C’è ancora bisogno di competizione?

Cercando di dare un’immagine alla frustrazione che si prova certe volte, quelle volte che proprio non si riesce a capire perché la storia si ripeta sempre, perché la gente semplice debba sempre subire le angherie dei prepotenti, sono giunto alla conclusione che esiste una base culturale estremamente fondamentale di cui dobbiamo prendere coscienza se vogliamo veramente che le cose cambino.

La storia pare ciclica, altalenante, ma in realtà le variazioni all’ordinamento sociale che si sono susseguite nei secoli sono mezzi cambiamenti, distorsioni momentanee della realtà, che nel breve di pochi anni tornano a riflettere le stesse dinamiche sociali, economiche e culturali. Le rivoluzioni, l’evoluzione della filosofia, poco hanno realmente influito in quello che è il grande gioco della specie umana.

Il demone, l’archetipo che caratterizza l’istinto sociale della nostra specie è il senso del dominio. E questo si palesa negli appartenenti all’establishment come nel più miserabile degli sfruttati. L’uomo è veramente lupo dell’altro uomo, tutti i giorni. E non parlo delle guerre, dei giochi della grande finanza e del mondo del potere; parlo di ognuno di noi. Ci danniamo costantemente per avere un lavoro, per trovare un affare, per fare carriera o avere solo una piccola promozione aziendale. Per quale motivo lo facciamo? Per guadagnare di più? Forse… ma in termini reali questo in cosa si traduce? In una migliore posizione sociale. Aspiriamo ad acquisire una posizione di vantaggio, ma su chi? Sugli altri è ovvio. Vogliamo aggiudicarci il privilegio di faticare meno degli altri. Vogliamo assicurarci una posizione accattivante per attirare una “femmina”. Vogliamo poter garantire a noi stessi e alla nostra prole maggiori possibilità di successo. Perciò ci chiudiamo in un anfiteatro di lotta quotidiana, un vortice di agonismo che si chiama competizione.

E questo è il concetto base della nostra vita e del nostro lavoro, rimasto invariato da quando procacciavamo il cibo e prendevamo a mazzate gli invasori del nostro territorio, in barba all’invenzione della scrittura, della filosofia, con buona pace della rivoluzione francese e dell’abolizione della schiavitù.

La competizione è figlia del senso di dominio. Il nostro “dominus” è la nostra ambizione: vogliamo una posizione sociale di privilegio. È la nostra natura.

Ecco perché dagli antichi babilonesi, fino all’epoca liberale, le cose non sono mai cambiate. Le istituzioni si sono trasformate, hanno cambiato l’abito, ma sono rimaste le stesse. Si sono semplicemente adattate al nuovo contesto, alle nuove credenze, alle nuove consuetudini, ma l’ordinamento sociale e il costrutto competitivo sono rimasti immutati.

Certo, contestualizzando alcuni momenti storici le cose sono cambiate realmente, ma per poco. Un’onda di marea si abbatte sulla spiaggia con la stessa velocità con cui ritorna in mare. Così la rivoluzione francese ha dato nuove sembianze ad un antico regime, quello dell’aristocrazia e della plebe, trasfigurandolo in capitale e lavoro. Il senso del dominio ha fatto si che il “nuovo corso” seguito ad ogni evento rivoluzionario, sia politico che culturale, rifiutasse tutto ciò che non rappresentava se stesso e ne entrava in competizione. In questo modo, il “nuovo corso” da progressivo è diventato conservativo, e ha sempre dominato oppressivamente per mantenere se stesso nel nuovo status quo. È successo anche ai regimi socialisti, che tutto avrebbero voluto diventare meno che questo. Giunti al comando, hanno iniziato a mantenere il nuovo ordinamento in competizione con coloro che chiamavano “reazionari”. Il potere conserva sempre se stesso. È la natura del dominio.

Ma tralasciando i macrosistemi ed entrando su ciò che è personale, per gli individui ha senso competere?

Recentemente sono stati pubblicati studi storici interessanti. È stato dimostrato come le cinque famiglie più ricche della Firenze del XIV secolo, siano le stesse famiglie più ricche della Firenze odierna. Quasi settecento anni dopo! Lo studio prendeva spunto da una ricerca compiuta in Svezia anni fa, in cui era dimostrato che anche lassù, nella modernissima e funzionalissima Scandinavia, le famiglie più ricche e potenti di oggi sono le stesse del XVIII secolo. Pensa che caso! Stesso discorso seguendo la progenie delle casate reali ancora esistenti. Risalendo per ognuna l’intricato albero genealogico per circa mille anni, risultano quasi tutte ascendenti agli stessi personaggi, in primis a Carlo Magno (vissuto 1200 anni fa). A buon intenditor poche parole!

Dovreste capirlo, è impossibile competere con certa gente, loro dettano le regole del gioco! È come sfidare un cavallo a chi corre più veloce! Per quanto ci si impegni, è impossibile vincere la competizione. Come si fa a competere con aziende che fanno cartello sui prezzi, se i cosiddetti proletari fanno la gara al ribasso per avere un posto di lavoro? Come possiamo sopravvivere ad un sistema dove gli stipendi sono congelati da 30 anni ma i profitti delle aziende sono cresciuti di continuo?competizione

Eppure ci continuano a propinare questa favoletta, tipo il “sogno americano” che se ti impegni, anche tu puoi entrare a far parte di quelli che hanno successo. È la religione moderna, infarcita di film come “Alla ricerca della felicità” o “The Wolf of Wall Street”. E alcuni ci cascano, alcuni hanno un discreto successo e pensano di essere diventati dei capitalisti. Alcune aziende, o figure professionali, in particolare gli studi di consulenza, le società di servizi o prodotti per l’industria, hanno dirigenti che possono sì giocare in parte sul plus-valore, ma non dettano le regole del gioco. Sono solo intermediari del sistema, sono soggetti al volere dei veri capitalisti che per definizione sono coloro che detengono i mezzi di produzione.

È impossibile cambiare le cose se la percezione delle relazioni sociali rimane la stessa. L’ambizione principale di ogni individuo resta quella di competere con altri individui per garantirsi una posizione sociale, che di superiore non ha proprio nulla (perché faticare 10 anni per passare da commessa a cassiera quando nel mondo c’è chi nasce Lord, mi pare alquanto ridicolo!). Quindi se non oltrepassiamo questo tipo di logica, qualsiasi agglomerato di persone riunite in associazione o movimento politico, non farà altro che rimodellare le stesse dinamiche e dargli semplicemente un trucco di scena differente.

È su questo che bisogna lavorare! Ma il benessere dato dall’evoluzione scientifica e tecnologica (unica cosa in cui siamo realmente progrediti), non sta facilitando il compito, anzi! Dalla nascita del capitalismo, c’è chi ha intuito che proprio questo meccanismo mentale può rivelarsi utile e redditizio.

Dalla fine degli anni ’70 non si è fatto altro che alimentari interessi privatistici e particolari. Culturalmente si è distrutto quello che poteva rappresentare un’alternativa a questa visione di competizione sfrenata: il senso di comunità, solidarietà, associazionismo. Si certo, quando vince la nazionale di calcio siamo ancora tutti fratelli per qualche minuto, e quando un terremoto rade al suolo qualche comunità dell’appennino riusciamo ancora a trovare un briciolo di umanità, ma quando abbiamo l’opportunità di fare le scarpe agli stimatissimi colleghi del nostro ufficio per 100€ in più al mese non ci pensiamo due volte.

Ma realmente ci tenete a vendere l’anima e spezzarvi le ossa per potervi permettere una vacanza a Corfù invece che nella solita pozza d’acqua puzzolente dell’Adriatico, o per comprarvi un paio di scarpe alla moda a cui io di certo non farò mai caso (proprio perché le mie priorità sono altre)?

Competiamo l’un l’altro per delle briciole, perché in fondo se io circolo con una Punto piuttosto che con un’Audi, la differenza sta solo nelle convenzioni sociali, nella percezione delle cose. Perché state certi che l’Audi ti porta negli stessi posti della Punto.

Magari a me che della bella auto non frega nulla, frega di non vivere per lavorare, ben consapevole che la vera forma di ricchezza è il tempo. Perché non capirò mai la baggianata che la ricchezza si misura in valori econometrici (che in fondo la gran parte di noi nemmeno sa dove e come vengono stabiliti). Il tempo, da poter dedicare a ciò che interessa, a ciò che gratifica, a chi si ama, riempie la vita diversamente da qualche decina di cavalli del motore in più. E poi stai a vedere che col tempo risparmiato, con la Fiat Punto visito più posti di quelli che l’Audi se la possono godere solo la domenica pomeriggio (magari costretti ad accompagnare la moglie a fare shopping).

Il fatto è che io non ci sto ad avvalorare le tesi di Ludwig von Mises, secondo cui l’intero sistema economico è retto dall’invidia. E per lui in questo contesto l’invidia aveva un accezione positiva. Io proprio non voglio essere uno strumento giustificatore dell’invidia a cui proprio non riesco dare un valore “positivo”. Come non concepisco il perché per Adam Smith, nella sua teoria della “Mano Invisibile” la società prospera solo quando ognuno fa il proprio interesse, mosso dal suo egoismo.

Marx sosteneva che il “Valore” dato ad un prodotto con il “Lavoro” è dato dal tempo che serve nel processo produttivo per ricavare o trasformare quel prodotto. Secondo il pensatore di Treviri, l’uomo si distingue dall’animale quando comincia a produrre i propri mezzi di sussistenza: il lavoro e la produzione non sono quindi una condanna, bensì sono l’uomo stesso. Il lavoro è l’unica manifestazione della libertà umana.

Tuttavia, la condizione dell’uomo nella società capitalista si manifesta come alienazione: il prodotto del lavoro dell’uomo non è più suo, viene alienato dallo stesso uomo perché diventa proprietà privata dell’altro sotto forma di capitale. Non è l’operaio che adopera i mezzi di produzione ma viceversa. L’uomo non lavora più per se stesso, ma per qualcun altro sottoforma di merce lavoro (che è una merce peculiare perché l’uomo è l’unica merce capace di generare valore). A riprova di ciò si sente spesso definito il lavoratore come “capitale umano” di un’azienda.

Nella logica attuale il profitto è il Plus-Valore di una merce. Plus-Valore si traduce in Plus-Tempo che di fatto costituisce sfruttamento come furto del tempo altrui.

Per Marx, fino a che il lavoro è concepito come una prigione che sottrae tempo alle persone, impedendogli di esprimere appieno la loro umanità, l’uomo non potrà mai essere veramente libero.

Senza scendere nel banale, e senza esaltare l’ascetismo, prendiamo atto di una cosa. Ha scritto recentemente Massimo Fini: “tolto un tetto, dei vestiti e il cibo il resto è surplus”. Quindi, se il tempo è la vera ricchezza, è assurdo esaurire noi stessi per quel surplus. Soprattutto dopo che si è capito che del tempo impiegato per ottenerlo, buona parte non ritorna sottoforma di stipendio, o ricavo del piccolo artigiano, ma è sottratto dal sistema di produzione sotto forma di profitto e finisce ad ingrassare i patrimoni dei colossi finanziari.

E alla luce di ciò continuo a chiedermi: ha senso che tra noi poveracci sussista un clima di competizione?

Gandhi considerava la competizione come una forma di violenza, che mette gli uomini gli uni contro gli altri nel desiderio, mai placato, di avere o essere di più. Come dovreste aver già intuito, senso di superiorità è senso di dominio. Secondo il Mahatma, fondare un’economia sulla competizione significa stabilire, o rendere più solidi, i rapporti di forza.

Più globale è invece il pensiero di Juddu Krishnamurti che ci ha imposto una riflessione personale:

«Osservate cosa realmente sta succedendo in voi e al di fuori di voi stessi in quella cultura competitiva entro cui vivete, col suo desiderio di potere, posizione, prestigio, fama, successo, e tutto il resto – osservate i risultati di cui andate tanto orgogliosi, l’intero campo che chiamate esistenza e in cui c’è conflitto in ogni forma di rapporto, che alimenta odio, antagonismo, brutalità e guerre incessanti. Questo campo, questa vita, è quanto conosciamo, e poiché siamo incapaci di capire l’enorme lotta dell’esistenza ne siamo naturalmente spaventati e cerchiamo di evaderne in ogni sorta di modi sottilmente ingegnosi. Chiediamoci dunque, come esseri viventi in questo mondo mostruosamente brutto, se può avere fine questa società, fondata sulla competizione, sulla brutalità e la paura. Siamo, ciascuno di noi, responsabili di ogni guerra per l’aggressività della nostra vita personale, per il nostro nazionalismo, per l’egoismo, per i nostri dèi, pregiudizi, ideali; tutte cose che ci dividono. E soltanto rendendoci conto, non intellettualmente ma nella realtà dei fatti, come potremmo renderci conto d’aver fame o di sentire dolore, che voi ed io siamo responsabili di questo caos esistente, di tutta l’infelicità del mondo intero perché ad essa abbiamo contribuito nella nostra vita d’ogni giorno e perché facciamo parte di questa società mostruosa con le sue guerre, la sua bruttezza, la sua brutalità e ingordigia: solo allora agiremo».

Ancora più forte è la sentenza che ci fornisce e ci spinge a interrogarci su quanto l’uomo abbia fatto nel corso della sua storia, e su quanto dobbiamo fare:

«Considerando quello che il mondo è oggi, con tutta la sua miseria, i suoi conflitti, la sua sconcertante brutalità, l’aggressività e così via, l’Uomo è ancora com’era in passato: è ancora brutale, violento, aggressivo, competitivo, avido, e ha costruito una società basandosi su queste linee guida».

Quindi ritorno alla domanda che mi assilla: c’è ancora bisogno di competizione nel terzo millennio? Forse sì, forse no, io non mi considero la persona adatta a dare questa risposta. Certo è che per trasformare una società competitiva in una cooperante, servirà molto tempo. Occorre lavorare sul senso di comunità, ma è difficile che una generazione cresciuta a pane e agonismo sia capace di insegnare alle successive l’opposto. Quindi forse sì, ad oggi non siamo in grado di farne a meno, ma riconosco che con il grado di coscienza raggiunto dai tempi dell’uomo primitivo, la competizione non è più giustificabile, non è più accettabile. Preso atto di questo, possiamo lavorare sul nostro miglioramento. L’albero è maturo, iniziamo a cercare i rami da potare.

Alberto Fossadri

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-05-20/a-firenze-ricchezza-mano-stesse-famiglie-sei-secoli–155222.shtml?uuid=ADgKR4L
-Il Capitale – Marx ed Engels
http://www.uninomade.org/lavoro-e-tempo-di-lavoro-in-marx/
http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=25&id=447
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/andremo-a-sbattere-o-almeno-io-lo-spero/
-Gandhi – Christine Jordis
http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/attraversosecoli.htm

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DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

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Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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Obiettivo: distruggere la famiglia

Le politiche a favore della famiglia si sa, ultimamente sono passate di moda. In tutta la storia italiana il nucleo familiare ha svolto un ruolo sociale importante e riconosciuto. L’enciclopedia Treccani ne dà la seguente definizione:

Istituzione fondamentale in ogni società umana, attraverso la quale la società stessa si riproduce e perpetua, sia sul piano biologico, sia su quello culturale.

Insomma la famiglia è il modello base di ogni società, ed è fondamentale per ogni interazione umana. C’è un ulteriore ruolo sociale che solo la famiglia è in grado di interpretare, ed è quello su cui cercherò di concentrarmi: la protezione della prole dalla società stessa. Ovvero, riportando il concetto nell’occidente capitalista, la famiglia difende i valori umani e limita il condizionamento della società di consumo. E’ inutile dire che chiunque sia cresciuto in una famiglia “comune” ha assimilato dai propri genitori virtù, vizi, credenze e pregiudizi per il solo fatto di avere dei punti di riferimento, questo senza intralciare l’individualità di ciascuno. Mentre se prendiamo il caso di figli cresciuti in famiglie “allargate”, ragazzi con genitori separati, figure paterne doppie, fratellastri, o semplicemente famiglie separate in casa con padri spesso assenti o “impegnati” con le amanti, questi casi (in generale) soffrono della mancanza di punti di riferimento, spesso rifiutano gli insegnamenti e i dogmi dei genitori naturali perché rifiutano in principio di riconoscersi in essi e creano un vuoto di identità che va colmato con valori auto-assimilati.
Ma dove voglio arrivare: una persona che auto-assimila valori, magari in fase adolescenziale, o peggio durante l’infanzia (i periodi più vulnerabili dell’essere umano), generalmente non è in grado di valutare i messaggi della società perché non ha l’esperienza per farlo e perché non c’è nessuno che possa indirizzare le scelte del ragazzo o che possa impostarlo su una certa etica.
Dunque, nell’epoca della comunicazione di massa, l’individuo fuori dal contesto sociologico della famiglia diviene facile preda della dottrina capitalista, sempre pronta ad infondere le sue “regole del buon consumatore”.

Per comprendere basterebbe sapere che oggi, la pubblicità indirizzata ai bambini viene attentamente studiata da psicologi, che si avvalgono di studi di settore secondo cui, tra il 20% e il 40% degli acquisti di un prodotto per bambini, il genitore è stato spinto dall’insistenza del proprio figlio. Le corporations studiano questi comportamenti e aiutano i nostri figli a cercare comportamenti sempre più insistenti. Una delle regole fondamentali delle multinazionali, è quella di stabilire un rapporto con gli uomini sin da piccoli, cosicché da adulti saranno in loro pugno. Questa è la chiave della vittoria del capitalismo. Secondo Pier Paolo Pasolini, la società di consumo è riuscita laddove il fascismo ha fallito. Ha ottenuto l’omologazione di massa che Mussolini aveva tanto sperato quando intendeva “fascistizzare” gli italiani.

«Le corporations devono agire sul target della popolazione, hanno bisogno di una massa irrazionale di persone che acquisti beni di cui non hanno bisogno. Vanno sviluppati i cosiddetti “desideri creati”, quindi devi creare dei desideri, devi imporre alla gente la filosofia della futilità, devi farla concentrare sulle cose più insignificanti della vita, come gli articoli alla moda. L’ideale è avere individui completamente dissociati gli uni dagli altri, la cui concezione di se stessi, il proprio valore è solo: quanti desideri creati posso soddisfare?» [cit. Noam Chomsky]

Il problema diventa difficile da districare, quando le stesse lobbies appoggiano alcune specifiche richieste di diritti, giusti e sacrosanti, con il solo obiettivo di scardinare i valori del modello base: la famiglia.

Nel caso particolare, il diritto richiesto dalle associazioni gay al matrimonio. Nulla in contrario a due persone che si amano, e che decidono di passare il resto della loro vita assieme. E’ condivisibile anche che queste persone possano usufruire di tutele della convivenza, come il diritto ad ereditare dal proprio partner, o il diritto di ricevere un’adeguata assistenza durante i problemi di salute di un membro della coppia. Ma questa forma di pseudo-famiglia, non può essere riconosciuta come “famiglia”, giacché il temine “famiglia elementare” racchiude genitori e figli, quindi riconoscere una coppia omosessuale come famiglia non vieta, almeno terminologicamente, l’adozione di una prole.
Certo, una sentenza emessa pochi mesi fa dichiara che un coppia di omosessuali non ha capacità differenti nell’educazione dei figli. Ma un fatto è la capacità di educare, un altro è quello che io personalmente posso fare come genitore ed individuo nell’educare. Cosa intendo dire, che un omosessuale può infondere ad un bambino dei valori non meno significativi di qualsiasi altra persona, ma nel limite della sua identità individuale. Pensano in molti, che si riceve qualcosa dalla propria madre che il padre non potrà mai dare, perché ella è donna. Viceversa, l’uomo trasmette al figlio delle caratteristiche che sono proprie del genere maschile. Inutile negare che la stessa appartenenza di sesso di due genitori, rende la loro educazione (non per incompetenza) incompleta perchè vincola i punti di riferimento ad un solo genere.
Non è moralismo, è la tanto decantata differenza di genere! Non è essere razzista o omofobo credere nella diversità delle persone, anzi, il mondo è bello perché è vario e la donna ha sue qualità proprie, e viceversa l’uomo, senza sminuire l’importanza dell’una e dell’altro e senza mettere l’uno in posizione di superiorità sull’altro.
Anche Nietzesche sosteneva questa differenza affermando che tra i due generi, quello che odia maggiormente è la donna, e sempre la donna è colei che ama di più. O meglio, la donna sembra nutrire sentimenti più intensi, tant’è vero che non v’è nulla di più forte in natura dell’amore che la madre prova per i suoi figli.
Anche la scienza marca alcune differenze: la logopedia insegna che il gentilsesso acquisisce una capacità maggiore nella comunicazione ed  è più avvezzo al rischio, mentre il sesso maschile pare avere abilità maggiori nell’arte matematica e risulta essere più aggressivo (causa il testosterone).
Insomma, ogni genere ha la sua parte da scoprire, ed ogni comportamento è importante per la prole che lo deve vivere sulla propria pelle, nel proprio nucleo famigliare. Ecco perché una coppia di omosessuali non potrà mai essere una famiglia “uguale”, solo per la mancanza della differenza di genere.

Detto questo, rincresce vedere che la strumentalizzazione del fenomeno gay da parte di potentati economici, che non tengono al diritto degli omosessuali ma guardano solo il loro portafoglio, sta sfruttando alcune persone inconsapevoli che si sentono emarginate, trasformandole in un’arma a loro favore, per scardinare, una volta per tutte, quell’elemento basilare della società che resiste da millenni.

Se non fosse vero non si capirebbe il motivo che avrebbe l’industria mediatica a proferire tanta importanza al tema e a concedere così tanto spazio a questo dibattito, nonostante vi siano problemi anche più gravi attualmente, di cui si parla decisamente meno. Dallo sfruttamento della prostituzione, a fenomeni di disagio sociale sempre crescenti, causa la crisi, così come il diritto dell’acqua pubblica e quello alla salute. Tutte tematiche che non hanno una prospettiva nel business di chi scende in campo nella difesa di questi diritti fondamentali. Ad esempio, quando in Francia lo scontro sociale si ampliava sulla legge delle unioni omosessuali, nessun telegiornale trasmetteva la notizia di altre due importanti leggi discusse in Francia nello stesso periodo: quelle che vietano l’obsolescenza programmata, ovvero, quella pratica diffusa nei paesi capitalisti di produrre oggetti che si deteriorano o che si rompono non appena scade la garanzia. Quella abitudine che non è frutto del progresso, ma dell’avidità; se Thomas Edison inventò una lampadina che durava 100 anni, perchè quelle che compro durano al massimo 5 anni? Ma ai giornalisti italiani questo non interessa, perchè anche le nostre grandi industrie temono queste leggi, mentre appoggiano i diritti gay. Porsi una domanda non è omofobia, si chiama ragionare. Le corporations hanno bisogno che voi abbiate fiducia in loro, hanno bisogno che crediate nei valori che cercano di inculcarvi, non lasciate che la famiglia, ultimo ostacolo contro lo strapotere dei plutocrati, venga distrutta nella sua integrità.

Alberto Fossadri

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Il NeoMercantilismo tededesco

Caratteristica degli “sfortunati eventi” europei è anche che il paese da cui ci aspetterebbe un ruolo di traino delle economie europee non si è sinora mosso come locomotiva bensì da vagone. L’accusa frequentemente mossa alla Germania è infatti quella di neo-mercantilismo, il perseguimento cioè di sistematici avanzi con l’estero. Cesaratto and Stirati (2011) e Cesaratto (2012) hanno evidenziato una continuità fra le strategie adottate dalla Germania nell’UME e quelle che questo paese adottò già nei sistemi di cambi fissi di Bretton Woods prima, e dello SME (Sistema Monetario Europeo) dopo.
merkelQuesti contributi hanno anche mostrato come il neo-mercantilismo sia funzionale a realizzare un elevato tasso del profitto attraverso una politica di moderazione salariale, affidandosi ai mercati esteri per smaltire le eccedenze di produzione. Un importante storico economico tedesco (Holtfrerich) ha definito tale strategia “mercantilismo monetario”. Essa fu inaugurata sotto gli auspici di Erhard nei primi anni 1950 e consiste nel mantenere un ”tasso di cambio reale competitivo”, il che significa che in un sistema di cambi fissi si deve mantenere un tasso di inflazione leggermente inferiore a quello dei principali concorrenti. Sono tre le istituzioni che sorreggono tale modello: co-determinazione, istituzioni mercantiliste, e la Bundesbank. La co-determinazione implica un sindacato cooperativo ai livelli micro e macro nel perseguire la competitività esterna di prezzo e tecnologica del paese. Le istituzioni mercantiliste sono infatti volte alla cura dell’addestramento delle forze di lavoro, al forte sostegno alla ricerca e a un governo che identifica la politica estera con gli interessi commerciali del paese. La moderazione salariale è anche componente tradizionale del mercantilismo. Lo stato tedesco non appare peraltro come un avversario delle classi lavoratrici, ma si atteggia al paternalismo, mentre senso delle tradizioni, della comunità e del rispetto per la natura sono parti costitutive dell’”ideologia tedesca”.

I surplus commerciali sono cemento dell’orgoglio nazionale. Ma, come diceva Voltaire, “gli incantesimi distruggeranno un gregge di pecore se somministrati con una certa quantità di arsenico”. Quest’ultimo è costituito dalla Bundesbank che in un peculiare sistema di contrattazione salariale interveniva direttamente al tavolo delle trattative, da vero e proprio cane da guardia dei salari tedeschi. Tale modello se ha da un lato portato la Germania a elevati standard di vita e a una invidiabile stabilità, ha dall’altro da sempre costituito un problema per l’economia internazionale in quanto la quarta economia mondiale (la terza fino alla recente crescita della Cina) ha il compito di far da traino alle altre economie espandendo il proprio mercato interno, non andare a rimorchio di mercati più deboli cercando di vendere più di quanto acquisti.

E’ naturalmente responsabilità della nostra classe dirigente nazionale, quella ancora al potere, aver condotto l’Italia in un accordo monetario in cui il mercantilismo tedesco si dispiega senza rimedio. Il centro-sinistra ulivista, in particolare, porta gravi responsabilità nell’aver legato le fortune del paese a quelle dell’unificazione monetaria mettendo in secondo piano piena occupazione ed equità distributiva e così contribuendo alla diffusa e non ingiustificata disaffezione alla politica di vasti ceti popolari (si veda al riguardo il contributo di Pivetti).
I risultati dell’operare congiunto della serie di sfortunati eventi nella periferia, e del mercantilismo Tedesco sono evidenti nella figura 1 che segue.

Figura 1 – Saldi delle partite correnti. Paesi dell’Eurozona (1999 2010). Miliardi dieuro. (Fonte: cortesia di F.Lindner, IMK-Hans Boeckler Foundation)Concludendo

Figura 1 – Saldi delle partite correnti. Paesi dell’Eurozona (1999 2010). Miliardi di
euro. (Fonte: cortesia di F.Lindner, IMK-Hans Boeckler Foundation)

Le responsabilità della crisi sono dunque da addebitarsi, da un lato, all’assenza di politiche di bilancio e distributive volte al sostegno della domanda aggregata, in particolare nei paesi “core” che, unitamente alla politica espansiva della BCE avrebbero favorito una crescita più equilibrata; e dall’altro allo scatenamento della potenza destabilizzante dei movimenti internazionali di capitale, favorita dalla moneta unica (che ha comportato la loro liberalizzazione nel contesto di una definitiva stabilizzazione dei cambi).

-Target 2

Ritornando al quadro complessivo delle vicende della crisi finanziaria europea, per capire come sta evolvendo la situazione dobbiamo assolutamente entrare in alcuni passaggi tecnici. Quando, ad esempio, avviene un pagamento un bene tedesco importato dalla Spagna ciò che accade è che una somma di euro si sposta dalla banca spagnola (chiamiamola Santander) a una tedesca (diciamo la DB). Ciò si svolge con l’intermediazione dell’Eurosistema (BCE e banche centrali nazionali dell’EZ) attraverso un sistema di pagamenti che si chiama TARGET 2 (T2) che è stato nell’ultimo anno oggetto di feroci discussioni. Come funziona? In pratica la Santander ordina alla Banca di Spagna, presso la quale essa detiene riserve (liquidità), di prelevarne una parte ed effettuare il pagamento via T2 alla DB. Nei fatti, via BCE, la somma arriva alla Bundesbank che la accredita alla DB:

Santander → BdS → BCE → Bundesbank → DB

La Santander ha però perso riserve (che sono obbligatorie). Ciò che normalmente accade è che la DB, che ha invece ora un eccesso di riserve, le presta alla Santander.

Santander → BdS → BCE → Bundesbank → DB
↑______________________________|

Questa modalità di regolare i pagamenti attraverso le banche centrali e successivi prestiti inter-bancari si svolge anche all’interno dei paesi, per esempio giornalmente fra Banca Intesa e Unicredit. In una unione monetaria, ciascuno è per definizione libero di spostare i propri depositi fra Unicredit e MPS, o fra Intesa e DB e così via. Il sistema dei pagamenti europeo non è dunque altro che l’estensione degli stessi principi che vigevano in ciascun sistema dei pagamenti nazionale. L’illusione è però stata che una volta unificati i sistemi di pagamento, l’EZ non potesse più incorrere nella serie degli sfortunati eventi che culminano in una crisi della bilancia dei pagamenti (così come la Calabria o la Sardegna non sono mai incorse in tali eventi dopo l’unità monetaria italiana). In verità la situazione è paradossale ed inedita.
la serie di sfortunati eventi, in combinata col mercantilismo tedesco, ha condotto a forti disavanzi di PC dei paesi periferici a fronte degli avanzi dei paesi core? Abbiamo anche detto che quegli squilibri erano compensati da flussi di capitale dai paesi centrali. Orbene, a ben vedere questo è quello che accadeva quando la DB riprestava alla Santander il pagamento all’esportatore tedesco.
Ciò che, tuttavia, è accaduto con progressiva rilevanza dal 2008 è che le banche core (la DB dell’esempio) hanno smesso di “riciclare” i proventi relativi al surplus commerciale tedesco non fidandosi più della solidità delle banche spagnole e degli altri periferici, né di prestarli a quegli Stati come accaduto sino ad allora. Anzi, man mano che i prestiti pubblici e privati venivano a scadenza, le banche tedesche hanno cominciato a non rinnovarli, ritirando i capitali, il “sudden stop” di cui sopra.
Nel passato, normalmente a questo seguiva un default degli stati, come in Argentina nel 2002, e/o almeno una drammatica svalutazione come in Italia nel 1992. In una unione monetaria il secondo esito è escluso per definizione, se non nella forma drammatica della rottura dell’unione. Il sistema dei pagamenti europeo T2 è peraltro congeniato per tenere in vita il sistema finanziario europeo, come accade in qualunque sistema finanziario nazionale: se il mercato inter-bancario si blocca, nell’esempio la DB non ricicla i depositi ricevuti riprestandoli alla Santander, quest’ultima può ricorrere ai prestiti della Banca di Spagna. Nei fatti presso la BCE dal lato delle sue passività rimangono depositati le riserve che le banche dei paesi in surplus non riprestano, e dal lato degli attivi vi sono i finanziamenti che essa concede alle banche periferiche. Così come quando i tedeschi ritirano capitali dalla periferia, e le banche periferiche si trovano a corto di liquidità, per evitare una “corsa agli sportelli” l’Eurosistema fornisce liquidità a tali banche.
Di nuovo la BCE si trova da un lato crescenti depositi da parte delle banche dei paesi in surplus che raccolgono i capitali disinvestiti dalla periferia, e dall’altro presta liquidità crescente ai paesi periferici. La figura 2 mostra come a fine 2011 la Bundesbank avesse attività presso il sistema T2 (diciamo depositi dei risparmiatori tedeschi presso la BCE) pari a quasi 500 miliardi, a cui fan fronte passività delle banche centrali periferiche (da ultimo debiti dei paesi in disavanzo) pari a circa 400 miliardi di euro. Gli ultimi dati parlano di un credito tedesco di 800 miliardi.

Figura 2 – Crediti e debiti verso TARGET 2 d alcune banche centrali dell’Eurozona(2001-2011). Miliardi di euro.

Figura 2 – Crediti e debiti verso TARGET 2 d alcune banche centrali dell’Eurozona
(2001-2011). Miliardi di euro.

FONTE: l’ebook OLTRE L’AUSTERITA’ (scarica)

Vedi anche:
Finanza speculativa: ecco come i derivati ci distruggono
Agenzie di rating sotto inchiesta
I crimini delle Multinazionali
Germania: la deportazione degli anziani

La “CUPOLA” delle Multinazionali

Una rete di multinazionali determina i nostri destini. E’ quanto emerge da un rigoroso studio del Politecnico federale di Zurigo. Il rapporto, pubblicato nella rivista ScienceNews, identifica per la prima volta la “cupola” delle multinazionali che regge le sorti economiche del pianeta. E’ interessante notare gli incroci che coinvolgono circa 43.060 multinazionali, che attraverso formule di presenza azionaria e partecipativa che sfugge a qualsiasi regola, condizionano le economie degli Stati e determinano i destini delle Comunità.

Il carattere sovranazionale permette loro di agire sui mercati con l’unico scopo di determinare vantaggi verso la centrale di comando. Si tratterebbe di 147 multinazionali che hanno il controllo totale delle finanze del pianeta. Il sistema di interconnessione tra le varie società analizzato con criteri scientifici ha consentito agli studiosi di Zurigo di individuare una Top list nella quale figurano i due gruppi bancari UBS AG e Credit Suisse, rispettivamente al 9° ed al 14° posto. Insomma lo studio descrive un sistema complesso nel quale il dominio di queste 147 multinazionali, fondandosi sulla loro interdipendenza allo stesso tempo ne garantisce la sopravvivenza al di sopra degli Stati e delle stesse regole. In questi giorni l’antitrust elvetico che vigila sulla concorrenza, ComCom, ha messo sotto accusa un cartello di banche e gruppi finanziari che avrebbero predeterminato i prezzi di scambio favorendo attività speculative. Ovviamente molti appartenenti a questo cartello fanno parte della lista di colossi finanziari. Sono solo i primi indizi, ma l’inchiesta si ripromette di mettere alla luce questi scambi informativi anomali.

La lista spiega meglio di ogni altra analisi quanto sia debole lo spazio di azione della politica rispetto alla forza nel mercato di gruppi finanziari coordinati. In cima alla lista spicca la presenza di Barclays, che ha avuto il premio Pubblic Eye Award nell’edizione 2012 per aver sfruttato al massimo i produttori di soia, mais e frumento “arricchendosi alle spalle dei poveri”. Il premio è organizzato da Greenpeace e “Dichiarazione di Berna” una organizzazione non governativa svizzera. Seguono le statunitensi  Capital Companies degli Stati Uniti e  FMR Corporation. Inoltre è indicativo che oltre 40 multinazionali sulle prime 50 siano tutte a carattere finanziario.

Il “cartello delle 147 multinazionali” non è detto, recita il rapporto, che sia frutto di “una cospirazione”, ma potrebbe trattarsi di un naturale sviluppo macroeconomico. Certo scorrendo la lista ci si accorge che la “mano invisibile del mercato”, apparirebbe un po’ troppo intuitiva. La lettura del rapporto, che per la prima volta individua i protagonisti di questo capitalismo finanziario sregolato, ha spinto diverse personalità nel mondo dell’economia a richiedere una adeguata regolazione transnazionale. Ma come osserviamo in questo periodo, appena si solleva qualche voce autorevole in questa direzione, immediatamente gli Stati ed i loro governi sono costretti a rincorrere emergenze finanziarie determinate da drammatiche cadute in borsa. Spesso anche in maniera dissonante rispetto all’evidenza dei fatti. Finora a mettere in chiaro queste strane interconnessioni multinazionali vi è un fronte, ancora non interconnesso, di qualche associazione coraggiosa come Greenpeace, qualche movimento indignato, una autorità di garanzia, ed anche un Procuratore a Trani che ha messo in luce alcune manovre finalizzate delle agenzie di rating, ed un filosofo che svela il bello della “decrescita”. Se, come affermano in molti, la crisi finanziaria è una “guerra moderna”, non è difficile immaginare chi sia destinato a vincerla.

Confronto tra Stati e multinazionali (2008)
Prime 100 mutinazionali (2008)
vedi anche I crimini delle Multinazionali e il traffico italiano delle armi

Fonti: – http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/ragnatela-multinazionale/189298/