C’è ancora bisogno di competizione?

Cercando di dare un’immagine alla frustrazione che si prova certe volte, quelle volte che proprio non si riesce a capire perché la storia si ripeta sempre, perché la gente semplice debba sempre subire le angherie dei prepotenti, sono giunto alla conclusione che esiste una base culturale estremamente fondamentale di cui dobbiamo prendere coscienza se vogliamo veramente che le cose cambino.

La storia pare ciclica, altalenante, ma in realtà le variazioni all’ordinamento sociale che si sono susseguite nei secoli sono mezzi cambiamenti, distorsioni momentanee della realtà, che nel breve di pochi anni tornano a riflettere le stesse dinamiche sociali, economiche e culturali. Le rivoluzioni, l’evoluzione della filosofia, poco hanno realmente influito in quello che è il grande gioco della specie umana.

Il demone, l’archetipo che caratterizza l’istinto sociale della nostra specie è il senso del dominio. E questo si palesa negli appartenenti all’establishment come nel più miserabile degli sfruttati. L’uomo è veramente lupo dell’altro uomo, tutti i giorni. E non parlo delle guerre, dei giochi della grande finanza e del mondo del potere; parlo di ognuno di noi. Ci danniamo costantemente per avere un lavoro, per trovare un affare, per fare carriera o avere solo una piccola promozione aziendale. Per quale motivo lo facciamo? Per guadagnare di più? Forse… ma in termini reali questo in cosa si traduce? In una migliore posizione sociale. Aspiriamo ad acquisire una posizione di vantaggio, ma su chi? Sugli altri è ovvio. Vogliamo aggiudicarci il privilegio di faticare meno degli altri. Vogliamo assicurarci una posizione accattivante per attirare una “femmina”. Vogliamo poter garantire a noi stessi e alla nostra prole maggiori possibilità di successo. Perciò ci chiudiamo in un anfiteatro di lotta quotidiana, un vortice di agonismo che si chiama competizione.

E questo è il concetto base della nostra vita e del nostro lavoro, rimasto invariato da quando procacciavamo il cibo e prendevamo a mazzate gli invasori del nostro territorio, in barba all’invenzione della scrittura, della filosofia, con buona pace della rivoluzione francese e dell’abolizione della schiavitù.

La competizione è figlia del senso di dominio. Il nostro “dominus” è la nostra ambizione: vogliamo una posizione sociale di privilegio. È la nostra natura.

Ecco perché dagli antichi babilonesi, fino all’epoca liberale, le cose non sono mai cambiate. Le istituzioni si sono trasformate, hanno cambiato l’abito, ma sono rimaste le stesse. Si sono semplicemente adattate al nuovo contesto, alle nuove credenze, alle nuove consuetudini, ma l’ordinamento sociale e il costrutto competitivo sono rimasti immutati.

Certo, contestualizzando alcuni momenti storici le cose sono cambiate realmente, ma per poco. Un’onda di marea si abbatte sulla spiaggia con la stessa velocità con cui ritorna in mare. Così la rivoluzione francese ha dato nuove sembianze ad un antico regime, quello dell’aristocrazia e della plebe, trasfigurandolo in capitale e lavoro. Il senso del dominio ha fatto si che il “nuovo corso” seguito ad ogni evento rivoluzionario, sia politico che culturale, rifiutasse tutto ciò che non rappresentava se stesso e ne entrava in competizione. In questo modo, il “nuovo corso” da progressivo è diventato conservativo, e ha sempre dominato oppressivamente per mantenere se stesso nel nuovo status quo. È successo anche ai regimi socialisti, che tutto avrebbero voluto diventare meno che questo. Giunti al comando, hanno iniziato a mantenere il nuovo ordinamento in competizione con coloro che chiamavano “reazionari”. Il potere conserva sempre se stesso. È la natura del dominio.

Ma tralasciando i macrosistemi ed entrando su ciò che è personale, per gli individui ha senso competere?

Recentemente sono stati pubblicati studi storici interessanti. È stato dimostrato come le cinque famiglie più ricche della Firenze del XIV secolo, siano le stesse famiglie più ricche della Firenze odierna. Quasi settecento anni dopo! Lo studio prendeva spunto da una ricerca compiuta in Svezia anni fa, in cui era dimostrato che anche lassù, nella modernissima e funzionalissima Scandinavia, le famiglie più ricche e potenti di oggi sono le stesse del XVIII secolo. Pensa che caso! Stesso discorso seguendo la progenie delle casate reali ancora esistenti. Risalendo per ognuna l’intricato albero genealogico per circa mille anni, risultano quasi tutte ascendenti agli stessi personaggi, in primis a Carlo Magno (vissuto 1200 anni fa). A buon intenditor poche parole!

Dovreste capirlo, è impossibile competere con certa gente, loro dettano le regole del gioco! È come sfidare un cavallo a chi corre più veloce! Per quanto ci si impegni, è impossibile vincere la competizione. Come si fa a competere con aziende che fanno cartello sui prezzi, se i cosiddetti proletari fanno la gara al ribasso per avere un posto di lavoro? Come possiamo sopravvivere ad un sistema dove gli stipendi sono congelati da 30 anni ma i profitti delle aziende sono cresciuti di continuo?competizione

Eppure ci continuano a propinare questa favoletta, tipo il “sogno americano” che se ti impegni, anche tu puoi entrare a far parte di quelli che hanno successo. È la religione moderna, infarcita di film come “Alla ricerca della felicità” o “The Wolf of Wall Street”. E alcuni ci cascano, alcuni hanno un discreto successo e pensano di essere diventati dei capitalisti. Alcune aziende, o figure professionali, in particolare gli studi di consulenza, le società di servizi o prodotti per l’industria, hanno dirigenti che possono sì giocare in parte sul plus-valore, ma non dettano le regole del gioco. Sono solo intermediari del sistema, sono soggetti al volere dei veri capitalisti che per definizione sono coloro che detengono i mezzi di produzione.

È impossibile cambiare le cose se la percezione delle relazioni sociali rimane la stessa. L’ambizione principale di ogni individuo resta quella di competere con altri individui per garantirsi una posizione sociale, che di superiore non ha proprio nulla (perché faticare 10 anni per passare da commessa a cassiera quando nel mondo c’è chi nasce Lord, mi pare alquanto ridicolo!). Quindi se non oltrepassiamo questo tipo di logica, qualsiasi agglomerato di persone riunite in associazione o movimento politico, non farà altro che rimodellare le stesse dinamiche e dargli semplicemente un trucco di scena differente.

È su questo che bisogna lavorare! Ma il benessere dato dall’evoluzione scientifica e tecnologica (unica cosa in cui siamo realmente progrediti), non sta facilitando il compito, anzi! Dalla nascita del capitalismo, c’è chi ha intuito che proprio questo meccanismo mentale può rivelarsi utile e redditizio.

Dalla fine degli anni ’70 non si è fatto altro che alimentari interessi privatistici e particolari. Culturalmente si è distrutto quello che poteva rappresentare un’alternativa a questa visione di competizione sfrenata: il senso di comunità, solidarietà, associazionismo. Si certo, quando vince la nazionale di calcio siamo ancora tutti fratelli per qualche minuto, e quando un terremoto rade al suolo qualche comunità dell’appennino riusciamo ancora a trovare un briciolo di umanità, ma quando abbiamo l’opportunità di fare le scarpe agli stimatissimi colleghi del nostro ufficio per 100€ in più al mese non ci pensiamo due volte.

Ma realmente ci tenete a vendere l’anima e spezzarvi le ossa per potervi permettere una vacanza a Corfù invece che nella solita pozza d’acqua puzzolente dell’Adriatico, o per comprarvi un paio di scarpe alla moda a cui io di certo non farò mai caso (proprio perché le mie priorità sono altre)?

Competiamo l’un l’altro per delle briciole, perché in fondo se io circolo con una Punto piuttosto che con un’Audi, la differenza sta solo nelle convenzioni sociali, nella percezione delle cose. Perché state certi che l’Audi ti porta negli stessi posti della Punto.

Magari a me che della bella auto non frega nulla, frega di non vivere per lavorare, ben consapevole che la vera forma di ricchezza è il tempo. Perché non capirò mai la baggianata che la ricchezza si misura in valori econometrici (che in fondo la gran parte di noi nemmeno sa dove e come vengono stabiliti). Il tempo, da poter dedicare a ciò che interessa, a ciò che gratifica, a chi si ama, riempie la vita diversamente da qualche decina di cavalli del motore in più. E poi stai a vedere che col tempo risparmiato, con la Fiat Punto visito più posti di quelli che l’Audi se la possono godere solo la domenica pomeriggio (magari costretti ad accompagnare la moglie a fare shopping).

Il fatto è che io non ci sto ad avvalorare le tesi di Ludwig von Mises, secondo cui l’intero sistema economico è retto dall’invidia. E per lui in questo contesto l’invidia aveva un accezione positiva. Io proprio non voglio essere uno strumento giustificatore dell’invidia a cui proprio non riesco dare un valore “positivo”. Come non concepisco il perché per Adam Smith, nella sua teoria della “Mano Invisibile” la società prospera solo quando ognuno fa il proprio interesse, mosso dal suo egoismo.

Marx sosteneva che il “Valore” dato ad un prodotto con il “Lavoro” è dato dal tempo che serve nel processo produttivo per ricavare o trasformare quel prodotto. Secondo il pensatore di Treviri, l’uomo si distingue dall’animale quando comincia a produrre i propri mezzi di sussistenza: il lavoro e la produzione non sono quindi una condanna, bensì sono l’uomo stesso. Il lavoro è l’unica manifestazione della libertà umana.

Tuttavia, la condizione dell’uomo nella società capitalista si manifesta come alienazione: il prodotto del lavoro dell’uomo non è più suo, viene alienato dallo stesso uomo perché diventa proprietà privata dell’altro sotto forma di capitale. Non è l’operaio che adopera i mezzi di produzione ma viceversa. L’uomo non lavora più per se stesso, ma per qualcun altro sottoforma di merce lavoro (che è una merce peculiare perché l’uomo è l’unica merce capace di generare valore). A riprova di ciò si sente spesso definito il lavoratore come “capitale umano” di un’azienda.

Nella logica attuale il profitto è il Plus-Valore di una merce. Plus-Valore si traduce in Plus-Tempo che di fatto costituisce sfruttamento come furto del tempo altrui.

Per Marx, fino a che il lavoro è concepito come una prigione che sottrae tempo alle persone, impedendogli di esprimere appieno la loro umanità, l’uomo non potrà mai essere veramente libero.

Senza scendere nel banale, e senza esaltare l’ascetismo, prendiamo atto di una cosa. Ha scritto recentemente Massimo Fini: “tolto un tetto, dei vestiti e il cibo il resto è surplus”. Quindi, se il tempo è la vera ricchezza, è assurdo esaurire noi stessi per quel surplus. Soprattutto dopo che si è capito che del tempo impiegato per ottenerlo, buona parte non ritorna sottoforma di stipendio, o ricavo del piccolo artigiano, ma è sottratto dal sistema di produzione sotto forma di profitto e finisce ad ingrassare i patrimoni dei colossi finanziari.

E alla luce di ciò continuo a chiedermi: ha senso che tra noi poveracci sussista un clima di competizione?

Gandhi considerava la competizione come una forma di violenza, che mette gli uomini gli uni contro gli altri nel desiderio, mai placato, di avere o essere di più. Come dovreste aver già intuito, senso di superiorità è senso di dominio. Secondo il Mahatma, fondare un’economia sulla competizione significa stabilire, o rendere più solidi, i rapporti di forza.

Più globale è invece il pensiero di Juddu Krishnamurti che ci ha imposto una riflessione personale:

«Osservate cosa realmente sta succedendo in voi e al di fuori di voi stessi in quella cultura competitiva entro cui vivete, col suo desiderio di potere, posizione, prestigio, fama, successo, e tutto il resto – osservate i risultati di cui andate tanto orgogliosi, l’intero campo che chiamate esistenza e in cui c’è conflitto in ogni forma di rapporto, che alimenta odio, antagonismo, brutalità e guerre incessanti. Questo campo, questa vita, è quanto conosciamo, e poiché siamo incapaci di capire l’enorme lotta dell’esistenza ne siamo naturalmente spaventati e cerchiamo di evaderne in ogni sorta di modi sottilmente ingegnosi. Chiediamoci dunque, come esseri viventi in questo mondo mostruosamente brutto, se può avere fine questa società, fondata sulla competizione, sulla brutalità e la paura. Siamo, ciascuno di noi, responsabili di ogni guerra per l’aggressività della nostra vita personale, per il nostro nazionalismo, per l’egoismo, per i nostri dèi, pregiudizi, ideali; tutte cose che ci dividono. E soltanto rendendoci conto, non intellettualmente ma nella realtà dei fatti, come potremmo renderci conto d’aver fame o di sentire dolore, che voi ed io siamo responsabili di questo caos esistente, di tutta l’infelicità del mondo intero perché ad essa abbiamo contribuito nella nostra vita d’ogni giorno e perché facciamo parte di questa società mostruosa con le sue guerre, la sua bruttezza, la sua brutalità e ingordigia: solo allora agiremo».

Ancora più forte è la sentenza che ci fornisce e ci spinge a interrogarci su quanto l’uomo abbia fatto nel corso della sua storia, e su quanto dobbiamo fare:

«Considerando quello che il mondo è oggi, con tutta la sua miseria, i suoi conflitti, la sua sconcertante brutalità, l’aggressività e così via, l’Uomo è ancora com’era in passato: è ancora brutale, violento, aggressivo, competitivo, avido, e ha costruito una società basandosi su queste linee guida».

Quindi ritorno alla domanda che mi assilla: c’è ancora bisogno di competizione nel terzo millennio? Forse sì, forse no, io non mi considero la persona adatta a dare questa risposta. Certo è che per trasformare una società competitiva in una cooperante, servirà molto tempo. Occorre lavorare sul senso di comunità, ma è difficile che una generazione cresciuta a pane e agonismo sia capace di insegnare alle successive l’opposto. Quindi forse sì, ad oggi non siamo in grado di farne a meno, ma riconosco che con il grado di coscienza raggiunto dai tempi dell’uomo primitivo, la competizione non è più giustificabile, non è più accettabile. Preso atto di questo, possiamo lavorare sul nostro miglioramento. L’albero è maturo, iniziamo a cercare i rami da potare.

Alberto Fossadri

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-05-20/a-firenze-ricchezza-mano-stesse-famiglie-sei-secoli–155222.shtml?uuid=ADgKR4L
-Il Capitale – Marx ed Engels
http://www.uninomade.org/lavoro-e-tempo-di-lavoro-in-marx/
http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=25&id=447
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/andremo-a-sbattere-o-almeno-io-lo-spero/
-Gandhi – Christine Jordis
http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/attraversosecoli.htm

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Filippo Buonarroti, il primo comunista

La giovinezza, le esperienze di Corsica ed Oneglia

Tra i primi in Italia ad accettare i nuovi principi proclamati e posti in essere dalla Rivoluzione Francese fu Filippo Buonarroti. Egli nacque a Pisa l’11 novembre 1761 da una famiglia appartenente al ramo Buonarroti-Simoni, un ramo collaterale dei Buonarroti cui era appartenuto Michelangelo. Come ha ben rilevato il Cantimori , il periodo toscano fu molto importante per la formazione ideologica del Buonarroti: infatti è negli anni della prima giovinezza e dell’Università di Pisa che il Buonarroti iniziò ad avviarsi verso positure politicamente radicali.
I professori pisani Sarti e Lampredi gli fecero conoscere gli autori illuministi e fra questi egli prediligeva Rousseau, Helvetius, Mably e Morelly, vale a dire quelli che avevano una maggiore carica innovatrice. Tali scrittori avvicinarono il Buonarroti a posizioni egualitaristiche e talvolta addirittura comunistiche: ovviamente egli ancora non pensava a trasporre quelle concezioni dal piano ideologico-culturale a quello politico-sociale (la sollecitazione definitiva a ciò gli giungerà dalle esperienze che farà in seguito, soprattutto da quelle rivoluzionarie). Inoltre è probabile che già dal 1787 il Buonarroti fosse entrato nella massoneria e che da tale ambiente avesse recepito qualche influsso; ma la sua cultura si fondò soprattutto sugli autori sovracitati, tanto che il suo sistema di pensiero venne costruito sulle tematiche proposte da essi: insomma il Buonarroti, nel periodo toscano, acquisì quel bagaglio culturale che lo spronerà all’azione rivoluzionaria e sarà un suo tratto distintivo all’ interno del mondo degli stessi rivoluzionari.

Allo scoppio della Rivoluzione Francese, il Buonarroti lasciò la Toscana e si trasferì in Corsica per abbracciare la causa rivoluzionaria; la Corsica gli appariva non solo come la terra delle lotte del Paoli, ma anche come l’isola che aveva suscitato l’ammirazione di uno dei suoi numi tutelari, il Rousseau, il quale scorgeva in essa e nel suo popolo libertà, innocenza, temperanza. Infatti, alla fine del Settecento, tale regione presentava un assetto economico precapitalistico, con proprietà terriere estremamente suddivise ed equamente ripartite, cosicché la maggioranza degli isolani aveva, seppur ridotto, un appezzamento di terra. L’assenza di capitali, la primitività dei metodi produttivi, lo sminuzzamento dei fondi, la sobrietà dei costumi: questi erano gli elementi che caratterizzavano l’ ambiente còrso di allora: “non si avevano quasi tracce di grandi trasformazioni agricole; nel regime agrario dell’ isola era evidente la relativa eguaglianza dei possessi fondiari, data l’enorme diffusione di queste minuscole proprietà”. Per Buonarroti, imbevuto com’era di teorie egualitarie settecentesche, l’isola aveva dunque un valore esemplare, costituiva, con il suo egualitarismo già abbozzato, un terreno propizio per una azione politica: “l’astratto, utopistico modello dell’eguaglianza dei beni, desunto dai tradizionali archetipi delle repubbliche dell’antichità, diventa così, per questo rivoluzionario, un fine concreto da raggiungere, al quale la Corsica è incomparabilmente più vicina d’altri paesi”.
In Corsica, Buonarroti ricoprì degli incarichi presso il Consiglio generale di Corte e fu membro della Società degli Amici della costituzione e della società degli Amici del popolo; inoltre insegnò diritto pubblico in un liceo e pubblicò il settimanale “Giornale patriottico della Corsica”, il primo periodico rivoluzionario scritto in italiano, il cui “Discorso preliminare” è interessante in quanto contiene alcuni motivi tipici del pensiero buonarrotiano quali l’affermazione di una società agricola egualitaria e della religione naturale, la condanna del commercio e della industria, l’esaltazione del principio rousseauiano della volontà generale come indiscutibile fondamento della comunità politica.
L’esperienza della Corsica è molto importante perché è indice sia della presa di coscienza, da parte del Buonarroti, della necessità di adottare misure non solo politiche ma anche economiche e sociali per la realizzazione di una società più equa, sia del suo iniziale egualitarismo che, col passare del tempo, si consoliderà sempre di più ed approderà anche a convinzioni comunistiche. La comprensione del Buonarroti della congiura degli Eguali passa attraverso l’esperienza còrsa: “fu la realtà dell’isola a fargli sentire l’attualità concreta, programmatica di quelle che fino ad allora erano state generiche posizioni illuministiche. La questione còrsa nel Settecento, prima di essere politica, era economica e sociale…questo…spiega l’evoluzione del pensiero buonarrotiano”.
Inoltre non bisogna dimenticare che in questo periodo prende rilievo un altro tratto caratteristico del Buonarroti: l’importanza della educazione. Egli già caldeggiava l’idea di una educazione comune da affidarsi allo stato, alla nazione, affiancata da una attività di propaganda, svolta da filosofi e virtuosi, finalizzata alla diffusione dei buoni princìpi quali la libertà, l’eguaglianza, la fraternità, l’amore della patria. Tuttavia, la questione non doveva risolversi come un aspetto meramente tecnico di pubblica istruzione, ma doveva essere inscindibilmente connessa con una generale riforma dei costumi e delle istituzioni, cioè doveva essere una parte integrante di un’unica, grande rigenerazione umana. Le utopie settecentesche dovevano farsi realtà.
All’esperienza còrsa segue il primo viaggio del Buonarroti a Parigi: egli, infatti, nella rottura avvenuta tra il Paoli e la Convenzione, si schierò dalla parte della Convenzione e accusò il Paoli di tradimento nell’opuscolo La conjuration de Corse.
Nella capitale francese, il Buonarroti, dopo aver chiesto e ottenuto la cittadinanza francese, frequentò il club dei giacobini e conobbe Robespierre: il robespierrismo attecchì nella sua personalità e, per vari aspetti, orientò le linee delle sue convinzioni politico-sociali. In Robespierre, il Buonarroti vedeva un alfiere della battaglia per l’eguaglianza, ed aderì alla sua politica proprio perché la considerava fondata sulla decisa rivendicazione di eguaglianza sociale. Egli, come Robespierre e altri rivoluzionari, scorgeva nei violenti contrasti sociali di allora una lotta sociale di classe, una guerra tra il ricco ed il povero, tra l’opulento e l’indigente; gli eventi rivoluzionari svolsero una funzione propulsiva per la radicalizzazione dei suoi princìpi democratici e per il suo parteggiare per la creazione di sistemi politico-sociali eversivamente innovatori: il Buonarroti e gli altri rivoluzionari pensavano che era il momento di porre in essere una politica coraggiosa e vigorosa, di svolgere fattualmente i postulati teorici degli autori settecenteschi. In sostanza, c’era la netta e nitida convinzione dell’affermazione di un estremo egualitarismo e della realizzazione di istanze non ancora comunistiche, ma molto simili e vicine ad esse. Questo, che Galante Garrone ha definito “trapasso ideologico e pratico”, lo si evince chiaramente nell’esperienza di Oneglia, città ligure conquistata dai Francesi ed in cui il Buonarroti venne nominato commissario rivoluzionario nell’aprile 1794.

Egli lavorò subito al sistema amministrativo dividendo il territorio in distretti e ponendovi a capo degli agenti rivoluzionari, con funzione di polizia e di esecuzione degli ordini amministrativi, assistiti, ovviamente, da ufficiali segretari. In campo economico, il Buonarroti dovette conciliare l’aiuto ai bisognosi con le esigenze belliche dei Francesi: infatti, tutti i territori da essi conquistati dovevano, in qualche modo, contribuire al sostentamento dell’esercito. Comunque, il Buonarroti prese delle misure che hanno un chiaro e netto significato sociale: imposizioni ai ricchi, distribuzione a buon prezzo del grano ai poveri, censimento dei ricchi e delle loro rendite nonché degli indigenti da soccorre, vendita dei beni mobili ed immobili di coloro che avessero osteggiato la repubblica, applicazione del maximum dei prezzi per non rovinare le risorse del paese, lotta contro i falsi assegnati, ecc.; tutto ciò era un riverbero dell’istanza giacobina di alleviare le condizioni dei derelitti, di sfamare i miseri.
Grande importanza, come nell’esperienza còrsa, fu data dal Buonarroti all’educazione. Vennero istituiti Comitati di Istruzione e scuole primarie e secondarie per una formazione gratuita, popolare, laica e democratica. Se per quanto concerne la scuola primaria il Buonarroti aveva un precedente nella legge Bouquier, per la scuola secondaria non aveva un modello cui rifarsi: è proprio per questo che il decreto buonarrotiano del 25 brumaio (15 novembre) che istituì, oltre all’insegnamento primario, quello secondario, rappresenta un consistente passo in avanti rispetto alla situazione dell’istruzione francese. Interessante è notare che il Buonarroti, per questa scuola, richiese delle opere tra le quali figuravano quelle del Rousseau, del Mably, del Condillac: ulteriore dimostrazione, se ancora ve ne fosse bisogno, che quegli scrittori settecenteschi avevano formato ideologicamente il Buonarroti e ne continuavano ad orientarne il pensiero; l’azione buonarrotiana sarà sempre audacemente tesa ad approssimarsi il più possibile ai princìpi di quegli autori. Non è poi da trascurare il fatto che il Buonarroti provvide a delle pubblicazioni presso due tipografie.
Ad Oneglia vennero istituiti Comitati di Sorveglianza ed un Tribunale rivoluzionario per combattere i nemici della rivoluzione e della repubblica, e le decadarie che, pur nell’affermazione di rispetto della libertà di culto, si cercava di supportare. Inoltre la politica svolta dal Buonarroti ad Oneglia va ricordata anche per l’aspetto italiano: infatti nel suo quadro di riscatto dell’umanità in termini rousseauiano-robespierristici, trovava posto anche l’amore per la patria che lo porterà a ricoprire un ruolo di notevole importanza nel Risorgimento italiano. Grazie al Buonarroti, la vallata di Oneglia fu un centro di raccolta di profughi politici italiani, che vennero utilizzati, insieme ad alcuni Còrsi, nell’amministrazione e nell’istruzione locale; Oneglia, in sostanza, fu un primo crogiuolo del sentimento unitario italiano.

Al sopraggiungere del 9 termidoro dell’anno II (27 luglio 1794) il Buonarroti era, dunque, in piena attività politico-sociale. La reazione termidoriana pose fine alla dittatura ed alla vita di Maximilien Robespierre e si scatenò contro i suoi più stretti collaboratori e i clubs giacobini: la rivoluzione era stata ricondotta su binari borghesi. Nonostante ciò, non ci fu l’automatica ed immediata cessazione del governo buonarrotiano ad Oneglia, che, anzi, continuò per un po’ più di sette mesi. Infatti il Buonarroti, sebbene fosse giacobino ed avesse ricevuto quell’incarico dalle autorità giacobine, non era ritenuto un personaggio particolarmente pericoloso per il corso degli eventi della realtà francese di allora. “La sua azione era rimasta provinciale…si era fatto strada da sé, non aveva ambizioni, se non quella di servire la causa rivoluzionaria”: tale doveva apparire il Buonarroti ai termidoriani, cioè uno dei tanti agenti disseminati al di là dei confini, un piccolo elemento di un grande ingranaggio. In realtà “non era neppure prevedibile quanto sarebbe stato pericoloso trasferirlo a Parigi, sia pure in stato d’arresto. Chi poteva immaginare che proprio l’italiano Commissario di Oneglia raccogliendo l’eredità ideale di Massimiliano Robespierre, ne avrebbe fatto una leva per il risorgimento delle forze sociali e politiche…?”.
Il Buonarroti, quindi, continuò lo stesso indirizzo egualitario, rinvigorendo la propaganda ed adoperandosi, in particolare, per una determinata azione antifeudale: decretò, infatti, la confisca del feudo di Balestrino appartenente al marchese Del Carretto, cittadino genovese. Ciò fornì ai termidoriani parigini il pretesto per sbarazzarsi del Buonarroti che, già il 6 dicembre 1794, consapevole dello iato politico tra lui e le autorità termidorine, aveva rassegnato le proprie dimissioni: il Comitato di sorveglianza, il 4 marzo 1795, ne dispose l’arresto e, così, il toscano venne tradotto a Parigi e rinchiuso nella prigione del Plessis, ricevendo, soltanto il 29 giugno 1795, la motivazione del suo arresto, avvenuto in quanto partigiano della politica robespierristica e sospettato di aver rappresentato una minaccia per persone e proprietà di Genova e della Svizzera.
Tutto ciò dimostra come il Buonarroti fosse un convinto sostenitore del purismo giacobino, ritenesse giustissime e validissime le convinzioni politiche, morali e sociali di Robespierre il quale, quindi, era per lui il politico della virtù: questo assume maggior rilievo di significatività se si pensa che una figura come quella del Babeuf, detto Gracco, per un certo periodo di tempo, pur riconoscendo la pregnanza politica e sociale dell’azione robespierristica, si schierò apertamente dalla parte dei termidoriani.
L’importante esperienza politica di Oneglia era terminata: in un paese militarmente occupato, economicamente dissestato dalla guerra e fra popolazioni ostili, l’azione di governo del Buonarroti fu sempre caratterizzata dal costante rifarsi a princìpi egualitari, dalla continua volontà di migliorare le condizioni di chi viveva nella miseria. Nel Plessis il Buonarroti incontrerà il Babeuf, ed insieme diventeranno il binomio portante della congiura degli Eguali.

La congiura degli Eguali

In carcere, il Buonarroti meditò sul corso della rivoluzione, sulla struttura dei gruppi politici che si erano affrontati per egemonizzare lo stesso movimento rivoluzionario, sul rapporto di questi gruppi politici con le masse popolari delle città e delle campagne, sulle cause del fallimento del regime giacobino e sul susseguente riflusso reazionario; è proprio sulla base di questa riflessione politica che egli arrivò alla convinzione che la rivoluzione dovesse essere conclusa con l’instaurazione di un sistema egualitaristico e comunistico, all’idea della creazione di una società egualitaria fondata sul comunismo: quindi il Buonarroti era passato da una posizione giacobino-robespierristica ad una comunistico-egualitaria, si era reso conto che per lavorare alla causa del mondo bisognava abolire la proprietà privata, generatrice della divisione tra ricchi e poveri, detentori del potere e governati sfruttati.
Inoltre, in carcere Buonarroti conobbe Babeuf, Bodson, Debon ed i seguaci del Robespierre perseguitati dalla reazione termidoriana, con i quali interloquiva appassionatamente su tematiche politico-rivoluzionarie, tanto che il Plessis divenne un focolaio di cospirazione. Ma le linee del pensiero buonarrotiano erano comunistiche già prima dell’incontro con il Babeuf, la struttura comunistica della riflessione buonarrotiana si era già solidamente articolata in modo autonomo rispetto a quello del Babeuf: in sostanza, Buonarroti e Babeuf erano approdati, indipendentemente l’uno dall’altro, a posizioni comunistiche prima che le loro convinzioni ideologiche confluissero e produssero la vicenda degli Eguali.
Babeuf ebbe una giovinezza caratterizzata da bisogni economici: l’indigenza dei contadini piccardi in mezzo ai quali viveva dovette avergli fatto anelare ancor di più quelle utopie egualitarie e comunistiche tratteggiate da Rousseau, Mably e Morelly. Infatti il Babeuf, come il Buonarroti, era convinto che i principi formulati da quegli scrittori settecenteschi dovesse costituire il fondamento di una nuova società: “…tutte le ampollose citazioni storiche e filosofiche di cui infarcisce la sua prosa…non dissimulano la sorgente di esperienza viva, di osservazione della realtà sociale, da cui trae le sue appassionate affermazioni”. Il pensiero di Babeuf, all’origine, non è, ovviamente, comunistico: egli, infatti, caldeggiava, nel 1797, una legge agraria che ridistribuisse i terreni in modo egualitario e, legge agraria, secondo lui, equivaleva ad eguaglianza di fatto. Tale idea, pur contenendo potenziali sviluppi comunistici, non era ancora improntata ad un vero e proprio comunismo, bensì ad un egualitarismo. Anche nel 1792 e nel 1793 la riflessione del Babeuf non giunge a convinzioni comunistiche, nonostante che si radicalizzò sempre di più sotto la spinta degli eventi rivoluzionari: insomma, postulazioni egualitarie ma non già comunistiche.
La fine dell’esperienza robespierristica fu, da lui considerata come un evento politicamente non sfavorevole: Robespierre, che pure nel 1791 gli era sembrato un politico consapevolmente orientato verso la legge agraria, aveva instaurato una tirannide, e la conclusione di questa avrebbe, nelle sue speranze, portato ad un governo regolare capace di garantire a tutti la libertà. Per questo, Babeuf si schierò tra i termidoriani seppur di sinistra: ma ben presto, di fronte al perdurare della miseria dei lavoratori ed alla abolizione termidoriana del maximum e di tutte quelle leggi con cui i Montagnardi avevano cercato di arginare l’ingordigia borghese per una maggiore equità sociale, il Babeuf ritornò sui suoi passi: si era accorto che la reazione termidoriana non aveva costituito il preludio al regno della libertà, bensì l’instaurazione di un regime schiettamente borghese; iniziò, allora, da parte del Babeuf, il riavvicinarsi alla politica robespierristica, distinguendo nell’incorruttibile due uomini, uno tiranno, l’altro paladino dell’aiuto ai bisognosi: la piega assunta dagli avvenimenti rivoluzionari gli fece abbandonare le sue ultime prevenzioni nei confronti del Robespierre, tanto che ne diventò un sempre più caldo e convinto ammiratore. Il Babeuf, poi, non si limitò ad aderire agli orientamenti politici robespierristici, ma, capì che bisognava andare oltre il compromesso giacobino tendente ad allearsi con le masse popolari rispettando la proprietà: l’evoluzione del pensiero del Babeuf, proprio come la riflessione buonarrotiana, avvenne in senso comunistico, si trattò, cioè, per loro, di elaborare comunisticamente il robespierrismo, di considerare gli indirizzi robespierristici come base per una radicale rivoluzione politico-sociale volta ad una fondazione comunista. In definitiva, la riflessione del Babeuf, così come quella del Buonarroti, è un avvicinarsi ad asserzioni comunistiche.
Da ciò si evince che quando il Buonarroti ed il Babeuf si incontrarono al Plessis, il loro assetto ideologico era sostanzialmente comunistico, prevedeva l’abolizione della proprietà privata e la comunità dei beni; e si ricava anche come ben si intendessero i due.
Babeuf e Buonarroti si influenzarono reciprocamente: il vigoroso e focoso temperamento del primo, come ha ben detto il Cantimori, rinfocolò ulteriormente, come se ve ne fosse bisogno, la voglia del secondo di lottare per una società comunista, mentre il Buonarroti sottolineò al francese l’importanza di rivestire i suoi scritti con citazioni dottrinali illuministiche, in modo da presentarsi, così, come continuatore degli autori settecenteschi.
Dopo le violente repressioni termidoriane delle insurrezioni democratico-popolari dell’aprile-maggio 1795 e della rivolta realista del 5 ottobre dello stesso anno, il Direttorio non volle rompere del tutto con le forze di sinistra e, pertanto, concesse la libertà ai democratici che si trovavano in prigione; tra gli amnistiati figurarono il Buonarroti, il Babeuf, il Darthé e molti altri che sarebbero stati i protagonisti della congiura degli Eguali. Tale momentanea “distensione” nei rapporti con il Direttorio permise anche l’apertura, a Parigi, della società popolare del Panthéon, che proprio grazie al Buonarroti, che la presiedette varie volte, si trasformò ben presto in un centro di opposizione alla politica termidoriana.

È in questo periodo, tra l’altro, che il Buonarroti pubblicò un opuscolo su come porre fine alla guerra vandeana, a noi non giunto, ed un altro, anonimo, La paix perpétuelle avec les Rois, in cui sosteneva la formazione di repubbliche sorelle intorno alla Francia, fondate anch’esse sui princìpi rivoluzionari. Oltre che nel Pantheon, che venne sciolto per ordine del Direttorio, e tale ordine venne eseguito dal Bonaparte, l’attività di lotta politica del Buonarroti si esplicava anche in un altro comitato segreto, costellato di idee di comunione dei beni e lavori e finalizzato ad una insurrezione contro il regime direttoriale, di cui però non faceva parte il Babeuf, che militava in un altro gruppo di azione politica comunque con gli stessi scopi; in un secondo tempo, il 30 marzo 1796, si arrivò alla fusione di questi due gruppi in un unico comitato direttivo segreto, che venne detto “Direttorio segreto di salute pubblica”, in cui, oltre ovviamente ai nomi del Buonarroti e del Babeuf, spiccavano quelli di Darthé, Debon, Antonelle, ecc.
È utile affermare, inoltre, che il Buonarroti, contemporaneamente all’organizzazione dell’insurrezione degli Eguali, si dedicò anche all’azione italiana: già nel periodo di Oneglia, come si è detto sopra, egli era stato il punto di riferimento per i patrioti italiani; ora teneva contatti con i patrioti italiani esuli a Parigi e con il nucleo patriottico di Nizza per elaborare un piano rivoluzionario ed unitario dell’Italia. Il Buonarroti, si fece interprete del giacobinismo italiano, e, nonostante che non fosse assolutamente un filotermidoriano, pose all’attenzione del ministro degli Esteri Delacroix un progetto politico di rivoluzione nazionale italiana, da inquadrarsi in una rivoluzione europea scaturente da quella francese.

Nell’organizzazione della congiura degli Eguali, pur essendo il Babeuf un primus inter pares, una figura preminente, vigeva un’atmosfera democratica: tutte le decisioni erano prese in base al principio di maggioranza, la responsabilità di esse era collegiale ed i compiti venivano ripartiti. Ci fu una strettissima collaborazione tra il Babeuf ed il Buonarroti, come dimostra il fatto che, per la redazione dell’Atto insurrezionale, il rivoluzionario francese chiese consigli a quello toscano, che li fornì, tanto che, in tale documento, di cui erano stati stampati migliaia di esemplari al momento dell’arresto, sembra di rintracciare lo stile armonico e equilibrato del Buonarroti, la sua puntualità composta e generosa di considerazioni.
Il Buonarroti aveva il compito di elaborare i decreti del governo rivoluzionario e la palese testimonianza di ciò si ritrova nella constatazione che i vari decreti riguardanti l’insurrezione, come, ad esempio, quello sulla vestizione dei poveri, sono tutti di suo pugno: “egli era…il redattore dei decreti, degli atti costitutivi, degli scritti ufficiali del comitato”. Oltre a ciò, il Buonarroti era incaricato di reclutare gli uomini sui quali poter contare per l’azione rivoluzionaria, in quanto le esperienze di Corsica ed Oneglia gli avevano affinato il senso della realtà, il tatto nel riconoscere i temperamenti dei rivoluzionari. Infatti il Buonarroti, ed in generale tutti i congiurati, solevano avere la tendenza a strutturare in anticipo non solo i mezzi per instaurare il nuovo regime egualitario-comunista, ma anche l’attività politico-sociale di esso.
Al Buonarroti spetta anche l’attribuzione della elaborazione di due importanti scritti: l’Analyse de la doctrine de Babeuf e la Réponse à M. V. Essi sono notevolmente rilevanti in quanto contengono le tematiche essenziali della dottrina egualitaria, ci fanno cogliere il contributo del Buonarroti al babuvismo, il suo orientamento ideologico al tempo stesso della congiura, oltre che, la reciproca influenza e l’intensa collaborazione tra lui e il Babeuf.
L’Analyse de la doctrine de Babeuf  venne diffusa a Parigi circa un mese prima che la congiura venisse scoperta, nel momento in cui il Babeuf ed i suoi compagni iniziavano ad attirare sempre più l’attenzione di chi aveva sostenuto la politica giacobina e degli strati di operai e di artigiani. “La Repubblica del Bonheur commun, concedente a tutti il suffragio con la costituzione del ’93, il dovere del soccorso dello Stato agli indigenti da essa proclamato, i provvedimenti economici del Terrore (requisizioni, calmieri, leggi contro gli accaparratori e l’aggiotaggio, monopolio del commercio estero), parvero corrispondere all’aspirazione verso una più vera eguaglianza, l’eguaglianza di fatto”.
L’intenzione dei congiurati, con la circolazione di tale scritto, era proprio quella di divulgare il più possibile la dottrina egualitaria. Il Buonarroti, sempre con il proprio caratteristico stile, dotò l’incipiente azione rivoluzionaria di una giustificazione ideologica: la dottrina del Babeuf viene analizzata attraverso i concetti di autori prerivoluzionari, quali, ovviamente, il Rousseau, il Mably ed il Morelly, proprio come il toscano aveva più volte consigliato al francese.
Comunque non ci sono roventi punte polemiche, come se il Buonarroti avesse voluto dimostrare che la dottrina del Babeuf non costituiva un pericolo, bensì un coronamento logico dei concetti trattati dagli scrittori illuministi; tuttavia, nonostante la sua moderazione e sobrietà, l’Analyse de la doctrine de Babeuf  provocò scalpore, ed il Direttorio termidoriano non riuscì ad impedirne la larga diffusione nei sobborghi, l’affissione ai muri: questo era il primo scritto che il comitato segreto di salute pubblica metteva in circolazione tra il popolo, dato che il Manifesto degli Eguali di Sylvain Maréchal, violento nelle sue asserzioni, non aveva trovato l’unanimità dei consensi dei congiurati.
Più infuocata si presenta l’espressività della Réponse à M. V., diffusa pochi giorni dopo l’Analyse de la doctrine de Babeuf. All’ex convenzionale repubblicano Marc Vadier, che in una lettera al Babeuf aveva messo in dubbio la possibilità d’attuazione dell’eguaglianza di fatto, il Buonarroti, questa volta, però, con la collaborazione del Babuf, tanto che lo scritto risulta essere una compenetrazione dei sostanziali motivi dei due cospiratori, replicò affermando la sua fiducia rispetto all’instaurazione di un sistema egualitario: “se la lotta impegnata su questo punto supremo della rigenerazione umana è sostenuta dagli amici della libertà con lo stesso ardore che essi impiegarono un tempo a combattere l’impalcatura della feudalità e della monarchia, nessun dubbio che la caduta del barbaro sistema della proprietà privata non riconduca presto sulla terra la felicità dell’età dell’oro e della fraternità di fatto, che l’ambizione e la cupidigia hanno assolutamente bandita dalla nostra mostruosa società”.
Il Buonarroti, oltre naturalmente ad insistere costantemente sul legame fra le ideologie settecentesche e gli eventi rivoluzionari, sostiene che una società egualitario-comunista è fondata sulla comunanza dei beni e dei godimenti: i beni prodotti dal lavoro comune di tutti i cittadini validi, proporzionalmente alle loro capacità ed attitudini, dovranno essere raccolti in depositi pubblici e distribuiti equamente. Inoltre tale società ha connaturata una intrinseca grandezza razionale distruttrice delle molle dell’interesse egoistico e produttrice di amore, virtù, solidarietà e fratellanza. La Réponse à Marc Vadier è importantissima perché c’è una sostanziale equivalenza fra ciò che essa contiene e ciò che espone la Cospirazione per l’eguaglianza detta di Babeuf: infatti quello che il Buonarroti robustamente dipanerà nell’opera del 1828, pur particolarizzando, perfezionando, cesellando la sua posizione ideologica, anche arricchendola con gli ammaestramenti delle esperienze successive al 1796, ha i suoi fondamentali precedenti proprio nello scritto elaborato con la collaborazione del Babeuf.

Si è detto ormai varie volte che le premesse teoriche del babuvismo sono da ricercare nella tradizione illuministica: tuttavia i babuvisti non si limitarono a riproporre aridamente la strutturazione dei concetti settecenteschi, ma la rinverdirono, rinvigorendola. Il motivo teorico diventava nei babuvisti, grazie anche alla temperie rivoluzionaria, una passione politico-morale: ad esempio, ciò che gli illuministi asserivano circa la comunità dei beni era dai più considerato come una sorta di vagheggiamento utopistico, un’innocente divagazione letteraria; con i babuvisti tutto ciò si tramutava in materiale sovversivo, in quanto facevano calare le astratte postulazioni sull’effettuale terreno politico. Babeuf, Buonarroti e gli altri congiurati avevano una tendenza ad estrinsecare, a dare concreta effettuazione alle forme teoriche settecentesche, a tradurle in misure politico-sociali: in sostanza, si trattava, per essi, di uscire dall’utopia per entrare nella concretezza della realtà storica.
L’egualitarismo del Buonarroti è un egualitarismo livellatore: egli non nega l’esistenza dei talenti individuali, ma conferisce al sistema egualitario-comunista la funzione di destinarli non al vantaggio personale, bensì all’utilità sociale; le arti, le scienze come ogni conquista del sapere umano sono messe al servizio di tutti, gli artisti, gli scienziati contribuiscono, come del resto ogni cittadino, al bene comune. Si ha una generale cooperazione finalizzata alla felicità comune e l’eguaglianza, estirpando i vizi morali, sfocia nel consolidamento del primato della collettività. Tutto ciò che gli uomini producono di buono e di fecondo viene messo in funzione del benessere generale.
Gli Eguali, nonostante che nel 1791 il Babeuf era stato propenso a stabilire un’equazione tra una legge agraria, che portasse ad un’equa distribuzione delle terre, e l’eguaglianza di fatto, asseriscono esplicitamente il loro non schierarsi dalla parte della legge agraria bensì da quella della proprietà comune della terra, della comunità dei lavori, dei beni e dei godimenti; infatti, e qui si avverte chiaramente l’influsso del Mably sugli Eguali, qualunque siano i criteri egualitari mediante i quali vengano ripartiti i terreni, col passare del tempo, data la naturale diversità delle persone umane, la disuguaglianza prenderà il posto dell’eguaglianza: a ciò si può ovviare soltanto attraverso la comunità dei beni, l’organizzazione collettiva dell’esistenza, che, per gli Eguali, si identifica con l’eguaglianza di fatto. Ecco alcuni dei punti attraverso i quali il Buonarroti voleva istituire la società egualitaria e comunista:

  1. riunire tutte le ricchezze nelle mani della repubblica;
  2. far lavorare tutti i cittadini validi, ciascuno secondo le sue capacità e le sue attuali abitudini;
  3. utilizzare i lavori, avvicinando quelli che sono complementari l’uno dell’altro, ed imprimendo un nuovo indirizzo a quelli che sono effetto unicamente dell’attuale ingorgo della ricchezza;
  4. raccogliere continuamente nei depositi pubblici tutti i prodotti della terra e dell’industria.

Dunque, la società egualitario-comunista sperata dal Buonarroti è una società in cui si ha il trionfo della frugalità, della temperanza, della probità e della concordia. Tutto ciò sembra sgorgare da una filantropia, da un umanitarismo che vuole andare incontro alle esigenze degli umili, dei poveri, dei bisognosi. “La considerazione dell’uomo nel cittadino, dell’uomo colla sua esistenza fisica, i suoi bisogni naturali, la sua aspirazione alla felicità… il dovere del soccorso dello Stato agli indigenti…”: è ciò la motivazione all’azione del Buonarroti, del Babeuf e degli Eguali.
Elemento tipico degli Eguali, in particolar modo del Buonarroti, è poi la nozione di virtù, intesa come dedizione alla patria o più in generale alla causa del bene, e come fratellanza umana: la politica senza la virtù scade in una mera tattica per soddisfare avidamente i bisogni di alcuni, nell’interesse egoistico, e, dunque, essa deve essere incessantemente surrogata dalla virtù. Se si vuole che la comunità sociale sia fondata sul monolite di saggi princìpi, è necessario che la virtù presieda ad ogni azione e misura politico-sociale.
Per quanto riguarda la tematica del lavoro, il Buonarroti dichiara esplicitamente che il lavoro deve essere comune e che nessun cittadino valido, a meno che non vi siano adeguati e legittimi motivi, può sottrarsi ad esso; però il lavoro non doveva perdurare così come si presentava al rivoluzionario toscano e agli Eguali, cioè come oppressione per le masse popolari, il lavoro non doveva più essere quella realtà economica che faceva sì che vi fossero ampi strati della popolazione affaticati ed alcuni oziosi: esso, per gli Eguali, si configurava come un’attività che, in quanto egualmente ripartita tra i cittadini validi ad essa, ed in quanto produttrice di beni utili per tutti, e di cui tutti avrebbero potuto giovarsi, avrebbe portato con sé una carica di soddisfazione e piacere tanto che gli uomini non avrebbero più voluto rinunciarvi, “…si vuole che i differenti lavori siano ripartiti in maniera da non lasciare ozioso un sol uomo valido; si vuole che l’aumento del numero dei lavoratori garantisca l’abbondanza pubblica, pur diminuendo la fatica individuale; si vuole che, in cambio, ciascuno riceva dalla patria di che provvedere ai bisogni naturali ed al più piccolo numero di bisogni artificiali che tutti possono soddisfare”, “lavoro, che, saggiamente ed universalmente distribuito, diverrebbe, nel nostro sistema, un’occupazione dolce e divertente, alla quale nessuno avrebbe voglia o interesse a sottrarsi”. In questo quadro, si inseriscono i discorsi relativi all’industria e alle macchine: la dottrina degli Eguali, che, quindi, non è puramente agraria, ed anticipa la fisionomia della letteratura socialista dell’Ottocento, non sostiene la negazione dell’industria attraverso la sua abolizione, bensì prende atto di tale realtà produttiva, e cerca di ovviarne le possibili degenerazioni attraverso la raccolta in depositi pubblici e l’equa distribuzione dei prodotti industriali. L’industria, per i congiurati, è una fonte economica che, in quanto tale, una volta instaurato il regime comunitario, non porterà alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, bensì, accrescerà il benessere collettivo; anzi il Babeuf ed il Buonarroti si dimostrarono ben disposti verso misure potenzianti l’industria, conferenti ad essa un maggiore impulso produttivo. Lo stesso dicasi per le macchine: in un periodo storico in cui l’inizio della fioritura dell’industria implicava la sempre più frequente applicazione delle macchine, il Buonarroti pensava che gli operai e gli artigiani non dovessero nutrire sentimenti ed avere atteggiamenti di odio e rancore nei riguardi di quelle, perché esse, in un sistema egualitario-comunista, verrebbero impiegate in modo da diminuire la fatica ed aumentare il tempo risparmiato. In sostanza, per quel che concerne l’industria e le macchine, ciò che nella società borghese contribuisce allo sfruttamento dei lavoratori, nel mondo dell’egualitarismo comunista diventerebbe strumento per migliorarne le condizioni sociali.
Gli Eguali, poi, sono anche critici del commercio e della moneta: il commercio è contrario ad un governo che sia fondato su princìpi egualitari, porta al disfrenarsi di una selvaggia concorrenza che va a danneggiare le masse lavoratrici, è un elemento che dissolve la società; la moneta, così come l’oro, nel regime egualitario e comunista, dovrà essere meno ricercata della sabbia e della pietra. In ciò, il Buonarroti, il Babeuf e i congiurati, pur riallacciandosi alle argomentazioni settecentesche, traevano spunto dalle vicende politico-sociali del tempo: a fianco della indubbia derivazione illuminista, v’è il rifarsi ai concreti eventi rivoluzionari.
A tutto ciò è inscindibilmente legato l’acceso discorso babuvistico sulle distinzioni tra ricchi e poveri, tra la “nuova aristocrazia” e il “partito plebeo” come li definiva il Babeuf. Anche per quanto inerisce a questo aspetto ideologico, il babuvismo riecheggia la letteratura settecentesca: Helvetius, Rousseau, Mably ed altri avevano esplicitamente denunciato le condizioni oppressive in cui si trovavano le masse popolari, chiaramente commiserato gli operai, i contadini, i piccoli artigiani, i salariati agricoli; però, come sostiene Galante Garrone, non parlavano a nome del popolo, non ne affermavano la rivolta rivoluzionaria. Il Buonarroti, il Babeuf e gli Eguali, invece, connettevano la loro azione anche alle proteste della fame, alle insurrezioni dovute al carovita: “l’influenza che sul Babeuf e sul Buonarroti naturalmente ebbe la rivoluzione, con l’improvviso scatenarsi delle masse alla ribalta della vita politica, …l’accentuarsi della miseria e le prime rivendicazioni enunciate in nome degli artigiani, dei proletari, dei contadini”. La rivoluzione, oltre ad avere i suoi fondamenti teorici, doveva far leva sulle umili classi lavoratrici, doveva sprigionare la forza delle masse popolari. I poveri lavoratori, sono considerati, dalla dottrina babuvistica, come una sorta di successori degli schiavi dell’antichità e dei servi della gleba del Medioevo: le loro condizioni di miseria e di sfruttamento ne sono il comune denominatore. Tale concezione avrà poi profonda risonanza nella riflessione socialista ottocentesca, come dimostrano, ad esempio, il fatto che Louis Blanc affermi che il proletariato, pur avendo più dignità dei servi, ha meno sicurezza rispetto ad essi, e la stessa concezione materialistica della storia. Le masse lavoratrici oppresse è come se non avessero patria, tanta è la loro indigenza.
La storia, per i babuvisti, è una lotta, un contrasto tra ricchi e poveri, tra classi sfruttatrici e sfruttate e la rivoluzione non è che l’evidente ulteriore dimostrazione di ciò; la democrazia di cui essi parlano non è una astratta democrazia, una mera repubblica, bensì una democrazia concretamente sociale, una democrazia sostanziale: in ciò il babuvismo potrebbe davvero essere ritenuto una radice politica del marxismo. A ciò contribuisce anche il fatto che il Buonarroti, Babeuf e gli Eguali contrapponevano alla libertà e all’eguaglianza formali quelle di fatto ed economiche: i bisognosi non vogliono libertà ed eguaglianza soltanto nominali, bensì anche effettive, fattuali, per migliorare le proprie condizioni  politico-sociali, il popolo non anela a speculazioni in proposito ma ad una realtà sociale connotata dalla libertà e dall’eguaglianza reali, a livello di prassi. Sono, poi, di notevole interesse altri due nuclei concettuali del babuvismo: l’educazione ed il cosmopolitismo.
I babuvisti sostenevano l’importanza di un’educazione che protendesse le persone a prendere coscienza di se stesse, che le spingesse ad acquisire consapevolezza delle proprie condizioni; l’eguaglianza è sia il criterio in base a cui strutturare il sistema formativo, sia il fine dell’educazione stessa: case comuni d’educazione avrebbero dovuto formare i giovani ai lavori che più si addicevano loro e ad essere utili al benessere collettivo; dunque, l’educazione non era un ambito a sé stante, ma una fondamentale componente dell’ingranaggio volto a stabilire solidamente una nuova società democratica per il bene dell’umanità. Lo slancio cosmopolitico babuvista sfocia direttamente dal sentimento umanitario: l’umanità è al di sopra delle patrie, e l’amore di essa va al di là di ogni confine nazionale. L’uomo empiricamente universale di cui parla Karl Marx sembra annoverare, tra i suoi precedenti, anche questa calorosa solidarietà universale dei babuvisti.
Per il Buonarroti, che si rendeva conto delle varie realtà delle nazioni e, pur interessandosi sempre della situazione italiana, era orgoglioso della sua patria adottiva, in questo quadro che presenta tinte universalistiche, un ruolo determinante spetta alla Francia: infatti, per la fondazione di una grande comunità umana in cui non vi siano più particolarismi d’ogni genere, è importante che il popolo francese porti il suo contributo con il  proprio esempio e la propria saggezza politica, anzi esso ha il dovere di appoggiare e difendere gli altri popoli nelle rivendicazioni tendenti alla libertà; tale palingenesi, però, si badi bene, non doveva essere perseguita ed imposta con la forza militare delle guerre espansionistiche, ed è proprio per questo che il rivoluzionario toscano ripudierà con orrore le conquiste napoleoniche, che, dal suo punto di vista, rappresenteranno un travisamento delle idee giacobino-montagnarde. Quindi, il cosmopolitismo con accenti di fratellanza del Buonarroti, proprio per non corrompersi in un imperialismo, è, in sostanza, un’espressione di un robusto e consapevole ideale umanitario indissolubilmente correlato a motivi egualitari: “L’internazionalismo, come logico corollario della rivoluzione sociale, la solidarietà di tutti i popoli per la conquista dell’eguaglianza, era l’ideale che il babuvismo avrebbe tramandato alle correnti socialiste dell’ottocento”.
Un altro punto centrale della ideologia babuvista è rappresentato dalla dittatura rivoluzionaria: i babuvisti ritenevano che essa fosse il solo mezzo necessario per continuare ciò che il Robespierre aveva attuato nella sua politica, per instaurare il sistema egualitario. All’interno del comitato rivoluzionario alcuni sostenevano la dittatura di una sola persona, altri quella di alcune persone. I primi, ovviamente, si rifacevano alla figura  del Robespierre che veniva sempre più assumendo tratti quasi mitici: egli, per quest’ala babuvistica, era stato un carismatico capo interprete delle esigenze del popolo, un valoroso difensore dei bisognosi. I fautori della dittatura individuale volevano, dunque, un nuovo Robespierre. Tra questi vi era anche il Buonarroti che, da quando aveva conosciuto Robespierre, l’aveva sempre considerato il campione dell’eguaglianza. Invece tra i congiurati sostenitori di una dittatura di pochi individui c’era il Babeuf che, come giustificazione alla sua posizione, addusse il fatto che più persone sarebbero state meno influenzabili di una sola, ed avrebbero evitato una degenerazione dispotica in senso personale; inoltre, con una pluralità di rivoluzionari, non sarebbe sorta la questione del più virtuoso tra essi. Comunque sia gli uni che gli altri affermavano la provvisorietà della dittatura rivoluzionaria, la straordinarietà e la transitorietà di un potere di alcuni virtuosi rivoluzionari che non avrebbe più avuto ragione di essere una volta che la società egualitario-comunista fosse stata fondata stabilmente. Dopo varie discussioni interne, nel comitato prevalse la seconda tendenza: “nessuna dittatura individuale, dunque, ma dittatura dell’autorità insurrezionale”.
La dittatura di cui parlano i babuvisti non è assolutamente la dittatura di classe del proletariato di Marx ed Engels, però in essa inizia già a profilarsi un significato classistico; infatti tale dittatura deve concretizzare la sua azione in favore di una classe, quella, naturalmente, dei sanculotti poveri, della massa popolare, contro i ceti ricchi ed aristocratici. Come inferisce Galante Garrone, non si tratta ancora della teorizzazione della dittatura del proletariato, ma di quella in favore del proletariato. Tale concezione babuvista, che ha i prodromi ideologici negli autori settecenteschi, verrà recepita dal Blanqui, e, attraverso di esso, giungerà al marxismo in cui, poi, si appoggerà al movimento operaio.

Tutte queste energiche idee, però, non trovarono estrinsecazione per una società egualitario-comunista: la congiura venne scoperta il 10 maggio 1796 ed il Buonarroti, il Babeuf e gli altri rivoluzionari vennero arrestati. L’Alta corte di giustizia di Vendòme, il 25 maggio 1797, condannò a morte il Babeuf ed il Darthé ed alla deportazione a vita il Buonarroti ed altri sette congiurati: era la fine di un comitato rivendicante una società completamente democratica, di un gruppo rivoluzionario che si era dedicato alla motivazione egualitaristica, di un sovversivo tentativo di affrancare gli oppressi, di un’appassionata esperienza politico-sociale volta alla lotta per il bene comune.

Il periodo risorgimentale

Il Buonarroti venne rinchiuso nel forte di Cherbourg e vi rimase tre anni in attesa della deportazione in Guiana, che, però, non avvenne: infatti, il Bonaparte, divenuto nel frattempo primo console, autorizzò una mitigazione della pena e, quindi, il trasferimento dei babuvisti nell’isola di Oléron, dove essi vissero non più in stato di detenzione, ma di confino. Il Buonarroti, nel febbraio 1803, venne trasferito a Sospello, nelle Alpi Marittime, e da qui, nel giugno 1806, in seguito alle sue insistenti richieste, a Ginevra, ormai territorio francese. A Sospello, ma soprattutto a Ginevra, il Buonarroti riprese a tessere i legami con l’ambiente politico esterno; il periodo ginevrino (1806-1823) è rilevante per quanto concerne la sua attività settaria: “rimasto sempre fedele agli ideali del ’96, negli anni ginevrini e per tutto il resto della sua esistenza dedicò le energie migliori all’attività volta ad avvicinare la realizzazione della società degli eguali”. Il Buonarroti era sempre, come sostiene Onnis Rosa, il motore delle cospirazioni e delle lotte per la libertà; il contesto politico, caratterizzato dapprima dall’impero napoleonico, e poi dai regimi poliziesco-reazionari della Restaurazione, richiedeva di agire nell’ombra, nel retroscena: “scoperta la cospirazione di Babeuf, giustiziati o privati della libertà i principali capi, di fronte alla nuova situazione storico-politica che i decenni successivi presenteranno prima col forte potere consolare ed imperiale e poi con la Restaurazione, agli assertori del vecchio ideale giacobino, o più in generale liberale-democratico, non resta altra via se non quella di ripiegare latomisticamente nel chiuso dell’attività settaria”.
Proprio questa necessità di un’azione sotterranea determinò la diffusione delle sette segrete. Già dal soggiorno a Sospello il Buonarroti entrò in contatto con la setta segreta antibonapartista dei Filadelfi: egli ne fu un membro autorevole ma non il capo. Tale setta si fuse, più tardi, con quella degli Adelfi nell’unica Adelfia: di essa il rivoluzionario toscano, da figura in secondo piano, diventò il capo e protagonista. Intorno al 1818 l’Adelfia si trasformò nella Società dei Sublimi Maestri Perfetti, che poi, a sua volta, tra il 1828 ed il 1830, verrà trasformata nel Mondo. Le ricerche del Saitta sono importantissime per conoscere tali sette; i Sublimi Maestri Perfetti non avevano, come l’Adelfia, una organizzazione orizzontale, bensì verticale, erano un “ordine” nel senso che presentavano una gerarchia di gradi e non di funzioni. I gradi erano tre e caratterizzati dal progressivo possesso del piano politico: vi era, quindi, un crescendo di dottrine e di autorità, un andare dal basso verso l’alto. In questa scalare diversificazione del contenuto programmatico, l’adepto del primo grado, detto sublime maestro perfetto, sosteneva l’esistenza di Dio e dell’immortalità dell’anima, il principio della carità universale, dell’eguaglianza e della libertà, il patto sociale; il secondo grado, il cui adepto era detto sublime eletto, conosceva e proclamava la sovranità popolare, la elettività e la temporaneità delle cariche, il tirannicidio: quindi i dirigenti intermedi rappresentavano posizioni democratico-rivoluzionarie; il terzo grado, del quale non conosciamo la denominazione dell’adepto, rappresentava il vertice della setta, ed era a conoscenza ed affermava che tutto ciò che c’è di non buono nel mondo deriva dalla divisione della terra: esso, dunque, per ritornare a quella sorta di età dell’oro precedente la distruzione della struttura collettiva primitiva, caldeggiava la fondazione di una società comunista. L’adepto può passare da un grado all’altro guadagnandosi la fiducia dei capi che, comunque, rimangono ignoti a tutti: sono essi che muovono i vari settari. Il Buonarroti non si limitava ad agire nella Società dei Sublimi Maestri Perfetti, o in seguito, nel suo Mondo: infatti egli aveva istituito altre sette secondarie che, movendosi in libertà, non sapevano della loro diretta dipendenza dalla principale organizzazione buonarrotiana.
Il Buonarroti, perciò, con questo sistema di federazioni, aveva una costellazione insurrezionale che avvolgeva le nazioni della Santa Alleanza. In tal modo, ad esempio, i congiurati lombardi del conte Gonfalonieri non erano dei legami che li univano all’ex compagno del Babeuf. Inoltre il Buonarroti, affinché la sua rete rivoluzionaria fosse il più possibile presente nelle varie realtà politiche, esplicò anche un’attività di penetrazione nelle altre sette: è il caso dell’inserirsi di cospiratori buonarrotiani nella carboneria italiana. Infatti, quando questa società segreta, dal Mezzogiorno iniziò a diffondersi anche nelle Marche e nelle Romagne, il Buonarroti iniziò ad interessarsi alla sua attività e riuscì ad infiltrare la sua organizzazione in essa, ed è proprio per questo che in essa venne introdotto un terzo grado e che vendite carbonare vennero stabilite in ambiti, come quello lombardo piemontese, in cui l’organizzazione buonarrotiana era fiorente. Quest’azione buonarrotiana di far entrare i suoi orientamenti politici in altre associazioni segrete riguardò non solo l’Italia, bensì anche altre nazioni europee: infatti, elementi buonarrotiani si ritrovano anche, grazie alla collaborazione dell’amico del Buonarroti Gioacchino Prati, nella setta degli Indipendenti in Svizzera ed in Germania e nella carboneria francese. Come asserisce il Saitta, tale articolazione settaria buonarrotiana, se da un lato, con le sue varie diramazioni, rappresentava un pericolo per i regimi poliziesco-reazionari di allora, dall’altro aveva una certa fragilità dovuta al fatto che, per i pochi capi a conoscenza dei reali piani politici, non era semplice controllare masse di congiurati, tra cui, poi, potevano anche scoppiare contrasti.
Comunque, per il Buonarroti, il fine della sua organizzazione era quello di rappresentare una palestra per quella filosofia che avrebbe dovuto migliorare gli uomini e la società, di essere uno strumento di lotta contro i regimi oppositori dell’eguaglianza del comunismo. Il fallimento dei moti napoletano e piemontese del 1820-1821, che, naturalmente, non furono esclusivamente moti buonarrotiani, ruppe le fila del settarismo politico: il Buonarroti tentò di spronare il settarismo consolidando i rapporti con varie figure dello scenario dell’associazione segreta; inoltre, sempre a tal fine, il cospiratore toscano inviò in Italia l’Andryane. Quest’ultimo, però, venne scoperto, provocando, così, la preoccupazione dell’Austria che fece pressione sulle autorità elvetiche affinché il Buonarroti venisse espulso da Ginevra: era la fine del periodo ginevrino.
Il Buonarroti, allora, si recò a Bruxelles e vi stabilì la sua residenza aprendo, dunque, il periodo dell’esilio belga ( 1824-1830 ). In Belgio, il Buonarroti svolse una vera e propria attività di direzione della vendita centrale della carboneria francese a Bruxelles sotto il nome di Camille, collaborò costantemente con alcuni giovani liberali belgi, Louis De Potter, Alexandre Delhasse, Félix Temmerman, i fratelli Colignon, i quali erano fortemente avversi al controllo olandese sulla provincia del Belgio, e rimase in stretto contatto con i protagonisti della Rivoluzione Francese, come Vadier, Barère, Camion ed altri che avevano trovato rifugio nel regno dei Paesi Bassi; inoltre egli riuscì ad inserire nella sua tela d’azione politica anche due importanti figure francesi: il democratico Charles Teste ed il marchese Marc d’Argenson, un carbonaro poi diventato babuvista. Alcuni amici dell’esule toscano lo tennero informato sulle varie ideologie socialiste che si stavano profilando sul panorama europeo: è il caso di Robert Owen. Alle idee ed alle esperienze americane di tale personaggio inglese, vero e proprio precursore del socialismo, il Buonarroti guardava con simpatia ed affetto, restando però piuttosto scettico sul fatto che un sistema egualitario potesse essere costruito soltanto con la forza dell’esempio: infatti, come si è detto sopra, a ciò, per un irriducibile giacobino-babuvista come il Buonarroti, si sarebbe potuto giungere solo attraverso la presa del potere politico. Più critico l’ex compagno del Babeuf si dimostrò, invece, nei confronti di Claude-Henri de Saint-Simon, in quanto il socialista francese voleva fondare una società egualitaria non attraverso l’abolizione della proprietà, bensì mediante la sospensione dell’eredità e la dittatura dei tecnici e dei dotti.
Il fatto saliente del periodo belga è l’opera Conspiration pour l’Egalitè dite de Babeuf, la cui pubblicazione nel 1828 fu resa possibile anche grazie all’aiuto finanziario del De Potter: “il periodo dell’esilio belga… avrà come momento centrale la pubblicazione di quella Conpiration pour l’égalité che, riproponendo le esperienze dei congiurati del ’96, indicava al campo delle forze politicamente più avanzate la prospettiva dell’edificazione di una società comunista come una dei possibili sbocchi della lotta rivoluzionaria in Europa ”. Tale opera aveva un doppio fine: infatti voleva, da un lato, rappresentare una sorta di veritiera testimonianza su ciò che la vicenda degli Eguali era realmente stata, dall’altro, proporre l’ideologia comunistico-egualitaria non solo ad un nucleo di cospiratori, bensì a tutta l’opinione pubblica democratica e a quei ceti in cui l’azione diretta del rivoluzionario toscano non era pervenuta. Ecco cosa il Buonarroti afferma nella prefazione di questo scritto: “un momento prima della nostra condanna, sui banchi dell’alta corte di Vendome, mentre la scure aristocratica stava per colpirli, Babeuf e Darthé ricevettero da me la promessa di vendicare la loro memoria, pubblicando una esposizione esatta delle nostre comuni intenzioni… D’altronde, è giusto che il partito democratico sia finalmente conosciuto nella sua vera luce… sono rimasto convinto che l’eguaglianza da loro vagheggiata è la sola istituzione idonea a conciliare tutti i veri bisogni, a ben dirigere le passioni utili, a contenere quelle dannose, e a dare alla società una forma libera, felice, pacifica e duratura ”.

Le tematiche ideologiche della Conspiration pour l’Egalitè dite de Babeuf sono quelle tipiche del babuvismo: eguaglianza di fatto, comunione dei beni e dei lavori, virtù politica, nuova concezione del lavoro, critica alla distinzione tra ricchi e poveri, agricoltura, industria, macchine al servizio del miglioramento delle condizioni del popolo, educazione, sentimento umanitario, cosmopolitismo, dittatura rivoluzionaria. Qui ci interessa evidenziare l’atteggiamento storiografico che emerge dall’opera buonarrotiana in quanto la Conspiration pour l’égalité conteneva infatti un’interpretazione della rivoluzione che può considerarsi il punto di partenza della storiografia di tendenza democratica. Come nel periodo termidoriano era sorta l’interpretazione in senso liberale della rivoluzione, così aveva avuto origine anche quella di matrice giacobina: quest’ultima venne raccolta e sistemata dal Buonarroti, il quale pose la questione sociale in termini di lotta di classe. Egli, infatti, sosteneva l’esistenza di un conflitto tra il sistema degli interessi particolaristici e quello amico dell’eguaglianza, tra il sistema dell’egoismo e quello del bene comune, e, nella sua opera, pur non essendoci, ovviamente, una piena delineazione della lotta classistica quale criterio storiografico, c’è tuttavia una notevole caratterizzazione degli antagonismi delle forze politiche riverberanti le varie classi sociali. In questo quadro Robespierre viene ritenuto un rivoluzionario virtuoso che aveva combattuto per la libertà e l’eguaglianza, gli aristocratici e i monarchici un gruppo intento a difendere i suoi privilegi dinastici, la Gironda una compagine politica tra la nobiltà ed i lavoratori che non voleva che la rivoluzione approdasse ad un regime veramente democratico-popolare, la massa dei lavoratori una forza esprimente i bisogni e le rivendicazioni degli indigenti, l’impero napoleonico come il rafforzamento della reazione termidoriana. Quindi, gli spunti interpretativi in direzione classista che permeano il lavoro buonarrotiano, ne fanno una radice della concezione storiografica marxista. Dopo la rivoluzione parigina del luglio 1830, il Buonarroti, nonostante lo sbocco orléanista, tornò a Parigi, che,considerava ancora il fulcro da cui avrebbe dovuto diffondersi il movimento rivoluzionario: qui si ha quella che il Saitta ha definito “una vera e propria biforcazione della sua attività”, cioè egli portò avanti sia un’azione clandestina, cospiratoria, sia un’azione sul piano legale nei confronti dei poteri costituiti e dell’opinione pubblica per la conquista del suffragio universale, dell’abolizione delle imposte indirette da sostituire con un’imposta progressiva, di misure santuario.

Per quanto riguarda quest’attività alla luce del sole, uno strumento importantissimo fu costituito dalle Società popolari, che, inizialmente erano tollerate dal governo: la Société des Amis du Peuple, la Aide toi e la Société des droits de l’homme e du citoyen, in cui il Buonarroti e gli uomini più vicini alle sue convinzioni ideologiche, come, ad esempio, Charles Teste, Voyer d’Argenson ed Auguste Blanqui, facevano circolare opuscoli e pamphlets sostenenti idee egualitarie; tali società, pertanto, erano “pervase dalle concezioni buonarrotiane, che si contaminavano e si mescolavano con quelle delle altre scuole socialiste; rispetto alle quali, tuttavia, il neogiacobinismo e il neobabuvismo si distinguevano perché portavano il socialismo sul terreno della lotta politica e proponevano la conquista del potere e la fondazione della democrazia conseguente… come la sola via per giungere alla soluzione della questione sociale”.
Nonostante che ritenesse la Francia la nazione guida, il Buonarroti, da quando era ritornato a Parigi, lavorò, mediante un’allacciatura di rapporti con il fuoriuscitismo italiano a Parigi, Ginevra, Londra ed in altre città in cui vi erano esuli della penisola italiana, ad un’azione in direzione dell’Italia: infatti si stabilivano alleanze tra i vari gruppi di italiani all’estero, anche se essi avevano idee distanti tra loro; “si assisteva alla nascita di una serie di comitati e di società che cercavano di dare una qualche organizzazione alle… forze dell’esulato”. Lo scopo di una piattaforma politica per un’attività insurrezionale in Italia fece appianare le divergenze teoriche, i particolarismi ideologici: a Parigi, nel 1831, venne fondata una sorta di federazione delle varie società patriottiche, la Giunta liberatrice italiana, tra i cui componenti venne scelto un Direttorio liberatore composto dal Buonarroti, dal Mirri e dal Salfi. Questi due organismi politico-rivoluzionari, caratterizzati da affermazioni repubblicane ed unitarie per il paese italiano, però, si sfaldarono: la Giunta liberatrice italiana a causa del fallimento del tentativo di spedizione armata contro la Savoia, a cui, peraltro, il Buonarroti non era assolutamente favorevole; il Direttorio liberatore a causa della eterogeneità ideologica dei suoi membri, in quanto accanto all’egualitarismo comunista buonarrotiano, che tra l’altro suscitava diffidenze, v’erano anche aperture al liberalismo. Il Buonarroti, prima di rassegnare le proprie dimissioni, pubblicò, nel marzo 1831, a Parigi, l’opuscolo Riflessioni sul governo federativo applicato all’Italia: “è questo uno scritto vigorosamente critico verso la concezione federale”, a cui si contrappone l’idea buonarrotiana della preferenza per un modello unitario; emergono in esso, come sostiene il Saitta, motivi robespierristi e babuvisti asserenti la sovranità popolare e l’eguaglianza come garanzie di una società totalmente democratica.

Fonte: http://www.filosofico.net/buonarroti.htm

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La Crisi dell’Umanità

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L’essere umano vive oggi una grossa crisi d’identità, alimentata da un sistema occidentale subdolo e perverso, che ha lavorato strisciante, per il proprio obiettivo di distruzione della capacità personale e quindi collettiva di progredire. Nei decenni passati, nascosto dietro apparenti maschere sorridenti, che hanno fatto delle più svariate libertà individuali il loro rassicurante biglietto da visita, l’élite mondiale ha gradualmente avvicinato l’essere umano ad una condizione tipicamente animale; fatta d‘istinti e individualismo sfrenato, ha abbandonato la capacità di ragionare, sognare e percorrere i propri obiettivi.
Una manovra ben pianificata che la nebbia creata dal boom economico e dal consumismo materiale sfrenato, ha favorito nel suo progressivo insediamento, lasciando un estremo senso di vuoto e perdizione nei singoli individui, incapaci oggi di ragionare e agire per un senso collettivo di appartenenza al genere umano.
Declinata a taluni o talaltri, a questa o a quella determinata situazione, il palleggio delle responsabilità di questo senso di perdizione, non fa capire che sotto assedio è l’essere umano, la sua capacità di ragionare e la capacità di poter sognare il proprio progresso collettivo. Il nemico che l’élite dominante del sistema occidentale, e quindi mondiale, ha messo sotto scacco, non è uno stato o un determinato popolo sulla terra, bensì, l’intera capacità collettiva di sognare per l’umanità intera. Le capacità dell’essere umano, l’immensa potenzialità del suo cervello, che nella millenaria storia si sono rivelate le uniche risorse inesauribili, oggi, cercano di essere definitivamente spente o terribilmente alterate. Lo sviluppo è sempre stato possibile grazie alle capacità pratiche dell’essere umano di trasformare in reale, ciò che il potenziale immaginario collettivo poteva sognare e la diversità di sogni e capacità, presenti sul pianeta, il motore di un’evoluzione collettiva in tutti i settori della vita. Proprio queste diversità di obiettivi e di sviluppo delle proprie capacità a raggiungerli, hanno permesso ai popoli per millenni di fare da trampolino di lancio verso un futuro migliore; quando popoli geograficamente e culturalmente diversi venivano a contatto, seppur nel passato in maniera belligerante, portarono con sé le scoperte che potessero migliorare la propria condizione e conoscenza.
Come scoprì il filosofo Tedesco Hegel, lo sviluppo storico mondiale varia in base alla condizione naturale nella quale, storicamente e geograficamente, un singolo individuo e quindi una collettività si trovano e si sviluppano. Così persone simili in ambienti diversi hanno sviluppato curiosità e capacità diverse, formando culture di base diverse. L’interscambio e la cooperazione tra esseri umani diversi per fini comuni, crea un ventaglio praticamente illimitato di campi per lo sviluppo dell’intera umanità.
Dopo millenni di soprusi, tentativi di dominio delle libertà e negazione dei diritti umani, sempre storicamente imposti tramite la forza, puntualmente l’essere umano si è fatto collettività ed ha reagito; lo sviluppo umano ha subito bruschi rallentamenti, mai però, ha dato la sensazione di volersi fermare ed affievolire nella coscienza collettiva quanto oggi.
Negli ultimi decenni la strategia è cambiata ed il bersaglio non son più le libertà personali, ma il senso di collettività e la capacità umana di sentirsi tale e poter sognare il proprio futuro. Il nuovo metodo ha funzionato e continua tutt’oggi, il suo inarrestabile e perverso percorso di distruzione.
La prima fase ha consistito nel vecchio sistema di frazionamento (divide et impera) del senso di collettività; creare ed isolare una moltitudine di sottoinsiemi, messi in conflitto fra loro, che per mezzo secolo ci hanno diviso ad ultras dell’una o dell’altra fazione di pensiero, sia economico, che politico o sociale. Siamo stati nel frattempo racchiusi dentro al pensiero unico, un cerchio che chiunque volesse oltrepassare si vedeva subito etichettato come “estremista” dell’una o dell’altra fazione di pensiero. Una circonferenza, o gabbia, dall’ampio raggio, che apparentemente poteva sembrare il tutto, ed invece, ha fatto da prigione a tutti, o quasi tutti.
Abbiamo tifato per il bianco o il nero, per il si o per il no, e dell’altro essere umano ne abbiamo fatto un avversario con il quale scontrarci; nasce così in questo contesto la prima divisione della collettività in tanti piccoli “Noi” apparentemente opposti, preambolo alla nascita della società dell'”Io” moderna. Decenni di libertà personali spinte in qualsivoglia direzione, spacciate a conquiste purché nel limite delle libertà personali di altrui singolo individuo, sono il terreno fertile alla nascita dell’uomo “Io”, che ha calpestato in ogni angolo del pianeta occidentalizzato, le tradizioni millenarie e le regole e leggi morali di buon senso, formatosi in senso collettivo e comunitario che hanno dato vita a culture diverse e straordinarie, come ad esempio in Europa culla della civiltà e delle più grandi scoperte per il genere umano, tutto.
In queste nuove società senza identità e dove regna sovrana la cultura dell’ “Io”, si disgrega quel senso di comunità che ha fatto da fortezza ai più beceri e violenti attacchi che l’essere umano ha dovuto subire dalla notte dei tempi, ne è stata anche la forza per rialzarsi da qualunque situazione e condizione, per cambiare le proprie sorti di oppresso verso un miglioramento della propria situazione collettiva. Non la libertà individuale di poter dire o fare ciò che si vuole ha mai cambiato la storia e favorito il miglioramento ed il progresso, ma il senso di comune d’oppressione che forma una collettività d’intenti, dà la capacità e la forza di poter sognare e raggiungere la libertà per tutti e non per se stessi.

Ma tutto questo può bastare a sconfiggere l’essere umano e fermare il suo sviluppo? No, e lo sanno benissimo quei rappresentanti dell’élite dominante. In qualche angolo remoto un cervello libero può cambiare le sorti dell’umanità con un’idea, un sogno che diventa comune e la storia è prodiga di esempi; da Platone a Leonardo, da Einstein a Martin Luther King, una mente libera può sognare fuori da quella circonferenza e rovinare i piani all’élite dominante. Così si è sviluppata un’altra fase di oppressione strisciante che mira ad avvicinare l’essere umano a ragionare come se fosse solo un animale. Nasce la società dell’individuo “Io Animale”, che alla razionalità, alla capacità critica di valutazione e riflessione, viene spinto verso l’ascolto dell’istinto.
Mentre l’essere umano è l’unica forma di vita in grado di capire, utilizzare e modificare la natura, gli animali la subiscono o al massimo possono mutare se stessi, per far fronte alle forze esterne. L’animale sceglie con l’istinto le varie soluzioni da prendere nel corso della sua esistenza e sono la fame, la paura o le abitudini le varie sensazioni a cui l’istinto da risposta; l’essere umano a differenza, è in grado di capire e l’istinto dovrebbe essere, solamente, una primordiale sensazione, che la ragione, potrebbe schiacciare ed eliminare se irrazionale.
Come viene spinto l’essere umano alla condizione animale? I metodi sono diversi e ben visibili nella nostra società, sempre mascherati dietro finti obiettivi e ben variegati per forme e colori, si presentano in vari settori; cosi ben progettati che sembrano dare la possibilità di poter scegliere anche il contrario, ma sempre creati per restare all’interno di quella gabbia da cui l’umanità non sembra più voler uscire e addirittura non vederne neanche più il limite. La vita politica e sociale mette l’essere umano di fronte a determinate scelte frutto di mutevoli condizioni, fatti e situazioni venutesi a creare, alle quali servono risposte e programmi per essere affrontate. Qualcuno però ci ha rubato il tempo per farlo. Viviamo in una società frenetica, che tralascia volontariamente di affrontare situazioni, fino a farle diventare emergenze, alle quali servono poi, veloci decisioni. Non essendo più in grado di pensare in maniera collettiva, ma bensì individuale, il tempo non è più risorsa inesauribile, e quindi, mette di fronte a scelte veloci, tralasciando i caratteri principali di come una scelta dovrebbe essere presa da un essere ragionante. L’individuo “Io” non ha tempo per conoscere un fatto o una situazione venutasi a creare, sia essa reale o inventata, non ne studia le reali cause, ne le conseguenze evidenti e possibili future. La scelta deve essere veloce e ci si trova a “tifare” per soluzioni apparentemente diverse, o realmente diverse, ma preconfezionate per restare nella solita gabbia, che, ne risolvono ne rispondono realmente a nessun fatto o condizione. In questo contesto frenetico e di continua emergenza, vera o falsa, l’individuo “Io” chiede risposte immediate per se stesso e non perde tempo a capire e programmare un intervento ragionato per l’umanità; ecco che vince la soluzione d’istinto. Chi è più bravo a creare le sensazioni di paura, rabbia, felicità o altro, attira verso di se i clamori di tanti individui “Io” e la sua risposta sarà quella presa per vera e giusta.

Un’altra “fede” che fa spinta sulle sensazioni e che avvicina l’uomo all’animale è l’ecologismo; oggi diventata una vera e propria religione è senza dubbio la più sviluppata e spinta tra le tutte le mascherine che l’élite controlla e utilizza contro l’umanità. Hanno abituato a pensare che l’essere umano è causa di tutti i mali del pianeta, sia essi veri o inventati, e che il suo sviluppo ed il progresso sono cancri per la natura ed il proseguo della civiltà. Il loro suggerimento quindi è spingere verso un modello di decrescita e risparmio energetico che sono la mascherina apparentemente all’umanità sorridente, ma che nasconde la volontà dell’élite di adeguarci ai ritmi della natura come animali al fine di fermare il progresso. Questo ecologismo, che nulla ha a che fare con il buon senso ed il rispetto della natura, che peraltro è nato prima dell’ecologismo dalla semplice razionalità delle comunità per il bene collettivo, ma si basa su un semplice concetto di scarsità di risorse, che stupra e umilia il cervello di qualunque essere umano razionale, le sue capacità e le sue qualità. Se l’essere umano preistorico si fosse fermato di fronte alla scarsità delle risorse a lui note in quel determinato periodo, mai sarebbe andato sulla luna e probabilmente mai sarebbe uscito dalla sua caverna. Sostenere che il limite allo sviluppo umano sia un pianeta di risorse finito è un pensiero puramente animale, perché tralascia la risorsa inesauribile che ci ha permesso di passare dalla caverna alla luna: l’Essere Umano.

Un’altra mascherina che l’essere umano incontra sempre più spesso e che nasconde dietro di sé la solita élite, è quella del costo/debito. Oggi probabilmente la più in voga, serve a spiegare come qualunque attività umana sia impossibilitata addirittura a nascere, perché grava già di un costo o debito prima che si realizzi. Come se improvvisamente qualunque capacità, idea o sogno già in grembo nascano con intrinseco un debito, la ricerca un costo, la salute un costo, la cultura platoneun costo e la nascita di un nuovo essere umano una bocca in più da sfamare. All’umanità quindi sfugge il concetto di cosa sia un investimento, se tutto è un costo, così che l’uomo si abitui a non sognare, a non sviluppare capacità. Oggi è ben visibile questa situazione nell’attività lavorativa, sempre più spesso il lavoratore è meno qualificato, il lavoro meno qualificato e qualificante e l’unico interesse è il minor costo, invece che la maggior capacità.

La più grave crisi dell’umanità è la sua incapacità di riconoscersi come tale, di sognare, per se stessa, qualcosa di migliore da rincorrere; una qualunque utopia che le sue capacità prima o poi raggiungeranno e poter mettere un’asticella ancora più in la, per una nuova utopia da inseguire; non per sé ma per l’umanità. Così si creano i sogni e si da un volto al futuro.

Piantoni Matteo

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Una visione controcorrente

Ho tentato più volte di scrivere (e mi sono chiesto se valeva la pena farlo) un quadro del mio personalissimo pensiero che collegasse la mia filosofia di vita a quella che è invece la visione di una società equilibrata e giusta. Non una visione per la società italiana, ma per qualcosa che va oltre le culture e i nazionalismi; essendo uomini, quando ci addentriamo nella sfera etica, morale, che abbia a che fare con lo scopo dell’essere umano, non possiamo riferirci ad un determinato popolo, ma siamo costretti a trattare l’argomento nel seno dell’umanità.
Affermo fin da ora che con questo pensiero cerco di esporre senza vergogna il mio punto di vista, senza pretendere che esso corrisponda alla verità assoluta. Anzi, sono sempre più convinto che la verità assoluta non esista, ma che le situazioni e le condizioni in cui viviamo cambiano, e certi concetti ed esperienze bocciati in un determinato contesto, siano invece utili in un altro. Cerco solo di ampliare il dibattito e fornire quella che può essere una mia critica. Il mio testo è controcorrente, e non è scritto per essere commentato o seguito, lo scrivo e basta. Perché mi è sempre piaciuto frugare dentro alla nostra misera condizione di uomini, e spero di spingere altri a fare altrettanto con se stessi, senza seguire quella che può essere una mia risposta. Ponetevi delle domande e datevi delle risposte. Ma sappiate che non è facile andare controcorrente, e ancor più difficile è perseguire la felicità in questa dimensione, avendo preso coscienza dei vizi e delle ambiguità del pensiero dominante. Non che non si possa essere felici, ma parto da un presupposto che potrò spiegare meglio in seguito.

Oggi il mondo è dominato dalla cultura del consumismo, non è necessario che vi illustri quali sono gli interessi del Vero Potere, le grandi società di Wall Street e le corporations, dietro la diffusione di questa mentalità. Per questi più che ovvi interessi economici è stata plasmata una società in cui gli individui vengono catturati dal sogno della felicità materiale. Persino coloro che non cedono alle mode o al consumo frenetico di oggetti inutili, tendono a concepire la loro esistenza in maniera egoistica, materialista, quasi narcisista, dove l’importante non sono gli altri ma l’IO. E per soddisfare il proprio IO spesso si mettono da parte impegni più o meno nobili, relazioni, amicizie, ecc. Si segue “il bisogno del momento”. Si percepisce una difficoltà e si sceglie di intraprendere un’altra strada. Si lascia indietro qualcosa o qualcuno perché in quel momento lo si ritiene d’intralcio alla propria felicità.
Questa cultura del Carpe Diem, questa insensata via dell’attimo fuggente, non è che un’illusione e ha distrutto intere generazioni di giovani. La storia insegna che le esperienze migliori sono date dal sacrificio e dall’abnegazione, la dedizione a qualcosa. La soddisfazione è il frutto di prove sostenute con spirito di sfida, prima di tutto verso se stessi.
Spesso capita di sentire il peso di un amicizia, quando l’amico è nel periodo di continuo bisogno, lo stesso capita in una relazione, quando l’impegno del rapporto diventa un peso che ostacola altre priorità (a chi non è capitato di essere quasi considerato da qualcuno un ostacolo alla altrui felicità, non v’è cosa più offensiva), a volte ci sentiamo di mettere da parte i familiari, altre volte crediamo che sia meglio dedicarsi al proprio lavoro e lasciare l’impegno pubblico, oppure ci capita di lasciare un percorso formativo importante; tutte queste scelte spesso vengono prese perché in quel preciso momento si sente il bisogno di trascorrere il tempo diversamente e di dedicarlo esclusivamente al proprio sviluppo personale. Non è sbagliato, ma spesso a questo si sacrifica tutto il resto.
Si arriva ad idolatrare se stessi, pensando che non si deve rendere conto a nessuno di nulla, così muore la cultura della famiglia (troppo onerosa per il dio ME), e muore l’impegno sociale (perché fare gratis qualcosa se non ricevo nulla in cambio? Perché devo sempre pensarci io? Perché tutti mi cercano solo quando servo?).

È da illusi pensare che questo possa renderci felici, si dimentica che la via all’egoismo è passeggera, perché per l’essere umano la felicità esiste solo se può essere condivisa. Non si possono spegnere o accendere le persone come fossero interruttori, e non si può regredire negli impegni e nei doveri che abbiamo di fronte all’umanità. Già, perché noi siamo esseri sociali e non possiamo lasciarci opprimere dalla libertà individuale. Detto così può sembrare il discorso di una persona che rimpiange l’autocrazia e rinnega le conquiste sociali. Nient’affatto! È solo una critica a come questi diritti sono stati utilizzati, e come ci hanno reso prepotenti e ci hanno fatto perdere di vista l’avvenire dell’uomo e il peso che l’unione e l’associazione degli uomini può avere nella storia. Dottrine di sofisti hanno pervertito il santo concetto della Libertà: gli uni l’hanno ridotto a un gretto immorale individualismo, hanno detto che l’io è tutto e che il lavoro umano, e l’ordinamento sociale non devono tendere che al soddisfacimento dei suoi desideri; gli altri hanno dichiarato che la libertà non ha limiti, che lo scopo d’ogni società è unicamente quello di promuoverla indefinitamente, che un uomo ha diritto di usare e abusare della libertà, purché questa non ridondi direttamente nel male altrui; che un governo non ha missione fuorché quella d’ impedire che un individuo non nuoccia all’altro. Non esiste concetto più sbagliato di queste due visioni!
Queste dottrine sono alla base di una società capitalista e consumista dove l’anarchia morale si è trasmessa nella cultura e nello stile di vita di ognuno di noi. Da millenni l’uomo è violento, competitivo, egoista, avido, ed ora, negli ultimi secoli, dopo la rivoluzione francese ci siamo donati le libertà individuali che queste dottrine hanno fatto passare nella concezione delle masse, ma hanno cambiato forse qualcosa?! Perché nonostante la conquista dei diritti inalienabili, l’umanità è ancora competitiva, violenta, egoista e avida. Questi sono i valori della società consumistica e quelli materialisti del carpe diem. E portandoci a scegliere la via dell’IO, abbiamo dimenticato lo scopo, i doveri che abbiamo come fratelli nei confronti dell’umanità. Perché l’umanità è un corpo solo. Ma qual è il suo scopo?

Credo che Giuseppe Mazzini nella sua opera “Dei Doveri dell’Uomo” ci abbia fornito la risposta: lo scopo dell’umanità è il PROGRESSO. Non solo quello economico, ma anche quello morale, scientifico e spirituale. Lo scopo di una persona è quello di migliorare gli altri, modificando così lo status quo che argina la società nel tempo. L’educazione e la condivisione delle esperienze, sia nel lavoro che nella vita sono il sale di questa visione e vengono a completamento di quei diritti di cui prima parlavamo.
Ecco a chi dobbiamo rendere conto! All’umanità. Ecco perché Gramsci odiava gli indifferenti ed esprimeva tutto il suo disprezzo con toni così duri e laconici: perché «l’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare […] Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime».
Forse Gramsci è stato fin troppo duro, ma certe volte, la rabbia mi fa provare gli stessi sentimenti. Non capiamo che siamo esseri progressivi, capaci di migliorarci. Siamo esseri curiosi e apprezziamo le sfide, laddove c’è un problema c’è sempre qualcuno che pensa. La vera libertà è quella di poter vivere in un ambiente che faccia da humus a nuovi pensieri, nuovi punti di vista. Invece la globalizzazione e la società di massa ci stanno rinchiudendo nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. Generazioni di lobotomizzati e di studenti universitari che vengono imboccati di falsità e di meccanicismi fin nei minimi particolari di teorie ormai diventate dogmatiche e non riescono più a porsi all’esterno della visione dominante. Pensate all’attuale crisi economica. Certi grandi esperti, dottori… PAROLAI!!! pensano di risolvere una crisi sistemica utilizzando le risorse offerte dal sistema stesso, muovendo numeri e formule, ormai incapaci anche solo di mettere in discussione tutta l’organizzazione sociale che è la vera radice del problema.
Oggi viene difficile porsi in critica aperta verso quell’unico modo di vedere le cose, sono sempre meno coloro che ci riescono, perché il Sistema è ormai diventato un archetipo.

È diventato talmente difficile, che anche nella vita privata l’individuo, pur di preservare lo status quo, pur di mantenere quella presunta tranquillità, accetta una bugia rassicurante invece di affrontare la realtà di una verità scomoda. In fin dei conti la felicità deriva anche dal fatto di aver agito secondo giustizia, deriva dalla soddisfazione di aver affrontato un problema ed anche se più volte si è fallito nei tentativi c’è qualcosa di profondo che ci aggrada. Cosa che non prova colui che invece ha scelto di sacrificare qualcosa di grande per una sua esclusiva priorità. Sapete che vi dico, è meglio cogliere la sfida, perché dà sapore ad un’esistenza, piuttosto che vivere succube delle proprie paure e di false convinzioni che poi, col tempo, si rivelano per quello che sono: fragili castelli di carta. Ci si nasconde dietro se stessi, non avendo rispetto di se, e alla fine si scopre di aver perso nella vita le occasioni che avrebbero potuto trasformarla in un vero capolavoro. Si deve solo avere il coraggio di affrontare se stessi, e non rifugiarsi dietro a “oggi non me la sento”, fottuti dalla paura e dall’incapacità di reagire ad uno stato d’animo. Ogni tanto occorre osare, e metterci un po’ d’audacia.
Ho sempre detto che la vita è come una partita a scacchi: è logico che devi sapere quali mosse è giusto fare, ma è anche opportuno farle il prima possibile, anche a costo di sacrificare delle pedine. Ecco perché oggi tanti ragazzi preferiscono rimandare a domani i sacrifici e le possibilità di sviluppo (tanto c’è sempre tempo). Poi si ritrovano in ritardo su chi li ha preceduti e non resta che il rimorso di aver indugiato, sperando di ricevere la grazia di poter dimenticare i propri sbagli.
Occorre determinazione, mai lasciarsi scoraggiare. Se Colombo si fosse lasciato convincere dalle paure del suo tempo non sarebbe mai salpato dall’Europa. Ricordo quando un giorno, descrivendo la mia determinazione una persona disse di vedere in me “l’immagine di un fiore che cresce forte e vigoroso da una crepa nel cemento.” È stato forse il riconoscimento migliore che abbia mai ricevuto, e non so quanto io abbia meritato questa metafora, però sarei stato certamente più contento se questa determinazione fossi riuscito in qualche modo a trasmetterla. Spero di poter ricambiare ora con questo scritto, proprio perché come discepolo del pensiero mazziniano spero di poter migliorare qualcuno, od offrire lo spunto di una riflessione interiore. Non v’è nulla in questo mondo che m’aggrada maggiormente e che mi permette di sentirmi serenamente felice.

Dicevo all’inizio del testo che è difficile perseguire la felicità pensando in maniera alternativa ed agendo controcorrente. Ora forse potete capirlo: semplicemente perché la felicità esiste se condivisa, ed è difficile trovare persone veramente libere; con una propria visione delle cose che non sia un riflesso del dominio intellettuale di cui è schiava la società occidentale. Non è un caso se anche io ho smarrito molte persone per strada, per colpa del fatto che sono troppo razionale, e perché ho sempre cercato di anteporre la verità quale bene per gli altri (ahimè non sempre ben accettata). Altre persone invece mi sono state riconoscenti, alcune delle quali inaspettate.
Per coloro che non possono rendersi conto di essere rinchiusi in una gabbia, la ricerca della felicità sarà sempre ostacolata da una sensazione di incertezza, che deriva dalla percezione che qualcosa non funziona. Daranno colpa agli altri, daranno colpa a se stessi non riuscendo a capire cosa li angoscia, non capendo che è l’ambiente che li circonda il problema. Per loro anche nei momenti in cui tutto sembrerà andare bene, dove tutto sembrerà più leggero e sopportabile, non sarà mai felicità piena, perché manca di una componente fondamentale nella vita di ognuno di noi, un fattore irrinunciabile: la verità, e la certezza di poter contare su qualcuno che ponga se stesso al pari di chi ha di fronte. Si, perché quando uno condivide tutto se stesso con te, non può agire egoisticamente contro di te. Il NOI è sempre più grande dell’IO, e non si può agire contro il NOI senza danneggiare anche se stessi. Ma questo vale solo per quelle persone che vivono con abnegazione un rapporto umano (che sia tra parenti, fidanzati, amici, comunità). Mentre se due persone pongono le proprie ambizioni e la propria posizione al di sopra del loro prossimo, i loro percorsi entrano per forza di cose in competizione, arriva sempre il momento in cui, di fronte al sacrificio richiesto arriva un diniego. Perché lo spirito è volubile. E in una tal situazione non può esserci fiducia, ergo non può esserci né tranquillità né felicità.

Occorre coraggio per fare delle scelte che pongono l’uomo al di sopra di se stesso. E per arrivare oltre se stesso l’uomo non può che farlo attraverso l’esperienza condivisa con qualcun altro (il NOI), attraverso il lavoro in associazione, attraverso la cultura della reciproca mutualità, della solidarietà.
L’individualismo genera solo conflitti, incomprensioni, e vittime. Vittime del Vero Potere, quello che ti dice come essere libero e felice, quello che ti offre comode opportunità, quello che ti dà un’effimera tranquillità finché non scopri di esser solo, e di essere stato ingannato. Possibile che nessuno abbia capito che c’è un nesso ben preciso tra il nostro modo di vivere le interazioni umane e il Sistema in cui viviamo? È l’habitat che rende l’uomo un lupo dell’altro uomo! Esiste la bontà, è solo ostacolata dall’individualismo. Provate a pensare… viviamo in una società che ha reso molte interazioni umane il banale prodotto di una transazione commerciale. Come possiamo non esserne influenzati quotidianamente?! Tutto dev’essere ristrutturato, ma parte da ognuno di noi. Iniziare ad essere consapevoli dell’importanza che abbiamo per coloro che ci stanno a fianco, nel nostro piccolo spazio, e capire che l’IO non è nulla se confrontato alla costruzione di una personalità più grande, che è quella che condivide la propria esperienza e la propria felicità con qualcun altro.

In fin dei conti, tutti in cuor nostro sappiamo riconoscere questa verità. Non sono forse le persone che hanno contribuito, anche solo per poco, alla comunità quelle ad essere ricordate? Guardate solo i grandi pensatori, i grandi filosofi e visionari che secoli fa costruivano nelle loro menti dei modelli sociali che ancora oggi sembrano utopie. Sono vissuti invano? No! Perché anche per mezzo loro molte generazioni hanno saputo sognare. E l’uomo è l’essere migliore di questo pianeta solo perché è davvero in grado di sognare, e pian piano di avvicinarsi a quelle utopie e trasformarle in realtà.
Sono invece dimenticate, quelle persone che si ritirano nella solitudine della loro personalissima indifferenza, diventando quel peso morto della storia di cui parlava Gramsci, sic transit gloria mundi…

 

Alberto Fossadri

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Pacchetto privatizzazioni

LE SOCIETA’ CHE LETTA E SACCOMANNI INTENDONO PRIVATIZZARE

Eni. Attualmente la principale società italiana per capitalizzazione di Borsa è partecipata dal Tesoro al 4,3%, mentre un pacchetto del 25,8% è stato ceduto alla Cassa depositi e prestiti. Lo Stato è quindi ora al 30,1% del capitale, oltre la soglia d’Opa del 30%: il livello superato il quale un investitore è obbligato a lanciare un’offerta di acquisto sull’intera società. Nel disegno di Letta e Saccomanni, l’azienda petrolifera avvierà un “buyback”: si tratta di un ri-acquisto di azioni proprie attualmente sul mercato, deliberato dall’assemblea di Eni nel luglio del 2012 e fino a un massimo del 10% delle azioni in circolazione. Il Ministero ha precisato che ciò avverrà “con modalità e tempi compatibili con la struttura patrimoniale e finanziaria del gruppo”; per altro, proprio ieri Eni ha annunciato una cessione in Russia che ha portato nuove liquidità per 2,2 miliardi. Quando il buyback avverrà, e a seguito dell’annullamento delle azioni proprie in portafoglio, si ridurrà la base di capitale diffuso e la quota dello Stato salirà automaticamente di circa 3 punti percentuali. A quel punto, sarà possibile disfarsene per una cifra intorno ai 2 miliardi, pur rimanendo sopra la soglia del 30%.

Fincantieri. E’ uno dei leader mondiali nella cantieristica navale, con 21 sedi operative nel mondo (da Porto Marghera alla Liguria, andando fino agli Emirati Arabi), 3 centri di progettazione, un centro di ricerca in campo navale e due fabbriche di sistemi e componenti meccaniche ed è di proprietà di Fintecna. Anche in questo caso, dunque, lo Stato cederà attraverso Cdp: Fintecna è infatti interamente partecipata dalla Cassa, che le attribuisce un valore di bilancio di 2,4 miliardi (nella semestrale chiusa al giugno 2013). La società è reduce da una operazione di ristrutturazione finanziaria e industriale ed è tornata a espandersi, avendo acquistato nel 2009, per 900 milioni di euro, STX OSV Holdings Ltd, il più grande costruttore di mezzi di supporto alle attività di estrazione e produzione di petrolio e gas naturale. L’acquisizione vale 455 milioni di euro per il 50.75%, che diventeranno 900 milioni quando verrà lanciata l’Opa. Nel 2012, Fincantieri ha registrato quasi 2,4 miliardi di ricavi (in linea con l’anno prima) e un utile in miglioramento a 15 milioni.

Sace. Altro esempio di azienda pubblica posseduto al 100% dalla Cassa depositi e prestiti. Sempre nella relazione semestrale della Cdp, chiusa al 30 giugno scorso, questa partecipazione risulta iscritta a bilancio per un valore di 6,05 miliardi. Sace si occupa di sostegno delle imprese nelle esportazioni e assicurazione del credito. Presta garanzie finanziarie e protegge gli investimenti fatti all’estero, con un volume di operazioni assicurate da 70 miliardi in 189 Paesi. Il 2012 di Sace si è chiuso con un utile di 255 milioni (+39%), che è valso a Cdp un dividendo da 234 milioni. Nelle intenzioni di Saccomanni dovrebbe finirne sul mercato il 60%.

Cdp Reti. E’ un’altra operazione che passa attraverso la Cassa depositi e prestiti. In sostanza, si tratta di quotare in Borsa una holding che in questo momento controlla la maggioranza di Snam, la società che gestice la rete del gas in Italia, e il 14% di Metroweb, l’azienda che possiede la fibra ottica nelle più importanti città del Paese, già appartenuta a Fastweb. Prima della quotazione ci sarà anche il passaggio in Cdp Reti del 30% di Terna, la spa che gestisce la rete elettrica ad alta tensione.

Cdp Tag. E’ il gasdotto che assicura le forniture di metano dalla Russia, nel suo ultimo tratto nei paesi dell’Est e in Austria fino al confine del Tarvisio. Già di proprietà dell’Eni, la Ue ha costretto l’azienda italiana a cederla. L’ha presa Cdp che ora, con tutta probabilità, la girerà a Snam e finirà quindi in Cdp Reti.

Grandi Stazioni/Centostazioni. Dalle parole di Saccomanni si desume che il Mef ha intenzione di cedere l’intera quota pubblica di Grandi Stazioni, società che ha il compito di “riqualificare, valorizzare e gestire” le tredici principali stazioni ferroviarie italiane. Il titolare delle Finanze ha parlato infatti della vendita del 60% del capitale, esattamente la quota detenuta dalle Ferrovie dello Stato (quasi 90 milioni di patrimonio netto di competenza). L’ad Mauro Moretti ha confermato: “Stiamo lavorando con i soci all’operazione”. Al tavolo di Grandi Stazioni siedono i privati, che mettono insieme una quota del 40% attraverso Eurostazioni. Dietro quest’ultima si trovano le ferrovie francesi di Sncf (1,87% di Eurostazioni), Edizione (32,7%) dei Benetton, Vianini Lavori (32,7%) di Caltagirone e Pirelli (32,7%). Da parte dell’azienda della Bicocca, la partecipazione è stata inserita tra le quote da valorizzare ed è quindi probabile pensare che i Benetton e Caltagirone siano interessati ad incrementare la propria presenza. L’esercizio 2012 di Grandi Stazioni si è chiuso con 20 milioni di risultato netto. In una tabella distribuita al termine del Cdm, però, si fa riferimento anche a Centostazioni, la società che sta riqualificando 103 stazioni di dimensioni minori. Anche in questo caso, la partecipazione è del 60% e attraverso le Ferrovie dello Stato. Il restante 40% è in mano al veicolo Archimede 1, che a sua volta è partecipato al 60% da Save (la società di gestione dell’aeroporto di Venezia che ha intenzione di dismettere la sua quota), al 21% da Manutencoop, al 15% dal Banco Popolare e al 4% da Pulitori e Affini.

Enav. L’Ente nazionale di assitenza al volo è controllato al 100 per cento dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre la vigilanza spetta al dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Di fatto, controlla e assiste la navigazione di 1,6 milioni di voli e 40 aeroporti, pubblica le informazioni necessarie per l’operatività del traffico aereo, i bollettini meteo e, oltre ad altre attività, forma il personale. Alla fine dell’esercizio 2012, aveva oltre 3.250 dipendenti. Quel bilancio si è chiuso con 831 milioni di ricavi e 46,2 milioni di utile (che depurato dell’effetto di un rimborso Ires scende a 23 milioni, ma resta uno dei migliori di sempre grazie al recupero di efficienza). Tolta la parte di riserva legale e gli utili portati a nuovo (peraltro ribaltati in gran parte sulle compagnie con una riduzione delle tariffe per contrastare la crisi del settore), al Mef è andato un dividendo da una quindicina di milioni. Il capitale investito netto, invece, al 31 dicembre 2012 ammontava a 1,49 miliardi e l’indebitamento finanziario netto a 201 milioni.

StMicroelectronics. E’ una società italo-francese, nata dalla fusione tra la Sgs del gruppo Olivetti, poi passata all’Iri e la Thomson processori. E’ specializzata nella realizzazione di componenti per l’elettronica di consumo ed è quotata alle Borse di Parigi e Milano. Il Tesoro potrebbe fare cassa cedendo il 14,5% del capitale che possiede indirettamente. Agli attuali valori di Borsa vale 700 milioni.

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Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2013/11/21/news/tutte_le_societ_messe_in_vendita_nel_piano_di_privatizzazioni_del_governo-71559490/

Mercenari: le compagnie militari private

Hanno sedi a Londra o Washington, alcune sono quotate in Borsa e offrono reparti armati a norma di contratto. Sono le Private Military Company. Che ai soldati di ventura d’una volta vogliono sostituire i freelance della guerra

di Mara Accettura

È più facile vederli indossare un abito intero grigio che una sahariana, usare computer e cellulare invece di un fucile di dubbia importazione. Per incontrarli non è più necessario adottare il passaparola, frequentare la feccia dell’umanità e poi perdersi nei meandri clandestini e pericolosi di una città del Terzo mondo. Ora basta consultare un sito web, farsi spedire brochure patinate e poi fissare un appuntamento con il dipartimento marketing di eleganti uffici, sparsi da Londra a Washington a Pretoria. Il soldato mercenario ha cambiato look, nome (adesso si parla di Private Military Company) e ambizioni: non più ingaggi semiclandestini sulla parola, con la clausola resa celebre da tanti film, in base alla quale in caso di disastro nessuno ne sapeva nulla, ma contratti nero su bianco, legali e certificati dai governi, per sostituirsi alle truppe regolari là dove, per fare la guerra oppure per mantenere la pace, una patria un grado di comprarsi il loro servizio li chiama. Dopo l’11 settembre, le quotazioni in Borsa delle società che fanno formazione militare sono salite alle stelle. In Italia, Paese che ha ratificato una convenzione delle Nazioni Unite dell’89 contro l’assunzione, l’uso, il finanziamento e la formazione dei mercenari, tutta l’attività è proibita e condannata con pene dai 4 ai 14 anni. Non così altrove. Il Pentagono, che sta accarezzando l’idea di istruire l’esercito nazionale afghano, ha già drizzato le orecchie: “La guerra al terrorismo potrebbe essere l’impiego giusto per questi tipi”, ha dichiarato D. B. Des Roches, portavoce della Defense Security Cooperation Agency. Ma le Forze armate americane non sono le sole ad allertarsi. Anche nel Regno Unito, l’interventista New Labour ha deciso che il secondo mestiere più antico del mondo è degno di essere regolamentato. La Camera dei Comuni discuterà tra breve un green paper (documento di consultazione) sull’uso delle private military company e private security company. “Per uno Stato minacciato da ribelli armati o da bande criminali con capacità militare, il primo requisito è ristabilire un monopolio sulla violenza. L’uso temporaneo di una Pmc può talvolta essere l’unica opzione realistica disponibile”, ha affermato il ministro degli esteri, Jack Straw. Che allude anche a un possibile ruolo di peacekeeping internazionale: “Un settore privato con una buona reputazione potrebbe avere un ruolo accanto alle Nazioni Unite, per rispondere con rapidità ed efficienza alle crisi”. Il dibattito non è ozioso, e rispecchia le sfide di un’era sempre più dipendente dalle regole del libero mercato, dove i governi cercano di incoraggiare e regolare privatizzazioni a tutti i livelli: dopo quella delle poste, delle ferrovie, della sanità, delle carceri, quella del monopolio della sicurezza nazionale e dei reparti combattenti. In tal modo, peraltro, i governi potranno sperare di evitare grane come quella che, alla fine degli anni Novanta, capitò all’allora ministro degli esteri inglese. Robin Cook venne trascinato in un imbarazzante scandalo dalla Sandline International, tra le società oggi più attive nel richiedere la regolamentazione degli ingaggi militari da parte degli Stati. All’epoca, la società era stata assoldata per fornire armi e personale che dovevano rimettere in sella Tejan Kabbah, il presidente della Sierra Leone, deposto da un colpo di stato militare. Peccato che all’epoca ci fosse un embargo Onu sul traffico d’armi: Sandline rivelò di operare sotto lo sguardo accondiscendente del ministero. Cook negò di sapere e venne assolto, ma l’ombra di una connivenza rimase. Le Pmc – come appunto Sandline International e Gurkha Security Guards – forniscono armi e persone che le usano, training e attività di spionaggio; mentre le Psc – tra cui Defence Systems Ltd., DynCorp e Military Professional Resources Incorporated – vendono soprattutto servizi di intelligence, expertise e sicurezza, come scorta a personaggi importanti e preziosi. In pratica, non dovrebbero mettervi la pistola in mano, ma saranno probabilmente contente di mostrarvi come si preme il grilletto. Nel mondo nato dalla fine della guerra fredda, affittare muscoli stranieri è un affare sempre più vantaggioso. La fine dei conflitti tra superpotenze ha creato ridimensionamenti e disoccupazione nelle forze armate nazionali, ma ha anche lasciato il posto a un’infinità di guerre civili cui gli Stati occidentali sono riluttanti a partecipare, perché non minacciano i loro diretti interessi. Per il Pentagono, firmare contratti miliardari per servizi esterni come il training dei soldati è diventato indispensabile, giacché si ritrova con un terzo degli uomini rispetto a dieci anni fa. È per questo motivo che le operazioni militari degli ultimi anni – Golfo, Somalia, Zaire, Haiti, Bosnia, Kosovo, Croazia – hanno coinvolto queste società a vari livelli. Così oggi le Pmc operano in più di 40 Stati, spesso sotto contratto statunitense (regolato dall’Us Arms Control Act, 1968). Trattandosi di operazioni militari non è facile ottenere informazioni in proposito ma, secondo un rapporto del ’99 della ong International Alert, nella lista ci sono, tra gli altri, il Kashmir, l’Afghanistan, la Liberia, la Repubblica democratica del Congo, l’Angola, la Sierra Leone, l’ex Jugoslavia, l’Etiopia e l’Eritrea. Dice il generale in pensione Harry E. Soyster, executive di Mpri, la più grande società Usa che, sotto controllo del Pentagono, ha formato militari in tutto il mondo, dalla Bosnia, alla Croazia alla Nigeria: “Abbiamo più generali per metro quadro qui che al Pentagono”. Ovviamente guai chiamare questi freelance della guerra mercenari, parola che evoca ripugnanti immagini di conflitti neo e postcoloniali, massacri, esecuzioni sommarie, stupri. Non si considerano più Rambo senza tetto né legge, ma consulenti militari o peacekeeper privatizzati. Sono ex ufficiali con 20-30 anni di esperienza, per cui il denaro, almeno così dicono, è solo parte della posta in gioco, anche se gli stipendi (da 2 a 13 mila dollari al mese) non sono proprio da buttare. Molti descrivono il loro lavoro come un servizio pubblico, un modo per mettere in pratica una sana diplomazia militare. I loro siti web (vedi www.sandline.com o www.mpri.com) pubblicizzano specializzazioni non solo di guerra guerreggiata, come attività di consulenza, training, supporto logistico per distribuire aiuti umanitari, offerta di personale per ruoli di controllo e bonifica di campi minati. Secondo il colonnello Tim Spicer, già colonnello delle Guardie scozzesi e veterano della guerra nelle Falklands, autore del libro di memorie sul suo mestiere An unorthodox soldier, ex dirigente della Sandline arrestato all’epoca dello scandalo e adesso dirigente di Strategic Consulting International, queste società non potranno mai sostituirsi agli eserciti nazionali, anche se “esistono circostanze nelle quali l’impiego di una Private Military Company salverà vite e stabilizzerà situazioni”. Oggi Sandline possiede elegantissimi uffici nella londinese King’s road, Chelsea, dove i telefoni squillano a ripetizione. La sua attività è a malapena rivelata da vaghe cartine geografiche, che alludono a spostamenti militari. E la nostra richiesta di saperne di più, con una visita in loco, è stata rifiutata. Motivo? C’è già il sito, e un’immensa letteratura ad assicurare trasparenza e a soddisfare qualsiasi curiosità. L’unico particolare che tradisce l’attività di Mpri, con sede vicino a Washington, è invece un guerriero con armatura messa nel bel mezzo di una hall felpata come quella di una compagnia assicurativa. Lupi travestiti da agnelli? Abdel Fatauh Musah, esperto di pace e sicurezza, coautore del libro Mercenaries: an African security dilemma, è scettico: “Una regolamentazione è auspicabile per distinguere chi imbraccia le armi da chi si occupa di formazione, protezione, aiuti. Detto questo, è difficile separare le buone dalle cattive società. Anzitutto, nessuna possiede eserciti regolari; le assunzioni avvengono attraverso un database globale di mercenari. Questo significa che un uomo oggi può operare al servizio di una Pmc, e domani da solo. Virtualmente, tutte fanno traffico d’armi e contano sulla forza per sedare i conflitti”. Uno dei problemi più gravi è proprio la responsabilità. “Parliamo di interventi militari in posti dove i governi locali hanno davvero poco controllo sui territori, e dove quello Usa non ne ha alcuno su ciò che le società promettono”, dice Deborah Avant della George Washington University, autorità in materia. Un altro problema riguarda la sovranità, ovvero la minaccia potenziale di controllare il governo che impiega queste compagnie, come dimostra il loro ruolo in un certo numero di golpe negli anni ’60 e ’70. Infine, c’è la questione dello sfruttamento economico: non è forse un caso che gli Stati africani in cui più viene fatto uso di mercenari sono Angola, Sierra Leone e Zaire, tutti Paesi ricchi di giacimenti minerari. Per Musah si tratta di uno scandalo: “Le Pmc intraprendono attività commerciali come parte del contratto”. E ancora. Dal momento che le Private Military Company, a differenza degli eserciti normali, sono pagate solo in tempi di guerra, sorge legittimo il dubbio se siano davvero interessate a far tornare la pace. “La ragione d’essere, il modus vivendi dei mercenari è l’instabilità. Ed è nel loro interesse che sia mantenuta”, scrive Nana Busia in Campaign against Mercenarism in Africa, Africa World Report. Insomma, per i freelance della guerra la questione è tutta aperta. E la posta in gioco alta tanto per loro quanto per noi. Lo stesso segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha dichiarato: “Quando abbiamo avuto bisogno di soldati professionisti per separare combattenti e rifugiati nei campi profughi di Goma, ho persino considerato la possibilità di assumere una società privata. Ma il mondo potrebbe non essere pronto a privatizzare la pace”. Indirettamente gli ha risposto Musah: “No, non possiamo assolutamente contare su queste società per la pace. La loro attività è segreta e impossibile da controllare. La loro presenza in conflitti interni inasprisce gli eserciti nazionali, come in Sierra Leone e Nuova Guinea. La gestione di una guerra civile coinvolge anche diplomazia e ricostruzione. Ruoli che le Pmc non potranno mai assumersi”.

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Fonte: http://d.repubblica.it/dmemory/2002/07/06/attualita/attualita/068mer30868.html

Quanto vali da morto per un’azienda?

In questo mondo si sa, ogni giorno si scoprono tristi abitudini di quella che dovrebbe essere una società civile. Ma ci dobbiamo chiedere, è realmente civiltà una società basata non più sul progresso degli uomini ma sul profitto ad ogni costo? Perché di questo si parla quando si scopre il vero volto del capitalismo globale. Ed è così che si scopre che alcune grandi società investono in assicurazioni sulla vita dei propri dipendenti. Qualcuno potrebbe pensare “che ottima cosa!”, il problema è che le società intestano se stesse come beneficiarie…

Lucrare sulla morte dei propri dipendenti è altamente immorale, sbagliato. Quando mai si potrebbe desiderare la morte di una persona? Specialmente quando questa lavora per me? D’altro canto se io non posso assicurare la casa del mio vicino (perchè altrimenti avrei un interesse se andasse a fuoco), perché mi dovrebbe essere consentito assicurare la vita di qualcun altro?!

Negli Stati Uniti milioni di persone sono inconsapevoli di avere una polizza assicurativa sulla propria vita. Persone che donano la propria vita a lavorare per un’azienda diventano mera statistica, diventano un “titolo a scadenza”. Non c’è nulla di più perverso. Stupisce leggere alcuni documenti in cui i brocker si lamentano del fatto che non sono morte abbastanza persone! Che i “rendimenti” stanno fruttando in percentuale minore rispetto alle aspettative.

E per oltraggiare ulteriormente le povere vittime di quest’assurda pratica finanziaria le polizze vengono chiamate “Assicurazioni del contadino morto”. Contadini morti, questa è la nostra considerazione nell’ambiente finanziario, siamo ancora i servi della gleba. E quello che mi disgusta maggiormente è che questi stessi “plebei” difendono strenuamente il Sistema capitalista, lo considerano responsabile del progresso, il vero motivo per cui possono avere comodità mai pensate prima, e spesso sono proprio loro che difendono gli interessi delle corporations e ne espandono il dominio morendo in guerre coloniali dall’altra parte del mondo.

Di seguito sono riportati i nomi delle società di cui è stata accertata la prassi di assicurare i propri dipendenti ed intestare se stesse come beneficiarie. Spero tanto per voi che non lavoriate per questi grandi marchi, ma se così non fosse state molto attenti.

Alberto Fossadri

  • ADAC Laboratories
  • Advanced Telecommunication Corp.
  • Aeroquip Vickers Inc.
  • Alabama Power Co.
  • Alfa Corp.
  • Allegheny Technologies Inc.
  • Allergan Inc.
  • Allfirst Financial Inc.
  • American Business Products, Inc.
  • American Electric Power
  • American Express Co.
  • American Greetings Corp.
  • American Management Systems Inc.
  • American Seafoods Group LLC
  • Ameritech Corp.
  • Amerus Group Co.
  • Anadarko Petroleum Corporation
  • Appalachian Power Co.
  • Arch Chemical
  • Aristech Chemical Corp.
  • AT&T Communications
  • Atlantic Richfield Co.
  • Avery Dennison Corp
  • Avon Products Inc.
  • B. F. Goodrich Company
  • Ball Corporation
  • Bank Boston
  • Bank Of America
  • Bank One Corp.
  • Barnett Banks Inc.
  • Bassett Furniture Industries Inc.
  • Be Aerospace Inc.
  • Bear Stearns Companies
  • Bellsouth Corporation
  • Boise Cascade Corp.
  • Boston Company
  • Boston Federal
  • Bristol-Myers Squibb Company
  • Camelot Music, Inc.
  • Carolina Power & Light Co.
  • Carpenter Technology Corp.
  • Catskill Financial Corp.
  • Central Power & Light Co.
  • Ch2m Hill Companies Ltd.
  • Charming Shoppes, Inc.
  • Checkfree Corp.
  • Chemical Banking Corporation
  • Citibank, N.A.
  • Citizens Bank
  • Clark Inc.
  • Clorox Company
  • CNF Inc.
  • Coca-Cola Company
  • Columbus Southern Power Co.
  • Commercial Intertech Corp.
  • Compass Bank (Florida & Alabama)
  • Computer Technology Associates Inc.
  • Consolidated Natural Gas Co.
  • Consolidated Rail Corporation
  • Cox Enterprises, Inc.
  • CTA Inc.
  • Cymer Inc.
  • Diamond Shamrock Inc.
  • Diebold Inc.
  • Dime Bancorp Inc.
  • Dow Chemical
  • Earle M. Jorgensen Co.
  • Eastman Kodak Company
  • Eaton Corp.
  • ECC Capital Corp.
  • Enserch Corp.
  • F&M Bancorp
  • FiberMark Inc.
  • Figgie International Inc.
  • Fina Oil & Chemical Company
  • First Bank System Inc.
  • First Commonwealth
  • First Midwest Bancorp Inc.
  • Fleet Bank
  • FleetBoston Financial Corp.
  • Flightsafety International Inc.
  • Frontier Bank
  • Fulton Financial Corp.
  • GATX Corporation
  • Georgia Power Co.
  • GNC Corp.
  • Great Plains Energy Inc.
  • GTE Corporation
  • Gulf Power Co.
  • HCR Manor Care Inc
  • Hechinger Company
  • Heritage Commerce Corp.
  • Herman Miller Inc.
  • Hershey Foods Corporation
  • Hillenbrand Industries, Inc.
  • Hosiery Corporation of America
  • Houghton Mifflin
  • Household Finance
  • Hovnanian Enterprises Inc.
  • Hughes Supply Inc
  • ICI Americas, Inc.
  • Idaho Power Company
  • IKON Office Solutions Inc.
  • Indiana Michigan Power Co.
  • Integra Bank Corp.
  • Intermark Inc.
  • Iowa First Bancshares Corp.
  • Iroquois Bancorp Inc.
  • J Jill Group Inc.
  • JP Morgan Chase & Co.
  • Kansas City Power & Light
  • Kansas Gas & Electric Co.
  • Keithley Instruments Inc.
  • Kentucky Power Co.
  • Keycorp Ohio
  • Kimberly Clark
  • Korn Ferry International
  • Laser Master Int’l. Inc.
  • Linens N Things Inc.
  • LKQ Corp.
  • Louisiana Pacific Corp.
  • Manor Care Inc.
  • Marriott International Inc.
  • McDonnell Douglas Corp.
  • Media General Inc.
  • Medicalcontrol Inc.
  • Menasha Corporation
  • MidAmerican Energy Co.
  • Miix Group Inc.
  • Mississippi Power Co.
  • MNC Financial Inc.
  • Mueller Industries Inc.
  • National City Corporation
  • NationsBank
  • Nestle Enterprises
  • Norfolk Southern Corp.
  • Norfolk Southern Railway Co.
  • Northern States Power Co.
  • Ohio Power Co.
  • Old National
  • Olin Corporation
  • Owens & Minor Inc.
  • PacifiCorp
  • Panera Bread Co.
  • Panhandle Eastern Pipe Line Company
  • Parker Hannifin Corp.
  • Penn Treaty American Corp.
  • Penns Woods Bancorp Inc.
  • Phibro Animal Health Corp.
  • Philipp Brothers Chemicals Inc.
  • Phoenix Companies Inc.
  • Pinnacle Financial Services Inc.
  • Portland General Electric
  • Potlatch Corporation
  • PPG Industries
  • Procter & Gamble Company
  • PSS World Medical Inc.
  • Public Service Co. of New Mexico
  • Public Service Co. of Oklahoma
  • Public Service Enterprise Group
  • Questech Inc.
  • R. R. Donnelley & Sons Company
  • Ruddick Corp.
  • Ryder System Inc.
  • Sallie Mae (Stud Ln Mktg Assoc.)
  • Savannah Electric & Power Co.
  • Sequa Corp.
  • Service Merchandise Co., Inc.
  • Shearson Mortgage
  • Sherwin-Williams
  • Sky Chefs
  • Smart & Final Inc.
  • Smith Barney
  • Sonoco Products Co.
  • Southwest Bank
  • Southwest Water Co.
  • Southwestern Bell Corp.
  • Southwestern Electric Power Co.
  • Southwestern Public Service Co.
  • Star Banc Corp.
  • Stauffer Management Company
  • Steelcase Inc.
  • Sturgis Bancorp Inc.
  • Summit Bank of N.J.
  • Swank, Inc.
  • Tellabs Inc.
  • Tenet Healthcare Corp.
  • Texas Eastern Transmission Corp.
  • Tompkins Trustco Inc.
  • TXU Corp.
  • TYCO International
  • UniFirst Corp.
  • Union Bank
  • United National Bancorp
  • Urocor Inc.
  • Vineyard National Bancorp
  • W. R. Grace & Company
  • Wachovia Corporation
  • Walgreen Company
  • Wal-Mart Stores
  • Walt Disney
  • Wang’s International, Inc.
  • Wells Fargo, N.A.
  • West Coast Bancorp
  • West Texas Utilities Co.
  • Westar Energy Inc.
  • Western Aire Chef Inc
  • Western Resources, Inc.
  • Westpoint Pepperell
  • Winn Dixie
  • Winnebago Industries Inc.
  • Woolworth Corporation
  • Xcel Energy Inc.
  • York Water Co.
  • Zale Corp.

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Fonte: http://deadpeasantinsurance.com/