DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

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Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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Migrazione: la causa è nella globalizzazione dei mercati

Traendo spunto dall’immane tragedia che ha nuovamente rivolto gli sguardi verso il mar Mediterraneo, diventato oramai il mare dei disperati, meditiamo sulle cause del fenomeno dell’immigrazione, che ai più sono sfuggenti e sottovalutate. Il sistema economico che ormai attanaglia il mondo è brutale. Con la liberalizzazione della circolazione di ingenti somme di capitale, le masse di proletari ne subiscono inesorabilmente le conseguenze. Questo brano tratto da un saggio del coltissimo Subcomandante Marcos, è una critica pungente e mostra le vere cause del fenomeno.

[…] Abbiamo parlato prima dell’esistenza di nuovi territori, alla fine della III Guerra Mondiale [la guerra fredda], che speravano di essere conquistati [gli antichi paesi socialisti] e di altri che dovevano essere riconquistati dal “nuovo ordine mondiale”. Per ottenere questo, i centri finanziari hanno condotto una triplice strategia criminale e brutale: proliferano le “guerre regionali” e i “conflitti interni”, i capitali imboccano vie di accumulazione atipiche, e si mettono in moto grandi masse di lavoratori.
Il risultato di questa guerra di conquista mondiale è una grande giostra di milioni di migranti in tutto il mondo. “Straniere” nel mondo “senza frontiere” promesso dai vincitori della III Guerra Mondiale, milioni di persone subiscono la persecuzione xenofoba, la precarietà del lavoro, la perdita dell’identità culturale, la repressione poliziesca, la fame, il carcere e la morte. “Dal Rio Grande
americano allo spazio Schengen ‘europeo’, si conferma una doppia tendenza contraddittoria: da un lato, le frontiere si chiudono ufficialmente alle migrazioni di lavoro, per l’altro, interi rami dell’economia oscillano tra l’instabilità e la flessibilità, che sono i mezzi più sicuri per attrarre la manodopera straniera” [Alain Morice, op, cit.]. Con nomi diversi, subendo una differenziazione giuridica, dividendosi una eguaglianza miserabile, i migranti o rifugiati o delocalizzati di tutto il mondo sono “stranieri” tollerati o rifiutati. L’incubo della migrazione, quale che sia la causa che la provoca, continua a rotolare e a crescere sulla superficie del pianeta. Il numero di persone che sarebbero di competenza dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati [Acnur] è cresciuto in modo sproporzionato dai due milioni del 1975 a più di 27 milioni nel 1995. Distrutte le frontiere nazionali [dalle merci], il mercato globalizzato organizza l’economia mondiale: la ricerca e il disegno di beni e servizi, così come la loro circolazione e il loro consumo sono pensati in termini intercontinentali. In ogni parte del processo capitalista il “nuovo ordine mondiale” organizza il flusso di forza lavoro, specializzata e no, fin dove ne ha bisogno. Ben lontani dal subire la “libera concorrenza” tanto vantata dal neoliberismo, i mercati del lavoro sono sempre più condizionati dai flussi migratori. Quando si tratta di lavoratori specializzati, e anche se questa è una parte minore delle migrazioni mondiali, questo “travaso di cervelli” rappresenta molto in termini di potere economico e di conoscenze. Però, si tratti di forza lavoro qualificata o semplice manodopera, la politica migratoria del neoliberismo è più orientata a destabilizzare il mercato mondiale del lavoro che a frenare l’immigrazione.
La IV Guerra Mondiale, con il suo processo di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordinamento provoca lo spostamento di milioni di persone. Il loro destino sarà di continuare ad essere erranti, con il loro incubo sulle spalle, e di rappresentare, per i lavoratori impiegati nelle diverse nazioni una minaccia alla loro stabilità nel lavoro, un nemico utile a nascondere la figura del padrone, e un pretesto per dare senso all’insensatezza razzista che il neoliberismo promuove.
Il tutto si può riassumere con una figura retorica: un cerchio. È il simbolo dell’incubo errante della migrazione mondiale, è una giostra del terrore che gira per tutto il mondo.

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E l’Italia esporta armi alla Siria
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Fonte: La quarta guerra mondiale è cominciata [Subcomandante Marcos]

E l’Italia esporta armi alla Siria

Da quando è iniziata la guerra civile, secondo le cifre ufficiali dell’Alto Commissario dell’Onu (qui in .pdf) ci sono stati 93mila morti e due milioni di rifugiati nei paesi limitrofi. Oggi le potenze occidentali annunciano un intervento militare in Siria perché l’impiego – tuttora da accertare – di armi chimiche da parte delle forze armate del regime siriano avrebbe “sconvolto la coscienza del mondo”. Ebbene, se c’è qualcosa che mi ha sconvolto, è la quantità enorme di armi che l’Italia vende sottobanco ad entrambi gli schieramenti. Ops, scusate, devo essere corretto, li vende ai vicini della Siria. Certo è che la quantità enorme di armi legittima il dubbio che queste oltrepassino il confine (come sempre accade).

Di fatto l’Osservatorio OPAL di Brescia denuncia che il traffico di armi che dal Bresciano, dove risiedono le maggiori industrie di armi leggere italiane, l’esportazione nei paesi limitrofi alla Siria (Israele, Libano, Cipro, Iraq, Giordania e soprattutto Turchia) sono aumentate vertiginosamente dall’1,7 milioni di € del 2009 ai 36,5 milioni di € del 2012. «Ed è difficile credere che si tratti solo armi per il tiro al piattello» afferma Carlo Tombola. Tra le tipologie di armi riportate dell’ISTAT figurano non solo le cosiddette “armi sportive” o “per la difesa personale” ma anche tutta un’ampia gamma di pistole semiautomatiche, fucili e carabine per le forze di polizia, fucili a pompa per corpi speciali, contractors e forze di sicurezza: tutto quanto cioè – come recita la legge 110 del 1975 che ne regolamenta l’esportazione – non è destinato “al moderno armamento delle truppe nazionali o estere per l’impiego bellico”. E qui sta il punto che OPAL ha già rilevato in diversi casi: basta che le armi non siano destinate alle Forze armate estere (per le quali è richiesta l’autorizzazione del Ministero degli Esteri) e non abbiano le caratteristiche “per l’impiego bellico” ed è fatta. Si possono esportare con una semplice autorizzazione rilasciata dal Questore. «Abbiamo ripetutamente inviato al Questore di Brescia una dettagliata documentazione chiedendogli di chiarire i destinatari effettivi e le specifiche tipologie delle armi esportate dalla provincia di Brescia verso numerosi paesi a rischio, ma finora non abbiamo ottenuto risposta», dice Piergiulio Biatta, presidente di OPAL.

Ma le forniture militari italiane al regime siriano sono state di gran lunga superiori a tutte quelle degli altri paesi europei: si tratta, nell’ultimo decennio, di oltre 131 milioni di euro di materiali militari effettivamente consegnati. Tra le altre c’è stata una grande commessa negli anni ’90 dal valore di oltre 400 miliardi di lire (229 milioni di dollari). E’ la fornitura di 500 sistemi di puntamento Turms prodotti dalle Officine Galileo (divenute poi Galileo Avionica, Selex Galileo e oggi Selex ES sempre del gruppo Finmeccanica) per ammodernare i carri armati T72 di fabbricazione sovietica: quelli che i militari fedeli a Bashar al-Assad hanno usato per sparare sulla popolazione.

Come nel caso della Libia di cui l’Italia è stata il primo fornitore europeo di sistemi militari, e nonostante una normativa restrittiva come la legge 185 del 1990 vieterebbe di esportare armi a Paesi “i cui governi sono responsabili di accertate violazioni dei diritti umani”, i governi che si sono susseguiti in questi anni nel nostro paese non hanno mancato di rifornire di armi dittatori e regimi autoritari: dalle armi esportate dai governi Berlusconi a quelle autorizzate dal governo Monti, dalle armi spedite a Gheddafi a quelle successivamente inviate agli insorti libici, dalle forniture di armi al governo turco a quelle per l’esercito kazako fino a quelle spedite di recente alle forze armate egiziane, gli affari non sono mancati né per le industrie militari a controllo statale come Finmeccanica, né per le aziende di “armi leggere” come la ditta Beretta.

L’Europa che ora si mostra scossa dall’uso di gas sui quartieri orientali di Damasco e prepara un intervento militare ha continuato finora a rifornire di armi e munizioni i confini siriani. Lo documentano, questo sì, i rapporti ufficiali dell’Unione europea: la Turchia, ad esempio, è passata da 2,1 milioni di euro di importazioni di armi leggere europee del 2010 agli oltre 7,3 milioni del 2011; Israele da 6,6 milioni a oltre 11 milioni e addirittura l’Iraq da meno di 3,9 milioni a quasi 15 milioni. Il rapporto 2012 non è stato ancora pubblicato, ma diverse relazioni nazionali confermano l’incremento delle esportazioni verso paesi confinanti con la Siria.

Ma non c’è solo la Sirya, anche in Egitto la questione è delicata. Tra le armi in dotazione ai militari egiziani anche fucili d’assalto della ditta Beretta. Tra i bossoli trovati lo scorso anno in piazza Tahrir anche quelli della Fiocchi di Lecco. «Ministro Bonino, cosa deve succedere in Egitto per sospendere l’invio di armi italiane?». È la domanda che l’Osservatorio OPAL di Brescia rivolge a mezzo stampa al ministro degli Esteri, Emma Bonino e a cui Arturo Scotto (SEL) ha presentato un’interrogazione parlamentare.

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Fonti:http://www.opalbrescia.org/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/02/libia-italia-vende-armi-aggira-embargo/694926/
http://www.unimondo.org/Notizie/Siria-rifornita-di-sistemi-militari-dall-Italia-che-oggi-invia-armi-leggere-ai-confini-142242

Il NeoMercantilismo tededesco

Caratteristica degli “sfortunati eventi” europei è anche che il paese da cui ci aspetterebbe un ruolo di traino delle economie europee non si è sinora mosso come locomotiva bensì da vagone. L’accusa frequentemente mossa alla Germania è infatti quella di neo-mercantilismo, il perseguimento cioè di sistematici avanzi con l’estero. Cesaratto and Stirati (2011) e Cesaratto (2012) hanno evidenziato una continuità fra le strategie adottate dalla Germania nell’UME e quelle che questo paese adottò già nei sistemi di cambi fissi di Bretton Woods prima, e dello SME (Sistema Monetario Europeo) dopo.
merkelQuesti contributi hanno anche mostrato come il neo-mercantilismo sia funzionale a realizzare un elevato tasso del profitto attraverso una politica di moderazione salariale, affidandosi ai mercati esteri per smaltire le eccedenze di produzione. Un importante storico economico tedesco (Holtfrerich) ha definito tale strategia “mercantilismo monetario”. Essa fu inaugurata sotto gli auspici di Erhard nei primi anni 1950 e consiste nel mantenere un ”tasso di cambio reale competitivo”, il che significa che in un sistema di cambi fissi si deve mantenere un tasso di inflazione leggermente inferiore a quello dei principali concorrenti. Sono tre le istituzioni che sorreggono tale modello: co-determinazione, istituzioni mercantiliste, e la Bundesbank. La co-determinazione implica un sindacato cooperativo ai livelli micro e macro nel perseguire la competitività esterna di prezzo e tecnologica del paese. Le istituzioni mercantiliste sono infatti volte alla cura dell’addestramento delle forze di lavoro, al forte sostegno alla ricerca e a un governo che identifica la politica estera con gli interessi commerciali del paese. La moderazione salariale è anche componente tradizionale del mercantilismo. Lo stato tedesco non appare peraltro come un avversario delle classi lavoratrici, ma si atteggia al paternalismo, mentre senso delle tradizioni, della comunità e del rispetto per la natura sono parti costitutive dell’”ideologia tedesca”.

I surplus commerciali sono cemento dell’orgoglio nazionale. Ma, come diceva Voltaire, “gli incantesimi distruggeranno un gregge di pecore se somministrati con una certa quantità di arsenico”. Quest’ultimo è costituito dalla Bundesbank che in un peculiare sistema di contrattazione salariale interveniva direttamente al tavolo delle trattative, da vero e proprio cane da guardia dei salari tedeschi. Tale modello se ha da un lato portato la Germania a elevati standard di vita e a una invidiabile stabilità, ha dall’altro da sempre costituito un problema per l’economia internazionale in quanto la quarta economia mondiale (la terza fino alla recente crescita della Cina) ha il compito di far da traino alle altre economie espandendo il proprio mercato interno, non andare a rimorchio di mercati più deboli cercando di vendere più di quanto acquisti.

E’ naturalmente responsabilità della nostra classe dirigente nazionale, quella ancora al potere, aver condotto l’Italia in un accordo monetario in cui il mercantilismo tedesco si dispiega senza rimedio. Il centro-sinistra ulivista, in particolare, porta gravi responsabilità nell’aver legato le fortune del paese a quelle dell’unificazione monetaria mettendo in secondo piano piena occupazione ed equità distributiva e così contribuendo alla diffusa e non ingiustificata disaffezione alla politica di vasti ceti popolari (si veda al riguardo il contributo di Pivetti).
I risultati dell’operare congiunto della serie di sfortunati eventi nella periferia, e del mercantilismo Tedesco sono evidenti nella figura 1 che segue.

Figura 1 – Saldi delle partite correnti. Paesi dell’Eurozona (1999 2010). Miliardi dieuro. (Fonte: cortesia di F.Lindner, IMK-Hans Boeckler Foundation)Concludendo

Figura 1 – Saldi delle partite correnti. Paesi dell’Eurozona (1999 2010). Miliardi di
euro. (Fonte: cortesia di F.Lindner, IMK-Hans Boeckler Foundation)

Le responsabilità della crisi sono dunque da addebitarsi, da un lato, all’assenza di politiche di bilancio e distributive volte al sostegno della domanda aggregata, in particolare nei paesi “core” che, unitamente alla politica espansiva della BCE avrebbero favorito una crescita più equilibrata; e dall’altro allo scatenamento della potenza destabilizzante dei movimenti internazionali di capitale, favorita dalla moneta unica (che ha comportato la loro liberalizzazione nel contesto di una definitiva stabilizzazione dei cambi).

-Target 2

Ritornando al quadro complessivo delle vicende della crisi finanziaria europea, per capire come sta evolvendo la situazione dobbiamo assolutamente entrare in alcuni passaggi tecnici. Quando, ad esempio, avviene un pagamento un bene tedesco importato dalla Spagna ciò che accade è che una somma di euro si sposta dalla banca spagnola (chiamiamola Santander) a una tedesca (diciamo la DB). Ciò si svolge con l’intermediazione dell’Eurosistema (BCE e banche centrali nazionali dell’EZ) attraverso un sistema di pagamenti che si chiama TARGET 2 (T2) che è stato nell’ultimo anno oggetto di feroci discussioni. Come funziona? In pratica la Santander ordina alla Banca di Spagna, presso la quale essa detiene riserve (liquidità), di prelevarne una parte ed effettuare il pagamento via T2 alla DB. Nei fatti, via BCE, la somma arriva alla Bundesbank che la accredita alla DB:

Santander → BdS → BCE → Bundesbank → DB

La Santander ha però perso riserve (che sono obbligatorie). Ciò che normalmente accade è che la DB, che ha invece ora un eccesso di riserve, le presta alla Santander.

Santander → BdS → BCE → Bundesbank → DB
↑______________________________|

Questa modalità di regolare i pagamenti attraverso le banche centrali e successivi prestiti inter-bancari si svolge anche all’interno dei paesi, per esempio giornalmente fra Banca Intesa e Unicredit. In una unione monetaria, ciascuno è per definizione libero di spostare i propri depositi fra Unicredit e MPS, o fra Intesa e DB e così via. Il sistema dei pagamenti europeo non è dunque altro che l’estensione degli stessi principi che vigevano in ciascun sistema dei pagamenti nazionale. L’illusione è però stata che una volta unificati i sistemi di pagamento, l’EZ non potesse più incorrere nella serie degli sfortunati eventi che culminano in una crisi della bilancia dei pagamenti (così come la Calabria o la Sardegna non sono mai incorse in tali eventi dopo l’unità monetaria italiana). In verità la situazione è paradossale ed inedita.
la serie di sfortunati eventi, in combinata col mercantilismo tedesco, ha condotto a forti disavanzi di PC dei paesi periferici a fronte degli avanzi dei paesi core? Abbiamo anche detto che quegli squilibri erano compensati da flussi di capitale dai paesi centrali. Orbene, a ben vedere questo è quello che accadeva quando la DB riprestava alla Santander il pagamento all’esportatore tedesco.
Ciò che, tuttavia, è accaduto con progressiva rilevanza dal 2008 è che le banche core (la DB dell’esempio) hanno smesso di “riciclare” i proventi relativi al surplus commerciale tedesco non fidandosi più della solidità delle banche spagnole e degli altri periferici, né di prestarli a quegli Stati come accaduto sino ad allora. Anzi, man mano che i prestiti pubblici e privati venivano a scadenza, le banche tedesche hanno cominciato a non rinnovarli, ritirando i capitali, il “sudden stop” di cui sopra.
Nel passato, normalmente a questo seguiva un default degli stati, come in Argentina nel 2002, e/o almeno una drammatica svalutazione come in Italia nel 1992. In una unione monetaria il secondo esito è escluso per definizione, se non nella forma drammatica della rottura dell’unione. Il sistema dei pagamenti europeo T2 è peraltro congeniato per tenere in vita il sistema finanziario europeo, come accade in qualunque sistema finanziario nazionale: se il mercato inter-bancario si blocca, nell’esempio la DB non ricicla i depositi ricevuti riprestandoli alla Santander, quest’ultima può ricorrere ai prestiti della Banca di Spagna. Nei fatti presso la BCE dal lato delle sue passività rimangono depositati le riserve che le banche dei paesi in surplus non riprestano, e dal lato degli attivi vi sono i finanziamenti che essa concede alle banche periferiche. Così come quando i tedeschi ritirano capitali dalla periferia, e le banche periferiche si trovano a corto di liquidità, per evitare una “corsa agli sportelli” l’Eurosistema fornisce liquidità a tali banche.
Di nuovo la BCE si trova da un lato crescenti depositi da parte delle banche dei paesi in surplus che raccolgono i capitali disinvestiti dalla periferia, e dall’altro presta liquidità crescente ai paesi periferici. La figura 2 mostra come a fine 2011 la Bundesbank avesse attività presso il sistema T2 (diciamo depositi dei risparmiatori tedeschi presso la BCE) pari a quasi 500 miliardi, a cui fan fronte passività delle banche centrali periferiche (da ultimo debiti dei paesi in disavanzo) pari a circa 400 miliardi di euro. Gli ultimi dati parlano di un credito tedesco di 800 miliardi.

Figura 2 – Crediti e debiti verso TARGET 2 d alcune banche centrali dell’Eurozona(2001-2011). Miliardi di euro.

Figura 2 – Crediti e debiti verso TARGET 2 d alcune banche centrali dell’Eurozona
(2001-2011). Miliardi di euro.

FONTE: l’ebook OLTRE L’AUSTERITA’ (scarica)

Vedi anche:
Finanza speculativa: ecco come i derivati ci distruggono
Agenzie di rating sotto inchiesta
I crimini delle Multinazionali
Germania: la deportazione degli anziani

Picco petrolifero raggiunto?

Forse non ancora, ma certamente questi anni sono il momento storico in cui si verificherà ciò che abbiamo sempre temuto: il cosiddetto peak oil”.

Tecnicamente si parla del momento in cui la domanda di petrolio raggiunge l’offerta del mercato. Superata tale soglia il mercato non riesce più a garantire una quantità sufficiente di greggio rispetto a quello che effettivamente viene consumato. L’innalzamento dei prezzi, l’aumento della produzione di greggio tramite nuove trivellazioni o sistemi più tecnologici per estrarlo, tengono a freno la domanda, ma ora con la spropositata crescita demografica (7 miliardi di persone) e con lo sviluppo di altri paesi, soprattutto asiatici, ma anche sudamericani, non siamo più in grado di far fronte alla domanda in crescita esponenziale.

Secondo il Pentagono, il «Joint Operating Environment 2010», il rapporto che il comando supremo della forze armate americane prepara ogni due anni, per delineare lo scenario in cui la superpotenza Usa si troverà ad agire nei mesi successivi. Il messaggio è netto ed inequivocabile. Entro il 2012, potrebbe esaurirsi ogni capacità di riserva del sistema petrolifero mondiale ovvero, non ci sarà più alcun surplus nell’estrazione. Il testo delinea uno scenario per cui già nel 2015 il mercato sarà in grado di fornire solamente il 90% della domanda. Il testo estratto dal rapporto parla chiaro:

La frequenza con cui sono state scoperte nuovi pozzi di petrolio e falde di gas negli ultimi vent’anni – con la sola eccezione del Brasile – non lascia spazio all’ottimismo per gli sforzi del prossimo futuro. Nel 2030 il mondo avrà bisogno di centodiciotto milioni di barili al giorno, ma saremmo in grado di produrne solo cento. Nel 2012 il surplus della produzione sarà scomparso, e già nel 2015 il crollo della produzione porterà a una sua riduzione di almeno dieci milioni di barili al giorno.

Anche l’IEA – l’agenzia europea che si occupa del monitoraggio delle fonti di energia – ha previsto che da quest’anno non ci sarà più alcun surplus nella produzione di petrolio.

Si deve riflettere su quanto si parla oggi dei sostituti del petrolio: biocombustibili, sabbie bituminose, olio da scisti e cose del genere. Avrete anche sentito parlare della ‘nuova era del petrolio’ e vi hanno detto che è una cosa buona. Ma le ‘nuove’ risorse non lo sono affatto, sono note perlomeno da decenni. E sono inefficienti e costose; anche di questo ve ne sarete accorti, se non altro dai prezzi della benzina. Siamo costretti a usarle solo perché abbiamo passato il picco; ci servono per mascherare il declino.

Ma il problema non è quanto a lungo potremo mascherare il picco: è che con queste risorse stiamo facendoci dei danni enormi: usando risorse inefficienti stiamo generando più gas serra a parità di energia prodotta. Il cambiamento climatico sta accelerando, come avete visto da quello che è successo ai ghiacci del Polo Nord, questa estate.

E’ necessario avviare subito un programma di governo basato sulle fonti di energia alternativa e rinnovabile e contemporaneamente potrebbe servire lo sviluppo di un mercato secondo i criteri della decrescita felice.

Alberto Fossadri

Fonti:
http://www.ilpost.it/2010/04/26/picco-petrolio-pentagono/
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/04/21/il-petroliere-ma-il-pentagono-avverte-tra.html
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/24/decrescita-e-picco-del-petrolio/361723/

Agenzie di Rating sotto inchiesta

Chiusa dopo due anni l’inchiesta per la presunta manipolazione del mercato da parte delle agenzie di rating. I pm chiedono il rinvio a giudizio per sette persone. Richiesta di archiviazione per altre due. Il giudice di Trani sta sfidando il drago della finanza e le implicazioni politiche che conseguono…

Trani-la-procura-chiede-7-rinvii-a-giudizio-per-SP-e-Fitch

di Claudio Messora  Byoblu.com

C’era un tempo in cui per cercare giustizia bisognava andare da quell’unico giudice di Berlino, sperando di trovarlo. Oggi quel giudice non è più a Berlino: si è trasferito. Nella calda estate 2010, il pm Michele Ruggiero, della Procura di Trani, apre un’inchiesta in seguito alle denunce di Adusbef e Federconsumatori sull’operato dell’agenzia di rating Moody’s, che definiva l’Italia un paese a rischio. L’inchiesta si estende successivamente a Standard & Poor’s, a cui il pm contesta l’aver creato “una serie di artifici concretamente idonei a provocare una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento dell’Italia sui mercati finanziari“. Dopo due anni di indagini e perquisizioni nelle sedi italiane ed estere, la Procura di Trani ha chiesto il rinvio a giudizio per 7 persone, 5 responsabili di Standard & Poor’s e 2 responsabili dell’agenzia Fitch, mentre ha chiesto l’archiviazione per i responsabili di Moody’s.

La declassazione dell’Italia ha creato la crisi: ha legittimato la propaganda politica esasperata, i “fate presto” dei giornali e delle televisioni che davano l’Italia “sull’orlo del baratro”, ad un passo dal disastro economico, prossima al destino della Grecia. In quei lunghi giorni, gli italiani hanno imparato il significato di termini come “spread”, un gergo tecnico che in precedenza era interessante solo per pochi e che è venuto a sostituirsi, nell’immaginario collettivo, agli spauracchi più temibili. Questa improvvisa e “apparentemente devastante” crisi ha favorito e legittimato il passaggio di potere da un governo ad un altro, senza regolari elezioni. Pur se la Costituzione lo consente, o meglio non ha pensato ad impedirlo, è una cosa evidentemente inaccettabile in un paese democratico, poichè anche i governi tecnici devono ragionevolmente essere composti, in larga maggioranza, da politici eletti con il consenso del popolo sovrano.https://i2.wp.com/www.ilmondo.it/images/459-0-20121001_190429_027E2AE2.jpg

Ecco perché il giudice di Trani ha tra le mani la spada nella roccia e ha il dovere di estrarla. Se le agenzie venissero giudicate colpevoli di manipolazione del mercato continuata e pluriaggravata, il reato di cui sono accusate, e condannate a un conseguente risarcimento (si parla di 120 miliardi di euro), l’immediata conseguenza non sarebbe tanto di tipo economico, quanto politico: un Presidente del Consiglio non eletto, esponente di quegli stessi gruppi economico-finanziari che  hanno generato la crisi per perseguire logiche estranee alla democrazia, perderebbe immediatamente la sua legittimità, in quanto le condizioni che hanno determinato la sua ascesa verrebbero ad essere indissolubilmente legate da nesso causale con la strategia criminale di un sistema di potere internazionale che ha perseguito – e forse tutt’ora persegue – finalità eversive.

Quello di Berlino ce lo siamo giocato: adesso non lasciamo solo il giudice di Trani!

Vedi anche:
L’Italia SVENDUTA, le privatizzazioni degli anni ’90
Quando lo Stato perse il controllo del capitale

Fonte: http://kestoria.it/giudice-di-trani-chiede-rinvio-a-giudizio-per-agenzie-di-rating/

La “CUPOLA” delle Multinazionali

Una rete di multinazionali determina i nostri destini. E’ quanto emerge da un rigoroso studio del Politecnico federale di Zurigo. Il rapporto, pubblicato nella rivista ScienceNews, identifica per la prima volta la “cupola” delle multinazionali che regge le sorti economiche del pianeta. E’ interessante notare gli incroci che coinvolgono circa 43.060 multinazionali, che attraverso formule di presenza azionaria e partecipativa che sfugge a qualsiasi regola, condizionano le economie degli Stati e determinano i destini delle Comunità.

Il carattere sovranazionale permette loro di agire sui mercati con l’unico scopo di determinare vantaggi verso la centrale di comando. Si tratterebbe di 147 multinazionali che hanno il controllo totale delle finanze del pianeta. Il sistema di interconnessione tra le varie società analizzato con criteri scientifici ha consentito agli studiosi di Zurigo di individuare una Top list nella quale figurano i due gruppi bancari UBS AG e Credit Suisse, rispettivamente al 9° ed al 14° posto. Insomma lo studio descrive un sistema complesso nel quale il dominio di queste 147 multinazionali, fondandosi sulla loro interdipendenza allo stesso tempo ne garantisce la sopravvivenza al di sopra degli Stati e delle stesse regole. In questi giorni l’antitrust elvetico che vigila sulla concorrenza, ComCom, ha messo sotto accusa un cartello di banche e gruppi finanziari che avrebbero predeterminato i prezzi di scambio favorendo attività speculative. Ovviamente molti appartenenti a questo cartello fanno parte della lista di colossi finanziari. Sono solo i primi indizi, ma l’inchiesta si ripromette di mettere alla luce questi scambi informativi anomali.

La lista spiega meglio di ogni altra analisi quanto sia debole lo spazio di azione della politica rispetto alla forza nel mercato di gruppi finanziari coordinati. In cima alla lista spicca la presenza di Barclays, che ha avuto il premio Pubblic Eye Award nell’edizione 2012 per aver sfruttato al massimo i produttori di soia, mais e frumento “arricchendosi alle spalle dei poveri”. Il premio è organizzato da Greenpeace e “Dichiarazione di Berna” una organizzazione non governativa svizzera. Seguono le statunitensi  Capital Companies degli Stati Uniti e  FMR Corporation. Inoltre è indicativo che oltre 40 multinazionali sulle prime 50 siano tutte a carattere finanziario.

Il “cartello delle 147 multinazionali” non è detto, recita il rapporto, che sia frutto di “una cospirazione”, ma potrebbe trattarsi di un naturale sviluppo macroeconomico. Certo scorrendo la lista ci si accorge che la “mano invisibile del mercato”, apparirebbe un po’ troppo intuitiva. La lettura del rapporto, che per la prima volta individua i protagonisti di questo capitalismo finanziario sregolato, ha spinto diverse personalità nel mondo dell’economia a richiedere una adeguata regolazione transnazionale. Ma come osserviamo in questo periodo, appena si solleva qualche voce autorevole in questa direzione, immediatamente gli Stati ed i loro governi sono costretti a rincorrere emergenze finanziarie determinate da drammatiche cadute in borsa. Spesso anche in maniera dissonante rispetto all’evidenza dei fatti. Finora a mettere in chiaro queste strane interconnessioni multinazionali vi è un fronte, ancora non interconnesso, di qualche associazione coraggiosa come Greenpeace, qualche movimento indignato, una autorità di garanzia, ed anche un Procuratore a Trani che ha messo in luce alcune manovre finalizzate delle agenzie di rating, ed un filosofo che svela il bello della “decrescita”. Se, come affermano in molti, la crisi finanziaria è una “guerra moderna”, non è difficile immaginare chi sia destinato a vincerla.

Confronto tra Stati e multinazionali (2008)
Prime 100 mutinazionali (2008)
vedi anche I crimini delle Multinazionali e il traffico italiano delle armi

Fonti: – http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/06/ragnatela-multinazionale/189298/