Il 68 e l’Uomo a una Dimensione di HERBERT MARCUSE

Il ’68 fu l’anno della contestazione in tutto il mondo e al riguardo un importante ruolo fu svolto dagli studenti. La ribellione giovanile che ebbe origine negli USA per poi dilagare nell’Europa occidentale e in alcuni paesi dell’est europeo fu l’effetto di una crisi che si era andata preparando negli anni precedenti il 1968. L’intervento dell’URSS in Cecoslovacchia con il crollo del mito dell’Unione Sovietica, guida del socialismo reale, l’aspro conflitto tra l’URSS e Cina, la guerra USA nel Vietnam, le dubbie prospettive di uno sviluppo indefinito anche delle economie più ricche, i movimenti di liberazione dell’Africa nera, le lotte contro i regimi dittatoriali dell’America latina furono altrettanti detonatori della protesta giovanile, e nella particolare situazione italiana, la disoccupazione giovanile, la burocratizzazione del sistema universitario, l’affermazione di un potere studentesco.

In Italia e all’estero l’irrequietezza degli studenti, il rigetto dell’ordine costituito, lo smarrimento intellettuale assunsero una carica che può essere definita di carattere rivoluzionario e la loro contestazione, attraverso vari stadi, diventò globale.

Essa cominciava nell’ambito della scuola: le condizioni arretrate in cui si svolgevano, in molti nostri atenei, la vita universitaria e la ricerca scientifica, la rigidità della organizzazione degli studi poco aderente alle esigenze di una società in sviluppo, le sempre auspicate ma sempre rinviate riforme degli studi, avevano offerto più di un motivo alla protesta studentesca.

La prima bandiera della contestazione fu la denuncia dell’autoritarismo; molti ragazzi contestavano un certo modo di esercitare l’autorità in modo sbrigativo, perentorio, assoluto che corrispondeva a modelli culturali ormai respinti, si diffondeva l’utopia dell’uguaglianza assoluta di una società in cui nessuno avrebbe comandato: l’orizzonte della contestazione si allargava, le vibrazioni del movimento studentesco entravano in sintonia con atre vibrazioni in Italia e fuori, maturava la sollevazione sindacale in una lunga vigilia dell’autunno caldo. Il movimento studentesco diventava un movimento di estrema sinistra, infiammato dalle speranze di rivoluzione. Dalla scuola la contestazione si era estesa all’intera società, una società da cui tutto discendeva, non solo la scuola stessa, vecchia, corrotta, inutile, ma tutto quanto di male esisteva nel mondo, secondo la mentalità di ogni rivoluzionario che attribuisce all’ordinamento vigente ogni ingiustizia dell’Universo.

Si voleva, quindi, trasformare il mondo del futuro, cambiare il sistema nel suo insieme.

La realtà studentesca italiana, partita dalla prima occupazione di Pisa l’8 febbraio 1967 visse momenti di duri scontri con la polizia come la famosa “battaglia” di Valle Giulia a Roma, primo maggio tra gli studenti e forze dell’ordine. Gli studenti, che non si limitavano più a semplici rivendicazioni sugli esami, accusati di pigrizia, di volere esami più facili per essere promossi senza fatica, esigevano ormai obiettivi più importanti e tentarono di coinvolgere le fabbriche e i sindacati ma questi non si lasciarono coinvolgere e così lo Stato vinse e gli studenti ottennero ben poco. La scuola rimase quella che era, eppure come ci dice Francesco Alberoni, che visse appieno questi anni, “con il ’68 l’italiano ha scoperto a fondo i suoi diritti, il gusto della libertà, ha perso la riverenza verso le tradizioni oppressive, ha rotto col passato per poter evolvere”. Il ’68 è stato visto quindi come un momento positivo, un passo importante per lo sviluppo degli italiani, una presa di coscienza delle proprie potenzialità, ma c’è anche chi ha voluto porre l’accento, come Piero Ottone, giornalista dal cui articolo abbiamo tratto riferimento, sulla frustrazione della sconfitta che potrebbe essere una delle reazioni del nascente terrorismo che insanguinò il nostro paese negli anni che seguirono il ’68. Questi moti sessantottini non furono né improvvisati né tantomeno nacquero spontanei, ma come ogni movimento ebbero una base ideologica. Tale base fu fornita dalla “Scuola di Francoforte” e soprattutto dai testi di H. Marcuse (“Eros e Civiltà”, edito nel 1955 e “L’Uomo a una dimensione”, edito nel 1964).

La scuola di Francoforte, formatasi a partire dal 1922 presso il celebre “Istituto per la ricerca sociale”, sul piano filosofico è sostanzialmente una teoria critica della società presente alla luce dell’ideale rivoluzionario di un’umanità futura, libera e disallienata. Essa intende porsi come pensiero critico e negativo nei confronti dell’esistente, teso a smascherarne le contraddizioni profonde e nascoste mediante un modello utopico in grado di fornire un’incitazione rivoluzionaria per un suo mutamento radicale. Marcuse, uno dei maggiori esponenti della scuola di Francoforte polemizza, appunto, contro la società repressiva in difesa dell’individuo e della sua felicità, e con le sue opere fomenta quindi e dà la base razionale, filosofica al movimento del ’68. Già in “Eros e Civiltà” Marcuse ritiene che la società di classe si sia sviluppata reprimendo gli istinti e la ricerca del piacere degli uomini impedendo agli uomini la libera soddisfazione dei suoi bisogni, delle sue passioni. L’istintività, il piacere sono stati asserviti da ciò che lui chiama “principio della prestazione” cioè la direttiva di impiegare tutte le energie psico-fisiche dell’individuo per scopi produttivi e lavorativi. Ma la civiltà della prestazione non può far tacere del tutto gli impulsi primordiali verso il piacere, la cui memoria è conservata dall’inconscio e dalle sue fantasie.

Inoltre Marcuse ritiene che tale principio di prestazione abbia creato “le precondizioni storiche per la sua stessa abolizione” poiché lo sviluppo tecnologico e l’automatismo hanno posto le premesse per una diminuzione radicale della quantità di energia investita nel lavoro, a tutto vantaggio dell’eros e di un lavoro quale attività libera e creatrice.

L’Utopia di Marcuse è, in sostanza, il desiderio di un paradiso ricreato in base alla conquista della civiltà. Nell’Uomo a una dimensione Marcuse riprende e radicalizza i vari motivi di critica della società tecnologica avanzata.

L’uomo a una sola dimensione è l’individuo alienato della società attuale, è colui per il quale la ragione è identificata con la realtà. Per lui non c’è più distacco tra ciò che è e ciò che deve essere, per cui al di fuori del sistema in cui vive non ci sono altri possibili modi di essere. Il sistema tecnologico ha, infatti, la capacità di far apparire razionale ciò che è irrazionale e di stordire l’individuo in un frenetico universo cosmico in cui possa mimetizzarsi. Il sistema si ammanta di forme pluralistiche e democratiche che però sono puramente illusorie perché le decisioni in realtà sono sempre nelle mani di pochi. “Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà – egli afferma – prevale nella civiltà industriale avanzata segno di progresso tecnico”; la stessa tolleranza di cui si vanta tale società è repressiva perché è valida soltanto riguardo a ciò che non mette in discussione il sistema stesso. Tuttavia la società tecnologica non riesce ad imbavagliare tutti i problemi e soprattutto la contraddizione di fondo che la costituisce, quella tra il potenziale possesso dei mezzi atti a soddisfare i bisogni umani e l’indirizzo conservatore di una politica che nega a taluni gruppi l’appagamento dei bisogni primari e stordisce il resto della popolazione con l’appagamento dei bisogni fittizi. Tale situazione fa sì che il soggetto rivoluzionario non sia più quello individuato dal marxismo classico, cioè la classe operaia, in quanto questa si è completamente integrata nel sistema, bensì quello rappresentato dai gruppi esclusi dalla benestante società, quello che Marcuse in un passo chiave del suo libro descrive come: “il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico, la loro presenza prova quanto sia immediato e reale il bisogno di porre fine a condizioni e istituzioni intollerabili. Perciò la loro opposizione è rivoluzionaria anche se non lo è la loro coscienza. Perciò la loro opposizione colpisce il sistema dal di fuori e quindi non è sviata dal sistema; è una forza elementare che viola la regola del gioco e così facendo mostra che è un gioco truccato”. Questi gruppi possono incarnare il Grande Rifiuto, l’opposizione totale al sistema e porre le basi per la traduzione dell’utopia in realtà, anche se le capacità economiche e tecniche degli Stati sono abbastanza ampie da permettere aggiustamenti e concessioni a favore dei sottoproletari e le loro forze armate sono abbastanza addestrate ed equipaggiate per far fronte alle situazioni di emergenza. Tuttavia lo spettro è di nuovo presente dentro e fuori i confini delle società avanzate. In uno scritto del 1967 Marcuse ha parlato di una fine dell’utopia, alludendo al fatto che esistessero le precondizioni materiali e tecniche, i “luoghi” dove le utopie potessero finalmente abbandonare i “non luoghi” dell’astrazione e concretizzarsi nella realtà; tuttavia, dobbiamo ribadirlo, ciò era soltanto una possibilità e per questa possibilità, per il grande rifiuto, molti hanno dato e danno la loro vita.

Parlando dell'”Uomo a una dimensione” il sociologo Luciano Gallino afferma che “esso anticipa i termini delle questioni odierne e ciò lo fa apparire moderno. Esso può sembrare un libro scomodo, irritante, poiché non privo dell’arroganza di chi presume di possedere un intelletto dalle capacità diagnostiche quasi infallibili, come d’altronde appaiono la maggior parte delle opere della scuola di Francoforte. Ma è anche un libro che obbliga a riflettere su ciò che dobbiamo decidere e fare, qui e ora al fine di trasformare noi stessi e la società in cui viviamo, in direzione di un’esistenza che non sia come l’attuale, il regno di un’abile e previggente applicazione di mezzi efficienti per scopi presi alla cieca, ma un’esistenza in cui la ragione oggettiva, con la sua capacità di individuare l’essenza della realtà suggerisca i nostri scopi e le correlative azioni, stabilendo e interiorizzando nuovi rapporti con società fino ad ora sottoprivilegiate che non sono più disposte ad accettare l’attuale disuguaglianza dei privilegi, prima che sia la storia, se non domani, ma forse domani l’altro, a trasformare brutalmente noi in strumenti dei suoi scopi più ciechi”.

Fonte: http://www.filosofico.net/onedimensionman1.htm

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Una visione controcorrente

Ho tentato più volte di scrivere (e mi sono chiesto se valeva la pena farlo) un quadro del mio personalissimo pensiero che collegasse la mia filosofia di vita a quella che è invece la visione di una società equilibrata e giusta. Non una visione per la società italiana, ma per qualcosa che va oltre le culture e i nazionalismi; essendo uomini, quando ci addentriamo nella sfera etica, morale, che abbia a che fare con lo scopo dell’essere umano, non possiamo riferirci ad un determinato popolo, ma siamo costretti a trattare l’argomento nel seno dell’umanità.
Affermo fin da ora che con questo pensiero cerco di esporre senza vergogna il mio punto di vista, senza pretendere che esso corrisponda alla verità assoluta. Anzi, sono sempre più convinto che la verità assoluta non esista, ma che le situazioni e le condizioni in cui viviamo cambiano, e certi concetti ed esperienze bocciati in un determinato contesto, siano invece utili in un altro. Cerco solo di ampliare il dibattito e fornire quella che può essere una mia critica. Il mio testo è controcorrente, e non è scritto per essere commentato o seguito, lo scrivo e basta. Perché mi è sempre piaciuto frugare dentro alla nostra misera condizione di uomini, e spero di spingere altri a fare altrettanto con se stessi, senza seguire quella che può essere una mia risposta. Ponetevi delle domande e datevi delle risposte. Ma sappiate che non è facile andare controcorrente, e ancor più difficile è perseguire la felicità in questa dimensione, avendo preso coscienza dei vizi e delle ambiguità del pensiero dominante. Non che non si possa essere felici, ma parto da un presupposto che potrò spiegare meglio in seguito.

Oggi il mondo è dominato dalla cultura del consumismo, non è necessario che vi illustri quali sono gli interessi del Vero Potere, le grandi società di Wall Street e le corporations, dietro la diffusione di questa mentalità. Per questi più che ovvi interessi economici è stata plasmata una società in cui gli individui vengono catturati dal sogno della felicità materiale. Persino coloro che non cedono alle mode o al consumo frenetico di oggetti inutili, tendono a concepire la loro esistenza in maniera egoistica, materialista, quasi narcisista, dove l’importante non sono gli altri ma l’IO. E per soddisfare il proprio IO spesso si mettono da parte impegni più o meno nobili, relazioni, amicizie, ecc. Si segue “il bisogno del momento”. Si percepisce una difficoltà e si sceglie di intraprendere un’altra strada. Si lascia indietro qualcosa o qualcuno perché in quel momento lo si ritiene d’intralcio alla propria felicità.
Questa cultura del Carpe Diem, questa insensata via dell’attimo fuggente, non è che un’illusione e ha distrutto intere generazioni di giovani. La storia insegna che le esperienze migliori sono date dal sacrificio e dall’abnegazione, la dedizione a qualcosa. La soddisfazione è il frutto di prove sostenute con spirito di sfida, prima di tutto verso se stessi.
Spesso capita di sentire il peso di un amicizia, quando l’amico è nel periodo di continuo bisogno, lo stesso capita in una relazione, quando l’impegno del rapporto diventa un peso che ostacola altre priorità (a chi non è capitato di essere quasi considerato da qualcuno un ostacolo alla altrui felicità, non v’è cosa più offensiva), a volte ci sentiamo di mettere da parte i familiari, altre volte crediamo che sia meglio dedicarsi al proprio lavoro e lasciare l’impegno pubblico, oppure ci capita di lasciare un percorso formativo importante; tutte queste scelte spesso vengono prese perché in quel preciso momento si sente il bisogno di trascorrere il tempo diversamente e di dedicarlo esclusivamente al proprio sviluppo personale. Non è sbagliato, ma spesso a questo si sacrifica tutto il resto.
Si arriva ad idolatrare se stessi, pensando che non si deve rendere conto a nessuno di nulla, così muore la cultura della famiglia (troppo onerosa per il dio ME), e muore l’impegno sociale (perché fare gratis qualcosa se non ricevo nulla in cambio? Perché devo sempre pensarci io? Perché tutti mi cercano solo quando servo?).

È da illusi pensare che questo possa renderci felici, si dimentica che la via all’egoismo è passeggera, perché per l’essere umano la felicità esiste solo se può essere condivisa. Non si possono spegnere o accendere le persone come fossero interruttori, e non si può regredire negli impegni e nei doveri che abbiamo di fronte all’umanità. Già, perché noi siamo esseri sociali e non possiamo lasciarci opprimere dalla libertà individuale. Detto così può sembrare il discorso di una persona che rimpiange l’autocrazia e rinnega le conquiste sociali. Nient’affatto! È solo una critica a come questi diritti sono stati utilizzati, e come ci hanno reso prepotenti e ci hanno fatto perdere di vista l’avvenire dell’uomo e il peso che l’unione e l’associazione degli uomini può avere nella storia. Dottrine di sofisti hanno pervertito il santo concetto della Libertà: gli uni l’hanno ridotto a un gretto immorale individualismo, hanno detto che l’io è tutto e che il lavoro umano, e l’ordinamento sociale non devono tendere che al soddisfacimento dei suoi desideri; gli altri hanno dichiarato che la libertà non ha limiti, che lo scopo d’ogni società è unicamente quello di promuoverla indefinitamente, che un uomo ha diritto di usare e abusare della libertà, purché questa non ridondi direttamente nel male altrui; che un governo non ha missione fuorché quella d’ impedire che un individuo non nuoccia all’altro. Non esiste concetto più sbagliato di queste due visioni!
Queste dottrine sono alla base di una società capitalista e consumista dove l’anarchia morale si è trasmessa nella cultura e nello stile di vita di ognuno di noi. Da millenni l’uomo è violento, competitivo, egoista, avido, ed ora, negli ultimi secoli, dopo la rivoluzione francese ci siamo donati le libertà individuali che queste dottrine hanno fatto passare nella concezione delle masse, ma hanno cambiato forse qualcosa?! Perché nonostante la conquista dei diritti inalienabili, l’umanità è ancora competitiva, violenta, egoista e avida. Questi sono i valori della società consumistica e quelli materialisti del carpe diem. E portandoci a scegliere la via dell’IO, abbiamo dimenticato lo scopo, i doveri che abbiamo come fratelli nei confronti dell’umanità. Perché l’umanità è un corpo solo. Ma qual è il suo scopo?

Credo che Giuseppe Mazzini nella sua opera “Dei Doveri dell’Uomo” ci abbia fornito la risposta: lo scopo dell’umanità è il PROGRESSO. Non solo quello economico, ma anche quello morale, scientifico e spirituale. Lo scopo di una persona è quello di migliorare gli altri, modificando così lo status quo che argina la società nel tempo. L’educazione e la condivisione delle esperienze, sia nel lavoro che nella vita sono il sale di questa visione e vengono a completamento di quei diritti di cui prima parlavamo.
Ecco a chi dobbiamo rendere conto! All’umanità. Ecco perché Gramsci odiava gli indifferenti ed esprimeva tutto il suo disprezzo con toni così duri e laconici: perché «l’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare […] Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime».
Forse Gramsci è stato fin troppo duro, ma certe volte, la rabbia mi fa provare gli stessi sentimenti. Non capiamo che siamo esseri progressivi, capaci di migliorarci. Siamo esseri curiosi e apprezziamo le sfide, laddove c’è un problema c’è sempre qualcuno che pensa. La vera libertà è quella di poter vivere in un ambiente che faccia da humus a nuovi pensieri, nuovi punti di vista. Invece la globalizzazione e la società di massa ci stanno rinchiudendo nella gabbia d’acciaio del pensiero unico. Generazioni di lobotomizzati e di studenti universitari che vengono imboccati di falsità e di meccanicismi fin nei minimi particolari di teorie ormai diventate dogmatiche e non riescono più a porsi all’esterno della visione dominante. Pensate all’attuale crisi economica. Certi grandi esperti, dottori… PAROLAI!!! pensano di risolvere una crisi sistemica utilizzando le risorse offerte dal sistema stesso, muovendo numeri e formule, ormai incapaci anche solo di mettere in discussione tutta l’organizzazione sociale che è la vera radice del problema.
Oggi viene difficile porsi in critica aperta verso quell’unico modo di vedere le cose, sono sempre meno coloro che ci riescono, perché il Sistema è ormai diventato un archetipo.

È diventato talmente difficile, che anche nella vita privata l’individuo, pur di preservare lo status quo, pur di mantenere quella presunta tranquillità, accetta una bugia rassicurante invece di affrontare la realtà di una verità scomoda. In fin dei conti la felicità deriva anche dal fatto di aver agito secondo giustizia, deriva dalla soddisfazione di aver affrontato un problema ed anche se più volte si è fallito nei tentativi c’è qualcosa di profondo che ci aggrada. Cosa che non prova colui che invece ha scelto di sacrificare qualcosa di grande per una sua esclusiva priorità. Sapete che vi dico, è meglio cogliere la sfida, perché dà sapore ad un’esistenza, piuttosto che vivere succube delle proprie paure e di false convinzioni che poi, col tempo, si rivelano per quello che sono: fragili castelli di carta. Ci si nasconde dietro se stessi, non avendo rispetto di se, e alla fine si scopre di aver perso nella vita le occasioni che avrebbero potuto trasformarla in un vero capolavoro. Si deve solo avere il coraggio di affrontare se stessi, e non rifugiarsi dietro a “oggi non me la sento”, fottuti dalla paura e dall’incapacità di reagire ad uno stato d’animo. Ogni tanto occorre osare, e metterci un po’ d’audacia.
Ho sempre detto che la vita è come una partita a scacchi: è logico che devi sapere quali mosse è giusto fare, ma è anche opportuno farle il prima possibile, anche a costo di sacrificare delle pedine. Ecco perché oggi tanti ragazzi preferiscono rimandare a domani i sacrifici e le possibilità di sviluppo (tanto c’è sempre tempo). Poi si ritrovano in ritardo su chi li ha preceduti e non resta che il rimorso di aver indugiato, sperando di ricevere la grazia di poter dimenticare i propri sbagli.
Occorre determinazione, mai lasciarsi scoraggiare. Se Colombo si fosse lasciato convincere dalle paure del suo tempo non sarebbe mai salpato dall’Europa. Ricordo quando un giorno, descrivendo la mia determinazione una persona disse di vedere in me “l’immagine di un fiore che cresce forte e vigoroso da una crepa nel cemento.” È stato forse il riconoscimento migliore che abbia mai ricevuto, e non so quanto io abbia meritato questa metafora, però sarei stato certamente più contento se questa determinazione fossi riuscito in qualche modo a trasmetterla. Spero di poter ricambiare ora con questo scritto, proprio perché come discepolo del pensiero mazziniano spero di poter migliorare qualcuno, od offrire lo spunto di una riflessione interiore. Non v’è nulla in questo mondo che m’aggrada maggiormente e che mi permette di sentirmi serenamente felice.

Dicevo all’inizio del testo che è difficile perseguire la felicità pensando in maniera alternativa ed agendo controcorrente. Ora forse potete capirlo: semplicemente perché la felicità esiste se condivisa, ed è difficile trovare persone veramente libere; con una propria visione delle cose che non sia un riflesso del dominio intellettuale di cui è schiava la società occidentale. Non è un caso se anche io ho smarrito molte persone per strada, per colpa del fatto che sono troppo razionale, e perché ho sempre cercato di anteporre la verità quale bene per gli altri (ahimè non sempre ben accettata). Altre persone invece mi sono state riconoscenti, alcune delle quali inaspettate.
Per coloro che non possono rendersi conto di essere rinchiusi in una gabbia, la ricerca della felicità sarà sempre ostacolata da una sensazione di incertezza, che deriva dalla percezione che qualcosa non funziona. Daranno colpa agli altri, daranno colpa a se stessi non riuscendo a capire cosa li angoscia, non capendo che è l’ambiente che li circonda il problema. Per loro anche nei momenti in cui tutto sembrerà andare bene, dove tutto sembrerà più leggero e sopportabile, non sarà mai felicità piena, perché manca di una componente fondamentale nella vita di ognuno di noi, un fattore irrinunciabile: la verità, e la certezza di poter contare su qualcuno che ponga se stesso al pari di chi ha di fronte. Si, perché quando uno condivide tutto se stesso con te, non può agire egoisticamente contro di te. Il NOI è sempre più grande dell’IO, e non si può agire contro il NOI senza danneggiare anche se stessi. Ma questo vale solo per quelle persone che vivono con abnegazione un rapporto umano (che sia tra parenti, fidanzati, amici, comunità). Mentre se due persone pongono le proprie ambizioni e la propria posizione al di sopra del loro prossimo, i loro percorsi entrano per forza di cose in competizione, arriva sempre il momento in cui, di fronte al sacrificio richiesto arriva un diniego. Perché lo spirito è volubile. E in una tal situazione non può esserci fiducia, ergo non può esserci né tranquillità né felicità.

Occorre coraggio per fare delle scelte che pongono l’uomo al di sopra di se stesso. E per arrivare oltre se stesso l’uomo non può che farlo attraverso l’esperienza condivisa con qualcun altro (il NOI), attraverso il lavoro in associazione, attraverso la cultura della reciproca mutualità, della solidarietà.
L’individualismo genera solo conflitti, incomprensioni, e vittime. Vittime del Vero Potere, quello che ti dice come essere libero e felice, quello che ti offre comode opportunità, quello che ti dà un’effimera tranquillità finché non scopri di esser solo, e di essere stato ingannato. Possibile che nessuno abbia capito che c’è un nesso ben preciso tra il nostro modo di vivere le interazioni umane e il Sistema in cui viviamo? È l’habitat che rende l’uomo un lupo dell’altro uomo! Esiste la bontà, è solo ostacolata dall’individualismo. Provate a pensare… viviamo in una società che ha reso molte interazioni umane il banale prodotto di una transazione commerciale. Come possiamo non esserne influenzati quotidianamente?! Tutto dev’essere ristrutturato, ma parte da ognuno di noi. Iniziare ad essere consapevoli dell’importanza che abbiamo per coloro che ci stanno a fianco, nel nostro piccolo spazio, e capire che l’IO non è nulla se confrontato alla costruzione di una personalità più grande, che è quella che condivide la propria esperienza e la propria felicità con qualcun altro.

In fin dei conti, tutti in cuor nostro sappiamo riconoscere questa verità. Non sono forse le persone che hanno contribuito, anche solo per poco, alla comunità quelle ad essere ricordate? Guardate solo i grandi pensatori, i grandi filosofi e visionari che secoli fa costruivano nelle loro menti dei modelli sociali che ancora oggi sembrano utopie. Sono vissuti invano? No! Perché anche per mezzo loro molte generazioni hanno saputo sognare. E l’uomo è l’essere migliore di questo pianeta solo perché è davvero in grado di sognare, e pian piano di avvicinarsi a quelle utopie e trasformarle in realtà.
Sono invece dimenticate, quelle persone che si ritirano nella solitudine della loro personalissima indifferenza, diventando quel peso morto della storia di cui parlava Gramsci, sic transit gloria mundi…

 

Alberto Fossadri

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DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

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Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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Rispolverare la contrapposizione fascismo – antifascismo

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Scontri al funerale di Erich Priebke

In questi giorni stiamo assistendo ad un macabro rito, e non è quello del funerale di Erich Priebke, l’ufficiale nazista responsabile dell’eccidio delle fosse Adreatine; il rito in questione è l’antagonismo rispolverato costantemente dai media per difendere l’élite dominante, la classe politica borghese. Una pratica che si usa spesso nei momenti di forte tensione per spaccare alla base qualsiasi movimento e per dare ad ognuno un “colore” o un credo denigrato dai più.

Fino a due settimane fa pochi sapevano rispondere alla domanda: «Sa chi è Erich Priebke?» Oggi invece siamo tutti consapevoli chi è costui, cosa ha fatto in un determinato momento del passato, e ci ergiamo a paladini della Resistenza inneggiando slogan antifascisti e arrivando a scontri di piazza con i naziskin persino durante le esequie. Però dalla consapevolezza (parziale) si escludono le responsabilità di altri, come la fazione stalinista delle brigate partigiane che sfruttò “l’occasione” per far eliminare dai tedeschi i contendenti partigiani trotzkisti di Bandiera Rossa. E viceversa i neonazisti intonano canti nostalgici e rispondono alla provocazione mediatica nel modo più stupido attirando l’odio popolare su di sé.

1968 1 marzo Roma Inizio degli scontri a Valle Giulia, facoltˆ di Architettura

La “battaglia” di Valle Giulia a Roma (1968)

La realtà è che il Sistema ha bisogno nei momenti della sua vulnerabilità di rispolverare antichi rancori, e riaccendere le lotte fascisti – antifascisti, comunisti – anticomunisti, e spesso tenta di dare colore a movimenti che non ne hanno per spingere la popolazione al disinteresse verso le loro posizioni e all’odio verso i loro membri. E’ il caso dei No TAV, additati come no global, comunisti, e in ultima terroristi. Anche durante il movimento studentesco esploso nel 1968 si verificò questa prassi che finì per spaccare il movimento e assoggettarlo ai partiti dell’arco parlamentare (mentre inizialmente fu scollegato). La ribellione degli studenti si sviluppò soprattutto a Roma, dove nacquero diversi gruppi tutti portatori di idee nuove, legate all’esperienza critica del passato. Col tempo, il sistema partitocratico iniziò la sua infiltrazione: il Partito Comunista sciolse la sua federazione giovanile, la FGCI, per costringere i suoi membri giovani ad infiltrarsi nel movimento studentesco ed egemonizzare il pensiero guida del movimento, così come mandò le sue “guardie bianche” a selezionare i sovversivi per espellerli; l’MSI invece, chiamò a raccolta i suoi giovani spingendoli allo scontro con gli studenti ergendosi così a paladini dell’ordine sociale. Da infiltrazioni e attacchi, i vari movimenti iniziarono a prendere posizione verso i partiti tradizionali, diventandone l’ombra e perdendo lo slancio innovativo iniziale.
Gli unici gruppi che non si lasciarono influenzare dai partiti, e che resistevano alle aggressioni squadriste dei missini, si basavano su idee socialiste e di sinistra nazionale e venivano identificati come “comunisti” dalla destra e come “fascisti” dalla sinistra. I giornalisti coniarono per loro un nomigliolo dispregiativo che tendeva a ridicolizzarli: Nazi-Maoisti. Così i ragazzi di Primula Goliardica, Giovane Europa e Lotta di Popolo venivano attaccati sia sul piano politico che mediatico. Quando poi, fu l’ora delle bombe, e della strategia della tensione, il movimento fu spezzato e l’ordine ristabilito.

Oggi il tema si ripropone, fascismo e comunismo di fatto non esistono più come forza politica organica, i vari movimenti che si rifanno a quelle ideologie non sono coesi tra loro e godono di uno scarso consenso popolare, ormai assuefatto al regime democratico liberale. Nei momenti in cui il neoliberismo e la democrazia rappresentativa partitica vengono messi in discussione, creare la divisione e l’odio reciproco nella classe dei lavoratori è la soluzione a tutti i problemi. Dopo oltre 2000 anni la locuzione latina DIVIDE ET IMPERA è la logica corrente del potere, e milioni di cittadini ancora ci cascano come polli…

Alberto Fossadri

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Il NeoMercantilismo tededesco

Caratteristica degli “sfortunati eventi” europei è anche che il paese da cui ci aspetterebbe un ruolo di traino delle economie europee non si è sinora mosso come locomotiva bensì da vagone. L’accusa frequentemente mossa alla Germania è infatti quella di neo-mercantilismo, il perseguimento cioè di sistematici avanzi con l’estero. Cesaratto and Stirati (2011) e Cesaratto (2012) hanno evidenziato una continuità fra le strategie adottate dalla Germania nell’UME e quelle che questo paese adottò già nei sistemi di cambi fissi di Bretton Woods prima, e dello SME (Sistema Monetario Europeo) dopo.
merkelQuesti contributi hanno anche mostrato come il neo-mercantilismo sia funzionale a realizzare un elevato tasso del profitto attraverso una politica di moderazione salariale, affidandosi ai mercati esteri per smaltire le eccedenze di produzione. Un importante storico economico tedesco (Holtfrerich) ha definito tale strategia “mercantilismo monetario”. Essa fu inaugurata sotto gli auspici di Erhard nei primi anni 1950 e consiste nel mantenere un ”tasso di cambio reale competitivo”, il che significa che in un sistema di cambi fissi si deve mantenere un tasso di inflazione leggermente inferiore a quello dei principali concorrenti. Sono tre le istituzioni che sorreggono tale modello: co-determinazione, istituzioni mercantiliste, e la Bundesbank. La co-determinazione implica un sindacato cooperativo ai livelli micro e macro nel perseguire la competitività esterna di prezzo e tecnologica del paese. Le istituzioni mercantiliste sono infatti volte alla cura dell’addestramento delle forze di lavoro, al forte sostegno alla ricerca e a un governo che identifica la politica estera con gli interessi commerciali del paese. La moderazione salariale è anche componente tradizionale del mercantilismo. Lo stato tedesco non appare peraltro come un avversario delle classi lavoratrici, ma si atteggia al paternalismo, mentre senso delle tradizioni, della comunità e del rispetto per la natura sono parti costitutive dell’”ideologia tedesca”.

I surplus commerciali sono cemento dell’orgoglio nazionale. Ma, come diceva Voltaire, “gli incantesimi distruggeranno un gregge di pecore se somministrati con una certa quantità di arsenico”. Quest’ultimo è costituito dalla Bundesbank che in un peculiare sistema di contrattazione salariale interveniva direttamente al tavolo delle trattative, da vero e proprio cane da guardia dei salari tedeschi. Tale modello se ha da un lato portato la Germania a elevati standard di vita e a una invidiabile stabilità, ha dall’altro da sempre costituito un problema per l’economia internazionale in quanto la quarta economia mondiale (la terza fino alla recente crescita della Cina) ha il compito di far da traino alle altre economie espandendo il proprio mercato interno, non andare a rimorchio di mercati più deboli cercando di vendere più di quanto acquisti.

E’ naturalmente responsabilità della nostra classe dirigente nazionale, quella ancora al potere, aver condotto l’Italia in un accordo monetario in cui il mercantilismo tedesco si dispiega senza rimedio. Il centro-sinistra ulivista, in particolare, porta gravi responsabilità nell’aver legato le fortune del paese a quelle dell’unificazione monetaria mettendo in secondo piano piena occupazione ed equità distributiva e così contribuendo alla diffusa e non ingiustificata disaffezione alla politica di vasti ceti popolari (si veda al riguardo il contributo di Pivetti).
I risultati dell’operare congiunto della serie di sfortunati eventi nella periferia, e del mercantilismo Tedesco sono evidenti nella figura 1 che segue.

Figura 1 – Saldi delle partite correnti. Paesi dell’Eurozona (1999 2010). Miliardi dieuro. (Fonte: cortesia di F.Lindner, IMK-Hans Boeckler Foundation)Concludendo

Figura 1 – Saldi delle partite correnti. Paesi dell’Eurozona (1999 2010). Miliardi di
euro. (Fonte: cortesia di F.Lindner, IMK-Hans Boeckler Foundation)

Le responsabilità della crisi sono dunque da addebitarsi, da un lato, all’assenza di politiche di bilancio e distributive volte al sostegno della domanda aggregata, in particolare nei paesi “core” che, unitamente alla politica espansiva della BCE avrebbero favorito una crescita più equilibrata; e dall’altro allo scatenamento della potenza destabilizzante dei movimenti internazionali di capitale, favorita dalla moneta unica (che ha comportato la loro liberalizzazione nel contesto di una definitiva stabilizzazione dei cambi).

-Target 2

Ritornando al quadro complessivo delle vicende della crisi finanziaria europea, per capire come sta evolvendo la situazione dobbiamo assolutamente entrare in alcuni passaggi tecnici. Quando, ad esempio, avviene un pagamento un bene tedesco importato dalla Spagna ciò che accade è che una somma di euro si sposta dalla banca spagnola (chiamiamola Santander) a una tedesca (diciamo la DB). Ciò si svolge con l’intermediazione dell’Eurosistema (BCE e banche centrali nazionali dell’EZ) attraverso un sistema di pagamenti che si chiama TARGET 2 (T2) che è stato nell’ultimo anno oggetto di feroci discussioni. Come funziona? In pratica la Santander ordina alla Banca di Spagna, presso la quale essa detiene riserve (liquidità), di prelevarne una parte ed effettuare il pagamento via T2 alla DB. Nei fatti, via BCE, la somma arriva alla Bundesbank che la accredita alla DB:

Santander → BdS → BCE → Bundesbank → DB

La Santander ha però perso riserve (che sono obbligatorie). Ciò che normalmente accade è che la DB, che ha invece ora un eccesso di riserve, le presta alla Santander.

Santander → BdS → BCE → Bundesbank → DB
↑______________________________|

Questa modalità di regolare i pagamenti attraverso le banche centrali e successivi prestiti inter-bancari si svolge anche all’interno dei paesi, per esempio giornalmente fra Banca Intesa e Unicredit. In una unione monetaria, ciascuno è per definizione libero di spostare i propri depositi fra Unicredit e MPS, o fra Intesa e DB e così via. Il sistema dei pagamenti europeo non è dunque altro che l’estensione degli stessi principi che vigevano in ciascun sistema dei pagamenti nazionale. L’illusione è però stata che una volta unificati i sistemi di pagamento, l’EZ non potesse più incorrere nella serie degli sfortunati eventi che culminano in una crisi della bilancia dei pagamenti (così come la Calabria o la Sardegna non sono mai incorse in tali eventi dopo l’unità monetaria italiana). In verità la situazione è paradossale ed inedita.
la serie di sfortunati eventi, in combinata col mercantilismo tedesco, ha condotto a forti disavanzi di PC dei paesi periferici a fronte degli avanzi dei paesi core? Abbiamo anche detto che quegli squilibri erano compensati da flussi di capitale dai paesi centrali. Orbene, a ben vedere questo è quello che accadeva quando la DB riprestava alla Santander il pagamento all’esportatore tedesco.
Ciò che, tuttavia, è accaduto con progressiva rilevanza dal 2008 è che le banche core (la DB dell’esempio) hanno smesso di “riciclare” i proventi relativi al surplus commerciale tedesco non fidandosi più della solidità delle banche spagnole e degli altri periferici, né di prestarli a quegli Stati come accaduto sino ad allora. Anzi, man mano che i prestiti pubblici e privati venivano a scadenza, le banche tedesche hanno cominciato a non rinnovarli, ritirando i capitali, il “sudden stop” di cui sopra.
Nel passato, normalmente a questo seguiva un default degli stati, come in Argentina nel 2002, e/o almeno una drammatica svalutazione come in Italia nel 1992. In una unione monetaria il secondo esito è escluso per definizione, se non nella forma drammatica della rottura dell’unione. Il sistema dei pagamenti europeo T2 è peraltro congeniato per tenere in vita il sistema finanziario europeo, come accade in qualunque sistema finanziario nazionale: se il mercato inter-bancario si blocca, nell’esempio la DB non ricicla i depositi ricevuti riprestandoli alla Santander, quest’ultima può ricorrere ai prestiti della Banca di Spagna. Nei fatti presso la BCE dal lato delle sue passività rimangono depositati le riserve che le banche dei paesi in surplus non riprestano, e dal lato degli attivi vi sono i finanziamenti che essa concede alle banche periferiche. Così come quando i tedeschi ritirano capitali dalla periferia, e le banche periferiche si trovano a corto di liquidità, per evitare una “corsa agli sportelli” l’Eurosistema fornisce liquidità a tali banche.
Di nuovo la BCE si trova da un lato crescenti depositi da parte delle banche dei paesi in surplus che raccolgono i capitali disinvestiti dalla periferia, e dall’altro presta liquidità crescente ai paesi periferici. La figura 2 mostra come a fine 2011 la Bundesbank avesse attività presso il sistema T2 (diciamo depositi dei risparmiatori tedeschi presso la BCE) pari a quasi 500 miliardi, a cui fan fronte passività delle banche centrali periferiche (da ultimo debiti dei paesi in disavanzo) pari a circa 400 miliardi di euro. Gli ultimi dati parlano di un credito tedesco di 800 miliardi.

Figura 2 – Crediti e debiti verso TARGET 2 d alcune banche centrali dell’Eurozona(2001-2011). Miliardi di euro.

Figura 2 – Crediti e debiti verso TARGET 2 d alcune banche centrali dell’Eurozona
(2001-2011). Miliardi di euro.

FONTE: l’ebook OLTRE L’AUSTERITA’ (scarica)

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