Costa Rica paese felice ?

Di Alfredo Ingegno –

E’ possibile definire una nazione “felice” o è piuttosto un’utopia o peggio un controsenso?

Classifiche stilate da Istituti Internazionali di indagine demoscopica e sociologica come la New Economics Foundation di Londra pongono da vari anni il Paese centroamericano Costa Rica in testa su questo tema in base a punteggi dati ad alcuni parametri quali aspettativa di vita, sostenibilità ecologica, atteggiamento delle persone nei confronti dell’esistenza, stato di benessere generale e salute.

E’ corretto parlare di “felicità” in questi termini?

IMG_0062In alcuni Paesi (vedi es. USA) il diritto alla felicitàindividuale è sancito dalla Costituzione ma se si va poi a verificare all’atto pratico, la felicità che si vuole garantire è soprattutto intesa nei suoi connotati di benessere materiale e si scopre che in queste realtà ciò che si è escogitato è più la maniera di non provare infelicità, di fatto costruendo una felicità alquanto artificiale che ha costi molto alti. E’ la felicità che gli indigeni latino americani indicano con il termine “vivir mejor”, la scelta dell’uomo bianco di avere sempre di più in termini di cose e di potere, per colmare I profondi vuoti esistenziali che lo caratterizzano (viene in mente l’ultimo film di Scorsese “The Wolf of Wall Street”), foriera di negatività individuali e sociali e di disastri generali. Questo paradigma viene contrapposto alla loro concezione cosmogonica del “vivir bien” che invece garantisce il giusto per tutti, armonia e sincerità nelle relazioni con gli altri e rispetto ed equilibrio con l’ambiente e le sue risorse. Il concetto di “sostenibilità” non è quindi una scoperta recente. Costa Rica è una piccola nazione che ha ereditato dagli indigeni la sorte o forse la capacità di valutare il significato della vita nei termini più corretti e fare di conseguenza le scelte più eque, almeno sinora.

Sarebbe molto riduttivo terminare qui l’analisi di qualcosa di complesso e non così scontato. Certo parlare di felicità nel momento attuale di crisi della nostra società viene quasi da averne pudore dato il diffuso malcontento ma paradossalmente cercare di capire chi riesce ancora ad averne, può rappresentare la via giusta per riappropriarsi di un significato più autentico della vita prima che si perda del tutto la speranza nell’anelito più profondo di ogni essere umano.

Da biologo ho cercato di andare alla radice del significato di felicità (costruendoci sopra addirittura un corso universitario) partendo dal presupposto che ogni essere vivente ha insito un concetto di “felicità” o benessere adeguato al suo grado di complessità e consapevolezza. Può sembrare semplicistico ma cercare di star bene per sopravvivenza, pertanto di maggior chance riproduttive e quindi compimento pieno del “daimon” inscritto nel proprio DNA. Questo non sembra sia più preminente per la nostra specie, l’evoluzione negli animali di un sistema nervoso che ha consentito di arrivare alle sorprendenti capacità del cervello umano, ha permesso, almeno in parte, di svincolarci dagli obblighi imposti del nostro DNA, e di aggregare al significato meramente biologico di benessere una dimensione cognitiva, morale e spirituale attraverso la quale arriviamo anche al concetto di ricerca della felicità, una prerogativa primaria della nostra specie. Credo che un Paese si possa ritenere felice se innanzitutto i suoi abitanti si sentono tali, dico questo anche per scoraggiare chi, infelice, pensi che basti cambiare residenza per mutare la sua condizione esistenziale.

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Certo può aiutare la scelta di vivere in un posto dove ancora si impongono certi valori o una realtà ambientale dove la natura tuttora prevale ma di fatto non è sufficiente perché la felicità non è una meta ma un percorso di consapevolezza vissuto e ricercato nell’oceano della propria solitudine esistenziale. Spesso poi si confonde la felicità con la contentezza, una sensazione del momento, quella che proviamo quando ci va bene qualcosa, quando riceviamo un regalo inaspettato; è una forte emozione temporanea che però dipende sempre da qualcosaltro. Sono le tipiche definizioni di felicità che otterremmo da un sondaggio effettuato nelle strade delle nostre città. Al di là di una felicità “a buon mercato” esiste poi una felicità più profonda, quella che davvero può permettere il salto di qualità e da individuale diventare collettiva ma richiede un impegno cosciente perché fatta di esperienze che vengono acquisite gradualmente e lavoro su sé stessi affinché diventino consapevolezza e volontà di condivisione.

Come individui, la presa di coscienza porta a fare scelte più corrette, per esempio riguardo al proprio stile di vita, ad una scala di valori ed interessi più rispettosa della nostra collocazione come specie su questo pianeta e nei confronti di tutti gli altri esseri viventi che siano umani e no, nondimeno dell’ambiente.

Felicità è quando si comprende e ci si sente di far parte di un tutto molto più grande della nostra dimensione abituale. Sicuramente questo modo di essere fa star meglio e rende più leggera la vita, lo dimostrano le più recenti indagini delle neuroscienze e della biologia che confermano importanti ricadute positive sull’individuo. La mente (e quindi la condizione mentale) influenza attraverso il sistema nervoso, altri importanti sistemi regolatori e di difesa come il sistema endocrino ed il sistema immunitario con cui comunica per mezzo di molecole informative condivise. Il nostro benessere, la nostra felicità, se ben vissuti, attraverso questa “grande connessione” influenzano sicuramente la nostra salute mantenendoci al meglio e garantendoci persino una maggiore longevità.

frutta tropicaleCondividere una scelta di vera felicità con altri vuol dire creare una società più consapevole e quindi più ricca. Chi governa dovrebbe semplicemente promuovere e sostenere questo anelito che viene dal basso e che al momento riguarda solo una minoranza della popolazione, quella più cosciente. La realtà attuale sfortunatamente è ben diversa, le società sviluppate secondo il nostro modello economico sicuramente possono portare benessere materiale ma non la vera felicità, anzi, il sistema preferisce persone non felici e insoddisfatte perché più controllabili attraverso la fruizione dei beni di consumo e dei servizi offerti che vengono fatti sentire come indispensabili mentre nel 90% dei casi non lo sono. Sono queste le regole di mercato che utilizzano i grandi imperi economici e finanziari ma che come un tumore sottraggono risorse ed energia alle cellule sane a proprio vantaggio, alla fine uccidendo la società infettata e paradossalmente anche se stessi. Come dovrebbero muoversi i singoli individui e la collettività per evitare questo fallimento e fare una scelta di vera felicità? Potrà una nazione un giorno definirsi veramente felice? Dipende dalle scelte che saranno fatte fino a che si sia in tempo. La biologia ci dice che siamo “costruiti” per essere felici ma abbiamo anche escogitato i mezzi per dannarci. Sarebbe paradossale che avendo in mano il nostro futuro scegliessimo di distruggerlo.

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linda 3La Costa Rica è un Paese che ci sta provando davvero ad essere e rimanere un Paese felice nel suo vero significato. Cerchiamo di comprendere perché la Costa Rica è un Paese caratterizzato in positivo e quali sono dunque le forti peculiarità che spingono pesantemente sul piatto “felice” della bilancia esistenziale dei suoi abitanti. Ilterritorio dell’attuale Costa Rica, prima che Cristoforo Colombo vi sbarcasse nel suo ultimo viaggio, era quasi totalmente ricoperto da inestricabili foreste, scarsamente abitato dai “Chibchà Chocò”, popolazione pacifica che non ebbe mai rapporti né con gli Aztechi e i Maya (al nord), né con gli Inca (al sud), Le grandi civiltà caratterizzate da strutture societarie di tipo verticistico che, tra l’altro, praticavano sacrifice umani. In Centroamerica i conquistadores non trovarono piramidi, tracce di scontri tribali e spargimenti di sangue umano, ma soltanto grandi, bellissime sfere di pietra sul cui significato preciso gli archeologici continuano a dibattere, assumendo che furono comunque espressione di una società “orizzontale” che non conobbe eventi bellici. Una terra inospitale, caratterizzata da vegetazione fitta e alte montagne, senza metalli preziosi facilmente estraibili, con pochi indigeni da schiavizzare, fu giudicata dagli spagnoli di scarso interesse. Fu messa sotto il controllo amministrativo della “Capitanìa general de Guatemala”, e in particolare nella giurisdizione meridionale con sede a Leon, in Nicaragua, distante comunque molti giorni a cavallo, settimane a piedi, insomma una lontanissima provincia dimenticata. E non fu un caso che anche la Chiesa mentre inviò in Messico e in altre ricche zone i Domenicani, riservò la Costa Rica agli umili Francescani. Fu così che anche i coloni che vi si stabilirono erano persone particolari: ebrei convertiti con la forza al cattolicesimo dall’Inquisizione, gente che aveva conti in sospeso con la giustizia, comunque individui con un gran desiderio di libertà, per scelta o per necessità allergici all’ordine costituito. Sono probabilmente queste le prime e più importanti ragioni per le quali la storia della Costa Rica, dalla dichiarazione d’indipendenza (di tutti i Paesi centroamericani) del 1821 ai giorni nostri, è stata totalmente diversa da quella delle altre nazioni dell’area.

aerial tramIl percorso di Guatemala, Belize, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Panama degli ultimi due secoli è stato caratterizzato da violenze, guerre civili, colpi di stato, dittature, ingiustizie sociali, tensioni locali e internazionali, sotto una pesante influenza spesso politica, sempre economica, degli Stati Uniti, per un breve periodo anche della ex Unione Sovietica e, marginalmente, della Inghilterra. Peraltro anche noi europei abbiamo una storia (plurimillenaria!) sistematicamente scritta dai vincitori delle guerre e nelle nostre case ricorrono ancora i racconti di epoche di dittature e soprusi. Quanto influisce (in negativo) la memoria collettiva di simili eventi sulla felicità di un popolo? E, al contrario, l’assenza di cicatrici profonde capaci di segnare intere generazioni contribuisce a conferire quel “fondo” di serenità che costituisce la base del concetto del “vivir bien”?

In tutta la storia della Costa Rica ci sono soltanto tre episodi di sangue, per un totale di tremila morti, due terzi dei quali nella guerra civile del 1948 durata sei settimane. Un episodio peraltro ricordato esclusivamente in positivo perché generò una pietra miliare nel percorso democratico che va avanti ininterrottamente dal 1871: l’abolizione dell’esercito e il contemporaneo spostamento delle importanti risorse economiche destinate alle forze armate a favore della sanità pubblica e dell’educazione.

Da sempre, dunque, il “tico” (l’amabile appellativo del costaricense) si guarda intorno, anche oltre i confini continentali, si scopre per molti aspetti “diverso”, e comprende per esempio che la pace che in un’epoca remota gli fu regalata, è divenuta poi una grande conquista da difendere. E così, dopo l’abolizione dell’esercito, altri fatti si susseguono e affinano un sentimento che si fa sempre più collettivo.

Nel 1970 viene fondata a San José la “Universidad de la Paz”, unica istituzione ONU in America latina, con corsi post laurea rivolti a formare esperti per la mediazione dei grandi conflitti. Nel 1983 la Costa Rica la propria vocazione proclamando la “Neutralità perpetua, attiva e non armata nei conflitti bellici che possono coinvolgere altri Stati” e nel 1987 il Presidente Oscar Arias riceve il Nobel per la Pace per il ruolo decisivo svolto nella soluzione delle contese armate tra Honduras, El Salvador e Guatemala. Nel ritirare il premio dichiara: “In Costa Rica la pace è un’attitudine, una forma di vita, un modo di affrontare i problemi e risolvere i conflitti”.

cabecar2C’è ancora una mano tica nei processi che portano all’abolizione dell’esercito nel confinante Panama e nella vicina Haiti e soprattutto nella risoluzione ONU sul trattato per il controllo del commercio internazionale delle armi, mentre anche decisioni apparentemente piccolo contribuiscono a tener viva la stessa fiamma: il Ministero di Giustizia da qualche anno è Ministero di Giustizia e Pace, e nel giro di meno di un anno è stata prima abolita la caccia e poi stabilita la chiusura di tutti gli zoo con divieto di tenere in cattività qualsiasi animale selvaggio. Il rispetto per gli animali, per la Natura e dunque per ogni forma di vita, integra e amplia la vocazione pacifica di un popolo che fra le sue fortune annovera anche quella di un territorio straordinario: lunghe spiagge, isole, golfi, pianure, colline, montagne che sfiorano i 4000 metri, vulcani attivi, tutti i tipi di foreste tropicali, innumerevoli corsi d’acqua e la più alta densità di biodiversità del mondo Dopo un lungo periodo (circa 80 anni) in cui è stato compiuto un vero e proprio saccheggio di questo immenso patrimonio, soprattutto con una deforestazione selvaggia, dagli Anni 80 la rotta è stata invertita. In Costa Rica è stato inventato l’ecoturismo, sono stati creati parchi nazionali, riserve biologiche attuate costanti pratiche di rimboschimento, che hanno portato nuovamente oltre il 50% la copertura forestale del territorio. L’ecologia è ormai da decenni tra i primissimi impegni di tutti i governi: oltre il 90 per cento dell’energia elettrica è prodotta da fonti rinnovabili, la tendenza è di un’ulteriore crescita di questa quota.

Quanto influisce tutto ciò nella felicità di un popolo?

E’ probabilmente impossibile stabilirlo, ma è fuor di dubbio che l’influenza non può che essere fortemente positiva perché, come abbiamo visto, è la condivisione di valori forti a generare processi virtuosi di maggiore consapevolezza. E’ in questa chiave che vanno lette, per esempio, le scelte costaricensi di rinunciare alle lusinghe economiche delle grandi compagnie petrolifere e delle società che propongono devastanti miniere a cielo aperto per l’estrazione di metalli preziosi. Allo stesso tempo la spinta consumistica è sempre più pressante e mette ogni giorno in maggior pericolo quanto la singolare storia ha finora prodotto e consegnato alle attuali generazioni.

Ma, almeno per il momento, continuiamo ad essere fiduciosi e a ritenere che la Costa Rica più che un Paese resti una grande speranza per tutta l’umanità.

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Fonte: http://www.italiacostarica.com/costa-rica-paese-felice/

Stampa italiana leccapiedi del SIONISMO

Il giornalismo italiano, o almeno gran parte di esso, è costruito sulla menzogna. Ed è forse la situazione attuale in Terra Santa che lo dimostra, che dimostra una stampa italiana completamente sbilanciata a favore di Israele, che non offre spazi a intellettuali contrari a questa logica se non per sbeffeggiarli e ridicolizzarli (perchè quando non hai argomenti a tuo favore, per annullare chi la pensa diversamente devi usare la satira e l’ironia basata sui luoghi comuni, com’è stato fatto con l’ex parlamentare Vattimo).

Per secoli ebrei e arabi hanno convissuto nella terra dei Patriarchi pressoché in una convivenza pacifica, non senza problemi e scontri, ma comunque senza che una parte opprimesse l’altra. L’arrivo degli ebrei europei dopo la seconda guerra mondiale e la creazione di uno stato ebraico hanno dato inizio alla vera divisione: agli ebrei (in minoranza demografica) fu dato gran parte del territorio, e agli arabi la parte residua. ne seguirono diversi conflitti che hanno costretto il popolo palestinese a vivere in piccoli lembi di terra, senza poter essere riconosciuti a livello internazionale come Stato, questo perché Israele occupa parte di questo territorio e se la comunità internazionale dovesse riconoscere lo stato Palestinese agli ebrei toccherebbe abbandonare le terre che occupano ma che non sono loro!

Così questi palestinesi vivono in paesi separati gli uni dagli altri da presidi militari Israeliani, per passare da un paese ad un altro per vari motivi: farsi visitare da un medico; fare acquisti; trovare parenti; ci si trova costretti a continui controlli da parte di militari di un altro paese, spesso ostili, che non si fanno scrupoli di arrestare bambini di appena 11 anni per il solo motivo di aver sventolato la bandiera palestinese. Questo popolo si trova ricattato con l’acqua, separato da muraglioni; nella striscia di Gaza non hanno nemmeno la totale libertà di pescare nel proprio mare… La Palestina è de facto un enorme lager a cielo aperto.

Palestina-Israele

Trovo inconcepibile e assurdo l’utilizzo smodato che si fa della tragedia della Shoah per giustificare le malefatte del governo Israeliano. E’ il peggior modo per ricordare le vittime del nazismo, e mi ripugna che il Ministro Mogherini sia andata al memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme, per ricordare i bambini morti nei lager tedeschi per dare manforte al grande impegno mediatico a sostegno di Israele, proprio mentre dall’altra parte del paese i raid israeliani colpivano con le loro bombe “intelligenti” un orfanotrofio… i bambini palestinesi valgono forse meno? Se la risposta è si, allora non c’è dubbio: stiamo sostenendo una tesi razzista ed omicida.
Mi ripugna anche l’ignoranza che si trasmette ai telespettatori, Vattimo per fare l’esempio più recente, è stato accusato di antisemitismo perchè sosteneva Hamas contro gli ebrei. Poveri pennivendoli cretini… giusto per informazione, gli ebrei giunti dall’europa, sono di fatto europei, discendenti di quegli ebrei deportati dai romani nel 70 d.C. e mischiati per duemila anni con le popolazioni europee, quindi sono di fatto un popolo indoeuropeo. I palestinesi invece… sono effettivamente una popolazione semitica (che significa originario della penisola arabica). Dunque è un paradosso, chi sostiene Israele potrebbe essere accusato di antisemitismo e non viceversa!

Per la stampa daltronde, troppo occupata a servire i loro finanziatori più che il popolo, ha il solo obiettivo di creare confusione, di sviare la realtà. Per cui ci fanno credere che l’anno prossimo la crisi sarà finita, che i russi sono cattivi e gli americani buoni. E quindi mentono su quello che è un paese allo stremo, la cui reazione è una logica conseguenza della vita a cui sono costretti. Se viveste come i palestinesi, probabilmente ora sareste i primi a fabbricare un razzo qassam. Non ho mai sostenuto una risposta violenta, ma è logico pensare che se picchi dieci persone con il bastone, forse non tutte saranno disposte a porti l’altra guancia…
Il fatto reale, che le TV comunque faticano a tenere nascosto, è che una guerra dove solo i palestinesi muoiono potrebbe essere equiparata alla parola genocidio, esattamente come i serbi fecero ai kosovari. Perchè in Kosovo (dove avevamo interessi economici e politici) questa strage veniva chiamata “pulizia etnica” e in Palestina lo stesso concetto non è applicabile? Per via del terrorismo? Andiamo… sappiamo tutti che la risposta peggiore che si può dare al terrorismo è l’occupazione militare e il bombardamento indiscriminato. Un esempio europeo? Il Bloody Sunday di Belfast, in Irlanda del Nord, quando l’esercito britannico sparò su una manifestazione di indipendentisti uccidendo ragazzini e vecchi. Mai più di allora l’IRA ebbe gioco facile ad arruolare nuovi adepti, e così per molti anni l’organizzazione terroristica irlandese spadroneggiò in quella che sembrava più una guerra civile.
Lo stesso vale per Hamas, pensate che dopo aver distrutto case e aver ucciso civili inermi Hamas si sia indebolito? No, il contrario! Ma se siete seguaci della logica della rappresaglia, della legge del taglione, allora dimostra quanto sia evoluta questa nostra “civiltà”. Il terrorismo continuerà ad esistere fino a quando i palestinesi non saranno in grado di poter decidere da soli cosa fare delle loro vite e delle loro terre. In Italia i partigiani hanno forse fatto diversamente?!

La parola poco usata dai mezzi di comunicazione (per paura che potreste informarvi al riguardo) è SIONISMO. Il sionismo è di fatto un nazionalismo ebraico che non ha nulla a che vedere con la religione, e non è differente dai vari nazionalismi europei (da cui nacquero appunto il Nazionalsocialismo e il Fascismo). La disonestà intellettuale dei “divulgatori di falsità” italiani impedisce alla gente di venire a contatto con quelle realtà che dall’interno del mondo ebraico lottano il sionismo e vorrebbero maggiori libertà per il popolo palestinese. Neturei Karta è un gruppo di ebrei ultra-ortodossi, residenti nel quartiere di Mea Shearim a Gerusalemme, che considerano il sionismo una distorsione della vera natura ebraica. Il rabbino Meir Hirsch, attuale leader del gruppo, da anni si oppone all’occupazione dei territori palestinesi, intrattenendo rapporti stretti con i nemici storici diIsraele: Ahmadinejad, Hezbollah e Hamas.

Neturei Karta

Vi sono anche grandi intellettuali che si oppongono al sionismo, Zeev Sternell per esempio, professure all’università di Gerusalemme, uno dei massimi storici ed esperti mondiali del fascismo italiano, che perse la madre e la sorella a causa dei nazisti (è un ebreo di origine polacca), è un grande sostenitore dell’antisionismo ed è stato nel mirino di un attentato contro la sua persona per questo. Ilan Pappé, storico israeliano, ha sostenuto che durante la Nakba (1947-48) le autorità ebraiche agli ordini di Ben Gurion praticarono una vera e propria pulizia etnica sistematicamente pianificata che portò all’espulsione di circa ottocentomila profughi palestinesi. E ancora, il giornalista Michel Warschawski che nel 1982, quando il governo Israeliano permise il massacro dei palestinesi di Sabra e Chatila da parte delle milizie cristiano-maronite (fra 762 e 3.500 morti), riuscì a condurre in piazza 400 mila concittadini israeliani per manifestare il loro dissenso, e poco dopo fond’ò l’Alternative Information Center (Aic), per combattere la disinformazione israeliana nei confronti dei palestinesi. Un altro nome eccellente da raffigurare nella schiera degli antisionisti è Noam Chomsky, americano di una famiglia ebraica riconosciuto come il più grande sociologo del mondo. Secondo Chomsky l’occidente, e i sionisti ebrei, ricorrono la logica della conquista come mezzo per portare la civiltà ai barbari, esattamente come fecero gli americani con i nativi. La cosa più mostruosa è proprio questa: siamo sicuri che dobbiamo esportare il nostro modello di civiltà nel resto del mondo perchè questo è (dal nostro punto di vista) l’unico modo decente per vivere… E’ questa arroganza che fa di noi degli esseri volgari. Sottolineiamo che quelle popolazioni sono contro gli omosessuali, sono per la sharia, e ci arroghiamo il diritto di dovergli insegnare cos’è la civiltà. Devono essere i palestinesi a determinare il loro corso, e chissà, se magari non sia un semplice contadino palestinese ad insegnare qualcosa a personaggi culturalmente squallidi come i conduttori de La Zanzara.

Alberto Fossadri

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DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

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Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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