Storia della DISUGUAGLIANZA sociale

di Guido Alfani – La disuguaglianza economica è un tema di grande attualità. Ma quali sono le sue dinamiche di lungo periodo? Tra il 1300 e oggi, la tendenza è stata di aumento costante. Con due eccezioni: il periodo immediatamente successivo alla peste nera del 1348 e quello compreso tra le due guerre mondiali.

La disuguaglianza nell’Italia preindustriale

Negli ultimi anni, le dinamiche di lungo periodo della disuguaglianza economica sono tornate al centro dell’attenzione. Almeno per alcune aree dell’Europa, possiamo ricostruire l’evoluzione della disuguaglianza a partire dal 1300 circa. In questo ambito, l’Italia svolge un ruolo fondamentale non solo per le eccezionali fonti storiche di cui dispone, ma anche grazie alle attività di un progetto Erc ospitato dall’Università Bocconi: Einite-Economic Inequality across Italy and Europe, 1300-1800. Il progetto ha già prodotto accurate ricostruzioni per alcune regioni italiane (Piemonte, Veneto, Toscana, Puglia), ciascuna appartenente a un diverso stato preunitario. In tutte queste aree, durante l’età moderna la disuguaglianza economica ha teso a crescere costantemente. Nella figura 1 sono riportati gli indici di Gini della disuguaglianza di ricchezza (0 = perfetta eguaglianza, 1 = perfetta disuguaglianza: un solo individuo o famiglia detiene tutta la ricchezza). Le misure riportate fanno riferimento alla ricchezza, ma nel contesto delle società agrarie preindustriali è difficile immaginare che nel medio-lungo periodo la disuguaglianza di reddito si muova in direzione diversa rispetto a quella di ricchezza, visto che la terra era la principale fonte di reddito.

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È la tendenza della disuguaglianza a crescere ovunque (Einite ha riscontrato una dinamica analoga anche altrove in Europa), più che il suo livello, ciò su cui dobbiamo soffermarci. Si tratta infatti di un risultato non scontato, visto che la sua crescita sembra essersi verificata anche in fasi di ristagno economico – come nel caso dell’Italia del XVII e XVIII secolo. Mentre in passato gli storici individuavano nella crescita economica l’unico fattore propulsivo della disuguaglianza preindustriale, oggi sappiamo che la situazione è molto più complessa e che dobbiamo tenere in considerazione diverse possibili concause. Ad esempio, perlomeno nel Piemonte sabaudo e nella Repubblica di Venezia, ma probabilmente anche altrove in Europa, la crescita della disuguaglianza in periodi di economia stagnante fu conseguenza dello sviluppo di un sistema fiscale più efficiente e capace di “estrarre” una proporzione maggiore della massima disuguaglianza possibile. Per due ragioni: la natura regressiva dei sistemi fiscali d’antico regime (i poveri erano tassati proporzionalmente più dei ricchi e pertanto la disuguaglianza “post-tax” era superiore a quella “pre-tax”),e gli impieghi a cui erano destinate le maggiori risorse acquisite (guerra, non welfare).

La quota dei più ricchi in Europa dal 1300 a oggi

Se dall’età moderna ci spingiamo ancora più indietro, ai secoli conclusivi del Medioevo, troviamo una situazione diversa. Mentre vi è qualche indizio che tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo la disuguaglianza stesse già crescendo, la peste nera che colpì l’Europa nel 1347-52 ebbe importanti effetti “egalitari”. Ciò è evidente se guardiamo alla quota di ricchezza detenuta dal 10 per cento più ricco della popolazione (figura 2).

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La peste nera eliminò metà della popolazione del continente. Dopo l’epidemia, in un contesto di salari reali fortemente crescenti, più ampi strati della popolazione poterono accedere alla proprietà. A ciò contribuì anche la frammentazione dei patrimoni causata da un sistema ereditario di tipo prevalentemente egalitario (sistema che sarebbe stato “corretto” nei secoli successivi proprio come reazione istituzionale alla peste). Sta di fatto, che in tempi molto brevi il 10 per cento più ricco della popolazione perse il controllo del 15-20 per cento della ricchezza complessiva. Per trovare un altro evento capace di sortire effetti redistributivi altrettanto vistosi, occorre attendere un’altra catastrofe, o per meglio dire la serie di catastrofi compresa tra le due guerre mondiali.

Se colleghiamo i dati prodotti da Einite per il 1300-1800 con quelli pubblicati da Thomas Piketty per i due secoli successivi, troviamo una perfetta continuità nel ritmo di accrescimento della disuguaglianza passando dall’età moderna al XIX secolo, e una quasi perfetta coincidenza nei livelli attorno al 1800 (Piketty stima che nel 1810 il 10 per cento più ricco della popolazione europea possedeva l’82 per cento della ricchezza complessiva, mentre le stime Einite indicano il 77 per cento nel 1800). Il vertice fu toccato alla vigilia della prima guerra mondiale, quando il 10 per cento più ricco deteneva il 90 per cento della ricchezza. Al termine della seconda guerra mondiale, la distanza tra ricchi e poveri si era ridotta nettamente e, benché a partire dal 1980 circa la quota di ricchezza dei più ricchi sia tornata a crescere, siamo ancora lontani dalla situazione di inizio XX secolo. In effetti, oggi la quota del 10 per cento più ricco della popolazione europea (64 per cento nel 2010) è analoga a quella tipica della vigilia della peste nera, considerato che alla vigilia della Peste Nera del 1348, il 10% più ricco della popolazione possedeva circa il 66% della ricchezza complessiva.

A quanto ne sappiamo al momento, in nessun periodo successivo la società italiana ed europea fu più egalitaria di quella del 1450 circa, quando il 10% più ricco della popolazione deteneva meno del 50% della ricchezza complessiva (mentre il 50% più povero ne deteneva “addirittura” l’11%).

Fonti:
– http://www.corriere.it/economia/17_aprile_27/concentrazione-ricchezza-oggi-come-medioevo-5c94fece-2b5a-11e7-9442-4fba01914cee.shtml
– http://www.astrid-online.it/static/upload/alfa/alfani-g_lavoceinfo_14_02_17.pdf

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Serve ancora la democrazia?

Il 2016 è terminato lasciandoci con l’amaro in bocca a causa della brutalità delle guerre e degli attentati terroristici compiuti, dell’insensatezza dei muri, della (perenne) fragilità dell’economia e dell’Europa ma forse – soprattutto – per lo sbigottimento che ci hanno procurato diversi risultati elettorali. Stranamente il popolo, cui appartiene la sovranità, ha “sbagliato” in diverse occasioni: dall’elezione di Donald Trump o Rodrigo Duterte nelle Filippine fino alla Brexit, passando per la bocciatura dell’accordo di pace siglato dal governo colombiano con le Farc.

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A questo punto dobbiamo porci una domanda molto scomoda: se la democrazia “sbaglia”, ci serve ancora? Ha ancora senso o è superata? E’ certamente molto forte tra noi democratici e progressisti la tensione a giungere alla conclusione che, in fondo, la democrazia (di massa) si sia esaurita e si debba andare nella direzione di una democrazia d’élite nella quale possano esprimersi solo i cittadini colti, razionali, responsabili e bene informati.

Dobbiamo sempre tenere presente, tuttavia, che il voto dato alle forze antisistema esprime – pur nella sua irresponsabilità – un segnale di insoddisfazione o sofferenza nei confronti della propria situazione. Non vanno inoltre messi sullo stesso piano i populismi di sinistra, che possono giocare un ruolo cruciale nell’avanzamento della società e nel “puntellamento” della democrazia, coi nazional-populismi dell’estrema destra che costituiscono un grave problema alla stabilità democratica.

Cosa fare allora? E’ chiaro che se il problema consiste nella pericolosità di lasciare decidere chi non ha la cultura per farlo e non è possibile tuttavia impedirglielo, l’unica strada percorribile è quella di un continuo e sempre maggiore proliferare della cultura che investa e rianimi tutti gli strati della società ed infonda quello che Don Sturzo avrebbe chiamato il “soffio etico-religioso” affinché ogni scelta, a partire dalle elezioni, vada nella direzione del Bene Comune.

P.S. Cosa intendiamo per democrazia? Certo non ci basta il suo significato puramente formale o procedurale, che si concretizza nel meccanismo elettorale. Vogliamo invece una democrazia sostanziale, che è in primo luogo uguaglianza e giustizia.

Francesco Berardi

Vince TRUMP: dovremmo festeggiare!

Non sono di certo un sostenitore di questo personaggio borioso e razzista, ma ritengo che guardando il fatto cinicamente da europei avremmo di che essere soddisfatti, almeno per ora.

Il ragionamento che sto per fare non tiene minimamente conto delle ripercussioni di questa elezione sui cittadini americani o su chi vive o intende trasferirsi negli Stati Uniti. Questo mio approccio potrebbe essere criticabile, ed ammetto che è valido solo con un certo cinismo. Trattandosi però di geopolitica, preferisco lasciare ad altri le opinioni di politica interna e diritti civili. Metto quindi una sorta di paraocchi e cerco di affrontare il tema puramente dal punto di vista di un cittadino europeo.

L’ISOLAZIONISMO AMERICANO CI SALVERÀ

Se Trump adotterà una politica estera vicina a quanto ha auspicato in campagna elettorale, potrebbe avviare una politica abbandonata anni fa dai successori di Roosevelt. Dalla guerra del Vietnam, la politica estera americana è stata quella del poliziotto di quartiere che intende far rispettare le regole del libero mercato anche a costo di usare la forza.

dddddSono finiti i tempi in cui un’Europa instabile e divisa tra governi fascisti, socialisti e liberali, chiedeva un intervento politico (e poi militare)
delle stelle e strisce. Ora accade esattamente l’opposto: un’Europa politicamente stabile ritrova instabilità anche dal crescente antiamericanismo. Insomma, da noi l’America mette il naso un po’ dappertutto e comincia a dar fastidio a tutti. L’antipolitica emerge anche dalla presa di coscienza dei cittadini europei che vedono i nostri governi appiattirsi di fronte alle esigenze d’oltreoceano.
Una politica più chiusa in se stessa da parte del colosso americano, potrebbe favorire la nostra tranquillità. Altrimenti continueremo a subire indirettamente le scelte degli Stati Uniti. Pensandola come Don Camillo, se c’è una corazzata in uno stagno, appena questa si muove scatta l’agitazione di tutte le paperelle.

Ad esempio, si è appreso che la Clinton è stata una delle figure responsabili della catastrofe libica. A causa di questi giochetti abbiamo l’Isis sulla sponda opposta del canale di Sicilia, abbiamo perduto buona parte del controllo di petrolio libico che gestiva l’ENI, e siamo costretti a subire un’ondata migratoria senza precedenti. Se Trump non starà a queste regole non può che farci un favore.

LA QUESTIONE RUSSA

Il Tycoon ha espresso più volte il suo punto di vista sul colosso post-sovietico, ed è stato chiaro nella sua ricerca di una partnership. Ora, sfido chiunque a dire che la Russia sia un paese democratico perchè è chiaro che non lo è, ma spesso anche col vicino che non ci piace dobbiamo scendere a compromessi (gli accordi Berlusconi-Gheddafi fanno da esempio).
Se finalmente si smettesse di usare la Russia come spauracchio fantomatico da “impero del male”, eviteremo di ripiombare nella guerra fredda, e forse noi europei saremo più liberi di scegliere la politica estera che più ci aggrada.
Senza i padroni americani che tuonano “Attenti all’orso russo”, forse anche i nostri politici non saranno costretti a fingere che esista questo pericolo.

Chissà, se Trump mettesse realmente in discussione le alleanze, e magari combinasse qualche disastro, qualche governo coraggioso potrebbe addirittura mettere in discussione la partecipazione alla NATO.

LA TRISTE VERITÀ… 

Queste sono delle eventualità ma sono sinceramente molto scettico sull’evolversi della faccenda. Mi spiego. La “paura” dei russi, è uno dei principali catalizzatori che permette al “complesso militar-industriale” americano di esistere. Questa commistione di interessi è il principale motore dell’economia americana, e indirettamente è la fonte della politica estera degli USA (insieme all’approvvigionamento energetico).
Dubito che permettano ad un presidente di stravolgere questi complessi meccanismi. A maggior ragione Trump non controlla completamente il suo partito, e il Congresso in queste operazioni è sempre determinante.

Abbiamo visto che Obama credeva realmente al controllo delle armi come alla sanità pubblica, eppure in otto anni di mandato non è riuscito a scalfire la condizione reale di questi problemi. La realtà è che esistono sistemi di potere che impediscono anche al presidente più determinato di cambiare le cose.

In conclusione penso che difficilmente Trump potrà isolare l’America, sebbene è quello in cui noi tutti dovremmo sperare… al cane rabbioso va messa la catena.

Alberto Fossadri

Il Razzolatore

Quello che state osservando è un esemplare di politico sinistroide maschio mentre invade il territorio del suo rivale: il politico destroide maschio Beta (Berlusconi).
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Ieri è stata fissata la data del referendum di ottobre… al 4 dicembre! Segnale certo che lascia intendere che il governo, per convincere gli italiani, ha bisogno di una campagna mediatica lunga. Insomma sa che se si votasse oggi perderebbe.
Ma la cosa più interessante, è il fatto che Renzi sa benissimo che le sue politiche ormai hanno fatto perdere la fiducia in lui degli elettori di sinistra. Quindi cos’ha deciso di fare? Acchiappare i voti che solitamente appartengono a Berlusconi, o coloro che in passato hanno ceduto al genere di lusinghe in cui B. era maestro.
Si presenta quindi da Del Debbio in un programma di dubbio gusto che è Quinta Colonna, solitamente frequentato da pensionati frustrati di destra, con una lavagnetta. Lui infatti, se non lo avete ancora capito, è il maestro e voi dovete fare i bravi discepoli, altrimenti finite in ginocchio sui ceci! A Del Debbio (che pare quasi amorfo, si beve tutto senza contrastarlo) non parla nel pieno dell’argomento Riforma Costituzionale, ma espone i suoi progetti di riforma pensionistica. E badate bene, le pensioni minime si alzeranno così tanto che non saranno più minime! Cavoli, l’anno prossimo vuoi vedere che anche lui nell’offerta 3×2 ci metterà anche le dentiere?!
Questa strategia da razzolatore (ormai l’hanno capito tutti che rottamatore non è…) lascia trasparire una disperazione per cui non posso fare a meno di gioire. Già la settimana scorsa un osservatore attento aveva capito l’antifona. Renzi si presentò dalla Gruber per affrontare il giornalista Marco Travaglio. Travaglio, come si sapeva, non gli ha fatto sconti, e Renzi ha balbettato una serie di slogan inframezzati da frecciatine ben puntate, per discreditare certo l’avversario, ma soprattutto per rendere se stesso simpatico a chi non ama Travaglio. A Renzi non interessava vincere lo scontro, gli interessava mostrare agli elettori di Berlusconi (di cui si ricorda lo scontro con Travaglio da Santoro, con la famosa spolverata di seggiola) che ha un nemico comune. Gli interessava rendersi affine, meno antipatico, per poi puntare alla fetta più corposa della torta, andare da Del Debbio e poi chissà… da Barbara d’Urso e compagnia bella.
Questo è il vero linguaggio del politico! E per chi lo sa leggere, dice molte cose.
Per ora Berlusconi lo lascia fare, è la sua strategia che questa volta non ho ancora capito. Vuole veramente che il referendum fallisca?
Alberto Fossadri

Nizza: la guerra molecolare che non possiamo vincere

di Francesco Cancellato – Era un franco-tunisino, noto alla polizia per piccoli reati, ma non per la sua radicalizzazione islamica, l’attentatore che ha seminato panico e morte sul Promenade de l’Anglais di Nizza, con un camion bianco. Una tattica terroristica, schiacciare gli infedeli con un mezzo di trasporto, che era stata teorizzata dalla rivista Inspire, vicina ad Al Qaeda, qualche anno fa, ma che richiama alla mente film come Duel di Spielberg, o videogiochi come Grand Theft Auto.

E questa è forse la cosa più paradossale di questa strage, il confine che varca. Che avrebbe potuto compierla ciascuno di noi, anche sprovvisto di un addestramento particolare all’uso delle armi. Bastava saper guidare, per compiere la strage di Nizza. E in fondo l’attentatore, per quel che sappiamo ora, era uno qualunque, almeno all’apparenza. E al pari della strage di Orlando, soprattutto, la sua azione sembra essere quella di un lupo solitario, che l’Isis non ha innescato, né armato. Probabilmente, nemmeno sapevano, a Raqqa, del suo progetto di morte.

15914803_small-990x661Ed è questo l’aspetto più terribile e pericoloso di tutta la vicenda. Che non ci sono catene di comando che possiamo spezzare, azioni di intelligence che possiamo mettere in atto per prevenire, bombardamenti con cui possiamo rispondere. Se con Bin Laden e Al Qaeda avevamo coniato il concetto di “guerra asimmetrica” – un esercito, tanti eserciti contro una rete di cellule terroristiche – oggi siamo in uno scenario ancora più inafferrabile. Quello della “guerra civile molecolare” tra noi – nella più liquida accezione in cui si può definire una società – e una somma di individui che hanno trovato nell’Islam una via alla radicalizzazione, al nichilismo, alla distruzione.

Sono figli della globalizzazione, come noi. Non gente che da qualche villaggio ai confini del mondo sta cercando di combatterla. Il loro risentimento è individuale e nasce e si coltiva, tutt’al più in piccoli gruppi che ne alimentano odio e paranoia. Non hanno guerre da vincere, obiettivi da raggiungere. Le loro azioni iniziano e concludono la loro guerra personale

Lo sappiamo, anche se facciamo fatica a dirlo: contro questo tipo di guerra non possiamo vincere se non snaturando completamente la nostra idea di sicurezza e libertà. Perché non potremo mai entrare nella mente di individui che odiano l’umanità, che sovvertono ogni ancestrale idea di autoconservazione di sé e della loro specie, di empatia nei confronti dei loro simili. Di gente che va a zig zag con un camion per schiacciare più bambini possibili. Senza che nessuno gliel’abbia chiesto.

Sono figli della globalizzazione, come noi. Non gente che da qualche villaggio ai confini del mondo sta cercando di combatterla. Il loro risentimento è individuale e nasce e si coltiva, tutt’al più in piccoli gruppi che ne alimentano odio e paranoia. Non hanno guerre da vincere, obiettivi da raggiungere. Le loro azioni iniziano e concludono la loro guerra personale. Da Orlando, a Nizza, da San Bernardino a Parigi è gente che «vuole vedere il mondo che brucia», più simili al Joker interpretato da Heath Ledger ne “Il cavaliere oscuro” o al guerrigliere urbano interpretato da Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia” che al Mohamed Atta che prima di far cadere le torri gemelle alla guida di un aeroplano rivendica l’attentato in video citando sure del Corano. O alle vedove nere del teatro Dubrovka di Mosca. Non ci sono vergini per loro in paradiso. Solo sangue in terra.

E allora come vincerli? Vietando a noi stessi ogni occasione di divertimento collettivo, sia esso una partita di calcio, un concerto, una serata in discoteca o al ristorante, una maratona o una festa nazionale? Accettando di sacrificare completamente la privacy per tutelarci, fino a un certo punto, contro la follia individuale, che oggi imbraccia le armi e i camion e che domani potrebbe maneggiare virus o agenti chimici? Chiudere internet per evitare che questa ideologia del terrore si diffonda come un virus? Di tutte le distopie possibile che potevamo avere di fronte questa è la più pericolosa e inafferrabile. Perché il confine che ci separa da un altro individuo, qualunque altro individuo, non lo possiamo chiudere.

Fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/07/15/strage-di-nizza-la-guerra-molecolare-che-non-si-puo-vincere/31186/

FQ: Famiglie Omogenitoriali, cosa dicono davvero gli studi mondiali

di Eugenia Romanelli – Sento e leggo beceri riferimenti a studi immaginari per dimostrare questo e quello a caso, senza la minima consapevolezza né coscienza di che cosa sia una ricerca scientifica. Allora, tutti seduti, vi faccio una lezione, così non potrete più, voi ignoranti in cattiva fede, blaterare a caso e manipolare media, social media e vicini di casa.

Cominciamo col mettere un punto fermo: dai primi rapporti psicologici sulle famiglie omogenitoriali sono passati oltre 40 anni (il primo fu Osman nel 1972). Poco? Sì, rispetto a quelli sulla polmonite, molto se si prende a paragone quelli sull’anoressia. In sostanza, abbastanza per avere un quadro approfondito.

Una recente analisi della letteratura scientifica sull’omogenitorialità compiuta da Adams e Light nel 2015 ha passato in rassegna tutte le pubblicazioni scientificamente accreditate al mondo per concludere che, intorno agli anni 2000, la comunità scientifica internazionale ha raggiunto l’unanimità sul principio che non sussistano differenze significative tra figli di genitori omosessuali e di quelli eterosessuali.

Manifestazione per approvazione del ddl Cirinnà sulle unioni civili

Tuttavia, esiste una posizione, minoritaria ma rumorosa, di alcuni ricercatori che sostengono il contrario, ossia che l’omogenitorialità sia causa di disagio per i figli. Tali ricercatori sono tutti legati all’accademia cristiana, a istituti di ricerca sulla famiglia fondati da chiese o aderenti a mission religiose e università cristiane. Gli studi in questione sono solamente quattro su migliaia, ma proprio perché in perfetta controtendenza rispetto alle conclusioni della comunità scientifica internazionale, hanno suscitato molto clamore (potete trovarli cercando Sarantakos, 1996; Regnerus, 2012; Sullins, 2015; Allen, 2013, quest’ultimo con taglio economico). Tali ricerche ad oggi sono state tutte smontate dalla stessa comunità scientifica che li ha screditati e disconosciuti per via di gravi falle nel metodo della raccolta dati. Nel caso di Regnerus, addirittura, la rivista che lo aveva pubblicato ha aperto una indagine e, verificate le incongruenze scientifiche e l’impostazione ideologica, ha chiesto all’autore di ritrattare le proprie conclusioni, cosa che Regnerus ha poi in effetti fatto.

Per chi fosse sinceramente interessato a verificare personalmente, e ad approfondire quanto dico (ad esempio smontando il falso luogo comune per cui gli studi accreditati siano stati finanziati da associazioni gay), consiglio il primo testo italiano che riporta tutti gli studi esistenti al mondo sul tema, per di più in modo ragionato e semplice da consultare: La famiglia in-attesa, appena uscito, è a firma dell’attento Federico Ferrari (Mimesis Edizioni), e riporta ben 38 pagine di bibliografia internazionale.

E ora, veniamo alle cose più interessanti. Siamo infatti in attesa di tre grandi studi sulle famiglie contemporanee: l’ “Australian Study of Child Health in Same-Sex Family” di Crouch (Università di Melbourne), sullo sviluppo di 315 genitori con 500 figli tra gli 0 e i 17 anni (fino ad oggi, dai rapporti parziali divulgati, si deduce che genitori e figli percepiscono positiva e normale la loro famiglia, hanno un livello di benessere psico-fisico superiore alla media delle famiglie eterogenitoriali, anche se lo stigma omofobico abbassa la qualità della loro salute mentale); la “Research on New Family Forms” di Golombok e Ehrhard (Cambridge e Columbia University), sui padri gay con figli nati da surrocacy tra i tre e gli otto anni; il “New Parents Study” di Lamb (Cambridge), Bos-Gelederen (Amsterdam) e Vecho-Gross (Parigi), che sta osservando lo sviluppo del primo anno di età dei bambini nati da procreazione assistita, sia in famiglie omosessuali che in quelle eterosessuali.

E l’Italia? Siamo a un paio di studi appena, come ho già scritto qui: il più importante è sicuramente quello di Baiocco, R., Santamaria, F., Ioverno, S., Petracca, C., Biondi, P., Laghi, F., Mazzoni, S. (2013), “Famiglie composte da genitori gay e lesbiche e famiglie composte da genitori eterosessuali: benessere dei bambini, impegno nella relazione e soddisfazione diadica”, in «Infanzia e Adolescenza», vol. 12, n. 2, pp. 99-112. Ma anche D’amore, S., Simonelli, A., Miscioscia, M. (2013), “La qualità delle interazioni triadiche nelle famiglie lesbo-genitoriali: uno studio pilota con la procedura del Lausanne Trilogue Play”, in «Infanzia e Adolescenza», vol. 12, n. 2, pp. 113-127. Altri testi e articoli sono quelli di Lalli, C. (2009), “Buoni genitori”, il Saggiatore, Milano; Lingiardi, V. (2007/2012), “Citizen gay. Affetti e diritti”, il Saggiatore, Milano; Lingiardi, V. (2013), “La famiglia inconcepibile”, in «Infanzia e Adolescenza», vol. 12, n. 2, pp. 74-85; Lingiardi, V., Carone, N. (2013), “Adozione e omogenitorialità: l’abbandono di Edipo?”, in «Funzione gamma», vol. 30. Buona lettura!

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/27/famiglie-omogenitoriali-cosa-dicono-davvero-gli-studi-mondiali/2408265/

Comunisti Padani: Salvini e la sua storia da “zecca rossa”

di Davide Piacenza – C’è stato un momento, lunedì scorso a Piazza pulita, verso la metà della trasmissione, in cui il conduttore Corrado Formigli ha chiesto a bruciapelo al leader della Lega Nord, Matteo Salvini, se si considera antifascista. Lui, Salvini, deus ex machina del rilancio leghista, lo scorso 18 ottobre ha portato in piazza a Milano decine di migliaia di persone per protestare contro le politiche migratorie italiane ed europee e gli extracomunitari, artefici di una sedicente «invasione» che il fu Carroccio si propone di arginare. E, tra gli altri, in piazza Duomo c’erano anche molti membri di Casa Pound, il movimento di estrema destra con più di un penchant nostalgico per il fascismo.

Matteo, l’altro Matteo della politica italiana, quello che non viene quasi mai chiamato per nome, è rimasto impassibile in superficie, ma prima di rispondere ha lasciato trascorrere un interminabile attimo. «Io sono antirazzista», sono state le parole affastellate da Salvini, che poi ha rapidamente aggiunto «il fascismo e il comunismo li studio sui libri di storia» e, con un coup de théâtre un po’ poco riuscito, «i ragazzi di Casa Pound sono venuti a manifestare a Milano e non hanno lasciato neanche un mozzicone di sigaretta per terra».

Deve averne pensate di cose, in quell’attimo. Perché lui, quarantunenne con letteralmente una vita in politica alle spalle, ha iniziato da giovanissimo in cornici molto diverse. Sempre nella sua amata Lega, certo, ma con connotazioni ideologiche opposte. Prima del record ineguagliato di status e tweet allarmisti sull’epidemia di Ebola, prima delle alleanze europee col Front National di Marine Le Pen e l’estrema destra comunitaria, prima delle difese d’ufficio di Roberto Calderoli che paragona Cecile Kyenge a «un orango», Matteo Salvini è stato un esponente di spicco della corrente dei Comunisti Padani, una delle fazioni che si contesero l’ingresso in una storica assemblea separatista che alla fine degli anni Novanta rappresentò il sigillo sull’exploit di consensi di Bossi e sodali. Qualcuno era comunista, sì, ma quel «qualcuno», in questo caso, tempo dopo è finito a dichiarare in diretta radiofonica che «i topi sono più facili da debellare degli zingari».

Nell’autunno del 1997 la Lega, lontana da future traversie di tesorieri indisciplinati e delfini con lauree albanesi, organizzò una mobilitazione in tutta l’Italia del nord, facendo eleggere in consultazioni formali ai suoi gazebo duecento membri di un “Parlamento della Padania”, un’istituzione assimilabile a una sorta di governo ombra delle camicie verdi. La prima riunione del nuovo organo si tenne il 9 novembre 1997 al castello Procaccini (allora castello Cusani Visconti), maniero quattrocentesco di Chignolo Po, provincia di Pavia, a poca distanza dalle sponde che l’anno prima avevano visto la famosa traversata e la famosissima dichiarazione bossiana d’indipendenza della Padania. Tra i duecento parlamentari del Senatùr c’era anche Salvini, allora ventiquattrenne ma già habitué della politica milanese: iscritto al partito fin dal 1990, era diventato consigliere a Palazzo Marino nel 1993, al crepuscolo della Prima Repubblica, quando Marco Formentini (poi tra l’altro presidente dell’estroso parlamento autoctono padano) vinse la corsa a sindaco del capoluogo lombardo. Salvini collega l’esperienza dei Comunisti Padani – che ricorda tuttora in diversi suoi interventi – a una sua cifra distintiva retorica: il considerarsi vicino ai lavoratori, agli operai, ai bisognosi, coloro a cui secondo lui la sinistra non dà risposte.

«L’idea venne durante una visita di Bossi a Guastalla, Reggio Emilia, a cena», spiega a Studio Angelo Alessandri, emiliano presidente federale della Lega Nord fino al 2012 e tra gli ideatori delle correnti che, dice, avrebbero dovuto «rappresentare le varie anime della Lega: c’era una componente socialdemocratica con a capo Formentini, una liberale con Vito Gnutti, una indipendentista veneta». Presentarono una lista addirittura i Radicali di Marco Pannella, che riuscirono a far eleggere Benedetto Della Vedova, oggi sottosegretario del governo Renzi, dopo un ricco cursus honorum. L’idea, che al telefono Alessandri oggi definisce «simpatica», in realtà aveva una sua raison d’être precisa e strategica: soprattutto nell’area emiliana in quegli anni post-Tangentopoli il Pci-Pds aveva perso diversi consensi, in luoghi che erano stati per anni la sua roccaforte. Citando ciò che Alessandri stesso dichiarò in un’agenzia Adnkronos del 18 settembre 1997: «Ci sono paesi della Bassa reggiana dove il Pci-Pds è passato dal 70% al 40%. E tutti quei voti sono andati per buona parte alla Lega».

E così, Comunisti Padani, con tanto di simbolo con Falce e martello – d’altronde lo stesso Bossi iniziò nel 1975 iscrivendosi al Partito Comunista della sezione di Verghera, in provincia di Varese, e Maroni frequentò per diverso tempo gli ambienti di Democrazia Proletaria. Di questa lista al parlamento pavese vennero eletti, tra gli altri, il giovane Salvini, il recentemente scomparso Mauro Manfredini (che propose per primo a Bossi la lista comunista; ex militante della Fgci, nel 1997 rammentò al Corriereche «fu proprio Lenin a teorizzare l’autodeterminazione dei popoli», e Franco Spadoni,  detto “Franchino”, «reggiano di due metri d’altezza» che, si legge in Avanti Po. La Lega Nord alla riscossa nelle regioni rosse, si definisce «un grande militante del Pci» e ha conosciuto «personalmente» Enrico Berlinguer – il quale a suo parere a Padova, in piazza della Frutta, quel giorno venne assassinato. Cospirazionismi di stampo simil-grillino, e non è detto che fra costole della sinistra non ci si intenda.

Se la convergenza parallela tra ex militanti comunisti delusi dai cascami della Prima Repubblica e la Lega Nord è difficilmente comprensibile, però, pensare che Matteo Salvini, il paladino del “mandiamoli a casa loro”, fosse candidato con una lista recante la falce e il martello è anche più ardimentoso. Eppure lui, l’uomo dei sit-in col megafono e la felpa con la scritta «Milano», in quegli anni era spesso al centro sociale Leoncavallo, che nel frattempo Formentini si impegnava a far sgomberare. Ripete spesso di adorare Fabrizio De Andrè, ma non è chiaro se le notti che le pantere mordono il sedere si senta più assolto o coinvolto. Dice di essere post-ideologico e non aver problemi a interloquire con Le Pen e Putin solo perché «è pagato per risolvere problemi» («se la sinistra è quella che si occupa solo degli immigrati e dei carcerati allora non è la mia roba», ha dichiarato in Tv qualche mese fa), e tuttavia i suoi bersagli polemici sono quasi tutti dello stesso versante politico.

Salvini è riuscito a fare tesoro del meglio del repertorio leghista: fin dai tempi del Consiglio comunale di Milano ha fatto politica a due velocità, facendo parte delle giunte Formentini, Albertini e Moratti ma smarcandosi chirurgicamente dal sindaco di turno, regolarmente troppo permissivo e poco attento alla “sua” gente, e mettendo in campo posizioni ambivalenti nei confronti della destra berlusconiana. Matteo il milanese gioca su questo: dice alle persone ciò che vogliono sentirsi dire, come l’omonimo fiorentino, ma da una prospettiva diversa. Sentendolo parlare te ne accorgi: è il cugino che la sa lunga su chi comanda dove (e perché), il commerciante stufo di dover versare soldi a un’eterea entità detta Stato, il padre preoccupato di lasciar tornare la figlia adolescente sola a casa la sera. In questo senso Salvini non parla alla cosiddetta pancia del paese: in anni di incontri, fiaccolate, manifestazioni e gazebo ne è diventato parte integrante – e soprattutto credibile.

«Matteo è riuscito a slegarsi dalla vecchia guardia leghista», mi dice Alessandri, e col mantra «la Lega deve tornare a fare la Lega» ha vinto il congresso del dicembre 2013, proponendo un restauro totale del Pantheon delle camicie verdi: fuori, almeno nei titoli dei giornali, Bossi e Maroni, dentro la guerra all’euro, che il partito salviniano si è intestato (la moneta unica «è un crimine contro l’umanità», tuonava il neo segretario già a dicembre dell’anno scorso) e una battaglia di resistenza fiscale esportata oltre i sacri confini del dio Po, attraverso un partito gemello chiamato Lega dei Popoli con cui conquistare l’Italia meridionale, che quest’estate il leader padano ha percorso in un tour promozionale. E dire che è lo stesso che nel 2009 a Pontida si lanciò in un’interpretazione in favor di telecamera del più classico coro da stadio razzista riferito agli abitanti di Napoli (città dove, non per niente, lo scorso maggio un suo comizio programmato è saltato per le intemperanze di alcuni locali con la memoria lunga).

«È un momento nel quale si gioca molto sul leaderismo», continua parlando con Studio l’ex presidente federale Alessandri, «Il partito e i militanti contano poco. Salvini ha fatto una grande operazione mediatica». Che ha pagato: secondo Alessandra Ghisleri, sondaggista di Euromedia Research citata sull’ultimo numero di Panorama, per i rilevamenti del 20 ottobre scorso la fiducia personale nei confronti del segretario della Lega è salita al 20,8%. Più di quella di cui gode Beppe Grillo.

Gli strali anti-tasse, anti-immigrazione e anti-euro di Salvini raccolgono consenso e nascondono sotto il tappeto la polvere delle sue incontinenze verbali recenti (come quando ha scritto su Facebook di «stare con i poliziotti» colpevoli dell’omicidio Aldrovandi) e passate (come la celebre proposta di riservare carrozze della metropolitana ai milanesi, avanzata poco prima di diventare europarlamentare, ma la lista sarebbe davvero lunga).

Matteo Salvini è pur sempre quello che si rivolse in dialetto meneghino al Consiglio comunale durante un dibattito, e che continua a farlo nei talk show in prima serata, nonché l’istrione da paese che cerca di spostare sempre un po’ più in su l’asticella del dicibile. Padano, troppo padano, per dirla con Nietzsche, ma con un ruspante passato movimentista. Oggi è al secondo matrimonio e ha due figli. Di Bossi conserva un libro, L’Abc di fare radio, regalo ironico venuto dopo l’impasse dell’allora ragazzo nel rispondere a un’ascoltatrice critica di Radio Padania. Nel 2008, scherzando col Corriere sui suoi 12 anni da fuoricorso alla facoltà di Storia dell’Università di Milano, Salvini chiosò: «Arriverà prima la Padania libera della mia laurea». Noi, come Einstein in quel celebre e abusato aforisma, sulla prima abbiamo ancora dei dubbi.

 

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Fonte: http://www.rivistastudio.com/standard/qualcuno-era-comunista-padano/