L’Unità, Renzi, i debiti della Grecia e il festival dell’IPOCRISIA

Oggi riapre l’Unità, giornale di Antonio Gramsci, povero intellettuale comunista che ha avuto la disgrazia di dover accostare continuamente il proprio nome ad un giornale fallito, finanziato anni fa dal cane più ricco del mondo, pardon, dal pastore tedesco più ricco del mondo; un giornale dal passato comunista che fa da stampella al partito più liberista d’Italia, giusto per passare da Marx a Smith in faccia alle bandiere rosse.

Poi c’è la Grecia che rischia di fare la fine dell’Unità. Una Grecia che per la Merkel non fa i compiti e che per Renzi, ha “azzardato” il referendum. Come se c’era da aspettarselo da questi greci, ancora affezionati a quegli antichi modelli di Platone e Socrate per cui la gente contava ancora qualcosa (così almeno dovrebbe pensare uno che governa senza esser mai stato eletto).

Che cosa centra la Grecia con l’Unità? Semplice, che per Renzi la Grecia i debiti li deve pagare. Ma certo, intanto però i debiti che L’Unità S.p.a aveva con i creditori (più di 100 milioni di € di debito) sono stati pagati dal PD quando questi possedeva direttamente il giornale prima del fallimento del 1994? All’epoca il PD si chiamava PDS ed essendo lui il proprietario dell’Unità avrebbe dovuto saldare quel debito.

Un’inchiesta di REPORT che invito a vedere (link) rivela che il partito si accordò con i creditori per rateizzare il debito, ma successivamente il governo Prodi un po’ furbescamente creò una norma (le leggi ad personam non sono solo una prerogativa berlusconiana) che prevedeva la possibilità per i creditori di rivalersi sullo Stato quando un partito non era in grado di saldare un debito.

Nel 2007 il grande tesoriere dei DS Ugo Sposetti, utilizzando la scaltrezza del più abile dei truffatori, spostò l’immenso patrimonio immobiliare del partito all’interno di una fondazione. Perciò inattaccabile ai creditori. Questi, non potendo usufruire di alcun bene aggredibile sono andati a battere cassa a Palazzo Chigi per i restanti 110 milioni di €.

Quindi, il signor Renzi, prima di puntare il dito sui greci intimandogli di pagare i debiti e di fare i compiti, farebbe bene a pagare i debiti che il Partito Dittator… ehm, Democratico ha nei confronti degli italiani sia come istituzione politica che come governo. Eh, si! Perchè ricordo a LoRenzi il Magnifico che la Consulta ha reso incostituzionale la Legge Fornero e ha imposto al governo di dare ai lavoratori le pensioni che spettano loro di diritto.

Invece di contraddirsi quotidianamente da solo, il berlusconiano rampante che guida il PD dovrebbe iniziare a prepararsi il discorso del capitano che deve avvisare l’equipaggio che la nave sta affondando, perchè ormai è chiaro che di carte da giocare questo governo non ne ha nessuna. Comunque, ottimo bluff.

Alberto Fossadri

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NAPOLITANO e l’alleanza del PCI con la CIA durante il rapimento Moro

Tratto dal libro: I PANNI SPORCHI DELLA SINISTRA
di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara

La storia dei rapporti di Napolitano col mondo americano è carica di domande ancora da sciogliere, ma evidenzia in maniera chiara il desiderio di Napolitano di accreditarsi quale interlocutore privilegiato degli Stati Uniti.

Il percorso di Napolitano per divenire punto di riferimento di un vasto mondo di potere internazionale è stato tuttavia accidentato: il Dipartimento di Stato e l’intelligence statunitense non si fidavano facilmente di un comunista italiano. Il primo tentativo di Napolitano si rivelò infruttuoso: nel 1975 gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti.

WikiLeaks ha poi rivelato (in una massa di cablogrammi diplomatici diffusi in blocco) che nel novembre del 1976 Napolitano aveva cercato per tre volte un incontro a Roma con Ted Kennedy, ma era stato sempre respinto. «Ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato.» Il documento, stilato dall’allora ambasciatore americano John Volpe, riferisce al segretario di Stato Kissinger in merito al soggiorno romano del senatore demo cratico, che si incontrò con Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Gianni Agnelli. Tra i comunisti soltanto il migliorista Sergio Segre, all’epoca responsabile degli Affari esteri del Pci, riuscì a sedersi a tavola con Kennedy e una trentina di invitati.

Alla prova delle urne del 1976 i comunisti raggiungono il massimo risultato storico, 34,4 per cento dei consensi, ma restano cinque punti al di sotto della Dc. Aldo Moro apre a Enrico Berlinguer, che in un’intervista al «Corriere della Sera» consuma un primo strappo dall’Urss: «Non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento».64  Nasce il governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti con l’astensione di Pci e Psi, insieme a socialdemocratici (Psdi), repubblicani (Pri) e liberali (Pli). Di fatto s’inaugura la stagione del compromesso storico, mentre il rampante Bettino Craxi afferra le redini di un Psi ormai sotto il 10 per cento. Il nuovo scenario, per quanto non faccia cadere la conventio ad excludendum nei confronti di un governo «con» i comunisti, disegna praterie di manovra politica ai compagni pronti a sdoganarsi nel sistema occidentale.

Giorgio Napolitano, come portavoce del Pci sui temi dell’economia nei rapporti col governo Andreotti, viene osservato attentamente dall’estero. E riesce a far breccia nella diffidenza degli Stati Uniti, in quel momento governati dal democratico Jimmy Carter (eletto nel 1976). In realtà le diplomazie erano al lavoro da tempo, in particolare con il nuovo ambasciatore a Roma Richard Gardner, professore di Diritto internazionale alla Columbia University, di area liberal e marito di Danielle Luzzatto, proveniente da un’importante famiglia ebraica italiana. Gardner organizza una serie di incontri informali con esponenti del Pci, ma se l’obiettivo è Enrico Berlinguer, in realtà è Giorgio Napolitano a fornire le maggiori garanzie. Il diplomatico racconterà, all’indomani dell’elezione di Napolitano al Quirinale: «Era un socialdemocratico. Condividevamo gli stessi valori, aveva una mente aperta, e non era dogmatico neanche nelle cose che non condividevamo. Con discrezione mi faceva capire di non essere d’accordo con molte decisioni del Pci e di auspicarne un’evoluzione più rapida».65

Ad aiutare Napolitano possono essere stati poi i già citati rapporti di Amendola con Brzezinski e con la Cia. L’8 febbraio 1978, un mese prima del sequestro Moro (16 marzo), Norman Birnbaum dell’Amherst College (oggi professore alla Georgetown University), un uomo che alcune fonti indicano come espressione della Cia, invita Berlinguer per un ciclo di conferenze alla New York University e in altri luoghi degli Stati Uniti. «Dai documenti – scrive Pasquale Chessa nel suo libro su Napolitano – traspare un febbrile lavorio sommerso intorno al possibile viaggio negli Usa del segretario del più grande partito comunista dell’Occidente, arrivato democraticamente alle soglie del potere.»66

Pasquale  Chessa  pone  un  quesito  interessante:  «Che  ci faceva Birnbaum a Roma in missione presso il Pci allo scopo di invitare Berlinguer in America, appena un mese prima che le Brigate rosse mettessero in scena, con geometrica potenza, il rapimento di Aldo Moro? […]. Ma se si è trattato di una guerra culturale, combattuta dalla Cia e dal Kgb con le armi della politologia, a colpi di convegni e corsi universitari, articoli scientifici e interpretazioni giornalistiche, sul teatro dell’opinione pubblica mondiale, il viaggio di Napolitano negli Usa ha giocato un ruolo nient’affatto di secondo piano».67

Qualcosa però succede e Berlinguer non parte. Il meccanismo si inceppa. A recarsi in Usa è invece Napolitano. Perché? Deve ricevere «istruzioni» dagli americani in quel momento delicatissimo? A pianificare l’operazione sono il segretario di Stato Cyrus Vance e il consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski.

L’organizzazione del viaggio di Napolitano viene affidata a Joseph La Palombara, professore a Yale e capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata statunitense a Roma, coadiuvato da Peter Lange e da Stanley Hoffmann di Harvard, da Nick Wahl della Princeton University e dallo stesso Brzezinski, che a quell’epoca ricopriva la carica di docente della Columbia University ed era uno dei più autorevoli strateghi della distruzione del blocco sovietico attraverso la tattica dell’infiltrazione. Convinto che l’Italia avesse un ruolo da giocare nel Mediterraneo e con il mondo arabo, Brzezinski spiega: «Quando abbiamo pensato di invitare Napolitano era perché pochi come lui avrebbero potuto illuminare i miei connazionali su un Pci che non era di stile sovietico e i cui aderenti non andavano in giro con le bombe in tasca. Visto e sperimentato da vicino, a questo fine comunque lui si rivelò ex post il personaggio ideale». Il messaggio che Napolitano portava era: «Il compromesso storico può funzionare, la solidarietà nazionale non danneggia in alcun modo gli interessi degli Stati Uniti».68 Il suo arrivo negli Usa era un fatto di rilievo, se si tiene conto che lo Smith Act firmato da Roosevelt durante la Grande depressione e ancora in vigore negli anni Settanta impediva ai comunisti di mettere piede sul suolo americano.

Napolitano fece il pienone e raccolse giudizi positivi nei più prestigiosi campus, riuscendo a sottrarsi alle domande impertinenti di chi gli ricordava il proprio appoggio ai carri armati in Ungheria. All’Università di Yale (casa madre della loggia massonica Skull and Bones) Napolitano, sollecitato dal neoconservatore La Palombara, parlò della necessità che il Pci rompesse i rapporti con Mosca e si spinse a dire di sentirsi come «una specie di commando».

Il momento più importante fu l’incontro al Council on Foreign Relations di New York (organizzazione che si occupa di strategie globali) alla presenza di un selezionato pubblico di avvocati, banchieri e dirigenti industriali di portata internazionale: qui Napolitano si scatenò delineando evoluzioni politiche che ancora all’interno del Pci venivano dibattute e non date per certe, compreso un atto di fedeltà nei confronti della Nato: «Il Pci non si oppone più alla Nato come negli anni Sessanta, mentre lo scopo comune è quello di superare la crisi, e creare maggiore stabilità in Italia».

Un accordo tra Cia e Pci nei giorni del sequestro Moro?

Napolitano dunque si trova negli Stati Uniti mentre Aldo Moro è prigioniero (il suo corpo verrà ritrovato in via Caetani il 9 maggio 1978). In quei giorni, durante i quali tutti i servizi segreti del mondo sono in allarme per l’impresa terroristica, Napolitano tiene conferenze nelle università più prestigiose e in ambienti riservati con uomini d’affari ed esperti. Da statista consumato aggira le domande insidiose concernenti le congetture sulla regia della Cia, o del Kgb, nel sequestro del presidente della Dc.

Napolitano vuole accreditarsi nel mondo americano o rinforzare i propri rapporti già saldi. Mentre si trova a New York incontra anche Gianni Agnelli, che sino a quel momento aveva dialogato, tra i comunisti, solo con il segretario della Cgil Luciano Lama, nella veste di controparte sindacale. Napolitano stesso racconterà come, da quel breakfast in Park Avenue, sia maturato con l’Avvocato un rapporto «di schietta cordialità e simpatia. Tanto che ci ritrovammo in diverse occasioni pubbliche a cui accettammo volentieri di partecipare insieme […]. Ricordo inviti a cena a casa sua, a Roma e talvolta a Torino, anche con ospiti stranieri che voleva mi conoscessero, e che voleva  farmi  incontrare  […],  in  particolare  Kissinger.  Ma non solo. Una volta che ero a Torino come presidente della Camera, ad esempio, mi chiese di raggiungerlo per una colazione con Margaret Thatcher. Lei non era più primo ministro, ma in compenso si dimostrò fortemente interessata alle vicende politiche italiane, fece un sacco di domande e diede i suoi pareri con forza, come quello appassionato e categorico a favore dell’introduzione della legge maggioritaria in Italia, che poi passò sotto il nome di Mattarellum. L’Avvocato assisteva con molta curiosità a questo scambio».69

Mentre Napolitano rilascia interviste al «Washington Post» e alle principali reti televisive, il dramma del rapimento Moro è in corso. Che tipo di consultazioni ha sul tema Napolitano con i massimi esperti americani di strategia? Sta forse definendo con loro la linea del Pci? Cosa avviene in quei giorni drammatici?
La Procura di Roma ha acquisito nel settembre del 2013 la cassetta dell’intervista di Giovanni Minoli a Steve Pieczenik, esperto di terrorismo, già consulente del Dipartimento di Stato americano nel 1978. Pieczenik, inviato in Italia subito dopo il sequestro, avrebbe indirizzato l’azione delle autorità italiane nella direzione voluta dagli americani, contrari alla trattativa, che ritenevano «necessario il sacrificio di Moro».

Napolitano torna a Roma il 19 aprile 1978. In quella fase concitata fonda con Lama, Amendola, Bufalini e Macaluso la corrente migliorista, destinata a diventare il bastone tra le ruote della «terza via» di Berlinguer. I miglioristi sono da subito i sostenitori dell’appoggio alla Nato e dell’eurocomunismo. Di lì in poi è un crescendo di rapporti ancora tutti da decifrare, sui quali gli archivi della Cia potrebbero dire molto.70

Nel luglio del 1980 lo stratega Duane Clarridge,71  capostazione della Cia a Roma (e ancor oggi influente esperto di intelligence al servizio della Cia con una sua società privata) dà inizio, per sua stessa ammissione, a una delle operazioni più azzardate della sua carriera: un accordo segreto tra la Cia e il Pci. Clarridge lavorò a Roma come agente della Cia tra il 1979 e il 1981 e si occupò intensamente del Pci. Il suo stile era audace e disinvolto, come ammette lui stesso: «A Roma mi creai all’interno dell’agenzia una reputazione come risk taker: ero considerato un bucaniere, uno shooter [uno che spara, che colpisce duro, nda], un cowboy. Questi termini connotavano la mia tendenza ad assumere rischi».72

Clarridge parla di «esponenti del Pci che avevano compiuto visite esplorative a Washington». E racconta anche di incontri con le «controparti italiane» del Pci, condotti a Roma insieme a William Casey, il capo della Cia. Nell’entourage della stazione operavano agenti come Harry Rositzke e Vincent Cannistraro, mentre figure come Ted Shackley e Michael Ledeen73 – scrive Clarridge – controllavano e «istruivano» i vertici dei servizi italiani come il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi poi figurato negli elenchi della P2. Lo stesso Santovito che aveva fatto parte del Comitato di crisi incaricato di analizzare e gestire il rapimento di Moro. Nelle memorie di Clarridge vengono descritti incontri tra Santovito e il generale Haig, centrati sulle Brigate rosse. In questo contesto di rapporti matura il progetto di infiltrazione organica della Cia nel Pci.

L’operazione doveva risolvere una volta per tutte il «problema comunista» in Italia. «L’idea che si stava in quel momento valutando era di proporre un accordo in tre fasi, ognuna delle quali prevedeva il superamento di una serie di test da parte della leadership del Pci. […] Naturalmente il progetto prevedeva che tutto avvenisse nella massima segretezza e che le trattative fossero condotte dalla Cia con un numero ristretto di alti dirigenti comunisti» hanno scritto Claudio Gatti e Gail Hammer ne Il quinto scenario.74

Nelle sue memorie Clarridge racconta: «Eravamo ben coscienti del fatto che l’ala più dura del Pci non avrebbe mai accettato questo mutamento radicale, ma sapevamo che una parte consistente della leadership del partito sbavava per partecipare al governo». La Cia a Roma aveva una strategia diversa rispetto all’ambasciatore americano: «Gardner puntava sui socialisti, io sui comunisti».

Il rapporto di Napolitano con gli Stati Uniti prosegue senza scosse. Nel maggio del 1989 Napolitano e Occhetto compiono un viaggio a Washington e a New York, dove incontrano il presidente del World Jewish Congress, Edgard M. Bronfman. La cordialità dei rapporti di Napolitano con l’establishment americano riemerge anche a Cernobbio nel settembre del 2001, in occasione dell’incontro dei giovani industriali, dove Napolitano, invitato, ritrova Kissinger. L’atmosfera è festosa, da riunione di vecchi amici. L’ex segretario di Stato lo saluta così: «My favourite communist», il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: «Il mio ex comunista preferito!».

La «simpatia» verso gli Stati Uniti è così forte da spingere Napolitano, divenuto presidente della Repubblica, a gesti discussi. Nell’aprile del 2013 concede la grazia al colonnello dell’Air Force Joseph Romano, condannato per il rapimento – organizzato dieci anni prima dalla Cia in collaborazione col Sismi, il servizio segreto militare italiano – dell’imam di Milano Abu Omar, portato in Egitto e torturato.75

La motivazione giuridica, alquanto discutibile, è la modifica normativa del marzo 2013 sui termini per l’esercizio della giurisdizione italiana sui reati commessi da militari Nato. In realtà la scelta è ritenuta da molti un clamoroso colpo di spugna e uno schiaffo di Napolitano alle decisioni della magistratura, sferrato in omaggio al suo atlantismo.

L’11 settembre 2013 si è rivolto a Napolitano per ottenere la grazia anche l’ex capocentro della Cia a Milano Robert Seldon Lady, condannato a 9 anni di carcere per il caso Abu Omar. Fermato a Panama il 19 luglio 2013 alla frontiera col Costa Rica e consegnato all’Interpol, era stato trasferito negli Stati Uniti mentre l’Italia stava predisponendo la richiesta di estradizione. Nella sua istanza di grazia Lady scriveva di essere «innamorato» dell’Italia, tanto che – prima di fuggire a Panama – aveva deciso con la moglie di venire in pensione nel nostro paese. Potrebbe essere un ottimo motivo per concedergli la grazia: gli amici della Cia non si dimenticano.

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DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

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Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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Sondaggio: Quale politico italiano rimpiangi?

L’Italia dimostra ora una grave crisi di rappresentanza, una carenza nella politica di essere interprete dei bisogni reali del paese e di garantire una sovranità alla nazione nel contesto tanto europeo quanto internazionale. Ma l’Italia ha vantato grandi personaggi politici; discussi, non sempre condivisi, democratici o autoritari, ma che in comune hanno avuto una certa abilità politica o una conoscenza ideologica e dottrinale non indifferente. Con questo sondaggio vogliamo tastare quali sono i politici più ricordati, più affezionati agli italiani e leggendo sopra le righe potremo scoprire una tendenza popolare a ricercare nelle politiche di questi vecchi personaggi una risposta alla crisi attuale.

Sono concesse 2 risposte e tra i tanti che abbiamo voluto inserire c’è la possibilità di aggiungere un vostro personaggio.

Il PERONISMO (o Giustizialismo)

Il justicialismo è un sistema di pensiero politico formatosi in Argentina negli anni ’40 ad opera del generale Juan Domingo Perón (1895-1974): quand’era ancora colonnello era stato in Italia ed era rimasto colpito dagli esperimenti e dalla dottrina sociale fascisti.

Juan Domingo Peron

Il fenomeno nasce nel 1943, con il colpo di stato che dà luogo alla formazione di un governo militare in cui Peron ricopre la carica di Ministro del Lavoro. Ma le sue origini vanno ricercate più indietro: nella struttura della società argentina, retta da un’oligarchia di cui fanno parte i grandi allevatori e i commercianti di carne con un proletariato rurale impiegato nell’allevamento, un proletariato urbano in crescita e una classe media urbana, nel quadro di un’economia fortemente caratterizzata dalla presenza di capitali britannici e nord-americani (circa il 50% delle industrie è in mano a capitali stranieri) e con fenomeni di migrazione interna e dall’Europa, che ne arricchiscono la complessità e ne mettono in discussione, insieme alla grande crisi del 1929, gli equilibri interni.

Lo scontro politico storico è quello tra i conservatori, espressione dell’oligarchia, e i radicali, espressione dei ceti medi urbani. L’industrializzazione e l’immigrazione hanno però favorito lo sviluppo, soprattutto nelle aree urbane, del partito socialista e di un movimento sindacale che si esprime in tre centrali sindacali: una anarchica, una anarco-sindacalista, e una socialista. Esiste fin dal 1915 anche un partito comunista che ha una propria organizzazione operaia la cui influenza si sviluppa soprattutto tra i lavoratori edili.
Nel settembre 1930 il colpo di stato del gen. Uriburu, aveva già messo fine allo stato liberale. Il modello è quello di una società corporativa e autoritaria con venature populistiche, ispirato al modello fascista italiano. Il golpe è ispirato dall’oligarchia, ma segna comunque la fine dell’equilibrio tra questa e i ceti medi radicali.
Il ritorno alla democrazia avviene nel 1932 a vantaggio dei conservatori e a spese degli altri partiti.

Il golpe militare del 1943 sostenuto da ufficiali progressisti, di cui lui faceva parte, destituì un governo argentino che era controllato dall’oligarchia conservatrice borghese e che mirava ad un atteggiamento favorevole alle potenze alleate nella guerra che era in corso. Ricordiamo che quelle stesse potenze detenevano il 50% del mercato argentino. Avendo avuto nel nuovo regime la responsabilità delle politiche del Ministero del Lavoro, avviò una serie di significative misure a difesa della classe lavoratrice: creazione dei tribunali del lavoro, stipula di contratti collettivi di lavoro, aumenti salariali, indennità di licenziamento, statuti del bracciante agricolo e del giornalista, regolamentazioni delle associazioni professionali, unificazione del sistema di previdenza sociale, pensioni, creazione dell’ospedale per i ferroviari, scuole tecniche per operai, proibizione di agenzie di collocamento private.
Nondimeno l’Argentina è in una situazione di forte crescita economica favorita dal fabbisogno di carne delle nazioni europee sconvolte dal conflitto e dallo spostamento della produzione industriale in aree pacifiche. Una situazione che sviluppa le richieste operaie e consente risposte positive da parte dei poteri economici. In questa veste Peron si lega alla C.G.T. 2 (il sindacato autonomista), con una politica di discriminazioni verso i settori sindacali incontrollati e di concessioni verso quelli più addomesticati. Ma complessivamente i lavoratori ottengono nel periodo 1943-1945 quanto avevano richiesto nelle lotte degli anni precedenti: la giornata di otto ore, le ferie pagate, l’indennizzo in caso di incidenti, l’estensione del sistema pensionistico, lo statuto dei giornalieri e miglioramenti retributivi.
Le condizioni della classe operaia e bracciantile argentina cambiarono a tal punto che a causa della sua popolarità il governo allarmato, e spinto dall’oligarchia, lo fece arrestare nell’ottobre del ’45 (allora era vicepresidente della repubblica, ministro della difesa, segretario al lavoro).
La colossale mobilitazione di popolo promossa dai sindacati peronisti costrinse la dittatura a rimettere in libertà Perón ed a garantire libere elezioni. Perón scelse quindi di correre da solo alle elezioni formando un partito Laburista. Una marea di Argentini davanti alla Casa rosada in Plaza de mayo a Buenos Aires gridava a ripetizione: «Queremos a Perón!!!». Il quale il 17 ottobre (celebrato nel peronismo come el día de la lealtad) parlò dal balcone del palazzo presidenziale rassicurando tutti. Le elezioni si tennero nel febbraio del ’46 (il sistema amministrativo argentino ricalca quello statunitense): a suffragio maschile vinse Perón, senza brogli, per circa 1.500.000 voti contro 1.200.000. Aveva avuto contro uno schieramento di partiti che andava dalla sinistra alla destra, sostenuto dagli USA e dagli Inglesi che perderanno il controllo economico e politico dell’Argentina.

A questi fenomeni si accompagna la sapiente gestione dell’immagine di Peron, imperniata sul ruolo della moglie Evita Duarte, già intrattenitrice radiofonica di umili origini, dotata di carisma e di capacità

comunicativa che ne fanno la Madonna dei “descamisados”, la sua fondazione: la FUNDACIÓN EVA PERÓN, diretta da Evita stessa, operò meritevolmente su vasta scala per sollevare gli indigenti dal bisogno producendo molto: costruzione di ospedali, asili, scuole, colonie di vacanza, abitazioni, strutture di accoglienza per bambini, donne nubili, impiegate, anziani; promozione della donna, scuole per infermiere; borse di studio, sport per i giovani; aiuti alle famiglie più povere; etc. Tra l’altro, la fondazione fornisce aiuti economici al neonato stato d’Israele, e la visita ufficiale del ministro del lavoro israeliano Golda Maier nel 1951 dimostra che l’Argentina non abbia mai avuto politiche antisemite, nonostante abbia accolto ex nazisti in fuga che però non hanno dato nessun condizionamento al peronismo.

Eva Péron

Perón continuò ad attuare un programma che diede tanti risultati: nazionalizzazioni di servizi pubblici (ferrovia, telefonia, servizi del gas, etc.) e gestione statale del commercio estero in modo da liberarsi da condizionamenti stranieri; nazionalizzazione della banca nazionale e divieto di esportare i capitali per difendere lo sviluppo economico interno; case, infrastrutture (reti idriche e fognarie, etc.); politiche sanitarie (assistenza gratuita, aumento dei posti letto, campagne mediche contro malattie); diminuzione della mortalità infantile ed innalzamento del periodo medio di vita; comparsa della televisione, gratuità dell’istruzione, abolizione delle tasse universitarie, creazione dell’Università operaia, aumento del tasso di scolarizzazione; aumenti salariali, partecipazione agli utili d’impresa da parte dei lavoratori, periodi di vacanza per le loro famiglie a carico dello Stato; riforma agraria; politiche contro la disoccupazione; pensioni; etc.

Nel justicialismol’economia è strumento del benessere collettivo e perciò deve sottostare al controllo ed alla regolamentazione pubblici pur rimanendo in una condizione di libero mercato. Questa si proponeva come una terza via tra il capitalismo ed il socialismo, proprio sul modello del fascismo italiano che Juan Domingo Peron conobbe mentre prestava servizio in Italia negli anni ’30 e i cui principi fondamentali da lui scelti furono:

  • giustizia sociale, impostata non sulla lotta di classe, bensì sulla collaborazione tra le classi sociali all’interno del corpo statale;
  • indipendenza economica del paese dai monopoli internazionali;
  • terzaposizionismo in politica estera, inteso come un atteggiamento neutrale nei confronti dei due grandi blocchi che, durante gli anni del suo governo, si fronteggiavano nella guerra fredda.

Un’assemblea costituente, nel 1949 elaborò una nuova costituzione che incorporava i principi del giustizialismo. Questo che segue è il manifesto del Partido justicialista con i suoi venti punti così come furono enunziati nel 1950 da Perón:

1 – La vera democrazia è quella in cui il governo compie la volontà del popolo e difende un solo interesse: quello del popolo.

2 – Il peronismo è essenzialmente popolare. Ogni fazione politica è antipopolare e pertanto non è peronista.

3 – Il peronista lavora per il movimento. Colui che in nome del partito serve una fazione o un caudillo è peronista soltanto di nome.

4 – Per il peronismo c’è soltanto una classe di uomini: quella degli uomini che lavorano.

5 – Nella nuova Argentina il lavoro è un diritto che dà dignità all’uomo, ed è un dovere perché è giusto che produca almeno quanto consuma.

6 – Per un peronista non vi può essere niente di meglio di un altro peronista.

7 – Nessun peronista deve sentirsi di più di quello che è, né meno di quello che può essere. Quando un peronista comincia a sentirsi superiore a quello che è, sta già trasformandosi in un oligarca.

8 – Nell’azione politica, la scala dei valori di ciascun peronista è la seguente: prima la patria, poi il movimento ed infine gli uomini.

9 – Per noi la politica non è un fine ma soltanto un mezzo per il bene della patria che è costituito dalla prosperità dei suoi figli e dalla sua grandezza nazionale.

10 – Le due braccia del peronismo sono la giustizia sociale e l’assistenza sociale. Con esse diamo al popolo un abbraccio di giustizia e di amore.

11 – Il peronismo aspira all’unità nazionale e non alla lotta. Desidera eroi ma non martiri.

12 – Nella nuova Argentina gli unici privilegiati sono i bambini.

13 – Un governo senza dottrina è come un corpo senz’anima. Perciò il peronismo ha una sua propria dottrina politica, economica e sociale: il giustizialismo.

14 – Il giustizialismo è una nuova concezione della vita, semplice, pratica, popolare, profondamente cristiana e profondamente umanista.

15 – Il giustizialismo, come dottrina politica, realizza l’equilibrio dell’individuo con quello della comunità.

16 – Il giustizialismo, come dottrina economica realizza l’economia sociale, mettendo il capitale al servizio dell’economia e quest’ultima al servizio del benessere sociale.

17 – Il giustizialismo, come dottrina sociale, realizza la giustizia sociale che dà a ciascuno il suo diritto in funzione sociale.

18 – Vogliamo un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana.

19 – Costruiamo un governo centralizzato, uno Stato organizzato e un popolo libero.

20 – In questo paese ciò che abbiamo di meglio è il popolo.

Il secondo mandato presidenziale di Perón terminò anticipatamente per via del golpe del ’55: egli se ne andò spontaneamente in esilio per allontanare il pericolo di una guerra civile. In quel periodo 1952-55 erano venuti a galla i contrasti tra Chiesa e peronismo: la prima cercava un proprio braccio di manovra politica in un partito democristiano a danno del Partito giustizialista, il secondo non tollerava l’ingerenza ecclesiastica negli affari pubblici.
Le dittature post-peroniste avevano dichiarato fuorilegge il Partito giustizialista, revocata la Costituzione del ’49 e riaperto il carcere di Ushuaia (chiuso nel 1947 a causa delle sue pessime condizioni) per detenervi nemici politici, inoltre (cose non fatte nel 1946-55) messo al bando il Partito comunista e reintrodotta la pena capitale.
Nel 1973 si torna alle elezioni e Peron prende il 62% dei voti tornando così alla guida del paese, l’anno seguente però morirà ed i governi che seguiranno saranno nuovamente spazzati via da un altro golpe nel

Soldati argentini catturati dagli inglesi sulle isole Falkland

1976, quello di Jorge Rafael Videla. Le nuove dittature filo-americane termineranno nel 1983 dopo la sconfitta nella guerra delle Falkland-Malvinas e saranno seguite da un periodo (quello degli anni ’90) caratterizzato da una sperimentazione neoliberista nell’economia del paese, anche grazie al Fondo Monetario Internazionale che utilizzerà l’Argentina come laboratorio sperimentale per le dottrine di Milton Friedman e di Friedrich von Hayek. Questo portò al ritorno di una svendita del settore pubblico, alla privazione della moneta sovrana nazionale (il peso argentino venne legato al dollaro con rapporto di 1 a 1) e ad uno spaventoso indebitamento che culminò con il default del 2000. Il popolo scese in piazza e, cacciato il presidente argentino (che fuggì in elicottero), tornò a preferire i partiti peronisti.
Oggi tutti i partiti, sia di destra che di sinistra, hanno preso spunto dal movimento peronista. Benché d’ispirazione fascista, il peronismo non disprezza il comunismo, tant’è che l’attuale presidentessa Cristina Fernández de Kirchner ha aperto il partito Giustizialista all’Internazionalismo socialista.

Alberto Fossadri

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Fonti:
http://www.instoria.it/home/giustizialismo_peronista.htm
http://www.ecn.org/reds/mondo/americalatina/argentina/argentina02peron.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Peronismo
http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=52