragionare e agire per un senso collettivo di appartenenza al genere umano.
Declinata a taluni o talaltri, a questa o a quella determinata situazione, il palleggio delle responsabilità di questo senso di perdizione, non fa capire che sotto assedio è l’essere umano, la sua capacità di ragionare e la capacità di poter sognare il proprio progresso collettivo. Il nemico che l’élite dominante del sistema occidentale, e quindi mondiale, ha messo sotto scacco, non è uno stato o un determinato popolo sulla terra, bensì, l’intera capacità collettiva di sognare per l’umanità intera. Le capacità dell’essere umano, l’immensa potenzialità del suo cervello, che nella millenaria storia si sono rivelate le uniche risorse inesauribili, oggi, cercano di essere definitivamente spente o terribilmente alterate. Lo sviluppo è sempre stato possibile grazie alle capacità pratiche dell’essere umano di trasformare in reale, ciò che il potenziale immaginario collettivo poteva sognare e la diversità di sogni e capacità, presenti sul pianeta, il motore di un’evoluzione collettiva in tutti i settori della vita. Proprio queste diversità di obiettivi e di sviluppo delle proprie capacità a raggiungerli, hanno permesso ai popoli per millenni di fare da trampolino di lancio verso un futuro migliore; quando popoli geograficamente e culturalmente diversi venivano a contatto, seppur nel passato in maniera belligerante, portarono con sé le scoperte che potessero migliorare la propria condizione e conoscenza.
Come scoprì il filosofo Tedesco Hegel, lo sviluppo storico mondiale varia in base alla condizione naturale nella quale, storicamente e geograficamente, un singolo individuo e quindi una collettività si trovano e si sviluppano. Così persone simili in ambienti diversi hanno sviluppato curiosità e capacità diverse, formando culture di base diverse. L’interscambio e la cooperazione tra esseri umani diversi per fini comuni, crea un ventaglio praticamente illimitato di campi per lo sviluppo dell’intera umanità.
Dopo millenni di soprusi, tentativi di dominio delle libertà e negazione dei diritti umani, sempre storicamente imposti tramite la forza, puntualmente l’essere umano si è fatto collettività ed ha reagito; lo sviluppo umano ha subito bruschi rallentamenti, mai però, ha dato la sensazione di volersi fermare ed affievolire nella coscienza collettiva quanto oggi.
Negli ultimi decenni la strategia è cambiata ed il bersaglio non son più le libertà personali, ma il senso di collettività e la capacità umana di sentirsi tale e poter sognare il proprio futuro. Il nuovo metodo ha funzionato e continua tutt’oggi, il suo inarrestabile e perverso percorso di distruzione.
La prima fase ha consistito nel vecchio sistema di frazionamento (divide et impera) del senso di collettività; creare ed isolare una moltitudine di sottoinsiemi, messi in conflitto fra loro, che per mezzo secolo ci hanno diviso ad ultras dell’una o dell’altra fazione di pensiero, sia economico, che politico o sociale. Siamo stati nel frattempo racchiusi dentro al pensiero unico, un cerchio che chiunque volesse oltrepassare si vedeva subito etichettato come “estremista” dell’una o dell’altra fazione di pensiero. Una circonferenza, o gabbia, dall’ampio raggio, che apparentemente poteva sembrare il tutto, ed invece, ha fatto da prigione a tutti, o quasi tutti.
Abbiamo tifato per il bianco o il nero, per il si o per il no, e dell’altro essere umano ne abbiamo fatto un avversario con il quale scontrarci; nasce così in questo contesto la prima divisione della collettività in tanti piccoli “Noi” apparentemente opposti, preambolo alla nascita della società dell'”Io” moderna. Decenni di libertà personali spinte in qualsivoglia direzione, spacciate a conquiste purché nel limite delle libertà personali di altrui singolo individuo, sono il terreno fertile alla nascita dell’uomo “Io”, che ha calpestato in ogni angolo del pianeta occidentalizzato, le tradizioni millenarie e le regole e leggi morali di buon senso, formatosi in senso collettivo e comunitario che hanno dato vita a culture diverse e straordinarie, come ad esempio in Europa culla della civiltà e delle più grandi scoperte per il genere umano, tutto.
In queste nuove società senza identità e dove regna sovrana la cultura dell’ “Io”, si disgrega quel senso di comunità che ha fatto da fortezza ai più beceri e violenti attacchi che l’essere umano ha dovuto subire dalla notte dei tempi, ne è stata anche la forza per rialzarsi da qualunque situazione e condizione, per cambiare le proprie sorti di oppresso verso un miglioramento della propria situazione collettiva. Non la libertà individuale di poter dire o fare ciò che si vuole ha mai cambiato la storia e favorito il miglioramento ed il progresso, ma il senso di comune d’oppressione che forma una collettività d’intenti, dà la capacità e la forza di poter sognare e raggiungere la libertà per tutti e non per se stessi.

Ma tutto questo può bastare a sconfiggere l’essere umano e fermare il suo sviluppo? No, e lo sanno benissimo quei rappresentanti dell’élite dominante. In qualche angolo remoto un cervello libero può cambiare le sorti dell’umanità con un’idea, un sogno che diventa comune e la storia è prodiga di esempi; da Platone a Leonardo, da Einstein a Martin Luther King, una mente libera può sognare fuori da quella circonferenza e rovinare i piani all’élite dominante. Così si è sviluppata un’altra fase di oppressione strisciante che mira ad avvicinare l’essere umano a ragionare come se fosse solo un animale. Nasce la società dell’individuo “Io Animale”, che alla razionalità, alla capacità critica di valutazione e riflessione, viene spinto verso l’ascolto dell’istinto.
Mentre l’essere umano è l’unica forma di vita in grado di capire, utilizzare e modificare la natura, gli animali la subiscono o al massimo possono mutare se stessi, per far fronte alle forze esterne. L’animale sceglie con l’istinto le varie soluzioni da prendere nel corso della sua esistenza e sono la fame, la paura o le abitudini le varie sensazioni a cui l’istinto da risposta; l’essere umano a differenza, è in grado di capire e l’istinto dovrebbe essere, solamente, una primordiale sensazione, che la ragione, potrebbe schiacciare ed eliminare se irrazionale.
Come viene spinto l’essere umano alla condizione animale? I metodi sono diversi e ben visibili nella nostra società, sempre mascherati dietro finti obiettivi e ben variegati per forme e colori, si presentano in vari settori; cosi ben progettati che sembrano dare la possibilità di poter scegliere anche il contrario, ma sempre creati per restare all’interno di quella gabbia da cui l’umanità non sembra più voler uscire e addirittura non vederne neanche più il limite. La vita politica e sociale mette l’essere umano di fronte a determinate scelte frutto di mutevoli condizioni, fatti e situazioni venutesi a creare, alle quali servono risposte e programmi per essere affrontate. Qualcuno però ci ha rubato il tempo per farlo. Viviamo in una società frenetica, che tralascia volontariamente di affrontare situazioni, fino a farle diventare emergenze, alle quali servono poi, veloci decisioni. Non essendo più in grado di pensare in maniera collettiva, ma bensì individuale, il tempo non è più risorsa inesauribile, e quindi, mette di fronte a scelte veloci, tralasciando i caratteri principali di come una scelta dovrebbe essere presa da un essere ragionante. L’individuo “Io” non ha tempo per conoscere un fatto o una situazione venutasi a creare, sia essa reale o inventata, non ne studia le reali cause, ne le conseguenze evidenti e possibili future. La scelta deve essere veloce e ci si trova a “tifare” per soluzioni apparentemente diverse, o realmente diverse, ma preconfezionate per restare nella solita gabbia, che, ne risolvono ne rispondono realmente a nessun fatto o condizione. In questo contesto frenetico e di continua emergenza, vera o falsa, l’individuo “Io” chiede risposte immediate per se stesso e non perde tempo a capire e programmare un intervento ragionato per l’umanità; ecco che vince la soluzione d’istinto. Chi è più bravo a creare le sensazioni di paura, rabbia, felicità o altro, attira verso di se i clamori di tanti individui “Io” e la sua risposta sarà quella presa per vera e giusta.

Un’altra “fede” che fa spinta sulle sensazioni e che avvicina l’uomo all’animale è l’ecologismo; oggi diventata una vera e propria religione è senza dubbio la più sviluppata e spinta tra le tutte le mascherine che l’élite controlla e utilizza contro l’umanità. Hanno abituato a pensare che l’essere umano è causa di tutti i mali del pianeta, sia essi veri o inventati, e che il suo sviluppo ed il progresso sono cancri per la natura ed il proseguo della civiltà. Il loro suggerimento quindi è spingere verso un modello di decrescita e risparmio energetico che sono la mascherina apparentemente all’umanità sorridente, ma che nasconde la volontà dell’élite di adeguarci ai ritmi della natura come animali al fine di fermare il progresso. Questo ecologismo, che nulla ha a che fare con il buon senso ed il rispetto della natura, che peraltro è nato prima dell’ecologismo dalla semplice razionalità delle comunità per il bene collettivo, ma si basa su un semplice concetto di scarsità di risorse, che stupra e umilia il cervello di qualunque essere umano razionale, le sue capacità e le sue qualità. Se l’essere umano preistorico si fosse fermato di fronte alla scarsità delle risorse a lui note in quel determinato periodo, mai sarebbe andato sulla luna e probabilmente mai sarebbe uscito dalla sua caverna. Sostenere che il limite allo sviluppo umano sia un pianeta di risorse finito è un pensiero puramente animale, perché tralascia la risorsa inesauribile che ci ha permesso di passare dalla caverna alla luna: l’Essere Umano.

Un’altra mascherina che l’essere umano incontra sempre più spesso e che nasconde dietro di sé la solita élite, è quella del costo/debito. Oggi probabilmente la più in voga, serve a spiegare come qualunque attività umana sia impossibilitata addirittura a nascere, perché grava già di un costo o debito prima che si realizzi. Come se improvvisamente qualunque capacità, idea o sogno già in grembo nascano con intrinseco un debito, la ricerca un costo, la salute un costo, la cultura platoneun costo e la nascita di un nuovo essere umano una bocca in più da sfamare. All’umanità quindi sfugge il concetto di cosa sia un investimento, se tutto è un costo, così che l’uomo si abitui a non sognare, a non sviluppare capacità. Oggi è ben visibile questa situazione nell’attività lavorativa, sempre più spesso il lavoratore è meno qualificato, il lavoro meno qualificato e qualificante e l’unico interesse è il minor costo, invece che la maggior capacità.

La più grave crisi dell’umanità è la sua incapacità di riconoscersi come tale, di sognare, per se stessa, qualcosa di migliore da rincorrere; una qualunque utopia che le sue capacità prima o poi raggiungeranno e poter mettere un’asticella ancora più in la, per una nuova utopia da inseguire; non per sé ma per l’umanità. Così si creano i sogni e si da un volto al futuro.

Piantoni Matteo

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DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

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Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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L’incontro nella Fragilità

Cos’è la fragilità?

Generalmente è uno stato che coinvolge l’intera persona in una dimensione di debolezza, d’ incapacità, di dolore (Devoto e Oli, 2012). Spesso in questi momenti non si vede la luce, non si vede nessun tipo di possibilità futura, è come se tutto fosse annebbiato. Sembra che sbagliare, inciampare, stare male, trovarsi smarriti in una colpa o in una malattia siano calamità da evitare, come se offendessero e marchiassero a vita il nostro “Io”, la nostra vita. Accettare la fragilità significa accettare l’incompiutezza, accettare d’iniziare, di nascere, di morire e quindi di recuperare la bellezza del vivere. È inevitabile venire a contatto con la fragilità poiché è la natura umana a metterci inesorabilmente di fronte a questa condizione. Essere fragili significa capire che si è figli, che si nasce da qualcuno, che siamo chiamati da un’affettività che ci ha “messi alla luce”. Di conseguenza prendere consapevolezza di essere figli significa divenire fratelli, vedere fratelli intorno a sé.

Ed ecco l’incontro (Lizzola, 2009). L’incontro è qualcosa di magico, paragonabile ad un abbraccio caloroso, è un non- luogo ma avviene spesso in un luogo, è un’accoglienza e un confronto tra due o più personalità distinte. La canzone  L’incontro di Andrea Bocelli riassume e delinea benissimo l’immagine che si costruisce in un incontro tra due o più persone:

 “Io l’abbracciai ed il mondo girò di più,
intorno a noi ogni cosa poi fiorì
”.

È così perché viviamo i nostri affetti, le nostre nuove esperienze e i nostri stessi nuovi incontri sempre sulla base di uno scambio, di un continuo appuntamento con gli altri e con noi stessi. L’incontro è una gioia se vissuto nel più naturale dei modi, nulla dovrebbe esserci d’ostacolo nel confronto con l’altro che può essere una persona o una metafora che indica un sentimento piuttosto che un’ alterazione. Esso è anche un’alleanza nella quale sembra prendere forma un tempo nuovo, diverso da quello passato, poiché nulla è uguale a prima e nulla sarà uguale a dopo.
Delinea però anche una ferita perché vi giochiamo un esercizio di forza mentre ritroviamo anche le nostre capacità e le possibilità di cura, di relazione. Viviamo in un mondo sociale, dov’è impossibile non avere nessun tipo d’incontro, sia con altri simili, che con oggetti o stati d’animo piuttosto che modificazioni corporee e mentali. Potremmo dire che tutto è incontro, tutto è scambio e nulla e c’è bisogno di relazione, di camminare insieme e cadere altrettanto insieme. Vivere confronti, instaurare relazioni significa anche educare e curare, aiutarsi e sostenersi ricordandosi che la solitudine non sempre (e soprattutto nella fragilità) è una buona compagna di viaggio (Lizzola, 2009).

Il senso della narrazione è una continua costruzione, è uno sguardo e una possibilità di fraternità. In particolare l’incontro nella fragilità è come tenersi veramente per mano nella ricerca di una cura, di una possibilità ancora di vivere. È un provare a dare di nuovo, a “sentirsi” di nuovo parte di un tutto, esterno ed interno. La fallibilità non ci fa meno prossimi e attenti all’altro, ma ci rende molto più capaci provando ad essere affidabili e affidati all’altro. La fragilità, la precarietà della vita, la delicatezza dei legami è il tratto dell’umano nel suo apparire e nel suo finire. Vita nascente e vita in fine ci riportano alla fragilità originaria, antropologica. Una fragilità che è ancora rivelata, mentre cerchiamo di nasconderla, nelle nuove domande, che sembra generare disorientamento ma che nel dolore fa riscoprire l’umano all’umano. È una fragilità comune, che non emargina e non esclude, è un tratto distintivo (Guerra, 1997).

Con ciò che si fa e si è, si va “verso” gli altri in una realtà sempre più allargata, sempre più consapevole e arricchita. La sensibilità e il rispetto per gli altri e per sé, la giusta distanza e la leggerezza nelle relazioni, l’assenza di gerarchie organizzative sono elementi da valorizzare e promuovere negli incontri di cura e nelle terapie in generale, oltre che a qualsiasi rapporto interpersonale. Oggi, si è sempre più portati a vivere nella freddezza delle organizzazioni e nella solitudine delle proprie piccole dimore escluse volutamente da un mondo che sempre più cerca di entrare e impossessarsi di ogni cosa, anche di quella più preziosa. L’esperienza nella sua interezza, soprattutto quella della sofferenza, non può essere scomposta né solo guarita ma dev’essere inserita nella sua giusta dimensione, cioè quella della sua peculiare ermeneutica.

Lasciare essere significa rispettare il mistero nel suo esporsi e ritirarsi come se tutto fosse così prezioso da poterlo solo sfiorare, come se tutto fosse una carezza, un apprezzamento, una contemplazione. Soffermarsi, restare presso poiché la verità non è soltanto fare luce e voler conoscere sino in fondo,  ma è toccare qualcosa che resta comunque intangibile. Proprio come l’amore. Un altro tema, per forza implicito nel discorso che stiamo facendo, è la speranza che non coincide per forza con la guarigione, ma che va di pari passo in ogni cura di ogni malattia che sia dell’animo o fisica. È giusto distinguere solo per alcune peculiarità necessarie le diverse malattie del corpo e della psiche, per il resto è opportuno considerarle sempre e comunque parti integranti del nostro essere senza nessuna particolare diversità. Entrambi questi tipi di dolori hanno la stessa portata e minacciano sempre e comunque il nostro essere, poiché ci rendono vulnerabili (Guerra, 1996).

Come suggerisce Zygmunt Bauman nel suo testo Il teatro dell’immortalità la morte è l’altro assoluto dell’essere, un altro inimmaginabile che aleggia al di là delle capacità di comunicazione: ogni volta che l’essere parla di quell’altro, finisce per parlare, attraverso una metafora negativa, di sé stesso”. Infatti, come abbiamo già argomentato nei capitoli precedenti, la morte sembra essere una realtà altra rispetto al nostro essere mentre invece ne è conglobata, fa parte della vita stessa e non è da considerare solo come una sua antitesi (Bauman, 1995).

“Senza la capacità di cambiare comportamento, di investire nella possibilità, sarà impossibile persino concepire un modo diverso di conoscere; essere capaci di farlo, d’altro canto, significa già inaugurare il cambiamento.” (Chorover e Melucci, 2000).

Il segreto è oltrepassare l’ancoraggio al nostro concetto di limite.
È vero che siamo esseri mortali e necessariamente limitati nel corpo, ma è altrettanto vero che siamo assolutamente in grado di andare al di là di ogni barriera intellettuale e culturale, al di là di ogni confine limitante e ghettizzante. Il nostro pensiero, la nostra mente, la nostra psiche sono riusciti ad arrivare sino all’inimmaginabile, a territori sia fisici che astratti inesplorati ed impensabili. Abbiamo, per così dire, superato noi stessi e per questi motivi non dobbiamo essere ancorati all’idea della fine che ci può fermare ancor prima di entrare in azione. Non lasciarci influenzare dall’idea ormai diffusa del nulla, dell’incapacità a reagire a qualsiasi ostacolo, a rinunciare ancor prima di provare.
L’incontro fraterno e solidale dovrebbe dare proprio questa forza, questa possibilità nella debolezza. Mai come l’essere fragili può portare all’esasperazione della negatività, alla resa prima ancora di ogni combattimento, alla disperazione incontrollata (Lizzola, 2002).

L’epistemologia di fondo è perciò quella d’integrare, di unire le forze comuni per abbattere ogni ostacolo che si presenta sul nostro cammino della vita. Non è un discorso astratto o idilliaco come potrebbe sembrare, ma è una forza che deve guidarci per convincere il mondo al cambiamento, alla proposta di un’esistenza più consapevole e più “umana”.

Daniela Scuri

Facebook – Ambigua creazione dell’uomo

Ambiguo perché, come il mondo di Internet in generale, rappresenta un mezzo d’informazione potentissimo e nel caso medesimo un mezzo di comunicazione alternativo al dialogo dal vivo, ma cela in sé un grande inganno. Non voglio dire che il sito sia da boicottare (io stesso sono iscritto ed utilizzo Facebook) però mi sembra corretto mettere in luce alcuni aspetti che non sono poi tanto scontati. Vi siete mai chiesti come può un servizio gratuito a tutti fatturare per oltre 1 MILIARDO di dollari nel solo 2010?

Facebook possiede i vostri dati personali (di particolare utilità sono età, sesso, residenza, professione), e ne trae guadagno collegandoli alle vostre preferenze che sono messe in evidenza da una qualsiasi applicazione del sito dove ogni volta cliccate, senza nemmeno darvi importanza, alla casella “CONSENTI” (all’utilizzo dei tuoi dati personali). Ogni applicazione è relativa ad un sondaggio che svela le vostre predilezioni su qualsiasi argomento e su qualsiasi prodotto, inoltre Facebook registra le vostre esplorazioni su motori di ricerca come Google. Poiché questo social network è gratuito, gli utenti sono milioni (17,3 in Italia) e i sondaggi del sito hanno validità vicina al 100%, facendo ovviamente gola alle aziende produttrici. Questi dati vengono venduti a pacchetto e utilizzati dai produttori per pubblicità mirate ai consumatori. Anche le pubblicità che visualizzerete sul vostro monitor una volta effettuato l’accesso al sito, sono strettamente collegate a gruppi cui avete aderito, pagine che vi sono piaciute o ricerche che avete svolto sul Network. Insomma Facebook è un servizio subdolo come la società in cui viviamo, poiché a noi utenti risulta una comodità gratuita mentre invece viene utilizzato per raggirarci con tranelli pubblicitari.

Mark Elliott Zuckerberg inventore di Facebook, ha pronunciato la seguente frase che testimonia su quale malizia si basa la sua creazione:

« La gente vuole andare su internet e curiosare sugli amici. »

Giocando su questo fattore, e sul fatto che il sito è gratuito, Zuckerberg è riuscito ad attirare milioni di persone. L’elemento che ho appena sottolineato comporta un pesante riscontro psicologico nelle persone che, potendo spiare tranquillamente i propri conoscenti, perdono lentamente il senso di “fiducia” nel prossimo: essenziale valore alla base del rispetto e delle interazioni umane. I fatti di cronaca mostrano che sono già molte le violenze compiute per gelosia su persone che a monte dei fatti avevano lasciato “commenti” o “immagini” provocatorie sul sito a danno di fidanzati o amici.

Un altro aspetto morale che riguarda il social network è la diffusione dell’ignoranza, che risulta essere una delle 10 regole base per la manipolazione dei consensi politici e ideologici utilizzate dai Mass-Media ed elencate dal prof. Noam Chomsky che afferma:

« L’esaltazione della stupidità e della volgarità portano l’individuo all’accettazione della mediocrità e nel contempo lo spingono all’avversione per la cultura e per la scienza»

 Questo aspetto già ampiamente sperimentato dalla televisione rende la massa più facile da gestire e sfruttare, e strumenti come Facebook contribuiscono alla denigrazione e alla ridicolizzazione di quei soggetti che non fanno il gioco del mercato (vedi la Chiesa) ma che tentano di aprire gli occhi ad una società schiava della sua stessa inferiorità. Facebook dà la sensazione dei piaceri mondani alla gente, Panem et Circenses, gli antichi imperatori romani lo sapevano bene: regalavano pane e spettacoli alle folle, e queste, distratte dai contentini rimanevano sorde a chi cercava invano di avvertirle che alle loro spalle era in atto un imbroglio.

Tralasciando per un momento l’aspetto morale vorrei discendere in campo giuridico e professionale.

I contenuti pubblicati dagli iscritti (come fotografie, video e commenti) sono proprietà del sito. Caso raro in giurisprudenza, il sito si dichiara proprietario, ma non responsabile dei contenuti, e, come molti altri content provider, rifiuta di censurare o limitare la visibilità di contenuti e gruppi, respinge le critiche in merito a contenuti diffamatori, che istigano a reati penali, e alle richieste di risarcimento dei danni che possono essere mosse in tali circostanze. Insomma il sito sfrutta a proprio vantaggio ciò che voi pubblicate ma la responsabilità di quanto viene pubblicato resta all’utente.

Inoltre c’è da mettere in guardia su quanto viene pubblicato specialmente dai ragazzi sul proprio profilo. Il Garante per la protezione dei dati personali è preoccupato, dichiarando che milioni di italiani non si rendono conto dei rischi che corrono pubblicando sul web informazioni sensibili: secondo una ricerca inglese ci sarebbero ben quattro milioni e mezzo di ragazzi tra i 14 e i 21 anni che “rischiano di subire ripercussioni negative sul proprio futuro lavorativo determinato dalle tracce lasciate in Internet”. Infatti molti giovani rischiano di vedersi rifiutato un posto di lavoro per quanto ingenuamente hanno scritto su Facebook (pratica ammessa dal 35% delle aziende intervistate nel corso di una ricerca pubblicata in occasione della Giornata della Privacy). Senza contare che qualsiasi informazione personale di terzi pubblicata senza autorizzazione può considerarsi reato penale.

Anche per quanto riguarda i propri dati personali si rischia il cosiddetto “furto d’identità”. Due studenti del Massachusetts Institute of Technology riuscirono a scaricare più di 70.000 profili di Facebook utilizzando uno shell script automatico. Nel maggio del 2008 un programma della BBC, Click, mostrò che era possibile sottrarre i dati personali di un utente e dei suoi amici con delle applicazioni maligne e falsi profili (soprattutto di personaggi famosi). Chiunque abbia l’intenzione di utilizzare i vostri dati e quindi anche la vostra mail non lo fa certamente per beneficiarvi di qualcosa.

Anche in campo medico proprio pochi giorni fa 5 medici italiani si sono espressi con una lettera alla prestigiosa rivista inglese The Lancet accusando Facebook di esser responsabile di stress psicologico talvolta manifestando mal di testa, asma e depressione. Inoltre la dipendenza creata da Facebook sta diventando argomento di studio per molti psicopatologi in tutto il mondo. Facebook darebbe assuefazione e porterebbe a fenomeni tipici della dipendenza da droghe. Può comportare una distorsione dei rapporti interpersonali per il fatto che alcuni utenti non sono più in grado di interagire normalmente con gli altri se non attraverso la chat. E quando la connessione viene meno, il social-dipendente può andare incontro ad ansia, depressione, addirittura attacchi di panico.

Insomma Facebook è in grado di mantenere in contatto persone con cui è difficile trovarsi in ambienti normali, ma cela in sé moltissimi lati che non possono che risultare controproducenti per chi non è in grado di pensare coscienziosamente al corretto comportamento da tenere non solo per se stessi ma anche per gli altri (anche a livello legale). Vorrei invitare soprattutto i ragazzi miei coetanei a pubblicare con attenzione qualsiasi frase o immagine, poiché qualora vorrete uscire dalla rete di Facebook potrete richiedere la cancellazione di tutti i vostri dati, che viene limitata al vostro Profilo personale, ma non è possibile fare nulla per tutto ciò che è stato copiato da terzi o condiviso con altri: tutto questo resterà sulla rete e circolerà liberamente.

Facebook pur apparendo come un ottimo mezzo di comunicazione rivela dunque molte caratteristiche che pongono l’individuo alla mercé  dei soliti sfruttatori. È stato creato in esso un mondo dove non ci sono regole e i lati più meschini dell’uomo vengono ostentati ed esibiti come se ci si trovasse in uno spettacolo simile ad uno zoo, dove ogni animale cerca di accaparrarsi la posizione più in vista. Non è diverso dalla società reale, non è un luogo più felice, su Internet l’uomo ha creato un mondo pressoché identico a quello che già esiste, se Facebook viene invaso dall’imbecillità umana diventerà solo un ricettacolo per gli stolti che verranno quindi ingannati e spennati nelle modalità che vi ho appena descritto.

Alberto Fossadri