Serve ancora la democrazia?

Il 2016 è terminato lasciandoci con l’amaro in bocca a causa della brutalità delle guerre e degli attentati terroristici compiuti, dell’insensatezza dei muri, della (perenne) fragilità dell’economia e dell’Europa ma forse – soprattutto – per lo sbigottimento che ci hanno procurato diversi risultati elettorali. Stranamente il popolo, cui appartiene la sovranità, ha “sbagliato” in diverse occasioni: dall’elezione di Donald Trump o Rodrigo Duterte nelle Filippine fino alla Brexit, passando per la bocciatura dell’accordo di pace siglato dal governo colombiano con le Farc.

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A questo punto dobbiamo porci una domanda molto scomoda: se la democrazia “sbaglia”, ci serve ancora? Ha ancora senso o è superata? E’ certamente molto forte tra noi democratici e progressisti la tensione a giungere alla conclusione che, in fondo, la democrazia (di massa) si sia esaurita e si debba andare nella direzione di una democrazia d’élite nella quale possano esprimersi solo i cittadini colti, razionali, responsabili e bene informati.

Dobbiamo sempre tenere presente, tuttavia, che il voto dato alle forze antisistema esprime – pur nella sua irresponsabilità – un segnale di insoddisfazione o sofferenza nei confronti della propria situazione. Non vanno inoltre messi sullo stesso piano i populismi di sinistra, che possono giocare un ruolo cruciale nell’avanzamento della società e nel “puntellamento” della democrazia, coi nazional-populismi dell’estrema destra che costituiscono un grave problema alla stabilità democratica.

Cosa fare allora? E’ chiaro che se il problema consiste nella pericolosità di lasciare decidere chi non ha la cultura per farlo e non è possibile tuttavia impedirglielo, l’unica strada percorribile è quella di un continuo e sempre maggiore proliferare della cultura che investa e rianimi tutti gli strati della società ed infonda quello che Don Sturzo avrebbe chiamato il “soffio etico-religioso” affinché ogni scelta, a partire dalle elezioni, vada nella direzione del Bene Comune.

P.S. Cosa intendiamo per democrazia? Certo non ci basta il suo significato puramente formale o procedurale, che si concretizza nel meccanismo elettorale. Vogliamo invece una democrazia sostanziale, che è in primo luogo uguaglianza e giustizia.

Francesco Berardi

Sei in grado di riconoscere una DEMOCRAZIA?

La maggioranza degli italiani, e oserei dire degli europei, è convinta che la democrazia sia basata sul consenso popolare, e sulla decisione della maggioranza. Sbagliato! Questi due elementi sono certamente compresi in una vera democrazia, ma sono elementi che non per forza di cose caratterizzano solamente un regime democratico. Diverse dittature, nel passato come nel presente, rivendicano la loro legittimità sulla base di un consenso popolare maggioritario.
Certo, voi penserete immediatamente che quel consenso è spesso costruito sulla propaganda, la censura, la falsa informazione. E immagino che voi possiate escludere il fatto che nel paese in cui vivete queste “patologie” non esistano… suvvia, siamo realisti e analizziamo correttamente la situazione.

Il reale presupposto per una democrazia reale è il principio della Sovranità Popolare e quello del Suffragio Universale (anche se su quest’ultimo ci sarebbero da fare molte considerazioni che non affronterò in questo brano).

asino-votoOra resta da definire come deve esprimersi la sovranità popolare perché ci si trovi realmente in un regime di democrazia.

Nel nostro paese la Costituzione Italiana prevede che l’espressione della sovranità sia limitata a votazioni elettive per Comuni, Regioni e Governo (non più le provincie) ogni 5 anni circa. Il principio di rappresentanza è sostanzialmente basato sulla delega a persone che dovrebbero essere in grado di adottare le linee politiche per guidare la comunità locale o nazionale. L’altro strumento di sovranità popolare è il referendum, che in Italia è solo abrogativo oppure confermativo in rari casi (come il recente del 4 dicembre).
E’ già una forte limitazione non implementare i referendum propositivi e confermativi, in più in Italia stiamo varando il quarto governo nominato dal 2011, nonostante nel mezzo ci siano state delle elezioni politiche.
Si lo so, l’art. 92 dice che è il PdR e non il popolo a eleggere il CdM e blablabla. La scelta del Presidente Mattarella è legittima, non lo metto in dubbio, ma è prassi che il Presidente nomini come Primo Ministro il candidato della coalizione vincente alle elezioni. E dopo che ben tre governi espressione della maggioranza hanno fallito, credo che ci sia l’obbligo morale di far tornare i cittadini ad esprimersi. Qui è lapalissiano che la sovranità popolare viene seconda rispetto a qualcos’altro.

Certo, ora che si appresta a governare Gentiloni, tutti mi ripeterete che “è necessario un governo di scopo per cambiare la legge elettorale (storia già sentita con Napolitano), “che bisogna approvare la legge di bilancio, e bisogna risolvere il nodo MPS”. Ed io vi porto a riflettere: non è forse costruzione propagandistica del consenso per accettare una decisione del sistema altrimenti mal digeribile?

Sulla base dell’assunto a cui la maggior parte di voi crede, si potrebbero giustificare come democrazie molte forme di governo. La fantomatica “democrazia socialista” dei paesi del blocco sovietico sarebbe tra queste: era basata sul consenso (costruito ad hoc), e la sovranità popolare si esprimeva con le elezioni a suffragio universale. A riguardo estrapolo il Capitolo XIII della Costituzione dell’Unione Sovietica del 1977:

95. Le elezioni dei deputati a tutti i Soviet dei deputati popolari si svolgono in base al suffragio universale, uguale e diretto, e a scrutinio segreto.
96. Le elezioni dei deputati sono a suffragio universale: tutti i cittadini dell’URSS che abbiano compiuto i 18 anni hanno diritto di eleggere e di essere eletti, ad eccezione degli alienati mentali riconosciuti tali secondo la procedura stabilita dalla legge. Può essere eletto deputato del Soviet Supremo dell’URSS il cittadino dell’URSS che abbia compiuto i 21 anni.
97. Le elezioni dei deputati sono a suffragio uguale: ogni elettore dispone di un voto; tutti gli elettori partecipano alle elezioni a pari condizioni.
98. Le elezioni dei deputati sono a, suffragio diretto: i deputati di tutti i Soviet dei deputati popolari sono eletti direttamente dai cittadini.
99. L’elezione dei deputati avviene a scrutinio segreto: il controllo sull’espressione di volontà degli elettori non è consentito.

Osservando l’art. 98 si nota immediatamente che nell’impero del male il cittadino eleggeva direttamente il proprio candidato favorito. Oggi in Italia questo privilegio è negato: il cittadino elegge il partito, e questi nomina i propri fidati a sedere sugli scranni del potere.
Era forse una democrazia migliore quella dell’Unione Sovietica? Diamine, no! Ma se dovessi confrontarla con i criteri che l’italiano medio adotta per considerare un regime come democratico, dovrei rispondere affermativamente.

OLIGARCHIA

Secondo Aristotele e Platone, l’oligarchia è un governo degenerato basato sulla ricchezza, dove il dominio, in qualsiasi gruppo o istituzione, è perpetrato da un gruppo ristretto di persone. Ai loro tempi era scontato che l’oligarchia era basata sulla ricchezza dei singoli individui. Oggi si ripropone sotto forme nuove: in commistione alla ricchezza di individui, istituzioni e agglomerati quali le corporation, i partiti, e le società mediatiche.
Fatto sta che laddove esiste l’accumulazione di capitale, si concentra il vero potere decisionale. E questi elementi insieme, costituiscono una mascherata che chiamano democrazia. Non possiamo che riconoscere di vivere in un sistema complesso, ma fortemente oligarchico.

ESEMPI STORICI

Ci hanno insegnato che la prima repubblica della storia, ovvero quella romana (509 a.C.-27
a.C.), è stata una repubblica oligarchica. In essa il potere decisionale è nelle mani di una camera: il Senatcomizi-centuriatio, che non è eletta dai cittadini, e non è suddivisa in fazioni ideologiche. Quelle nascono molto dopo. Il Senato Romano è suddiviso in fazioni familiari basate appunto sulla gens, quindi sull’aristocrazia.
Nonostante questa evidenza, il sistema politico vigente nella Roma di due millenni fa potrebbe sorprendervi.
Il Senato di Roma non approva le leggi! Il Senato le discute, e le promuove, ma ad approvarle sono i cittadini di Roma che le votano nei Comizi Centuriati. Insomma, ogni volta che la classe dirigente si inventa una legge, deve anche impegnarsi in una sorta di referendum. Ecco perché nella Roma antica è già importante il “consenso popolare” ed è proprio per questo motivo che nascono le prime operazioni propagandistiche e le operazioni panem et circenses.
Quella che all’epoca definivano una democrazia è chiaramente un esempio di oligarchia. Ma in esso si ravvisano degli elementi puramente democratici, che addirittura noi non abbiamo. Sta di fatto che il sistema veniva comunque filtrato, e gli elementi di democrazia si mescolavano con istituzioni non direttamente espressione della sovranità popolare, così da distorcere e controllare il tutto. Il risultato non è differente da ciò che abbiamo oggi: delle espressioni democratiche costantemente mescolate con espressioni oligarchiche che vanificano il volere popolare.

La Repubblica Aristocratica più celebre della storia è però un’altra: la Serenissima. Venezia aveva un sistema repubblicano puramente oligarchico, e su questo non ci piove. Vorrei porre l’attenzione sulla gestione del potere a livello comunale. Forma già ereditata dall’epoca dei comuni, Venezia si preoccupa solamente di mantenere ed integrare il proprio apparato amministrativo con quello esistente a livello locale.venezia-andrea-gritti
Tralasciando il fatto che a livello locale conta chi è Originario del comune (cioè famiglie presenti dall’epoca in cui il comune è entrato a far parte del dominio veneto)  e che la società dell’epoca ha una concezione fortemente patriarcale; è interessante vedere come la partecipazione pubblica della cittadinanza alle decisioni politiche è molto attiva e florida. Così vissuta, che la fine della Repubblica Veneta all’arrivo dei francesi nel 1797, è vista da molti come un’espropriazione di democrazia. Ed oggi questo ci sembra un paradosso!

Nel dominio veneto le comunità municipali hanno una sorta di consiglio comunale che chiamano in modi diversi a seconda della zona. A Brescia, la mia provincia, si chiama Vicinia. Questo consiglio comunale è formato dai capi famiglia eletti nelle varie contrade (solitamente 72 consiglieri) e si rinnova annualmente. Alcune cariche durano pochi mesi, o addirittura uno solo. Il sistema è complesso, ma tutto verte a far si che la cittadinanza stessa si autogoverni in una forma di democrazia quasi diretta. La Vicinia sceglie quali azioni politiche intraprendere, quali infrastrutture realizzare, quali azioni diplomatiche svolgere. Si, azioni diplomatiche. Vengono eletti a seconda dell’occorrenza, degli ambasciatori del comune, questi servono a portare le istanze della comunità nei capoluoghi provinciali, a Venezia, oppure a stringere accordi con altri comuni per la realizzazione di strade, dugali, fiere commerciali. La vicinia nomina degli appositi funzionari per l’esazione delle tasse, per il controllo del territorio e per la vigilanza sulle terre e le acque. Questo fa si che i cittadini, direttamente coinvolti, si sentono più responsabili anche dei beni stessi di uso pubblico. Con questo sistema non solo scelgono come creare o gestire un’opera, ma ne traggono direttamente un vantaggio economico. A dimostrarlo sono i cosiddetti usi civici.
Nel Cadore, in Veneto, questi consigli locali si chiamano Regole. E pensate, esistono ancora e sono tutelati dalla legge regionale del Veneto e dalle leggi nazionali. Purtroppo il loro potere è stato ridotto alla sola gestione degli usi civici (che comunque esistono ancora). Quindi la Regola organizza a livello comunitario il taglio delle piante per l’approvvigionamento e del rimboschimento. Inoltre gestisce i pascoli e le malghe per l’allevamento del bestiame.

Questi consigli comunitari diventano un “problema” sulla fine del settecento. In quel periodo alcune attività industriali avviano un modello di sviluppo protocapitalista, che ha bisogno ad esempio del vasto sfruttamento di risorse come il legname e il carbone per le forniture energetiche. I vasti usi civici delle vicinie e delle regole che sono inalienabili, costituiscono un problema di carattere industriale. Perciò se da una parte l’aristocrazia e le comunità sono legate al modello politico veneto, chi tifa realmente per i francesi di Napoleone sono le nascenti famiglie borghesi che di fatto sono le maggiori beneficiarie del nuovo corso liberale.

Studiando i modelli storici, non si può che riflettere sulle loro differenze e cercare di prenderne spunto. Sarebbe interessante adattare gli elementi che ho sottolineato ai concetti del diritto moderno. Sperando che siate in grado di fare questo ragionamento senza scendere in errori anacronistici. Anche se già mi vedo mitragliato di affermazioni del tipo: “ma i romani avevano la schiavitù” oppure “però i veneti non avevano il nostro concetto di cittadinanza”. Appunto per questo ho parlato di prendere spunto. L’ho sottolineato perché quando si parla del passato, solitamente si pone un giudizio con il senso del presente, ed è la cosa più stupida che una persona istruita possa fare.

DECENTRAMENTO E FEDERALISMO

Tra i vari principi che garantiscono la democrazia di un paese, il parlamentarismo è ormai assodato nella coscienza collettiva. I suoi opposti, l’autoritarismo e l’autocrazia, sono chiaramente assimilati come sinonimi di amministrazione dispotica. Al pari dell’autoritarismo, vi è un altra forma dispotica di governo che però non è ancora vista con disprezzo dalla società: l’accentramento territoriale. Se l’accentramento del potere nelle mani di un solo uomo è un chiaro segno di dispotismo, l’accentramento territoriale lo è altrettanto. Costituisce infatti una gerarchizzazione delle decisioni che spetterebbero invece alle comunità locali.
La riforma costituzionale che è stata bocciata il 4 dicembre scorso, non distorceva gli equilibri costituzionali tanto nelle mani dell’esecutivo, quanto toglieva poteri alle istituzioni locali. In netto contrasto con quanto dice l’art. 5 della Costituzione.

Tra i pensatori che più si sono battuti per riconoscere il principio federativo, non possiamo mancare di citare P. J. Proudhon, fondatore del pensiero anarchico. Nel 1862 scrisse riferendosi proprio alla neonata Italia Unita dichiarando che sia con i Savoia, sia con la Repubblica di Mazzini, l’accentramento amministrativo non le avrebbe mai consentito di esprimere al massimo i suoi potenziali.
Proudhon detestava per l’Italia una soluzione unitaria. Secondo lui, una nazione in cui per secoli i suoi popoli sono stati divisi in tutto, dove tra una vallata e l’altra ci sono consuetudini diverse, non poteva reggersi su una legge comune. Disse: «una regola unica per gli italiani è l’unico modo per scontentarli tutti». Vedeva nelle cause del Risorgimento una motivazione sbagliata, troppo borghese. Intravide lo sfruttamento di un Italia sull’altra Italia (preannunciando quel disastro avvenuto nel mezzogiorno, tramutatosi poi in una vera e propria guarra civile o di occupazione militare). Come soluzione, auspicava per noi un’Italia federale.

La storia è ricca di esempi di federazioni, o confederazioni che hanno saputo anche dominare il proprio bacino geopolitico. Anticamente possiamo trovare la Lega di Licia, snobbata dai greci che la ritenevano incivile per il solo motivo che il potere delle sue 23 Città Stato era retto quasi sempre dalle donne. Da menzionare assolutamente troviamo la Lega Anseatica, che per quanto sottostava all’imperatore tedesco, ebbe una sua autonomia ed un potere commerciale spropositato.

Fra tutti però, un posto in prima fila spetta alla moderna Svizzera. La Confederazione Elvetica vanta la bellezza di 27 Cantoni, ognuno dei quali è indipendente e con la propria Costituzione. Anche per gli svizzeri il parlamento non approva le leggi, ma le promuove. Questi disegni di legge sono approvati in referendum organizzati ogni 3 mesi circa. Indubbiamente hanno saputo trarre maggior spunto dai romani di noi, che siamo i latini per eccellenza… sembra assurdo che l’esempio più brillante di una democrazia realizzata confini proprio con l’Italia.cantoni

E’ chiaro che decentramento e autonomie locali, uniti alla maggior partecipazione nelle scelte dirette, costituiscono un principio su cui devono necessariamente formarsi le democrazie del futuro. Finché restiamo ancorati all’idea del leader di partito e delle decisioni prese da un baricentro geografico, non usciremo mai dagli schemi del pensiero gerarchico feudale.
Secondo il filosofo Bookchin, non è tanto il capitalismo il rojavaproblema, quanto le relazioni gerarchiche. Finché i nostri modelli sociali saranno il prodotto della nostra tendenza a dominare il prossimo, non usciremo mai da questo circolo vizioso.

Utopia? Forse, ma un esperimento di quanto scritto sta avvenendo sotto i nostri occhi nel posto più inaspettato del mondo: il Kurdistan. Qui, in una regione della Siria sconvolta dalla guerra civile, il Rojava, è stato costituito un vero e proprio Stato retto dalle comunità municipali. Minacciato dal vicino ISIS e dal sempre più autoritario governo Turco (anticurdo per eccellenza), 4,5 milioni di Curdi stanno abbattendo ogni forma di gerarchia. Stanno realizzando qualcosa di nuovo. Sperando che stavolta le “democrazie” dell’occidente rispettino il principio dell’autodeterminazione dei popoli (non a singhiozzo come sempre) e non impongano il loro modello o anzi, il loro “dominio”.

Alberto Fossadri

Fonti:
– Enciclopedia Treccani;
– Costituzione dell’URSS del 1977;
-http://www.maat.it/livello2/roma-leggi-elettorali.htm
-http://www.regione.veneto.it/web/economia-e-sviluppo-montano/regole#L97_94
-P.J.Proudhon – 1863 – Del Principio Federativo
-P.J.Proudhon – 1862 – Contro l’Unità d’Italia
-http://www.tpi.it/mondo/siria/rojava-societa-curdi-parita-genere

“La riforma è in linea con i principi fondamentali”, sarà vero?!

re“I principi fondamentali della nostra Costituzione non vengono per nulla toccati!” Così tranquillizzano Renzi, la Boschi e Alfano. Effettivamente la riforma non prevede alcuna modifica dei 12 articoli della prima parte della nostra Carta (i principi fondamentali, appunto), ma nella sostanza questo è vero?

Nella sostanza gli italiani dei principi fondamentali conoscono a malapena il primo, e quindi nessuno si accorge che votare SI alla riforma del Titolo V può entrare in contrasto con uno dei 12 famosi articoli.

Come per l’articolo 9 sulla tutela all’ambiente e l’articolo 11 sul ripudio della guerra, anche l’articolo 5 è come se non fosse mai esistito… esso recita:

«La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento»

LO STATO TORNA PREPOTENTE A LIVELLO LOCALE

Questa riforma è, a detta stessa di chi l’ha scritta, una riforma che elimina la concorrenza tra Stato e Regioni riattribuendo molti poteri della precedente riforma del 2001 allo Stato. In base al nuovo articolo 117 le materie che ricadevano in questo tipo di competenza sono ora quasi interamente ripassate allo Stato, tra cui: assicurazioni; ricerca scientifica e tecnologica; previdenza complementare e integrativa; tutela, sicurezza e politiche attive del lavoro; commercio con l’estero; ordinamento sportivo, delle professioni e della comunicazione; protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

LA GESTIONE DELLE UTILITY

La riforma del Titolo V, può risultare nociva agli enti locali anche nel settore delle utility. Nel nuovo art. 116 è stata inserita la “clausola di supremazia” dello Stato sulle Regioni, che consente allo Stato di intervenire con proprie leggi anche nelle materie di competenza regionale se questo intravede l’interesse nazionale.

Lo Stato torna cioè determinante nelle infrastrutture, nei trasporti e nel campo energetico. Ma con la riforma si prevede anche una facilitazione nella fusione di grossi gestori di utilities come quelle idriche. Le fusioni di questi gestori, già in atto da diversi anni e facilitata con norme quali lo Sblocca Italia, stanno letteralmente facendo perdere potere ai Comuni nei consigli di amministrazione di quelli che di fatto diventano gestori privati delle aziende idriche… in barba al referendum del 2011!
Interessante a tal proposito è questo vecchio articolo di Repubblica sul caso privatizzazioni dell’acqua in Toscana, in cui l’allora sindaco Matteo Renzi esprime chiaramente il suo punto di vista. Nello stesso articolo il presidente di Gaia spa si esprimeva così: «Anche se vincerà il “sì”, la privatizzazione la faremo lo stesso. Viene eliminato l’obbligo legale alla cessione ai privati delle quote azionarie, non l’obbligo economico. I Comuni non hanno soldi e la maggior parte delle società pubbliche cercherà azionisti privati comunque».
Sapete come andò a finire? Il SI all’acqua pubblica stravinse con oltre il 95% dei voti, i colossi come Gaia continuarono ad acquisire gestioni idriche, e a distanza di 5 anni in tutta la toscana esiste solo un comune che è rimasto proprietario della sua acqua: Zeri.

CONCLUSIONI

La democrazia non è solo il controllo del potere da parte di molti invece che di un solo uomo. Democrazia vuol dire anche decentramento, autonomia locale, e questa riforma prevede un ritorno dello stato centrale.
I nostri padri costituenti lo sapevano bene, avevano conosciuto gli effetti della politica fascista che da Roma imponeva dei modelli di sviluppo a città che pagano ancora oggi le scelte del governo Mussolini. Tra i tanti, la monocultura industriale imposta a tante città come Torino, Taranto, e le altre in cui tutto iniziò a dipendere dalla fortuna del settore industriale imposto dallo stato centrale. Così oggi l’intera città di Torino paga la crisi dell’auto a cui è stata legata, e allo stesso modo Taranto paga la crisi del polo siderurgico. Tutto frutto delle scelte del governo.

Se quei paesi avessero avuto la possibilità di diversificarsi, non verserebbero nel grigiume odierno. Roma non può conoscere la vocazione di ogni singolo borgo delle nostre vallate, e i nostri padri costituenti lo sapevano bene. Ecco perchè all’articolo 5 si erano promessi di favorire l’autonomia degli enti locali e promuovere il decentramento amministrativo.

Forse voi non conoscevate l’articolo 5. Ora ne siete a corrente, e non potete fare orecchio da mercante se ancora volete votare SI il 4 dicembre.

Alberto Fossadri

Quello che non funziona nel M5s

E’ logico che questo articolo viene da una critica personale, che a mia volta sottopongo alla critica ben accetta del lettore. Secondo i canoni etici che ho sposato trovo che diverse questioni all’interno del Movimento 5 stelle andrebbero discusse in un confronto congressuale. Non entrando nel merito del lavoro dei parlamentari, che secondo me è ottimo sia per quanto riguarda l’operato sia per quanto riguarda l’esempio, vorrei stimolare la coscienza degli iscritti su delle tematiche che, è chiaro, non sono condivise da tutti.

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Punto primo, ci si è dati un regolamento e una forma organica suddivisa per compiti. Quando il movimento è entrato a far parte del parlamento italiano, senza che i membri si conoscessero; senza aver ancora sperimentato i propri meccanismi interni; la forma scelta era perfetta. Il regolamento è molto valido tutt’ora, ma la forma organica?

Ora che c’è un corpo parlamentare con l’esperienza sufficiente, e la base ha assimilato alcune pratiche (tra cui lo sviluppo di temi e l’organizzazione di incontri sul territorio a supporto dei parlamentari e dei consiglieri), direi che nella struttura organizzativa c’è qualcosa da rivedere.
E’ vero che il merito a Beppe Grillo è indiscusso, ed è vero che deve continuare a svolgere il ruolo di megafono, lui che è capace e carismatico come pochi in Italia, e che avendo concepito il movimento sa bene da quali principi nasce. Ma è altrettanto vero che questo ruolo viene adombrato da certe questioni che non appaiono chiare, e quando una cosa appare poco chiara il dubbio oscura anche le parole più belle.

Chi sottopone le domande referendarie agli iscritti? Non i parlamentari. E come vengono sottoposte le domande?
Spesso le consultazioni online del movimento sono state sottoposte ottimamente, con una spiegazione e un’indirizzo d’informazione il più super partes possibile. Ne sono un esempio le consultazioni per step sulla creazione di una proposta di legge elettorale, seguiti dal prof. Aldo Giannuli e con una spiegazione esaustiva per ogni situazione tra quelle sottoposte; un’altra è stata la consultazione per la scelta del gruppo parlamentare europeo, spiegata bene e senza forzature (anche se precedenti dichiarazioni di Beppe Grillo e suoi post hanno palesemente proteso gli iscritti verso l’UKIP di Farage).
Alcune delle chiamate a raccolta referendaria invece, sono state di tutt’altro tono, come quella per l’espulsione di Artini e Pinna. Tralasciamo pure il fatto che non si è proceduto da regolamento come nelle altre situazioni, non passando per l’assemblea che avrebbe garantito una difesa agli accusati; dopotutto se si vuole essere i portatori della civiltà sarebbe quantomeno giusto rispettare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che all’art. 11 recita: «Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa». Al di là di questo, il modo utilizzado per esprimere la richiesta di espulsione non è stato per nulla democratico. Chiunque abbia letto qualcosa di psicologia può cogliere una certa tendenza in alcuni dei quesiti posti ai votanti, e sa bene come sia persuasiva una domanda posta in questa maniera:

I cittadini deputati Massimo Artini e Paola Pinna stanno violando da troppo tempo il codice di comportamento dei Parlamentari M5S sulla restituzione di parte dello stipendio [ecc. ecc.] Sei d’accordo che Pinna e Artini NON possano rimanere nel Movimento 5 Stelle?

Perchè insisto nel ritenere persuasiva la domanda? Perchè in essa è già contenuta la risposta! Non ti chiedo direttamente di votare SI all’espulsione, ma implicitamente ti sto chiedendo di conformarti al mio modo di vedere le cose. Di seguito trovi un importante e semplice esperimento al riguardo.

Dopotutto se io dicessi che sto per porti una domanda, ma qualsiasi cosa tu pensi non devi pensare ad un animale grigio, all’atto della domanda “conosci un animale con le zanne?” potresti rispondermi con “certamente, un cinghiale!” ma non potresti assolutamente negare di aver pensato ad un elefante. Questo perchè ho evocato nella tua mente un’immagine specifica a cui volevo farti arrivare, e dire che Artini ha violato il regolamento ma chiedo comunque un tuo parere equivale a dirti che “sicuramente Artini ha sbagliato” e quindi tu sai già che chi sbaglia paga, quindi la risposta è scontata. La soggezione che si cerca di usare su una massa di persone porterà spesso ad ottenere risultati superiori al 50%. Perciò quel voto, non è democraticamente valido. Se poi si considera che dalla segnalazione agli iscritti del problema, fino al termine del voto, ci sono volute poche ore… la possibilità che uno si documenti per tempo, e abbia un momento per riflettere sulla responsabilità di giudicare una persona, mettendo quindi in discussione tutto un intero operato e le conseguenze che questa scelta potrebbe avere su questa persona, è incredibile pensare a quanto il metodo sia sfasato! Dopotutto se i giurati solitamente hanno bisogno di un po’ di tempo per deliberare è anche a fronte di questo problema. Chiedere poi che uno possa difendersi lo avrei trovato un tantino più civile, altrimenti nasce nell’iscritto il dubbio che l’accusatore teme la difesa e non è sicuro della validità della sua tesi (e questo a mio avviso scredita maggiormente un movimento rispetto al malcomportamento di uno dei suoi membri).

Credo che la responsabilità dello staff non sia sempre in linea con le idee di democrazia diretta. Un direttivo come quello istituito quest’oggi con l’abdicazione di Grillo ad altri 5 eredi è già qualcosa di meglio. Ma la scelta dei 5 deputati è stata a pura discrezionalità di Beppe Grillo, e discrezionalità è indice di autorità (istituzione che ha potere decisionale in un ambito specifico o più ambiti). Sarebbe corretto che il gruppo parlamentare (eletto dalla base) possa eleggere nel proprio seno un direttivo, ratificato dalla base e con possibilità di revoca dalla base stessa per sfiducia. A questo punto, oltre al bellissimo meccanismo della partecipazione ai disegni di legge già presente, si dovrebbe istituire un format dove gli iscritti possano proporre referendum interni, al fine di togliere certe scelte strategiche dalla discrezionalità di singole persone. Se questo non avviene il movimento 5 stelle resta nell’ambito della democrazia rappresentativa anche se con delle differenze, ma non potrà mai parlare appieno di democrazia diretta.

Lo stesso discorso vale per lo staff che gestisce la strategia comunicativa. Su molto di quanto detto riguardo alle televisioni mi trovo in accordo, tempo fa scrissi un articolo sul Perchè i Mass-Media mentono, e ne conosco i meccanismi. Ma sono ancora convinto che qualche messaggio è possibile farlo passare. E non si tratta di andare alla ricerca di voti, ma i 5 stelle si devono rendere conto, e sono sempre stati i primi a dirlo, che il paese cambia solo quando cambierà la mentalità degli italiani. Quindi più che un motivo di elettorato dovrebbe essere un motivo culturale a spingere i 5 stelle a portare un’idea nuova nelle case degli italiani. Non si può sperare di ribaltare i dogmi della civiltà attuale nella mente di 40enni e 50enni solo pubblicando articoli su facebook e sul blog. Altrimenti non resta che aspettare che le vecchie generazioni muoiano… basterà attendere 40 anni, poi forse queste idee saranno accettate, ma non abbiamo tutto questo tempo, e probabilmente queste idee saranno già obsolete allora.

Poi, diciamola tutta, se il 5 stelle vuole fare un’informazione solo su internet, almeno la faccia bene diamine! Vedere post su facebook e twitter dal titolo “Hanno approvato una porcata! Guarda qui …link…” poi clicchi e appare qualche notizia vecchia di mesi, oppure il sensazionalismo utilizzato nel comunicare le notizie senza distinguere tra quelle gravi e meno gravi, tra quelle importanti e meno importanti. Tutto questo atteggiamento è sinonimo di voler solo attirare click senza apportare un vero interesse all’argomento. Nessuna anticipazione, nessuna serietà, nessuna professionalità e nemmeno una seria continuità nello stimolare i lettori verso un argomento specifico (in questo periodo ci si sarebbe dovuti concentrare sulla battaglia del Jobs Act). Conosco moltissimi grillini che hanno tolto il “mi piace” alle pagine legate al 5 stelle, tze tze, e la cosa, solo per questo motivo.

Mi piacerebbe sapere chi ha scelto lo staff comunicativo, e perchè gli iscritti non possono avere voce in capitolo, l’obiettivo che lo staff si è posto è palesemente sbagliato! L’obiettivo dovrebbe essere quello di propagare le proprie idee e far conoscere il proprio operato, non quello di attirare click a vanvera. In fondo se ci pensate, le persone realmente interessate ad un argomento sono quelle che lo approfondiscono, che ne parlano agli altri e che a loro volta contribuiscono ad alimentare la catena di informazione. Quelle appunto, che dopo 50 click sensazionalistici smettono di seguire il blog perchè perdono la fiducia nella fonte e ritengono l’annuncio uno spam senza serietà, come risultato di una divulgazione nel puro stile di Fan Page e Giornalettismo. Le altre persone invece… quei click guadagnati in più, sono proprio le persone che dopo poco si dimenticano, non approfondiscono e non aiutano a divulgare. Che la strategia comunicativa sia sbagliata lo confermano i numeri, non per aver perso voti, ma perchè sono calati coloro che si interessano di seguire i lavori dei parlamentari 5 stelle, e proporzionalmente è calata la propaganda che ognuno di loro faceva all’interno delle proprie case, dai propri nonni, nei circoli e nei bar.

Alberto Fossadri

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DEMOCRATURA

Di Marco Travaglio – Ecco cosa accadrà se le “riforme” di Renzi, Berlusconi & C. entreranno in vigore: un regime da “uomo solo al comando” senza opposizioni né controlli né garanzie. Cari lettori, scriveteci il vostro pensiero sul modo migliore di opporci al rischio di questo disegno incostituzionale e piduista.

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1. CAMERA. La legge elettorale Italicum made in Renzi, Boschi, Berlusconi e Verdini conferma le liste bloccate (incostituzionali) del Porcellum, con la sola differenza che saranno un po’ più corte. La sostanza è che i 630 deputati saranno ancora nominati dai segretari dei partiti maggiori. Quelli medio-piccoli invece resteranno fuori da Montecitorio grazie a soglie di sbarramento spropositate: 4,5% per quelli coalizzati, l’8% per quelli che corrono da soli e il 12% per le coalizioni. Per ottenere subito il premio di maggioranza, il primo partito (o coalizione) deve raccogliere almeno il 37% dei voti: nel qual caso gli spetta il 55% dei seggi, pari a 340 deputati. Se invece nessuno arriva al 37%, i primi due classificati si sfidano al ballottaggio e chi vince (con almeno il 51%, è ovvio) incassa 327 deputati. Cioè: chi ha meno voti (37% o più) ha più seggi e chi ha più voti (51% o più) ha meno seggi. Una follia. Ma non basta: prendiamo una coalizione con un partitone al 20% e cinque partitini al 4% ciascuno. Totale: 40%, con premio al primo turno. Siccome nessuno dei partitini alleati supera il 4,5%, il partito del 20% incamera il 55% dei seggi. E governa da solo, confiscando il potere legislativo, che di fatto coincide con l’esecutivo a colpi di decreti e fiducie.

   2. SENATO. Con la riforma costituzionale, il “Senato delle Autonomie” sarà formato da 100 senatori non eletti: 95 saranno scelti dai consigli regionali (74 tra i consiglieri e 21 tra i sindaci) e 5 dal Quirinale (più i senatori a vita). Sindaci e consiglieriscadranno ciascuno insieme alle rispettive giunte comunali e regionali, trasformando Palazzo Madama in un albergo a ore: andirivieni continuo e maggioranze affidate al caso, anzi al caos. Di norma anche il Senato sarà appannaggio della maggioranza di governo. E comunque non potrà più controllare l’esecutivo: i senatori non voteranno più la fiducia né saranno chiamati ad approvare, emendare, bocciare le leggi. Esprimeranno solo pareri non vincolanti, salvo per le norme costituzionali. E seguiteranno a eleggere con i deputati il capo dello Stato e i membri del Csm e della Consulta di nomina parlamentare.

   3. OPPOSIZIONE. Nell’unico ramo del Parlamento ancora dotato del potere legislativo, cioè la Camera, i dissensi interni ai partiti di governo potranno essere spenti con il metodo Mineo e Mauro: chi non garantisce il voto favorevole in commissione alle leggi volute dall’esecutivo sarà essere espulso e sostituito da un soldatino del premier. Quanto al dissenso esterno, i partiti di opposizione saranno in parte decimati dalle soglie dell’Italicum. Per i superstiti, la riforma costituzionale disarma le minoranze istituzionalizzando la “ghigliottina” calata dalla presidente Laura Boldrini contro il M5S che tentava di impedire la conversione in legge del decreto-regalo alle banche: corsia preferenziale per i ddl e i dl del governo, che andranno subito all’ordine del giorno per essere approvati entro due mesi, con sostanziale divieto di ostruzionismo e strozzatura degli emendamenti.

   4. CAPO DELLO STATO. Malgrado lo snaturamento del Senato, che finora contribuiva per 1/3 all’Assemblea dei mille grandi elettori (nel 2013 erano 319 senatori, 630 deputati e 58 delegati regionali) e in futuro sarà relegato al 10%, nessuna modifica è prevista per l’elezione del presidente della Repubblica. Quindi potrà sceglierselo il premier (anche se ha preso soltanto il 20% dei voti) dopo il terzo scrutinio, quando la maggioranza dei 2/3 scende al 51%. Forte del 55% dei deputati da lui nominati, gli basteranno 33 senatori per raggiungere la maggioranza semplice dell’Assemblea e mandare al Quirinale un suo fedelissimo. Il che trasforma il ruolo di “garanzia” del Presidente in una funzione gregaria del governo e della maggioranza: il capo del primo partito si sceglie il capo dello Stato che poi lo nomina capo del governo e firma i suoi ministri e poi le sue leggi e decreti. Inoltre, dopo il precedente “monarchico-presidenzialista” di Napolitano, a colpi di invasioni di campo, il nuovo inquilino del Quirinale potrà arrogarsi enormi poteri d’interferenza in tutti i campi, giustizia in primis.

   5. CORTE COSTITUZIONALE. Se tutto cambia nella selezione di deputati e senatori, nulla cambia nell’elezione dei giudici costituzionali. Chi va al governo con l’Italicum (anche col 20% dei voti) controllerà direttamente o indirettamente ben 10 dei 15 giudici costituzionali: i 5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal capo dello Stato (gli altri 5 li designano le varie magistrature). Così, occupati i poteri esecutivo e legislativo, il premier espugna anche il supremo organo di garanzia costituzionale. E sarà molto difficile che la Consulta possa ancora bocciare le leggi incostituzionali, o dare torto al potere politico nei conflitti di attribuzione con gli altri poteri dello Stato.

   6. CSM E MAGISTRATI. Anche la norma del governo Renzi che anticipa la pensione dei magistrati dagli attuali 75 anni a 70 può diventare una lesione dell’indipendenza della magistratura. Il risultato infatti è la decapitazione degli uffici giudiziari, guidati perlopiù da magistrati ultrasettantenni. E i nuovi capi di procure, tribunali e Cassazione li nominerà il nuovo Csm, che sarà eletto nei prossimi giorni: per 2/3 (membri togati) dai magistrati e per 1/3 (membri laici). I laici, dopo l’accordo Renzi-B., saranno tutti (tranne forse uno indicato dai 5Stelle) di osservanza governativa. Tra questi verrà poi scelto il vicepresidente, indicato dal premier, mentre il presidente sarà Napolitano e poi il suo successore, anch’egli di stretta obbedienza renziana. Così i nuovi vertici della magistratura li sceglierà il Csm più “governativo” degli ultimi 40 anni, previo “concerto” del ministro della Giustizia Orlando. Ad aumentare l’influenza politica c’è poi il progetto ideato da Violante e ventilato da Renzi di togliere al Csm i procedimenti disciplinari di secondo grado per far giudicare i magistrati da un’Alta Corte nominata per 1/3 dal Parlamento e per 1/3 dal Quirinale, cioè a maggioranza partitica.

   7. PROCURATORI E PM. Per normalizzare le procure della Repubblica non c’è neppure bisogno di una legge: basta la lettera di Napolitano al vicepresidente del Csm Vietti che ha modificato il voto del Csm sul caso Bruti Liberati-Robledo e ha imposto una lettura molto restrittiva dell’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli del 2006-2007: il procuratore capo diventa il padre-padrone dell’azione penale e dei singoli pm, che vengono espropriati della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza “interna” (contro le interferenze e i soprusi dei capi). Secondo il Quirinale, “a differenza del giudice , le garanzie di indipendenza ‘interna’ del Pm riguardano l’Ufficio nel suo complesso e non il singolo magistrato” (e chissà mai chi può insidiare l’indipendenza “interna” di un’intera Procura). Così, nel silenzio del Csm e dell’Anm, il procuratore viene autorizzato addirittura a violare le regole organizzative da lui stesso stabilite, togliendo fascicoli scomodi gli aggiunti e ai sostituti, e avocandoli a sé senza dare spiegazioni. Per assoggettare procure e tribunali, basterà controllare un pugno di procuratori, senza più il bilanciamento del “potere diffuso” dei singoli pm.

   8. IMMUNITÀ. L’articolo 68, concepito dai padri costituenti per tutelare i parlamentari di minoranza da eventuali iniziative persecutorie di giudici troppo vicini al governo su reati politici, diventa sempre più uno strumento del governo per mettere i propri uomini al riparo dalla giustizia. L’immunità parlamentare, prevista in Costituzione per le Camere elettive, viene estesa a un Senato non elettivo, composto da sindaci e consiglieri regionali che per legge ne sono sprovvisti. Basterà che un consiglio regionale li nomini senatori, e nel tragitto dalla loro città a Roma verranno coperti dallo scudo impunitario, che impedirà a magistrati di arrestarli, intercettarli e perquisirli senza l’ok di Palazzo Madama. Il voto sulle autorizzazioni a procedere rimane sia alla Camera sia al Senato a maggioranza semplice (51%). Il che consentirà alle forze di governo (anche col 20% di elettori, ma col 55% di deputati) di salvare i propri fedelissimi a Montecitorio e di nascondere a Palazzo Madama i sindaci e i consiglieri regionali delinquenti. E poi, volendo, di mandare in galera gli esponenti dell’opposizione. 

   9. INFORMAZIONE. Le due leggi che l’hanno assoggettata al potere politico nel Ventennio B. – la Gasparri sulle tv e la Frattini sul conflitto d’interessi – restano più che mai in vigore. E nessuno, neppure a parole, si propone di cancellarle. Così la televisione rimane quasi tutta proprietà dei partiti. Il governo domina la Rai (rapinata di 150 milioni, indebolita dall’evasione del canone, fiaccata dai pessimi rapporti fra Renzi e il dg Gubitosi, e in preda alla consueta corsa sul carro del vincitore). E Berlusconi controlla controlla Mediaset (anch’essa talmente in crisi da riservare al governo Renzi trattamenti di superfavore). Intanto i giornali restano in mano a editori impuri: imprenditori, finanzieri, banchieri, palazzinari (per non parlare di veri o finti partiti, con milioni di fondi pubblici), perlopiù titolari di aziende assistite e/o in crisi e dunque ricattabili dal governo, anche per la continua necessità di sostegni pubblici per stati di crisi e prepensionamenti. Governativi per vocazione o per conformismo o per necessità.

   10. CITTADINI. Espropriati del diritto di scegliersi i parlamentari, scippati della sovranità nazionale (delegata a misteriose e imperscrutabili autorità europee), i cittadini non ancora rassegnati a godersi lo spettacolo di una destra e di una sinistra sempre più simili e complici, che fingono di combattersi solo in campagna elettorale, possono rifugiarsi in movimenti anti-sistema ancora troppo acerbi per proporsi come alternativa di governo (come il M5S); o inabissarsi nel non-voto (che sfiora ormai il 50%). In teoria, la Costituzione prevede alcuni strumenti di democrazia diretta. Come i referendum abrogativi: che però, prevedibilmente, saranno sempre più spesso bocciati dalla Consulta normalizzata. E le leggi d’iniziativa popolare (peraltro quasi mai discusse dal Parlamento): ma i padri ricostituenti hanno pensato anche a queste, quintuplicando la soglia delle firme necessarie, da 50 a 250 mila. Casomai qualcuno s’illudesse ancora di vivere in una democrazia.

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Fonte: Il Fatto Quotidiano del 06/0/2014.

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DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

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Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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Il paradosso dell’incostituzionalità del Porcellum

Sulla sentenza della Corte Costituzionale emanata ieri riguardo la legge elettorale, più nota come Porcellum, si è aperta una vera falla nel sistema democratico costituito.

Se una legge elettorale non è costituzionale, ne consegue che non sono legittimi tutti gli eletti secondo tale legge, come se non fossero mai stati eletti. Quindi tutte le leggi promulgate da quel parlamento sono state approvate da chi non aveva nessun titolo per farlo, e allo stesso modo tutte le tasse che sono state aggiunte. Il problema si complica però considerando che tutte le persone elette da un parlamento illegittimo non hanno nessun diritto di esercitare la loro carica, e non sono valide tutte le loro decisioni.
Di conseguenza il Parlamento elegge un Presidente della Repubblica (secondo mandato senza precedenti e già oggetto di critiche sulla sua costituzionalità), senza nessun titolo per farlo. Quindi un Napolitano incostituzionale garante della Costituzione che i partiti (eletti incostituzionalmente) vogliono cambiare… ma c’è di più, i parlamentari hanno eletto anche la Corte Costituzionale, che ha delegittimato la legge, quindi gli eletti, e quindi se stessa! E di conseguenza tutte le proprie decisioni, compresa la sentenza d’incostituzionalità della legge elettorale.
Quindi se la legge elettorale è valida, allora è incostituzionale, e dunque non è valida… se invece è incostituzionale allora è stata dichiarata tale da qualcuno che non aveva il potere di farlo. Un paradosso degno di una lezione di logica.
Fortuna che il governo le leggi non le rispetta comunque…

Lorenzo Piana

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