Storia della DISUGUAGLIANZA sociale

di Guido Alfani – La disuguaglianza economica è un tema di grande attualità. Ma quali sono le sue dinamiche di lungo periodo? Tra il 1300 e oggi, la tendenza è stata di aumento costante. Con due eccezioni: il periodo immediatamente successivo alla peste nera del 1348 e quello compreso tra le due guerre mondiali.

La disuguaglianza nell’Italia preindustriale

Negli ultimi anni, le dinamiche di lungo periodo della disuguaglianza economica sono tornate al centro dell’attenzione. Almeno per alcune aree dell’Europa, possiamo ricostruire l’evoluzione della disuguaglianza a partire dal 1300 circa. In questo ambito, l’Italia svolge un ruolo fondamentale non solo per le eccezionali fonti storiche di cui dispone, ma anche grazie alle attività di un progetto Erc ospitato dall’Università Bocconi: Einite-Economic Inequality across Italy and Europe, 1300-1800. Il progetto ha già prodotto accurate ricostruzioni per alcune regioni italiane (Piemonte, Veneto, Toscana, Puglia), ciascuna appartenente a un diverso stato preunitario. In tutte queste aree, durante l’età moderna la disuguaglianza economica ha teso a crescere costantemente. Nella figura 1 sono riportati gli indici di Gini della disuguaglianza di ricchezza (0 = perfetta eguaglianza, 1 = perfetta disuguaglianza: un solo individuo o famiglia detiene tutta la ricchezza). Le misure riportate fanno riferimento alla ricchezza, ma nel contesto delle società agrarie preindustriali è difficile immaginare che nel medio-lungo periodo la disuguaglianza di reddito si muova in direzione diversa rispetto a quella di ricchezza, visto che la terra era la principale fonte di reddito.

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È la tendenza della disuguaglianza a crescere ovunque (Einite ha riscontrato una dinamica analoga anche altrove in Europa), più che il suo livello, ciò su cui dobbiamo soffermarci. Si tratta infatti di un risultato non scontato, visto che la sua crescita sembra essersi verificata anche in fasi di ristagno economico – come nel caso dell’Italia del XVII e XVIII secolo. Mentre in passato gli storici individuavano nella crescita economica l’unico fattore propulsivo della disuguaglianza preindustriale, oggi sappiamo che la situazione è molto più complessa e che dobbiamo tenere in considerazione diverse possibili concause. Ad esempio, perlomeno nel Piemonte sabaudo e nella Repubblica di Venezia, ma probabilmente anche altrove in Europa, la crescita della disuguaglianza in periodi di economia stagnante fu conseguenza dello sviluppo di un sistema fiscale più efficiente e capace di “estrarre” una proporzione maggiore della massima disuguaglianza possibile. Per due ragioni: la natura regressiva dei sistemi fiscali d’antico regime (i poveri erano tassati proporzionalmente più dei ricchi e pertanto la disuguaglianza “post-tax” era superiore a quella “pre-tax”),e gli impieghi a cui erano destinate le maggiori risorse acquisite (guerra, non welfare).

La quota dei più ricchi in Europa dal 1300 a oggi

Se dall’età moderna ci spingiamo ancora più indietro, ai secoli conclusivi del Medioevo, troviamo una situazione diversa. Mentre vi è qualche indizio che tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo la disuguaglianza stesse già crescendo, la peste nera che colpì l’Europa nel 1347-52 ebbe importanti effetti “egalitari”. Ciò è evidente se guardiamo alla quota di ricchezza detenuta dal 10 per cento più ricco della popolazione (figura 2).

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La peste nera eliminò metà della popolazione del continente. Dopo l’epidemia, in un contesto di salari reali fortemente crescenti, più ampi strati della popolazione poterono accedere alla proprietà. A ciò contribuì anche la frammentazione dei patrimoni causata da un sistema ereditario di tipo prevalentemente egalitario (sistema che sarebbe stato “corretto” nei secoli successivi proprio come reazione istituzionale alla peste). Sta di fatto, che in tempi molto brevi il 10 per cento più ricco della popolazione perse il controllo del 15-20 per cento della ricchezza complessiva. Per trovare un altro evento capace di sortire effetti redistributivi altrettanto vistosi, occorre attendere un’altra catastrofe, o per meglio dire la serie di catastrofi compresa tra le due guerre mondiali.

Se colleghiamo i dati prodotti da Einite per il 1300-1800 con quelli pubblicati da Thomas Piketty per i due secoli successivi, troviamo una perfetta continuità nel ritmo di accrescimento della disuguaglianza passando dall’età moderna al XIX secolo, e una quasi perfetta coincidenza nei livelli attorno al 1800 (Piketty stima che nel 1810 il 10 per cento più ricco della popolazione europea possedeva l’82 per cento della ricchezza complessiva, mentre le stime Einite indicano il 77 per cento nel 1800). Il vertice fu toccato alla vigilia della prima guerra mondiale, quando il 10 per cento più ricco deteneva il 90 per cento della ricchezza. Al termine della seconda guerra mondiale, la distanza tra ricchi e poveri si era ridotta nettamente e, benché a partire dal 1980 circa la quota di ricchezza dei più ricchi sia tornata a crescere, siamo ancora lontani dalla situazione di inizio XX secolo. In effetti, oggi la quota del 10 per cento più ricco della popolazione europea (64 per cento nel 2010) è analoga a quella tipica della vigilia della peste nera, considerato che alla vigilia della Peste Nera del 1348, il 10% più ricco della popolazione possedeva circa il 66% della ricchezza complessiva.

A quanto ne sappiamo al momento, in nessun periodo successivo la società italiana ed europea fu più egalitaria di quella del 1450 circa, quando il 10% più ricco della popolazione deteneva meno del 50% della ricchezza complessiva (mentre il 50% più povero ne deteneva “addirittura” l’11%).

Fonti:
– http://www.corriere.it/economia/17_aprile_27/concentrazione-ricchezza-oggi-come-medioevo-5c94fece-2b5a-11e7-9442-4fba01914cee.shtml
– http://www.astrid-online.it/static/upload/alfa/alfani-g_lavoceinfo_14_02_17.pdf

Studiare la storia non serve?

E’ un pensiero ricorrente nelle stanche menti dei giovani che sono costretti a studiare le nozioni basilari della storia a scuola. “A che mi serve storia?”. Certo, per un ragazzo che intraprende gli studi per diventare geometra, impiegato, o anche dottore, viene quasi logico rispondere che con la carriera che si spera di intraprendere, lo studio della storia sembra proprio non centrar nulla.

Già questo modo di pensare potrebbe essere analizzato e contestato. Una persona va a scuola per imparare un mestiere o per imparare a ragionare, a saper analizzare dati ed elaborarli e ad apprendere delle basi su cui sviluppare il proprio percorso di vita? Inteso sia come carriera che come cittadino. Eppure nella concezione dell’italiano medio il figlio viene mandato a scuola per imparare a fare il dottore, il perito o il ragioniere…
E’ tutto frutto di una mentalità imposta anche politicamente dagli ultimi governi, in particolare dal governo Berlusconi che voleva attuare le famose tre “i” (inglese, impresa, informatica) come elementi base su cui costituire l’insegnamento scolastico. Anche questa ragazzi, è storia! E il vostro modo di concepire la scuola ricade proprio in un fenomeno storico in cui prevaleva il motto “con la cultura non si mangia” (cit. Giulio Tremonti).
In questo modo le riforme scolastiche degli ultimi 30 anni sono state improntate a trasformare l’istruzione scolastica fornendole un approccio più tecnico, senza dover sottolineare che il risultato di questa scelta politica è stato il completo sfacelo del sistema educativo.
Se un ragazzo deve imparare un mestiere, il posto migliore per apprenderlo non è la scuola, ma il posto di lavoro. La scuola non deve sostituirsi all’esperienza lavorativa, così facendo ha solo dimostrato di fallire nel suo compito. La scuola deve fornire gli elementi con cui una persona è in grado di affrontare un problema, analizzarlo, porre una critica d’insieme e studiare una soluzione.

Fior di studi scientifici sostengono che il miglior insegnamento deriva ancora dagli studi classici.  Lo studio del latino ad esempio (si un’altra di quelle che “a che mi serve?”) è fondamentale per stimolare alcune capacità cognitive. Fare le versioni, stimola nella ricerca sintattica della frase latina (molto complessa rispetto alla nostra attuale struttura grammaticale) e permette alla nostra mente di allenare delle proprietà cognitive che abituano a cercare connessioni induttive. E’ noto da anni ad esempio che tra gli studenti delle facoltà di ingegneria, sebbene le difficoltà iniziali rispetto ai colleghi del liceo scientifico, nel lungo periodo emergono maggiormente gli studenti del classico. E com’è possibile penserete, visto che il liceo scientifico è più improntato allo studio della matematica? Semplicemente perchè nel classico viene insegnato un metodo di analisi ben più proficuo. Nelle scuole spagnole da circa un anno è stato introdotto addirittura il gioco degli scacchi, perchè stimola nei ragionamenti matematici e induce le persone a prendere delle decisioni logiche sotto pressione (il gioco degli scacchi è a tempo).

storiaRiflettete, è più utile che vi spieghino come si risolva un problema o come ragionare per risolverlo?
L’istinto del genitore mi farebbe pensare a una frase tipica: “comincia ad arrangiarti, che non sarò sempre qui ad aiutarti e a dirti cosa devi fare”. Come vedete, la risposta alla domanda è più che naturale. Se poi preferite che i vostri figli diventino dei robot come voleva Berlusconi, fate vobis, ma non lamentatevi se non avranno la fantasia e le capacità necessarie per costruirsi una strada da soli.

Il mio discorso era partito dalla storia. In tutto questo, la storia che ruolo ha? Stimola delle
particolari proprietà umane? Si.

La storia è lo studio dell’esperienza dell’intera umanità. Un amico un tempo mi disse che l’esperienza è come una torcia: fa luce solo a chi l’ha in mano. Ed è proprio così. Immaginate come una persona potrebbe sfruttare l’esperienza di tutta l’umanità. Questa visione d’insieme fa luce solo a quella data persona. La sua capacità di discernere tra le cose, e la sua capacità critica verso eventi, situazioni o fenomeni sociali è tanto maggiore quanto ne coglie gli effetti ridondanti nella storia.

Uno studio corretto della storia fornisce anche la capacità di capire che questa materia può essere letta in maniera diversa a seconda di come la si interpreta o peggio, di come politicamente la si vuole raccontare. Quando un individuo intuisce questo, è in grado di difendere la propria originalità dalla società conformista e dalle letture ideologiche stesse che essa fa della storia. Volenti o nolenti siamo tutti a contatto con la storia di qualcuno, o di un popolo, o di un fenomeno. La nostra stessa esperienza è storia. E tutte queste esperienze condizionano i nostri valori e le nostre opinioni, anche politiche.
Leggere la storia della guerra fredda narrata dai capitalisti occidentali è diversa da quella narrata dai comunisti orientali. Eppure entrambi si rifanno a corrette e reali fonti storiografiche che, purtroppo possono essere interpretate a seconda della volontà di escludere una o più fonti storiche dalla massa delle fonti esistenti. Raccontare una mezza verità equivale a mentire.

La storia fornisce le basi sociali per lo sviluppo della filosofia, e la filosofia altro non è che la nostra concezione della vita e il nostro modo di interagire con essa stessa.
La storia non è una materia astratta a se stante, ma si amalgama con tutte le altre materie, umanistiche e scientifiche. Si è iniziato a discutere di diritti delle donne quando apparirono donne come Marie Curie (doppio premio nobel per chimica e fisica), le sue grandi scoperte scientifiche iniziarono anche a far scricchiolare il concetto comunemente accettato dell’inferiorità femminile, aprendo un dibattito sociale; è storia!
Se Hemingway non avesse vissuto l’esperienza della prima guerra mondiale, forse non potremo godere dei suoi frutti letterari; è storia!
Se l’invenzione della carta e della stampa non fossero giunte in Europa nel 1400, non avremmo avuto il Rinascimento, la Riforma e l’esplosione del dibattito culturale che è stato reso possibile da ciò; è storia!

La storia è una grande esperienza ed un libro aperto sulla nostra esistenza. L’umanità può essere compresa da coloro che si cimentano in questo libro.
La storia è un flusso di vicende, a volte impetuoso come un fiume, travolge tutto e riflette il suo peso su intere generazioni. A volte invece procede volubile, incostante e si lascia domare da personaggi mediocri. La storia è caos, ma anche frutto di volontà precise. La storia è una commistione di emozioni, di speranze, di orrori e atrocità, è un insieme di successi e fallimenti.
La storia è la realizzazione del pensiero umano e la sua evoluzione. E’ un insieme di valori e controvalori, di lotte e cambiamenti, di scoperte e insabbiamenti. La storia è mistero e verità. La storia è la raffigurazione del desiderio di superare la nostra misera condizione di uomini. La storia è lo scontro tra l’Amore e l’Odio, è compassione e prevaricazione. E quando le nostre città scompariranno, e le nostre lingue moriranno, la storia ci sopravviverà e sarà l’unico giudice che misurerà ciò che abbiamo lasciato e ciò che siamo stati.

Alberto Fossadri

Vaccino o non vaccino? Questo è il quesito…

Premetto che non sono uno scienziato, tantomeno un medico, quindi non mi permetterò di affrontare il tema dal punto di vista tecnico perché ritengo di non averne le competenze. Ma su tutte le materie in cui non abbiamo competenze specifiche dovremo forse evitare di farci una nostra opinione? Certamente no, anzi, è importante che tutti ci interessiamo di tutto, ma badiamo bene a considerare verità assoluta la nostra conclusione personale. Questo è un aspetto importante in tutti i campi. Fatevi una vostra opinione, nutrite pure dei dubbi, ma se il campo non appartiene alle vostre esperienze e competenze, mantenete delle riserve, non fatevi travolgere. Sempre! Invito a leggere tutto il testo per capire come l’ho analizzato dall’esterno prima di giungere alla mia personale conclusione.

vaccino-bambinoPersonalmente ero interessato ad affrontare l’aspetto legato all’approccio con cui la gente si informa sui vaccini. Lo farò sia come appassionato studioso di sociologia, sia come ricercatore storico quale sono. Innanzitutto faccio notare l’aspetto mediatico del fenomeno antivaccinazione. La maggior parte della campagna contro i vaccini appartiene al mondo di internet. Numerosi, infatti, sono i blog e i siti dedicati alla lotta contro i vaccini.

Per prima cosa evidenzio che nella psiche del moderno “informato alternativo”, internet rappresenta la fonte più sicura in cui trovare informazione. Ovviamente è un concetto che condivido in buona parte. La differenza generale tra l’informazione tradizionale dei media mainstream e quella del web, sta nella dipendenza dal profitto dell’industria mediatica nel primo caso e la libertà intellettuale dei blogger nel secondo. Esistono però altre differenze, e non sempre corrispondono ad un vantaggio/svantaggio.
Ad esempio è stato dimostrato che l’80% delle notizie mandate in onda in televisione o scritte su un quotidiano hanno un’unica medesima fonte. Eppure rimaneggiamenti e interpretazioni rendono la stessa notizia, della stessa fonte, completamente differente a seconda che si legga L’Unità o che si guardi il TG5.
In antitesi il web è caratterizzato dal fatto che una stessa informazione può avere un numero svariatamente elevato di fonti. Questo potrebbe essere positivo dal punto di vista del pluralismo delle argomentazioni ma può dare spazio ad un contenuto verosimile in cui siano racchiuse fonti attendibili con fonti non attendibili. Questo accade per l’impreparazione professionale che spesso contraddistingue un blogger.
La stessa reinterpretazione e manipolazione che troviamo nei telegiornali e nei giornali rispetto ad una fonte primigena, avviene tranquillamente anche su internet. Un blog riprende un articolo di un altro sito rimanipolandolo, questi a sua volta aveva recuperato stralci di vari articoli in altre pagine web e così via… rendendo praticamente impossibile verificare le fonti.

Quello che è accaduto con la storia dei vaccini è invece un caso peculiare. Internet si è praticamente comportato come un media mainstream, ovvero i blogger hanno prelevato quasi tutte le loro argomentazioni da un’unica fonte: lo studio del medico Andrew Wakefield pubblicato nel 1998 sul Lancet (prestigiosa rivista scientifica). Nello studio si metteva in correlazione la vaccinazione con disturbi dello sviluppo, e il medico in una serie di conferenze sostenne che l’autismo era una conseguenza del vaccino trivalente MPR (anti morbillo, parotite, rosolia).
Lo studio fu molto contestato perché non seguiva un metodo scientifico richiesto per qualsiasi studio. Nel suo caso il campione di pazienti era ridotto e alcuni test erano discutibili, al che fu ritenuto che le conclusioni dello studio erano state forzate. Il medico consigliò di fare una vaccinazione singola per ognuna delle tre malattie, però man mano che la discussione sui vaccini è circolata in internet si è trasformata e molti sono arrivati alla conclusione che non si deve assolutamente sottoporre i bambini a nessuno dei tre vaccini. Comunque il risultato fu un crollo delle vaccinazioni di morbillo in UK con un’epidemia localizzata ad un migliaio di casi e 2 decessi. La vicenda del medico è lunga e complessa, ma termina con un secondo studio dello stesso medico che tende a sbugiardare se stesso cercando di riparare al danno.
In ogni caso, il fatto che lo stesso fronte antivaccino non è univoco (chi vuole abolire la trivalente, chi vuole dilazionare in più anni i vaccini, chi vuole abolire alcuni vaccini, chi addirittura vuole l’abolizione totale dei vaccini) dimostra che non esiste un serio studio di riferimento che li faccia concordare. Un po’ come quando nei primi secoli del cristianesimo i vescovi si riunirono per decidere quale fosse la natura della trinità. Non era scritto da nessuna parte, nemmeno sulla Bibbia, quindi ognuno interpretava a propria maniera e il movimento cristiano si spaccò: ortodossi, ariani, nestoriani, ecc presero ognuno la propria strada.

I blog antivaccino prendono spunto da altri siti che fanno principalmente riferimento a questo testo e completano con ulteriori argomentazioni legate a esperienze di casi in cui i bambini hanno subito danni o sono deceduti con il trattamento vaccinale. Alcuni casi sono fasulli, molti altri invece sono reali, altri invece vengono collegati ai vaccini quando questa relazione non è confutata dai medici. Il fatto stesso che il danno accada dopo la somministrazione del vaccino, cosa che spesso convince i genitori del nesso tra i due, non è sufficiente a sostenere tale relazione. Lo sarebbe se i casi fossero migliaia in un lasso di tempo piuttosto breve. L’esempio più pratico che viene in mente riguarda la segnalazione dell’aumento del 270% di bambini autistici dopo il vaccino. Sapendo che solo dai primi anni ’90 l’autismo viene registrato e analizzato per verificarne eventuali incrementi, mi piacerebbe sapere rispetto a cosa si riferiscano questi dati. Perché lo studio da cui prendono spunto relaziona più che altro la correlazione tra l’età dei genitori e l’autismo, vertendo sul fatto che quasi il 70% dei bambini autistici nasce da coppie con madri adolescenti o con uomini ultracinquantenni. Quindi chi utilizza uno studio finalizzato a rivelare qualcosa di diverso dalla sua conclusione, sta forzando le proprie tesi.

Leggere di singoli casi riportati come esempio influisce spesso nel convincerci della ragione degli antivaccinisti. Questo fenomeno psicologico avviene anche in altri settori e può essere facilmente analizzato secondo la scienza della sociologia mediatica. Per facilitarne la comprensione agiamo per parallelismo con il fenomeno della sicurezza.
Uno degli argomenti principali dei telegiornali sono gli episodi di cronaca nera: omicidi, rapine, stupri, ecc. Aumentare il numero dei servizi che li riguardano, o semplicemente descrivere con maggior precisione i dettagli scabrosi delle vicende, attiva la sfera emotiva del nostro cervello e indirettamente ci fa percepire minor senso di sicurezza, paura e frustrazione. Il fatto che gli omicidi riportati in televisione sia doppio rispetto all’anno precedente, non è dimostrazione che vi sia stato un aumento degli omicidi nel paese. Infatti, nonostante sembri che la sicurezza sia sempre più a rischio, i dati del Ministero degli Interni mostrano l’opposto: un netto calo negli ultimi 10 anni degli episodi di violenza, avvenuto progressivamente ogni anno.
Per questo, i casi particolari non devono mai, e dico mai, essere presi in considerazione per una ricerca da svolgere ad ampio spettro.
Sia ben inteso che ogni qualvolta troviate un caso specifico trattato in favore di un argomento generalizzato, esso è stato scelto solo ed esclusivamente per il suo valore emotivo nei confronti di voi che state accingendovi a leggere. Se devo essere convinto di qualcosa, devo essere convinto con la trattazione di un tema e con il ragionamento, non con metodi atti a colpire l’istinto e l’emotività.

Foto tratta dalla pagina Fb: Italia Unita per la Scienza

Foto tratta dalla pagina Fb: Italia Unita per la Scienza

Dopo l’attacco dell’11 settembre, con le ricevute minacce di un attacco batteriologico con il vaiolo (potrebbe essere solo stata propaganda della paura in puro stile americano), il governo degli USA mise a disposizione il vaccino del vaiolo per gli americani che lo volessero. Furono vaccinati 350.000 americani, circa 1 su 20 mila ha manifestato problemi di infiammazione cardiaca, e si sono verificati 2 decessi. I casi di decesso da vaccino esistono e sono sempre esistiti, ma a questo punto forse è più l’aspetto etico che quello scientifico a contraddistinguere la discussione. Ovviamente gli ufficiali medici dovrebbero valutare patologie e rischi per ogni singolo paziente, e queste morti non dovrebbero accadere, ma ammettendo che la perfezione è impossibile da raggiungere, possiamo sopportare la morte di pochi bambini a causa dell’inettitudine in confronto alla morte di centinaia di loro per epidemia?

Da ricercatore storico mi sento anche in dovere di insegnare come approcciarsi a tale materia. Cosa centrerà con l’argomento dite voi? Centra dal momento che i profani si approcciano alla storia considerando le dinamiche e la cultura dominante nel mondo attuale, senza calarsi nel tempo e ragionare un discorso con il pensiero e le dinamiche del passato.

Spesso il sunto della discussione sui vaccini ruota attorno ad un punto non sempre specificato, ma sicuramente sottinteso. Un concetto in linea col pensiero del lettore che percepisce la linea di principio: “i vaccini servono all’industria farmaceutica per trarre un enorme profitto”.
La mia risposta? È assolutamente vero. Questo significa che i vaccini fanno male? Non è detto. Anche con il cibo le multinazionali dell’agroalimentare fanno valanghe di soldi, ma questo significa che il cibo fa male? Forse non è salutare come una volta, forse in alcuni casi è veramente nocivo, ma mangiare è funzionale alla vita dell’essere umano? Si. Lo stesso potremo dirlo delle automobili o di altri prodotti.
Esattamente intorno a questo punto, le persone ragionano in maniera del tutto fuori luogo non considerando la storia dei vaccini che comincia nel XIX secolo! Le dinamiche finanziarie e commerciali che esistono oggi non sono sempre state le stesse. La vaccinazione in Italia fu diffusa dal medico Luigi Sacco che operava nell’allora Repubblica Cisalpina (era il periodo delle guerre napoleoniche). Non esistevano le multinazionali, ne tantomeno le società di capitali, esisteva solo un medico che diminuì drasticamente i decessi di vaiolo iniettando il virus “Vaccino” (di origine bovina) che era simile al vaiolo umano. All’epoca gli antivaccinisti erano le alte autorità ecclesiastiche, considerandolo un’insana e innaturale commistione tra uomo e animale.

Durante una ricerca storica si utilizza il rigore del metodo scientifico. Cosa significa? Il metodo può rivelarsi utile nella vita in qualsiasi forma di ricerca. Quando devo analizzare un episodio storico devo incrociare le fonti, devo contestualizzarle, posso ragionare ipoteticamente qualora le fonti non siano sufficienti a ricostruire una storia ma devo evitare forzature in ciò che non è evidente. Quello che accade nella mente di un “complottista” è essenzialmente l’opposto. Si basa sul percorso più semplice per arrivare ad una conclusione, traguardando invece la complessità del discorso.
Spesso mi è capitato di interpretare documenti di un unico archivio (ad esempio l’Archivio di Stato) in un’unica maniera. Poi, intrecciando quei documenti con quelli di altri archivi, con i giornali dell’epoca che ne davano un’interpretazione, con la cultura dell’epoca e con i fatti conseguenti, si riesce ad avere un quadro più chiaro.
Limitarsi alla semplificazione di un fenomeno per comprenderlo più facilmente è il modo migliore per sbagliarsi. Che i vaccini siano una fonte di profitto non lo escludo, ne sono sicuro. Ma dire che ogni azienda farmaceutica si comporta alla stessa maniera o dire che per questo i vaccini fanno male è oltremodo assurdo. Ed oltraggioso aggiungerei, nei confronti di persone come il dott. Jonas Salk che, scoperto il vaccino contro la poliomelite decise di non brevettarlo affinché tutti potessero godere dei frutti della scienza a basso costo.

Azione Prometeo non è un movimento politico, è un blog che cerca di stimolare un dibattito e cerca in certi casi, come questo, di evitare che in argomenti complessi come quelli scientifici vengano accettate delle verità senza riserve. Sui vaccini è tutto sicuro e chiaro allora? Forse no. Nei primi anni ’90 l’allora “poco onorevole” Ministro della Salute De Lorenzo percepì una tangente dalla Glaxo –SmithKline, una società che commercializza il vaccino antiepatite B. Il fatto che l’obbligatorietà di quel vaccino fosse stata promulgata proprio sotto l’amministrazione De Lorenzo fa sentire odor di bruciato a chiunque… Questo significa che il vaccino è pericoloso? Non si può sostenere, forse la tangente è per favorire un prodotto buono rispetto ad un altro prodotto buono ma dal costo inferiore. Chi può dirlo se non la magistratura? Io non ho le basi per sentenziare…
Qualcuno potrebbe anche obiettare che, essendo l’epatite una malattia tipica della trasmissione di sangue o delle cure dentistiche, non dovrebbe essere iniettata in un bambino prima dei quattro anni. Ma questo vuol forse dire che i vaccini fanno male? Assolutamente no, si può contestare il metodo, si può contestare l’integrità del mondo dei vaccini, ma se dei vaccini funzionavano senza interessi commerciali alla fine del 1700 non vedo perché dovremo rinunciare a una tecnologia per ritornare ai salassi del medioevo.

L’invito che vi faccio è quello di mantenere il dubbio piuttosto, ma non giungere a conclusioni forzate quando le premesse non pendono a favore di una tesi. Partite come me dal presupposto che chiunque abbia una conoscenza scientifica leggermente superiore alla nostra, con un lessico tecnico e qualche formuletta algebrica, potrebbe affascinarci con le sue argomentazioni. Se il contenuto viene poi esaltato con degli esempi che colpiscono la vostra emotività ci vuole poco per diventare noi stessi sostenitori di una nuova fede.
Interessatevi che è buona cosa, ma state sempre distaccati da cose complesse. Dopotutto 400 anni fa Galileo non poteva sostenere l’eliocentrismo, perché all’epoca non vigeva la regola del “metodo scientifico” ma del palese ed evidente. Ciò che era palese ed evidente per gli uomini dal punto di vista della Terra (ovvero che il Sole gravitava attorno ad essa) non lo era dal punto di vista della scienza.

Se volete delucidazioni tecniche relativamente al mondo dei vaccini, attendete la nostra Annalisa, studentessa in medicina (quindi per i complottisti non è ancora un medico che percepisce provvigioni illegali sui farmaci prescritti) che sta scrivendo un dettagliato articolo frutto di ricerche personali e che sarà pubblicato prossimamente sul blog.

Questa è la mia analisi, e dei consigli pratici su come affrontare le milioni di informazioni che ci giungono ogni giorno. Intestardirsi non serve, mia madre diceva che “solo gli stupidi non cambiano mai idea”. Personalmente ho cambiato spesso idea, ma in molti casi, non sempre la conclusione a cui si arriva determina una certezza. Le azioni umane sono piene di eccezioni, e non escludo che anche sui vaccini si verifichino, ma questo non farà di me un antivaccinista.

Alberto Fossadri

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Fonti:

https://www.autismspeaks.org/science/science-news/large-study-parent-age-autism-finds-increased-risk-teen-moms
– http://www.nature.com/mp/journal/vaop/ncurrent/full/mp201570a.html
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/04/vaccino-non-meccanismo-causa-effetto-autismo-bimbo-nacque-prematuro/1474845/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/18/leggenda-dellautismo-causato-dai-vaccini/355655/
http://www.studiomedicodestefanis.it/Vaccini/Vaccini31.htm
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/06/15/de-lorenzo-condannato-andra-in-carcere.html

L’uomo e le stelle nelle religioni moderne

Sin dai tempi più remoti gli uomini hanno spinto lo sguardo verso l’imperturbabile volta celeste e vi hanno visto la costruzione logica dell’universo secondo criteri matematici. Una logica che non poteva essere casuale, e che venne perciò riconosciuta come un disegno divino attraverso cui comprendere la condizione umana e i segreti della vita. Ecco perché nel passato, un fenomeno affascinante come quello di una cometa o una di una supernova era considerato presagio di sventura, dato che questi corpi celesti non erano presenti normalmente e quotidianamente nella volta celeste, turbavano l’ordine naturale dell’universo.

L’uomo ha costruito per millenni superstizioni e religioni osservando le stelle, ha compreso alcuni segreti della natura e li ha utilizzati per 13.000 anni nella programmazione dell’agricoltura, attività principale dell’uomo fino all’industrializzazione. Conoscenze che oggi sono andate perdute poiché la rivoluzione industriale e la modernizzazione stessa dell’agricoltura hanno reso obsoleti i processi di semina e di trapianto osservando il ciclo lunare e le costellazioni, tanto che oggi gli stessi contadini confondono la luna “calante” con la luna “discendente”.

LE MACRO-CIVILTA’

Studiando questa visione antica possiamo comprendere le enormi differenze odierne che dividono due grandi aree di civiltà. Senza dividere nei dettagli le varie culture, ma considerando solo gli aspetti più comuni tra loro, sappiamo separare attraverso delle grandi porzioni del pianeta le aree dove nacquero le due macro-civiltà che oggi si dividono il mondo. Quella indoeuropea e quella dell’estremo oriente. Sia ben inteso che nei secoli passati vi erano altre due macro-civiltà: una in Africa e l’altra nell’America pre-colombiana, ma come sappiamo, queste sono state distrutte dalla civiltà indoeuropea. Quest’ultima non ha preservato nulla delle civiltà che ha assoggettato, poiché tra tutte le macro-civiltà che esistevano e che esistono è quella in cui risiede uno spirito preminente di conquista, di assoggettamento dei popoli ai dogmi e ai canoni di quello che oggi chiamiamo Occidente.

macrocivilta-aree

Certamente riconducibile al passato più remoto, la divisione tra il mondo cinese e quello indoeuropeo è dovuta a motivazioni geografiche: la catena dell’Himalaya e la steppa siberiana. Anche se i popoli sono sempre rimasti in collegamento diretto e indiretto tramite il commercio, lo scambio culturale non è stato sufficiente ad impedire la nascita di due filoni principali di visione del mondo. Chi contesta questo fatto non tiene conto di un dato che effettivamente lo dimostra. Quando Marco Polo tornò dalla Cina fu accusato di turbare l’ordine dell’universo in quanto mostrava costellazioni mai viste. In realtà il cielo osservato da Polo nel Catai (Cina) era lo stesso visto dagli europei poiché entrambi i paesi risiedono nell’emisfero boreale, eppure questo mostra come l’astronomia cinese si sia evoluta in maniera autonoma rispetto alla nostra, e così tutta la cultura.

Lo zodiaco di Dendera

Lo zodiaco di Dendera

Per greci, babilonesi, egizi e indiani le costellazioni dello zodiaco ancora in uso erano comuni, indice che quei popoli erano in comunicazione tra loro (anche se non direttamente). Abbiamo asserito che l’astronomia e l’astrologia fossero uno dei primi approcci dell’uomo alla cultura. Da esse nacquero o furono influenzate la matematica, la medicina, la religione e la filosofia. Scienze evolute in maniera autonoma per ognuno dei due blocchi.

La differenza tra le macro-civiltà sta scomparendo a causa del fenomeno della globalizzazione capitalista, e ciò che preoccupa è la velocità con cui ciò avviene. Se pensiamo che le due civiltà si sono evolute in migliaia di anni, capiamo il peso storico della globalizzazione che sta annichilendo questa differenza in un lasso di tempo che coinvolge poche generazioni.

Anche la stessa filosofia e il modo di concepire il mondo e la vita sono differenti per le une e per le altre macro-civiltà. Ognuna delle due civiltà ha costruito degli archetipi attraverso cui l’individuo comprende e giustifica la società in cui vive. Nei primi del ‘900 i padri della psicanalisi Carl Gustav Jung e Sigmund Freud cercarono questi archetipi proprio nella nascita delle grandi civiltà. I principali archetipi attraverso cui le popolazioni si affacciano alla comprensione del mondo sono raggruppabili in una semplice spiegazione.

In occidente la filosofia dominante che riecheggia in quasi tutte le religioni indoeuropee è la dicotomia tra Bene e Male. È una civiltà fortemente dogmatica, dove vigono regole morali ben precise a cui tutti devono attenersi perché l’ordine sia rispettato. Il bene deve dominare sul male, perciò ogni cosa che culturalmente viene identificata con l’ingiustizia, nel contesto socio-culturale del momento e del luogo, deve essere annientata. Perciò le crociate per gli uni e la jihad per gli altri sono un buon motivo di intervento, così l’esportazione della democrazia ecc. Ognuna delle piccole civiltà, sulla base di questa logica più ampia, impedisce all’individuo sociale di comprendere le altre civiltà. L’individuo non riesce a immaginare una società diversa da quella in cui vive. Ecco perché la mentalità di conquista è tipica dell’occidente, non solo al fine di sottomettere, ma soprattutto allo scopo di trasformare le altre società in un modello confacente ai dogmi occidentali.

In oriente non è esattamente questo ciò che viene concepito dalla filosofia. Esistono dei dogmi che danno importanza alla vita e alle scelte che essa comporta, ma non esiste la dicotomia tra bene e male, anzi essi fanno parte entrambi del mondo e in alcuni casi sono complementari, non per forza opposti in maniera polare. Con un detto semplice potremmo dire che non tutto è sempre bianco e non tutto è sempre nero. Bene e male coesistono in una sorta di equilibrio. E’ il principio taoista dello Yin e dello Yang,yin yang dove tutto il mondo si manifesta in queste due forme, opposte tra loro ma non in maniera assoluta. Ogni cosa non è completamente yin o completamente yang, ma contiene un seme dell’altro. Le religioni stesse non sono esattamente quell’istituzione che è in occidente, dove la religione spesso era o è intesa come l’istituzione fondante su cui perpetua la società. Esse sono viste quasi come uno stile di vita, un insegnamento a conoscere l’essenza dell’armonia dell’individuo con ciò che lo circonda.

LE ERE ASTROLOGICHE

Fatta questa lunga premessa ci addentriamo ora nella civiltà indoeuropea e cerchiamo di vedere le comuni radici di antiche popolazioni che ci hanno tramandato nei millenni delle caratteristiche che in alcuni casi sono tuttora presenti nelle religioni moderne. Sveliamo un lato storicamente affascinante e poco conosciuto di ognuna di esse. Per farlo dobbiamo prima conoscere alcuni aspetti di astronomia con un’analisi scientifica di alcuni effetti ben noti agli antichi.

Lo zodiaco tradizionale riunisce 12 costellazioni (anche se per gli antichi in certi casi veniva considerata una 13^ costellazione, quella dell’Ofiuco). Tra le decine di costellazioni presenti, queste dodici non sono state scelte per caso. Durante l’anno transita in esse la posizione del sole e della luna. Per la luna questo percorso determina la fase ascendente e quella discendente (che avviene ciclicamente ogni mese circa), per il sole invece, questo è determinato dal moto di rivoluzione della terra attorno al sole. Nelle varie fasi dell’anno traguardando il sole noteremo che visto dalla terra esso si trova davanti ad una costellazione (che sarà impossibile vedere per la luce del sole stesso), determinando così il periodo astrologico di quella costellazione (il sole è in acquario, quindi il periodo dell’anno è identificato con quel segno zodiacale).zodiaco_01

Compreso questo dobbiamo capire che i periodi astrologici dell’anno subiscono variazioni nel corso dei millenni. E questo accade a causa della lenta rotazione dell’asse terrestre in “precessione” (movimento simile a quello di una trottola) che sposta la nostra visione dell’arco celeste a seconda dell’inclinazione del nostro pianeta.

precessione-equinoziLa fascia anulare della terra corrispondente con la cintura dell’equatore, subisce la forza gravitazionale del sole in maniera quasi impercettibilmente maggiore sulla parte illuminata (di pochissimo più vicina al sole rispetto alla parte adombrata). Questa lieve differenza agisce sull’inclinazione dell’asse terrestre con un effetto leva determinandone lo strano movimento a trottola. Questo movimento però non è esattamente circolare perché la forza gravitazionale della luna agisce, seppur con un solo 5,6‰ rispetto a quella del sole, determinando il fenomeno oscillatorio della nutazione.

La precessione della terra è un fenomeno così lento che per compiere un ciclo completo devono passare quasi 26.000 anni. Capito questo meccanismo è subito compreso che la nostra Polaris, più nota come stella polare, presa a riferimento come indicatore del nord trovandosi sulla linea retta dell’asse terrestre, non è sempre stata in quella posizione privilegiata. Furono i greci a capire che nel corso di pochi secoli qualcosa era cambiato. Osservando proprio la posizione di quella che per l’epoca era considerata la stella polare, un grande pensatore greco capì che l’asse si spostava, e sapendo che tutto quello che osservava faceva parte di un processo matematico, Platone intuì che anche queste discrepanze dovevano far parte di un ciclo complesso che poi sarebbe giunto a richiudersi e ripetersi come ogni fenomeno astronomico legato a regole matematiche. Ecco perché questo lungo ciclo di 26.000 anni è detto “anno platonico”.

Durante questo ciclo, si osserva lo spostamento delle stagioni. Ed è facile arrivare ad una intuizione. Quando in Italia è inverno, e precisamente nel solstizio d’inverno, la terra è in una posizione fisica della sua rivoluzione attorno al sole, e il suo asse terrestre ha un’inclinazione per cui tutto ciò che è al di sopra del circolo polare artico rimane in ombra. 13.000 anni dopo, trovandosi nuovamente nel punto fisico della rivoluzione, la terra avrà un’inclinazione completamente opposta. Per cui non sarà il solstizio d’inverno, ma quello d’estate (le stagioni si sposteranno esattamente di sei mesi).

eclittica

Osservando il fenomeno dal punto di vista “geocentrico” rispetto alla volta celeste dove figurano le costellazioni, possiamo osservare l’eclittica (la posizione del sole nel corso dell’anno visto dalla terra) e la linea equatoriale che cambia a seconda dell’inclinazione dell’asse terrestre. Quando la linea dell’equatore interseca l’eclittica, ovvero quando il sole è perpendicolare all’equatore, ci troviamo in equinozio (di primavera ed autunno). Osservando attentamente il primo disegno di questo capitoletto notiamo che dal punto di vista dell’osservatore sulla terra, il 21 marzo (equinozio di primavera) il sole si trova di fronte alla costellazione dei pesci; teniamolo ben presente perché ci tornerà utile in seguito.

Dato che abbiamo compreso che la linea dell’eclittica solare non muta nel tempo, mentre si sposta quella dell’equatore celeste a seguito del movimento a trottola, sappiamo che in 26.000 anni di ciclo, anche l’intersezione degli equinozi si sposta. L’astronomia infatti descrive il fenomeno come “precessione degli equinozi” e afferma che ogni anno l’equinozio viene anticipato di 20 minuti. Conoscendo questo assunto, scopriamo che nel corso dei millenni osservando il sole nel giorno dell’equinozio, questi attraverserà pian piano tutte le costellazioni dello zodiaco stazionando in ognuna di esse per una media di 2000 anni ciascuna. Ognuno di questi lunghi periodi è detto Era Astrologica.

L’INFLUSSO DELLA PRECESSIONE DEGLI EQUINOZI SULLA STORIA

Abbiamo capito che nel nostro periodo storico durante l’equinozio il sole è nella costellazione dei pesci, perciò l’era astrologica in cui ci troviamo è detta dei pesci. Ora non ci facciamo caso, poiché l’astrologia non è più considerata una scienza e quindi non influenza più le scelte politiche e le filosofie, ma in passato queste ere hanno determinato alcune caratteristiche delle culture indoeuropee.

Non di tutte le ere passate abbiamo traccia evidente. Quelle che ben conosciamo riguardano le ultime tre, sia perché sono pochissimi i monumenti più antichi, sia perché la scrittura è nata solo attorno al 3.200 a.C. Stabilendo la grande era astrologica del toro in un periodo compreso tra il 4000 a.C. e il 1800 a.C., rileviamo in tutto il mondo indoeuropeo l’influenza di questo grande aspetto astrologico che ha portato la figura del toro ad avere un ruolo preminente nelle culture e nelle religioni. È questo il periodo in cui i sacerdoti studiano le stelle e l’astrologia entra a servizio dell’agricoltura, il toro è un segno di terra, si programmano le semine, i raccolti e le irrigazioni, si usano gli astri per imbrigliare le forze della natura ed utilizzarle a vantaggio dell’uomo senza esserne passivamente vittima. Dalla civiltà minoica dell’isola di Creta a quella micenea si hanno numerose testimonianze relative al culto del toro in affreschi, bassorilievi, vasi, armature, e conosciamo le usanze della tauromachia, e la figura del minotauro. La tauromachia era caratteristica culturale di etruschi, sardi e popolazioni dell’odierna Spagna da cui probabilmente derivano tradizioni come la corrida o la festa di S. Firmino a Pamplona.toro

Nell’India è questo il periodo in cui Shiva viene rappresentato a dorso di un toro, mentre nei Veda scritti in sanscrito e appartenenti alla tradizione dei popoli Arii che invasero l’India 4mila anni fa, le divinità si distinguono in due grandi anime, gli Asura originati da Varuna (il cielo) e dal suo occhio Mitra (il sole), e gli Deva originati da Dyaus Pitar (padre cielo) identificato col toro e da Prithivi Matar (madre terra) identificata con la vacca. Il culto del mitraismo si diffonde poi in Persia e in tauroctoniaEgitto e si evolve nei secoli influenzando moltissimo le religioni moderne, come vedremo nel capitolo successivo. Ed è col mitraismo nei secoli successivi alla fine dell’era del toro che si celebra la tauroctonia quando Mitra uccide il toro sacro sgozzandolo con una spada. In ogni tempio romano a lui dedicato era rappresentata una scena della tauroctonia e spesso veniva posto uno scorpione ad attaccare i testicoli del toro (la costellazione dello scorpione è polarmente opposta  a quella del toro). Negli egizi il toro rappresenta il dio Api e spesso il toro è rappresentato nelle steli egizie sopra lo scorpione, suo segno polare.

Attorno al 1800 a.C. subentra l’era dell’ariete, in Egitto il dio Api viene sostituito con la venerazione di un montone (Amon-Ra), divenuto per i romani il dio Ammone. Non dimentichiamo che l’ariete è un simbolo di fuoco, e che per testimoniare il passaggio dall’era del toro a quella dell’ariete nell’induismo, Visnù si reincarna nel dio Agni, divinità del fuoco. Per i sacerdoti indiani di questo periodo le corna di ariete rappresentano il simbolo del clero, così come avviene contemporaneamente in Egitto. Nello stesso periodo troviamo un’ennesima incarnazione di Visnù nel dio Rama che attribuisce a se stesso il simbolo dell’ariete. Anche Shiva viene identificato come un ariete che è «capo del gregge umano». L’effige di Alessandro Magno su alcune monete viene ritratta con le corna di ariete, egli infatti ha la pretesa di giustificare la sua diretta discendenza con Zeus, cosa confermata anche all’oracolo di Siwa in Egitto dove i sacerdoti lo confermano faraone e figlio di Amon-Ra.

Nella Torah ebraica il passaggio tra l’era del toro e l’era dell’ariete si evince dall’esegesi astrologica del libro dell’Esodo. La figura di Mosè è sacra a musulmani, ebrei e cristiani. Mosè conduce gli ebrei fuori dall’Egitto e questo episodio viene celebrato con la Pasqua (dall’aramaico Pesach, che significa PASSAGGIO), ma Dio non si è ancora rivelato loro con la formula “io sono colui che è”. Quando Mosè salì sul monte Sinai, gli ebrei che lo attesero per un lungo periodo, non avevano accettato ancora la figura di un dio impersonale, perciò chiesero ad Aronne di dare loro un dio che li condusse oltre il deserto ed egli costruì un vitello d’oro. Quando Mosè tornò dal popolo d’Israele fece uccidere coloro che adoravano l’idolo taurino e consegnò loro le tavole della legge. A seguito di questo fatto Mosè ordinò ad Aronne di prendere un ariete e di immolarlo perché fosse consacrato come sommo sacerdote col sangue dell’animale sacrificato.

L’era dell’ariete termina circa attorno all’anno 0, quando “l’agnello di Dio” Gesù Cristo viene immolato sulla croce dando così inizio all’era dei pesci. O meglio, oggi sappiamo che molto probabilmente Gesù di Nazareth nacque qualche anno prima dell’anno 0. A porlo in quella data (presa a riferimento storico da tutto il mondo) furono i romani che consideravano quell’anno la fine astrologica dell’era dell’ariete. Per le credenze dell’epoca il cambio di un’era doveva assolutamente portare con se un avvenimento eclatante, e la venuta del Messiah fu la risposta al quesito. L’agnello/Cristo che si circonda di dodici apostoli, buona parte dei quali pescatori, che li avvia alla pesca miracolosa, per non parlare della moltiplicazione dei pani e dei pesci, porta con sé una nuova tradizione. Il dio di fuoco dell’ariete, del roveto ardente, dei castighi di fuoco, cede il passo ad un ixthus_0Dio misericordioso e “pescatore” di anime. Indiscusso è il simbolo dei pesci, diffusissimo nelle catacombe dei primissimi cristiani perseguitati in cui veniva inscritto l’acronimo greco ΙΧΘΥΣ (IXTHUS) di Iησους Xριστος Θεου Υιος Σωτηρ (Gesù  Cristo, Figlio di Dio, Salvatore), poiché in greco ixthus significa anche pesce. L’era dei pesci è sinonimo dell’era cristiana, che per gli antichi avrebbe avuto un termine con l’avvento dell’armageddon, quando sarebbe arrivata la resa dei conti. E rieccola quella grande dicotomia iniziale, il bene e il male. Chissà se chi concepì l’Apocalisse, non intendesse proprio la fine dell’era dei pesci, quando l’intero ciclo plurimillenario dell’anno platonico si sarebbe chiuso. Secondo la concezione media della sequenza delle ere astrologiche questo momento cadrà pressappoco attorno al 2150 d.C. Ma per alcuni questo passaggio varia di secoli, a seconda di dove viene collocato il confine immaginario tra le costellazioni, ad esempio per i Maya la fine dell’anno platonico e l’ingresso nell’era dell’acquario doveva avvenire nel 2012. In qualunque anno avvenga, sarà allora che si ricomincerà un ciclo nuovo con l’era dell’acquario (primo segno dello zodiaco). Chi utilizzava l’astrologia per comprendere il volere divino forse pensava che in quell’era avremmo avuto la pace e la concordia, ma conoscendo il vero volto dell’uomo, penso di dover affermare che serviranno molti secoli prima che ciò avvenga.

IL CULTO DEL SOLE HA IMPOSTO IL MONOTEISMO

Il sole è il corpo celeste più luminoso, condiziona più di ogni altro l’agricoltura e la vita. Nell’ottica di una cultura fortemente condizionata dall’astrologia non poteva che avere un’attenzione privilegiata. Così in qualsiasi religione, dalle Ande all’Arabia, il sole ha finito per essere identificato come il signore indiscusso del pantheon divino, superiore agli altri dei (enoteismo), per poi soppiantarli condizionando quello che diverrà in seguito il monoteismo.

Perfino in Cina, Indonesia, Africa, Australia e nelle Americhe antiche tradizioni rimandano al culto del sole. Ma quella che più di ogni altra ha influenzato le credenze e le tradizioni nei millenni è la divinità proto-indoiranica Mitra. Il culto del mitraismo nasce in India come precedentemente descritto, solo in seguito si diffonde in Persia e in Egitto. Nel primo caso assume diverse caratteristiche nel corso dei secoli inseredosi nello zoroastrismo. Una religione a cui aderiscono ancora 500 mila fedeli (appartengono principalmente all’etnia Parsi) che viene identificata anche col nome di mazdeismo. Fu la religione più diffusa di tutta l’Asia fino alla comparsa dell’Islam e per molti aspetti racchiude alcuni elementi che ritroviamo nel cristianesimo e che si incrociano con esso. Ad esempio secondo molti studiosi, i magi che portarono doni a Gesù erano mazdei. I mazdei professavano una religione secondo cui Ahura Mazda era il signore supremo, e identificato con la luce e con il fuoco. Egli agisce tramite Spenta Mainyu (in avestico “santo spirito”) di cui è padre, i sei amesha spenta, “santi immortali”, sorta di arcangeli, e gli yavata (venerabili), analoghi agli angeli minori, fra cui Mitra è il più importante. Il nemico di Ahura Mazda è Angra Mainyu, (spirito malvagio), dio del male, della menzogna, delle tenebre e dell’impurità. Secondo l’Avesta (libro sacro) l’era finale, in cui il Bene e il Male saranno separati e il Bene vincerà sul Male, grazie all’intervento di un Saoshyant (“Salvatore”), nato da una vergine della genia del profeta Zoroastro, che risorgerà dalla morte per essere giudice nel Giudizio Finale. Gli zoroastriani considerano l’anima la parte importante a differenza della carne. Essi non osano seppellire i morti né bruciarli, per non intaccare la purezza della terra e del fuoco dove risiede Ahura Mazda, e credono nella resurrezione dell’anima dopo 3 giorni dalla morte. Ciro il Grande (re di Persia di stirpe achemenide) pur essendo zoroastriano riconobbe il Dio di Israele come “il Signore del Cielo”, come per dire che era la stessa cosa di Ahura Mazda. Fu proprio lui a lasciare libero il popolo ebraico che viveva in Persia dalla deportazione di Nabucodonosor II in quello che passò alla storia come “la cattività babilonese”, e fu sempre lui a concedere agli ebrei la ricostruzione del Tempio di Salomone a Gerusalemme. Lo zoroastrismo influenzò ulteriormente la chiesa cattolica nel IV secolo d.C., quando fu condizionata da Sant’Agostino di Ippona, dottore della chiesa ed ex manicheo. Il manichesimo da lui precedentemente adottato si fondava sulla visione dualistica zoroastriana, visione che egli sottolineo con vigore quando divenne un grande teologo della chiesa romana.

Tornando alle varie sfaccettature del mitraismo, sappiamo che nell’impero romano, attorno al I e II secolo, la cultura latina fu notevolmente influenzata dai culti orientali. Nel pantheon dell’impero romano subentrerà la figura mitologica di Mitra, e da esso più tardi nascerà un filone di monoteismo solare quando si instaurerà il culto del Sol Invictus festeggiato il 25 dicembre (data in cui ricadeva il solstizio d’inverno nel calendario romano). Per la prima volta a Roma si faceva riferimento ad un unico dio per volere della dinastia imperiale dei Severi. Una credenza che per oltre un secolo dovette contendersi il titolo di religione di stato con i seguaci delle antiche dottrine pagane, e con i cristiani che alla fine vinsero lo scontro quando Teodosio I proclamò quest’ultima religione di stato nel 380 d.C.

Il dio Aton irraggia Akhenaton e Nefertari

Il dio Aton irraggia Akhenaton e Nefertari

Il mitraismo non mancò di plagiare anche le credenze dei faraoni d’Egitto. In questo paese sin dalle origini più remote il sole era associato alle grandi divinità come Horus, ma quando arrivò il mitraismo esso portò un cambiamento con la venerazione di Osiride che spinse in seguito il faraone Akhenaton a cancellare le divinità egizie per istituire un monoteismo solare attorno al 1350 a.C. Fu allora che in tutto l’Egitto venne imposto Aton (dio sole).

Questo capriccio faraonico non condizionò più di tanto la civiltà del Nilo. Infatti alla morte del re, il clero sacerdotale, fortemente inviso a questo dogma, ripristinò le divinità precedenti considerando l’atonismo un’eresia.

Culto in voga per così pochi anni, forse non ne avremmo mai parlato, non fosse che le sue tracce sono direttamente ascendenti alle tre grandi religioni monoteistiche nel nostro tempo. In realtà pur non convincendo gli egizi, questo culto fu preso con particolare attenzione dagli ebrei che risiedevano e lavoravano nel regno.

Ora, sappiamo tutti come la religione narra l’Esodo e la storia di Mosè, quello che però l’archeologia insegna è che non risulta esservi mai stata alcuna fuga di schiavi dall’Egitto. Quello che è vero, è che nei secoli in cui sarebbero avvenuti i fatti, in Egitto era presente una popolazione che gli egizi chiamarono Hyksos. Sarebbe stato un popolo migrato dalle terre oltre la penisola del Sinai, e si sarebbe stabilito in Egitto mantenendo una propria identità. Nello stesso periodo si registrano in Egitto alcuni cataclismi, assimilabili a quelle che potrebbero essere le piaghe d’Egitto descritte nell’Esodo, ma comunque avvenute in tempi distanti fra loro e non tutte contemporaneamente. Alcuni hyksos scalarono la società egizia ricoprendo ruoli sempre più importanti e costruendo città indipendenti, fino a divenire faraoni essi stessi. Una convivenza difficile con alterne fasi politiche in un periodo di tempo piuttosto lungo che comprese un periodo di ben 4 dinastie egizie. La storia archeologica narra che gli hyksos non fuggirono dall’Egitto, furono cacciati.

Pensando alla loro migrazione in Egitto viene quasi da pensare alla storia di Giuseppe, ebreo divenuto vicere d’Egitto, suo padre Giacobbe è spesso chiamato “Israele”, come a personificare un intero popolo. Egli arriva in Egitto e chiama suo padre Israele e i suoi 12 fratelli a seguirlo (12 come le tribù d’Israele, come i segni dello zodiaco, come i discepoli di Zarathustra e come gli apostoli di Gesù), questi anche a causa delle siccità e dei periodo difficili nella terra di Canaan decisero di raggiungerlo.

YsrirSe osserviamo che nella Genesi tra i nomi degli dei di Canaan figurano El-Shaddai, Elhoim e Adonai, il richiamo vocale ad Aton con quest’ultimo è forte. Nelle antiche tradizioni ebraiche, quando nei testi si trovava il nome YHWH (Yavè) il lettore non potendolo pronunciare lo leggeva “Adonai”. Aggiungiamo che nella stele di Merneptah del 1208 a.C. circa, fu riportata una vittoria militare degli egizi contro una popolazione cananea definita Ysrir (secondo molti studiosi significa Israele). Nella porzione di testo qui sopra si nota che la parola Ysrir non è sormontata dall’immagine di montagne e fiumi come solitamente indicavano i geroglifici per simboleggiare che la parola in questione rappresentava uno stato, ma è sormontata da un uomo e una donna, come ad indicare un popolo nomade. Il testo della stelle nelle ultime righe afferma: «Canaan è privato di ogni sua malvagità; Ashqelon è deportato; ci si è impadroniti di Ghezer; Yanoam è come se non fosse più; Israele è annientato e non ha più seme».

La damnatio memoriae che colpì l'immagine di Nefertari

La damnatio memoriae che colpì l’immagine di Nefertari

Forse questo episodio militare fa parte della vendetta del clero egiziano che dopo aver scacciato gli hyksos, tenta di estirpare gli “atonisti” e cancellare ogni traccia del loro faraone Akhenaton, condannandolo alla damnatio memoriae (pratica riservata alla cancellazione dei simboli di un periodo istituzionale che non si vuole ricordare, vedi in ultimo caso il fascismo in Italia e il nazismo in Germania). Molte raffigurazioni di Akhenaton furono colpite a scalpellate, e molti documenti recanti il suo nome furono cancellati. Quella dell’Esodo non fu una rivoluzione di schiavi, ma una battaglia religiosa dove probabilmente alle povere popolazioni semite che abitavano la valle del Nilo fu imposto il culto del faraone per contrastare il potere sacerdotale.

Se non bastasse quanto già detto per comprendere l’influenza di questa storia nelle tre religioni del mondo indoeuropeo attuale, v’invito ad ammirare il fascino del “Libro dei Morti” apparso molto probabilmente attorno allo stesso periodo (cioè nel Medio Regno). In esso si narra il viaggio del dio sole nell’oltretomba e balza all’occhio uno dei racconti in cui, di fronte al giudizio del dio, un defunto afferma: «Io non ho rubato»; «Io non ho ucciso»; «Io non ho detto bugie»; frasi che in seguito per ebrei e cristiani sono diventate “non rubare”, “non uccidere”, “non dire falsa testimonianza”.

ASPETTI PERSONALI

Potremmo aprire ulteriori discussioni che si riallacciano a questo affascinantissimo tema così ancestrale. Potrei narrarvi della storia di un bambino, figlio di una sacerdotessa, abbandonato alle acque di un fiume dentro una cesta e divenuto principe e re. Non parlo di Romolo, e nemmeno di Mosè, ma di Sargon di Akkad la cui storia fu scritta quasi 4300 anni fa. Mi diletterei a raccontarvi la storia di Atrahasis, scritta circa 3900 anni fa, a cui una dea annunciò l’arrivo di un diluvio universale e gli consigliò di costruire un arca, di renderla impermeabile con del bitume e di farvi salire una coppia per ogni essere vivente. Storie babilonesi a cui devono aver attinto i cananei durante il periodo della loro deportazione, storie a cui lascio spazio per le vostre ricerche e la vostra curiosità.

Potrebbe sembrare ch’io abbia voluto scrivere questo saggetto per screditare la religione ed esaltare l’ateismo ma non è affatto così. Sono credente e queste conoscenze non mi hanno fatto dubitare in Dio, ma nella capacità degli uomini di saperlo ascoltare. Dio parla alla coscienza dell’uomo, e parla nella misura in cui noi possiamo comprendere quello che i cristiani chiamano Logos, il Verbo. Questo testo serve a capire che nei secoli l’umanità ha sempre cercato Dio, e spesso lo ha circondato di orpelli e di personificazioni. La coscienza parla agli uomini ed essi conformano l’etica alle proprie tradizioni, qui nascono le differenze tra le religioni. Perciò Gesù fu adattato al Sol Invictus e la Kaaba presente a La Mecca da sede della divinità maschile Hubal divenì il monumento sacro più importante del monoteismo islamico.

A volte il messaggio forte è quello più semplice, ma per esser creduto gli uomini lo ammantano di sensazionalismo. Perciò Mosè aprì le acque e Gesù resuscitava i morti e guariva i lebbrosi. Se avessero realmente fatto questo, i numerosissimi storici ad essi contemporanei ci avrebbero tramandato almeno gli eventi più significativi, invece buona parte delle fonti extrabibliche sono posteriori. Perché non si vuole credere che l’unico messaggio che annunciò il Cristo è l’amore, non avrebbe portato da nessuna parte sapere che l’unica cura che fece era quella dell’anima. Perciò, come accade per ogni personaggio straordinario, l’uomo circondò queste figure di miracoli straordinari che in fondo, sono inutili. Quale forza dà al messaggio divino sapere che Dio può oscurare il sole, ma non può esaurire le guerre? Dà più speranza sapere che Gesù guariva i lebbrosi, o sapere che ci ha dato una via per guarire le nostre colpe?

Cerchiamo di riconoscere nelle tradizioni il vero messaggio, quello che cambia l’uomo nei secoli, quello che porta armonia e pace, verità e amore, il resto tramonterà nella storia insieme alle nostre civiltà.

Alberto Fossadri

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

karl-marx

Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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NEOLIBERISMO, la dottrina dei potenti

E’ necessario capire cosa sia il Neoliberismo, un indirizzo di pensiero economico, o meglio una dottrina economica che ripropone il modello del liberismo ottocentesco nella sua versione più pura, che ha lo scopo di eliminare lo Stato dal mercato credendo che ciò favorirebbe la libera concorrenza ed una forma di “autoregolamentazione” del mercato. Come a dire che in un asilo, lasciare i bambini liberi da ogni regola garantirebbe un’equilibrizzazione autonoma degli stessi. Cosa che dobbiamo convincerci, non accadrà. Lasciare briglia sciolta al mercato trasformerebbe il mondo in una giungla, ben peggiore di quella in cui ci troviamo ora. L’allusione ai bambini dell’asilo non è casuale, una grande società finanziaria, o una corporation multinazionale non si comporta molto diversamente: vuole massimizzare i profitti egoisticamente senza badare a sfruttamento dei lavoratori, delle risorse o alla violazione delle leggi, tende a monopolizzare il proprio dominio e creca in ogni maniera di escludere la piccola concorrenza facendo “cartello” con i suoi simili.Lo Stato è il solo che ha il potere di stabilire un equiibrio nel mercato e di assogettarlo a ciò che il mercato dovrebbe servire: lo sviluppo sociale e la creazione del lavoro. Con la rivalsa della dottrina economica liberista dalla fine degli anni ’70 al centro degli obiettivi dei paesi occidentali non si trova più l’uomo, ma il profitto. E chi sciaguratamente pensasse che il profitto viene utilizzato per lo sviluppo sociale, dovrebbe analizzare i dati sulla crescente disparità tra ricchi e poveri, sulla continua obsolescienza dei prodotti che creiamo, e dovrebbe iniziare a riflettere sulle parole dell’economista Perroux «il futuro apparterrà ai paesi con una povertà in grado di generare profitto» valutando conseguentemente gli effetti di questa formula applicati agli USA, dove la massimizzazione dei profitti d’impresa ha creato una popolazione in grado di consumare e di produrre al minor costo, con la falsa situazione di uomini liberi ma in realtà schiavi del debito. Lo statunitense medio di 30 anni, ha in carico due mutui: quello sulla casa e quello sugli studi universitari (solo questi in media 80.000 $), paga l’auto a rate, e deve decidere se mandare i figli in una buona scuola o se fare l’assicurazione sanitaria. Hanno psicologicamente trasformato questa “scelta” in “libertà”, e hanno reso un intero popolo non in grado di comprendere che un uomo che deve scegliere tra la propria salute e l’istruzione dei propri figli non è un uomo libero!

Il neoliberismo è una costola del capitolo globalizzazione, incredibilmente sottovalutata nella storia contemporanea. Nei libri di storia, specialmente nei manuali scolastici, la questione è trattata en passant riferendosi a Ronald Reagan e Margaret Thatcher: i leader conservatori che ai primi anni ottanta hanno introdotto, in politica interna, radicali riforme in senso liberista. In realtà i protagonisti di questa storia, dalle radici profonde e dagli effetti globali, sono molti di più, anche se meno “popolari”.
Friederich von Heyek alla guida della scuola austriaca, e Milton Friedman con la sua scuola di Chicago per esempio. I guru ideologici di questa dottrina economica. Ma tutto iniziò nel XVIII secolo con Adam Smith e la sua teoria della “mano invisibile”; David Ricardo formulò la teoria del libero scambio partendo dalla condizione dell’Inghilterra della prima rivoluzione industriale: un paese dominante nel mondo, all’avanguardia tecnologicamente e con un vasto impero coloniale da sfruttare. Su quella base teorica furono abolite le corn laws (dazi doganali a protezione del grano britannico) e propugnato il laissez-faire (nessuna ingerenza dello stato nell’economia e nella società) come ricetta universalmente valida per lo sviluppo industriale.
Fu la crisi del 1929 a segnare definitivamente il pensiero politico-economico che da qualche decennio iniziava a ipotizzare interventi di natura statale nel mercato. Pioniere di quest’altra economia possibile fu il britannico John Maynard Keynes con il fondamentale testo The General Theory of Employment, Interest and Money (1936). L’esperienza politica della socialdemocrazia svedese stava già elaborando piani di profonda integrazione tra libero mercato e azione socio-economica dello stato; il crollo dell’economia americana del 1929 segnò la fine della fiducia nel sistema del libero scambio che aveva permesso alla finanza di scavalcare l’economia reale, scollegandosi letteralmente da essa. Anche la nuova amministrazione di Frank Delano Roosevelt si defilò dalla dottrina liberista e ideò il “New Deal”.
In Italia il regime di Benito Mussolini aveva da tempo ostacolato il liberismo e stava dando ampio spazio a quella che Wiston Churchill definì la Terza Via fascista tra socialismo e capitalismo. Furono periodi di grandi riforme sociali e di grandi interventi statali nel mondo dell’economia reale e della finanza. E’ soprattutto il caso dell’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industrale) che farà fronte alla crisi seguita al grande errore del fascismo con il tracollo della lira del 1927 (quota 90) e successivamente resisterà alla depressione del ’29. L’IRI, è il caso di ricordarlo, subirà grandi privatizzazioni, come Eni, Enel e Telecom, prima negli anni ’80 con la dirigenza di Prodi e poi negli anni ’90 fino ad essere totalmente smantellata con l’ingresso dell’Italia nell’€uro. Ricordiamo che ancora nel 1992 l’IRI risultava la settima più grande azienda del mondo dopo sei società americane.

Nonostante la crescita spaventosa delle economie di mezzo mondo a partire dagli anni ’30, una piccola cerchia di professori e studenti sviluppò una nuova dottrina anti-keynes. Il centro di questa corrente di pensiero fu l’Università di Chicago e il grande ideologo fu l’economista di scuola austriaca Friederich von Heydek. Le sue lezioni propugnavano un mondo ideale totalmente regolato dalle leggi economiche, senza interferenze da parte dello stato. Un mondo ovviamente irreale; nella realtà invece milioni di persone in Europa e in America, negli anni ’50 e ’60 poterono curarsi gratuitamente, percepire reddito anche in situazioni di malattia, infortunio, ferie, disoccupazione; accedere a una pensione di anzianità; usufruire di strutture decenti per l’istruzione, l’assistenza all’infanzia; usufruire di efficienti sistemi di trasporto ferroviario, strade nuove e scorrevoli, quartieri finalmente vivibili…eccetera eccetera. Le economie “aiutate” dai capitali statali, spesso da aziende nazionalizzate, fornivano servizi essenziali a prezzi irrisori: luce, acqua, gas diventarono comuni nelle abitazioni delle principali cittadine dei paesi industrializzati.

Negli anni ’70 si fece spazio questa nuova dottrina, aiutata da uomini dell’alta finanza che iniziavano a temere il potere del lavoro contrattuale e della redistribuzione della ricchezza, e il carismatico allievo di Heydek, l’americano Milton Friedman ebbe gioco facile in un quadro economico reso instabile dalla crisi petrolifera che seguì alla guerra del Kippur. La ricetta di Friedman è indicata nel suo Capitalismo e libertà e rappresenta la mappa di riferimento per le politiche che hanno dominato il mondo dagli anni ’80 a oggi e che spesso inducono a riflettere sulle politiche di Austerity dell’Unione Europea:

1)   Deregulation: riprendendo la teoria di Ricardo sull’abolizione dei dazi doganali, e più in generale delle tasse protezionistiche, viene auspicato l’annullamento di tutte quelle regole e norme che limitano l’accumulazione del profitto. Inoltre riproponeva la liberalizzazione del flusso di capitali, che finì per indurre le società ad investire i loro capitali nei paesi dove la manodopera costava meno (alla Cinese) togliendo lavoro agli operai occidentali e limitandone la il potere d’acquisto. La deregolamentazione del sistema bancario inneggiata in tale teoria porterà anche all’abolizione del Glass Steagall Act che separava fino a quel momento le banche d’investimento dalle casse di risparmio, rendendo preda degli speculatori anche il capitale dei risparmiatori.

2)   Privatizzazione: è la pietra angolare del neoliberismo. Partendo dal dogma della maggiore efficienza dei privati rispetto  al pubblico (cosa non vera come dimostrano i prodotti sempre più scadenti rispetto al passato, frutto di un’obsolescenza programmata, e come in Italia è dimostrato dal caso Alfa Romeo), viene auspicato la sostituzione dei servizi pubblici con servizi privati e privatizzati. Friedman proponeva la privatizzazione della Sanità, delle Poste, della Scuola, delle Pensioni e dei Parchi Nazionali.

3)   Riduzione spese sociali: per ripulire l’economia inquinata dall’attività dello stato occorre ridurre drasticamente le spese sociali. Tagliare i fondi per il sistema pensionistico, l’assistenza sanitaria, il salario di disoccupazione eccetera. Friedman insisteva molto sulla riduzione delle tasse; devono essere basse e con tassazione fissa indipendente dal reddito (cosa che faceva contenti i ricchi).

NasdaqLa grande epoca della speculazione ha riproposto lo scenario dove la finanza fa da padrona mentre dovrebbe essere asservita all’economia. Lo dimostrano l’andamento delle borse americane, dove ancora una volta la finanza si dimostra scollegata dall’economia. Se si osservano i grafici di andamento di Wall Street si nota come nonostante il fallimento di grossi colossi industrali e finanziari, e la pressante recessione economica, dopo il crollo del 2007/2008 il valore dei titoli azionari è in costante salita e nessuna banca è più fallita da allora.

La storia dello scontro tra keynesismo e ultraliberismo

Ma la gente non comprende, non si vuole interessare dell’argomento “economia”, troppo complesso… e intanto si lasciano distruggere dalla Shock Therapy descritta dalla giornalista canadese Naomi Klein nel saggio “Shock economy”, pubblicato nel settembre del 2007, dove denuncia il carattere antidemocratico del neoliberismo. Il libro studia gli effetti e le applicazioni delle teorie liberiste di Milton Friedman e della Scuola di Chicago in diversi Stati del pianeta, dagli anni sessanta fino al 2007. La tesi è che attraverso pratiche spregiudicate, che comportano l’uso dei media e lo sfruttamento della confusione e dello shock causati da eventi come guerre, cataclismi, crisi economiche pilotate, le grandi istituzioni finanziarie mettano sotto pressione i governi tramite lo strumento del debito (Banca Mondiale, WTO, FMI) per far approvare riforme liberiste contro gli interessi generali delle popolazioni e a favore di lobby e multinazionali. L’applicazione di queste politiche (che prevedono privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica con conseguente smantellamento dei servizi pubblici e liberalizzazioni dei salari) viene effettuata sempre senza il consenso popolare, approfittando dello stato di shock in cui versano le popolazioni, ed ha come esito finale la crescita della disoccupazione, il generale impoverimento delle masse e la progressiva concentrazione del potere politico ed economico dello Stato nelle mani di un numero esiguo di privati cittadini.

Alberto Fossadri

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Fonti:
http://files.meetup.com/1812775/Neoliberismo%20in%20sintesi.pdf
http://storiacontemporanea.eu/globalizzazione/il-neoliberismo
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/economia-neoliberismo-che-uccide-indirettamente/561377/
http://www.archiviostoricoiri.it/index/pagina-80.html

Evoluzione economica dell’Italia

Breve excursus storico del sistema economico/monetario dell’Italia

1944: Bretton Woods. Gli USA impongono un sistema monetario a cambi fissi basato sul dollaro, convertibile in oro (gold standard). Il dollaro diventa valuta di riserva mondiale. I paesi mondiali dovevano mantenere fisso il cambio della loro valuta col dollaro. Creazione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), per aiutare gli stati in difficoltà con i pagamenti

1960: il dilemma di Triffin. Gli USA stampano moneta solo per sé stessi (ma allora il mondo in crisi del secondo dopoguerra non avrà di che comprare i loro prodotti) oppure stampano per tutti per favorire la ripresa mondiale e le loro esportazioni (e allora rinunciano alla convertibilità in oro)?

1961: Mundell (uno dei padri dell’euro) pubblica la teoria delle Aree Valutarie Ottimali (AVO) che gli varrà il Nobel. Un’AVO deve avere perfetta flessibilità di prezzi e salari e perfetta mobilità di capitali e fattori produttivi.
Altrimenti in caso di crisi é destinata a crollare. In pratica, in un’unione monetaria di paesi diversi in cui sopraggiunga una di crisi, o i paesi in difficoltà accettano deflazione salariale e/o emigrazione, o l’unione crolla. Vi ricorda qualcosa?

1971: Nixon shock. Si avvera la previsione di Triffin. Nixon abolisce il gold standard, tutte le monete mondiali si sganciano dal dollaro e il loro cambio comincia a fluttuare (situazione attuale). Fu il ragnarok valutario? Mhhhh…No!

1973: primo shock petrolifero. La guerra in Yom Kippur fa quadruplicare il prezzo del greggio e provoca recessione e inflazione a due cifre in tutto il mondo. Inizia l’austerità energetica. Nel 1976 la lira per difendersi svaluta del 50% e l’Italia torna a crescere

Rapporto Debito-PIL1979: l’Italia entra nel Sistema Monetario Europeo (SME). Ovvero una piccola Bretton Woods. Gli stati europei membri si impegnavano a mantener fisso il cambio rispetto all’ECU (European Currency Unit). L’ECU era un’unità di conto il cui valore era dato dalla media dei cambi valutari dei paesi membri. NON viene previsto alcun ente per aiutare i paesi in difficoltà. Rivoluzione
iraniana e secondo shock petrolifero. Il prezzo del greggio triplica, con le stesse conseguenze recessive e inflazionistiche del ’73. Eh sì, la superiflazione non era dovuta alla nostra stampa difensiva di moneta…

1981: divorzio tesoro-Banca d’Italia. Il governo Andreatta, per “bloccare l’inflazione”, cancella l’obbligo per la banca centrale di acquistare titoli di stato italiani. Viene abolito il vincolo di portafoglio (obbligo per le banche italiane di detenere una quota minima di titoli di stato italiani), il che rende oggi lo stato ricattabile dalle banche stesse (“o fai xxx o noi vendiamo i tuoi titoli. E salutaci lo spread…”). L’inflazione cala, ma solo perché il prezzo del petrolio cala del 75%… In compenso esplodono tassi di interesse, spesa pubblica per interessi, debito pubblico e disoccupazione

1987: entrata nello SME credibile. Nello SME erano previsti periodici aggiustamenti dei cambi valutari, che dovevan fluttuare intorno alla media (“serpentone monetario”), ora non é più possibile. Di fatto é come un’unione monetaria completa. L’elevata inflazione italiana inizia a logorare la competitività dei nostri prodotti rispetto al centro europa.
Né SME credibile né divorzio furono decisioni prese dal parlamento né dal consiglio dei ministri. NESSUNA legittimazione democratica!

1992: la lira esce dallo SME. Il governo Amato, dopo aver abolito le ultime vestigia di indicizzazione dei salari (la “scala mobile”, già pensionata da Craxi nell’85), é costretto a svalutare la lira del 20% (dall’insostenibilità di un cambio fisso sopravvalutato rispetto ai fondamentali economici italiani e non certo dalla speculazione di Soros né da mistiche svalutazioni “competitive”…). L’inflazione cala di 1 punto, la crescita del PIL é sul 3%

1994: abolizione della distinzione fra banca ordinaria e banca d’affari. Viene abolito il famoso Glass-Steagall act del 1933. Diviene possibile operare sui mercati a fini speculativi anche per enti bancari che dovrebbero occuparsi unicamente di garantire il credito e il risparmio dei cittadini. I salvataggi statali di istituti in sofferenza in Europa non si conteranno più, con grave ricaduta sui debiti pubblici e sul risparmio privato…

1996: la lira rientra nello SME. Il premier Prodi ottiene il riallineamento con i parametri di Maastricht con la durissima tassa sull’Europa, promettendo prosperità per tutti e credibilità internazionale in cambio di una valuta sopravvalutata e dal valore rigido e prefissato. Nonsense…

1999: entrata dell’Italia nell’euro. Vi ricordate il meraviglioso cambio 1000 lire=1 euro regalatovi dal pressapochismo nei controlli del governo Berlusconi sulla transizione lira-euro? Si, in teoria era 1 euro=1936,27 lire… in teoria. Conseguente crollo del potere d’acquisto in Italia

2003: prime riforme Hartz del mercato del lavoro tedesco. Vengono offerti minijobs pagati 400 euro al mese senza contributi, finanziando i necessari ammortizzatori sociali con la spesa pubblica, sforando i parametri di Maastricht. Politica feroce di deflazione salariale competitiva e repressione della domanda interna tedesca. Ora più di 7 milioni di lavoratori tedeschi hanno un minijob (di cui 5 come unica occupazione). Il 20% della loro forza lavoro é sottopagata e l’iniquità sociale é ai massimi storici

2007: crisi dei mutui subprime negli USA e fallimento della banca Lehman Brothers. Poi la crisi ha colpito duro anche qui.

Ma cosa sapete DAVVERO sulla crisi finanziaria?

Vedi Anche:
NeoMercantilismo tedesco
L’Italia SVENDUTA, le privatizzazioni degli anni ’90

Fonte: https://docs.google.com/file/d/0B2cL2pcctxDed3FheU1reTlxdFk/edit?usp=sharing&pli=1