C’è ancora bisogno di competizione?

Cercando di dare un’immagine alla frustrazione che si prova certe volte, quelle volte che proprio non si riesce a capire perché la storia si ripeta sempre, perché la gente semplice debba sempre subire le angherie dei prepotenti, sono giunto alla conclusione che esiste una base culturale estremamente fondamentale di cui dobbiamo prendere coscienza se vogliamo veramente che le cose cambino.

La storia pare ciclica, altalenante, ma in realtà le variazioni all’ordinamento sociale che si sono susseguite nei secoli sono mezzi cambiamenti, distorsioni momentanee della realtà, che nel breve di pochi anni tornano a riflettere le stesse dinamiche sociali, economiche e culturali. Le rivoluzioni, l’evoluzione della filosofia, poco hanno realmente influito in quello che è il grande gioco della specie umana.

Il demone, l’archetipo che caratterizza l’istinto sociale della nostra specie è il senso del dominio. E questo si palesa negli appartenenti all’establishment come nel più miserabile degli sfruttati. L’uomo è veramente lupo dell’altro uomo, tutti i giorni. E non parlo delle guerre, dei giochi della grande finanza e del mondo del potere; parlo di ognuno di noi. Ci danniamo costantemente per avere un lavoro, per trovare un affare, per fare carriera o avere solo una piccola promozione aziendale. Per quale motivo lo facciamo? Per guadagnare di più? Forse… ma in termini reali questo in cosa si traduce? In una migliore posizione sociale. Aspiriamo ad acquisire una posizione di vantaggio, ma su chi? Sugli altri è ovvio. Vogliamo aggiudicarci il privilegio di faticare meno degli altri. Vogliamo assicurarci una posizione accattivante per attirare una “femmina”. Vogliamo poter garantire a noi stessi e alla nostra prole maggiori possibilità di successo. Perciò ci chiudiamo in un anfiteatro di lotta quotidiana, un vortice di agonismo che si chiama competizione.

E questo è il concetto base della nostra vita e del nostro lavoro, rimasto invariato da quando procacciavamo il cibo e prendevamo a mazzate gli invasori del nostro territorio, in barba all’invenzione della scrittura, della filosofia, con buona pace della rivoluzione francese e dell’abolizione della schiavitù.

La competizione è figlia del senso di dominio. Il nostro “dominus” è la nostra ambizione: vogliamo una posizione sociale di privilegio. È la nostra natura.

Ecco perché dagli antichi babilonesi, fino all’epoca liberale, le cose non sono mai cambiate. Le istituzioni si sono trasformate, hanno cambiato l’abito, ma sono rimaste le stesse. Si sono semplicemente adattate al nuovo contesto, alle nuove credenze, alle nuove consuetudini, ma l’ordinamento sociale e il costrutto competitivo sono rimasti immutati.

Certo, contestualizzando alcuni momenti storici le cose sono cambiate realmente, ma per poco. Un’onda di marea si abbatte sulla spiaggia con la stessa velocità con cui ritorna in mare. Così la rivoluzione francese ha dato nuove sembianze ad un antico regime, quello dell’aristocrazia e della plebe, trasfigurandolo in capitale e lavoro. Il senso del dominio ha fatto si che il “nuovo corso” seguito ad ogni evento rivoluzionario, sia politico che culturale, rifiutasse tutto ciò che non rappresentava se stesso e ne entrava in competizione. In questo modo, il “nuovo corso” da progressivo è diventato conservativo, e ha sempre dominato oppressivamente per mantenere se stesso nel nuovo status quo. È successo anche ai regimi socialisti, che tutto avrebbero voluto diventare meno che questo. Giunti al comando, hanno iniziato a mantenere il nuovo ordinamento in competizione con coloro che chiamavano “reazionari”. Il potere conserva sempre se stesso. È la natura del dominio.

Ma tralasciando i macrosistemi ed entrando su ciò che è personale, per gli individui ha senso competere?

Recentemente sono stati pubblicati studi storici interessanti. È stato dimostrato come le cinque famiglie più ricche della Firenze del XIV secolo, siano le stesse famiglie più ricche della Firenze odierna. Quasi settecento anni dopo! Lo studio prendeva spunto da una ricerca compiuta in Svezia anni fa, in cui era dimostrato che anche lassù, nella modernissima e funzionalissima Scandinavia, le famiglie più ricche e potenti di oggi sono le stesse del XVIII secolo. Pensa che caso! Stesso discorso seguendo la progenie delle casate reali ancora esistenti. Risalendo per ognuna l’intricato albero genealogico per circa mille anni, risultano quasi tutte ascendenti agli stessi personaggi, in primis a Carlo Magno (vissuto 1200 anni fa). A buon intenditor poche parole!

Dovreste capirlo, è impossibile competere con certa gente, loro dettano le regole del gioco! È come sfidare un cavallo a chi corre più veloce! Per quanto ci si impegni, è impossibile vincere la competizione. Come si fa a competere con aziende che fanno cartello sui prezzi, se i cosiddetti proletari fanno la gara al ribasso per avere un posto di lavoro? Come possiamo sopravvivere ad un sistema dove gli stipendi sono congelati da 30 anni ma i profitti delle aziende sono cresciuti di continuo?competizione

Eppure ci continuano a propinare questa favoletta, tipo il “sogno americano” che se ti impegni, anche tu puoi entrare a far parte di quelli che hanno successo. È la religione moderna, infarcita di film come “Alla ricerca della felicità” o “The Wolf of Wall Street”. E alcuni ci cascano, alcuni hanno un discreto successo e pensano di essere diventati dei capitalisti. Alcune aziende, o figure professionali, in particolare gli studi di consulenza, le società di servizi o prodotti per l’industria, hanno dirigenti che possono sì giocare in parte sul plus-valore, ma non dettano le regole del gioco. Sono solo intermediari del sistema, sono soggetti al volere dei veri capitalisti che per definizione sono coloro che detengono i mezzi di produzione.

È impossibile cambiare le cose se la percezione delle relazioni sociali rimane la stessa. L’ambizione principale di ogni individuo resta quella di competere con altri individui per garantirsi una posizione sociale, che di superiore non ha proprio nulla (perché faticare 10 anni per passare da commessa a cassiera quando nel mondo c’è chi nasce Lord, mi pare alquanto ridicolo!). Quindi se non oltrepassiamo questo tipo di logica, qualsiasi agglomerato di persone riunite in associazione o movimento politico, non farà altro che rimodellare le stesse dinamiche e dargli semplicemente un trucco di scena differente.

È su questo che bisogna lavorare! Ma il benessere dato dall’evoluzione scientifica e tecnologica (unica cosa in cui siamo realmente progrediti), non sta facilitando il compito, anzi! Dalla nascita del capitalismo, c’è chi ha intuito che proprio questo meccanismo mentale può rivelarsi utile e redditizio.

Dalla fine degli anni ’70 non si è fatto altro che alimentari interessi privatistici e particolari. Culturalmente si è distrutto quello che poteva rappresentare un’alternativa a questa visione di competizione sfrenata: il senso di comunità, solidarietà, associazionismo. Si certo, quando vince la nazionale di calcio siamo ancora tutti fratelli per qualche minuto, e quando un terremoto rade al suolo qualche comunità dell’appennino riusciamo ancora a trovare un briciolo di umanità, ma quando abbiamo l’opportunità di fare le scarpe agli stimatissimi colleghi del nostro ufficio per 100€ in più al mese non ci pensiamo due volte.

Ma realmente ci tenete a vendere l’anima e spezzarvi le ossa per potervi permettere una vacanza a Corfù invece che nella solita pozza d’acqua puzzolente dell’Adriatico, o per comprarvi un paio di scarpe alla moda a cui io di certo non farò mai caso (proprio perché le mie priorità sono altre)?

Competiamo l’un l’altro per delle briciole, perché in fondo se io circolo con una Punto piuttosto che con un’Audi, la differenza sta solo nelle convenzioni sociali, nella percezione delle cose. Perché state certi che l’Audi ti porta negli stessi posti della Punto.

Magari a me che della bella auto non frega nulla, frega di non vivere per lavorare, ben consapevole che la vera forma di ricchezza è il tempo. Perché non capirò mai la baggianata che la ricchezza si misura in valori econometrici (che in fondo la gran parte di noi nemmeno sa dove e come vengono stabiliti). Il tempo, da poter dedicare a ciò che interessa, a ciò che gratifica, a chi si ama, riempie la vita diversamente da qualche decina di cavalli del motore in più. E poi stai a vedere che col tempo risparmiato, con la Fiat Punto visito più posti di quelli che l’Audi se la possono godere solo la domenica pomeriggio (magari costretti ad accompagnare la moglie a fare shopping).

Il fatto è che io non ci sto ad avvalorare le tesi di Ludwig von Mises, secondo cui l’intero sistema economico è retto dall’invidia. E per lui in questo contesto l’invidia aveva un accezione positiva. Io proprio non voglio essere uno strumento giustificatore dell’invidia a cui proprio non riesco dare un valore “positivo”. Come non concepisco il perché per Adam Smith, nella sua teoria della “Mano Invisibile” la società prospera solo quando ognuno fa il proprio interesse, mosso dal suo egoismo.

Marx sosteneva che il “Valore” dato ad un prodotto con il “Lavoro” è dato dal tempo che serve nel processo produttivo per ricavare o trasformare quel prodotto. Secondo il pensatore di Treviri, l’uomo si distingue dall’animale quando comincia a produrre i propri mezzi di sussistenza: il lavoro e la produzione non sono quindi una condanna, bensì sono l’uomo stesso. Il lavoro è l’unica manifestazione della libertà umana.

Tuttavia, la condizione dell’uomo nella società capitalista si manifesta come alienazione: il prodotto del lavoro dell’uomo non è più suo, viene alienato dallo stesso uomo perché diventa proprietà privata dell’altro sotto forma di capitale. Non è l’operaio che adopera i mezzi di produzione ma viceversa. L’uomo non lavora più per se stesso, ma per qualcun altro sottoforma di merce lavoro (che è una merce peculiare perché l’uomo è l’unica merce capace di generare valore). A riprova di ciò si sente spesso definito il lavoratore come “capitale umano” di un’azienda.

Nella logica attuale il profitto è il Plus-Valore di una merce. Plus-Valore si traduce in Plus-Tempo che di fatto costituisce sfruttamento come furto del tempo altrui.

Per Marx, fino a che il lavoro è concepito come una prigione che sottrae tempo alle persone, impedendogli di esprimere appieno la loro umanità, l’uomo non potrà mai essere veramente libero.

Senza scendere nel banale, e senza esaltare l’ascetismo, prendiamo atto di una cosa. Ha scritto recentemente Massimo Fini: “tolto un tetto, dei vestiti e il cibo il resto è surplus”. Quindi, se il tempo è la vera ricchezza, è assurdo esaurire noi stessi per quel surplus. Soprattutto dopo che si è capito che del tempo impiegato per ottenerlo, buona parte non ritorna sottoforma di stipendio, o ricavo del piccolo artigiano, ma è sottratto dal sistema di produzione sotto forma di profitto e finisce ad ingrassare i patrimoni dei colossi finanziari.

E alla luce di ciò continuo a chiedermi: ha senso che tra noi poveracci sussista un clima di competizione?

Gandhi considerava la competizione come una forma di violenza, che mette gli uomini gli uni contro gli altri nel desiderio, mai placato, di avere o essere di più. Come dovreste aver già intuito, senso di superiorità è senso di dominio. Secondo il Mahatma, fondare un’economia sulla competizione significa stabilire, o rendere più solidi, i rapporti di forza.

Più globale è invece il pensiero di Juddu Krishnamurti che ci ha imposto una riflessione personale:

«Osservate cosa realmente sta succedendo in voi e al di fuori di voi stessi in quella cultura competitiva entro cui vivete, col suo desiderio di potere, posizione, prestigio, fama, successo, e tutto il resto – osservate i risultati di cui andate tanto orgogliosi, l’intero campo che chiamate esistenza e in cui c’è conflitto in ogni forma di rapporto, che alimenta odio, antagonismo, brutalità e guerre incessanti. Questo campo, questa vita, è quanto conosciamo, e poiché siamo incapaci di capire l’enorme lotta dell’esistenza ne siamo naturalmente spaventati e cerchiamo di evaderne in ogni sorta di modi sottilmente ingegnosi. Chiediamoci dunque, come esseri viventi in questo mondo mostruosamente brutto, se può avere fine questa società, fondata sulla competizione, sulla brutalità e la paura. Siamo, ciascuno di noi, responsabili di ogni guerra per l’aggressività della nostra vita personale, per il nostro nazionalismo, per l’egoismo, per i nostri dèi, pregiudizi, ideali; tutte cose che ci dividono. E soltanto rendendoci conto, non intellettualmente ma nella realtà dei fatti, come potremmo renderci conto d’aver fame o di sentire dolore, che voi ed io siamo responsabili di questo caos esistente, di tutta l’infelicità del mondo intero perché ad essa abbiamo contribuito nella nostra vita d’ogni giorno e perché facciamo parte di questa società mostruosa con le sue guerre, la sua bruttezza, la sua brutalità e ingordigia: solo allora agiremo».

Ancora più forte è la sentenza che ci fornisce e ci spinge a interrogarci su quanto l’uomo abbia fatto nel corso della sua storia, e su quanto dobbiamo fare:

«Considerando quello che il mondo è oggi, con tutta la sua miseria, i suoi conflitti, la sua sconcertante brutalità, l’aggressività e così via, l’Uomo è ancora com’era in passato: è ancora brutale, violento, aggressivo, competitivo, avido, e ha costruito una società basandosi su queste linee guida».

Quindi ritorno alla domanda che mi assilla: c’è ancora bisogno di competizione nel terzo millennio? Forse sì, forse no, io non mi considero la persona adatta a dare questa risposta. Certo è che per trasformare una società competitiva in una cooperante, servirà molto tempo. Occorre lavorare sul senso di comunità, ma è difficile che una generazione cresciuta a pane e agonismo sia capace di insegnare alle successive l’opposto. Quindi forse sì, ad oggi non siamo in grado di farne a meno, ma riconosco che con il grado di coscienza raggiunto dai tempi dell’uomo primitivo, la competizione non è più giustificabile, non è più accettabile. Preso atto di questo, possiamo lavorare sul nostro miglioramento. L’albero è maturo, iniziamo a cercare i rami da potare.

Alberto Fossadri

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-05-20/a-firenze-ricchezza-mano-stesse-famiglie-sei-secoli–155222.shtml?uuid=ADgKR4L
-Il Capitale – Marx ed Engels
http://www.uninomade.org/lavoro-e-tempo-di-lavoro-in-marx/
http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=25&id=447
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/andremo-a-sbattere-o-almeno-io-lo-spero/
-Gandhi – Christine Jordis
http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/attraversosecoli.htm

Post-STORIA, il futuro in BIANCO e NERO

La geopolitica internazionale segue l’evoluzione storica tracciata dalla televisione, ma lo fa in senso contrario ad essa; pochi canali in bianco e nero sono il segno di un tempo passato,che solo le generazioni non più giovanissime possono ricordare, per arrivare ai giorni nostri dove una moltitudine di canali a colori esprimono svariati contenuti.
La storia degli eventi geopolitici che si sta delineando percorre simbolicamente questo tracciato, ma in senso opposto.

Le parti in gioco

Quella che oggi sembra essere una seconda “guerra fredda”, cioè la situazione di tensione continua tra un blocco occidentale capeggiato dagli Stati Uniti e la Russia sulle questioni internazionali, non è altro che il frutto di una visione diversa del mondo, del futuro da tracciare e da percorrere per i prossimi decenni.
Da una parte l’occidente del modello “libertino”, dell’economia globale, per la cancellazione dell’identita’, delle sovranità, delle tradizioni e dell’etica; un occidente che mette a valore unico le comodità tecniche e un’inappellabile modernità materiale. Non più modello da inseguire per il resto del mondo ma macchina da guerra colonizzatrice, che impone la propria legge in campo culturale ed economico al resto del pianeta. Seppur più vasto e popolato, lo sta trascinando in una pericolosa avventura in mare aperto, nonostante gli evidenti scricchiolii ed il continuo imbarcare acqua della propria nave, che sempre più velocemente si sta inabissando. L’occidente, che stringe tra le mani bandiera di libertà, non lascia il diritto al resto del pianeta di organizzare una visione del futuro diversa dalla propria, basata sulle proprie tradizioni culturali, religiose, etiche; non permette di perseguire la missione storica dei vari popoli, ne di organizzare i propri modelli economici, giuridici, sociali, tecnologici ne politici.
L’occidente che vuole imporre un modello unico, universale, non è altro che un fenomeno locale sul pianeta ed i suoi tentativi di imposizione, si scontrano inevitabilmente con altre civiltà e culture; così nascono, quelle situazioni di tensione che non sempre finiscono con una “guerra fredda”.
Dall’altra parte non più l’Unione Sovietica, come nel passato, ma la Russia.
Un paese multiculturale che nega le pretese universali di un mondo globale occidentalizzato, che propone una visione multipolare, dove una varietà di culture libere di organizzare come meglio credono e con i propri mezzi, il loro futuro e sviluppo, tracciano obiettivi e delineano le proprie direzioni. Una nazione che crede nella cooperazione e nella solidarietà come punti d’incontro tra nazioni sovrane cultutralmente diverse, ma che vogliono raggiungere obiettivi condivisi. Non più l’Unione Sovietica, che imponeva anch’essa un modello unico, seppur in netto contrasto con quello occidentale, ma un modello semplicemente diverso che non può considerarsi, come in passato, anti-occidentale.
La russia infatti ha fatto pendolo tra un modello occidentalizzato e un proprio modello, che gli ha permesso di tornare alla ribalta tra le potenze mondiali raggiungendo un alto livello economico, militare e di aver ritrovato un peso specifico importante a livello geopolitico, visto che, si è delineata come paese leader per un blocco alternativo a quello capeggiato dagli Stati Uniti, per molti paesi asiatici, sudamericani e balcani che la vedono come primo affidale partner ed alleato.

Cosa succederà?

Con delle premesse di questo tipo, dove le parti contrapposte si trovano in continuo disaccordo sulle questioni internazionali e dove spesso una parte punta il dito contro l’altra, si può capire che un confronto sia imminente e che seppur rimandabile, prima o poi si dovrà affrontare. Chi il confronto oggi non lo può sostenere, è senza dubbio la Russia, per questo continua il suo pendolo di sfrenata occidentalizzazione alternata a decisioni e momenti di completa anti-occidentalizzazione.
Oggi la Russia, per potersi porre a modello alternativo necessita ancora di tempo per costruire una via propria da percorrere su solide basi di specificità morale, di giustizia, di religione e tradizione, che comunismo, post-comunismo e le sirene libertine occidentali degli anni passati avevano distrutto. La Russia deve ricostruire il proprio senso storico di nazione, ritornare anello unico di 2 mondi straordinari e completamente diversi, quali l’Europa e L’estremo Oriente. L’alternanza di scelte economiche e politiche che oscillano tra occidentalizzazione sfrenata e anti-occidentalizzazione sono il metodo, che il governo russo sta attuando da anni per cercare di guadagnare tempo, prima del confronto.
L’occidente da parte sua, oggi, può dirsi già pronto al confronto e si sta spingendo ad accelerare i tempi aumentando le tensioni, minacciando sempre più spesso di portare il mondo verso il baratro di una nuova guerra mondiale, ma qualcosa le impedisce di fare il passo decisivo limitando a continue e pericolose provocazioni e scaramucce la propria azione.putin-obama

Chi impedisce il confronto

Un possibile confronto tra questi blocchi porterebbe l’intero pianeta nel baratro di una nuova guerra mondiale le cui conseguenze avrebbero ritorsioni per un lunghissimo tempo sull’umanità. Nessun angolo del pianeta, nessuna nazione, potrebbe non subire direttamente o indirettamente questa situazione, tantomeno la Cina e l’Europa.
Cosi lontane e così diverse Europa e Cina si trovano ad essere, da anni, gli aghi della bilancia di una situazione che potrebbe cambiare il corso della storia.
Si spiegano così, da entrambe gli schieramenti, i continui “paternariati ed abbracci” per una e per l’altra parte seppur con metodi diversi. L’occidente che colonizza distruggendo gli stati nazionali imponendone la propria economia, cultura e dipendenza; dall’altra la cooperazione, i trattati e gli accordi commerciali che legano le nazioni alla Russia per comuni interessi.
La Cina si è legata negli ultimi anni ed è divenuto partner fondamentale della Russia, ha un’economia in forte espansione e scongiura un confronto tra i blocchi con i quali ha vantaggiosi rapporti economico commerciali. L’Europa che vive una situazione completamente diversa dal punto di vista economico è semplicemente troppo fresca per un’altra guerra, ed ancora fortunatamente, troppo diversa nonostante il progetto di unificazione in atto, per poter essere manipolata come un unico stato alleato.

Conclusione

A breve il percorso inesorabile della crisi economica e della globalizzazione, che l’occidente non accenna a fermare ed a cui non vuol rinunciare, accellera quel processo di avvicinamento ad un confronto inevitabile, tanto quanto l’atteggiamento pendolante della Russia prima o poi dovrà cessare, per capire a quale futuro vuole legarsi, se a quello dell’occidente o ad uno proprio. Europa e Cina sono chiamate nel frattempo a scegliere di schierarsi a favore della Storia o a dar vita alla Post-Storia.
La prima iniziata secoli fa, dove le diverse culture ed i vari popoli hanno portato un mondo a colori, ricco di varietà culturali, scoperte tecnologiche e scentifiche; l’altra, che ha già portato una parte del mondo alla standardizzazione, alla distruzione dell’etica, della morale e delle culture, per la creazione di un mondo in bianco e nero universalmente monocromatico e in grave crisi identitaria.

Opinione dell’autore

Europa Alzati!
Perde il senso dell’equilibrio,
colui che poggia i piedi sull’instabile terreno degli istinti.

Matteo Piantoni

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Il WTO e la Globalizzazione

Alcune riflessioni sul perché delle proteste e del malessere comune nei confronti delle grandi imprese e degli accordi della globalizzazione

Globalizzazione, libero mercato, competitività, PIL, queste sono le parole che sentiamo ogni giorno nelle discussioni dei media. Ma che cosa è realmente questo mito della Globalizzazione?
Quel che è chiaro a tutti, è che viviamo in un mondo in trasformazione, che condiziona qualunque cosa noi facciamo. Nel bene e nel male, siamo catapultati in un ordine globale che nessuno comprende del tutto, ma che sta mostrando i suoi effetti su tutti noi. Quando si pronuncia la parola Globalizzazione gli animi si caldano subito. Oggi si assiste a un dibattito sempre più acceso fra i contestatori dei mercati globalizzati da una parte e dall’altra i sostenitori dell’idea che il benessere economico mondiale richieda liberi scambi senza troppe regole politiche o sociali (Barnard, 2000).
La Globalizzazione dei mercati, secondo Susan Gorge “nasce nella sua forma più spinta più di 10 anni fa quando 135 nazioni sancirono la nascita del Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) con i suoi potentissimi accordi. Il problema è che praticamente tutto ciò che compone la nostra esistenza viene trasformato in merce di scambio: dall’istruzione, alla sanità, dalla cultura ai servizi bancari, dalle pensioni ai diritti fondamentali dei lavoratori; e poi la gestione degli asili,
l’alimentazione umana, quella animale… In sintesi, siamo come in vendita, sugli scaffali del supermercato globale.” Il WTO ha sede a Ginevra, e rappresenta oggi 153 governi, incluso quello
italiano. In teoria al timone del WTO ci dovrebbero essere i ministri del commercio dei vari paesi, ma nella realtà l’Italia e tutti gli stati d’Europa sono rappresentati nel WTO dalla Commissione Europea, che siede per tutti noi al tavolo delle trattative. Il grosso delle decisioni di rilevanza economico-politica in Europa viene preso a Bruxelles; il problema è che il “governo” europeo e la
Commissione Europea non hanno alcuna legittimità democratica, non essendo elette dalle popolazione Europea; vengono nominate dal presidente della commissione che a sua volta è scelto dai capi di stato e di governo dei singoli paesi membri. Da questo tavolo sono usciti gli accordi sul commercio globale, ed è precisamente contro questi accordi che e’ esplosa la protesta a Seattle nel 1999, con l’accusa che si tratta di regole dotate di poteri enormi, troppo spesso superiori a qualunque legge degli stati nazionali. L’ingresso nel Wto comporta infatti l’accettazione di tutte le sue regole, con un conseguente importante sforzo legislativo e di aggiornamento per applicare tali regole all’interno del paese aderente, nonché la riduzione dei dazi doganali e delle barriere alla prestazione di servizi. Il risultato per il paese aderente è l’eliminazione di molti ostacoli burocratici al commercio, la perdita di molte rendite ad essi legate, ma anche la modifica del ruolo dello Stato nell’economia (Parenti, 2011). I paesi che hanno aderito all’Ue hanno volontariamente rinunciato a parte della propria sovranità. Lo Stato, o meglio i politici, incapaci o collusi, hanno firmato questi accordi, svendendo ogni sovranità e rendendo la democrazia, la costituzione e il welfare state dei termini obsoleti. Come documentato dall’ inchiesta di Paolo Barnard per Report, l’On. Domenico Gallo, senatore proprio in quel periodo sostiene che non c’è stato un dibattito politico pubblico né riservato, le questioni non sono state oggetto di confronto politico in Italia. Scarsa fu anche la sensibilità parlamentare. Tutto e’ stato vissuto non come un evento di grande importanza globale, ma come un passaggio obbligato, come una festa della modernità, dove non c’era niente da dire perché andava tutto per il meglio. “L’idea di creare un’organizzazione che presidi e favorisca il regolare svolgimento del commercio internazionale in un ottica neoliberista ha una genesi simile a quella che portò alla creazione della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Il Wto, infatti, ingloba e sostituisce il Gatt che aveva visto la luce nel 1948, come accordo provvisorio in attesa che si completassero i negoziati per la creazione di un’organizzazione internazionale del commercio. Dalla nascita del Gatt, nel 1948,al 2007 il mondo nel suo insieme ha perseguito una politica volta a facilitare e a liberalizzare gli scambi internazionali prima delle merci e più recentemente anche dei servizi. I risultati di questa liberalizzazione su scala globale sono stati impressionanti. In quasi sessant’anni il mondo ha aumentato la propria ricchezza complessiva di circa otto volte e il volume delle esportazioni di merci di quasi venti volte, con un incremento del commercio generalmente maggiore della crescita del Prodotto interno lordo” (Parenti, 2011, pag.43)

Il livello dello scambio mondiale comprende un sempre maggior numero di beni e servizi, ma la differenza sostanziale sta nel livello dei flussi finanziari e di capitale. Legata come è al denaro elettronico e all’accomulazione di capitali, l’attuale economia capitalista mondiale non ha equivalenti nel passato. La globalizzazione però non è solo un fatto economico, ma come abbiamo visto è politica, culturale e tecnologica, oltre che economica, e si è diffusa soprattutto con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione. La comunicazione elettronica istantanea non è soltanto un modo per trasmettere più velocemente, e in ogni parte del mondo, notizie o informazioni. Attraverso un semplice clic del mouse, si possono facilmente destabilizzare quelle che sembravano solide economie, spostando ingenti capitali, speculando sul debito delle nazioni e sui titoli derivati. Il valore del denaro varia da un istante all’altro a causa delle fluttuazioni sui mercati internazionali, dai giudizi espressi dalle agenzie di rating e dal volere dei grandi possessori di capitali. Il mercato globale è molto più sviluppato che negli anni ‘70 ed è indifferente ai confini delle nazioni, le quali hanno perso gran parte della sovranità che avevano un tempo, così come i politici hanno perso la loro capacità di influire sugli eventi: non c’è dunque da stupirsi che ormai siano in pochi a rispettare i leader politici, né abbiano interesse a quanto essi dicono (Giddens, 2000). L’epoca dello stato-nazione è finita e i cittadini dell’ Unione Europea lo stanno sperimentando sulla loro pelle, mentre l’ Occidente sembra non abbia nemmeno iniziato a ragionare seriamente sulla sostenibilità di questa nostra società alimentata dai consumi e dal credito. (Bauman, 2007)
Nonostante le conseguenze disastrose per gran parte della popolazione, le multinazionali e le loro lobby sollecitano ulteriori liberalizzazioni del mercato, sostenute da potenti alleati. I più influenti tra questi sono tre organizzazioni internazionali che hanno portato avanti attivamente la globalizzazione neoliberista: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tra le tre istituzioni della globalizzazione, l’Organizzazione Mondiale del Commercio è quella che si dà da fare nel modo più aggressivo per gli interessi delle aziende. Questo significa anche opporsi a norme internazionali per la protezione dei diritti umani e dell’ambiente sancite da altre organizzazioni internazionali ( es. per i diritti umani, dei lavoratori, dei minori, etc.), che purtroppo hanno meno poteri coercitivi del WTO. Nell’ Organizzazione Mondiale del Commercio ogni paese dei 153 attuali membri ha diritto a un voto. Tuttavia la maggior parte delle votazioni si conclude a favore delle ricche nazioni industrializzate. Per molti paesi poveri non è economicamente possibile partecipare alle numerose votazioni della commissione a Ginevra. Ancora più problematico è il fatto che comunque i paesi più poveri sono in una posizione sfavorevole e non possono minimamente influire sui dettagli dei contratti messi ai voti; a causa delle loro molteplici dipendenze dalle nazioni industrializzate spesso non hanno il coraggio di opporsi alle loro decisioni. (Werner-Lobo, 2009). L’Organizzazione Mondiale del Commercio si prefigge il compito di proteggere gli interessi dei proprietari di capitali, delle imprese del commercio globale grazie ad accordi internazionali. Può imporre questi accordi in tutto il mondo per mezzo di sanzioni commerciali. Se un paese non rispetta gli accordi deve modificare le sue leggi o pagare multe non indifferenti. Possono venire penalizzate le esportazioni dei singoli paesi, o di interi blocchi come la Comunità Europea. In questo modo l’organizzazione mondiale del commercio è in grado di far valere i diritti delle multinazionali anche se vanno contro il volere democratico dei cittadini dei paesi membri (Wallach, Sforza, 2002). Le tre organizzazioni rappresentano quasi tutti i paesi del mondo, ma in effetti le ricche nazioni industrializzate hanno molta più voce in capitolo rispetto agli stati più poveri. Nessuna delle tre organizzazioni è sottoposta a controllo democratico, e coloro che prendono le decisioni al loro interno non sono stati nominati democraticamente ma designati dei singoli governi. Le trattative avvengono a porte chiuse e i documenti importanti sono tenuti sottochiave. Questi procedimenti poco trasparenti lasciano ovviamente il campo libero alle influenze delle lobby economiche.
I ricchi paesi industrializzati hanno ceduto alla pressione dei grandi gruppi industriali concedendo loro molte libertà, invece di obbligarli alla protezione dell’ambiente e dei diritti umani. Questa politica viene definita neoliberista, e, a differenza del liberalismo politico, che mira alla libertà di tutti membri di una società, il neoliberismo fa riferimento soltanto alla libertà di mercato. In pratica, siamo arrivatial punto in cui soprattutto i grandi gruppi e le persone molto ricche abusano della globalizzazione per i propri interessi e si arricchiscono ulteriormente per mezzo di sfruttamento, guerre, danni all’ambiente o speculazioni finanziarie (Werner Lobo, 2009 ; Wallach, Sforza, 2002).

Chi ha interessi nella globalizzazione neoliberista promuove la privatizzazione di beni e servizi pubblici e l’eliminazione barriere economiche, di regole sociali, ecologiche e per il rispetto dei diritti umani. Privatizzazioni e deregolamentazioni fanno parte inesorabilmente della globalizzazione neoliberista, e a rischio ci sono le basi della sussistenza di tutti gli esseri viventi; beni primari che dovrebbero essere pubblici vengono svenduti alle grandi imprese, e molte nazioni sono in ginocchio per ripagare un debito che non è contratto dai cittadini ma dalle istituzioni politiche e economiche che si spartiscono il bottino.
Spostando capitali e speculando sulle vite di miliardi di cittadini si sono fatti parecchi profittii negli ultimi decenni, mentre le statistiche sul potere finanziario di banche e multinazionali fanno capire che le istituzioni politiche prendono solo gli avanzi, mentre i cittadini sono sempre più schiavi di un debito che costringe lo Stato a svendere la forza lavoro, i beni pubblici e i diritti civili. Quasi non esistono leggi valide che lo impediscano. La globalizzazione ha reso i gruppi multinazionali i signori del mondo. Fanno pressione sui governi, traggono profitti dallo sfruttamento, dalla violazione dai diritti umani e dalla distruzione dell’ambiente e inoltre mettono a repentaglio la democrazia. C’è chi sostiene che la globalizzazione stia creando un mondo fatto di vincitori e vinti, la cui vita assume sempre più una connotazione fatta di stenti e disperazione, aumentando le disparità a livello mondiale e peggiorando la situazione dei più poveri. E infatti le statistiche ce le abbiamo ogni giorno sotto gli occhi. In molti dei paesi meno sviluppati, inoltre, la legislazione in materia ambientale e di sicurezza o è scarsa o inesistente, e certe imprese transnazionali vi esportano merci di scarto o bandite nei paesi industriali. Insieme con i rischi ambientali ai quali è collegata, la crescente disuguaglianza è il problema più serio per la società globale (Giddens, 2000). Oggi nell’economia globale l’Unione europea rimane il più grande e coeso blocco commerciale al mondo e gli Stati Uniti la nazione più ricca in assoluto, mentre paesi come la Cina, l’India e il Brasile sembrerebbero essere lo sviluppo futuro dell’economia internazionale, sebbene con molte preoccupazioni per i posti di lavoro sottratti ad un Occidente che si trova a far fronte alla delocalizzazione delle imprese e una deindustrializzazione alquanto preoccupante. Esistono diversi paesi che non hanno potuto approfittare di questa liberalizzazione del commercio, insieme alle sue deregolamentazioni, che non solo hanno perduto posizioni nel mercato internazionale, ma hanno visto il loro benessere ridursi notevolmente nel corso di questi ultimi anni. La gran parte del continente africano, o meglio del sud del mondo è purtroppo la testimonianza più evidente di questa situazione lungo la storia moderna (Parenti, 2011).
Spalancare le porte di un paese al libero mercato, e dunque alle privatizzazioni e alle deregolamentazioni, può compromettere un’economia di sussistenza locale: un’area che diventa dipendente dalla vendita di pochi prodotti sui mercati internazionali è molto vulnerabile alle variazioni dei prezzi così come ai mutamenti tecnologici,all’avidità delle aziende e delle istituzioni non solo economiche, ma anche politiche.

La globalizzazione di oggi non è una catastrofe naturale, viene portata avanti di proposito dalle lobby delle grandi aziende e dai governi. Le multinazionali sono imprese quotate in borsa, delle quali privati o istituzioni, per la maggior parte banche, possiedono partecipazioni sotto forma di azioni. Ogni gruppo multinazionale deve procurare ai propri azionisti molti profitti nel minor tempo possibile, altrimenti costoro comprano le azioni da altre imprese. Grazie alle loro dimensioni le multinazionali hanno il potere di mettere sotto pressione i governi di singoli paesi,organi di controllo, amministrazioni . Possono minacciare gli stati, come abbiamo visto, di trasferire la produzione in paesi con tasse, stipendi e standard ecologici più bassi. Mentre i proprietari di capitali depositano i loro capitali sempre più spesso nei cosiddetti paradisi fiscali che impongono tasse minime o non ne impongono affatto. Per paura di questo, gran parte dei governi riduce talmente tanto gli standard sociali ed ecologici e le tasse su patrimoni e utili. Proprio coloro che guadagnano molto e i potenti dell’economia non contribuiscono quasi più al finanziamento dello stato e del sistema sociale. Dall’altro lato, i cittadini-consumatori e le piccole imprese pagano sempre più tasse e contributi, nonostante traggano sempre meno vantaggi dal nostro “Welfare” State.
Le grandi imprese e i loro proprietari hanno potenti organi di rappresentanza e questi organi cercano di influenzare il governo direttamente o di esercitare un’azione sull’opinione pubblica tramite i media. Tale attività si definisce lobbismo. Gli organi che rappresentano gli interessi delle elité economiche, grazie al loro potere finanziario, hanno molte più possibilità, rispetto ai cittadini, alle associazioni e ONG di mettere la casta politica e i media sotto pressione. (Werner lobo, 2009; Wallach, Sforza, 2002). Per questi motivi la nostra democrazia, la nostra sicurezza sociale e il benessere della gran parte della popolazione mondiale sono in pericolo. Nella maggior parte dei paesi democratici, i livelli di fiducia nei politici sono crollati nel corso degli ultimi anni mentre è in crescita il numero di quanti si dicono disinteressati alle attività parlamentari, specialmente fra le giovani generazioni. I cittadini dei paesi democratici sembrano disillusi nei confronti della democrazia. A giudicare dalle proteste in Europa, su un piano economico, essi non credono che i politici siano in grado di rapportarsi alle forze che stanno muovendo il mondo, molte delle quali vanno ormai oltre il livello dello stato-nazione. Non c’è da sorprendersi che i più attivi decidano di dedicare le proprie energie a gruppi d’interesse, dal momento che questi ultimi promettono ciò che la politica tradizionale non sembra più in grado di mantenere: la partecipazione civica. I leader politici nazionali dunque, sono diventanti impotenti di fronte alle forze che ridisegnano il mondo (Giddens, 2000). Gli scandali per corruzione politica, e collusione tra Stato e imprese in tutto il mondo negli ultimi anni non sono un caso; piuttosto, in una società dove l’informazione è aperta e accessibile a tutti essa risulta più visibile. La condivisione sul web, unitamente ai servizi offerti dal web 2.0 forniscono dei mezzi di comunicazione potentissimi nel veicolare notizie e informazioni.

Negli ultimi anni l’Europa è diventata sempre più ricca; tuttavia anche da noi sono stati soprattutto i ricchi e i potenti gruppi multinazionali a moltiplicare i loro beni, mentre coloro che appartenevano alle classi sociali inferiori e le piccole aziende sono diventati sempre più poveri.
Le piccole e le medie imprese pagano, in confronto ai grandi gruppi multinazionali, nettamente più tasse e contributi. Eppure sono loro che assicurano i posti di lavoro: “negli ultimi anni le piccole medie imprese con meno di 500 dipendenti hanno creato 5 milioni di nuovi posti di lavoro, mentre aziende con più di 500 dipendenti hanno tagliato 5 milioni di posti”, cos’ ha riferito il presidente dell’Unione Europea degli imprenditori (Werner-Lobo, 2009).

Conclusioni
Da due secoli abbiamo sviluppato una civiltà materiale e una potenza produttiva mai prima conosciute. Questa civiltà si scontra oggi con i limiti dello sviluppo: sono i limiti del pianeta stesso. Il pianeta è in pericolo e gli scenari più pessimistici sembrano superati da processi irreversibili di distruzione dell’ambiente. L’emergenza ecologica esige trasformazioni radicali dei nostri stili di vita, ma questi mutamenti non possono concepirsi che in un nuovo rapporto con il tempo. Reintrodurre la vicinanza e la lentezza nei processi di produzione e di consumo, ridurre i tempi di lavoro, disalienarci dalla nostra condizione di lavoratori e consumatori forsennati; queste sono le poste in gioco essenziali. Bisogna trasformare i nostri ritmi sociali per ritrovare il tempo di vivere (Latouche, 2011). La globalizzazione è un mito culturale che fa parte inesorabilmente delle nostre vite; la logica del profitto è l’imperativo categorico che ci viene trasmesso culturalmente e socialmente. Competizione, conflitto, individualismo, avidità, homo oeconomicus non sono nati con l’avvento della globalizzazione economica, ma vengono accentuati da un modello economico che li associa al successo e alla realizzazione individuale. E’ paradossale, ma in questo sistema globalizzato siamo noi a difendere il funzionamento del mercato, dove a diversa offerta corrisponde una diversa scelta. Proprio questo è il punto debole del WTO: può condizionare interi stati ma non può obbligare i cittadini a consumare quello che loro vogliono.”
È nostro compito –del ceto medio- scegliere se vogliamo continuare a sostenere gli interessi di una minoranza ricca o se vogliamo scendere i campo dalla parte dei discriminati per una ripartizione più equa dei beni. Le multinazionali non sono quei mostri imbattibili che noi immaginiamo, ed il loro comportamento dipende dalle nostre scelte. Alla fine il nostro problema non è la mancanza di strumenti di intervento. La globalizzazione non riguarda solo il “trasferire” le sovranitá dalle nazioni nell’arena globale anche se questa è una delle sue conseguenze. Le nazioni in realtà perdono parte del potere economico che avevano e ciò comporta anche un effetto opposto: la globalizzazione spinge verso il basso, creando nuove pressioni a favore dell’autonomia locale. La nazione diventa troppo piccola per risolvere i grossi problemi ma anche troppo ampia per risolvere quelli piccoli. Il nazionalismo locale sorge come risposta alle tendenze globalizzanti, nella misura in cui si indebolisce la tenuta dei vecchi stati-nazione (Giddens, 2000)

F. B.

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FONTI, BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:
– Bauman, Z., (2007) “Homo Consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi”, Centro Studi Erickson: Gardolo
– Barnard, P., (2000) “I Globalizzatori”, inchiesta Report del 9/06/2000 http://www.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-cf605212-430b-4cea-8a19-8e0a36199f8e.html
– Giddens, A., (2000) “Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita”, Il Mulino: Bologna
– Latouche, S., (2011) “Il tempo della decrescita. Introduzione alla frugalità felice”, Eleuthera: Milano
– Parenti A., (2011) “Il WTO”, Il Mulino: Bologna
– Wallach, L., Sforza, M., (2002) “Wto: tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale”, Feltrinelli: Milano
– Werner-Lobo, K., (2009) “Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere”n Newton&Compton: Roma

Il memorandum McCollum e il pretesto di Pearl Harbor

Sull’11 settembre 2001 molti hanno suggerito spiegazioni complottiste. Pochi invece hanno parlato del grande inganno della Casa Bianca dietro l’attacco giapponese di Pearl Harbor, laddove i documenti dimostrano ampiamente come davvero – in quel caso – la presidenza americana volle, cercò ed ottenne un attacco proditorio da parte dei giapponesi per avere un casus belli in grado di trascinare l’intera nazione americana in un’avventura bellica.

di Stefano Schiavi

L’11 settembre 2001 è una delle tante date storiche per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Un giorno che difficilmente potrà essere dimenticato e che verrà celebrato nei libri di scuola come l’inizio del grande scontro tra l’Occidente e l’integralismo islamico. Un giorno che grida vendetta e che ha inorridito il mondo. Proprio come l’alba del 7 dicembre 1941. Un giorno come tanti per le isole Hawaii dove il clamore della guerra non giunge nemmeno attraverso la radio. Gli Stati Uniti del New Deal sono tranquilli, il presidente Franklin Delano Roosevelt ha assicurato che non entrerà in guerra al fianco dei cugini britannici che laggiù, in Europa, rischiano seriamente di capitolare dinanzi la forza distruttrice delle truppe di Adolf Hitler. Il non intervento era stato uno dei cavalli di battaglia per la terza rielezione del presidente che era riuscito a dare un nuovo corso a quell’America uscita con le ossa rotte dalla catastrofe economico-finanziaria che era stata la grande depressione del 1929.

Eppure quel giorno di routine come tanti, sarebbe entrato nella storia degli Stati Uniti e del resto del mondo. Un giorno che avrebbe cambiato le sorti della Seconda guerra mondiale. Ma che cosa hanno in comune l’attacco a Pearl Harbor con quello alle Torri Gemelle? Molto. Più di quanto si possa immaginare. Soprattutto per quel che riguarda l’intelligence e la ragion di Stato. Anche se per quanto concerne l’11 settembre 2001 la verità è ancora lontana e difficilmente riusciremo a saperla in breve tempo. Resta il fatto che tutti e due i tragici accadimenti sono stati la scintilla che ha scatenato l’intervento militare statunitense. Insomma, almeno per quanto riguarda Pearl Harbor, una “scusa” necessaria, voluta e cercata nonostante l’alto tributo di sangue che ne sarebbe derivato. Un attacco proditorio ed impensabile fino a quel giorno, tranne che per Franklin Delano Roosevelt, il capitano di fregata Arthur McCollum ed i vertici dell’intelligence statunitense.

Ma cosa c’entrano questi uomini con l’attacco scatenato dalle Flotte Combinate dell’Imperatore Hirohito? C’entrano per il semplice motivo che furono loro gli artefici di quello che passò alla storia come “l’attacco di Pearl Harbor”. La solita propaganda antiamericana propinata agli ignari lettori proprio mentre nel mondo infuriano guerra e distruzione?

Nulla di tutto questo. La storia, si sa, ha i suoi tempi di “decantazione” e dopo molti anni rivela all’opinione pubblica quanto di più nascosto, ed indicibile, era riposto nel fondo degli scrigni della memoria ma, soprattutto, nel fondo degli archivi dei servizi segreti.

Ogni nazione che si rispetti ha i suoi scheletri nell’armadio e Washington non fa eccezione. Il “grande inganno di Pearl Harbor” è forse uno dei più importanti. Inganno, che a ben guardare, sarebbe più esatto classificare come, rimanendo in tema con l’attualità dei nostri giorni, “la madre di tutti gli inganni”. Uno “splendido” lavoro dell’allora nascente intelligence statunitense.

Il Freedom Of Information Act

La verità di quel terribile 7 dicembre 1941, che tante similitudini sembra appunto avere con l’11 settembre 2001, era nascosta nelle pieghe delle migliaia di documenti classificati “Top Secret” che affollano gli archivi della Cia, del Fbi, del Pentagono, del Dipartimento di Stato, del servizio di intelligence della Us Navy, del più recente Nsa e della miriade di servizi segreti che costellano il panorama politico-militare statunitense.

Se la verità su quell’improvviso (?) attacco giapponese alla flotta del Pacifico degli Stati Uniti è venuta a galla, lo si deve alla tenacia e a ben 14 anni di ricerche effettuate da Robert Stinnet, un giornalista americano, che ha rivelato al mondo come, nonostante le apparenze, non fu poi tutta colpa di Tokyo se Washington entrò in guerra. Nel libro “Day of deceit. The truth about Fdr and Pearl Harbor”, Stinnet mette a nudo il cinismo di quello che tutti gli americani, di ogni estrazione sociale, fede politica, razza e religione, consideravano (dopo Washington, Franklin e Lincoln) uno dei padri della patria. Fu infatti Roosevelt, senza ombra di dubbio, a condurre una vera e propria politica della provocazione per indurre l’Imperatore giapponese a firmare l’ordine d’attacco.

Il presidente statunitense era costantemente al corrente di quanto stava accadendo e pur sapendo che la guerra era ormai alle porte si guardò bene dall’informare i comandi delle truppe di stanza alle isole Hawaii.

Follia, incredulità, calcoli sbagliati? Nulla di tutto questo. Roosevelt voleva che tutto accadesse senza curarsi di danni e vittime. Effetti collaterali, come li chiameremmo oggi, necessari ad uno scopo irrinunciabile: l’entrata in guerra al fianco della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica. Insomma, la Casa Bianca lasciò deliberatamente che Tokyo attuasse indisturbata un atto di guerra nei suoi confronti per consentire al democratico ed anti-interventista (ma solo a fini elettorali) Roosevelt di entrare in guerra.

Il memorandum che incrimina la Casa Bianca

Nel marasma dei documenti analizzati ve ne è uno di particolare importanza: il Memorandum McCollum. Arthur H. McCollum, nato e vissuto in Giappone, da genitori americani, di cui conosceva usi costumi ma soprattutto la lingua e la mentalità, era un capitano di fregata della Marina statunitense e come tale aveva prestato servizio, seppur per un breve periodo, presso l’ambasciata Usa di Tokyo. McCollum, però era soprattutto un agente del Nio, il Naval Intelligence Office di Washington l’unico abilitato a fornire informazioni di intelligence e documenti di analisi strategica alla Casa Bianca. Fu proprio McCollum a fornire al presidente Roosevelt il Memorandum che lo convinse sulla necessità di sacrificare tante vite americane pur di avere l’opportunità di entrare in guerra contro la Germania e l’Italia degli odiati dittatori Hitler e Mussolini. Il 7 ottobre 1941, due mesi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, l’agente del Nio entrò nella Sala Ovale della Casa Bianca consegnando al presidente statunitense quel documento che cambierà la storia. Sui pochi fogli redatti dall’ufficiale si ipotizzava uno scenario a dir poco apocalittico: l’Europa occupata dalle truppe nazi-fasciste e, con la sconfitta militare britannica, un quasi immediato “effetto domino” in America dove i territori posti sotto il controllo di Londra in America centrale, meridionale e nei Carabi ma anche il Canada sarebbero caduti nelle mani di Berlino così come la flotta del Mediterraneo e dell’Atlantico. Era ovvio che da un simile catastrofico scenario ad uno che prevedesse l’attacco diretto agli Usa il passo era breve. Era dunque evidente, e necessario, entrare in guerra al fianco di Londra se non altro per tenere lontana la guerra dal proprio territorio. C’era però un problema non da poco, per la Casa Bianca, da dover risolvere: come avrebbero preso una tale scelta gli elettori americani? Non certo bene a giudicare dai dati di un sondaggio effettuato nel settembre del 1940 (ad un anno dall’inizio della guerra in Europa) secondo il quale quasi il 90% degli americani era ben deciso a rimanere fuori dal conflitto. In più c’era una sorta di “patto” con la nazione da dover rispettare. Roosevelt aveva infatti assicurato gli elettori (“I assure you again, and again, and again…”), e le famiglie americane, che mai nessun “nessun ragazzo americano sarà sacrificato su campi di battaglia stranieri”.

Come era possibile ovviare a questo problema di non poco conto? A fornire la risposta fu sempre il “Memorandum McCollum” (un documento simile a quello nel quale la Cia, 60 anni dopo, assicurava che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa). Si doveva provocare il Giappone e costringerlo ad attaccare gli Stati Uniti e, per effetto del “Patto Tripartito” firmato tra Germania, Italia e Giappone il 27 settembre del 1940 a Berlino, Washington sarebbe automaticamente scesa in guerra al fianco del cugino britannico contro il “RoBerTo” (una sorta di “stati canaglia” dell’epoca). In fondo Londra era rimasta l’unico baluardo alla straripante potenza delle forze dell’Asse che ora, con l’alleato giapponese, potevano espandere le loro mire anche nel Pacifico. Washington non poteva dunque rimanere a guardare.

McCollum, dimostratosi un accorto stratega oltre ad un ottimo agente di intelligence propose al Presidente otto linee di azione per provocare l’inevitabile risposta di Tokyo:

1 )      accordarsi con Londra per l’utilizzo della base navale di Singapore.

2 )      Accordarsi con l’Olanda, il cui governo era in esilio in Gran Bretagna, per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi (Sumatra, Borneo, Giava etc…).

3 )      Incrementare gli aiuti al governo nazionalista cinese in guerra con il Giappone.

4 )      Inviare incrociatori pesanti a ridosso delle acque territoriali giapponesi.

5 )      Inviare sommergibili sempre nelle stesse acque di cui sopra.

6 )      Mantenere la flotta americana, all’epoca nel Pacifico, a Pearl Harbor.

7 )      Fare pressioni sull’Olanda affinché negasse le materie prime delle Indie Olandesi al Giappone, compreso il petrolio necessario per la guerra in Cina.

8 )      Imporre un embargo totale al Giappone, d’intesa con Londra, per strangolare l’economia del Sol Levante.

Roosevelt decise di applicare alla lettera l’elenco di “pressioni-provocazioni” intraprendendo una serie di azioni che porteranno poi all’attacco di Pearl Harbor ed al conseguente ingresso nel conflitto mondiale.

Nel settembre 1940 Roosevelt fa approvare dal Congresso il “Draft Act” che gli conferisce la facoltà di aiutare la Gran Bretagna e di convertire le industrie nazionali alla produzione bellica.Nell’ottobre 1940 la Casa Bianca decide di trattenere alla Hawaii le navi di stanza nel Pacifico per un’esercitazione sguarnendo tutte le altre basi della costa continentale. Alla fine del 1940 scatta un embargo petrolifero congiunto al quale aderisce l’Olanda. Vengono avviate trattative che risulteranno poi volutamente inutili. Nel 1941, la Us Navy invia più volte incrociatori nelle acque territoriali giapponesi. Vibranti proteste di Tokyo. Nel febbraio 1941, viene ristrutturata la flotta americana. Fino ad allora unica, viene divisa in Flotta Atlantica e Flotta del Pacifico, questa agli ordini dell’ammiraglio Husband Kimmel. L’11 marzo 1941, il Congresso approva il Lend-Lease Act che attribuisce al presidente Usa la facoltà di aiutare tutti i paesi in guerra contro Italia, Germania e Giappone, con prestiti volti all’acquisto del materiale bellico che le industrie americane stavano producendo.

Verso la guerra

L’embargo petrolifero messo in atto dagli olandesi e dagli statunitensi cominciava a mettere alle corde il Giappone che cadde nel piano organizzato da Roosevelt. Le riserve scarseggiavano, e i negoziati stagnavano, a tal punto che il neo governo giapponese decise l’invasione delle Indie olandesi fonte di approvvigionamento. Prima dell’occupazione, però, bisognava “immobilizzare” la flotta statunitense. Era il settembre 1941 quando l’alto Ammiragliato giapponese, nella persona dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto, cominciò a pianificare l’attacco che prevedeva due direttrici principali: la prima avrebbe colpito Pearl Harbor con una serie di bombardamenti aerei (come poi avvenne). La seconda, poche ore dopo le Hawaii, prevedeva lo sbarco anfibio di un’armata d’occupazione nelle Filippine (all’epoca colonia statunitense). Il 2 novembre dello stesso anno l’Imperatore Hirohito dà il proprio assenso. Tutto andava secondo i piani della Casa Bianca. Mancava solo un particolare: il fattore sorpresa. Nessuna forza statunitense avrebbe dovuto interferire con l’azione giapponese. Già il 3 novembre il piano nipponico divenne operativo. Cominciò un incessante scambio di messaggi cifrati tra ambasciate, consolati, comandi navali e di truppe. Venne anche individuata la baia di Hitokappu (nell’arcipelago delle Curili) come località di concentramento per la flotta che avrebbe attaccato Pearl Harbor.

Le intercettazioni

Tutti i messaggi vennero intercettati dallo “Splendid arrangement”, decriptati e consegnati a Roosevelt e a “pochissimi intimi”. Durante le intercettazioni si venne a scoprire anche il punto geografico di raduno della flotta giapponese. L’unico a non sapere dei movimenti e delle intenzioni nipponiche era proprio l’ammiraglio Kimmel che da poco aveva assunto il comando della flotta americana del Pacifico trattenuta a Pearl Harbor come esca. Anche se era cosciente che la concentrazione rappresentava un pericolo. Ne era talmente convinto che decise di organizzare un’esercitazione navale di 4 giorni, dal 21 al 24 novembre, “Exercise 191” dove si prevedeva un attacco nipponico alla flotta di stanza alle Hawaii. Ma quindici ore prima dell’inizio Washington ordinò a Kimmel di fare dietrofront e rientrare in porto con la flotta proprio per non “provocare i giapponesi”! L’esercitazione, insomma, non si doveva fare.

Il 26 novembre la flotta imperiale giapponese, al comando del vice ammiraglio Chuichi Nagumo, salpa le ancore verso il suo obiettivo. Trentuno navi, tra cui 6 portaerei con 423 aerei, solcavano il mare verso la guerra. L’arrivo sull’obiettivo doveva avvenire poco dopo l’orario d’inizio ufficiale delle ostilità, non ancora fissata. L’obiettivo dell’attacco venne “intercettato” da Washington il giorno prima della partenza della flotta giapponese, cioè il 24 novembre (il 23 data delle Hawaii): mancava solo la data finale dell’attacco che Tokyo non aveva comunicato nemmeno ai vertici militari. A Kimmel venne comunicato soltanto una vaga notizia riguardante una flotta giapponese salpata da Hitokappu con probabile destinazione le Filippine o la Malacca.

Le strane manovre di Washington

Nel Pacifico c’erano tre grandi portaerei americane, due a Pearl Harbor, la Lexington e la Enterprise e una a San Diego, la Saratoga. Il 28 novembre Washington dà l’ordine di partenza alla Enterprise, e ad 11 navi da scorta tra incrociatori e cacciatorpediniere. Il loro compito era quello di portare 12 aerei ai marine di stanza nell’isola di Wake (molto distante dalle Hawaii). Il 5 dicembre riceve un altro ordine da Washington la Lexington. Anche per lei aerei da consegnare ai marine. Stavolta sono 18 con destinazione le Midway. Con lei partono alte 8 navi di scorta. Con queste apparentemente inutili missioni Washington aveva messo in salvo tutte le portaerei e altre 21 modernissime navi da guerra. A Pearl Harbor rimangono 90 unità, tutte relativamente vecchie comprese 8 corazzate con oltre trent’anni di “carriera”.

Facciamo un passo indietro e torniamo alla fine di novembre. Il 27 il capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Marshall, invia un messaggio al tenente generale Short nel quale si annuncia un non meglio precisato attacco giapponese, ma che il governo “desiderava” che fosse Tokyo a fare il “primo passo”. Dunque, mettere in stato d’allerta le truppe ma non la popolazione. Il giorno seguente lo stesso identico messaggio giunge all’ammiraglio Kimmel.

Allarmare le truppe senza dare nell’occhio a presunte spie giapponesi ma, soprattutto, alla popolazione era veramente arduo. Così i due comandi militari decisero per un basso profilo.

Gli ultimi atti

Intanto la flotta giapponese era incappata in una tempesta che aveva letteralmente disperso la formazione tanto da rendere impossibile lo scambio di messaggi luminosi tra nave e nave. Il 30 novembre il vice ammiraglio Nagumo si vede costretto a interrompere il silenzio radio per ricompattare la flotta d’attacco. I messaggi radio vennero puntualmente intercettati, decriptati e inviati a Roosevelt. Tutto questo, però, venne tenuto segreto a Kimmel e a Short. Il 2 dicembre l’ammiraglio Yamamoto trasmette via radio una frase: “Niitaka-yama nobore 12 08” (scalare il monte Niitaka l’8 dicembre). Era l’ordine d’attacco fissato per l’8 dicembre (il 7, data di Tokyo). Nemmeno questo messaggio venne consegnato a Kimmel e Short. E non furono informati nemmeno dei 4 cablogrammi trasmessi in codice “purple” tra Tokyo e l’ambasciatore a Washington, intercettati dall’intelligence Usa. I primi due contenevano una comunicazione a Washington suddivisa in 13 parti nella quale si poneva fine ad ogni tipo di negoziato. Il terzo ed il quarto, trasmessi la mattina del 7 dicembre, contenevano la quattordicesima parte nella quale si comunicava la rottura delle relazioni diplomatiche e l’ordine di consegnare la dichiarazione i guerra un ora prima dell’attacco, cioè alle 13,00 ora di Washington. Queste ultime due parti furono poste in visione a Roosevelt alle ore 10,00, 4 ore prima l’attacco. Sulla base di tali informazioni il comando generale statunitense compilò un messaggio d’allerta per le Hawaii. Messaggi che “inspiegabilmente” giunsero a destinazione ad attacco avvenuto. Il 16 dicembre l’ammiraglio Kimmel ed il tenente generale Short, inconsapevoli vittime delle manovre di Roosevelt, vengono rimossi dall’incarico e degradati per negligenza nel comando. In fondo la ragion di Stato conta più della buonafede delle persone.

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Fonte: http://www.storiainrete.com/25/storia-militare/pearl-harbor-il-grande-inganno-di-franklin-delano-roosevelt/

 

Bollettino della Vittoria, 4 novembre 1918

gen. Armando Diaz

Testo completo

Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.
La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita.
La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.
Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute.
L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza.

Il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Diaz