Comunisti Padani: Salvini e la sua storia da “zecca rossa”

di Davide Piacenza – C’è stato un momento, lunedì scorso a Piazza pulita, verso la metà della trasmissione, in cui il conduttore Corrado Formigli ha chiesto a bruciapelo al leader della Lega Nord, Matteo Salvini, se si considera antifascista. Lui, Salvini, deus ex machina del rilancio leghista, lo scorso 18 ottobre ha portato in piazza a Milano decine di migliaia di persone per protestare contro le politiche migratorie italiane ed europee e gli extracomunitari, artefici di una sedicente «invasione» che il fu Carroccio si propone di arginare. E, tra gli altri, in piazza Duomo c’erano anche molti membri di Casa Pound, il movimento di estrema destra con più di un penchant nostalgico per il fascismo.

Matteo, l’altro Matteo della politica italiana, quello che non viene quasi mai chiamato per nome, è rimasto impassibile in superficie, ma prima di rispondere ha lasciato trascorrere un interminabile attimo. «Io sono antirazzista», sono state le parole affastellate da Salvini, che poi ha rapidamente aggiunto «il fascismo e il comunismo li studio sui libri di storia» e, con un coup de théâtre un po’ poco riuscito, «i ragazzi di Casa Pound sono venuti a manifestare a Milano e non hanno lasciato neanche un mozzicone di sigaretta per terra».

Deve averne pensate di cose, in quell’attimo. Perché lui, quarantunenne con letteralmente una vita in politica alle spalle, ha iniziato da giovanissimo in cornici molto diverse. Sempre nella sua amata Lega, certo, ma con connotazioni ideologiche opposte. Prima del record ineguagliato di status e tweet allarmisti sull’epidemia di Ebola, prima delle alleanze europee col Front National di Marine Le Pen e l’estrema destra comunitaria, prima delle difese d’ufficio di Roberto Calderoli che paragona Cecile Kyenge a «un orango», Matteo Salvini è stato un esponente di spicco della corrente dei Comunisti Padani, una delle fazioni che si contesero l’ingresso in una storica assemblea separatista che alla fine degli anni Novanta rappresentò il sigillo sull’exploit di consensi di Bossi e sodali. Qualcuno era comunista, sì, ma quel «qualcuno», in questo caso, tempo dopo è finito a dichiarare in diretta radiofonica che «i topi sono più facili da debellare degli zingari».

Nell’autunno del 1997 la Lega, lontana da future traversie di tesorieri indisciplinati e delfini con lauree albanesi, organizzò una mobilitazione in tutta l’Italia del nord, facendo eleggere in consultazioni formali ai suoi gazebo duecento membri di un “Parlamento della Padania”, un’istituzione assimilabile a una sorta di governo ombra delle camicie verdi. La prima riunione del nuovo organo si tenne il 9 novembre 1997 al castello Procaccini (allora castello Cusani Visconti), maniero quattrocentesco di Chignolo Po, provincia di Pavia, a poca distanza dalle sponde che l’anno prima avevano visto la famosa traversata e la famosissima dichiarazione bossiana d’indipendenza della Padania. Tra i duecento parlamentari del Senatùr c’era anche Salvini, allora ventiquattrenne ma già habitué della politica milanese: iscritto al partito fin dal 1990, era diventato consigliere a Palazzo Marino nel 1993, al crepuscolo della Prima Repubblica, quando Marco Formentini (poi tra l’altro presidente dell’estroso parlamento autoctono padano) vinse la corsa a sindaco del capoluogo lombardo. Salvini collega l’esperienza dei Comunisti Padani – che ricorda tuttora in diversi suoi interventi – a una sua cifra distintiva retorica: il considerarsi vicino ai lavoratori, agli operai, ai bisognosi, coloro a cui secondo lui la sinistra non dà risposte.

«L’idea venne durante una visita di Bossi a Guastalla, Reggio Emilia, a cena», spiega a Studio Angelo Alessandri, emiliano presidente federale della Lega Nord fino al 2012 e tra gli ideatori delle correnti che, dice, avrebbero dovuto «rappresentare le varie anime della Lega: c’era una componente socialdemocratica con a capo Formentini, una liberale con Vito Gnutti, una indipendentista veneta». Presentarono una lista addirittura i Radicali di Marco Pannella, che riuscirono a far eleggere Benedetto Della Vedova, oggi sottosegretario del governo Renzi, dopo un ricco cursus honorum. L’idea, che al telefono Alessandri oggi definisce «simpatica», in realtà aveva una sua raison d’être precisa e strategica: soprattutto nell’area emiliana in quegli anni post-Tangentopoli il Pci-Pds aveva perso diversi consensi, in luoghi che erano stati per anni la sua roccaforte. Citando ciò che Alessandri stesso dichiarò in un’agenzia Adnkronos del 18 settembre 1997: «Ci sono paesi della Bassa reggiana dove il Pci-Pds è passato dal 70% al 40%. E tutti quei voti sono andati per buona parte alla Lega».

E così, Comunisti Padani, con tanto di simbolo con Falce e martello – d’altronde lo stesso Bossi iniziò nel 1975 iscrivendosi al Partito Comunista della sezione di Verghera, in provincia di Varese, e Maroni frequentò per diverso tempo gli ambienti di Democrazia Proletaria. Di questa lista al parlamento pavese vennero eletti, tra gli altri, il giovane Salvini, il recentemente scomparso Mauro Manfredini (che propose per primo a Bossi la lista comunista; ex militante della Fgci, nel 1997 rammentò al Corriereche «fu proprio Lenin a teorizzare l’autodeterminazione dei popoli», e Franco Spadoni,  detto “Franchino”, «reggiano di due metri d’altezza» che, si legge in Avanti Po. La Lega Nord alla riscossa nelle regioni rosse, si definisce «un grande militante del Pci» e ha conosciuto «personalmente» Enrico Berlinguer – il quale a suo parere a Padova, in piazza della Frutta, quel giorno venne assassinato. Cospirazionismi di stampo simil-grillino, e non è detto che fra costole della sinistra non ci si intenda.

Se la convergenza parallela tra ex militanti comunisti delusi dai cascami della Prima Repubblica e la Lega Nord è difficilmente comprensibile, però, pensare che Matteo Salvini, il paladino del “mandiamoli a casa loro”, fosse candidato con una lista recante la falce e il martello è anche più ardimentoso. Eppure lui, l’uomo dei sit-in col megafono e la felpa con la scritta «Milano», in quegli anni era spesso al centro sociale Leoncavallo, che nel frattempo Formentini si impegnava a far sgomberare. Ripete spesso di adorare Fabrizio De Andrè, ma non è chiaro se le notti che le pantere mordono il sedere si senta più assolto o coinvolto. Dice di essere post-ideologico e non aver problemi a interloquire con Le Pen e Putin solo perché «è pagato per risolvere problemi» («se la sinistra è quella che si occupa solo degli immigrati e dei carcerati allora non è la mia roba», ha dichiarato in Tv qualche mese fa), e tuttavia i suoi bersagli polemici sono quasi tutti dello stesso versante politico.

Salvini è riuscito a fare tesoro del meglio del repertorio leghista: fin dai tempi del Consiglio comunale di Milano ha fatto politica a due velocità, facendo parte delle giunte Formentini, Albertini e Moratti ma smarcandosi chirurgicamente dal sindaco di turno, regolarmente troppo permissivo e poco attento alla “sua” gente, e mettendo in campo posizioni ambivalenti nei confronti della destra berlusconiana. Matteo il milanese gioca su questo: dice alle persone ciò che vogliono sentirsi dire, come l’omonimo fiorentino, ma da una prospettiva diversa. Sentendolo parlare te ne accorgi: è il cugino che la sa lunga su chi comanda dove (e perché), il commerciante stufo di dover versare soldi a un’eterea entità detta Stato, il padre preoccupato di lasciar tornare la figlia adolescente sola a casa la sera. In questo senso Salvini non parla alla cosiddetta pancia del paese: in anni di incontri, fiaccolate, manifestazioni e gazebo ne è diventato parte integrante – e soprattutto credibile.

«Matteo è riuscito a slegarsi dalla vecchia guardia leghista», mi dice Alessandri, e col mantra «la Lega deve tornare a fare la Lega» ha vinto il congresso del dicembre 2013, proponendo un restauro totale del Pantheon delle camicie verdi: fuori, almeno nei titoli dei giornali, Bossi e Maroni, dentro la guerra all’euro, che il partito salviniano si è intestato (la moneta unica «è un crimine contro l’umanità», tuonava il neo segretario già a dicembre dell’anno scorso) e una battaglia di resistenza fiscale esportata oltre i sacri confini del dio Po, attraverso un partito gemello chiamato Lega dei Popoli con cui conquistare l’Italia meridionale, che quest’estate il leader padano ha percorso in un tour promozionale. E dire che è lo stesso che nel 2009 a Pontida si lanciò in un’interpretazione in favor di telecamera del più classico coro da stadio razzista riferito agli abitanti di Napoli (città dove, non per niente, lo scorso maggio un suo comizio programmato è saltato per le intemperanze di alcuni locali con la memoria lunga).

«È un momento nel quale si gioca molto sul leaderismo», continua parlando con Studio l’ex presidente federale Alessandri, «Il partito e i militanti contano poco. Salvini ha fatto una grande operazione mediatica». Che ha pagato: secondo Alessandra Ghisleri, sondaggista di Euromedia Research citata sull’ultimo numero di Panorama, per i rilevamenti del 20 ottobre scorso la fiducia personale nei confronti del segretario della Lega è salita al 20,8%. Più di quella di cui gode Beppe Grillo.

Gli strali anti-tasse, anti-immigrazione e anti-euro di Salvini raccolgono consenso e nascondono sotto il tappeto la polvere delle sue incontinenze verbali recenti (come quando ha scritto su Facebook di «stare con i poliziotti» colpevoli dell’omicidio Aldrovandi) e passate (come la celebre proposta di riservare carrozze della metropolitana ai milanesi, avanzata poco prima di diventare europarlamentare, ma la lista sarebbe davvero lunga).

Matteo Salvini è pur sempre quello che si rivolse in dialetto meneghino al Consiglio comunale durante un dibattito, e che continua a farlo nei talk show in prima serata, nonché l’istrione da paese che cerca di spostare sempre un po’ più in su l’asticella del dicibile. Padano, troppo padano, per dirla con Nietzsche, ma con un ruspante passato movimentista. Oggi è al secondo matrimonio e ha due figli. Di Bossi conserva un libro, L’Abc di fare radio, regalo ironico venuto dopo l’impasse dell’allora ragazzo nel rispondere a un’ascoltatrice critica di Radio Padania. Nel 2008, scherzando col Corriere sui suoi 12 anni da fuoricorso alla facoltà di Storia dell’Università di Milano, Salvini chiosò: «Arriverà prima la Padania libera della mia laurea». Noi, come Einstein in quel celebre e abusato aforisma, sulla prima abbiamo ancora dei dubbi.

 

POTREBBERO INTERESSARTI:
Lega Nord, Mafia e Massoneria
Quando FORZA ITALIA comprò LEGA NORD per 2 miliardi di lire
F35 perchè la LEGA si astiene?

Fonte: http://www.rivistastudio.com/standard/qualcuno-era-comunista-padano/

L’evoluzione della filosofia dopo l’HEGELISMO

A cura di Diego Fusaro

Introduzione

Con la morte di Hegel, avvenuta nel 1831, si apre una questione di gran rilievo per la storia del pensiero: il sistema hegeliano, organico ed estremamente compatto, trova nel fatto stesso di essere un sistema un punto di forza ma anche di debolezza. Infatti, non appena ne “crolla” una parte, anche il resto entra inevitabilmente in crisi. Ed è proprio quel che avviene negli anni Trenta dell’Ottocento; sorge dunque, presso il “popolo degli intellettuali”, l’assillante quesito: “come comportarsi nei confronti del sistema hegeliano?”. L’Hegelismo si manifesta pertanto, dopo la scomparsa del filosofo che l’aveva elaborato, in differenti forme e correnti, di cui se ne possono individuare essenzialmente tre. La prima corrente è quella che si muove, sia pur criticamente, nell’ambito dell’hegelismo, rimanendo fedele ad esso. Questa corrente seguace del sistema hegeliano si dividerà, a sua volta, in Destra e Sinistra hegeliana. Il motivo di tale scissione tra i sostenitori del sistema hegeliano sarà essenzialmente dato dal fatto che in Hegel convivono tranquillamente la sfera rivoluzionaria ( ciò che è razionale è reale ), secondo la quale tutto ciò che è giusto deve essere realizzato, e la sfera conservatrice ( ciò che è reale è razionale ), secondo la quale le cose così come sono vanno bene, in quanto manifestazioni di una razionalità profonda.

La Sinistra coglierà nella filosofia di Hegel il continuo cambiamento dialettico della realtà, leggendo in chiave progressista e spesso rivoluzionaria il motto ‘tutto ciò che è razionale è reale’. La Destra, invece, guarderà con maggior simpatia al motto ‘tutto ciò che è reale è razionale’, dandone una lettura fortemente stagnante e conservatrice, ostile a cambiamenti di ogni sorta. E’ però opportuno ricordare che la scissione tra Destra e Sinistra nacque, ancor prima che sul versante politico, su quello religioso: la Destra, legata ai valori della religione e della Chiesa, tenterà di fondare una scolastica hegeliana, ovvero un tentativo di apologizzare la religione cristiana attraverso i concetti dell’hegelismo. Hegel aveva, infatti, insistito sul fatto che i contenuti della sua filosofia e quelli della religione cristiana coincidessero; e, tuttavia, aveva anche sottolineato la superiorità della filosofia sulla religione, sostenendo che la filosofia esprime gli stessi contenuti della religione cristiana, ma ad un livello incommensurabilmente superiore. Ed è su questo che si basa la Sinistra hegeliana, convinta che ormai la religione fosse stata definitivamente superata dalla filosofia. Abbracceranno la causa della Sinistra hegeliana pensatori del calibro di Feuerbach, Engels e Marx, sicchè non è sbagliato affermare che il marxismo è una sorta di “eresia” dell’hegelismo. Ma, accanto a questa corrente (divisa in Destra e Sinistra) che segue criticamente gli insegnamenti di Hegel, vi è anche un nutrito gruppo di pensatori che si ribella al panlogismo hegeliano, alla sua esasperata ricerca della razionalità, rivendicando la natura irrazionale della realtà: aderiranno a questa corrente di pensiero Schopenhauer, Kierkegaard e Nietzsche. Sul versante opposto, vi è poi un anti-hegelismo di stampo razionalistico: in sostanza, questa terza corrente di pensatori rinfaccia ad Hegel di aver elaborato una filosofia razionale in cui però la ragione in questione non è quella della scienza di tipo illuministico, ma è quella dialettica, in grado di dimostrare solo e soltanto che “il vero è l’intero” o che “il negativo è insieme anche positivo”. Questo terzo filone costituirà quella corrente di pensiero passata alla storia con il nome di Positivismo: tesi portante di questa corrente è l’identificazione totale della ragione e, in generale, di ogni conoscenza, con la scienza (a cui Hegel non aveva dato molto peso), come se ciò che esula dalla scienza non potesse costituire in alcun modo la conoscenza. Ricapitolando, le tre correnti che si affacciano sulla scena filosofica successiva ad Hegel possono essere così riassunte:

  • prosecutori dell’hegelismo, seppur criticamente: Destra e Sinistra.
  • anti-hegeliani sostenitori della superiorità della scienza in ogni ambito: Positivismo.
  • anti-hegeliani avversi ad ogni forma di razionalità: Schopenhauer, Kierkegaard, Nietzsche.

E’ curioso che, proprio quando Hegel riteneva di aver chiuso definitivamente la storia del pensiero ( la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo ) sostenendo che con l’autotrasparenza della realtà attuata nella sua filosofia terminasse la filosofia stessa e cominciasse la sofia, fioriscano ben tre correnti diverse che riaprono da capo il discorso che Hegel riteneva chiuso. Karl Löwith, nell’opera “Da Hegel a Nietzsche. La frattura rivoluzionaria nel pensiero del XIX secolo” ha scorto nella filosofia che da Hegel giunge fino a Nietzsche e alla fine dell’Ottocento un processo rivoluzionario e di “rottura”; tuttavia, dice Löwith, se è vero che dalla filosofia di Hegel muoveranno i loro passi filosofi che prenderanno le distanze dal “maestro” ed elaboreranno pensieri tra loro opposti, è anche vero che in questo processo di frattura rivoluzionaria vi è un filone unitario, che accomuna i vari pensatori. Il fatto stesso che per tutti questi filosofi Hegel resti il punto di riferimento avvalora la tesi di Löwith: infatti, per i Positivisti e per gli “irrazionalisti” Hegel costituisce (per motivi opposti) un bersaglio contro cui scoccare i propri dardi velenosi, mentre per gli hegeliani alla Marx, il filosofo del Sistema resta un maestro a cui ispirarsi, un maestro di cui si può magari anche compiere il parricidio, come aveva fatto Platone con Parmenide, ma non è questo ciò che conta. Affiora bene, in sostanza, come Hegel resti al centro della riflessione filosofica a lui successiva: anche per chi lo rifiuta e lo disprezza cordialmente, egli resta pur sempre l’idolo negativo combattendo il quale si costruisce la propria filosofia.

Si può poi ravvisare un elemento di unitarietà, oltre che nel fatto che Hegel resti il punto costante di riferimento, anche nel senso della concretezza che pervade le filosofie tra loro opposte di questi pensatori. Se nella terminologia hegeliana, per “concretezza” si doveva intendere il privilegiamento per il saper cogliere le cose nelle loro relazioni reciproche, cosicchè il pensiero era più concreto della materia, la ragione più dell’intelletto, ora tale termine si colora di un nuovo significato, al quale anche noi siamo abituati: e così, paradossalmente, tutti i pensatori successivi ad Hegel possono accusarlo di “astrattezza”, quasi come se leggendo Hegel si avesse l’impressione che egli non stesse parlando di cose reali. Il termine “astratto” passa cioè a designare ciò che è sganciato dalla realtà, ciò che non è “concreto”. E’ quasi come se si attuasse un capovolgimento dialettico dei termini, per cui l’accusa infamante di “astrattismo” che Hegel muoveva all’Illuminismo, ora si ritorce contro di lui, seppur in una nuova accezione.

Per citare degli esempi, in Marx “concretezza” vorrà dire che, pur accettando egli la dialettica hegeliana, la criticherà per il fatto di poggiare “sulla testa”, cioè sulle idee: si tratta pertanto, dice Marx, di mantenerla valida così come è, rigirandola però in modo tale che poggi non sulla testa, ma sui piedi, ovvero sulle condizioni materiali ed economiche; ne scaturirà un processo dialettico che non si realizzerà astrattamente sulle pagine dei libri, come l’aveva inteso Hegel, ma, al contrario, si svolgerà concretamente e in modo rivoluzionario sulle piazze. Discorso simile sul versante positivistico, dove si esalta la concretezza del sapere scientifico e del dato di fatto (ecco perchè “Positivismo”: dal latino positum , “ciò che è posto”, ovvero il dato di fatto); si tratta di una contrapposizione netta al pensiero di Hegel, il quale, nella Fenomenologia dello spirito , aveva posto il dato di fatto ( da lui definito certezza sensibile ) al gradino più basso. Anche tra gli irrazionalisti serpeggia l’aspirazione alla concretezza e, per addurre un esempio, Schopenhauer insiste sul fatto che “l’uomo non è un angelo”, cioè non è puro spirito disincarnato, ma è essenzialmente un corpo e la natura di tale corpo consiste, soprattutto, nella volontà, nei desideri, negli istinti e nelle passioni, quelle cose, cioè, che Freud avrebbe più tardi definito come “pulsioni”; da notare che la rivendicazione che Schopenhauer fa della concretezza è in antitesi all’astrattezza hegeliana, come pure alla ragione, tanto cara ai Positivisti. Anche Feuerbach rivendica la matrice materiale e “concreta” dell’uomo, arrivando a sostenere che “l’uomo è ciò che mangia”, facendosi latore di un materialismo di rottura, per alcuni versi molto provocatorio. Nel caso di Kierkegaard (che rimprovera a se stesso la sua breve adesione iniziale alla filosofia di Hegel dicendo “Io, stupido hegeliano!”), poi, la ricerca esasperata della concretezza tenderà a manifestarsi come rivendicazione dell’esistenza singola: in Hegel si ha sempre l’impressione che, anche quando parla dell’uomo, in realtà non stia parlando di noi, sostiene Kierkegaard; da qui emerge il suo interesse per l’io come singolo, ovvero per l’io concreto, sganciato dalla nebulosa astrattezza in cui l’aveva avvolto Hegel. Del resto, osserva Kierkegaard, checchè ne pensi Hegel, noi siamo nel mondo come singoli, ancor prima che come umanità e spirito. Ed è con queste riflessioni maturate in Kierkegaard che comincia ad affiorare, seppur timidamente, il netto contrasto tra la concretezza dell’esistenza (l’io singolo) e l’astrattezza dell’essenza (l’umanità, lo spirito), contrasto già prospettato da Pascal e destinato a diventare centrale nella filosofia del Novecento con l’Esistenzialismo. Si può poi fare un breve cenno a Nietzsche, il quale in gioventù aderì alle tesi di Schopenhauer e, anche quando se ne distaccò, mantenne con esse un forte legame: infatti, il perno della sua filosofia è la volontà (concetto tipicamente schopenhaueriano) abbinata alla vitalità, contrapposte duramente al pensiero e, più in generale, alla ragione. Sempre Nietzsche rivendica anche quell’individualità già sostenuta da Kierkegaard: ed è per questo che Nietzsche è l’ultimo anello della catena che sancisce la frattura col pensiero di Hegel e, al tempo stesso, la sintesi delle concezioni più disparate emerse nel periodo post-hegeliano. Egli, da un lato, critica l’astratto in favore del concreto, salutando con entusiasmo la vitalità e la volontà di Schopenhauer (da lui cambiata nell’essenza e ribattezzata “volontà di potenza”), dall’altro lato pone l’accento sul problema dell’individuo sollevato da Kierkegaard, portandolo alle estreme conseguenze ed elaborando il mito del superuomo (con una bislacca commistione di elementi darwiniani). Tutte le riflessioni dei pensatori a lui precedenti, convivono in Nietzsche (spesso dando ibridi esplosivi quali il superuomo o la volontà di potenza) sotto un unico denominatore: la vitalità, il “ritorno alla terra” che egli caldeggia così spesso nei suoi scritti, contrapponendosi bruscamente all’astrattismo hegeliano.

Tuttavia, oltre agli aspetti che in qualche modo legano tra loro questi pensatori post-hegeliani, bisogna saper anche cogliere le numerose differenze che li separano: per dirne una, se Kierkegaard rivendica la concretezza come individualità, Marx, invece, molto più hegelianamente, la rivendica come umanità, come classe sociale. Sarebbe pertanto sbagliato ritenere che questi pensatori abbiano concezioni del tutto uguali tra loro; come sarebbe anche sbagliato illudersi che le loro filosofie maturino tutte dopo la morte di Hegel. In realtà, alcuni di questi filosofi cominciano ad elaborare le loro filosofie mentre Hegel è ancora in vita. La prova lampante di ciò è data da Scopenhauer, il quale compone la sua opera più famosa ( Il mondo come volontà e rappresentazione ) nel 1819, in un clima di pieno trionfo dell’hegelismo: ed è sintomatico il fatto che le idee di Schopenhauer hanno fatto breccia presso il pubblico solo dopo la morte di Hegel, tant’è che la prima edizione de Il mondo (composta quando Hegel era ancora in vita) andò al macero. Si può, tra l’altro, ricordare come Schopenhauer desiderasse tenere le sue lezioni universitarie in contemporanea ad Hegel, ma tuttavia non potè farlo per il semplice motivo che non aveva studenti: tutti, infatti, andavano ad ascoltare con entusiasmo Hegel, non tenendo in alcuna considerazione Schopenhauer.

DESTRA E SINISTRA HEGELIANE

Come abbiamo accennato poc’anzi, la Destra e la Sinistra hegeliane nascono all’indomani della scomparsa del filosofo: un esponente dell’hegelismo, Strauss, definirà le due correnti opposte nate nell’ambito dell’hegelismo come “Destra” e “Sinistra” richiamandosi esplicitamente al parlamento francese. La Destra hegeliana, detta anche dei “vecchi” per il carattere marcatamente conservatore che la contraddistinse, si opponeva alla “Sinistra”, detta anche dei “giovani” hegeliani in virtù del fatto che a comporla erano per lo più giovani progressisti: il primo motivo che portò le due “fazioni” a scontrarsi fu di materia religiosa. Hegel aveva, infatti, sostenuto che la filosofia e la religione esprimessero gli stessi concetti, ma aveva anche aggiunto che la filosofia li esprime in maniera decisamente migliore. Dall’ambiguità del discorso hegeliano, nasce la spaccatura tra Destra e Sinistra: la prima, tende a sottolineare l’identità di contenuti della filosofia e della religione, avvalorando in questo modo la religione; la Sinistra, dal canto suo, sottolinea come la filosofia sia per natura superiore alla religione, poichè quest’ultima, come aveva detto Hegel, può solo esprimersi attraverso narrazioni mitologiche.

In altri termini, la Destra approva la religione poichè ne sottolinea l’identità di contenuti con la filosofia; la Sinistra, invece, è contraria alla religione poichè ne sottolinea l’inferiorità della forma rispetto alla filosofia. Ne consegue inevitabilmente che i seguaci della Sinistra si dedicheranno assiduamente all’indagine filosofica, mentre invece gli esponenti della Destra arriveranno ad anteporre la religione alla filosofia, cosicchè i loro contributi alla storia del pensiero sono pressochè irrilevanti. Ma la questione religiosa non è la sola a creare disaccordi tra gli hegeliani: se in Hegel convivevano ambiguamente la superiorità della filosofia rispetto alla religione in ambito formale e l’uguaglianza tra le due in ambito contenutistico, è anche vero che nel filosofo trovavano il loro spazio anche due concezioni della realtà contrapposte; da una parte, infatti, egli diceva che tutto ciò che è giusto perchè razionale deve essere realizzato, dando così una veste progressista al suo pensiero; dall’altra parte, invece, sosteneva che la realtà, così come è, è razionale e, in ultima istanza, giusta, dando così una colorazione conservatrice alla sua filosofia. Ora, come per quel che riguarda la religione, anche qui si crea una spaccatura: la Destra sostiene che tutto ciò che esiste è razionale e, pertanto, non deve essere cambiato; la Sinistra, invece, è del parere che tutto ciò che è razionale debba essere fatto diventare anche reale, in una prospettiva progressista e, talvolta, rivoluzionaria. Ricapitolando, i due punti di “disaccordo” tra Destra e Sinistra sono:

–  il rapporto religione-filosofia

–  il rapporto tra razionale e reale

Sul versante religioso, merita di essere ricordato DAVID FRIEDRICH STRAUSS (1808-1874), convinto sostenitore della Sinistra, il quale dà del cristianesimo e della figura di Gesù un’interpretazione molto particolare: nell’opera Vita di Gesù (1835), recante lo stesso titolo di quella pubblicata a suo tempo da Hegel, egli sostiene, in netto contrasto con la tradizione, che la figura di Gesù sia il frutto dell’elaborazione mitologica dei cristiani. Strauss non mette in dubbio l’esistenza di Gesù, ma ciononostante è convinto che, paradossalmente, sia Gesù come elaborazione mitologica a derivare dal cristianesimo e non viceversa, come invece aveva sempre sostenuto concordemente la tradizione. Con queste riflessioni, Strauss può a pieno titolo rientrare nella sfera della Sinistra hegeliana, rivelando, tra l’altro, una certa tendenza (che sarà meglio espressa da Feuerbach) a naturalizzare il concetto di spirito, a riportarlo ad una dimensione immediata e calata concretamente nell’umanità. Altro grande esponente della Sinistra, fu BRUNO BAUER (1809-1882), curiosamente partito da posizioni proprie della Destra: nonostante le posizioni iniziali, egli si “converte” alla Sinistra ed espone la sua concezione della religione in La tromba del giudizio universale contro Hegel ateo e anticristo (1841). Con quest’opera, pubblicata anonimamente, egli attua una finzione letteraria, presentandosi come pensatore iper-conservatore e religioso e polemizzando aspramente con Hegel, accusato di essere ateo e anticristo. Con questo gioco intellettuale, Bauer vuole mettere in luce le tesi della Sinistra, facendo notare come se si vuole essere hegeliani non si può essere religiosi, poichè ciò che dice Hegel è inaccettabile per la religione: è dunque impossibile essere al contempo hegeliani e religiosi, come invece fanno gli uomini della Destra, ed è per questo che Bauer si dichiara apertamente ateo. Del problema politico si occupano soprattutto Ruge e Heine, i quali sottolineano (riprendendo concezioni illuministiche) come la Sinistra privilegi l’idea di una razionalità che deve a tutti i costi diventare reale: in quest’ottica, viene anche recuperato Fichte (molto più rivoluzionario di Hegel) e la sua concezione dinamica della realtà come tensione costante.

Il succo del discorso di Ruge e di Heine è che se la Germania ha già fatto una rivoluzione sul piano intellettuale con il percorso che da Kant giunge fino ad Hegel, ora non resta che fare la rivoluzione sul piano politico ed è per questo che i pensatori della Sinistra guardano con particolare simpatia al liberalismo e alla democrazia, in un periodo particolarmente oppressivo e conservatore (siamo all’incirca nei foschi anni che di poco precedono il rivoluzionario 1848). Ed è curioso ricordare che, quasi sempre, gli esponenti della Sinistra furono emarginati dalle università, poichè il mondo accademico tedesco restava saldamente nelle mani degli hegeliani di Destra: non potendo esporre il loro pensiero nelle università, i filosofi della Sinistra si scatenarono (Ruge in prima persona) nella pubblicazione di riviste e giornali, per coinvolgere in modo democratico la società; ed è in questo contesto che muove i suoi primi passi il giovane Marx.

La più serrata critica alla religione e uno dei più sentiti inviti ad abbracciare la causa democratico-rivoluzionaria in questi anni provengono da FEUERBACH (1804-1872), convinto sostenitore della Sinistra. Il punto da cui egli muove è la filosofia hegeliana e, soprattutto, il momento della “coscienza infelice” (Fenomenologia), dell’uomo medioevale che si sente radicalmente contrapposto a Dio e ne soffre. Feuerbach estende quest’infelicità all’intera religione (e non solo a quella medioevale), criticandola aspramente. Verso Hegel stesso egli è critico, poichè non può in alcun modo accettare che con Hegel termini la storia della filosofia: si propone pertanto di presentare una “filosofia dell’avvenire”, ponendosi come superamento dialettico di Hegel stesso. Con queste considerazioni sullo sfondo, Feuerbach scrive la sua opera più importante, L’essenza del cristianesimo (1841): Schleiermacher aveva ragione, egli dice, a considerare la religione come sentimento di dipendenza dell’uomo nei confronti dell’Assoluto; ma tale Assoluto altro non è se non l’umanità stessa alienata. Infatti, non è vero (come invece afferma il cristianesimo) che Dio crea l’uomo a propria immagine e somiglianza; al contrario, è l’uomo che crea Dio a propria immagine e somiglianza, il che vuol dire (essendo Dio una “produzione” dell’uomo) che la teologia, cioè la scienza di Dio, è un’antropologia, ovvero una scienza dell’uomo. E perchè l’uomo “produce” un Dio a propria immagine e somiglianza? Feuerbach dice espressamente che l’uomo è dotato di qualità quali la potenza (il poter amare, agire, conoscere) e sente l’esigenza di prenderne coscienza; ma l’uomo di cui parla Feuerbach non è il singolo, ma è, molto hegelianamente, l’umanità, poichè l’uomo è davvero tale solamente in rapporto con gli altri, quasi come se, restando solo, egli non fosse davvero “uomo”. Quelle facoltà che riferite ad un uomo erano finite, se estese all’intera umanità si moltiplicano all’infinito, cosicchè l’umanità, volendo prendere coscienza di sè e delle proprie infinite facoltà, si deve oggettivare, deve cioè proiettare fuori di sè le proprie caratteristiche per poterle così osservare come oggetto. Ed è con questo processo di oggettivazione (per molti versi simile al confronto tra autocoscienze tratteggiato da Hegel) che l’uomo crea Dio. Dunque, Agostino sbagliava a dire che nell’uomo si possono trovare tre nature poichè in Dio vi sono tre nature; al contrario, è corretto affermare che in Dio ci sono tre nature poichè nell’uomo vi sono tre nature: in altri termini, la somiglianza tra Dio e uomo si spiega nel fatto che l’uomo crea Dio. Ma la religione, nota Feuerbach, è stato un momento necessario nella storia dell’uomo e, proprio in quanto necessario, è stato giusto, anche perchè ha permesso all’uomo di prendere coscienza di sè. Tuttavia, il lato negativo di tutto ciò risiede nel fatto che l’oggettivazione è anche alienazione, vale a dire che l’uomo, creando Dio, è come se si fosse privato delle proprie facoltà, poichè ciò che viene dato a Dio viene inevitabilmente tolto all’uomo. Il problema che il pensiero moderno deve dunque affrontare consiste nel recupero della dimensione antropologica della religione, partendo dall’alienazione originaria con cui si è creato Dio. Una tendenza in questo senso, Feuerbach la scorge a partire dalla Riforma Protestante: con Lutero, infatti, Dio cessa di essere importante in sè, e diviene importante per ciò che è per l’uomo. La storia di riappropriazione della dimensione antropologica, avviatasi con Lutero, prosegue e culmina in Hegel, che però non è stato in grado di riconoscere l’autentica natura dell’umanità, bensì si è limitato a parlare di spirito o, tutt’al più, di umanità in termini troppo astratti. Feuerbach, invece, è ostile ad ogni astrattismo e quando parla di umanità, si riferisce non all’umanità spiritualizzata di Hegel, bensì a quella caratterizzata dall’esistere concretamente, quella cioè da cui siamo circondati e con cui abbiamo a che fare nella nostra vita quotidiana. Ed è per questo che Feuerbach può affermare in modo provocatorio che ” l’uomo è ciò che mangia “, come recita il titolo di un suo scritto: bisogna recuperare l’uomo materiale e sensibile, non alienato in Dio, e la sensibilità stessa assume un valore gnoseologico profondo, poichè attraverso il corpo e il contatto con esso, dice Feuerbach, si penetra nell’essenza delle cose e delle persone. Il bisogno di rapportarsi materialmente con gli altri è naturale a tal punto che la dimensione sensibile diventa sensoriale, come se coi sensi si potesse conoscere profondamente la realtà, cosicchè nel rapporto “io-tu” che si instaura materialmente per recuperare l’umanità smarrita in Dio, il contatto fisico gioca un ruolo fondamentale e l’amore fisico diventa anch’esso una forma di conoscenza. Si potrebbe obiettare a Feuerbach il fatto che egli si sforzi di cercare la concretezza per poi fermarsi all’umanità, senza pervenire ai singoli individui (come faranno Kierkegaard o Stirner); la risposta a questa possibile obiezione è molto semplice: se Feuerbach avesse concentrato la sua attenzione sui singoli e non sull’umanità (che comunque egli intende nel più concreto dei modi possibili), non avrebbe potuto spiegare l’oggettivazione dell’uomo in Dio. Infatti, perchè vi sia un’oggettivazione in qualcosa di infinito (Dio), è necessario che ad oggettivarsi sia qualcosa di infinito, come è appunto la somma infinita delle facoltà dell’umanità, facoltà che se considerate finitamente nel singolo non potranno mai oggettivarsi in qualcosa di infinito. Non c’è poi da stupirsi se un acceso rivale della religione come è Feuerbach, finirà per dare una veste religiosa alle proprie idee: infatti, l’oggetto della sua religiosità resta sempre e comunque l’umanità concreta (mai Dio), immanente nella realtà, quasi come se l’oggetto della teologia diventasse l’umanità nel suo complesso.

Le considerazioni religiose di Feuerbach si intrecciano con quelle politiche: egli sottolinea, infatti, il carattere pericolosamente conservatore della religione; in essa, l’uomo tende a diventare schiavo, a sentirsi dipendente da un’entità superiore, e uno schiavo incatenato nel “mondo delle idee” diventa inevitabilmente anche schiavo nella realtà materiale, quasi come se oltre ad essere schiavo di Dio diventasse anche schiavo di un padrone materiale. Ne consegue che la liberazione politica dell’uomo dovrà passare per l’eliminazione della religione: infatti, solo dopo la scomparsa della religione l’uomo cesserà di essere schiavo di Dio e, successivamente, dei padroni materiali.

Diametralmente opposta sarà la concezione di Marx, secondo la quale “la religione è l’oppio del popolo”: secondo Marx, infatti, l’uomo ricorre alla religione perchè materialmente insoddisfatto e trova in essa, quasi come in una droga (“oppio”), una condizione artificiale per poter meglio sopportare la situazione materiale in cui vive. Per Marx, dunque, non è la religione che fa sì che si attui lo sfruttamento sul piano materiale (come invece crede Feuerbach), ma, al contrario, è lo sfruttamento capitalistico sul piano materiale che fa sì che l’uomo si crei, nella religione, una dimensione materiale migliore, nella quale poter continuare a vivere e a sperare. Ne consegue che se per Feuerbach per far sì che cessi l’oppressione materiale occorre abolire la religione, per Marx, invece, una volta eliminata l’oppressione, crollerà anche la religione, poichè l’uomo non avrà più bisogno di “drogarsi” per far fronte ad una situazione materiale invivibile.

Si può anche fare un cenno al rapporto che intercorre tra Hegel, la Sinistra hegeliana e Marx: se Hegel vedeva i processi meramente a livello materiale, con la Sinistra hegeliana si afferma la convinzione che le idee servono per trasformare la realtà, nella convinzione che il razionale debba diventare reale; in altri termini, con la Sinistra la rivoluzione ideale diventa premessa per la rivoluzione materiale. Marx, invece, sostiene che si debba dialetticamente cambiare non il mondo delle idee (poichè, cambiate le idee, le condizioni materiali non cambiano), bensì bisogna cambiare il mondo materiale e, cambiandolo, cambieranno anche le idee. Marx non è d’accordo con quella che definisce “ideologia tedesca” (cioè con quel mondo che parte da Hegel e giunge fino alla Sinistra), poichè secondo lui le idee, di per sè, non sono in grado di cambiare le cose: al contrario, bisogna prima cambiare le cose, e poi cambieranno pure le idee; e il primo atto filosofico per costruire una “filosofia dell’avvenire” consiste nel mutare il mondo con la rivoluzione a mano armata, grazie alla quale spariranno le vecchie idee (tra cui la religione) e ne nasceranno di nuove. Ecco perchè Marx può dire che “fino ad oggi i filosofi si sono limitati ad interpretare il mondo, si tratta ora di cambiarlo” e che “bisogna sostituire alle armi della critica la critica delle armi”, nella convinzione che l’unica vera critica la si fa con le armi sulle piazze. Al di là delle posizioni appena tratteggiate, troviamo anche chi scorge nell’individuo la massima espressione della concretezza ed arriva a sostenere posizioni anarchiche: in questa prospettiva, troviamo le figure di MAX STIRNER(1806-1856) e MICHAIL BAKUNIN (1814-1876), accomunati dal concetto di “individualismo”; entrambi respingono tanto l’astratto spiritualismo hegeliano, quanto l’umanità di Feuerbach e la classe di Marx, ritenute anch’esse troppo astratte. Nelle filosofie di Bakunin e Stirner aleggia la convinzione che, in fin dei conti, a contare e ad aver diritti sia solo il singolo, per cui non ha senso parlare di “Stato etico” superiore ai singoli (come aveva fatto Hegel) o di “umanità” (come fa Feuerbach). Al contrario, solo il singolo individuo ha diritti ed è degno di essere indagato filosoficamente: se Bakunin si qualificò sempre come anarchico e partecipò perfino alla Prima Internazionale, Stirner, invece, non si è mai occupato di politica in senso stretto, anche se la sua filosofia ha ispirato maggiormente le ali di estrema destra per via delle posizioni accesamente individualistiche da lui propugnate. L’anarchia può infatti essere appannaggio tanto delle sinistre quanto delle destre ed è per questo che se la Sinistra, ispirandosi a Bakunin, mira all’individualismo come estrema libertà, la Destra, invece, (ispirandosi a Stirner) tende all’individualismo come superiorità del singolo sulle masse. In L’unico e la sua proprietà (1844), Stirner arriva a sostenere che ad esistere è solo l’individuo è ciò che per lui conta è, paradossalmente, solo lui stesso; tutto il resto (le cose, gli animali e perfino gli altri uomini) è solo uno strumento per l’affermazione di sè. Il mondo stesso viene concepito come strumento volto ad attuare la realizzazione del singolo. Sull’altro versante, Bakunin elabora anch’egli un anarchismo individualista, ma rimane nell’alveo dell’anarchismo di ispirazione socialista (proponendo, ad esempio, l’autorganizzazione), ma rispetto a Marx nutre molti sospetti verso la dittatura del proletariato, temendo che essa possa trasformarsi in stato autoritario. Infatti, Bakunin sostiene che bisogna abolire, anche violentemente, lo Stato, in quanto sinonimo di dominio coercitivo e di disuguaglianza; tutto ciò, portava Bakunin a privilegiare il sotto-proletariato, del tutto disorganizzato e per ciò in grado di agire spontaneamente in chiave rivoluzionaria e di rovesciare lo Stato. Marx, che nutriva profonda antipatia per Bakunin (peraltro cordialmente ricambiata), non esitò a definire utopistico tale progetto, contrapponendo ad esso il proprio, incentrato sulla dittatura del proletariato. Ma Bakunin ebbe ragione a temere una degenerazione autoritaria della dittatura del proletariato: la dittatura staliniana ne fu la conferma.

POTREBBERO INTERESSARTI:
DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico
L’uomo e le stelle nelle religioni moderne
FILIPPO BUONARROTI, il primo comunista

Fonte: http://www.filosofico.net/hegel53962.htm

NAPOLITANO e l’alleanza del PCI con la CIA durante il rapimento Moro

Tratto dal libro: I PANNI SPORCHI DELLA SINISTRA
di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara

La storia dei rapporti di Napolitano col mondo americano è carica di domande ancora da sciogliere, ma evidenzia in maniera chiara il desiderio di Napolitano di accreditarsi quale interlocutore privilegiato degli Stati Uniti.

Il percorso di Napolitano per divenire punto di riferimento di un vasto mondo di potere internazionale è stato tuttavia accidentato: il Dipartimento di Stato e l’intelligence statunitense non si fidavano facilmente di un comunista italiano. Il primo tentativo di Napolitano si rivelò infruttuoso: nel 1975 gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti.

WikiLeaks ha poi rivelato (in una massa di cablogrammi diplomatici diffusi in blocco) che nel novembre del 1976 Napolitano aveva cercato per tre volte un incontro a Roma con Ted Kennedy, ma era stato sempre respinto. «Ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato.» Il documento, stilato dall’allora ambasciatore americano John Volpe, riferisce al segretario di Stato Kissinger in merito al soggiorno romano del senatore demo cratico, che si incontrò con Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Gianni Agnelli. Tra i comunisti soltanto il migliorista Sergio Segre, all’epoca responsabile degli Affari esteri del Pci, riuscì a sedersi a tavola con Kennedy e una trentina di invitati.

Alla prova delle urne del 1976 i comunisti raggiungono il massimo risultato storico, 34,4 per cento dei consensi, ma restano cinque punti al di sotto della Dc. Aldo Moro apre a Enrico Berlinguer, che in un’intervista al «Corriere della Sera» consuma un primo strappo dall’Urss: «Non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento».64  Nasce il governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti con l’astensione di Pci e Psi, insieme a socialdemocratici (Psdi), repubblicani (Pri) e liberali (Pli). Di fatto s’inaugura la stagione del compromesso storico, mentre il rampante Bettino Craxi afferra le redini di un Psi ormai sotto il 10 per cento. Il nuovo scenario, per quanto non faccia cadere la conventio ad excludendum nei confronti di un governo «con» i comunisti, disegna praterie di manovra politica ai compagni pronti a sdoganarsi nel sistema occidentale.

Giorgio Napolitano, come portavoce del Pci sui temi dell’economia nei rapporti col governo Andreotti, viene osservato attentamente dall’estero. E riesce a far breccia nella diffidenza degli Stati Uniti, in quel momento governati dal democratico Jimmy Carter (eletto nel 1976). In realtà le diplomazie erano al lavoro da tempo, in particolare con il nuovo ambasciatore a Roma Richard Gardner, professore di Diritto internazionale alla Columbia University, di area liberal e marito di Danielle Luzzatto, proveniente da un’importante famiglia ebraica italiana. Gardner organizza una serie di incontri informali con esponenti del Pci, ma se l’obiettivo è Enrico Berlinguer, in realtà è Giorgio Napolitano a fornire le maggiori garanzie. Il diplomatico racconterà, all’indomani dell’elezione di Napolitano al Quirinale: «Era un socialdemocratico. Condividevamo gli stessi valori, aveva una mente aperta, e non era dogmatico neanche nelle cose che non condividevamo. Con discrezione mi faceva capire di non essere d’accordo con molte decisioni del Pci e di auspicarne un’evoluzione più rapida».65

Ad aiutare Napolitano possono essere stati poi i già citati rapporti di Amendola con Brzezinski e con la Cia. L’8 febbraio 1978, un mese prima del sequestro Moro (16 marzo), Norman Birnbaum dell’Amherst College (oggi professore alla Georgetown University), un uomo che alcune fonti indicano come espressione della Cia, invita Berlinguer per un ciclo di conferenze alla New York University e in altri luoghi degli Stati Uniti. «Dai documenti – scrive Pasquale Chessa nel suo libro su Napolitano – traspare un febbrile lavorio sommerso intorno al possibile viaggio negli Usa del segretario del più grande partito comunista dell’Occidente, arrivato democraticamente alle soglie del potere.»66

Pasquale  Chessa  pone  un  quesito  interessante:  «Che  ci faceva Birnbaum a Roma in missione presso il Pci allo scopo di invitare Berlinguer in America, appena un mese prima che le Brigate rosse mettessero in scena, con geometrica potenza, il rapimento di Aldo Moro? […]. Ma se si è trattato di una guerra culturale, combattuta dalla Cia e dal Kgb con le armi della politologia, a colpi di convegni e corsi universitari, articoli scientifici e interpretazioni giornalistiche, sul teatro dell’opinione pubblica mondiale, il viaggio di Napolitano negli Usa ha giocato un ruolo nient’affatto di secondo piano».67

Qualcosa però succede e Berlinguer non parte. Il meccanismo si inceppa. A recarsi in Usa è invece Napolitano. Perché? Deve ricevere «istruzioni» dagli americani in quel momento delicatissimo? A pianificare l’operazione sono il segretario di Stato Cyrus Vance e il consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski.

L’organizzazione del viaggio di Napolitano viene affidata a Joseph La Palombara, professore a Yale e capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata statunitense a Roma, coadiuvato da Peter Lange e da Stanley Hoffmann di Harvard, da Nick Wahl della Princeton University e dallo stesso Brzezinski, che a quell’epoca ricopriva la carica di docente della Columbia University ed era uno dei più autorevoli strateghi della distruzione del blocco sovietico attraverso la tattica dell’infiltrazione. Convinto che l’Italia avesse un ruolo da giocare nel Mediterraneo e con il mondo arabo, Brzezinski spiega: «Quando abbiamo pensato di invitare Napolitano era perché pochi come lui avrebbero potuto illuminare i miei connazionali su un Pci che non era di stile sovietico e i cui aderenti non andavano in giro con le bombe in tasca. Visto e sperimentato da vicino, a questo fine comunque lui si rivelò ex post il personaggio ideale». Il messaggio che Napolitano portava era: «Il compromesso storico può funzionare, la solidarietà nazionale non danneggia in alcun modo gli interessi degli Stati Uniti».68 Il suo arrivo negli Usa era un fatto di rilievo, se si tiene conto che lo Smith Act firmato da Roosevelt durante la Grande depressione e ancora in vigore negli anni Settanta impediva ai comunisti di mettere piede sul suolo americano.

Napolitano fece il pienone e raccolse giudizi positivi nei più prestigiosi campus, riuscendo a sottrarsi alle domande impertinenti di chi gli ricordava il proprio appoggio ai carri armati in Ungheria. All’Università di Yale (casa madre della loggia massonica Skull and Bones) Napolitano, sollecitato dal neoconservatore La Palombara, parlò della necessità che il Pci rompesse i rapporti con Mosca e si spinse a dire di sentirsi come «una specie di commando».

Il momento più importante fu l’incontro al Council on Foreign Relations di New York (organizzazione che si occupa di strategie globali) alla presenza di un selezionato pubblico di avvocati, banchieri e dirigenti industriali di portata internazionale: qui Napolitano si scatenò delineando evoluzioni politiche che ancora all’interno del Pci venivano dibattute e non date per certe, compreso un atto di fedeltà nei confronti della Nato: «Il Pci non si oppone più alla Nato come negli anni Sessanta, mentre lo scopo comune è quello di superare la crisi, e creare maggiore stabilità in Italia».

Un accordo tra Cia e Pci nei giorni del sequestro Moro?

Napolitano dunque si trova negli Stati Uniti mentre Aldo Moro è prigioniero (il suo corpo verrà ritrovato in via Caetani il 9 maggio 1978). In quei giorni, durante i quali tutti i servizi segreti del mondo sono in allarme per l’impresa terroristica, Napolitano tiene conferenze nelle università più prestigiose e in ambienti riservati con uomini d’affari ed esperti. Da statista consumato aggira le domande insidiose concernenti le congetture sulla regia della Cia, o del Kgb, nel sequestro del presidente della Dc.

Napolitano vuole accreditarsi nel mondo americano o rinforzare i propri rapporti già saldi. Mentre si trova a New York incontra anche Gianni Agnelli, che sino a quel momento aveva dialogato, tra i comunisti, solo con il segretario della Cgil Luciano Lama, nella veste di controparte sindacale. Napolitano stesso racconterà come, da quel breakfast in Park Avenue, sia maturato con l’Avvocato un rapporto «di schietta cordialità e simpatia. Tanto che ci ritrovammo in diverse occasioni pubbliche a cui accettammo volentieri di partecipare insieme […]. Ricordo inviti a cena a casa sua, a Roma e talvolta a Torino, anche con ospiti stranieri che voleva mi conoscessero, e che voleva  farmi  incontrare  […],  in  particolare  Kissinger.  Ma non solo. Una volta che ero a Torino come presidente della Camera, ad esempio, mi chiese di raggiungerlo per una colazione con Margaret Thatcher. Lei non era più primo ministro, ma in compenso si dimostrò fortemente interessata alle vicende politiche italiane, fece un sacco di domande e diede i suoi pareri con forza, come quello appassionato e categorico a favore dell’introduzione della legge maggioritaria in Italia, che poi passò sotto il nome di Mattarellum. L’Avvocato assisteva con molta curiosità a questo scambio».69

Mentre Napolitano rilascia interviste al «Washington Post» e alle principali reti televisive, il dramma del rapimento Moro è in corso. Che tipo di consultazioni ha sul tema Napolitano con i massimi esperti americani di strategia? Sta forse definendo con loro la linea del Pci? Cosa avviene in quei giorni drammatici?
La Procura di Roma ha acquisito nel settembre del 2013 la cassetta dell’intervista di Giovanni Minoli a Steve Pieczenik, esperto di terrorismo, già consulente del Dipartimento di Stato americano nel 1978. Pieczenik, inviato in Italia subito dopo il sequestro, avrebbe indirizzato l’azione delle autorità italiane nella direzione voluta dagli americani, contrari alla trattativa, che ritenevano «necessario il sacrificio di Moro».

Napolitano torna a Roma il 19 aprile 1978. In quella fase concitata fonda con Lama, Amendola, Bufalini e Macaluso la corrente migliorista, destinata a diventare il bastone tra le ruote della «terza via» di Berlinguer. I miglioristi sono da subito i sostenitori dell’appoggio alla Nato e dell’eurocomunismo. Di lì in poi è un crescendo di rapporti ancora tutti da decifrare, sui quali gli archivi della Cia potrebbero dire molto.70

Nel luglio del 1980 lo stratega Duane Clarridge,71  capostazione della Cia a Roma (e ancor oggi influente esperto di intelligence al servizio della Cia con una sua società privata) dà inizio, per sua stessa ammissione, a una delle operazioni più azzardate della sua carriera: un accordo segreto tra la Cia e il Pci. Clarridge lavorò a Roma come agente della Cia tra il 1979 e il 1981 e si occupò intensamente del Pci. Il suo stile era audace e disinvolto, come ammette lui stesso: «A Roma mi creai all’interno dell’agenzia una reputazione come risk taker: ero considerato un bucaniere, uno shooter [uno che spara, che colpisce duro, nda], un cowboy. Questi termini connotavano la mia tendenza ad assumere rischi».72

Clarridge parla di «esponenti del Pci che avevano compiuto visite esplorative a Washington». E racconta anche di incontri con le «controparti italiane» del Pci, condotti a Roma insieme a William Casey, il capo della Cia. Nell’entourage della stazione operavano agenti come Harry Rositzke e Vincent Cannistraro, mentre figure come Ted Shackley e Michael Ledeen73 – scrive Clarridge – controllavano e «istruivano» i vertici dei servizi italiani come il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi poi figurato negli elenchi della P2. Lo stesso Santovito che aveva fatto parte del Comitato di crisi incaricato di analizzare e gestire il rapimento di Moro. Nelle memorie di Clarridge vengono descritti incontri tra Santovito e il generale Haig, centrati sulle Brigate rosse. In questo contesto di rapporti matura il progetto di infiltrazione organica della Cia nel Pci.

L’operazione doveva risolvere una volta per tutte il «problema comunista» in Italia. «L’idea che si stava in quel momento valutando era di proporre un accordo in tre fasi, ognuna delle quali prevedeva il superamento di una serie di test da parte della leadership del Pci. […] Naturalmente il progetto prevedeva che tutto avvenisse nella massima segretezza e che le trattative fossero condotte dalla Cia con un numero ristretto di alti dirigenti comunisti» hanno scritto Claudio Gatti e Gail Hammer ne Il quinto scenario.74

Nelle sue memorie Clarridge racconta: «Eravamo ben coscienti del fatto che l’ala più dura del Pci non avrebbe mai accettato questo mutamento radicale, ma sapevamo che una parte consistente della leadership del partito sbavava per partecipare al governo». La Cia a Roma aveva una strategia diversa rispetto all’ambasciatore americano: «Gardner puntava sui socialisti, io sui comunisti».

Il rapporto di Napolitano con gli Stati Uniti prosegue senza scosse. Nel maggio del 1989 Napolitano e Occhetto compiono un viaggio a Washington e a New York, dove incontrano il presidente del World Jewish Congress, Edgard M. Bronfman. La cordialità dei rapporti di Napolitano con l’establishment americano riemerge anche a Cernobbio nel settembre del 2001, in occasione dell’incontro dei giovani industriali, dove Napolitano, invitato, ritrova Kissinger. L’atmosfera è festosa, da riunione di vecchi amici. L’ex segretario di Stato lo saluta così: «My favourite communist», il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: «Il mio ex comunista preferito!».

La «simpatia» verso gli Stati Uniti è così forte da spingere Napolitano, divenuto presidente della Repubblica, a gesti discussi. Nell’aprile del 2013 concede la grazia al colonnello dell’Air Force Joseph Romano, condannato per il rapimento – organizzato dieci anni prima dalla Cia in collaborazione col Sismi, il servizio segreto militare italiano – dell’imam di Milano Abu Omar, portato in Egitto e torturato.75

La motivazione giuridica, alquanto discutibile, è la modifica normativa del marzo 2013 sui termini per l’esercizio della giurisdizione italiana sui reati commessi da militari Nato. In realtà la scelta è ritenuta da molti un clamoroso colpo di spugna e uno schiaffo di Napolitano alle decisioni della magistratura, sferrato in omaggio al suo atlantismo.

L’11 settembre 2013 si è rivolto a Napolitano per ottenere la grazia anche l’ex capocentro della Cia a Milano Robert Seldon Lady, condannato a 9 anni di carcere per il caso Abu Omar. Fermato a Panama il 19 luglio 2013 alla frontiera col Costa Rica e consegnato all’Interpol, era stato trasferito negli Stati Uniti mentre l’Italia stava predisponendo la richiesta di estradizione. Nella sua istanza di grazia Lady scriveva di essere «innamorato» dell’Italia, tanto che – prima di fuggire a Panama – aveva deciso con la moglie di venire in pensione nel nostro paese. Potrebbe essere un ottimo motivo per concedergli la grazia: gli amici della Cia non si dimenticano.

POTREBBERO INTERESSARTI:
Strategia della Tensione e False Flag
Il ruolo di Borghese in un golpe secondo un documento della CIA
Le ceneri da cui sorge la fenice dell’integralismo islamico

Rapimento Moro: sulla moto due agenti segreti

Podemos, viaggio nella sinistra spagnola che fa sognare l’Italia

Se in Italia si parla molto di sinistra senza che nessuno sia capace di farla, in Spagna invece hanno fatto la sinistra senza che a nessuno sia mai venuto in mente di dirlo. Podemos, il partito che i sondaggi danno tra il primo e il secondo posto, rifiuta infatti questa definizione: e non per un vezzo mediatico, ma – sostengono loro – «per un cambio di paradigma postideologico», per una lettura della realtà lontana dai vecchi blocchi sociali. A qualcuno può sembrare un’edizione locale del Movimento 5 Stelle: e come vedremo non mancano elementi in comune. Ma le cose sono un po’ meno semplici e anche più interessanti, per la Spagna così come per l’Europa.

UN PERCORSO DI OLTRE UN DECENNIO
Calle de la Torrecilla Real, nel centro di Madrid. Qui fino al febbraio scorso aveva sede una libreria “alternativa”, La Marabunta. Oggi le saracinesche coperte di murales sono chiuse, ma una targa gialla sul muro ricorda un evento già storico: «Aqui nació Podemos». Già: è qui che è cominciato tutto, nelgennaio del 2014, con gli incontri di un gruppo di docenti dell’università Complutense di Madrid e alcuni leader dei movimenti che avevano portato in piazza centinaia di migliaia di persone nel maggio del 2011, dando vita al fenomeno degli Indignados.

Podemos, quindi, è un bambino di poco più di un anno, che però oggi ha il 23-25 per cento: sopra i socialisti, testa a testa con i popolari. Un’esplosione, dunque: il partito è talmente giovane che fino a pochi giorni fa l’unica sua sede era un ex negozio di frutta secca a calle Zurita, trenta metri quadri {}

Il boom di questi mesi tuttavia ha alle spalle un lungo percorso che affonda le sue radici in tanti fattori sia esterni sia interni all’opposizione spagnola. Quelli esterni riguardano il bipartitismo che ha governato dalla fine del franchismo in poi e che Podemos chiama appunto “il regime del ’78” (quando fu approvata la Costituzione). Negli ultimi 37 anni, popolari e socialisti si sono alternati al potere garantendo in una prima fase stabilità, democrazia e benessere, ma anche costituendo sul lungo termine – secondo Podemos – un establishment di potere corrotto. Con l’esplosione della crisi, la protesta che ne è derivata si è quindi rivolta indistintamente contro entrambi i partiti “del ’78”. Questi peraltro ci hanno messo del loro per apparire un’unica cosa, rispondendo alla recessione con le stesse ricette: le riforme varate prima dai socialisti poi dai popolari sono state tutte ispirate ad austerità, precarizzazione, privatizzazioni, tagli alla sanità e alla scuola, diminuzione dei salari. Anche il pareggio di bilancio in Costituzione, introdotto nel 2011, è stato votato insieme da Psoe e Pp.

È in questo contesto che nasce l’opposizione al bipartitismo (parola ricorrente nel dibattito politico spagnolo, un po’ come da noi “larghe intese”). Il suo cuore è l’università Complutense di Madrid, un campus di cemento alla periferia nord della città dove ai tempi di Franco erano state confinate le facoltà di scienze sociali, economiche e umaniste: il dittatore voleva tenere sotto controllo quelli che già allora erano considerati possibili focolai di rivolta. Mezzo secolo dopo, la concentrazione di studenti di sociologia e politica in un unico compound di edifici ha ottenuto l’effetto opposto. Ancora oggi, i corridoi della Complutense offrono una colorata rappresentazione del fermento movimentista: ovunque striscioni, manifesti e murales con i volti degli studenti uccisi durante il franchismo; appena fuori, nelle giornate di sole, ragazzi seduti a cerchio sull’erba a discutere di politica.

In una piccola stanza al piano terra della Complutense nel 2006 si forma così un collettivo chiamato Contrapoder. Tra i suoi fondatori c’è Pablo Iglesias, classe 1978: proveniente da una famiglia anti franchista, è attivo nel movimento no-global dei primi anni Duemila; dopo la laurea in Giurisprudenza, resta alla Complutense per un secondo corso di studi in Scienze politiche, facendo anche un Erasmus a Bologna. In Italia viene in contatto con il mondo dei centri sociali e dei Disobbedienti, che costituirà poi il materiale della sua tesi di dottorato incentrata sul confronto fra i movimenti antagonisti spagnoli e italiani.

Attorno a Contrapoder, e più in generale alla Complutense, si forma tutto il futuro gruppo dirigente di Podemos: studenti di sociologia, economia e scienze politiche che si legano alle esperienze dei Forum sociali. Tra loro, oltre a Iglesias, ci sonoÍñigo Errejón, oggi 32 anni; Juan Carlos Monedero, il più anziano del gruppo (è del 1963), docente di Scienze politiche;Carolina Bescansa, professoressa di Metodologia; e Luis Alegre, classe 1977, ricercatore di Filosofia sempre alla Complutense: tutti ora tra i vertici di Podemos.

Juan Carlos Monedero, fondatore e...

Juan Carlos Monedero, fondatore e ideologo

In altre parole, al cosiddetto “movimento 15-M” (quello esploso appunto il 15 maggio 2011, contro la crisi economica e l’austerity) si arriva dopo un periodo di analisi basate sul tentativo di dare una nuova lettura alle trasformazioni sociali avvenute con la globalizzazione in Spagna e nel mondo; si tratta tuttavia di elaborazioni non rinchiuse nell’ambito intellettuale ma intrecciate con la militanza attiva nelle reti sociali che in quegli anni si vanno organizzando tra i più giovani.

Lo stesso Iglesias accompagna la sua attività di docenza all’attivismo politico e mediatico: collabora al quotidiano della nuova sinistra “Público” e scrive su siti Web di vario tipo; soprattutto, dal 2010 inizia a condurre “La Tuerka”, un talk show di interviste che viaggia sia attraverso tivù minori sia sulla Rete. È così che Iglesias si scopre efficacissimo comunicatore, dotato di eloquio rapido e argomentato. Quando scoppia il movimento del 2011 trasferisce questo talento sulla Plaza del Sol occupata dagli Indignados; subito dopo, proprio come “opinionista del 15-M”, diventa ospite fisso nel talk show di un’emittente molto più ascoltata, La Sexta, sicché la sua notorietà tracima dai media alternativi a quelli mainstream; insomma parla al grande pubblico che non ha mai fatto politica, disoccupati, casalinghe, precari, pensionati. Intanto, mantiene l’appuntamento fisso con La Tuerka, dove i suoi fan si moltiplicano proprio grazie alla presenza su La Sexta. Avviene quindi un rimpallo tra vecchi e nuovi media che ancora oggi Podemos teorizza e pratica, considerandolo fondamentale per la riconquista di quell’egemonia culturale teorizzata da Gramsci, uno dei maggiori riferimenti culturali del partito.

È chiacchierando con alcuni dirigenti di Podemos negli uffici di Calle de la Princesa che si possono ricostruire le dinamiche che hanno portato dalla piazza degli Indignati alla nascita e all’esplosione del partito. Spiega Jorge Lago, sociologo e tra i fondatori, molto vicino a Iglesias: «La crisi è stata il detonatore che ha svelato un problema strutturale della democrazia spagnola: il modo in cui in questo Paese agiva il potere politico ed economico non incontrava più il consenso della maggioranza. La diffusione della corruzione, l’esistenza di una élite di privilegiati, il sequestro della sovranità da parte di poteri extranazionali come il Fmi e la Bce: tutto questo nel 2011 ha prodotto il movimento degli Indignati e ha portato anche l’80 per cento della popolazione a condividerne le proteste, come rivelavano i sondaggi. Però poi nelle elezioni generali che si sono tenute solo pochi mesi dopo il Pp ha vinto le elezioni: nella società c’era stato quindi un divorzio tra il sentire comune e la rappresentanza politica. Ne derivava uno spazio potenziale nuovo da occupare, fuori dal vecchio schema centrosinistra-centrodestra. Ma c’era bisogno di una traduzione organizzativa».

È così che Pablo Iglesias e i suoi compagni iniziano a pensare a questa “traduzione” della protesta in un partito. Racconta Carolina Bescansa, una dei cinque intellettuali-attivisti che hanno costituito il nucleo originario di Podemos: «Quando Pablo e Luis Alegre mi hanno chiamato, io ero tra i meno ottimisti. Tutti i manuali di scienza politica spiegano che per dare vita a un partito oggi c’è bisogno prima di tutto di soldi, di cui noi non disponevamo. Confrontandoci in quelle settimane, alla Marabunta, mi sono però convinta che in assenza di un capitale economico potevamo far leva su un capitale mediatico: e quello invece lo possedevamo, grazie alla popolarità televisiva di Iglesias. Allora ci siamo detti: proviamo».

Utilizzando i suoi palcoscenici sui media, Iglesias lancia quindi la sfida, con un appello per la costruzione di un nuovo partito in vista delle europee: l’obiettivo delle 50 mila firme da raccogliere on line viene superato in meno di 48 ore. E nei giorni successivi le adesioni diventano una marea: «Il Paese era pronto a un cambiamento», dice Bescansa. «Con ilcrowdfunding via Internet, abbiamo raccolto i fondi necessari per presentarci alle europee, circa 140 mila euro. Così è arrivato il nostro 8 per cento: un risultato che ha sorpreso tutti e ha acceso l’interesse dei mezzi di comunicazione verso di noi». Di nuovo, avviene un rimpallo tra vecchi e nuovi media: tg e talk show parlano di Podemos, così il sito e la pagina Facebook del partito di Iglesias decollano; si moltiplicano quindi anche le donazioni su PayPal e le casse del partito si riempiono. E il circolo virtuoso fa decollare i consensi nei sondaggi.

DESTRA E SINISTRA, ALTO E BASSO
Com’è avvenuto tutto questo? Uno dei leader e fondatori, Juan Carlos Monedero, risponde dicendo che «c’era bisogno di un catalizzatore» e questo è stato Podemos. «Noi avevamo tre elementi», aggiunge: «Il primo è il rapporto con le persone creato negli anni, percorrendo la Spagna, lavorando nei movimenti, presentando libri, quindi creando un’alleanza sociale con la cittadinanza non rappresentata e arrabbiata; secondo, la notorietà mediatica di Pablo Iglesias, un giovane che parla in modo diverso e sa mettersi in sintonia con ampie fasce del Paese; terzo, la nostra formazione culturale che ci mette in grado di fare una diagnosi corretta della situazione sociale, della necessità di un reincontro al di sopra delle ideologie».

E qui riappare la questione di Podemos “né di destra né di sinistra”, sempre sottolineata dai suoi dirigenti e attivisti: «È un binomio ormai ingannevole», dice Monedero: «Oggi serve solo a consolidare due partiti molto simili tra loro e a obbligare gli altri a situarsi agli estremi. Noi invece non vogliamo stare agli estremi, anzi ci appelliamo all’idea della centralità. Che non è “il centro” politico: questo, come spiegava Norberto Bobbio, si caratterizza infatti per l’assenza del conflitto, mentre noi vogliamo occupare la centralità sociale impostata proprio sul conflitto. Quello della grande maggioranza della cittadinanza contro i pochi privilegiati dell’economia e della politica: ecco perché alla diade “sinistra contro destra” contrapponiamo quella di “basso contro alto”».

In questo senso, di nuovo, c’è il recupero dell’insegnamento gramsciano sull’egemonia culturale, come spiega Monedero: «Veniamo da quasi mezzo secolo di egemonia neoliberista con cui è stato cambiato il nostro modo di pensare; ci hanno convinti che l’unica società possibile è quella basata sull’egoismo e sulla competizione, ci hanno persuasi che il privato è meglio del pubblico, che esiste solo il modello di vita fondato sul desiderio di consumo. E la sinistra non è stata capace di costruire un modello antropologico diverso: così ha passato cinquant’anni sulla difensiva».

Anche per questo, continua Monedero, il terzo grande troncone a cui guarda Podemos, (accanto alle elaborazioni e alle lotte dei Forum sociali e a pensatori italiani come Gramsci, Spinelli, Pasolini e Bobbio), è costituito dalle esperienze nell’ultimo decennio in America latina, dalla Bolivia di Morales all’Ecuador di Correa. Più imbarazzante è il rapporto con il Venezuela: infatti sia Iglesias sia diversi suoi luogotenenti in passato hanno esaltato la “rivoluzione” del governo di Caracas, vista come risposta popolare alle imposizioni del Fmi. Sicché da quando quel Paese è entrato nella sua attuale gravissima crisi a cui Maduro non sembra in grado di dare alcuna risposta, i grandi media non fanno che parlare del Venezuela mentre i dirigenti di Podemos non lo nominano più neanche sotto tortura. Inoltre “El Mundo” ha accusato Monedero di avere ricevuto dal Venezuela un milione di euro, che poi si sono rilevati 425 mila fatturati ai governi di Bolivia, Nicaragua, Venezuela ed Ecuador per una consulenza sull’ipotesi di una moneta unica tra questi Paesi. Monedero avrebbe ottenuto una riduzione di imposte su questo compenso dichiarandolo attraverso una fondazione anziché come persona fisica: il tutto era legale, ma è stato occasione di un’aspra polemica che ha monopolizzato i titoli dei quotidiani e dei tg per settimane.

Dal punto di vista teorico, invece, in Spagna si parla molto dell’influenza su Podemos del filosofo argentino Ernesto Laclau e del suo libro “La ragione populista”, un tentativo di superamento del determinismo di Marx. «Ma non siamo un partito che si ispira al pensiero di uno solo, la nostra è più una playlist», dice Lago: «E soprattutto è una continua lettura della congiuntura e delle sue trasformazioni». Anche perché, aggiunge Bescansa, «i vecchi blocchi sociali si sono frantumati e non si può oggi pensare a un partito come espressione di una classe». In Podemos però l’interclassismo è inteso più esattamente come trasversalità, nel contesto di una contrapposizione tra la maggioranza dei non privilegiati e la minoranza dei privilegiati. Così anche in Spagna si usa molto la parola “casta”, ma con un significato un po’ diverso rispetto all’Italia: non s’intende tanto il ceto politico in sé, quanto il mix di politici, banchieri, grandi imprenditori e alti funzionari che detengono il controllo dell’economia, della ricchezza, dei media.

TRA PARTITO E MOVIMENTO
Intanto Podemos ha di fronte anche un’altra sfida in vista delle politiche: quella di strutturarsi al suo interno. «il nostro è un partito, ma pensato con una logica di movimento», dice Lago. Cioè tutto il potere decisionale appartiene agli iscritti e chiunque può iscriversi on line, anche se non svolge attivismo nei circoli. Gli stessi iscritti eleggono via web le cariche interne, con un segretario generale (Iglesias), un numero due e così via. Gli europarlamentari (finora unica rappresentanza istituzionale di Podemos) tengono per sé 2.000 euro al mese e ne versano altrettanti al partito; il resto viene devoluto a associazioni e collettivi che operano sui territori (per il diritto alla casa, per sostegno legale ai lavoratori licenziati etc). I circoli, che si riuniscono fisicamente, non hanno potere decisionale ma elaborano le proposte (di solito di carattere locale) che vengono poi condivise con gli iscritti, on line. Quasi nessun circolo ha a disposizione una sede, quindi le riunioni avvengono in luoghi pubblici. Il gruppo di Fuencarral, a nord della capitale, si ritrova ad esempio attorno ai tavoli di un bar, il “Tapas y copas”, il che ha come effetto collaterale il consumo di diverse birre; quello di Arganzuela, dal lato opposto della città, approfitta degli spazi del matadero, un ex mattatoio ristrutturato.

VERSO IL VOTO DI NOVEMBRE
È attraverso un sistema collaborativo, votato on line dagli iscritti, che si è arrivati al programma per le europee e ora si sta preparando quello per le politiche. Il percorso per il “documento finale” viaggia su un binario doppio: da un lato la consultazione e gli approfondimenti di studiosi ed esperti (da Joseph Stiglitz per l’economia a Hervé Falciani per il fisco, ad esempio), d’altro lato la produzione di proposte che vengono dai circoli e dagli iscritti, via Web. Tra i punti fermi, il sussidio universale per disoccupati, lo stop alle privatizzazioni, l’inversione del processo di precarizzazione, la revoca di alcuni accordi di libero scambio europeo, l’opposizione al trattato Ttip, l’ambiente, la riduzione dei super stipendi ai vertici dello Stato, incentivi alla piccola impresa e al trasporto pubblico.Prima delle politiche, peraltro, in Spagna sono previsti diversi altri appuntamenti elettorali locali, dalle regionali in Andalusia alle comunali e provinciali in quasi tutto il Paese. Per queste ultime Podemos ha deciso di non presentarsi con il proprio simbolo ma di attivare e sostenere liste civiche locali concordate con i movimenti. In generale, a livello locale Podemos è meno forte e organizzato in vista del voto.

Cinque stelle, affinità e differenze
Le somiglianze tra Podemos e Movimento 5 Stelle, lo si è visto, non mancano: la partecipazione dal basso, l’approccio postideologico, il superamento del dualismo destra-sinistra, l’ambientalismo, l’uso della Rete per scegliere i candidati, l’autoriduzione degli stipendi, la lotta contro la corruzione etc. Tuttavia, anche le differenze non mancano: «In Italia, il movimento di Grillo è stato molto positivo nella fase destitutiva del vecchio regime, ma si è rivelato insufficiente nella fase costitutiva», dice Monedero. «Questa esige un’approfondita diagnosi sociale, una lettura economica del passato recente e del presente: il che manca al M5S. E poi noi proveniamo dal troncone della emancipazione sociale spagnola e internazionale, loro no». Aggiunge Guillermo Zapata, uno dei leader del centro sociale Patio Maravilla, luogo di ritrovo di tutti i movimenti che ruotano attorno a Podemos: «Il 5 Stelle ha offerto una soluzione solo tecnica a una questione politica e sociale. Offre un protocollo – la partecipazione dal basso – ma non una risposta politica da metterci dentro. L’idea di aprire l’architettura del potere ai cittadini è giusta, tuttavia senza un proposta precisa e completa, resta vuota».

Ciò nonostante, le occasioni di collaborazione al Parlamento europeo non mancano: «Lavoro bene con alcuni di loro», dice l’eurodeputata Tania González, 32 anni, ex prof precaria di liceo, anche lei uscita dal collettivo Contrapoder, «e ci troviamo d’accordo su molte cose, specie economiche e ambientali». Tuttavia, aggiunge, «su altre invece siamo lontani, come l’immigrazione, che per noi è questione dirimente». Inoltre, dice González, Podemos non condivide l’euroscetticismo di Grillo e pensa anzi che l’Europa sia l’unica strada attraverso la quale possa passare il recupero della sovranità da parte dei cittadini. Il partito spagnolo, per inciso, non parla di uscire dall’euro, neanche per ipotesi. Ci sono poi differenze tra i due movimenti anche per quanto riguarda le prassi: ad esempio, per la certificazione delle sue consultazioni on line Podemos utilizza tre diverse società esterne, mentre in Italia il voto elettronico è gestito da Casaleggio. Il modello organizzativo di Podemos prevede inoltre l’elezione dei vertici del partito, cosa che il M5S esclude. E se è vero che anche Podemos fa un uso robusto della Rete come strumento di comunicazione, questo non viene visto come alternativo bensì del tutto complementare ai talk-show e alla tv in genere: anzi, è considerato essenziale esserci nei mezzi che entrano nelle case di quella fascia di popolazione non raggiunta dall’informazione Web. Infine, la questione delle alleanze a Podemos è vista diversamente rispetto al M5S: «Se non avremo la maggioranza assoluta dei seggi, per governare dovremo fare per forza qualche accordo con altre forze politiche», spiega Bescansa. L’importante, aggiunge, è che tutto avvenga alla luce del sole, che il grosso del programma di Podemos venga accettato e che ad accordo concluso questo sia sottoposto a un referendum tra gli iscritti.

«IN ITALIA È TROPPO TARDI»
«Il tratto distintivo della sinistra è sempre cercare ciò che la divide, mentre la centralità sociale si conquista solo cercando ciò che unisce, quindi mettendosi alle spalle le ortodossie ideologiche». Così Monedero spiega perché anche cercare un parallelo tra Podemos e la sinistra classica, compresa quella italiana, porterebbe fuori strada. Di Renzi non si parla neanche («è una creazione mediatica dell’establishment, maniche di camicie e linguaggio internettiano per nascondere il fatto che fa le politiche delle élite», dice di lui Bescansa) ma anche rispetto alla sinistra radicale italiana Podemos marca le differenze: «È rimasta ideologica e identitaria, quindi ha perso la connessione emotiva con i bisogni dei cittadini», sostiene sempre Bescansa.

A rendere lontana la prospettiva di un possibile Podemos italiano è Carlos Enrique Bayo Falcón, il direttore del sito di news “Público”, molto vicino al partito di Iglesias: è in una stanza della sua redazione, animata da ragazzi attaccati ai pc, che si registra La Tuerka, il programma Web condotto ancor oggi da Iglesias.«L’appuntamento con la storia voi l’avete avuto vent’anni fa, quando è crollata la Prima repubblica come da noi oggi sta precipitando il bipartitismo», dice Bayo Falcón. «Solo che in Italia la risposta è stata Berlusconi, con le sue tv: quindi ha vinto il populismo di destra. La nostra Tangentopoli è invece scoppiata nell’era di Internet, in un contesto di cittadinanza che si informa e si organizza autonomamente, senza farsi influenzare dai grandi media. Per questo gli spagnoli oggi hanno Podemos. Per voi, purtroppo, è troppo tardi».

Sono quindi gli stessi fondatori di Podemos a togliere l’illusione che si possa trasportare artificiosamente in Italia un’esperienza nata in un contesto diverso e con un suo percorso peculiare: «La strada non è mai quella di ripetere le esperienze di altri paesi», dice Iglesias. Del resto, già il tentativo di imitare Syriza non ha portato a risultati in termini di coalizione sociale e di consenso. Semmai ciò che l’esperienza spagnola può insegnare è un metodo, quello di cui parla Lago: la «lettura della congiuntura e delle sue trasformazioni a partire dalla realtà, senza determinismi». Forse è impossibile, in Italia. Ma, come ci ha detto Monedero in conclusione d’intervista, «la rivoluzione è proprio rendere possibile l’impossibile».

POTREBBERO INTERESSARTI:
– Quello che non funziona nel M5s
– Il PERONISMO (o Giustizialismo)
– Post-STORIA, il futuro in BIANCO e NERO
– La Crisi dell’Umanità

Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/03/13/news/podemos-viaggio-nella-sinistra-spagnola-che-fa-sognare-l-italia-1.204011

DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

stati-generali-francia-1789

Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

quarto-stato

Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

karl-marx

Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

POTREBBERO INTERESSARTI:
Il WTO e la Globalizzazione

Migrazione: la causa è nella globalizzazione dei mercati
Il paradosso dell’incostituzionalità del Porcellum
Il ruolo di Borghese in un golpe secondo un documento della CIA