NEOLIBERISMO, la dottrina dei potenti

E’ necessario capire cosa sia il Neoliberismo, un indirizzo di pensiero economico, o meglio una dottrina economica che ripropone il modello del liberismo ottocentesco nella sua versione più pura, che ha lo scopo di eliminare lo Stato dal mercato credendo che ciò favorirebbe la libera concorrenza ed una forma di “autoregolamentazione” del mercato. Come a dire che in un asilo, lasciare i bambini liberi da ogni regola garantirebbe un’equilibrizzazione autonoma degli stessi. Cosa che dobbiamo convincerci, non accadrà. Lasciare briglia sciolta al mercato trasformerebbe il mondo in una giungla, ben peggiore di quella in cui ci troviamo ora. L’allusione ai bambini dell’asilo non è casuale, una grande società finanziaria, o una corporation multinazionale non si comporta molto diversamente: vuole massimizzare i profitti egoisticamente senza badare a sfruttamento dei lavoratori, delle risorse o alla violazione delle leggi, tende a monopolizzare il proprio dominio e creca in ogni maniera di escludere la piccola concorrenza facendo “cartello” con i suoi simili.Lo Stato è il solo che ha il potere di stabilire un equiibrio nel mercato e di assogettarlo a ciò che il mercato dovrebbe servire: lo sviluppo sociale e la creazione del lavoro. Con la rivalsa della dottrina economica liberista dalla fine degli anni ’70 al centro degli obiettivi dei paesi occidentali non si trova più l’uomo, ma il profitto. E chi sciaguratamente pensasse che il profitto viene utilizzato per lo sviluppo sociale, dovrebbe analizzare i dati sulla crescente disparità tra ricchi e poveri, sulla continua obsolescienza dei prodotti che creiamo, e dovrebbe iniziare a riflettere sulle parole dell’economista Perroux «il futuro apparterrà ai paesi con una povertà in grado di generare profitto» valutando conseguentemente gli effetti di questa formula applicati agli USA, dove la massimizzazione dei profitti d’impresa ha creato una popolazione in grado di consumare e di produrre al minor costo, con la falsa situazione di uomini liberi ma in realtà schiavi del debito. Lo statunitense medio di 30 anni, ha in carico due mutui: quello sulla casa e quello sugli studi universitari (solo questi in media 80.000 $), paga l’auto a rate, e deve decidere se mandare i figli in una buona scuola o se fare l’assicurazione sanitaria. Hanno psicologicamente trasformato questa “scelta” in “libertà”, e hanno reso un intero popolo non in grado di comprendere che un uomo che deve scegliere tra la propria salute e l’istruzione dei propri figli non è un uomo libero!

Il neoliberismo è una costola del capitolo globalizzazione, incredibilmente sottovalutata nella storia contemporanea. Nei libri di storia, specialmente nei manuali scolastici, la questione è trattata en passant riferendosi a Ronald Reagan e Margaret Thatcher: i leader conservatori che ai primi anni ottanta hanno introdotto, in politica interna, radicali riforme in senso liberista. In realtà i protagonisti di questa storia, dalle radici profonde e dagli effetti globali, sono molti di più, anche se meno “popolari”.
Friederich von Heyek alla guida della scuola austriaca, e Milton Friedman con la sua scuola di Chicago per esempio. I guru ideologici di questa dottrina economica. Ma tutto iniziò nel XVIII secolo con Adam Smith e la sua teoria della “mano invisibile”; David Ricardo formulò la teoria del libero scambio partendo dalla condizione dell’Inghilterra della prima rivoluzione industriale: un paese dominante nel mondo, all’avanguardia tecnologicamente e con un vasto impero coloniale da sfruttare. Su quella base teorica furono abolite le corn laws (dazi doganali a protezione del grano britannico) e propugnato il laissez-faire (nessuna ingerenza dello stato nell’economia e nella società) come ricetta universalmente valida per lo sviluppo industriale.
Fu la crisi del 1929 a segnare definitivamente il pensiero politico-economico che da qualche decennio iniziava a ipotizzare interventi di natura statale nel mercato. Pioniere di quest’altra economia possibile fu il britannico John Maynard Keynes con il fondamentale testo The General Theory of Employment, Interest and Money (1936). L’esperienza politica della socialdemocrazia svedese stava già elaborando piani di profonda integrazione tra libero mercato e azione socio-economica dello stato; il crollo dell’economia americana del 1929 segnò la fine della fiducia nel sistema del libero scambio che aveva permesso alla finanza di scavalcare l’economia reale, scollegandosi letteralmente da essa. Anche la nuova amministrazione di Frank Delano Roosevelt si defilò dalla dottrina liberista e ideò il “New Deal”.
In Italia il regime di Benito Mussolini aveva da tempo ostacolato il liberismo e stava dando ampio spazio a quella che Wiston Churchill definì la Terza Via fascista tra socialismo e capitalismo. Furono periodi di grandi riforme sociali e di grandi interventi statali nel mondo dell’economia reale e della finanza. E’ soprattutto il caso dell’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industrale) che farà fronte alla crisi seguita al grande errore del fascismo con il tracollo della lira del 1927 (quota 90) e successivamente resisterà alla depressione del ’29. L’IRI, è il caso di ricordarlo, subirà grandi privatizzazioni, come Eni, Enel e Telecom, prima negli anni ’80 con la dirigenza di Prodi e poi negli anni ’90 fino ad essere totalmente smantellata con l’ingresso dell’Italia nell’€uro. Ricordiamo che ancora nel 1992 l’IRI risultava la settima più grande azienda del mondo dopo sei società americane.

Nonostante la crescita spaventosa delle economie di mezzo mondo a partire dagli anni ’30, una piccola cerchia di professori e studenti sviluppò una nuova dottrina anti-keynes. Il centro di questa corrente di pensiero fu l’Università di Chicago e il grande ideologo fu l’economista di scuola austriaca Friederich von Heydek. Le sue lezioni propugnavano un mondo ideale totalmente regolato dalle leggi economiche, senza interferenze da parte dello stato. Un mondo ovviamente irreale; nella realtà invece milioni di persone in Europa e in America, negli anni ’50 e ’60 poterono curarsi gratuitamente, percepire reddito anche in situazioni di malattia, infortunio, ferie, disoccupazione; accedere a una pensione di anzianità; usufruire di strutture decenti per l’istruzione, l’assistenza all’infanzia; usufruire di efficienti sistemi di trasporto ferroviario, strade nuove e scorrevoli, quartieri finalmente vivibili…eccetera eccetera. Le economie “aiutate” dai capitali statali, spesso da aziende nazionalizzate, fornivano servizi essenziali a prezzi irrisori: luce, acqua, gas diventarono comuni nelle abitazioni delle principali cittadine dei paesi industrializzati.

Negli anni ’70 si fece spazio questa nuova dottrina, aiutata da uomini dell’alta finanza che iniziavano a temere il potere del lavoro contrattuale e della redistribuzione della ricchezza, e il carismatico allievo di Heydek, l’americano Milton Friedman ebbe gioco facile in un quadro economico reso instabile dalla crisi petrolifera che seguì alla guerra del Kippur. La ricetta di Friedman è indicata nel suo Capitalismo e libertà e rappresenta la mappa di riferimento per le politiche che hanno dominato il mondo dagli anni ’80 a oggi e che spesso inducono a riflettere sulle politiche di Austerity dell’Unione Europea:

1)   Deregulation: riprendendo la teoria di Ricardo sull’abolizione dei dazi doganali, e più in generale delle tasse protezionistiche, viene auspicato l’annullamento di tutte quelle regole e norme che limitano l’accumulazione del profitto. Inoltre riproponeva la liberalizzazione del flusso di capitali, che finì per indurre le società ad investire i loro capitali nei paesi dove la manodopera costava meno (alla Cinese) togliendo lavoro agli operai occidentali e limitandone la il potere d’acquisto. La deregolamentazione del sistema bancario inneggiata in tale teoria porterà anche all’abolizione del Glass Steagall Act che separava fino a quel momento le banche d’investimento dalle casse di risparmio, rendendo preda degli speculatori anche il capitale dei risparmiatori.

2)   Privatizzazione: è la pietra angolare del neoliberismo. Partendo dal dogma della maggiore efficienza dei privati rispetto  al pubblico (cosa non vera come dimostrano i prodotti sempre più scadenti rispetto al passato, frutto di un’obsolescenza programmata, e come in Italia è dimostrato dal caso Alfa Romeo), viene auspicato la sostituzione dei servizi pubblici con servizi privati e privatizzati. Friedman proponeva la privatizzazione della Sanità, delle Poste, della Scuola, delle Pensioni e dei Parchi Nazionali.

3)   Riduzione spese sociali: per ripulire l’economia inquinata dall’attività dello stato occorre ridurre drasticamente le spese sociali. Tagliare i fondi per il sistema pensionistico, l’assistenza sanitaria, il salario di disoccupazione eccetera. Friedman insisteva molto sulla riduzione delle tasse; devono essere basse e con tassazione fissa indipendente dal reddito (cosa che faceva contenti i ricchi).

NasdaqLa grande epoca della speculazione ha riproposto lo scenario dove la finanza fa da padrona mentre dovrebbe essere asservita all’economia. Lo dimostrano l’andamento delle borse americane, dove ancora una volta la finanza si dimostra scollegata dall’economia. Se si osservano i grafici di andamento di Wall Street si nota come nonostante il fallimento di grossi colossi industrali e finanziari, e la pressante recessione economica, dopo il crollo del 2007/2008 il valore dei titoli azionari è in costante salita e nessuna banca è più fallita da allora.

La storia dello scontro tra keynesismo e ultraliberismo

Ma la gente non comprende, non si vuole interessare dell’argomento “economia”, troppo complesso… e intanto si lasciano distruggere dalla Shock Therapy descritta dalla giornalista canadese Naomi Klein nel saggio “Shock economy”, pubblicato nel settembre del 2007, dove denuncia il carattere antidemocratico del neoliberismo. Il libro studia gli effetti e le applicazioni delle teorie liberiste di Milton Friedman e della Scuola di Chicago in diversi Stati del pianeta, dagli anni sessanta fino al 2007. La tesi è che attraverso pratiche spregiudicate, che comportano l’uso dei media e lo sfruttamento della confusione e dello shock causati da eventi come guerre, cataclismi, crisi economiche pilotate, le grandi istituzioni finanziarie mettano sotto pressione i governi tramite lo strumento del debito (Banca Mondiale, WTO, FMI) per far approvare riforme liberiste contro gli interessi generali delle popolazioni e a favore di lobby e multinazionali. L’applicazione di queste politiche (che prevedono privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica con conseguente smantellamento dei servizi pubblici e liberalizzazioni dei salari) viene effettuata sempre senza il consenso popolare, approfittando dello stato di shock in cui versano le popolazioni, ed ha come esito finale la crescita della disoccupazione, il generale impoverimento delle masse e la progressiva concentrazione del potere politico ed economico dello Stato nelle mani di un numero esiguo di privati cittadini.

Alberto Fossadri

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Fonti:
http://files.meetup.com/1812775/Neoliberismo%20in%20sintesi.pdf
http://storiacontemporanea.eu/globalizzazione/il-neoliberismo
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/04/13/economia-neoliberismo-che-uccide-indirettamente/561377/
http://www.archiviostoricoiri.it/index/pagina-80.html

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