L’evoluzione della filosofia dopo l’HEGELISMO

A cura di Diego Fusaro

Introduzione

Con la morte di Hegel, avvenuta nel 1831, si apre una questione di gran rilievo per la storia del pensiero: il sistema hegeliano, organico ed estremamente compatto, trova nel fatto stesso di essere un sistema un punto di forza ma anche di debolezza. Infatti, non appena ne “crolla” una parte, anche il resto entra inevitabilmente in crisi. Ed è proprio quel che avviene negli anni Trenta dell’Ottocento; sorge dunque, presso il “popolo degli intellettuali”, l’assillante quesito: “come comportarsi nei confronti del sistema hegeliano?”. L’Hegelismo si manifesta pertanto, dopo la scomparsa del filosofo che l’aveva elaborato, in differenti forme e correnti, di cui se ne possono individuare essenzialmente tre. La prima corrente è quella che si muove, sia pur criticamente, nell’ambito dell’hegelismo, rimanendo fedele ad esso. Questa corrente seguace del sistema hegeliano si dividerà, a sua volta, in Destra e Sinistra hegeliana. Il motivo di tale scissione tra i sostenitori del sistema hegeliano sarà essenzialmente dato dal fatto che in Hegel convivono tranquillamente la sfera rivoluzionaria ( ciò che è razionale è reale ), secondo la quale tutto ciò che è giusto deve essere realizzato, e la sfera conservatrice ( ciò che è reale è razionale ), secondo la quale le cose così come sono vanno bene, in quanto manifestazioni di una razionalità profonda.

La Sinistra coglierà nella filosofia di Hegel il continuo cambiamento dialettico della realtà, leggendo in chiave progressista e spesso rivoluzionaria il motto ‘tutto ciò che è razionale è reale’. La Destra, invece, guarderà con maggior simpatia al motto ‘tutto ciò che è reale è razionale’, dandone una lettura fortemente stagnante e conservatrice, ostile a cambiamenti di ogni sorta. E’ però opportuno ricordare che la scissione tra Destra e Sinistra nacque, ancor prima che sul versante politico, su quello religioso: la Destra, legata ai valori della religione e della Chiesa, tenterà di fondare una scolastica hegeliana, ovvero un tentativo di apologizzare la religione cristiana attraverso i concetti dell’hegelismo. Hegel aveva, infatti, insistito sul fatto che i contenuti della sua filosofia e quelli della religione cristiana coincidessero; e, tuttavia, aveva anche sottolineato la superiorità della filosofia sulla religione, sostenendo che la filosofia esprime gli stessi contenuti della religione cristiana, ma ad un livello incommensurabilmente superiore. Ed è su questo che si basa la Sinistra hegeliana, convinta che ormai la religione fosse stata definitivamente superata dalla filosofia. Abbracceranno la causa della Sinistra hegeliana pensatori del calibro di Feuerbach, Engels e Marx, sicchè non è sbagliato affermare che il marxismo è una sorta di “eresia” dell’hegelismo. Ma, accanto a questa corrente (divisa in Destra e Sinistra) che segue criticamente gli insegnamenti di Hegel, vi è anche un nutrito gruppo di pensatori che si ribella al panlogismo hegeliano, alla sua esasperata ricerca della razionalità, rivendicando la natura irrazionale della realtà: aderiranno a questa corrente di pensiero Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche. Sul versante opposto, vi è poi un anti-hegelismo di stampo razionalistico: in sostanza, questa terza corrente di pensatori rinfaccia ad Hegel di aver elaborato una filosofia razionale in cui però la ragione in questione non è quella della scienza di tipo illuministico, ma è quella dialettica, in grado di dimostrare solo e soltanto che “il vero è l’intero” o che “il negativo è insieme anche positivo”. Questo terzo filone costituirà quella corrente di pensiero passata alla storia con il nome di Positivismo: tesi portante di questa corrente è l’identificazione totale della ragione e, in generale, di ogni conoscenza, con la scienza (a cui Hegel non aveva dato molto peso), come se ciò che esula dalla scienza non potesse costituire in alcun modo la conoscenza. Ricapitolando, le tre correnti che si affacciano sulla scena filosofica successiva ad Hegel possono essere così riassunte:

  • prosecutori dell’hegelismo, seppur criticamente: Destra e Sinistra.
  • anti-hegeliani sostenitori della superiorità della scienza in ogni ambito: Positivismo.
  • anti-hegeliani avversi ad ogni forma di razionalità: Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche.

E’ curioso che, proprio quando Hegel riteneva di aver chiuso definitivamente la storia del pensiero ( la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo ) sostenendo che con l’autotrasparenza della realtà attuata nella sua filosofia terminasse la filosofia stessa e cominciasse la sofia, fioriscano ben tre correnti diverse che riaprono da capo il discorso che Hegel riteneva chiuso. Karl Löwith, nell’opera “Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del XIX secolo” ha scorto nella filosofia che da Hegel giunge fino a Nietzsche e alla fine dell’Ottocento un processo rivoluzionario e di “rottura”; tuttavia, dice Löwith, se è vero che dalla filosofia di Hegel muoveranno i loro passi filosofi che prenderanno le distanze dal “maestro” ed elaboreranno pensieri tra loro opposti, è anche vero che in questo processo di frattura rivoluzionaria vi è un filone unitario, che accomuna i vari pensatori. Il fatto stesso che per tutti questi filosofi Hegel resti il punto di riferimento avvalora la tesi di Löwith: infatti, per i Positivisti e per gli “irrazionalisti” Hegel costituisce (per motivi opposti) un bersaglio contro cui scoccare i propri dardi velenosi, mentre per gli hegeliani alla Marx, il filosofo del Sistema resta un maestro a cui ispirarsi, un maestro di cui si può magari anche compiere il parricidio, come aveva fatto Platone con Parmenide, ma non è questo ciò che conta. Affiora bene, in sostanza, come Hegel resti al centro della riflessione filosofica a lui successiva: anche per chi lo rifiuta e lo disprezza cordialmente, egli resta pur sempre l’idolo negativo combattendo il quale si costruisce la propria filosofia.

Si può poi ravvisare un elemento di unitarietà, oltre che nel fatto che Hegel resti il punto costante di riferimento, anche nel senso della concretezza che pervade le filosofie tra loro opposte di questi pensatori. Se nella terminologia hegeliana, per “concretezza” si doveva intendere il privilegiamento per il saper cogliere le cose nelle loro relazioni reciproche, cosicchè il pensiero era più concreto della materia, la ragione più dell’intelletto, ora tale termine si colora di un nuovo significato, al quale anche noi siamo abituati: e così, paradossalmente, tutti i pensatori successivi ad Hegel possono accusarlo di “astrattezza”, quasi come se leggendo Hegel si avesse l’impressione che egli non stesse parlando di cose reali. Il termine “astratto” passa cioè a designare ciò che è sganciato dalla realtà, ciò che non è “concreto”. E’ quasi come se si attuasse un capovolgimento dialettico dei termini, per cui l’accusa infamante di “astrattismo” che Hegel muoveva all’Illuminismo, ora si ritorce contro di lui, seppur in una nuova accezione.

Per citare degli esempi, in Marx “concretezza” vorrà dire che, pur accettando egli la dialettica hegeliana, la criticherà per il fatto di poggiare “sulla testa”, cioè sulle idee: si tratta pertanto, dice Marx, di mantenerla valida così come è, rigirandola però in modo tale che poggi non sulla testa, ma sui piedi, ovvero sulle condizioni materiali ed economiche; ne scaturirà un processo dialettico che non si realizzerà astrattamente sulle pagine dei libri, come l’aveva inteso Hegel, ma, al contrario, si svolgerà concretamente e in modo rivoluzionario sulle piazze. Discorso simile sul versante positivistico, dove si esalta la concretezza del sapere scientifico e del dato di fatto (ecco perchè “Positivismo”: dal latino positum , “ciò che è posto”, ovvero il dato di fatto); si tratta di una contrapposizione netta al pensiero di Hegel, il quale, nella Fenomenologia dello spirito , aveva posto il dato di fatto ( da lui definito certezza sensibile ) al gradino più basso. Anche tra gli irrazionalisti serpeggia l’aspirazione alla concretezza e, per addurre un esempio, Schopenhauer insiste sul fatto che “l’uomo non è un angelo”, cioè non è puro spirito disincarnato, ma è essenzialmente un corpo e la natura di tale corpo consiste, soprattutto, nella volontà, nei desideri, negli istinti e nelle passioni, quelle cose, cioè, che Freud avrebbe più tardi definito come “pulsioni”; da notare che la rivendicazione che Schopenhauer fa della concretezza è in antitesi all’astrattezza hegeliana, come pure alla ragione, tanto cara ai Positivisti. Anche Feuerbach rivendica la matrice materiale e “concreta” dell’uomo, arrivando a sostenere che “l’uomo è ciò che mangia”, facendosi latore di un materialismo di rottura, per alcuni versi molto provocatorio. Nel caso di Kierkegaard (che rimprovera a se stesso la sua breve adesione iniziale alla filosofia di Hegel dicendo “Io, stupido hegeliano!”), poi, la ricerca esasperata della concretezza tenderà a manifestarsi come rivendicazione dell’esistenza singola: in Hegel si ha sempre l’impressione che, anche quando parla dell’uomo, in realtà non stia parlando di noi, sostiene Kierkegaard; da qui emerge il suo interesse per l’io come singolo, ovvero per l’io concreto, sganciato dalla nebulosa astrattezza in cui l’aveva avvolto Hegel. Del resto, osserva Kierkegaard, checchè ne pensi Hegel, noi siamo nel mondo come singoli, ancor prima che come umanità e spirito. Ed è con queste riflessioni maturate in Kierkegaard che comincia ad affiorare, seppur timidamente, il netto contrasto tra la concretezza dell’esistenza (l’io singolo) e l’astrattezza dell’essenza (l’umanità, lo spirito), contrasto già prospettato da Pascal e destinato a diventare centrale nella filosofia del Novecento con l’Esistenzialismo. Si può poi fare un breve cenno a Nietzsche, il quale in gioventù aderì alle tesi di Schopenhauer e, anche quando se ne distaccò, mantenne con esse un forte legame: infatti, il perno della sua filosofia è la volontà (concetto tipicamente schopenhaueriano) abbinata alla vitalità, contrapposte duramente al pensiero e, più in generale, alla ragione. Sempre Nietzsche rivendica anche quell’individualità già sostenuta da Kierkegaard: ed è per questo che Nietzsche è l’ultimo anello della catena che sancisce la frattura col pensiero di Hegel e, al tempo stesso, la sintesi delle concezioni più disparate emerse nel periodo post-hegeliano. Egli, da un lato, critica l’astratto in favore del concreto, salutando con entusiasmo la vitalità e la volontà di Schopenhauer (da lui cambiata nell’essenza e ribattezzata “volontà di potenza”), dall’altro lato pone l’accento sul problema dell’individuo sollevato da Kierkegaard, portandolo alle estreme conseguenze ed elaborando il mito del superuomo (con una bislacca commistione di elementi darwiniani). Tutte le riflessioni dei pensatori a lui precedenti, convivono in Nietzsche (spesso dando ibridi esplosivi quali il superuomo o la volontà di potenza) sotto un unico denominatore: la vitalità, il “ritorno alla terra” che egli caldeggia così spesso nei suoi scritti, contrapponendosi bruscamente all’astrattismo hegeliano.

Tuttavia, oltre agli aspetti che in qualche modo legano tra loro questi pensatori post-hegeliani, bisogna saper anche cogliere le numerose differenze che li separano: per dirne una, se Kierkegaard rivendica la concretezza come individualità, Marx, invece, molto più hegelianamente, la rivendica come umanità, come classe sociale. Sarebbe pertanto sbagliato ritenere che questi pensatori abbiano concezioni del tutto uguali tra loro; come sarebbe anche sbagliato illudersi che le loro filosofie maturino tutte dopo la morte di Hegel. In realtà, alcuni di questi filosofi cominciano ad elaborare le loro filosofie mentre Hegel è ancora in vita. La prova lampante di ciò è data da Scopenhauer, il quale compone la sua opera più famosa ( Il mondo come volontà e rappresentazione ) nel 1819, in un clima di pieno trionfo dell’hegelismo: ed è sintomatico il fatto che le idee di Schopenhauer hanno fatto breccia presso il pubblico solo dopo la morte di Hegel, tant’è che la prima edizione de Il mondo (composta quando Hegel era ancora in vita) andò al macero. Si può, tra l’altro, ricordare come Schopenhauer desiderasse tenere le sue lezioni universitarie in contemporanea ad Hegel, ma tuttavia non potè farlo per il semplice motivo che non aveva studenti: tutti, infatti, andavano ad ascoltare con entusiasmo Hegel, non tenendo in alcuna considerazione Schopenhauer.

DESTRA E SINISTRA HEGELIANE

Come abbiamo accennato poc’anzi, la Destra e la Sinistra hegeliane nascono all’indomani della scomparsa del filosofo: un esponente dell’hegelismo, Strauss, definirà le due correnti opposte nate nell’ambito dell’hegelismo come “Destra” e “Sinistra” richiamandosi esplicitamente al parlamento francese. La Destra hegeliana, detta anche dei “vecchi” per il carattere marcatamente conservatore che la contraddistinse, si opponeva alla “Sinistra”, detta anche dei “giovani” hegeliani in virtù del fatto che a comporla erano per lo più giovani progressisti: il primo motivo che portò le due “fazioni” a scontrarsi fu di materia religiosa. Hegel aveva, infatti, sostenuto che la filosofia e la religione esprimessero gli stessi concetti, ma aveva anche aggiunto che la filosofia li esprime in maniera decisamente migliore. Dall’ambiguità del discorso hegeliano, nasce la spaccatura tra Destra e Sinistra: la prima, tende a sottolineare l’identità di contenuti della filosofia e della religione, avvalorando in questo modo la religione; la Sinistra, dal canto suo, sottolinea come la filosofia sia per natura superiore alla religione, poichè quest’ultima, come aveva detto Hegel, può solo esprimersi attraverso narrazioni mitologiche.

In altri termini, la Destra approva la religione poichè ne sottolinea l’identità di contenuti con la filosofia; la Sinistra, invece, è contraria alla religione poichè ne sottolinea l’inferiorità della forma rispetto alla filosofia. Ne consegue inevitabilmente che i seguaci della Sinistra si dedicheranno assiduamente all’indagine filosofica, mentre invece gli esponenti della Destra arriveranno ad anteporre la religione alla filosofia, cosicchè i loro contributi alla storia del pensiero sono pressochè irrilevanti. Ma la questione religiosa non è la sola a creare disaccordi tra gli hegeliani: se in Hegel convivevano ambiguamente la superiorità della filosofia rispetto alla religione in ambito formale e l’uguaglianza tra le due in ambito contenutistico, è anche vero che nel filosofo trovavano il loro spazio anche due concezioni della realtà contrapposte; da una parte, infatti, egli diceva che tutto ciò che è giusto perchè razionale deve essere realizzato, dando così una veste progressista al suo pensiero; dall’altra parte, invece, sosteneva che la realtà, così come è, è razionale e, in ultima istanza, giusta, dando così una colorazione conservatrice alla sua filosofia. Ora, come per quel che riguarda la religione, anche qui si crea una spaccatura: la Destra sostiene che tutto ciò che esiste è razionale e, pertanto, non deve essere cambiato; la Sinistra, invece, è del parere che tutto ciò che è razionale debba essere fatto diventare anche reale, in una prospettiva progressista e, talvolta, rivoluzionaria. Ricapitolando, i due punti di “disaccordo” tra Destra e Sinistra sono:

–  il rapporto religione-filosofia

–  il rapporto tra razionale e reale

Sul versante religioso, merita di essere ricordato DAVID FRIEDRICH STRAUSS (1808-1874), convinto sostenitore della Sinistra, il quale dà del cristianesimo e della figura di Gesù un’interpretazione molto particolare: nell’opera Vita di Gesù (1835), recante lo stesso titolo di quella pubblicata a suo tempo da Hegel, egli sostiene, in netto contrasto con la tradizione, che la figura di Gesù sia il frutto dell’elaborazione mitologica dei cristiani. Strauss non mette in dubbio l’esistenza di Gesù, ma ciononostante è convinto che, paradossalmente, sia Gesù come elaborazione mitologica a derivare dal cristianesimo e non viceversa, come invece aveva sempre sostenuto concordemente la tradizione. Con queste riflessioni, Strauss può a pieno titolo rientrare nella sfera della Sinistra hegeliana, rivelando, tra l’altro, una certa tendenza (che sarà meglio espressa da Feuerbach) a naturalizzare il concetto di spirito, a riportarlo ad una dimensione immediata e calata concretamente nell’umanità. Altro grande esponente della Sinistra, fu BRUNO BAUER (1809-1882), curiosamente partito da posizioni proprie della Destra: nonostante le posizioni iniziali, egli si “converte” alla Sinistra ed espone la sua concezione della religione in La tromba del giudizio universale contro Hegel ateo e anticristo (1841). Con quest’opera, pubblicata anonimamente, egli attua una finzione letteraria, presentandosi come pensatore iper-conservatore e religioso e polemizzando aspramente con Hegel, accusato di essere ateo e anticristo. Con questo gioco intellettuale, Bauer vuole mettere in luce le tesi della Sinistra, facendo notare come se si vuole essere hegeliani non si può essere religiosi, poichè ciò che dice Hegel è inaccettabile per la religione: è dunque impossibile essere al contempo hegeliani e religiosi, come invece fanno gli uomini della Destra, ed è per questo che Bauer si dichiara apertamente ateo. Del problema politico si occupano soprattutto Ruge e Heine, i quali sottolineano (riprendendo concezioni illuministiche) come la Sinistra privilegi l’idea di una razionalità che deve a tutti i costi diventare reale: in quest’ottica, viene anche recuperato Fichte (molto più rivoluzionario di Hegel) e la sua concezione dinamica della realtà come tensione costante.

Il succo del discorso di Ruge e di Heine è che se la Germania ha già fatto una rivoluzione sul piano intellettuale con il percorso che da Kant giunge fino ad Hegel, ora non resta che fare la rivoluzione sul piano politico ed è per questo che i pensatori della Sinistra guardano con particolare simpatia al liberalismo e alla democrazia, in un periodo particolarmente oppressivo e conservatore (siamo all’incirca nei foschi anni che di poco precedono il rivoluzionario 1848). Ed è curioso ricordare che, quasi sempre, gli esponenti della Sinistra furono emarginati dalle università, poichè il mondo accademico tedesco restava saldamente nelle mani degli hegeliani di Destra: non potendo esporre il loro pensiero nelle università, i filosofi della Sinistra si scatenarono (Ruge in prima persona) nella pubblicazione di riviste e giornali, per coinvolgere in modo democratico la società; ed è in questo contesto che muove i suoi primi passi il giovane Marx.

La più serrata critica alla religione e uno dei più sentiti inviti ad abbracciare la causa democratico-rivoluzionaria in questi anni provengono da FEUERBACH (1804-1872), convinto sostenitore della Sinistra. Il punto da cui egli muove è la filosofia hegeliana e, soprattutto, il momento della “coscienza infelice” (Fenomenologia), dell’uomo medioevale che si sente radicalmente contrapposto a Dio e ne soffre. Feuerbach estende quest’infelicità all’intera religione (e non solo a quella medioevale), criticandola aspramente. Verso Hegel stesso egli è critico, poichè non può in alcun modo accettare che con Hegel termini la storia della filosofia: si propone pertanto di presentare una “filosofia dell’avvenire”, ponendosi come superamento dialettico di Hegel stesso. Con queste considerazioni sullo sfondo, Feuerbach scrive la sua opera più importante, L’essenza del cristianesimo (1841): Schleiermacher aveva ragione, egli dice, a considerare la religione come sentimento di dipendenza dell’uomo nei confronti dell’Assoluto; ma tale Assoluto altro non è se non l’umanità stessa alienata. Infatti, non è vero (come invece afferma il cristianesimo) che Dio crea l’uomo a propria immagine e somiglianza; al contrario, è l’uomo che crea Dio a propria immagine e somiglianza, il che vuol dire (essendo Dio una “produzione” dell’uomo) che la teologia, cioè la scienza di Dio, è un’antropologia, ovvero una scienza dell’uomo. E perchè l’uomo “produce” un Dio a propria immagine e somiglianza? Feuerbach dice espressamente che l’uomo è dotato di qualità quali la potenza (il poter amare, agire, conoscere) e sente l’esigenza di prenderne coscienza; ma l’uomo di cui parla Feuerbach non è il singolo, ma è, molto hegelianamente, l’umanità, poichè l’uomo è davvero tale solamente in rapporto con gli altri, quasi come se, restando solo, egli non fosse davvero “uomo”. Quelle facoltà che riferite ad un uomo erano finite, se estese all’intera umanità si moltiplicano all’infinito, cosicchè l’umanità, volendo prendere coscienza di sè e delle proprie infinite facoltà, si deve oggettivare, deve cioè proiettare fuori di sè le proprie caratteristiche per poterle così osservare come oggetto. Ed è con questo processo di oggettivazione (per molti versi simile al confronto tra autocoscienze tratteggiato da Hegel) che l’uomo crea Dio. Dunque, Agostino sbagliava a dire che nell’uomo si possono trovare tre nature poichè in Dio vi sono tre nature; al contrario, è corretto affermare che in Dio ci sono tre nature poichè nell’uomo vi sono tre nature: in altri termini, la somiglianza tra Dio e uomo si spiega nel fatto che l’uomo crea Dio. Ma la religione, nota Feuerbach, è stato un momento necessario nella storia dell’uomo e, proprio in quanto necessario, è stato giusto, anche perchè ha permesso all’uomo di prendere coscienza di sè. Tuttavia, il lato negativo di tutto ciò risiede nel fatto che l’oggettivazione è anche alienazione, vale a dire che l’uomo, creando Dio, è come se si fosse privato delle proprie facoltà, poichè ciò che viene dato a Dio viene inevitabilmente tolto all’uomo. Il problema che il pensiero moderno deve dunque affrontare consiste nel recupero della dimensione antropologica della religione, partendo dall’alienazione originaria con cui si è creato Dio. Una tendenza in questo senso, Feuerbach la scorge a partire dalla Riforma Protestante: con Lutero, infatti, Dio cessa di essere importante in sè, e diviene importante per ciò che è per l’uomo. La storia di riappropriazione della dimensione antropologica, avviatasi con Lutero, prosegue e culmina in Hegel, che però non è stato in grado di riconoscere l’autentica natura dell’umanità, bensì si è limitato a parlare di spirito o, tutt’al più, di umanità in termini troppo astratti. Feuerbach, invece, è ostile ad ogni astrattismo e quando parla di umanità, si riferisce non all’umanità spiritualizzata di Hegel, bensì a quella caratterizzata dall’esistere concretamente, quella cioè da cui siamo circondati e con cui abbiamo a che fare nella nostra vita quotidiana. Ed è per questo che Feuerbach può affermare in modo provocatorio che ” l’uomo è ciò che mangia “, come recita il titolo di un suo scritto: bisogna recuperare l’uomo materiale e sensibile, non alienato in Dio, e la sensibilità stessa assume un valore gnoseologico profondo, poichè attraverso il corpo e il contatto con esso, dice Feuerbach, si penetra nell’essenza delle cose e delle persone. Il bisogno di rapportarsi materialmente con gli altri è naturale a tal punto che la dimensione sensibile diventa sensoriale, come se coi sensi si potesse conoscere profondamente la realtà, cosicchè nel rapporto “io-tu” che si instaura materialmente per recuperare l’umanità smarrita in Dio, il contatto fisico gioca un ruolo fondamentale e l’amore fisico diventa anch’esso una forma di conoscenza. Si potrebbe obiettare a Feuerbach il fatto che egli si sforzi di cercare la concretezza per poi fermarsi all’umanità, senza pervenire ai singoli individui (come faranno Kierkegaard o Stirner); la risposta a questa possibile obiezione è molto semplice: se Feuerbach avesse concentrato la sua attenzione sui singoli e non sull’umanità (che comunque egli intende nel più concreto dei modi possibili), non avrebbe potuto spiegare l’oggettivazione dell’uomo in Dio. Infatti, perchè vi sia un’oggettivazione in qualcosa di infinito (Dio), è necessario che ad oggettivarsi sia qualcosa di infinito, come è appunto la somma infinita delle facoltà dell’umanità, facoltà che se considerate finitamente nel singolo non potranno mai oggettivarsi in qualcosa di infinito. Non c’è poi da stupirsi se un acceso rivale della religione come è Feuerbach, finirà per dare una veste religiosa alle proprie idee: infatti, l’oggetto della sua religiosità resta sempre e comunque l’umanità concreta (mai Dio), immanente nella realtà, quasi come se l’oggetto della teologia diventasse l’umanità nel suo complesso.

Le considerazioni religiose di Feuerbach si intrecciano con quelle politiche: egli sottolinea, infatti, il carattere pericolosamente conservatore della religione; in essa, l’uomo tende a diventare schiavo, a sentirsi dipendente da un’entità superiore, e uno schiavo incatenato nel “mondo delle idee” diventa inevitabilmente anche schiavo nella realtà materiale, quasi come se oltre ad essere schiavo di Dio diventasse anche schiavo di un padrone materiale. Ne consegue che la liberazione politica dell’uomo dovrà passare per l’eliminazione della religione: infatti, solo dopo la scomparsa della religione l’uomo cesserà di essere schiavo di Dio e, successivamente, dei padroni materiali.

Diametralmente opposta sarà la concezione di Marx, secondo la quale “la religione è l’oppio del popolo”: secondo Marx, infatti, l’uomo ricorre alla religione perchè materialmente insoddisfatto e trova in essa, quasi come in una droga (“oppio”), una condizione artificiale per poter meglio sopportare la situazione materiale in cui vive. Per Marx, dunque, non è la religione che fa sì che si attui lo sfruttamento sul piano materiale (come invece crede Feuerbach), ma, al contrario, è lo sfruttamento capitalistico sul piano materiale che fa sì che l’uomo si crei, nella religione, una dimensione materiale migliore, nella quale poter continuare a vivere e a sperare. Ne consegue che se per Feuerbach per far sì che cessi l’oppressione materiale occorre abolire la religione, per Marx, invece, una volta eliminata l’oppressione, crollerà anche la religione, poichè l’uomo non avrà più bisogno di “drogarsi” per far fronte ad una situazione materiale invivibile.

Si può anche fare un cenno al rapporto che intercorre tra Hegel, la Sinistra hegeliana e Marx: se Hegel vedeva i processi meramente a livello materiale, con la Sinistra hegeliana si afferma la convinzione che le idee servono per trasformare la realtà, nella convinzione che il razionale debba diventare reale; in altri termini, con la Sinistra la rivoluzione ideale diventa premessa per la rivoluzione materiale. Marx, invece, sostiene che si debba dialetticamente cambiare non il mondo delle idee (poichè, cambiate le idee, le condizioni materiali non cambiano), bensì bisogna cambiare il mondo materiale e, cambiandolo, cambieranno anche le idee. Marx non è d’accordo con quella che definisce “ideologia tedesca” (cioè con quel mondo che parte da Hegel e giunge fino alla Sinistra), poichè secondo lui le idee, di per sè, non sono in grado di cambiare le cose: al contrario, bisogna prima cambiare le cose, e poi cambieranno pure le idee; e il primo atto filosofico per costruire una “filosofia dell’avvenire” consiste nel mutare il mondo con la rivoluzione a mano armata, grazie alla quale spariranno le vecchie idee (tra cui la religione) e ne nasceranno di nuove. Ecco perchè Marx può dire che “fino ad oggi i filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo, si tratta ora di cambiarlo” e che “bisogna sostituire alle armi della critica la critica delle armi”, nella convinzione che l’unica vera critica la si fa con le armi sulle piazze. Al di là delle posizioni appena tratteggiate, troviamo anche chi scorge nell’individuo la massima espressione della concretezza ed arriva a sostenere posizioni anarchiche: in questa prospettiva, troviamo le figure di MAX STIRNER(1806-1856) e MICHAIL BAKUNIN (1814-1876), accomunati dal concetto di “individualismo”; entrambi respingono tanto l’astratto spiritualismo hegeliano, quanto l’umanità di Feuerbach e la classe di Marx, ritenute anch’esse troppo astratte. Nelle filosofie di Bakunin e Stirner aleggia la convinzione che, in fin dei conti, a contare e ad aver diritti sia solo il singolo, per cui non ha senso parlare di “Stato etico” superiore ai singoli (come aveva fatto Hegel) o di “umanità” (come fa Feuerbach). Al contrario, solo il singolo individuo ha diritti ed è degno di essere indagato filosoficamente: se Bakunin si qualificò sempre come anarchico e partecipò perfino alla Prima Internazionale, Stirner, invece, non si è mai occupato di politica in senso stretto, anche se la sua filosofia ha ispirato maggiormente le ali di estrema destra per via delle posizioni accesamente individualistiche da lui propugnate. L’anarchia può infatti essere appannaggio tanto delle sinistre quanto delle destre ed è per questo che se la Sinistra, ispirandosi a Bakunin, mira all’individualismo come estrema libertà, la Destra, invece, (ispirandosi a Stirner) tende all’individualismo come superiorità del singolo sulle masse. In L’unico e la sua proprietà (1844), Stirner arriva a sostenere che ad esistere è solo l’individuo è ciò che per lui conta è, paradossalmente, solo lui stesso; tutto il resto (le cose, gli animali e perfino gli altri uomini) è solo uno strumento per l’affermazione di sè. Il mondo stesso viene concepito come strumento volto ad attuare la realizzazione del singolo. Sull’altro versante, Bakunin elabora anch’egli un anarchismo individualista, ma rimane nell’alveo dell’anarchismo di ispirazione socialista (proponendo, ad esempio, l’autorganizzazione), ma rispetto a Marx nutre molti sospetti verso la dittatura del proletariato, temendo che essa possa trasformarsi in stato autoritario. Infatti, Bakunin sostiene che bisogna abolire, anche violentemente, lo Stato, in quanto sinonimo di dominio coercitivo e di disuguaglianza; tutto ciò, portava Bakunin a privilegiare il sotto-proletariato, del tutto disorganizzato e per ciò in grado di agire spontaneamente in chiave rivoluzionaria e di rovesciare lo Stato. Marx, che nutriva profonda antipatia per Bakunin (peraltro cordialmente ricambiata), non esitò a definire utopistico tale progetto, contrapponendo ad esso il proprio, incentrato sulla dittatura del proletariato. Ma Bakunin ebbe ragione a temere una degenerazione autoritaria della dittatura del proletariato: la dittatura staliniana ne fu la conferma.

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Fonte: http://www.filosofico.net/hegel53962.htm

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La Crisi dell’Umanità

L’essere umano vive oggi una grossa crisi d’identità, alimentata da un sistema occidentale subdolo e perverso, che ha lavorato strisciante, per il proprio obiettivo di distruzione della capacità personale e quindi collettiva di progredire. Nei decenni passati, nascosto dietro apparenti maschere sorridenti, che hanno fatto delle più svariate libertà individuali il loro rassicurante biglietto da visita, l’élite mondiale ha gradualmente avvicinato l’essere umano ad una condizione tipicamente animale; fatta d‘istinti e individualismo sfrenato, ha abbandonato la capacità di ragionare, sognare e percorrere i propri obiettivi.
Una manovra ben pianificata che la nebbia creata dal boom economico e dal consumismo materiale sfrenato, ha favorito nel suo progressivo insediamento, lasciando un estremo senso di vuoto e perdizione nei singoli individui, incapaci oggi di ragionare e agire per un senso collettivo di appartenenza al genere umano.
Declinata a taluni o talaltri, a questa o a quella determinata situazione, il palleggio delle responsabilità di questo senso di perdizione, non fa capire che sotto assedio è l’essere umano, la sua capacità di ragionare e la capacità di poter sognare il proprio progresso collettivo. Il nemico che l’élite dominante del sistema occidentale, e quindi mondiale, ha messo sotto scacco, non è uno stato o un determinato popolo sulla terra, bensì, l’intera capacità collettiva di sognare per l’umanità intera. Le capacità dell’essere umano, l’immensa potenzialità del suo cervello, che nella millenaria storia si sono rivelate le uniche risorse inesauribili, oggi, cercano di essere definitivamente spente o terribilmente alterate. Lo sviluppo è sempre stato possibile grazie alle capacità pratiche dell’essere umano di trasformare in reale, ciò che il potenziale immaginario collettivo poteva sognare e la diversità di sogni e capacità, presenti sul pianeta, il motore di un’evoluzione collettiva in tutti i settori della vita. Proprio queste diversità di obiettivi e di sviluppo delle proprie capacità a raggiungerli, hanno permesso ai popoli per millenni di fare da trampolino di lancio verso un futuro migliore; quando popoli geograficamente e culturalmente diversi venivano a contatto, seppur nel passato in maniera belligerante, portarono con sé le scoperte che potessero migliorare la propria condizione e conoscenza.
Come scoprì il filosofo Tedesco Hegel, lo sviluppo storico mondiale varia in base alla condizione naturale nella quale, storicamente e geograficamente, un singolo individuo e quindi una collettività si trovano e si sviluppano. Così persone simili in ambienti diversi hanno sviluppato curiosità e capacità diverse, formando culture di base diverse. L’interscambio e la cooperazione tra esseri umani diversi per fini comuni, crea un ventaglio praticamente illimitato di campi per lo sviluppo dell’intera umanità.
Dopo millenni di soprusi, tentativi di dominio delle libertà e negazione dei diritti umani, sempre storicamente imposti tramite la forza, puntualmente l’essere umano si è fatto collettività ed ha reagito; lo sviluppo umano ha subito bruschi rallentamenti, mai però, ha dato la sensazione di volersi fermare ed affievolire nella coscienza collettiva quanto oggi.
Negli ultimi decenni la strategia è cambiata ed il bersaglio non son più le libertà personali, ma il senso di collettività e la capacità umana di sentirsi tale e poter sognare il proprio futuro. Il nuovo metodo ha funzionato e continua tutt’oggi, il suo inarrestabile e perverso percorso di distruzione.
La prima fase ha consistito nel vecchio sistema di frazionamento (divide et impera) del senso di collettività; creare ed isolare una moltitudine di sottoinsiemi, messi in conflitto fra loro, che per mezzo secolo ci hanno diviso ad ultras dell’una o dell’altra fazione di pensiero, sia economico, che politico o sociale. Siamo stati nel frattempo racchiusi dentro al pensiero unico, un cerchio che chiunque volesse oltrepassare si vedeva subito etichettato come “estremista” dell’una o dell’altra fazione di pensiero. Una circonferenza, o gabbia, dall’ampio raggio, che apparentemente poteva sembrare il tutto, ed invece, ha fatto da prigione a tutti, o quasi tutti.
Abbiamo tifato per il bianco o il nero, per il si o per il no, e dell’altro essere umano ne abbiamo fatto un avversario con il quale scontrarci; nasce così in questo contesto la prima divisione della collettività in tanti piccoli “Noi” apparentemente opposti, preambolo alla nascita della società dell'”Io” moderna. Decenni di libertà personali spinte in qualsivoglia direzione, spacciate a conquiste purché nel limite delle libertà personali di altrui singolo individuo, sono il terreno fertile alla nascita dell’uomo “Io”, che ha calpestato in ogni angolo del pianeta occidentalizzato, le tradizioni millenarie e le regole e leggi morali di buon senso, formatosi in senso collettivo e comunitario che hanno dato vita a culture diverse e straordinarie, come ad esempio in Europa culla della civiltà e delle più grandi scoperte per il genere umano, tutto.
In queste nuove società senza identità e dove regna sovrana la cultura dell’ “Io”, si disgrega quel senso di comunità che ha fatto da fortezza ai più beceri e violenti attacchi che l’essere umano ha dovuto subire dalla notte dei tempi, ne è stata anche la forza per rialzarsi da qualunque situazione e condizione, per cambiare le proprie sorti di oppresso verso un miglioramento della propria situazione collettiva. Non la libertà individuale di poter dire o fare ciò che si vuole ha mai cambiato la storia e favorito il miglioramento ed il progresso, ma il senso di comune d’oppressione che forma una collettività d’intenti, dà la capacità e la forza di poter sognare e raggiungere la libertà per tutti e non per se stessi.

Ma tutto questo può bastare a sconfiggere l’essere umano e fermare il suo sviluppo? No, e lo sanno benissimo quei rappresentanti dell’élite dominante. In qualche angolo remoto un cervello libero può cambiare le sorti dell’umanità con un’idea, un sogno che diventa comune e la storia è prodiga di esempi; da Platone a Leonardo, da Einstein a Martin Luther King, una mente libera può sognare fuori da quella circonferenza e rovinare i piani all’élite dominante. Così si è sviluppata un’altra fase di oppressione strisciante che mira ad avvicinare l’essere umano a ragionare come se fosse solo un animale. Nasce la società dell’individuo “Io Animale”, che alla razionalità, alla capacità critica di valutazione e riflessione, viene spinto verso l’ascolto dell’istinto.
Mentre l’essere umano è l’unica forma di vita in grado di capire, utilizzare e modificare la natura, gli animali la subiscono o al massimo possono mutare se stessi, per far fronte alle forze esterne. L’animale sceglie con l’istinto le varie soluzioni da prendere nel corso della sua esistenza e sono la fame, la paura o le abitudini le varie sensazioni a cui l’istinto da risposta; l’essere umano a differenza, è in grado di capire e l’istinto dovrebbe essere, solamente, una primordiale sensazione, che la ragione, potrebbe schiacciare ed eliminare se irrazionale.
Come viene spinto l’essere umano alla condizione animale? I metodi sono diversi e ben visibili nella nostra società, sempre mascherati dietro finti obiettivi e ben variegati per forme e colori, si presentano in vari settori; cosi ben progettati che sembrano dare la possibilità di poter scegliere anche il contrario, ma sempre creati per restare all’interno di quella gabbia da cui l’umanità non sembra più voler uscire e addirittura non vederne neanche più il limite. La vita politica e sociale mette l’essere umano di fronte a determinate scelte frutto di mutevoli condizioni, fatti e situazioni venutesi a creare, alle quali servono risposte e programmi per essere affrontate. Qualcuno però ci ha rubato il tempo per farlo. Viviamo in una società frenetica, che tralascia volontariamente di affrontare situazioni, fino a farle diventare emergenze, alle quali servono poi, veloci decisioni. Non essendo più in grado di pensare in maniera collettiva, ma bensì individuale, il tempo non è più risorsa inesauribile, e quindi, mette di fronte a scelte veloci, tralasciando i caratteri principali di come una scelta dovrebbe essere presa da un essere ragionante. L’individuo “Io” non ha tempo per conoscere un fatto o una situazione venutasi a creare, sia essa reale o inventata, non ne studia le reali cause, ne le conseguenze evidenti e possibili future. La scelta deve essere veloce e ci si trova a “tifare” per soluzioni apparentemente diverse, o realmente diverse, ma preconfezionate per restare nella solita gabbia, che, ne risolvono ne rispondono realmente a nessun fatto o condizione. In questo contesto frenetico e di continua emergenza, vera o falsa, l’individuo “Io” chiede risposte immediate per se stesso e non perde tempo a capire e programmare un intervento ragionato per l’umanità; ecco che vince la soluzione d’istinto. Chi è più bravo a creare le sensazioni di paura, rabbia, felicità o altro, attira verso di se i clamori di tanti individui “Io” e la sua risposta sarà quella presa per vera e giusta.

Un’altra “fede” che fa spinta sulle sensazioni e che avvicina l’uomo all’animale è l’ecologismo; oggi diventata una vera e propria religione è senza dubbio la più sviluppata e spinta tra le tutte le mascherine che l’élite controlla e utilizza contro l’umanità. Hanno abituato a pensare che l’essere umano è causa di tutti i mali del pianeta, sia essi veri o inventati, e che il suo sviluppo ed il progresso sono cancri per la natura ed il proseguo della civiltà. Il loro suggerimento quindi è spingere verso un modello di decrescita e risparmio energetico che sono la mascherina apparentemente all’umanità sorridente, ma che nasconde la volontà dell’élite di adeguarci ai ritmi della natura come animali al fine di fermare il progresso. Questo ecologismo, che nulla ha a che fare con il buon senso ed il rispetto della natura, che peraltro è nato prima dell’ecologismo dalla semplice razionalità delle comunità per il bene collettivo, ma si basa su un semplice concetto di scarsità di risorse, che stupra e umilia il cervello di qualunque essere umano razionale, le sue capacità e le sue qualità. Se l’essere umano preistorico si fosse fermato di fronte alla scarsità delle risorse a lui note in quel determinato periodo, mai sarebbe andato sulla luna e probabilmente mai sarebbe uscito dalla sua caverna. Sostenere che il limite allo sviluppo umano sia un pianeta di risorse finito è un pensiero puramente animale, perché tralascia la risorsa inesauribile che ci ha permesso di passare dalla caverna alla luna: l’Essere Umano.

Un’altra mascherina che l’essere umano incontra sempre più spesso e che nasconde dietro di sé la solita élite, è quella del costo/debito. Oggi probabilmente la più in voga, serve a spiegare come qualunque attività umana sia impossibilitata addirittura a nascere, perché grava già di un costo o debito prima che si realizzi. Come se improvvisamente qualunque capacità, idea o sogno già in grembo nascano con intrinseco un debito, la ricerca un costo, la salute un costo, la cultura platoneun costo e la nascita di un nuovo essere umano una bocca in più da sfamare. All’umanità quindi sfugge il concetto di cosa sia un investimento, se tutto è un costo, così che l’uomo si abitui a non sognare, a non sviluppare capacità. Oggi è ben visibile questa situazione nell’attività lavorativa, sempre più spesso il lavoratore è meno qualificato, il lavoro meno qualificato e qualificante e l’unico interesse è il minor costo, invece che la maggior capacità.

La più grave crisi dell’umanità è la sua incapacità di riconoscersi come tale, di sognare, per se stessa, qualcosa di migliore da rincorrere; una qualunque utopia che le sue capacità prima o poi raggiungeranno e poter mettere un’asticella ancora più in la, per una nuova utopia da inseguire; non per sé ma per l’umanità. Così si creano i sogni e si da un volto al futuro.

Piantoni Matteo

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Una visione controcorrente

Ho tentato più volte di scrivere (e mi sono chiesto se valeva la pena farlo) un quadro del mio personalissimo pensiero che collegasse la mia filosofia di vita a quella che è invece la visione di una società equilibrata e giusta. Non una visione per la società italiana, ma per qualcosa che va oltre le culture e i nazionalismi; essendo uomini, quando ci addentriamo nella sfera etica, morale, che abbia a che fare con lo scopo dell’essere umano, non possiamo riferirci ad un determinato popolo, ma siamo costretti a trattare l’argomento nel seno dell’umanità.
Affermo fin da ora che con questo pensiero cerco di esporre senza vergogna il mio punto di vista, senza pretendere che esso corrisponda alla verità assoluta. Anzi, sono sempre più convinto che la verità assoluta non esista, ma che le situazioni e le condizioni in cui viviamo cambiano, e certi concetti ed esperienze bocciati in un determinato contesto, siano invece utili in un altro. Cerco solo di ampliare il dibattito e fornire quella che può essere una mia critica. Il mio testo è controcorrente, e non è scritto per essere commentato o seguito, lo scrivo e basta. Perché mi è sempre piaciuto frugare dentro alla nostra misera condizione di uomini, e spero di spingere altri a fare altrettanto con se stessi, senza seguire quella che può essere una mia risposta. Ponetevi delle domande e datevi delle risposte. Ma sappiate che non è facile andare controcorrente, e ancor più difficile è perseguire la felicità in questa dimensione, avendo preso coscienza dei vizi e delle ambiguità del pensiero dominante. Non che non si possa essere felici, ma parto da un presupposto che potrò spiegare meglio in seguito.

Oggi il mondo è dominato dalla cultura del consumismo, non è necessario che vi illustri quali sono gli interessi del Vero Potere, le grandi società di Wall Street e le corporations, dietro la diffusione di questa mentalità. Per questi più che ovvi interessi economici è stata plasmata una società in cui gli individui vengono catturati dal sogno della felicità materiale. Persino coloro che non cedono alle mode o al consumo frenetico di oggetti inutili, tendono a concepire la loro esistenza in maniera egoistica, materialista, quasi narcisista, dove l’importante non sono gli altri ma l’IO. E per soddisfare il proprio IO spesso si mettono da parte impegni più o meno nobili, relazioni, amicizie, ecc. Si segue “il bisogno del momento”. Si percepisce una difficoltà e si sceglie di intraprendere un’altra strada. Si lascia indietro qualcosa o qualcuno perché in quel momento lo si ritiene d’intralcio alla propria felicità.
Questa cultura del Carpe Diem, questa insensata via dell’attimo fuggente, non è che un’illusione e ha distrutto intere generazioni di giovani. La storia insegna che le esperienze migliori sono date dal sacrificio e dall’abnegazione, la dedizione a qualcosa. La soddisfazione è il frutto di prove sostenute con spirito di sfida, prima di tutto verso se stessi.
Spesso capita di sentire il peso di un amicizia, quando l’amico è nel periodo di continuo bisogno, lo stesso capita in una relazione, quando l’impegno del rapporto diventa un peso che ostacola altre priorità (a chi non è capitato di essere quasi considerato da qualcuno un ostacolo alla altrui felicità, non v’è cosa più offensiva), a volte ci sentiamo di mettere da parte i familiari, altre volte crediamo che sia meglio dedicarsi al proprio lavoro e lasciare l’impegno pubblico, oppure ci capita di lasciare un percorso formativo importante; tutte queste scelte spesso vengono prese perché in quel preciso momento si sente il bisogno di trascorrere il tempo diversamente e di dedicarlo esclusivamente al proprio sviluppo personale. Non è sbagliato, ma spesso a questo si sacrifica tutto il resto.
Si arriva ad idolatrare se stessi, pensando che non si deve rendere conto a nessuno di nulla, così muore la cultura della famiglia (troppo onerosa per il dio ME), e muore l’impegno sociale (perché fare gratis qualcosa se non ricevo nulla in cambio? Perché devo sempre pensarci io? Perché tutti mi cercano solo quando servo?).

È da illusi pensare che questo possa renderci felici, si dimentica che la via all’egoismo è passeggera, perché per l’essere umano la felicità esiste solo se può essere condivisa. Non si possono spegnere o accendere le persone come fossero interruttori, e non si può regredire negli impegni e nei doveri che abbiamo di fronte all’umanità. Già, perché noi siamo esseri sociali e non possiamo lasciarci opprimere dalla libertà individuale. Detto così può sembrare il discorso di una persona che rimpiange l’autocrazia e rinnega le conquiste sociali. Nient’affatto! È solo una critica a come questi diritti sono stati utilizzati, e come ci hanno reso prepotenti e ci hanno fatto perdere di vista l’avvenire dell’uomo e il peso che l’unione e l’associazione degli uomini può avere nella storia. Dottrine di sofisti hanno pervertito il santo concetto della Libertà: gli uni l’hanno ridotto a un gretto immorale individualismo, hanno detto che l’io è tutto e che il lavoro umano, e l’ordinamento sociale non devono tendere che al soddisfacimento dei suoi desideri; gli altri hanno dichiarato che la libertà non ha limiti, che lo scopo d’ogni società è unicamente quello di promuoverla indefinitamente, che un uomo ha diritto di usare e abusare della libertà, purché questa non ridondi direttamente nel male altrui; che un governo non ha missione fuorché quella d’ impedire che un individuo non nuoccia all’altro. Non esiste concetto più sbagliato di queste due visioni!
Queste dottrine sono alla base di una società capitalista e consumista dove l’anarchia morale si è trasmessa nella cultura e nello stile di vita di ognuno di noi. Da millenni l’uomo è violento, competitivo, egoista, avido, ed ora, negli ultimi secoli, dopo la rivoluzione francese ci siamo donati le libertà individuali che queste dottrine hanno fatto passare nella concezione delle masse, ma hanno cambiato forse qualcosa?! Perché nonostante la conquista dei diritti inalienabili, l’umanità è ancora competitiva, violenta, egoista e avida. Questi sono i valori della società consumistica e quelli materialisti del carpe diem. E portandoci a scegliere la via dell’IO, abbiamo dimenticato lo scopo, i doveri che abbiamo come fratelli nei confronti dell’umanità. Perché l’umanità è un corpo solo. Ma qual è il suo scopo?

Credo che Giuseppe Mazzini nella sua opera “Dei Doveri dell’Uomo” ci abbia fornito la risposta: lo scopo dell’umanità è il PROGRESSO. Non solo quello economico, ma anche quello morale, scientifico e spirituale. Lo scopo di una persona è quello di migliorare gli altri, modificando così lo status quo che argina la società nel tempo. L’educazione e la condivisione delle esperienze, sia nel lavoro che nella vita sono il sale di questa visione e vengono a completamento di quei diritti di cui prima parlavamo.
Ecco a chi dobbiamo rendere conto! All’umanità. Ecco perché Gramsci odiava gli indifferenti ed esprimeva tutto il suo disprezzo con toni così duri e laconici: perché «l’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare […] Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime».
Forse Gramsci è stato fin troppo duro, ma certe volte, la rabbia mi fa provare gli stessi sentimenti. Non capiamo che siamo esseri progressivi, capaci di migliorarci. Siamo esseri curiosi e apprezziamo le sfide, laddove c’è un problema c’è sempre qualcuno che pensa. La vera libertà è quella di poter vivere in un ambiente che faccia da humus a nuovi pensieri, nuovi punti di vista. Invece la globalizzazione e la società di massa ci stanno rinchiudendo nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. Generazioni di lobotomizzati e di studenti universitari che vengono imboccati di falsità e di meccanicismi fin nei minimi particolari di teorie ormai diventate dogmatiche e non riescono più a porsi all’esterno della visione dominante. Pensate all’attuale crisi economica. Certi grandi esperti, dottori… PAROLAI!!! pensano di risolvere una crisi sistemica utilizzando le risorse offerte dal sistema stesso, muovendo numeri e formule, ormai incapaci anche solo di mettere in discussione tutta l’organizzazione sociale che è la vera radice del problema.
Oggi viene difficile porsi in critica aperta verso quell’unico modo di vedere le cose, sono sempre meno coloro che ci riescono, perché il Sistema è ormai diventato un archetipo.

È diventato talmente difficile, che anche nella vita privata l’individuo, pur di preservare lo status quo, pur di mantenere quella presunta tranquillità, accetta una bugia rassicurante invece di affrontare la realtà di una verità scomoda. In fin dei conti la felicità deriva anche dal fatto di aver agito secondo giustizia, deriva dalla soddisfazione di aver affrontato un problema ed anche se più volte si è fallito nei tentativi c’è qualcosa di profondo che ci aggrada. Cosa che non prova colui che invece ha scelto di sacrificare qualcosa di grande per una sua esclusiva priorità. Sapete che vi dico, è meglio cogliere la sfida, perché dà sapore ad un’esistenza, piuttosto che vivere succube delle proprie paure e di false convinzioni che poi, col tempo, si rivelano per quello che sono: fragili castelli di carta. Ci si nasconde dietro se stessi, non avendo rispetto di se, e alla fine si scopre di aver perso nella vita le occasioni che avrebbero potuto trasformarla in un vero capolavoro. Si deve solo avere il coraggio di affrontare se stessi, e non rifugiarsi dietro a “oggi non me la sento”, fottuti dalla paura e dall’incapacità di reagire ad uno stato d’animo. Ogni tanto occorre osare, e metterci un po’ d’audacia.
Ho sempre detto che la vita è come una partita a scacchi: è logico che devi sapere quali mosse è giusto fare, ma è anche opportuno farle il prima possibile, anche a costo di sacrificare delle pedine. Ecco perché oggi tanti ragazzi preferiscono rimandare a domani i sacrifici e le possibilità di sviluppo (tanto c’è sempre tempo). Poi si ritrovano in ritardo su chi li ha preceduti e non resta che il rimorso di aver indugiato, sperando di ricevere la grazia di poter dimenticare i propri sbagli.
Occorre determinazione, mai lasciarsi scoraggiare. Se Colombo si fosse lasciato convincere dalle paure del suo tempo non sarebbe mai salpato dall’Europa. Ricordo quando un giorno, descrivendo la mia determinazione una persona disse di vedere in me “l’immagine di un fiore che cresce forte e vigoroso da una crepa nel cemento.” È stato forse il riconoscimento migliore che abbia mai ricevuto, e non so quanto io abbia meritato questa metafora, però sarei stato certamente più contento se questa determinazione fossi riuscito in qualche modo a trasmetterla. Spero di poter ricambiare ora con questo scritto, proprio perché come discepolo del pensiero mazziniano spero di poter migliorare qualcuno, od offrire lo spunto di una riflessione interiore. Non v’è nulla in questo mondo che m’aggrada maggiormente e che mi permette di sentirmi serenamente felice.

Dicevo all’inizio del testo che è difficile perseguire la felicità pensando in maniera alternativa ed agendo controcorrente. Ora forse potete capirlo: semplicemente perché la felicità esiste se condivisa, ed è difficile trovare persone veramente libere; con una propria visione delle cose che non sia un riflesso del dominio intellettuale di cui è schiava la società occidentale. Non è un caso se anche io ho smarrito molte persone per strada, per colpa del fatto che sono troppo razionale, e perché ho sempre cercato di anteporre la verità quale bene per gli altri (ahimè non sempre ben accettata). Altre persone invece mi sono state riconoscenti, alcune delle quali inaspettate.
Per coloro che non possono rendersi conto di essere rinchiusi in una gabbia, la ricerca della felicità sarà sempre ostacolata da una sensazione di incertezza, che deriva dalla percezione che qualcosa non funziona. Daranno colpa agli altri, daranno colpa a se stessi non riuscendo a capire cosa li angoscia, non capendo che è l’ambiente che li circonda il problema. Per loro anche nei momenti in cui tutto sembrerà andare bene, dove tutto sembrerà più leggero e sopportabile, non sarà mai felicità piena, perché manca di una componente fondamentale nella vita di ognuno di noi, un fattore irrinunciabile: la verità, e la certezza di poter contare su qualcuno che ponga se stesso al pari di chi ha di fronte. Si, perché quando uno condivide tutto se stesso con te, non può agire egoisticamente contro di te. Il NOI è sempre più grande dell’IO, e non si può agire contro il NOI senza danneggiare anche se stessi. Ma questo vale solo per quelle persone che vivono con abnegazione un rapporto umano (che sia tra parenti, fidanzati, amici, comunità). Mentre se due persone pongono le proprie ambizioni e la propria posizione al di sopra del loro prossimo, i loro percorsi entrano per forza di cose in competizione, arriva sempre il momento in cui, di fronte al sacrificio richiesto arriva un diniego. Perché lo spirito è volubile. E in una tal situazione non può esserci fiducia, ergo non può esserci né tranquillità né felicità.

Occorre coraggio per fare delle scelte che pongono l’uomo al di sopra di se stesso. E per arrivare oltre se stesso l’uomo non può che farlo attraverso l’esperienza condivisa con qualcun altro (il NOI), attraverso il lavoro in associazione, attraverso la cultura della reciproca mutualità, della solidarietà.
L’individualismo genera solo conflitti, incomprensioni, e vittime. Vittime del Vero Potere, quello che ti dice come essere libero e felice, quello che ti offre comode opportunità, quello che ti dà un’effimera tranquillità finché non scopri di esser solo, e di essere stato ingannato. Possibile che nessuno abbia capito che c’è un nesso ben preciso tra il nostro modo di vivere le interazioni umane e il Sistema in cui viviamo? È l’habitat che rende l’uomo un lupo dell’altro uomo! Esiste la bontà, è solo ostacolata dall’individualismo. Provate a pensare… viviamo in una società che ha reso molte interazioni umane il banale prodotto di una transazione commerciale. Come possiamo non esserne influenzati quotidianamente?! Tutto dev’essere ristrutturato, ma parte da ognuno di noi. Iniziare ad essere consapevoli dell’importanza che abbiamo per coloro che ci stanno a fianco, nel nostro piccolo spazio, e capire che l’IO non è nulla se confrontato alla costruzione di una personalità più grande, che è quella che condivide la propria esperienza e la propria felicità con qualcun altro.

In fin dei conti, tutti in cuor nostro sappiamo riconoscere questa verità. Non sono forse le persone che hanno contribuito, anche solo per poco, alla comunità quelle ad essere ricordate? Guardate solo i grandi pensatori, i grandi filosofi e visionari che secoli fa costruivano nelle loro menti dei modelli sociali che ancora oggi sembrano utopie. Sono vissuti invano? No! Perché anche per mezzo loro molte generazioni hanno saputo sognare. E l’uomo è l’essere migliore di questo pianeta solo perché è davvero in grado di sognare, e pian piano di avvicinarsi a quelle utopie e trasformarle in realtà.
Sono invece dimenticate, quelle persone che si ritirano nella solitudine della loro personalissima indifferenza, diventando quel peso morto della storia di cui parlava Gramsci, sic transit gloria mundi…

 

Alberto Fossadri

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Prove tecniche di Manipolazione

di Giovanna Canzano – Prove tecniche di manipolazione della libertà? Oggi con Grillo?
Antonio Caracciolo – Accetto le domande così come formulate, rispondenti del resto a un diffuso modo di rappresentare le cose. Devo però fare un’analisi e decostruzione della domanda stessa prima di poter rispondere, giacché sempre qualsiasi domanda condiziona in un certo qual modo la risposta che a essa si voglia dare.
Intanto, chi manipola chi? E di quale libertà stiamo parlando? Esattamente, in questo momento, ho appena finito di ascoltare una “informazione” televisiva sulle “espulsioni” di alcuni senatori. Si capisce bene come nel dare la notizia lo scopo non sia quello di informare su un fatto accaduto, ma di orientare un risultato politico che si desidera: “la perdita di pezzi del Movimento”. L’intento di chi redige la notizia è chiaro: di ridurre cioè la propensione dell’elettorato verso il Movimento, almeno quella parte influenzabile dai media stessi. Sembra quasi un’applicazione di Sun Tzu, il famoso stratega cinese del VI a.C, anziché un’informazione giornalistica. Si tende cioè a produrre confusione e smarrimento, a suscitare l’impressione di essere dalla parte perdente e quindi di arrendersi a chi viene fatto apparire come il vincitore. Insomma, l’informazione non è qui un fatto cognitivo, ma un fenomeno di psicologia sociale certamente interessante da studiare.
Prima di rispondere vorrei perciò fare una premessa che è del resto parte della risposta.
Se vogliamo parlare di “libertà” e nella specie di “libertà di stampa”, io incomincerei con il volgere lo sguardo sugli stessi media. In una precedente occasione io ebbi a distinguere fra “libertà di stampa” e “libertà di pensiero” ponendo le due cose come contrapposte e non sinonimiche o intercambiabili. La “libertà di stampa” è da noi in Italia più che altrove un esercizio di manipolazione dei fatti allo scopo di influenzare il pensiero altrui, che a causa dello scarso livello di istruzione e formazione critica si ritiene di poter condizionare con una informazione scientemente falsa, tendenziosa, partigiana. Da noi il giornalista considera se stesso principalmente come “opinionista”, dando alla sua soggettiva opinione un grande valore cui i fatti devono sottostare. Si sente una specie di sacerdote, anzi un alto prelato legittimato a sentenziare su tutto ciò che accade o non accade. Assai spesso il giornalista milita in un partito e lo si trova candidato a elezioni. Conduttori e talker televisivi passano con grande disinvoltura dai parlamenti o perfino da poltrone di governo agli studi televisivi e alla redazioni dei giornali. Non è questo chiaramente un illecito penale, ma in un tribunale come ci si può affidare ad un giudice che fino al giorno prima si conosceva come un proprio avversario politico o una controparte in un qualsiasi interesse o situazione? Come si può credere alla sua oggettività? Se il nostro fine è la pura conoscenza dei fatti e delle cose come la si può attingere da persone i cui interessi sono contrapposti ai nostri o le cui finalità consistono proprio nel condurci dove loro vogliono e dove hanno interesse che noi andiamo? Sto parlando dei giornalisti, una categoria che merita più di ogni altra di sparire non tanto per la sua inutilità ai fini della conoscenza pura del mondo delle idee platoniche, ma soprattutto per la sua pericolosità sociale e per la loro natura antidemocratica. Grazie alla rete, ognuno di noi è in grado di produrre conoscenze e di comunicarle al mondo intero. Il rispetto del principio deontologico “i fatti separati dalle opinioni” è un valore non più sentito e anzi apertamente sconfessato da quanti esercitano la professione giornalistica. Tutti i quotidiani hanno un finanziamento pubblico e dipendono dal governo o dalla proprietà dei mezzi televisivi ed è a loro che rispondono, non ai Lettori o ai cittadini utenti e abbonati a forza. Tutta questa impalcatura ha un senso e si regge in quanto i cittadini debbano essere convinti, persuasi, indotti a votare questo o quel partito, questo o quel personaggio. Dico: votare. Parlo cioè dell’istituto della “rappresentanza politica”, ritenuto cardine imprescindibile della nostra forma di democrazia. Io mi reco ogni cinque anni in un seggio elettorale e consegno la mia vita e il mio destino a personaggi che ignoro e mi ignorano. Li sollevo al di sopra di me e divento uno strumento delle loro ambizioni, della loro fortuna, del loro potere. Naturalmente, essi diranno che “servono il Paese”, ma sarebbe facile obiettare che vi è una bella differenza fra il servire comandando e disponendo della vita e degli avere degli altri e il dover ubbidire pagando le tasse e accettando ogni sofferenza, privazione e emarginazione, per non poter fare altro.
Il male in sé è dunque la “rappresentanza politica”, a prescindere che un presidente del consiglio sia migliore o peggiore di un altro: sono tutti oppressori liberi da ogni vincolo di mandato. Se ci affamano dopo averci promesso posti di lavoro, non portano mai pena e la colpa è sempre degli altri. Se vi è bel tempo primaverile, il merito è sempre loro. Questa musica cambia con il Movimento Cinque Stelle che punta alla democrazia diretta e alla mobilitazione diretta dei cittadini. Ripeto: mobilitazione diretta e non mera “partecipazione” come fatto prodromico di una nuova “rappresentanza politica”, che resta sempre quel male contro cui si è sempre opposto il pensiero anarchico. Va perciò sottolineato che il Movimento Cinque Stelle in quanto forma embrionale di democrazia diretta non è per sua natura rappresentabile. Nessuno può rappresentare il Movimento Cinque Stelle e fanno bene ogni volta gli Attivisti a precisar che parlano sempre a titolo personale. L’istituto della “rappresentanza politica” è contrario e opposto al principio della “democrazia diretta”, che per gli uni non è altro che una “utopia” impossibile, e per taluni altri addirittura una “idiozia”.  Sarà la storia di questa generazione e la lotta, anzi la “guerra”, in corso, a pronunciare il verdetto. È una scommessa che si sta giocando sotto i nostri occhi che i signori giornalisti, i media, fanno di tutto per bendare.
Grillo e Casaleggio? Il loro ruolo? Qui è un poco più difficile rispondere, ma io penso che per quanto sopra detto neppure Grillo e Casaleggio possono dire di “rappresentare” il Movimento Cinque Stelle, pur da loro fondato e creato. Non bisogna confondere la “rappresentanza” del Movimento con l’«autorevolezza» che essi hanno indubbiamente e indiscutibilmente dentro il Movimento. Ho detto: Auctoritas. Non Potestas. Non si deve confondere l’«Autorità» che a essi è riconosciuta con il concreto «Potere» di espellere un attivista o portavoce indegno del Movimento, per averne tradito i principi. Ogni entità politica (uno Stato, un partito, una chiesa, una qualsiasi associazione, ecc.) vuole esistere e conservarsi nel suo essere. E pertanto sono lecite le forme organizzative e disciplinari finalizzate allo scopo, fermo restando che esse non contrastino con norme di ordinamenti superiori.
Al momento, se ho ben compreso la struttura del Movimento, Beppe Grillo ha una sola arma a disposizione: la proprietà privata del Logo che porta il suo nome. Egli può quindi spedire una lettera raccomandata a chiunque faccia uso indebito del suo nome. Non manda a nessuno plotoni di esecuzione o squadroni della morte, ma ha il solo potere di dire: caro mio, tu da oggi non sei più autorizzato a fare uso del mio nome. Tu non rappresenti il Movimento Cinque Stelle da me fondato e di cui sono e mi dichiaro garante. Se è così e confronto la forma organizzativa del Movimento alla struttura tradizionale dei partiti, finanziati con denaro pubblico, io non riesco a immaginare un potere più blando, mite, dolce, gratuito.Giovanna Canzano 2– Quella della libertà di opinione e di pensiero  è stato oggetto di suoi studi e pubblicazioni, oggi, queste libertà le garantisce ancora la politica?

Antonio Caracciolo – In questo Paese la “politica” non ha mai garantito nessuna libertà di opinione e di pensiero, o per meglio dire: ha solo garantito e imposto un pensiero e una cosiddetta “opinione pubblica”, allineata e conformista, che meglio potrebbe essere definita “opinione pubblicata” di pochi personaggi che intendono in tal modo esercitare la loro “influenza”, per farne un partito. Non parlo a vuoto. Mi è rimasta impressa una sortita televisiva di Eugenio Scalfari, il quale tranquillamente parlava del quotidiano “La repubblica” e del fatto che esso esercita una “influenza” sui suoi lettori. Scalfari non si faceva nessuno scrupolo ad ammettere l’esistenza di un “partito” formato da quei cazzoni che comprano o leggono il quotidiano di De Benedetti non per venire informati sui fatti che accadono, ma per farsi condurre con l’anello al naso. Cito ancora una volta John Pilger, quando dice che l’informazione giornalistica e televisiva è una «emanazione del potere».
A far data dal rogo di Giordano Bruno e del processo di Galileo direi che in Italia si è totalmente incapaci di immaginarsi cosa possa essere un pensiero autenticamente libero, ma si è altrettanto feroci nel rivendicare e spacciare come “libertà di pensiero e di stampa” la propria intolleranza e i propri pregiudizi. Per esprimere questo fenomeno io uso l’espressione “antifascismo fascista”, dove ci si riferisce a una narrazione non storicamente contestualizzata di ciò che il fascismo è stato effettivamente, conoscibile solo con i metodi del lavoro storiografico, peraltro non libero e fortemente ideologizzato o marginalizzato quando esce fuori dai canoni ufficiali. Ma, pur assumendo una simile narrazione, la si contraddice poi clamorosamente, dimostrandosi apertamente “fascisti” secondo la definizione di fascismo che si è pur data. Dunque: “antifascisti fascisti”, grammaticamente un nonsenso, ma un’espressione concettualmente sostenibile, se si tiene conto della su definizione. In nome della ipervalutazione della propria “opinione” e dei propri pregiudizi si toglie la libertà agli altri, in quanto la loro “opinione” non la si riconosce come “manifestazione di un pensiero” bensì si pretende che sia un “crimine” da punire con la messa alla “gogna” e con il carcere duro, anzi con la tortura carceraria, dove capita di apprendere come una mezza dozzina di persone vengono ammassate in celle di tre metri per quattro ed il malcapitato di nulla altro è colpevole se non che di una “opinione”.

Giovanna Canzano 3- Un esempio pratico di “antifascismo fascista”?

Antonio Caracciolo – Proprio l’altra sera, su Rainews24, mi è capitato di ascoltare un’intervista a Domenico Gallo, di cui è appena uscito un libro. Gallo, che è un magistrato di Cassazione, diceva che l’attuale progetto di legge elettorale Renzi-Berlusconi è peggiore della legge Acerbo. Questa consentì al partito fascista di conquistare tutto il potere e di riformare lo stato italiano nel modo che sappiamo e che sempre vituperiamo, quando parliamo del ventennio, dove tuttavia non furono poche le cose fatte in 14 anni di potere effettivo, come si legge in un libro del compianto Alberto B. Mariantoni. L’imbarazzo del mezzo bisto di Rainews24 era davvero divertente. Cercava in tutti i modi di ridimensionare la portata delle affermazioni dell’Alto Magistrato di Cassazione, che era invece convinto e determinato nella sua affermazione.
Posso continuare ancora con un altro esempio. Il Signor Renzi fa consistere tutta la sua proposta politica nella grande trovata dell’abolizione del Senato e del bicameralismo perfetto, che era stato concepito proprio per precludere ogni possibilità di un ritorno del fascismo. Non doveva mai più succedere che con colpi di maggioranza parlamentare venisse sovvertita la natura e la forma dello stato, come era avvenuto per la nascita e avvento del fascismo in Italia e del nazismo in Germania. Da qui la rigidità della nostra costituzione, il cui contenuto essenziale non fu peraltro una “libera” espressione della volontà del popolo italiano, ma un dettato imposto dagli accordi di Yalta, dove i vincitori stabilirono che i vinti avrebbero dovuto darsi nuove costituzioni conformi agli esiti della guerra e della sconfitta subita. Le guerre non si perdono invano e chi le vince vuole eternare la sua vittoria. Non solo l’Italia ma tutta l’Europa continua a essere attraverso la NATO una terra di occupazione americana e con l’imminente Trattato transatlantico – su cui i media si guardano bene dall’informare i cittadini che sanno tutto di Dudù – verrà ad essere completo il nostro status coloniale. Le vicende in corso in Ucraina, presentate come la volontà del popolo ucraino di entrare in una opprimente e affamante Europa da dove noi cerchiamo di uscire, si spiegano con l’espansione imperiale della NATO, che tenta di mettere in scacco la Russia, con grave rischio per la pace mondiale e senza nessun utile per l’Europa.
Se si va a prendere il recentissimo libro di Alan Friedman, si apprende che nell’abitazione romana di Berlusconi, in via del Plebiscito, antistante a Palazzo Venezia, dove risiedeva Mussolini, vi è un sopramobile del Settecento con la scritta: “I vincitori scrivono la storia”. È quanto succede con l’attuale sistema dell’informazione, come abbiamo già detto. Quindi, non bisogna essere ingenui e non ci si devono fare illusioni, quando i Signori della carta stampata e dei talk show ci parlano di libertà, di democrazia, di pensiero, ecc., che verrebbe a mancare se toccano i loro privilegi o quando vengono espulsi i portavoci infedeli del Movimento Cinque Stelle, un elemento di novità e di disturbo nel sistema mediatico. Per questo lo attaccano in tutti i modi, cercando di non farlo crescere oltre il temibile 25 % al quale sarebbe ancora attestato secondo i loro stessi sondaggi e malgrado i continui attacchi.
A detta di un Mario Mauro la legge elettorale in discussione è stata concepita interamente contro Il Movimento Cinque Stelle, che si immagina al terzo posto non destinato al ballottaggio. Dunque, la guerra mediatica contro il Movimento è assai aspra, senza esclusioni di colpi e di menzogne, decisiva per la sopravvivenza di un sistema corrotto e corruttore che pretende di essere la cura di un male di cui è causa.

Giovanna Canzano 4– Grillo e Casaleggio hanno creato un movimento politico dove vige diciamo l’«Inquisizione»?

Antonio Caracciolo – Mi sembra di aver già risposto al senso di questa domanda con quanto sopra detto e illustrato. Non ripeto concetti espressi, ma integro per la parte restante. «Inquisizione» di che? Forse si intende dire che un cittadino, una volta eletto in una assemblea, se ne può tranquillamente infischiare degli elettori e degli scopi per i quali si è ottenuto il loro voto? Forse si intende dire che gli impegni e le promesse elettorali sono ordinarie menzogne “democratiche” di cui ci si può subito dimenticare appena proclamati i risultati elettorali? Non dimentichiamoci che andare in Parlamento ma anche nei Consigli regionali significa ritrovarsi un reddito mensile impensabile per i comuni mortali. E non è che la base per ulteriori scalate e privilegi. Siamo evidentemente abituati, o meglio ci hanno assuefatti all’idea che una volta eletti i signori Onorevoli sono sganciati da ogni rendicontazione non solo di carattere monetario. I media tendono ad accreditare come “libertà” questo principio di assoluta e criminale “irresponsabilità”. Agli “espulsi” del Movimento non è stata peraltro comminata nessuna sorta di fustigazione corporale, ma è stata semplicemente ed unicamente dichiarata la loro non appartenenza ulteriore al Movimento, da essi palesemente tradito o dal quale non godono più la fiducia. Nei programmi del Movimento è previsto l’istituto del recall, per il quale può essere ritirata la fiducia e il mandato ai parlamentati eletti. Questo naturalmente richiede un accurato esame di ciò che i parlamentari hanno fatto o non fatto nell’esercizio del loro mandato. È «Inquisizione» questa?

Giovanna Canzano 5- Il suddetto movimento gode di molto credito tra le masse disagiate che popolano la nostra Italia, diciamo masse che, senza un movimento a toglier loro la libertà di agire, potrebbero invadere le piazze, manifestando il loro malcontento. Cosa si aspettano dal M5S?

Antonio Caracciolo – Non mi pare esatto rappresentare il Movimento come una mera espressione, una “protesta” di disgraziati e infelici, che oltre ad essere “disgraziati” sarebbero pure stupidi non sapendo a chi dare utilmente il loro consenso, una volta esclusi i partiti tradizionali, gli unici a voler occupare la piazza e la scena: non avrai altro partito all’infuori di me! “Masse disagiate” che dovrebbero continuare ad avere fiducia in chi li ha condotti alla rovina in decenni e decenni di governi dove i “duellanti” del sistema bipolare si sono infine rivelati “compari” che a turno si spartivano privilegi e risorse di un regime consociativo, dove non vi è mai stato una vera opposizione. Questa rappresentazione del Movimento come luogo della “protesta”  che non ha “proposta”  non corrisponde alla realtà ed è dettata dalla politica mediatica sopra descritta. Il Movimento ha carattere non violento, ma questo non significa che ha carattere “reazionario” in quanto andrebbe a frenare una “santa” violenza delle “masse”, che avrebbero altrimenti manifestato il loro “malcontento” nelle piazze. L’Italia non è la Libia, o la Siria, o l’Ucraina,  dove i Governi Atlantici sobillano manifestanti ingannati o prezzolati, mettendo loro in mano le armi, per rovesciare governi legittimi. Da noi i Gasparri propongono gli “arresti preventivi” degli studenti che intendono scendere in piazza, i Gasparri immortalati con il dito medio alzato protetto da tre fila di poliziotti contro i manifestanti “eversivi”. Potrei continuare con altri esempi dell’apparato repressivo che in Italia – occupata da oltre 100 basi americane – stroncherebbe senza scrupoli qualsiasi seria insurrezione di “masse” sempre più impoverite e prive di ogni prospettiva futura. Le rivoluzioni pur legittime non sono strategicamente diverse da una guerra e non si improvvisano con assoluta mancanza di mezzi, uomini, strategie. In Italia è possibile solo una grande repressione oltre che la lenta morte per fame e per suicidio dei cittadini impoveriti e privi di prospettive. Il Movimento ha saputo dare la giusta forma alla “protesta” possibile, avendo una grandissima “proposta”, espressa nella formula “tutti a casa” ovvero “nessuna alleanza”, formule che gli “espulsi” dal Movimento hanno disatteso. A ciò si aggiunge il pragmatismo che distingue nei lavori parlamentari fra cose utili al popolo e cose inutili e dannose, approvando le une e respingendo le altre. Venir meno ai principi del “tutti a casa” e “nessuna alleanza” significherebbe tradire ancora una volta le speranze del popolo italiano.
Io credo poi che non bisogna essere necessariamente “disagiati” per accorgersi che tutto il sistema politico insediatosi dal dopoguerra ad oggi è  giunto al capolinea e che non possa offrire niente di buono. Che senso potrebbe avere un “dialogo” con “ladri” cui si imputa un ladrocinio mai cessato e rimasto intatto? L’avanzata inesorabile della crisi strutturale e permanete, non ciclica e passeggera del sistema, va producendo quella “trasmutazione dei valori” di cui parla continuamente Nietzsche in tutta la sua opera. Questa “trasmutazione” può avere un valore liberatorio, è trasversale e prescinde dal proprio status economico e sociale: chi ha la visione del giusto e del vero può bene accorgersi dell’esistenza di un Movimento popolare, portatore di vero “cambiamento” e vera speranza.  In realtà il regime ha una grande paura di un Movimento. Se si considera la vasta Astensione elettorale e il 25 % del Movimento, si tocca con mano quanto poco i partiti rappresentino gli italiani, ma grazie all’amplificazione mediatica agiscono come se tutto il Paese fosse con loro. La struttura del Movimento consente di “espellere” ogni suo membro di cui venga scoperta l’inaffidabilità e l’insincerità. Un Movimento è tale ed ha senso sono se cresce continuamente e racchiude in sé il tutto, è “ecumenico”, come ebbe a dire Grillo. I “partiti” invece sono sempre è soltanto una ristretta “parte” che può perfino trovarsi in contrapposizione con il Bene Comune e con la Salvezza nazionale. Il Signor Renzi spera di attirare a sé parlamentari ed elettori del Movimento, o meglio di togliere loro visibilità istituzionale attraverso una legge truffaldina, peggiore del Porcellum e della legge Acerbi. Nella cultura politica italiana oltre che la libertà di pensiero e di espressione manca pure il principio della coerenza, per la quale il politico che fa il contrario di ciò che ha pubblicamente detto dovrebbe avere il pudore di ritirarsi lui nella sua casa, nel suo privato senza dover essere cacciato dalle assemblee elettive, dove è indegnamente e fraudolentemente giunto.

Giovanna Canzano 6- La libertà di pensiero è molto sentita tra gli intellettuali specie nei regimi totalitari.  Con Grillo, che ha ‘plagiato’ gli aderenti al suo movimento a non esprimere le loro opinioni, si sta dando inizio ad un regime totalitario senza resistenza?

Antonio Caracciolo – Questa domanda sul “plagio” – che peraltro non è più neppure più un reato – è davvero inaccettabile. Verso Grillo vi è da parte di ogni sincero militante una grande e meritato devozione, ma non è né sudditanza né “plagio”. Se mai la domanda dovrebbe essere spedita a un altro indirizzo. Nessuno dice a Berlusconi (e ora a Renzi) di aver “plagiato” il suo elettorato, ma lo avrebbe fatto Beppe Grillo che non ha mai ricoperto nessuna carica pubblica, ma al cui “carisma” chiunque può sottrarsi più di quanto non possano i “nominati” da Berlusconi, in ultimo un Toti è stato preso direttamente dall’organico di Mediaset e spostato in politica, per fare il “consigliere politico” del Capo e Padrone. Di soldi nel Movimento non ne circolano e nessuno si arricchisce occupando posti e cariche. Appunto perché si vuol essere degni del Movimento ognuno sente la responsabilità di dare un valore aggiunto a ciò che Grillo e Casaleggio hanno creato. Personalmente, non conosco Grillo. Non ho mai parlato con lui. Seguo le sue affermazioni pubbliche e le sue prese di posizione con il massimo raziocinio critico. Ogni attivista non lesina a Beppe tutte le critiche che gli vengono in mente. Sono spesso infondate ma in tal modo si dimostra a se stessi di essere liberi nel poterle fare e si respinge qualsiasi addebito di essere stati “plagiati” o di non aver dato un’adesione consapevole e motivata al Movimento. Personalmente, non avrei alcuna remora o impedimento nel formulare rilievi critici, ma trovo sempre contenuti forti di pensiero politico in ogni affermazione di Beppe Grillo, letta nel suo contesto originale e non nelle manipolazioni e caricature fatte dai media. La mia preoccupazione, espressa più volte nei luoghi del Movimento, è che debba sorgere e svilupparsi una nuova cultura politica sulle basi pratiche e concettuali date da Grillo e Casaleggio. Il più grande pericolo del Movimento lo avremmo se dopo un certo tempo esso non fosse capace di camminare con le proprie gambe, anche quando Grillo e Casaleggio non dovessero più esserci (Dio li conservi!).  Si badi: una nuova cultura politica non in opposizione o in contrasto, ma ad integrazione in un processo continuo di sviluppo, conservando come un bene imprescindibile l’unità del Movimento e fustigando chi ad essa attenti. Quando gli attuali governi avranno finito di rovinarci e saranno fuggiti con il bottino, sarà necessaria tutta la genialità degli italiani per ricostruire dalle fondamenta un paese distrutto. Se è davvero questo lo scenario, qualsiasi “dialogo” con questi governi, qualsiasi “fiducia” in bianco non può essere altro che “connivenza” con il “nemico” e “tradimento” di quanti hanno riposto nel Movimento la loro ultima speranza. Esagero? Se altri è il Messia, ne saremo contenti e lo riconosceremo: non lo metteremo in croce. Ma poiché vediamo avanzare non il Messia ma l’Anticristo, saremmo irresponsabili a dare a questi partiti, ai Duellanti Comparu, qualsiasi apertura di credito.
Sarebbe sbagliato concepire il Movimento come qualcosa di statico e concluso. Vi è una dialettica interna, che non è quella degli “espulsi” che altro avevano in mente e che hanno tradito l’unità del Movimento. Per evitare attacchi strumentali al Movimento sarebbe opportuno che nella prossima redazione del Programma venisse incluso come punto autonomo il principio della libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, di insegnamento, di critica politica. Non solo. Andrebbe poi fatta una accurata revisione di tutta la legislazione vigente per abrogare tutte quelle norme che di fatto ostacolano la libertà di pensiero e tutelano altri interessi su cui andrebbe fatta una seria riflessione.

Giovanna Canzano 7– La ‘rete’ –  tanto utilizzata dal Movimento Cinque Stelle – può essere lo strumento adatto per raggiungere i suoi scopi?

Antonio Caracciolo – Ci vogliono forse ancora alcuni decenni, o mezzo secolo, per valutare a pieno la rivoluzione che si avuta con la diffusione di internet, la cui tecnologia è ancora in fase di sviluppo. La differenza tra la rete e i media tradizionali è nella loro natura e nel modo in cui interagiscono o non interagiscono con i destinatari delle informazioni.
I media sono una forma di comunicazione verticale, dove il “messaggio” parte da un centro di potere e si indirizza ai molti che rischiano realmente di venire “plagiati” da informazioni false e manipolate. La rete è uno strumento di comunicazione orizzontale e interattivo, dove ognuno comunica con l’altro e dove ognuno che sia capace di produrre conoscenze può renderle immediatamente e gratuitamente disponibili non a milioni, ma a miliardi di persone, potenzialmente all’Umanità intera. I rischi che da taluni si paventano direi strumentalmente non sono diversi dal cattivo uso, anche illecito e criminale, che di qualsiasi altro portato della scienza e della tecnica si possa fare. Il “crimine” esiste solo nella “volontà” e nel “fine” illecito, mai nel “mezzo” che è in se neutro: il male non è nel coltello ma in chi se ne serve per uccidere un essere umano, per compiere un “omicidio”. Dalla rete può venire più il bene che non il male. Se si considera quanto costano le attuali elezioni politiche cartacee e quanto sarebbe facile a costi minimi trasformarle in consultazione elettroniche, ecco che la “democrazia diretta” diventerebbe una possibilità concreta e reale, non una “utopia” e meno che mai una “idiozia”. Al contrario è oggi una “idiozia suicida” continuare il sistema della “rappresentanza politica”, affidando la propria vita a chi ci ha portati all’attuale disastro.
In Italia la rete non è sviluppata come in altri paesi, ma il suo sviluppo è necessario per la crescita dell’economia e dell’occupazione. Il Movimento Cinque Stelle nasce quasi per miracolo dalla rete e si sviluppa con la rete, ma non si limita solo questo: non è una realtà virtuale, ma vi è una sostanza umana che si ritrova nelle riunioni in luoghi fisici. I nemici del Movimento scommettono e sperano in una sua rapida scomparsa, evocando il movimento di Giannini, l’Uomo Qualunque, che ebbe una fiammata e di cui oggi si sa poco o nulla.  Gli Attivisti del Movimento sono normali cittadini che non perseguono fini di potere, non cercano vantaggi e privilegi. Nella generale scomparsa dei valori si sente ancora chi pronuncia la parola patria e dichiara di essere disposto a morire per essa.

Fonte: RINASCITA
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DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

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Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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Il pensiero di un ragazzo che corre incontro al proprio destino

La lettera che pubblichiamo spero sia da monito per le generazioni odierne sia per l’inutilità della guerra, che spezza i sogni di ragazzi con la voglia di vivere, sia per l’alto senso del dovere nei confronti del paese e dei compagni di sventura che oggi è forse andato perso dai più. E’ trascritta identicamente dall’originale: l’ortografia è diversa da quella odierna ma comunque comprensibile. Questo è ciò che passa per la mente di un giovane ventenne alla vigilia della battaglia dell’Ortigara nel 1917

Ore 24 del 18 giugno 1917

Cari Genitori

      Scrivo questa lettera nella speranza che non vi sia bisogno di farvelo prevenire.
Non ne posso però fare a meno: il pericolo é grave, imminente. Avrei un rimorso se non dedicassi a voi questi istanti di libertà, per darvi un ultimo saluto. Voi sapete che io odio la retorica, … no,no non é retorica quello che sto facendo. Sento in me la vita che reclama la sua parte di sole, sento le mie ore contate, presagisco una morte gloriosa, ma orrenda… fra cinque ore qui sarà un inferno. Tremerà la terra, s’oscurerà il sole, una densa caligine coprirà ogni cosa, e rombi, e tuoni e boati risuoneranno fra questi monti, cupi come le esplosioni che in quest’istante medesimo odo in lontananza. Il Cielo si é fatto nuvoloso:…..vorrei dirvi tante cose ….. tante…..ma voi ve l’immaginate. Vi amo. Vi amo tutti tutti. Darei un tesoro per potervi rivedere, … ma non posso… il mio cieco destino non vuole. Penso in queste ultime ore di calma apparente, a Te Papà, a Te Mamma, che occupate il primo posto nel mio cuore, a Te Beppe, fanciullo innocente, a Te o Adelina ….. addio….. che vi debbo dire? Mi manca la parola, un cozzare di idee, una ridda di lieti, tristi fantasie, un presentimento atroce mi tolgono l’espressione… No, no, Non é paura. Io non ò paura! Mi sento ora commosso pensando a voi, a quanto lascio: ma so dimostrarmi forte d’innanzi ai miei soldati, calmo e sorridente. Del resto anche essi ànno un morale elevatissimo.

Quando riceverete questo scritto fattovi recapitare da un’anima buona, non piangete e siate Forti, come avrò saputo esserlo io. Un figlio morto per la Patria non è mai morto. Il mio nome resti scolpito indelebilmente nell’animo del miei fratelli, il mio abito militare, la mia fidata pistola (se vi verrà recapitata) gelosamente conservati stiano a testimoniare della mia fine gloriosa. E se per ventura mi sarò guadagnato una medaglia, resti quella a Giuseppe… O Genitori, parlate, parlate, fra qualche anno, quando saranno in grado di capirvi, ai miei fratelli, di me, morto a vent’anni per la Patria. Parlate loro di me, sforzatevi a risvegliare in loro il ricordo di me… m’é doloroso il pensiero di venir dimenticato da essi… fra dieci, vent’anni forse, non sapranno nemmeno più d’avermi avuto fratello… A voi poi mi rivolgo. Perdono, perdono vi chiedo, se v’ò fatto soffrire, se v’ò dati dispiaceri. Credetelo, non fu per malizia, se la mia inesperta giovinezza vi à fatti sopportare degli affanni, vi prego volermene perdonare.
Spoglio di questa vita terrena, andrò a godere di quel bene che credo d’essermi meritato. A voi Babbo e Mamma un bacio. Un bacio solo, che dica tutto il mio affetto. A Beppe e a Nina un altro.
Avrei un monito: ricordatevi di vostro fratello. Sacra é la religione dei morti. Siate buoni. Il mio spirito sarà sempre con voi.
A voi lascio ogni mia sostanza. È poca cosa. Voglio però che sia da voi gelosamente conservata. A Mamma, a Papà lascio… il mio affetto immenso. È il ricordo più stimabile che posso loro lasciare. Alla mia zia Eugenia il Crocefisso d’argento, al mio zio Giulio la mia Madonnina d’oro. La porterà certamente. La mia divisa a Beppe, come le mie armi e le mie robe. II portafoglio (£ 100) lo lascio all’attendente.

Vi bacio
Un bacio ardente d’affetto dal vostro aff.mo Adolfo

Saluti a zia Amalia e Adele e ai parenti tutti

NOTE:
Lettera scritta alla vigilia della battaglia dell’Ortigara dal Ten. Adolfo Ferrero, torinese, 20 anni. Medaglia d’Argento al Valor Militare, laureato ad Honorem in lettere e filosofia che trovò eroica morte il giorno seguente (19 Giugno 1917). Lettera mai recapitata, trovata dopo oltre 40 anni, ancora con tracce evidenti di sangue, sul corpo del presunto attendente incaricato di consegnarla.