La nuova era della discussione – Parte II: affermazioni opinabili e oggettive

In questa seconda parte tratteremo un argomento ben diverso da quello dello scorso articolo ma è indiscutibilmente legato a molti aspetti. Infatti i concetti di affermazione opinabile e di affermazione oggettiva non sono ben chiari e la loro non-distinzione induce spesso ad equivoci e di conseguenza a discussioni poco salutari.

libertà di parola

Le affermazioni: opinabilità e oggettività

Quello che in mia opinione sta accadendo man mano ci si evolve attraverso queste piattaforme virtuali è che vengono meno alcuni concetti importantissimi e spesso dimenticati: i concetti di opinione e relatività.
Un’opinione può essere espressa riguardo qualsiasi cosa: un’opera d’arte, una ricerca scientifica, un piatto assaggiato a casa di un amico, i lavori nei cantieri edili. Io personalmente posso ritenere inutile una ricerca scientifica come quella della ricerca del bosone di Higgs: personalmente magari non me ne faccio nulla.
E’ un’opinione, sbagliata o giusta che sia per chiunque altro, e ho diritto di esprimerla.
A chi non è capitato di trovarsi a discutere di un film con gli amici? Se io affermassi “A me quel film è piaciuto un sacco!”, almeno una persona replicherebbe “No, a me non è piaciuto per nulla”. E’ normale.
Non è invece normale usare termini generali come “Quel film è uno schifo!”. E’ una differenza sottile ma che spesso non viene distinta e causa non pochi problemi.
Affermare che in assoluto qualcosa non sia bello, buono, efficace o degno di nota significa mettersi nell’ottica di permette agli altri di verificare un’affermazione del genere con prove oggettive.
Non che nel primo caso non serva giustificare la propria opinione, ma risulta meno necessario: i requisiti e gusti personali sono intoccabili. Un’affermazione oggettiva invece richiede una certa dose di verifiche “sperimentali”, di prove concrete e che non siano di carattere soggettivo.
Nell’esempio del film una persona potrebbe effettivamente fare affermazioni di tipo generale e oggettivo. Un musicista potrebbe dire che la colonna sonora è stata scritta in tal modo e dunque ritiene che non sia adatta al genere di film. Oppure un esperto di luci o di fotografia potrebbe far notare come le inquadrature e le luci utilizzate sul set siano sbagliate per la scena girata o che lui l’avrebbe fatto in modo diverso per tal motivo.
Non è facile in realtà fare esempi perché “la verità non è dritta, piuttosto ricurva” e direi anche più complessa. Soprattutto nel caso dell’arte l’autore è l’unico vero interprete del significato reale della sua creazione e dunque potrebbe avere buoni motivi di fare certe scelte, magari contrastanti con le teorie artistiche di base. Eppure anche nell’arte abbiamo esperti in tutto il mondo che concordano sul valore di un’opera e dunque dei requisiti oggettivi esistono per valutarle, ma sono in dipendenza del tempo in cui si vive e delle sue mode.
Generalizzando, un qualunque pensiero o una qualunque idea sono figlie anche del loro tempo e della storia personale di chi le ha espresse. Inoltre ogni idea o espressione di tale (come nel caso dell’arte) ha più sfaccettature che possono essere analizzate: abbiamo dunque la possibilità di separare questi aspetti e commentarli in modo oggettivo o soggettivo che sia. Basta un po’ di buon senso per capire quando si può e non si può. Tornando all’esempio dell’artista, prendiamo un pittore. A me può piacere o non piacere la sua tecnica di disegno e di stesura del colore, ma se si sta parlando di Van Gogh non si può certo negare che è stato rivoluzionario per la sua epoca e per la storia dell’arte in generale: quelli sono dei fatti e si osserva nel campo che studia l’evoluzione di queste tecniche. Se domani compare Tizio, presunto esperto d’arte, che afferma “No, Van Gogh ha una tecnica di pittura che non mi piace, dunque non può aver avuto questa grande influenza nel corso della storia dell’arte e delle sue tecniche” sta trasformando un’affermazione opinabile in un qualcosa di oggettivo e verificabile, il che non è lecito.

Esiste anche il caso contrario, ovvero prendere affermazioni di carattere concreto e oggettivo e trasformarle in affermazioni che siano opinabili.
Questo è forse più grave del caso precedente e può avere dei rischi non da poco.
L’esempio banale del cinema forse non renderebbe bene il concetto. Ma prendiamo in esame la questione della medicina omeopatica.
Una persona può affermare che a suo parere l’omeopatia può guarire dalle malattie più svariate e può trovare tante persone della sua stessa opinione. Ma un insieme di opinioni non rende il fatto concreto. Servono verifiche sperimentali, ricerche. E se secondo le analisi chimiche e fisiche dentro una boccetta di un preparato omeopatico c’è solo acqua, allora questo è scientificamente vero e al momento il metodo scientifico moderno è l’unico in grado di dare con una altissima percentuale di successo la verità inerente la realtà. Dunque un medico potrebbe dire “Guarda, secondo me questa medicina omeopatica funziona, dunque usala e vedrai che guarisci” e quest’affermazione rientrerebbe in questo caso, con notevoli conseguenze negative.
Tornando all’esempio invece del presunto esperto d’arte, questo potrebbe tornare e affermare invece “No, Van Gogh non ha avuto alcuna rilevanza nell’ambito della storia dell’arte”. Questa volta sta trasformando un’affermazione oggettiva e verificata in un’altra affermazione oggettiva ma che è contraria ai fatti, questo perché è sua opinione. Siamo tornati al caso precedente passando per la trasformazione da oggettività in opinabilità.
Il discorso, come dicevo prima, è più complesso di come lo possa esporre a parole.

Altra cosa importante che spesso ci scordiamo (e che più volte ho implicitamente ribadito nel testo) è che se esistono esperti in dati settori è perché han fatto degli specifici studi che probabilmente sono durati anni e anni. Un’affermazione oggettiva fatta da un esperto ha sicuramente più rigore e solidità di una fatta da un non esperto. Ciò non significa che chi ha un titolo accademico abbia la verità in pugno: ci sono premi Nobel che sostengono teorie alquanto bizzarre (o che le han sostenute in passato), come la rabdomanzia o la memoria dell’acqua, non ancora verificate da alcuna ricerca effettuata. Ovvio, quando hanno vinto il Nobel è perché avevano meriti nella loro materia di studio. Non bisogna prendere però tutto ciò che affermano come oro colato.
Esempio lampante di ciò è la figura di Kary Mullis[1], vincitore del premio Nobel per la Chimica del 1993 per lo sviluppo della tecnica PCR, ovvero la reazione a catena della polimerasi che permette l’amplificazione in vitro di frammenti di DNA. Sicuramente la sua ricerca ha portato grandi contributi nel campo della medicina e della biochimica. Ma se considerassimo anche le sue altre affermazioni come la sua critica tra il nesso tra HIV e AIDS, i suoi dubbi sul riscaldamento globale, la sua credenza nell’astrologia e la sua dichiarazione di esser stato rapito dagli alieni nel 1985 direi che sembrerebbe strano abbia vinto il premio Nobel. In realtà non lo è: ciò che ha scoperto insieme a Michael Smith è stato fatto in modo scientifico e ha portato grandi innovazioni. Solo bisogna star attenti ora a prender tutto ciò che Mullis dice come verità solo perché è premio Nobel. Ma esistono esempi più vicini a noi come Cesare Lombroso[2], medico e padre fondatore della criminologia le cui ricerche furono di ispirazione per Freud e Jung per alcuni aspetti ma che per quanto riguarda la fisiognomica e lo spiritismo non è considerato in miglior modo che Otelma.
Bisogna dunque ricordare che nelle scienze (ma penso anche nelle altre discipline) il principio di autorità è sottostante i fatti concreti. Magari in arte questo non è altrettanto vero, visto che un’opera ha un certo valore anche per chi lo ha dipinto, ma la fama di un’artista è determinata anche dai fatti storici che non possono essere modificati da alcuna autorità.

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Immaginiamo di estendere ora il discorso a tutti i campi della conoscenza: esistono affermazioni oggettive e affermazioni opinabili.
Sarebbe giusto attaccare qualcuno che dia un’opinione su un’affermazione oggettiva? No, attaccare non è mai il metodo giusto. Bisognerebbe far notare che l’opinione è puramente soggettiva e che esiste un dato oggettivo che confuta l’opinione espressa. Attaccare la persona per la presunta ignoranza non migliorerebbe in alcun modo la conoscenza di entrambe le parti. Inoltre non bisognerebbe mai escludere le possibilità di far fare bella figura ai metodi del proprio ambito di conoscenza: se uno fa un’affermazione contraria alla realtà prendere quell’affermazione e metterla in verifica dovrebbe essere il dovere di una persona seria e con l’intenzione di diffondere la verità.
Sarebbe giusto attaccare qualcuno che faccia un commento oggettivo e di valore assoluto su un fatto puramente soggettivo? Nemmeno in questo caso il metodo dell’attacco risolve alcunché. Bisognerebbe far notare quanto la questione non sia qualcosa di verificabile in assoluto ma puro gusto estetico/personale. Attaccare qualcuno perché non accetta la soggettività di una questione, fa passare pure chi attacca dalla parte dell’assolutezza di un’affermazione.

Eppure potremo tentare di convincere le persone quanto vogliamo ma non cambieranno sempre idea di fronte al metodo giusto. Esistono tante variabili in gioco: storia personale, tipo di mentalità (spesso influenzata dalla prima), influenze da terzi, psicologia personale…
Per fare un buon lavoro dovremmo conoscere tutte queste variabili di ogni persona e in base a quelle elaborare il metodo giusto. Vi pare possibile? Non è facile, per nulla. Per questo entra in gioco un altro grande concetto: quello di generalizzazione per approssimazione, indissolubilmente collegato al metodo, più volte citato in questo testo. Queste tematiche verranno però trattate a parte nella parte III.

To be continued…

Stefano Migliorati

Note:

  1. https://en.wikipedia.org/wiki/Kary_Mullis Per altre curiosità su Kary Mullis (da cui poi son estrapolate molte vicende della sua vita narrate da lui stesso) esiste un’autobiografia intitolata “Ballando nudi nel campo della mente”.
  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Lombroso su consiglio di Alberto Fossadri.
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La nuova era della discussione – Parte I: Il web e i social network

Questa è una prima parte di tre totali che affronteranno alcuni temi importanti riguardanti le discussioni tra persone e, più precisamente, tra gli utenti dei social network, per giungere infine ad analizzare alcuni dei concetti che man mano stanno scomparendo con l’avvento di Internet e di questa era profondamente scientista e tecnologica. Nello specifico analizzeremo la differenza tra opinione e affermazione oggettiva e vedremo come questa differenziazione spesso non venga concepita dalle persone. Infine andremo a vedere cosa significa avere un metodo e in che modo ha a che fare con il concetto di approssimazione, anche questo dimenticato ma di importanza che non esagererei a definire fondamentale.
In questa prima parte daremo uno sguardo sul mondo dei social network e di come avvengono discussioni e commenti inerenti l’espressione di un’idea, nonché una trattazione abbastanza generale dei ruoli di sostenitori e confutatori.

Discussione

Il web e i social network

L’arrivo di internet nelle case della maggioranza delle persone ha rivoluzionato il modo di vivere della società nel suo complesso. Non servirebbe nemmeno scriverlo, è evidente, ma non si pensi subito al lato negativo. Ci sono stati vari risvolti positivi: l’informazione circola libera; chiunque può consultare dati che fino a un decennio o due fa era impensabile poter andare a verificare; le ricerche sono più veloci, abbiamo bisogno di meno tempo per verificare un’informazione e più tempo da dedicare ad altro.
Inoltre sui social network si ha la possibilità di mettersi in discussione con altre persone.

Se ci si pensa un attimo dovremmo essere contenti che ognuno possa esprimersi con le proprie parole, che possa scrivere ciò che pensa, condividere ciò che ritiene vero e criticare ciò che non ritiene giusto, esporre le sue idee, seppur dietro uno schermo. E’ una buona cosa e forse bisognerebbe iniziare a capirlo.
Ma perché affermo ciò? Prendo come riferimento le cosiddette riviste peer review, ovvero specializzate in un dato ambito e che permettono ai propri colleghi (ai propri pari) di leggere le pubblicazioni, analizzarle, verificarle e nel caso confutarle e criticarle. In questo modo una teoria ha più probabilità di progredire, migliorare ed essere più attendibile e accettata dalla comunità o un’affermazione può essere controllata da altri esperti ed essere valutata per la sua accuratezza oppure essere criticata e modificata.
Dunque i social network sono assimilabili a sistemi peer review di carattere generale?

I social network possono essere pensati da un certo punto di vista come a bacheche virtuali in cui ognuno può esprimere la propria idea e, chiunque abbia accesso a tale bacheca, ne può leggere e commentare le idee esposte e aggiungere contenuti ulteriori, a sostegno o contro queste.
Se poi vogliamo essere più realistici dovremmo introdurre in realtà tre tipologie di utenti in base all’approccio ad una possibile discussione riguardo un’idea: i sostenitori, coloro che supportano e aggiungono evidenze per la corroborazione di una tesi; i confutatori, cioè coloro che portano evidenze di come la tesi proposta non sia corretta; i neutrali, ovvero gli utenti che non sono perfettamente schierati tra le due fazioni precedenti.
Dunque la reazione di fronte a un’idea espressa sul web può essere piuttosto varia e le tipologie di persone sono all’incirca le stesse che si presentano anche fuori dal mondo virtuale.
Un sostenitore di una data idea/affermazione potrebbe supportare la persona dalla quale viene tale pensiero con ulteriori affermazioni che corroborino la tesi. Allo stesso tempo potrebbe però attaccare chi non è d’accordo con loro e dunque reagire in modo tutt’altro che pacato e civile.
Una persona in disaccordo potrebbe confutare la tesi con documenti e affermazioni contrarie all’idea e invitare gentilmente il sostenitore a controllar meglio ciò che afferma se riguarda verità oggettive e già verificate. Allo stesso tempo potrebbe cedere alla tentazione di sentirsi in possesso di una qualche verità superiore e attaccare con offese e schernimenti la persona che esprime l’opinione e chiunque la supporti.
Quelli nel mezzo…al solito non si pronunciano, rimangono neutri, non commentano, non si schierano. Stanno in silenzio, leggendo le opinioni e gli attacchi tra le due fazioni rivali e facendosi un’idea sempre più confusa di quella che è la realtà o realizzando che fanno parte di uno schieramento o dell’altro. In realtà questa tipologia di utenti avrebbe un ruolo fondamentale, poiché potrebbe fungere da arbitro imparziale, anche se più spesso viene additata come un gruppo di ignavi e dunque figure negative.
Queste tipologie di persone hanno un’ulteriore caratteristica: parlano quasi esclusivamente con loro simili. Dunque avrete tutte persone concordi su un dato fatto che sono amiche tra loro e tutti gli altri non d’accordo saranno amici tra loro. Un po’ come i tifosi di calcio. E come i tifosi di calcio, permane un senso di rivalità che la partita sia cominciata o meno.

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No, un social network non può essere visto in tutto e per tutto come una bacheca condivisa in stile peer review.
Il fatto è semplice: non abbiamo nemmeno rispetto l’uno dell’altro sul web, come potremmo collaborare a ricercare la verità rimanendo nel nostro piccolo, tra le persone che ci dicono che abbiamo ragione e non ci fan notare nemmeno una critica o un punto debole delle nostre idee? Stiamo assistendo a un sempre più consistente crearsi di fazioni nemiche, veri e propri schieramenti che lottano strenuamente per aver ragione. Ma non solo: stiamo assistendo ad una dogmatizzazione di qualsiasi cosa venga scritta o detta da qualche personaggio noto sul web. Questo già accadeva con Albert Einstein ad esempio: qualsiasi frase detta da lui sembra oro colato e assolutamente indiscutibile. Se invece fosse l’arrotino del quartiere a dire una delle sue frasi, nessuno se lo filerebbe con molta probabilità.
La problematica dell’autorità è un altro dei problemi del mondo social che sta permettendo questa dogmatizzazione: se lo dice lui, allora dev’essere vero, non mi serve nemmeno verificare. Un’affermazione pericolosissima.
E così i VIP del web diventano i nuovi punti di riferimento per la verità: youtubers, ex partecipanti del Grande Fratello, comici,…
Poi si osserva questo bisogno di attaccarsi, di offendere, insultare chiunque la pensi diversamente da noi. Perché ricorrere a parole pesanti e schernimenti? Non ha alcun senso e non può che peggiorare l’escalation di sfiducia reciproca.

In questi casi penso non esista verità, non esiste nemmeno chi ha torto o ragione: hanno tutti torto.
Ha torto chi usa le offese come sostegno delle sue ipotesi, “accusando” di ignoranza e di stupidità chiunque creda a tali ipotesi alternative. E’ oscurantismo in ogni caso, che tu sostenga le idee giuste o sbagliate.
Che significa poi giusto o sbagliato in riferimento ad un’idea?

Ci si cade. Prima o poi accade: si pensa di saper di più su un argomento (e magari è vero) e ci si lascia prendere da quella sensazione di superiorità, di avere un sapere che nessuna di quelle persone possiede e di darsi il permesso per far valere quella superiorità, a qualunque costo.

Ma tutte queste situazioni esistevano da prima dei social network. Che ruolo hanno avuto dunque questi ultimi nell’evoluzione di queste strutture sociali? Hanno permesso di ampliare il raggio d’azione a cui una notizia o un’idea poteva estendersi nello spazio e hanno accorciato i tempi di in cui viaggiava questa notizia. Inoltre il fatto di star dietro ad uno schermo, senza essere criticati direttamente, occhi negli occhi, sicuramente dà una certa sicurezza. Ci sono anche alcuni effetti psicologici che ci inducono a credere di essere esperti in ambiti in cui in realtà siamo magari appena stati introdotti (si cerchi “Effetto Dunning-Kruger”) e wikipedia con youtube  ne hanno alimentato la portata. Ma queste non sono scuse a cui appellarsi quando si tratta di aggressione verbale.
Si può essere in possesso della verità in una discussione ma mai e poi mai si potrebbe pensare di essere in possesso del diritto di maltrattare tutti coloro che non possiedono tale verità.
Questa è la cosa più importante che abbiamo dimenticato probabilmente nelle discussioni via web: il rispetto per la visione altrui e per l’opinione altrui.
Ma anche qui c’è ambiguità nel concetto di opinione. Ma di questo parleremo nella parte II.

To be continued…

Stefano Migliorati

Le scienze non hanno MAI ucciso nessuno

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Immagine presa dalla pagina facebook Italia Unita per la Scienza

“A una grande scoperta scientifica corrisponde una critica opposta e contraria”.

Così si potrebbe riassumere quel che accade sui social network in seguito agli annunci della NASA o di qualsiasi altra sensazionale scoperta e/o ricerca in campo scientifico che coinvolge anche gran parte dei media.
Siamo nel 2015 (se non ricordo male) e molte (troppe) persone ancora non hanno capito come funzionano le scienze, lo sviluppo scientifico e soprattutto la differenza tra ricerca scientifica e applicazione.
Non sono ancora inserito in quest’ambito, lo ammetto, ma so almeno in modo superficiale la differenza e i limiti che le scienze ammettono al loro interno, cosa di cui invece molti non fanno troppo caso (o anche troppo).
Post come quello sottostante non sono rari sui social il giorno dopo questi grandi annunci.

Immagine presa dalla pagina facebook

Immagine presa dalla pagina facebook “Contro i poteri forti”

Perché attaccare in questo modo la ricerca scientifica?
Rispondo subito alla domanda posta da quei post: esistono forme di vita intelligenti sulla Terra?
Sì, e non siete voi a quanto pare.

Forse non si ricordano alcune cose, ma una in particolare: le scienze non hanno MAI ucciso nessuno!
E ora gli animalisti penseranno che sono un insensibile perché tanti animali vengono magari non uccisi ma maltrattati e usati come cavie; altri penseranno ai medici di cui ogni tanto parlano al TG che sbagliano le operazioni; altri ancora penseranno alle compagnie farmaceutiche, alle scie chimiche, alle radiazioni, alla bomba atomica,…
State tutti sbagliando. O meglio, avete ragione che dei morti riguardo a quel che ho elencato ora ci sono stati, ma non sono state le scienze a farlo e non sempre sono gli scienziati o i medici e ricercatori (ricordando che oltre a questo sono anche esseri umani in grado di sbagliare).
Già che ci siamo perché non prendersela con Maxwell?
Maxwell nel 1864 scrisse “A Dynamical Theory of the Electromagnetic Field” dove “per la prima volta propose che la natura ondulatoria della luce fosse la causa dei fenomeni elettrici e magnetici”[1].
Grazie a lui abbiamo fatto passi enormi nella comprensione dei fenomeni elettromagnetici.
Non incolperei certo lui delle morti dei fulminati fino ad ora deceduti né di tutti i problemi del 1800 non  risolti.
Vogliamo parlare di Einstein? Lui ha elaborato una delle teorie che ora è tra i pilastri della fisica moderna e senza la quale non avremmo, ad esempio, i GPS. Ha contribuito ovviamente anche alla costruzione degli acceleratori di particelle che han permesso ulteriori scoperte e rivoluzioni. Poi commette un errore: pubblica i suoi studi. Eh già: queste scienze purtroppo vanno rese pubbliche per poter permettere a tutti di farne beneficio, confrontare, criticare e migliorare le teorie elaborate. Questi suoi studi finiscono per far costruire la bomba atomica, l’arma peggiore che l’umanità abbia mai creato, e uccide migliaia di migliaia di persone e causa una tensione alla fine del secondo conflitto mondiale tra USA e URSS, non concluso prima del 1991[2]. Ma…fu proprio Einstein a volere tutto ciò? Ovviamente no! E accusarlo di essere il padre della bomba atomica non ha alcun senso. E anche in questo caso di certo non lo si può accusare di aver privato la società della sua intelligenza per risolvere altri “più grandi problemi”.
Se proprio vogliamo fare i pignoli citiamo Diesel e il suo motore che oggi inquina le città di tutto il mondo e ci sta uccidendo pian piano causando il surriscaldamento globale.

Ma diciamo che le questioni di moralità colpiscono poco: qui interessa l’aspetto economico della ricerca scientifica.
“Perché dovremmo pagare cifre astronomiche per mandare sonde su pianeti inutili come Marte? Usiamoli per trovare acqua nelle zone desertiche!”.
Marte è nulla: guardiamo alla Luna.
A parte le mille invenzioni complottistiche dietro all’allunaggio da parte degli astronauti dell’Apollo 11 (ho una notizia per voi: è avvenuto davvero!) , c’è chi è ancora convinto che non ha portato a nulla. Denaro investito per qualche sasso e per qualche filmato e foto di uomini sulla Luna, solo curiosità?
Se anche fosse, le scienze nascono appunto da quella. Inoltre dire che non ha portato a nulla è un errore madornale. Se ora abbiamo i sistemi di sicurezza più efficienti nelle autovetture (tra cui l’ABS), se abbiamo i voli aerei più sicuri (nonché i voli low cost), se potete avere ecografie e risonanze magnetiche, se potete fare le foto ai gattini con le reflex e se potete vedere il tempo che probabilmente farà domani lo dovete alle missioni sulla Luna e alle missioni spaziali in generale. E non solo: le missioni spaziali fanno anche girare l’economia industriale[3].
La missione Mars One, che porterà dei coloni su Marte entro il 2030 circa, e già l’attuale ISS prevedono sistemi di riciclo dell’acqua con cui è possibile sopravvivere per parecchio tempo e stan cercando di migliorare ulteriormente queste tecnologie per poter favorire anche una possibile coltivazione su Marte[4].

Tutto questo panegirico per dirvi cosa? Che le scienze sono forse l’attività meno capita dall’uomo.
Non per il fatto che usano una matematica più complessa o concetti che non si possono comprendere, ma per il semplice fatto che non si comprende la precarietà e temporaneità delle scienze. Una teoria scientifica che perdura nel tempo è un evento strano, nonché preoccupante: ogni soluzione rimane temporanea e si spera sempre in un miglioramento e per questo si continua a far ricerca, sempre sempre più ricerca.
Inoltre bisogna saper distinguere tra chi fa ricerca e chi applica le ricerche, nonché chi le utilizza e come le utilizza. Una cosa è usare E=mc2 per studiare il mondo microscopico, un’altra è costruirci armi, un’altra ancora è ordinare di utilizzarle.
Altra cosa: le scienze non sono magia! Non danno le soluzioni immediate. Per questo le ricerche richiedono fondi e tempo, necessari entrambi per arrivare a risposte concrete e che si possono rivelare rivoluzionare, a volte anche negli ambiti meno attesi. Se non si trovano queste soluzioni, bisogna continuare a cercare e ricercare. I problemi non si risolvono attaccando chi ti sta aiutando perché ti sembra che ci stia impiegando troppo tempo o perché non lo fa come pensi dovrebbe farlo: se non sei del settore non puoi giudicare qualcosa che non conosci.
E se siamo proprio preoccupati per il ritorno economico e sociale non mi stancherò mai di riportare un aneddoto che mi raccontò il mio professore di fisica al Liceo.
Un ricercatore vissuto tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800 ricevette la visita di un ministro nel luogo dove faceva ricerca. Il ministro era incuriosito dalle ricerche dello scienziato (o meglio, voleva capire dove finivano i soldi dati alla ricerca). Arrivato di fronte a uno dei suoi macchinari, con (finto) interesse gli rivolse una domanda poco conosciuta dai ricercatori: “A che serve?”.
“Ancora non lo so” rispose lui “ma sono sicuro che il suo governo  riuscirà a metterci una tassa sopra”.
Il nome di questo ricercatore era Faraday. Vi sembra così inutile e uno spreco di denaro la corrente elettrica?

Stefano Migliorati

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Note:
1. https://it.wikipedia.org/wiki/James_Clerk_Maxwell per altre informazioni su Maxwell
2. Prendo come riferimento la data in cui l’Unione Sovietica cessa di esistere, anche se molti fanno coincidere la fine della Guerra Fredda con la caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989;
3. A che serve l’esplorazione spaziale? Da Galielo a Plutone, conferenza online realizzata da Italia Unita per la Scienza il 7 agosto 2015;
4. Informazioni in più sul sistema del riciclo dell’acqua su questo post sulla pagina facebook Chi ha paura del buio?

L’ipocrisia ai tempi di Miss Italia

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In questi ultimi giorni, sul web non si parla d’altro: Miss Italia. Questo dovrebbe far nascere nella testa di molti una domanda: gaffe voluta per pubblicità? La risposta non è certa. Ciò che rimane certo è il modo in cui questa uscita della nuova Miss del Bel Paese è stata “accolta” dal mondo dei social network: insulti, insulti e insulti.
Non starò a ripetere ciò che lei ha ha risposto alla domanda fatta da Claudio Amendola, noto intellettuale italiano di alto prestigio di cui si ricordano le opere Er Monnezza (moderno) e I Cesaroni. Ormai l’incipit “Vorrei essere nato/a nel…perché…” è ormai da nausea.
Quello che voglio fare è una riflessione sul perché un attacco così massiccio e dai toni pesanti.

Perché indignarsi così tanto per un’uscita come quella della Miss Italia 2015, (che ora inizieremo a chiamare per nome, visto che è un essere umano) Alice Sabatini?
Non saprei. La Seconda Guerra Mondiale è forse rimasta particolarmente impressa e cara agli italiani? C’è chi nemmeno si ricorda quando sono le commemorazioni principali di quella guerra, che non sa nemmeno quando è iniziata e finita, tra chi fosse, le principali date,… Quindi non direi.
Forse è perché una risposta del genere risulta “ignorante”? Sì, forse.
L’idea di poter avere a portata di tastiera e webcam una figuraccia del genere ha scatenato la fantasia e l’ipocrisia del nostro popolino del web. Già, perché abbiamo ancora il grandissimo vizio di iper-criticare gli altri e sotto-criticare noi stessi, oltre al non controllo delle fonti che permane nei non-insegnamenti scolastici. Perché si sa: fare a metà le cose, oltre che a tralasciare la verità e dunque distorcere la realtà a proprio favore per strappare due risate ai likers (perché è così che vi vedono), è meno faticoso.
Chiamatemi buonista: vi vengo incontro. E per voi, popolo del web assetato di like, condivisioni e pigro come pochi, mi sono dovuto sorbire tutte le domande e risposte di un concorso che nemmeno sapevo fosse sopravvissuto.
Faccio riferimento a questo video: https://www.youtube.com/watch?v=gzN5JaOMMDY e più precisamente mi sono concentrato nella mia ricerca dal tempo 3h 03′ 00” circa, ovvero all’incirca quando partono le domande di tre personaggi di alta cultura, come prima annunciavamo: Claudio Amendola, Vladimir Luxuria e Joe Bastianich. Ogni tanto poi compare Massimo Ferrero con dei commenti che non vi riporterò. Mi limito, per gli ancora più pigri che non vorranno nemmeno vedere quei minuti di video, TUTTE le domande e TUTTE le risposte di TUTTE le candidate Miss Italia. Mi sono permesso di tagliare inoltre commenti esterni e ho lasciato l’essenziale per capire domande e risposte.

C.A: Se foste vissute in un’altra epoca, in quale epoca vi sarebbe piaciuto vivere e chi vorreste essere state?
Alice: Nel ’42, per vedere realmente la seconda guerra mondiale, visto che i libri parlano, pagine e pagine, e…la volevo vivere? Però tanto sono donna quindi il militare non l’avrei fatto e sarei stata a casa con la paura di…
Letizia: Vorrei essere nata nel 1900 e vorrei essere la regina Elisabetta.
Vincenza: Io negli anni della bellissima Sofia Loren, in cui la donna formosa era la donna più bella d’Italia, la donna più amata, la donna più affascinante e sensuale.

V.L: Ad Alice vorrei chiederti -le sopracciglia, no?-: tu hai scelto di avere queste sopracciglia folte in un’epoca in cui ormai pure gli uomini si rifanno le sopracciglia perché di uomini con le sopracciglia normali non ne trovi […]. Cara Alice,ti vorrei chiedere queste sopracciglia che tu hai deciso di tenere così folte, insieme al capello corto, credi che sia qualcosa che sottragga alla femminilità o oggi la donna è bella così?
Alice: La donna è bella semplice. Io mi sento semplice in questa maniera, come ho portato sempre i capelli corti, quindi questa è la mia personalità e le sopracciglia folte mi definiscono il volto. Gli uomini che fanno le sopracciglia son scelte e, ecco, io le disegno addirittura, perciò…!
V.L: Invece vorrei chiedere a Letizia…Voglio dare una brutta notizia a tutti: Letizia è fidanzata, vero? Ti voglio chiedere se vincessi Miss Italia, ti monti la testa e lo molli?
Letizia:No, assolutamente!
V.L: Prometti?
Letizia:Rimango sempre me stessa, la Letizia di sempre.
V.L: A Vincenza invece voglio chiederti non chi ti ha consigliato di fare Miss Italia ma se c’è stato qualcuno che ti ha detto “No, lascia stare! Che fai? Chi te lo fa fare?”. Perché adesso ti prendi una bella rivincita, no? Stai qui, in finale, no?
Vincenza: E certo! Beh, qualcuno che mi ha detto di no in particolare personalmente non c’è stato. L’invidia è molta, anche la cattiveria, quindi l’hanno fatto alle mie spalle criticando e giudicando. Io sono qui e se sono arrivata in finale è perché ci ho messo tutte le mie forze e ho creduto in me stessa.

J.B: Alice, se ti porto adesso all’aeroporto e decidiamo dove andare nel mondo, dove scegli e cosa facciamo?
Alice
: In Australia […] perché adoro la natura e – lo posso dire che adoro gli animali?- adoro gli animali, perché mi piacciono gli animali e mi piacerebbe visitare l’Australia.
J.B
: Letizia, nel mondo gastronomico che piatto ti rappresenta di più?
Letizia
: Mi rappresenta di più…
J.B
: Il tuo piatto preferito! Se vengo a casa tua, che piatto mi cucini?
Letizia:La pasta al tonno […] ma non il tonno scongelato, fresco ovviamente.
J.B
: Vincenza, in questo mondo sempre più diviso, cosa vuol dire […] essere una donna del sud Italia, della Campania, di Napoli, di quelle zone lì?
Vincenza
: Beh, la donna formosa, la donna della dieta mediterranea, la donna che vive in salute, allegra, felice, anche sensuale.

Ecco, questo è quanto.
Due piccoli appunti sulle mie impressioni:
1. Le domande presentate non sono di particolare alta cultura e nemmeno chi le ha poste è un’autorità intellettuale: sono tutti personaggi di spettacolo (qualcuno fa anche altro ma di fatto tutti fanno ormai parte del mondo televisivo e dello spettacolo). Criticare dunque domande poste in questi termini e in questo contesto con un’aspettativa di alto livello culturale è all’incirca come commentare una partita di calcio usando le leggi della fisica: ci può stare, ma è abbastanza inutile.
2. Le risposte presentate dalle altre candidate Miss, Alice esclusa, non mi sembrano particolarmente  più originali, audaci o “intelligenti”. Siamo lì. Tant’è che sinceramente, e tuttavia personalmente, ho preferito la risposta di Alice a quella di Letizia alla prima domanda.

Ma non parliamo solo di cultura: qui si tratta di educazione italiana. No, non stiamo parlando di nozioni come sapere cosa è successo nel 1942 o come si chiama la regina di Inghilterra attualmente al trono: stiamo parlando di educazione alla critica costruttiva.
Inoltre finché si parla di materie umanistiche, oh Italia sapientona, siamo tutti laureati. Ma se si parla di ambito scientifico? Pensiamo forse di essere in grado di criticare un’affermazione fatta da un’ipotetica Miss che risponde ad una domanda di un ipotetico giudice che se ne intende?
Io ho una risposta: NO. Non tutti almeno.
Un americano su quattro crede che il Sole orbiti attorno alla Terra, sistema definito geocentrico il cui più famoso sostenitore (dal quale prende uno dei nomi questo sistema) è Tolomeo. Peccato che sia stata superata come visione scientifica, già da parecchio tempo.
Ma non stiamo parlando di americani: stiamo parlando di italiani! Come volete che siano i dati?
Su questo non so, ma so di altre ricerche, come quella del 1993, realizzata dall’antropologa Cecilia Gatto Trocchi. Secondo questo studio, due italiani su dieci si rivolgevano a maghi almeno una volta l’anno (che basta e avanza). Il 37% degli italiani leggeva l’oroscopo almeno una volta a settimana e il 35% riteneva che vi fosse una qualche influenza delle stelle, del Sole e della Luna sul carattere e sul temperamento delle persone. Il 45% riteneva che esistessero persone con capacità extrasensoriali. Per non parlare di quanti si compravano e tuttora si comprano medicinali alternativi,omeopatici e si rivolge a chiaroveggenti o guaritori. Non siamo delle cime nemmeno noi globalmente, insomma.
Poi sentiamo gente che parla di UFO, di nodi di Hartmann, di rettiliani, di complotti dell’11 settembre, di pantere nel Sebino e coccodrilli nel Mella.
Ma criticare quello che Alice Sabatini ha risposto a tre personaggi (anzi, le critiche sono relative ad una sola delle domande) ci rende forse superiori? Deridere, schernire o addirittura offendere quella persona perché ha detto una cosa sbagliata, perché ha detto quel che pensava andando fuori dal solito “la pace nel mondo” e ha creato un enorme equivoco o anche perché è effettivamente ignorante serve a qualcosa?
Altro grande problema italiano è l’incapacità di immedesimarsi: se foste stati voi su quel palco e ora vi trovaste nella sua situazione, come vi sentireste? Come avreste reagito? Cosa avreste detto per non essere criticati? Quando sei al centro dell’attenzione con le telecamere puntate addosso l’unica cosa che si potrebbe tentare per non essere derisi sarebbe restare zitti. Ma ne son certo, si riuscirebbe a scrivere molto anche su quello.

Ora forse dirò una cosa su cui forse non troverò molto consenso da parte di tutti, ma è un pensiero che vorrei esprimere tentando di non creare equivoci (tanto non sono sotto i riflettori, dunque…!): l’ignoranza (quella nozionistica) è diritto dell’uomo, sbagliare è diritto dell’uomo, essere corretto da altri per un errore commesso è diritto dell’uomo. Insultare, sbeffeggiare, deridere per l’ignoranza, voluta o meno, di un’altra persona non è diritto di nessuno, in nessun caso, in nessun luogo, in nessuna situazione. I veri ignoranti sono coloro che non rispettano questi diritti, che non sanno il vero significato di intelligenza, ovvero “leggere oltre la superficie”, comprendere davvero, comprendere le reali intenzioni.

Scrivo tutto questo non perché mi voglio far difensore di un programma TV che sinceramente non mi è mai interessato e che ritengo anche piuttosto superficiale e non educativo, non perché voglio farmi difensore di Alice e delle sue parole, non perché voglio cambiare le cose, poiché non bastano 1641 parole buttate sul web da un qualunque studentello per far capovolgere la mentalità di un intero popolo. Mi faccio difensore di una sola cosa che andrebbe difesa da chiunque in qualunque campo e in qualunque situazione, anche se si trattasse della storiella di una Miss Italia. Mi faccio difensore della verità. O almeno ci provo. Se non ci riuscirò, spero qualcuno mi correggerà perché con le derisioni e gli insulti non si crea cultura, ma la si distrugge.

Stefano Migliorati

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La vita non è facile per nessuno, e allora? Elogio a una grande donna di scienza

Fonti:
Scienza, pseudoscienza e irrazionalità , Silvano Fuso;
Wikipedia;
La scienza, il paranormale e la pseudoscienza, Diodati.org;

La vita non è facile per nessuno, e allora? – Elogio a una grande donna di scienza

di Stefano Migliorati

Alcuni personaggi storici, per quanto lontani da noi nel tempo e nello spazio, hanno avuto rilevanza sulla maggior parte dei fenomeni, degli oggetti, delle tecnologie e della società che oggi ci circondano. Una considerazione banale ma che spesso scordiamo.
Esistono poi figure del passato che hanno superato quella barriera del tempo e le cui vicende diventano non solo rilevanti ma anche odierne, attuali.
Una di queste figure nacque a Varsavia il 7 novembre del 1867, sesta figlia di due insegnanti. Il suo nome era Maria Salomea Skłodowksa.

Parte I: gli studi, la carriera nascente e il matrimonio

Fin da subito si distinse per la sua abilità nello studio e per il suo interesse per le scienze. Quando nel 1891 si trasferisce a Parigi per proseguire i suoi studi, trova un ambiente di grande tensione politica e sociale: la guerra franco-prussiana e il “caso Dreyfus” hanno fatto nascere nella popolazione un forte senso di nazionalismo e di attaccamento alla tradizione. In ambito accademico però le cose vanno molto bene: si laurea alla Sorbona in Fisica nel 1893 e ottiene la laurea in Matematica l’anno seguente. Il 1894 è importante non solo per la sua seconda laurea ma anche per un incontro fortunato con quello che il 25 luglio del 1895 sarebbe divenuto suo marito. Uomo di scienza, otto anni più di lei, si trovò da subito in sintonia. Lavorarono egregiamente a livello accademico così come coppia. Il nome di quest’uomo era Pierre Curie e dal giorno del suo matrimonio Maria sarebbe stata conosciuta come Marie Curie.

Curie, Marie: in laboratorio all'Università di Parigi, 1925

Curie, Marie: in laboratorio all’Università di Parigi, 1925

Non bisogna però pensare a lei come all’ennesima “grande donna dietro il grande uomo”. Lavoravano esattamente alla pari.
Nel 1898 in soli cinque mesi riuscirono a scoprire due nuovi elementi, il polonio (dedicato alla terra natia di Maria) e il radio, che fu al centro delle ricerche di tutta la vita della scienziata. La scoperta di questi elementi, nonché di una particolare proprietà di questi di emettere radiazioni (al tempo non si aveva ancora un’idea chiara di cosa fossero e a cosa fossero dovute; la spiegazione fu data solo in futuro grazie ad altre teorie) furono al centro dei loro studi. Questa proprietà fu chiamata radioattività , nome derivante per l’appunto dall’elemento scoperto da Marie e Pierre.
Dopo il dottorato di Maria in Fisica con una tesi sulla radioattività nel 1903, il 10 dicembre dello stesso anno lei, suo marito e Henri Bequerel, altro grande scienziato che lavorò sulla radioattività e svolse molti esperimenti, ricevettero il premio Nobel della Fisica per lo studio della radioattività. Dopo questa gioia e l’arrivo della secondogenita (la primogenita nata nel 1895) nel 1904, la tragedia: il 19 aprile del 1906 Pierre Curie muore in un incidente stradale, travolto da una carrozza. Per Marie il colpo è forte. Riesce ad affrontare il dolore in un solo modo, cioè immergendosi completamente nel lavoro. Ma per quanto ciò le dia un po’ di pace, il dolore rimane profondo. Scrive infatti nel suo diario:
“Non riesco a pensare più a nulla che sia capace di darmi un po’ di gioia, tranne forse la ricerca scientifica. Ma in verità neppure quella, poiché seppure ottenessi qualche risultato sarei triste per il fatto che tu non sarai qui a condividerlo con me.”. Scrive questo diario come se si stesse rivolgendo direttamente al marito e ammette che rimane in laboratorio anche per sentirlo più vicino.
Passano circa 8 mesi e la sua carriera fa un nuovo balzo in alto: le viene offerta la cattedra di Fisica generale alla Sorbona, la stessa cattedra che ricopriva il marito. Lei accetta.
Il 5 novembre 1906 alla prima lezione sono presenti centinaia di persone tra studenti, professori e semplici curiosi. Perché? Beh, è la prima donna ad avere una cattedra alla Sorbona. Per questo l’evento suscita tanto interesse. Inoltre la vedova Curie è appena uscita dal periodo di lutto e ha occupato il ruolo del marito. Ma se il pubblico si aspettava un qualcosa di più “spettacolare”, Marie si limitò a proseguire come se nulla fosse le lezioni del marito.
Dentro di lei però è tormentata, depressa, molto triste: avere il ruolo del marito non è facile. Affronta però  la situazione con notevole forza, anche se questa comincia a vacillare.

Parte II: il nuovo amore e i nuovi problemi

Trova conforto e amicizia nella figura di Paul Langevin, già collega ed ex studente di Pierre. Amicizia che pian piano diventa sempre più intima fino a divenire un amore discreto, privato. Paul è sposato con Jeanne Desfosses, matrimonio che però già da anni è in crisi. La gelosia della moglie nei confronti della scienziata con cui Paul passava la maggior parte del tempo, sfocia irruentemente dopo il luglio del 1910 quando Paul e Marie affittano un appartamento in zona Sorbona. La moglie è furibonda e arriva pure a minacciare di morte Marie. Per evitare che le tensioni diventino insostenibili, si arriva a un “accordo”: Paul e Marie non si dovranno più vedere e frequentare, né per lavoro né per altro.
Un congresso a Bruxelles però fa rincontrare i due amanti. Ed è allora che la donna, stanca di compromessi e di reprimere quei sentimenti, scrive una lettera a Paul, decisa a risolvere la cosa una volta per tutte.
Non vuole solo una vita felice con lo scienziato, vuole anche metterlo in guardia affermando che la moglie sta compromettendo il suo umore e il suo lavoro. Scrive infatti in quella lettera:
“Tua moglie non è capace di provar pace mentre tu eserciti la tua libertà, proverà sempre a importi ogni genere di costrizione, per motivi di ogni sorta: interessi materiali, capricci, mera vanità.”.
Suggerisce pure una soluzione ai suoi problemi, una soluzione drastica: la separazione.
“Se si procedesse con la separazione, tua moglie smetterebbe ben presto di dedicarsi ai figli, che non è capace di crescere e che l’annoiano, e tu potresti progressivamente incaricarti della loro educazione. Infine, Paul mio, non bisogna considerare solo i tuoi figli. Ci sei tu, il tuo futuro di scienziato la tua vita morale e intellettuale.[…]Devi rendertene conto. Non puoi vivere né respirare né lavorare in un ambiente come quello in cui ti trovi ora.”.
Suggerisce pure di iniziare ad evitarla e di trasferirsi via da lei. Leggendo le lettere sembra quasi più preoccupata per lui che per la loro relazione. Riferisce che non solo lei ma anche gli amici e gli studenti lo vedono sempre più afflitto.
Ma nel frattempo il lavoro e la carriera di Marie non possono fermarsi e, se nell’ambito privato vive questa situazione, nell’autunno del 1910 la scienziata su suggerimento di alcuni colleghi si candida a un posto vacante nella divisione di Fisica dell’Accademia delle Scienze francese. Altro candidato è Edouard Branly, fisico che ebbe un ruolo fondamentale nelle comunicazioni senza fili ma dal curriculum certamente minore rispetto a quello di Marie, tanto minore che le imprese scientifiche della scienziata diventano il motivo per cui non dovrebbe essere scelta per tale posto. “Ha ricevuto ormai tutti i riconoscimenti possibili, diversi premi dell’Accademia, candidature a un gran numero di organizzazioni, un laboratorio e una cattedra alla Sorbona dove tutto ciò che desiderava le è stato servito su un piatto d’argento” riporta L’Action française, quotidiano di destra nazionalista. Ma non solo questa testata giornalistica è schierata contro la “femminea eccentricità” di Marie: Le Figaro e tutte le riviste conservatrici vogliono sminuire il contributo scientifico offerto da  Madame Curie, accusandola addirittura che dopo la morte del marito non avrebbe più realizzato nulla di buono. Questi attacchi alla sua figura funzionano e il 23 gennaio 1911 risulta sconfitta in favore del tradizionale e conservatore Branly.

Parte III: diffamazione, il secondo Nobel e la rivincita

Purtroppo questo suo “ardire” a un posto alto all’interno dell’Accademia smuove molti animi intenzionati ad abbattere la sua gloria. Prima tra tutte Jeanne Langevin, la moglie di Paul. Sembrerebbe che la moglie abbia mandato qualcuno all’appartamento di Paul e Marie e abbia sottratto le loro lettere. Madame Curie ora è allarmata, soprattutto per l’uso che potrebbe farne la donna.
A fine ottobre parte per Bruxelles al primo Congresso Solvay, a cui partecipano tra i tanti anche Einstein, Planck, Rutherford, Perrin e Paul Langevin. Lei è l’unica donna.

Congresso Solvay, 1911

Congresso Solvay, 1911

Il giorno dopo la fine del congresso su Le Journal appare questo titolo: “Storia d’amore: Madame Curie e il professor Langevin”. L’articolo riporta informazioni fornite dalla madre di Jeanne che affermano che Marie avrebbe allontanato Paul dalla famiglia per fuggire con lui.
“La vedova di Pierre Curie, la grande scienziata che stava per entrare nell’ Istituto di Francia, la celebre, illustre Marie Curie ha portato via il marito a mia figlia e il padre ai miei nipoti…”.
Seppur Marie tenta di rispondere con una smentita al Temps, ormai la notizia pare divenuta inarrestabile, come pure l’opinione pubblica, ulteriormente rafforzata dal Petit Journal (famoso per le invettive contro Dreyfus) che riporta un’intervista della moglie di Langevin che getta le basi per una campagna contro Marie Curie, descrivendola come “una «sconsiderata» tutta dedita a cose «maschili» quali «i libri, il laboratorio, la gloria», parole che dimostravano a pieno il pensiero dell’epoca riguardo il rapporto donne-scienze.
Ma finalmente una buona notizia, anzi una notizia unica e di cui nella storia fino ad oggi è stata protagonista solamente Marie Curie: l’assegnazione del premio Nobel per la Chimica per l’isolamento del radio e del polonio. Sembra capitata a proposito, in mezzo a quello scandalo sulla sua vita privata che nulla ha a che vedere con i suoi meriti scientifici. La notizia però rimane nel silenzio, nessuno ne viene a sapere nulla. L’Accademia di Svezia non appoggia questo gossip e le vuole consegnare comunque il premio. Per Marie questa è una grande vittoria e decisa scrive nuovamente al Temps parole che dovrebbero riecheggiare spesso nella storia:
“Considero abominevole l’intrusione della stampa e dell’opinione pubblica nella vita privata. Tale ingerenza assume un aspetto particolarmente criminale quando coinvolge persone che hanno manifestamente dedicato la loro vita a occupazioni elevate e di utilità generale […].”

Parole che, assieme alle minacce di denunce e provvedimenti giudiziari nel caso di nuove intromissioni nella sua vita privata, non fermano gli attacchi alla scienziata. Albert Einstein, amico di Marie, le scrive poiché “irritato per il modo in cui la feccia si permette di reagire contro di lei […]. Sono tuttavia convinto che lei provi disprezzo per questa marmaglia, sia che essa finga deferenza sia che cerchi di sfogare attraverso di lei il proprio desiderio di facili emozioni. Sento il bisogno di dirle quanto ammiri il suo spirito, la sua forza e la sua onestà. Mi ritengo fortunato ad averla conosciuta personalmente a Bruxelles […]. Se questa marmaglia continua a occuparsi di lei, semplicemente smetta di leggere tutte quelle sciocchezze e le lasci alle vipere per cui sono state fabbricate.”.

Quello stesso giorno, il 23 novembre 1910, Gustave Téry pubblica sull’Œuvre le lettere private di Madame Curie e Monsieur Langevin. Si aggiungono dunque le accuse di essere una straniera, pure ebrea (come suggerisce il suo secondo nome, Salomea) che ha voluto allontanare un brav’uomo dalla sua famiglia legittima. Questa pubblicazione, assieme ad un duello tra Téry e Langevin che finisce nella resa di entrambi ma che fa molta notizia, giunge fino a Stoccolma. Svante Arrhenius, Nobel per la Chimica nello stesso anno in cui Marie e Pierre lo ricevettero per la Fisica, le scrive:
“Una lettera a lei attribuita a lei è stata pubblicata da un giornale francese di cui sono giunte alcune copie fin qui  […], ho perciò chiesto ai colleghi cosa ritenevano fosse opportuno fare nella mutata situazione, considerevolmente aggravata, tra l’altro, dal ridicolo duello ingaggiato da M. Langevin. Quest’ultimo avvenimento ha dato l’impressione, che mi auguro errata, che la corrispondenza pubblicata non fosse una contraffazione. Tutti i miei colleghi ritengono più opportuno che lei, il 10 dicembre, non venga, perciò la prego di trattenersi in Francia; non possiamo prevedere cosa potrebbe accadere qui in occasione del conferimento del premio. Se l’Accademia avesse creduto alla possibilità che la lettera in questione fosse autentica, con tutta probabilità non le avrebbe assegnato il premio se non dopo una plausibile dimostrazione della sua falsità.Spero quindi che telegraferà a M. Aurivillius o anche a me dicendo che le è impossibile venire […] e che invierà una lettera in cui dichiara di non voler accettare il premio prima di una pubblica sconfessione delle accuse nei suoi confronti, durante il processo Langevin”.

Marie non sopporta tale affronto, questi ipotetici problemi di ordine pubblico, e vuole vedere riconosciuti i suoi meriti.
“Se questi fossero i sentimenti condivisi dagli accademici,” scrive in una lettera di risposta il 5 dicembre 1911 “ne sarei profondamente delusa. Tuttavia non credo spetti a me fare confetture sulle opinioni o le intenzioni dell’Accademia; devo quindi agire secondo le mie proprie convinzioni. Sarebbe da parte mia un grave errore seguire la sua raccomandazione. Il premio, infatti, mi è stato assegnato per la scoperta del radio e del polonio, e credo non vi sia alcun rapporto tra la mia opera scientifica e le vicende della mia vita privata […]. In linea di principio non posso ammettere che le calunnie e le maldicenze della stampa influenzino l’apprezzamento accordato al mio lavoro scientifico.”.
Quando si presenta alla consegna del premio, nel discorso ufficiale dell’11 dicembre rivendica tutte le sue scoperte scientifiche (compiute anche con il marito) e l’importanza delle sue ricerche sulla radioattività che han permesso notevoli passi avanti nella ricerca, motivo per il quale è probabilmente stata scelta per il Nobel.  Il premio riconosciutole e il discorso mettono finalmente a tacere tutti i chiacchiericci sulla vicenda.
E Paul Langevin? Tra lui e Marie finisce la storia d’amore e torna dalla moglie e si trova una nuova amante più discreta.

Parte IV: la malattia, la notorietà e l’amore per le scienze

Da qui in poi la vita di Marie scorre di certo più tranquilla da questo punto di vista. Ma la malattia causata dalla continua esposizione alle radiazioni, la fa sentire sempre più stanca. Ciò non le impedisce di proseguire il suo lavoro: proprio durante la Prima Guerra Mondiale si impegna per la costruzione di apparecchi portatili (caricate su camion, per quanto portatili) per le radiografie sul campo di battaglia, scende lei stessa nelle zone di guerra con la figlia Irène per aiutare con le radiografie e fonda l’Institut du Radium (attualmente Institut Curie).

Institut du radium, 1936

Institut du radium, 1936

Per quanto Marie ritenga la guerra un atto cruento che va ripudiato e per quanto lotti anche per la pace tra i popoli, facendosi in futuro promotrice della Commissione internazionale per la cooperazione intellettuale, fa un’importante riflessione come introduzione del suo saggio La radiologia e la guerra.
La storia della radiologia di guerra offre un esempio sorprendente dell’insospettata ampiezza che, in certe situazioni, può avere l’applicazione di scoperte di ordine puramente scientifico. […] La grande catastrofe che si è scatenata sull’umanità, e che ha accumulato un numero spaventoso di vittime, ha fatto sorgere per reazione l’ardente desiderio di salvare tutto quel che era possibile salvare, di sfruttare tutti i mezzi per risparmiare e proteggere delle vite umane. […] Da allora, ciò che era sembrato difficile e problematico è divenuto fattibile e ha ricevuto una soluzione immediata; il materiale e il personale si sono moltiplicati come per incanto; tutti coloro che non capivano hanno ceduto e compreso, coloro che ignoravano hanno appreso, coloro che erano indifferenti si sono votati alla causa.
Conclude scrivendo: L’intera comunità civilizzata ha il dovere categorico di vegliare sul campo della scienza pura dove vengono elaborate le idee e le scoperte, di proteggerla e incoraggiare i lavoratori dando loro il supporto necessario. E’ solo in questo modo che una nazione può crescere e perseguire un’evoluzione armoniosa verso un ideale lontano.”.

I problemi però non sono finiti per Marie: malgrado la sua notorietà, non ha fondi sufficienti per proseguire le ricerche all’Institut. Gli amici le dicono che se lei e suo marito si fossero preoccupati di far valere i loro diritti sulle ricerche, avrebbe ora certamente più fondo economico per proseguire il suo lavoro. Ma Marie non si pente di quella scelta. Infatti dice: “L’umanità ha certamente bisogno di persone pratiche, capaci di ottenere il massimo dal loro lavoro e, senza dimenticare il bene generale, di salvaguardare i propri interessi. Ma ha anche bisogno di sognatori a tal punto attratti dai liberi esisti di un’impresa da considerare impossibile prestare la minima attenzione ai propri benefici materiali. In effetti questi sognatori non meritano la ricchezza, poiché non l’hanno desiderata. Tuttavia, una società ben organizzata dovrebbe assicurare a questi lavoratori tutti i mezzi necessari a raggiungere i loro obiettivi, all’interno di una vita sgombra da preoccupazioni materiali e votata alla ricerca disinteressata.”.

Marie Curie in America con le sue due figlie e Marie

Marie Curie in America con le sue due figlie e Marie “Missy” Meloney

Una giornalista americana Marie “Missy” Meloney si interessa molto alla causa di Marie Curie e decide di aiutarla: pubblica un’intervista con la scienziata e la invita in America. Marie accetta l’invito e pare con le sue figlie. Viene accolta come una celebrità: si dedicano canzoni, balli e opere teatrali al radio e alla stessa Curie e si riesce a far ascoltare alle conferenze, ottiene lauree ad honorem, premi e, infine, uno degli obiettivi che si era posta la giornalista. Il 20 maggio il presidente Harding consegna a Marie Curie un grammo di radio del valore di 121407 dollari: la sua ricerca è salva. Riprende il suo lavoro ma le condizioni di salute peggiorano sempre di più. I dati sul radio sono ormai certi: l’esposizione è la causa della malattia di Madame Curie e di tutti i morti in laboratorio. Ciò non la ferma: fonda un Istituto del Radio a Varsavia e continua a lavorare anche con la Commissione internazionale.
Ad un convegno madrileno della Commissione sull’”Avvenire della cultura”, Marie Curie pronuncia grandi e forti parole sulla bellezza della scienza e della sua avventura con essa.
“Sono tra coloro che pensano che la scienza possegga una grande bellezza. Uno scienziato, nel suo laboratorio, non è solo un tecnico: è anche un bambino messo di fronte a fenomeni naturali che lo affascinano come una favola. Non dobbiamo far credere che l’intero progresso scientifico possa essere ridotto a dei meccanismi, a delle macchine, a degli ingranaggi, sebbene anch’essi abbiano a loro volta una propria bellezza. Io non credo che, nel nostro mondo, lo spirito di avventura rischi di sparire. Se intorno a me vedo qualcosa di vitale, è proprio questo spirito di avventura, che sembra indistruttibile ed è una forma di curiosità. Cosa saremmo senza la curiosità dell’intelletto? Proprio questa è la bellezza e la nobiltà della scienza: l’inestinguibile desiderio di ampliare le frontiere del sapere, di braccare i segreti della materia e della vita senza avere idee preconcette sulle loro eventuali ripercussioni.”.

Maria Salomea Skłodowska, nota a noi e a tutto il mondo come Marie Curie, morì il 4 luglio 1934 nel sanatorio di Passy.

Questa è la storia di Maria, della donna e della scienziata. E’ stata ed è tuttora una figura di nota importanza per la ricerca scientifica ma non solo: è l’esempio di un nuovo modo di pensare per la sua epoca, dell’emancipazione femminile e della lotta ai tradizionalismi dannosi. E’ inoltre un esempio dell’amore che si può provare per le scienze, tale da continuare i suoi studi sulla radioattività malgrado sapesse dei danni provocati dal radio (ancora adesso i suoi appunti sono radioattivi e per consultarli è necessario prendere alcune accortezze mediche).
Scienza pura, progresso scientifico, il merito, la lotta ai pregiudizi, la ricerca scientifica: lei ha trattato e rivoluzionato tutti questi ambiti e ci ha mostrato come si può tener testa anche alle maldicenze più diffuse ed essere premiati per quel che si è fatto.

Tutto questo a pensarci bene è molto attuale: viviamo in un’epoca in cui siamo circondati di tecnologia e di scienze ma nessuno se ne accorge e anzi, spesso ci copriamo occhi e orecchie e diciamo: “A che cosa serve la ricerca scientifica?”. E’ una domanda inutile. E’ la domanda più inutile che si possa fare, soprattutto se si pone con uno Smartphone tra le mani o se si scrive su un social network.
Questa donna, accolta addirittura come un’eroina e come una celebrità negli stati uniti dei primi anni del XX secolo, è l’immagine più moderna di quello che significa ricerca scientifica e progresso. Dovrebbe essere lei l’idolo di molti giovani, la donna con maggiore influenza su loro al posto di qualche pop star dedita ad una vita di lusso sfrenato e al ribellarsi alle convenzioni sociali (che tanto da quanto si può osservare cambiano ogni giorno). Dice Brian Greene, fisico teorico famoso per il suo contributo alla teoria delle stringhe: “When kids look up to great scientists the way they do to great musicians and actors, civilization will jump to the next level” (“Quando i bambini guarderanno i grandi scienziati nel modo in cui guardano i grandi musicisti e attori, la civiltà passerà al livello successivo”). Dobbiamo attendere ancora quel momento…o ci siamo già passati e ce ne siamo semplicemente dimenticati? O forse attendiamo una scoperta più grandiosa e “utile” del bosone di Higgs o di come è fatto Plutone o di cosa c’è sulla Luna.
La cosa che più ci teneva a sottolineare Madame Curie era il bisogno di curiosità fine a se stessa, della sete del sapere. E ora ce n’è bisogno qua, nel nostro Paese.
“La vita non è facile per nessuno, e allora? Bisogna perseverare e avere fiducia in se stessi. Dobbiamo credere di essere portati per qualcosa e che questo qualcosa vada raggiunto ad ogni costo”: queste sono altre bellissime parole della scienziata che rivoluzionò il mondo scientifico e che ancora oggi rimane il simbolo della conoscenza, della pace, della ricerca scientifica e della lotta per raggiungere i propri obiettivi, costi quel che costi.

Fonti:
-Marie Curie, La vita non è facile, e allora? Lettere di un genio forte e curioso, L’Orma editore, luglio 2015;

http://archiviostorico.corriere.it/1995/giugno/10/MARIE_CURIE_prima_immortale_co_0_9506109055.shtml

https://it.wikipedia.org/

 

 

 

 

Lo sgambetto di NAPOLITANO a Rodotà? Non è il primo

In gioco c’era la presidenza della Camera: vinse Napolitano, Rodotà venne fatto fuori dal suo stesso partito e non la prese bene

Il 3 giugno del 1992, dopo tre scrutini piuttosto difficili, Giorgio Napolitano – che i giornali dell’epoca già chiamavano “l’anziano leader” – venne eletto presidente della Camera. Fino al giorno prima il Partito dei Democratici di Sinistra (PDS) – il partito nato da poco dal Partito Comunista Italiano, dal quale si era staccata Rifondazione Comunista – aveva prima appoggiato e poi scaricato un altro candidato, il primo presidente del PDS e vicepresidente della Camera Stefano Rodotà.

Qualcosa di simile è accaduto nuovamente, con il confronto durante l’elezione per il Presidente della Repubblica, di nuovo, tra Giorgio Napolitano e Stefano Rodotà. Come ieri, anche allora a Rodotà è mancato l’appoggio del suo partito – in un certo senso – naturale: il PDS e poi il PD, ma ha ottenuto invece quello di altre forze: all’epoca Rifondazione e Verdi, ieri il Movimento 5 Stelle – ma fuori da Montecitorio la piazza era comunque piena di bandiere di Rifondazione. Lo scontro fu simile anche perché avvenne al tramonto della cosiddetta “prima Repubblica” – fu la legislatura in cui scoppiò Tangentopoli e l’ultima prima dell’entrata in politica di Silvio Berlusconi – come oggi molti sostengono che sia arrivata la fine della seconda.

Le elezioni del 1992, quelle subito precedenti allo scontro tra Napolitano e Rodotà, furono elezioni storiche. Per la prima volta non si presentava più il PCI che si era scisso in PDS e Rifondazione Comunista. La Lega Nord, che si presentava per la prima volta alle elezioni politiche, prese più di 3 milioni di voti e ottenne 80 seggi  tra Camera e Senato. La Democrazia Cristiana ottenne il suo risultato peggiore di sempre e il Partito Socialista Italiano subì la prima flessione nel suo consenso dal 1979.

Il primo atto del nuovo parlamento fu l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro a Presidente della Repubblica: un’elezione travagliata, per cui furono necessari 16 scrutini. Il giorno prima della sua elezione venne assassinato Giovanni Falcone: dopo la strage di Capaci quasi tutte le forze politiche, con l’eccezione di Rifondazione Comunista e della Lega Nord, si accordarono per eleggere Scalfaro, democristiano, allora presidente della Camera. La sua elezione aprì un clima favorevole a un’entrata del PDS in un governo DC e PSI.

Com’era tradizione nella prima Repubblica – tradizione che si è persa negli ultimi anni – la maggioranza DC-PSI lasciò all’opposizione l’elezione del presidente di una delle due camere, in questo caso quella dei deputati. Per le prime due votazioni il candidato ufficiale del PDS fu Rodotà, a cui Scalfaro aveva appena lasciato la presidenza della Camera. Al primo scrutinio prese 158 voti su 554. Il secondo andò ancora peggio: 147 voti. Secondo i giornali dell’epoca, mentre riceveva i voti di Rifondazione e dei Verdi, Rodotà era preso di mira da molti “franchi tiratori” del suo stesso partito e, soprattutto, le forze della maggioranza non sembravano disponibili a votarlo.

Dopo l’insuccesso del 2 giugno il PDS, scrissero i giornali, cominciò a temere che stesse venendo meno la disponibilità dei partiti di maggioranza a votare un candidato del PDS. Il segretario del partito, Achille Occhetto, disse che «i principali gruppi parlamentari hanno dichiarato la loro disponibilità a prendere in considerazione una candidatura del Pds» e che invitavano il PDS «a non protrarre oltre l’ elezione, per mettere il presidente della Repubblica nelle condizioni di poter aprire le consultazioni».

Nel corso del 2 giugno il PDS votò per due volte scheda bianca, lasciando a Rodotà soltanto i voti di Rifondazione Comunista, dei Verdi e di alcuni altri partiti minori. La sera di quel giorno, il gruppo parlamentare si riunì per decidere una nuova candidatura. Su 107 membri del gruppo parlamentare, solo 22 si astennero e venne scelto Giorgio Napolitano, moderato, aperto al dialogo con i socialisti di Craxi e leader della corrente dei “miglioristi” all’epoca del PCI. Questa fu la notizia, a pagina 3 della Stampa del 3 giugno 1992.

Rodotà fu molto critico nei confronti del suo partito.  In un comunicato diffuso dopo la riunione che aveva deciso per la candidatura di Napolitano scrisse: «Una piccola schiera di imbecilli ha ridotto tutto a una fame di poltrone che, se fosse esistita, molti erano pronti a saziare con ragguardevoli bocconi». Poco dopo si dimise da presidente del partito e dalla vicepresidenza della Camera. Il giorno dopo, il 3 giugno, Giorgio Napolitano venne eletto con 360 voti che includevano quelli del PDS, della DC e del Partito Socialista.

Fonte: http://www.ilpost.it/2013/04/21/napolitano-contro-rodota-nel-1992/

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