Sei un imbecille? Ora puoi scoprirlo

Umberto Eco, pochi mesi prima di morire, ci ha lasciato di fronte ad una breve ma importante lezione: «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli». Eco sosteneva che quelle persone i cui pareri erano prima relegati all’ambiente del bar, ora sono messe allo stesso livello delle persone istruite proprio grazie ai social network. Disse che nell’epoca della “post verità” «Internet promuove lo scemo del villaggio a detentore della verità». fryLa struttura sociale di internet, secondo Eco, favorisce il proliferare di bufale (ed è in effetti quello che accade).

Ma come si distinguono gli imbecilli e i ciarlatani dalle persone istruite, esperte del settore e capaci di analizzare e criticare correttamente un’informazione?

Diciamo che se sei appartenente alla seconda categoria, probabilmente non ti occorrono i consigli di questo articolo. Anche se a dir la verità, anche essere un imbecille non ti aiuterà molto… ma puoi scoprire se tu sei uno sciocco!

Leggi solo i testi che portano ulteriore conferma alle tue tesi?
Non metti mai alla prova le tue convinzioni? Anche quelle più profonde? Perché se non lo fai e resti ancorato a ciò che già conosci, il tuo voler “cercare informazioni”, consiste solo nel rassicurare te stesso pensando in partenza di essere già nel giusto. Quindi il tuo non è informarsi, ma sentire quello che vuoi sentire.
Politicamente parlando se appartieni a questa categoria di persone e ti consideri di sinistra dai maggior credito a giornali come La Repubblica o l’Unità, se ti consideri di destra non proverai mai a leggere il Capitale di Marx, se voti il M5S provi una certa riverenza per Travaglio e il Fatto Quotidiano.
Diciamo anche che quelli che studiano marketing per smerciare prodotti scadenti a una massa di babbei, ringrazia Dio ogni giorno per l’esistenza di gente come te. Proprio perché quando vendono un prodotto, dicono quello che tu vuoi sentirti dire.

Per qualsiasi fatto di tuo interesse, che sia un fatto di cronaca o un saggio sui vaccini, leggi o ascolti gli argomenti di quelli che non la pensano come te?
Se non cerchi di comprendere il punto di vista degli altri, se commenti impulsivamente i post su facebook sostenendo che gli altri hanno un “microcefalo”, sono “perbenisti”, “razzisti”, o comunque li classifichi in categorie per denigrarli, allora è altamente probabile che tu faccia parte della schiera degli imbecilli.

Quando trovi una notizia che avvalora le tue convinzioni…
…si lo abbiamo provato tutti quel formicolio, quella voglia compulsiva di condividere il link e dire “visto?! Lo avevo detto io!”. Poi facendo un’analisi critica, scopri che il titolo del link non è esattamente in linea con il suo contenuto, oppure peggio ancora scopri che la notizia una bufala. Se fai parte di queste persone tranquillo, non sei un luminare, non sei un genio, sei una persona con un’istruzione sufficiente per saper leggere tra le righe e capire che non è il caso di condividere il link.
Se invece lo hai condiviso… probabilmente sei un imbecille. E forse non ti sei nemmeno preso la briga di leggere tutto il contenuto (il che non ti giustifica ma ti rende doppiamente imbecille).

Se vieni corretto…
Capita (anche al sottoscritto) di trovare nei commenti ai post, contenuti interessanti e diametralmente opposti al tuo pensiero, esposti anche con cordialità e cortesia. Se ritieni che abbiano il merito di una riflessione e ringrazi, fai parte di quelli che non si accontentano mai di conoscere ma ampliano il proprio pensiero. Se invece mostri al mondo quanto sei permaloso e ti fiondi contro il tuo interlocutore… forse non sei un imbecille, ma sei un grande stronzo.

Se ricevi tanti like…
Solitamente nel mondo di internet, la maggioranza è sinonimo di giustizia. Niente di più falso si è propagato con così tanta facilità. Se ricevi tanti “like” e ti ritieni così soddisfatto perché la giuria popolare ha confermato il tuo verdetto, abbassa la cresta. Sei certamente un imbecille.
Se ai suoi tempi, Alessandro Volta avesse mostrato in un post il funzionamento della sua pila elettrica, il commento più votato sarebbe stato: “Bravo! Hai studiato tanti anni per creare una cosa che non serve a niente”.
(PS. lo stesso ragionamento si applica per le pagine e i post più condivisi)

Sei arrivato fin qui?
Se in almeno uno di questi punti ti riconosci nella schiera di quelli che farebbero meglio a star zitti, ti prego per il futuro di tenerne conto. Ma se sei giunto a leggere fin qui, credo che tu non faccia parte degli imbecilli. Quelli, già dopo il secondo punto, hanno smesso di leggere.

Alberto Fossadri

 

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C’è ancora bisogno di competizione?

Cercando di dare un’immagine alla frustrazione che si prova certe volte, quelle volte che proprio non si riesce a capire perché la storia si ripeta sempre, perché la gente semplice debba sempre subire le angherie dei prepotenti, sono giunto alla conclusione che esiste una base culturale estremamente fondamentale di cui dobbiamo prendere coscienza se vogliamo veramente che le cose cambino.

La storia pare ciclica, altalenante, ma in realtà le variazioni all’ordinamento sociale che si sono susseguite nei secoli sono mezzi cambiamenti, distorsioni momentanee della realtà, che nel breve di pochi anni tornano a riflettere le stesse dinamiche sociali, economiche e culturali. Le rivoluzioni, l’evoluzione della filosofia, poco hanno realmente influito in quello che è il grande gioco della specie umana.

Il demone, l’archetipo che caratterizza l’istinto sociale della nostra specie è il senso del dominio. E questo si palesa negli appartenenti all’establishment come nel più miserabile degli sfruttati. L’uomo è veramente lupo dell’altro uomo, tutti i giorni. E non parlo delle guerre, dei giochi della grande finanza e del mondo del potere; parlo di ognuno di noi. Ci danniamo costantemente per avere un lavoro, per trovare un affare, per fare carriera o avere solo una piccola promozione aziendale. Per quale motivo lo facciamo? Per guadagnare di più? Forse… ma in termini reali questo in cosa si traduce? In una migliore posizione sociale. Aspiriamo ad acquisire una posizione di vantaggio, ma su chi? Sugli altri è ovvio. Vogliamo aggiudicarci il privilegio di faticare meno degli altri. Vogliamo assicurarci una posizione accattivante per attirare una “femmina”. Vogliamo poter garantire a noi stessi e alla nostra prole maggiori possibilità di successo. Perciò ci chiudiamo in un anfiteatro di lotta quotidiana, un vortice di agonismo che si chiama competizione.

E questo è il concetto base della nostra vita e del nostro lavoro, rimasto invariato da quando procacciavamo il cibo e prendevamo a mazzate gli invasori del nostro territorio, in barba all’invenzione della scrittura, della filosofia, con buona pace della rivoluzione francese e dell’abolizione della schiavitù.

La competizione è figlia del senso di dominio. Il nostro “dominus” è la nostra ambizione: vogliamo una posizione sociale di privilegio. È la nostra natura.

Ecco perché dagli antichi babilonesi, fino all’epoca liberale, le cose non sono mai cambiate. Le istituzioni si sono trasformate, hanno cambiato l’abito, ma sono rimaste le stesse. Si sono semplicemente adattate al nuovo contesto, alle nuove credenze, alle nuove consuetudini, ma l’ordinamento sociale e il costrutto competitivo sono rimasti immutati.

Certo, contestualizzando alcuni momenti storici le cose sono cambiate realmente, ma per poco. Un’onda di marea si abbatte sulla spiaggia con la stessa velocità con cui ritorna in mare. Così la rivoluzione francese ha dato nuove sembianze ad un antico regime, quello dell’aristocrazia e della plebe, trasfigurandolo in capitale e lavoro. Il senso del dominio ha fatto si che il “nuovo corso” seguito ad ogni evento rivoluzionario, sia politico che culturale, rifiutasse tutto ciò che non rappresentava se stesso e ne entrava in competizione. In questo modo, il “nuovo corso” da progressivo è diventato conservativo, e ha sempre dominato oppressivamente per mantenere se stesso nel nuovo status quo. È successo anche ai regimi socialisti, che tutto avrebbero voluto diventare meno che questo. Giunti al comando, hanno iniziato a mantenere il nuovo ordinamento in competizione con coloro che chiamavano “reazionari”. Il potere conserva sempre se stesso. È la natura del dominio.

Ma tralasciando i macrosistemi ed entrando su ciò che è personale, per gli individui ha senso competere?

Recentemente sono stati pubblicati studi storici interessanti. È stato dimostrato come le cinque famiglie più ricche della Firenze del XIV secolo, siano le stesse famiglie più ricche della Firenze odierna. Quasi settecento anni dopo! Lo studio prendeva spunto da una ricerca compiuta in Svezia anni fa, in cui era dimostrato che anche lassù, nella modernissima e funzionalissima Scandinavia, le famiglie più ricche e potenti di oggi sono le stesse del XVIII secolo. Pensa che caso! Stesso discorso seguendo la progenie delle casate reali ancora esistenti. Risalendo per ognuna l’intricato albero genealogico per circa mille anni, risultano quasi tutte ascendenti agli stessi personaggi, in primis a Carlo Magno (vissuto 1200 anni fa). A buon intenditor poche parole!

Dovreste capirlo, è impossibile competere con certa gente, loro dettano le regole del gioco! È come sfidare un cavallo a chi corre più veloce! Per quanto ci si impegni, è impossibile vincere la competizione. Come si fa a competere con aziende che fanno cartello sui prezzi, se i cosiddetti proletari fanno la gara al ribasso per avere un posto di lavoro? Come possiamo sopravvivere ad un sistema dove gli stipendi sono congelati da 30 anni ma i profitti delle aziende sono cresciuti di continuo?competizione

Eppure ci continuano a propinare questa favoletta, tipo il “sogno americano” che se ti impegni, anche tu puoi entrare a far parte di quelli che hanno successo. È la religione moderna, infarcita di film come “Alla ricerca della felicità” o “The Wolf of Wall Street”. E alcuni ci cascano, alcuni hanno un discreto successo e pensano di essere diventati dei capitalisti. Alcune aziende, o figure professionali, in particolare gli studi di consulenza, le società di servizi o prodotti per l’industria, hanno dirigenti che possono sì giocare in parte sul plus-valore, ma non dettano le regole del gioco. Sono solo intermediari del sistema, sono soggetti al volere dei veri capitalisti che per definizione sono coloro che detengono i mezzi di produzione.

È impossibile cambiare le cose se la percezione delle relazioni sociali rimane la stessa. L’ambizione principale di ogni individuo resta quella di competere con altri individui per garantirsi una posizione sociale, che di superiore non ha proprio nulla (perché faticare 10 anni per passare da commessa a cassiera quando nel mondo c’è chi nasce Lord, mi pare alquanto ridicolo!). Quindi se non oltrepassiamo questo tipo di logica, qualsiasi agglomerato di persone riunite in associazione o movimento politico, non farà altro che rimodellare le stesse dinamiche e dargli semplicemente un trucco di scena differente.

È su questo che bisogna lavorare! Ma il benessere dato dall’evoluzione scientifica e tecnologica (unica cosa in cui siamo realmente progrediti), non sta facilitando il compito, anzi! Dalla nascita del capitalismo, c’è chi ha intuito che proprio questo meccanismo mentale può rivelarsi utile e redditizio.

Dalla fine degli anni ’70 non si è fatto altro che alimentari interessi privatistici e particolari. Culturalmente si è distrutto quello che poteva rappresentare un’alternativa a questa visione di competizione sfrenata: il senso di comunità, solidarietà, associazionismo. Si certo, quando vince la nazionale di calcio siamo ancora tutti fratelli per qualche minuto, e quando un terremoto rade al suolo qualche comunità dell’appennino riusciamo ancora a trovare un briciolo di umanità, ma quando abbiamo l’opportunità di fare le scarpe agli stimatissimi colleghi del nostro ufficio per 100€ in più al mese non ci pensiamo due volte.

Ma realmente ci tenete a vendere l’anima e spezzarvi le ossa per potervi permettere una vacanza a Corfù invece che nella solita pozza d’acqua puzzolente dell’Adriatico, o per comprarvi un paio di scarpe alla moda a cui io di certo non farò mai caso (proprio perché le mie priorità sono altre)?

Competiamo l’un l’altro per delle briciole, perché in fondo se io circolo con una Punto piuttosto che con un’Audi, la differenza sta solo nelle convenzioni sociali, nella percezione delle cose. Perché state certi che l’Audi ti porta negli stessi posti della Punto.

Magari a me che della bella auto non frega nulla, frega di non vivere per lavorare, ben consapevole che la vera forma di ricchezza è il tempo. Perché non capirò mai la baggianata che la ricchezza si misura in valori econometrici (che in fondo la gran parte di noi nemmeno sa dove e come vengono stabiliti). Il tempo, da poter dedicare a ciò che interessa, a ciò che gratifica, a chi si ama, riempie la vita diversamente da qualche decina di cavalli del motore in più. E poi stai a vedere che col tempo risparmiato, con la Fiat Punto visito più posti di quelli che l’Audi se la possono godere solo la domenica pomeriggio (magari costretti ad accompagnare la moglie a fare shopping).

Il fatto è che io non ci sto ad avvalorare le tesi di Ludwig von Mises, secondo cui l’intero sistema economico è retto dall’invidia. E per lui in questo contesto l’invidia aveva un accezione positiva. Io proprio non voglio essere uno strumento giustificatore dell’invidia a cui proprio non riesco dare un valore “positivo”. Come non concepisco il perché per Adam Smith, nella sua teoria della “Mano Invisibile” la società prospera solo quando ognuno fa il proprio interesse, mosso dal suo egoismo.

Marx sosteneva che il “Valore” dato ad un prodotto con il “Lavoro” è dato dal tempo che serve nel processo produttivo per ricavare o trasformare quel prodotto. Secondo il pensatore di Treviri, l’uomo si distingue dall’animale quando comincia a produrre i propri mezzi di sussistenza: il lavoro e la produzione non sono quindi una condanna, bensì sono l’uomo stesso. Il lavoro è l’unica manifestazione della libertà umana.

Tuttavia, la condizione dell’uomo nella società capitalista si manifesta come alienazione: il prodotto del lavoro dell’uomo non è più suo, viene alienato dallo stesso uomo perché diventa proprietà privata dell’altro sotto forma di capitale. Non è l’operaio che adopera i mezzi di produzione ma viceversa. L’uomo non lavora più per se stesso, ma per qualcun altro sottoforma di merce lavoro (che è una merce peculiare perché l’uomo è l’unica merce capace di generare valore). A riprova di ciò si sente spesso definito il lavoratore come “capitale umano” di un’azienda.

Nella logica attuale il profitto è il Plus-Valore di una merce. Plus-Valore si traduce in Plus-Tempo che di fatto costituisce sfruttamento come furto del tempo altrui.

Per Marx, fino a che il lavoro è concepito come una prigione che sottrae tempo alle persone, impedendogli di esprimere appieno la loro umanità, l’uomo non potrà mai essere veramente libero.

Senza scendere nel banale, e senza esaltare l’ascetismo, prendiamo atto di una cosa. Ha scritto recentemente Massimo Fini: “tolto un tetto, dei vestiti e il cibo il resto è surplus”. Quindi, se il tempo è la vera ricchezza, è assurdo esaurire noi stessi per quel surplus. Soprattutto dopo che si è capito che del tempo impiegato per ottenerlo, buona parte non ritorna sottoforma di stipendio, o ricavo del piccolo artigiano, ma è sottratto dal sistema di produzione sotto forma di profitto e finisce ad ingrassare i patrimoni dei colossi finanziari.

E alla luce di ciò continuo a chiedermi: ha senso che tra noi poveracci sussista un clima di competizione?

Gandhi considerava la competizione come una forma di violenza, che mette gli uomini gli uni contro gli altri nel desiderio, mai placato, di avere o essere di più. Come dovreste aver già intuito, senso di superiorità è senso di dominio. Secondo il Mahatma, fondare un’economia sulla competizione significa stabilire, o rendere più solidi, i rapporti di forza.

Più globale è invece il pensiero di Juddu Krishnamurti che ci ha imposto una riflessione personale:

«Osservate cosa realmente sta succedendo in voi e al di fuori di voi stessi in quella cultura competitiva entro cui vivete, col suo desiderio di potere, posizione, prestigio, fama, successo, e tutto il resto – osservate i risultati di cui andate tanto orgogliosi, l’intero campo che chiamate esistenza e in cui c’è conflitto in ogni forma di rapporto, che alimenta odio, antagonismo, brutalità e guerre incessanti. Questo campo, questa vita, è quanto conosciamo, e poiché siamo incapaci di capire l’enorme lotta dell’esistenza ne siamo naturalmente spaventati e cerchiamo di evaderne in ogni sorta di modi sottilmente ingegnosi. Chiediamoci dunque, come esseri viventi in questo mondo mostruosamente brutto, se può avere fine questa società, fondata sulla competizione, sulla brutalità e la paura. Siamo, ciascuno di noi, responsabili di ogni guerra per l’aggressività della nostra vita personale, per il nostro nazionalismo, per l’egoismo, per i nostri dèi, pregiudizi, ideali; tutte cose che ci dividono. E soltanto rendendoci conto, non intellettualmente ma nella realtà dei fatti, come potremmo renderci conto d’aver fame o di sentire dolore, che voi ed io siamo responsabili di questo caos esistente, di tutta l’infelicità del mondo intero perché ad essa abbiamo contribuito nella nostra vita d’ogni giorno e perché facciamo parte di questa società mostruosa con le sue guerre, la sua bruttezza, la sua brutalità e ingordigia: solo allora agiremo».

Ancora più forte è la sentenza che ci fornisce e ci spinge a interrogarci su quanto l’uomo abbia fatto nel corso della sua storia, e su quanto dobbiamo fare:

«Considerando quello che il mondo è oggi, con tutta la sua miseria, i suoi conflitti, la sua sconcertante brutalità, l’aggressività e così via, l’Uomo è ancora com’era in passato: è ancora brutale, violento, aggressivo, competitivo, avido, e ha costruito una società basandosi su queste linee guida».

Quindi ritorno alla domanda che mi assilla: c’è ancora bisogno di competizione nel terzo millennio? Forse sì, forse no, io non mi considero la persona adatta a dare questa risposta. Certo è che per trasformare una società competitiva in una cooperante, servirà molto tempo. Occorre lavorare sul senso di comunità, ma è difficile che una generazione cresciuta a pane e agonismo sia capace di insegnare alle successive l’opposto. Quindi forse sì, ad oggi non siamo in grado di farne a meno, ma riconosco che con il grado di coscienza raggiunto dai tempi dell’uomo primitivo, la competizione non è più giustificabile, non è più accettabile. Preso atto di questo, possiamo lavorare sul nostro miglioramento. L’albero è maturo, iniziamo a cercare i rami da potare.

Alberto Fossadri

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-05-20/a-firenze-ricchezza-mano-stesse-famiglie-sei-secoli–155222.shtml?uuid=ADgKR4L
-Il Capitale – Marx ed Engels
http://www.uninomade.org/lavoro-e-tempo-di-lavoro-in-marx/
http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=25&id=447
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/andremo-a-sbattere-o-almeno-io-lo-spero/
-Gandhi – Christine Jordis
http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/attraversosecoli.htm

Il rimorso di chi sganciò la bomba su Hiroshima: “dire NO”

“Günther, non ricordo tutta la lettera che ho mandato in Giappone, ma dicevo loro che ero il maggiore che aveva dato il segnale di via libera per la distruzione di Hiroshima, che ero incapace di dimenticare quell’atto, e che la colpa di quell’atto mi aveva causato grandi sofferenze. Li pregavo di perdonarmi. Dicevo loro che gli uomini non dovrebbero combattere.”

di Fiorenza Loiacono – Così scriveva Claude Eatherly, uno dei piloti della missione Hiroshima, al filosofo Günther Anders il 22 agosto 1959, quattordici anni dopo lo sgancio della bomba atomica che il 6 agosto 1945 aveva provocato la distruzione della città e la morte immediata di circa 70.000 individui. Altri 70.000 sarebbero morti nei giorni seguenti e ancora negli anni successivi a causa dei postumi delle ferite e delle tracce radioattive depositate sui corpi e nello spazio circostante.

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Claude Eatherly

Sin dal volo di ritorno alla base, la coscienza di Claude Eatherly non potè tollerare quanto era accaduto. Celebrato negli Stati Uniti come un eroe insieme all’equipaggio che quella mattina aveva condotto e ultimato la missione, egli rifiutò di essere riconosciuto come tale. Pur di essere punito, di essere condannato ad una pena giudiziaria, si rese responsabile di atti antisociali: «Avevo quasi l’impressione di essere più felice in prigione, poiché la coscienza di essere punito dava sollievo alla mia colpa».

Fu l’unico della sua squadra a provare rimorso, tentando di trovare una via di riscatto alla sua sofferenza morale. Riteneva che quanto accaduto rendesse necessaria una riconsiderazione dello «schema di valori e di obbligazioni» che guidavano l’agire umano, convinto che dopo Hiroshima non fosse più possibile delegare ad altri la responsabilità dei propri pensieri e delle proprie azioni.

Fremeva, denunciava ai giornali il suo vissuto, scriveva lettere di scuse, partecipava a conferenze pacifiste, rendendosi inviso alle autorità militari statunitensi che, come tutte le autorità militari, desideravano fra le proprie fila meri e silenti esecutori di ordini.

Gente che potesse premere il pulsante di lancio di Little Boy e Fat Man (come erano giocosamente chiamate le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki) senza “cedere” allo scrupolo morale, addormentandosi a sera con la coscienza tranquilla, non tormentati dai fantasmi delle migliaia di morti provocati dall’azione cui avevano preso parte.

A queste morti, così difficili da immaginare per il loro numero e perché invisibili a coloro che le avevano rese effettive, Claude Eatherly non riusciva a smettere di pensare. La consapevolezza di centinaia di migliaia di vite dissolte in un istante, subito dopo il suo segnale di via libera, lo dilaniava.

Le autorità militari e governative mal tolleravano la sua sofferenza, volevano nasconderla, considerandola un imprevisto scomodo, fuori luogo e insensato. Che bisogno aveva un uomo di ribellarsi di fronte al successo di una missione militare? Come era possibile che rifiutasse gli onori che lo Stato e la società gli tributavano per il suo atto eroico? Perché non assumeva lo stesso comportamento adeguato dei suoi commilitoni?

Quando Eatherly cominciò a denunciare pubblicamente le nefandezze dell’atomica e della corsa agli armamenti, la degenerazione morale che esse rappresentavano, la sua voce e la sua storia ebbero improvvisa visibilità.

Fu allora che le autorità militari disposero il suo ricovero in un ospedale psichiatrico, dichiarandolo malato di mente. Adombrando le sue parole con l’accusa di follia, tentarono di sottrarre ad esse qualsiasi credibilità.

I rimorsi di coscienza di Eatherly per centinaia di migliaia di morti erano da etichettarsi come una manifestazione esagerata e bizzarra, un “complesso di colpa” patologico, una nevrosi che non aveva ragion d’essere.

Erano i primi anni Sessanta, e in quel periodo un’altra vicenda importante riempiva le pagine dei giornali e le programmazioni radiofoniche: il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, accusato dell’assassinio di milioni di ebrei europei.

A differenza di Eatherly, Eichmann si mostrava risoluto nel proclamare la sua innocenza: la sua era stata un’obbedienza cadaverica agli ordini, una Kadavergehorsam al servizio Eichmanndella volontà del Führer. Nessuno scrupolo di coscienza, nessun ravvedimento, nessun pentimento.

Fino alla conclusione del processo e al momento dell’impiccagione, quando esclamò “Viva la Germania!”, Eichamnn continuò a considerarsi un semplice ingranaggio del sistema nazionalsocialista, una vittima più che un carnefice.

Egli sembrava aver abdicato alla capacità di giudizio individuale, che permette di distinguere il bene dal male e di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni. Non pensava criticamente, autonomamente, la sua coscienza appariva spenta: a guida del proprio agire egli aveva sostituito i principi etici con quelli di uno Stato criminale.

Claude Eatherly, con le sue proteste, la sua angoscia morale, la sua inquietudine, rappresentava l’antitesi di Adolf Eichmann, l’individuo che si discosta dalla media, dalla massa conformista e che per questo viene attaccato:

«La verità è che la società non può accettare il fatto della mia colpa senza riconoscere al tempo stesso la sua colpa ben più profonda», cioè quella di non voler vedere, come costantemente accade nel corso dei genocidi e delle stragi di massa. Non a caso – come evidenziò Hannah Arendt ne La banalità del male – lo stesso Eichmann sottolineò durante il processo di essere riuscito a tacitare la propria coscienza perché non vedeva nessuno, «ma proprio nessuno» che fosse contrario alla Soluzione finale.

Nonostante il conformismo e il silenzio di molti, Eatherly non volle tacere, e interessato da sempre «al problema del modo di agire e di comportarsi» si pose di fronte a se stesso, in dialogo con se stesso, ragionando sulle conseguenze che le sue azioni avevano prodotto: si sentiva colpevole, responsabile per aver preso parte ad un’opera di distruzione dell’umano.

Gūnther Anders parafrasò il suo stato d’animo scrivendo: «Anche ciò che mi sono limitato a eseguire, è stato fatto da me; la mia responsabilità non riguarda solo i miei atti individuali, ma tutti quelli a cui ho preso parte; il problema morale non è solo “Che cosa devo fare”, ma “Dove e in che misura posso o non posso collaborare”». La libertà di coscienza, una condizione di cui Eichmann sembrava del tutto sprovvisto, si manifesta infatti opponendo il “non voglio” o il “non posso” al “tu devi”, come ha scritto Hannah Arendt in Responsabilità e giudizio.

A differenza di Eichmann, meccanico e fanatico esecutore di ordini, Eatherly aveva osato pronunciare la sua verità, andando contro l’opinione e il sentire della maggioranza, contraria o semplicemente silente. Di questa scelta in linea con la voce della propria coscienza, Socrate aveva dato una dimostrazione esemplare molti secoli prima, restando fedele alla pratica della virtù, all’amore per la sapienza e all’esercizio del pensiero, davanti ad un tribunale che per questo lo condannava a morte.

Di fronte al rischio di autocancellazione e autoliquidazione dell’umanità che l’inizio dell’era atomica aveva reso evidente, Claude Eatherly, colpevole e pentito nel bagliore atomico del 6 agosto 1945, evidenziò al mondo l’importanza di dire “no”.

Un “no” non lasciato isolato, al quale si uniscono altri, ha il potere di indebolire l’onda del conformismo e di inceppare la catena del massacro, nel momento in cui gli individui scoprono di poter disporre di una libera coscienza e di non essere gli ingranaggi di un sistema. Eichmann, che organizzava i trasporti degli ebrei europei verso i campi di sterminio, preferì ubbidire.

Come ha scritto Hannah Arendt, «la politica non è un asilo» (dove si presume che i bambini ubbidiscano) e opporsi è possibile e si deve: «Sul piano politico [gli episodi di resistenza] insegnano che sotto il terrore la maggioranza si sottomette, ma qualcuno no, così come la “soluzione finale” insegna che certe cose potevano accadere in quasi tutti i paesi ma non accaddero in tutti. Sul piano umano insegnano che se una cosa si può ragionevolmente pretendere, questa è che sul nostro pianeta resti un posto ove sia possibile l’umana convivenza».

Grazie alle pressioni internazionali, alle lettere, agli articoli, alle riviste che avevano dato risonanza alla sua vicenda, cioè grazie all’impegno e alla solidarietà di altri individui, consapevoli di far parte di una stessa comunità umana, Claude Eatherly potè lasciare l’ospedale psichiatrico in cui era stato rinchiuso. Le autorità americane non potevano più nasconderlo agli occhi del mondo.

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*Fonte di riferimento preziosa per la scrittura di questo articolo è stato il libro G. Anders, L’ultima vittima di Hiroshima. Il carteggio con Claude Eatherly, il pilota della bomba atomica, a cura di Micaela Latini (trad. it. di R. Solmi), Mimesis, Milano-Udine 2016.

 Fonte: http://www.tpi.it/mondo/giappone/rimorso-piloti-bombardamento-hiroshima

FQ: Famiglie Omogenitoriali, cosa dicono davvero gli studi mondiali

di Eugenia Romanelli – Sento e leggo beceri riferimenti a studi immaginari per dimostrare questo e quello a caso, senza la minima consapevolezza né coscienza di che cosa sia una ricerca scientifica. Allora, tutti seduti, vi faccio una lezione, così non potrete più, voi ignoranti in cattiva fede, blaterare a caso e manipolare media, social media e vicini di casa.

Cominciamo col mettere un punto fermo: dai primi rapporti psicologici sulle famiglie omogenitoriali sono passati oltre 40 anni (il primo fu Osman nel 1972). Poco? Sì, rispetto a quelli sulla polmonite, molto se si prende a paragone quelli sull’anoressia. In sostanza, abbastanza per avere un quadro approfondito.

Una recente analisi della letteratura scientifica sull’omogenitorialità compiuta da Adams e Light nel 2015 ha passato in rassegna tutte le pubblicazioni scientificamente accreditate al mondo per concludere che, intorno agli anni 2000, la comunità scientifica internazionale ha raggiunto l’unanimità sul principio che non sussistano differenze significative tra figli di genitori omosessuali e di quelli eterosessuali.

Manifestazione per approvazione del ddl Cirinnà sulle unioni civili

Tuttavia, esiste una posizione, minoritaria ma rumorosa, di alcuni ricercatori che sostengono il contrario, ossia che l’omogenitorialità sia causa di disagio per i figli. Tali ricercatori sono tutti legati all’accademia cristiana, a istituti di ricerca sulla famiglia fondati da chiese o aderenti a mission religiose e università cristiane. Gli studi in questione sono solamente quattro su migliaia, ma proprio perché in perfetta controtendenza rispetto alle conclusioni della comunità scientifica internazionale, hanno suscitato molto clamore (potete trovarli cercando Sarantakos, 1996; Regnerus, 2012; Sullins, 2015; Allen, 2013, quest’ultimo con taglio economico). Tali ricerche ad oggi sono state tutte smontate dalla stessa comunità scientifica che li ha screditati e disconosciuti per via di gravi falle nel metodo della raccolta dati. Nel caso di Regnerus, addirittura, la rivista che lo aveva pubblicato ha aperto una indagine e, verificate le incongruenze scientifiche e l’impostazione ideologica, ha chiesto all’autore di ritrattare le proprie conclusioni, cosa che Regnerus ha poi in effetti fatto.

Per chi fosse sinceramente interessato a verificare personalmente, e ad approfondire quanto dico (ad esempio smontando il falso luogo comune per cui gli studi accreditati siano stati finanziati da associazioni gay), consiglio il primo testo italiano che riporta tutti gli studi esistenti al mondo sul tema, per di più in modo ragionato e semplice da consultare: La famiglia in-attesa, appena uscito, è a firma dell’attento Federico Ferrari (Mimesis Edizioni), e riporta ben 38 pagine di bibliografia internazionale.

E ora, veniamo alle cose più interessanti. Siamo infatti in attesa di tre grandi studi sulle famiglie contemporanee: l’ “Australian Study of Child Health in Same-Sex Family” di Crouch (Università di Melbourne), sullo sviluppo di 315 genitori con 500 figli tra gli 0 e i 17 anni (fino ad oggi, dai rapporti parziali divulgati, si deduce che genitori e figli percepiscono positiva e normale la loro famiglia, hanno un livello di benessere psico-fisico superiore alla media delle famiglie eterogenitoriali, anche se lo stigma omofobico abbassa la qualità della loro salute mentale); la “Research on New Family Forms” di Golombok e Ehrhard (Cambridge e Columbia University), sui padri gay con figli nati da surrocacy tra i tre e gli otto anni; il “New Parents Study” di Lamb (Cambridge), Bos-Gelederen (Amsterdam) e Vecho-Gross (Parigi), che sta osservando lo sviluppo del primo anno di età dei bambini nati da procreazione assistita, sia in famiglie omosessuali che in quelle eterosessuali.

E l’Italia? Siamo a un paio di studi appena, come ho già scritto qui: il più importante è sicuramente quello di Baiocco, R., Santamaria, F., Ioverno, S., Petracca, C., Biondi, P., Laghi, F., Mazzoni, S. (2013), “Famiglie composte da genitori gay e lesbiche e famiglie composte da genitori eterosessuali: benessere dei bambini, impegno nella relazione e soddisfazione diadica”, in «Infanzia e Adolescenza», vol. 12, n. 2, pp. 99-112. Ma anche D’amore, S., Simonelli, A., Miscioscia, M. (2013), “La qualità delle interazioni triadiche nelle famiglie lesbo-genitoriali: uno studio pilota con la procedura del Lausanne Trilogue Play”, in «Infanzia e Adolescenza», vol. 12, n. 2, pp. 113-127. Altri testi e articoli sono quelli di Lalli, C. (2009), “Buoni genitori”, il Saggiatore, Milano; Lingiardi, V. (2007/2012), “Citizen gay. Affetti e diritti”, il Saggiatore, Milano; Lingiardi, V. (2013), “La famiglia inconcepibile”, in «Infanzia e Adolescenza», vol. 12, n. 2, pp. 74-85; Lingiardi, V., Carone, N. (2013), “Adozione e omogenitorialità: l’abbandono di Edipo?”, in «Funzione gamma», vol. 30. Buona lettura!

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/27/famiglie-omogenitoriali-cosa-dicono-davvero-gli-studi-mondiali/2408265/

La nuova era della discussione – Parte II: affermazioni opinabili e oggettive

In questa seconda parte tratteremo un argomento ben diverso da quello dello scorso articolo ma è indiscutibilmente legato a molti aspetti. Infatti i concetti di affermazione opinabile e di affermazione oggettiva non sono ben chiari e la loro non-distinzione induce spesso ad equivoci e di conseguenza a discussioni poco salutari.

libertà di parola

Le affermazioni: opinabilità e oggettività

Quello che in mia opinione sta accadendo man mano ci si evolve attraverso queste piattaforme virtuali è che vengono meno alcuni concetti importantissimi e spesso dimenticati: i concetti di opinione e relatività.
Un’opinione può essere espressa riguardo qualsiasi cosa: un’opera d’arte, una ricerca scientifica, un piatto assaggiato a casa di un amico, i lavori nei cantieri edili. Io personalmente posso ritenere inutile una ricerca scientifica come quella della ricerca del bosone di Higgs: personalmente magari non me ne faccio nulla.
E’ un’opinione, sbagliata o giusta che sia per chiunque altro, e ho diritto di esprimerla.
A chi non è capitato di trovarsi a discutere di un film con gli amici? Se io affermassi “A me quel film è piaciuto un sacco!”, almeno una persona replicherebbe “No, a me non è piaciuto per nulla”. E’ normale.
Non è invece normale usare termini generali come “Quel film è uno schifo!”. E’ una differenza sottile ma che spesso non viene distinta e causa non pochi problemi.
Affermare che in assoluto qualcosa non sia bello, buono, efficace o degno di nota significa mettersi nell’ottica di permette agli altri di verificare un’affermazione del genere con prove oggettive.
Non che nel primo caso non serva giustificare la propria opinione, ma risulta meno necessario: i requisiti e gusti personali sono intoccabili. Un’affermazione oggettiva invece richiede una certa dose di verifiche “sperimentali”, di prove concrete e che non siano di carattere soggettivo.
Nell’esempio del film una persona potrebbe effettivamente fare affermazioni di tipo generale e oggettivo. Un musicista potrebbe dire che la colonna sonora è stata scritta in tal modo e dunque ritiene che non sia adatta al genere di film. Oppure un esperto di luci o di fotografia potrebbe far notare come le inquadrature e le luci utilizzate sul set siano sbagliate per la scena girata o che lui l’avrebbe fatto in modo diverso per tal motivo.
Non è facile in realtà fare esempi perché “la verità non è dritta, piuttosto ricurva” e direi anche più complessa. Soprattutto nel caso dell’arte l’autore è l’unico vero interprete del significato reale della sua creazione e dunque potrebbe avere buoni motivi di fare certe scelte, magari contrastanti con le teorie artistiche di base. Eppure anche nell’arte abbiamo esperti in tutto il mondo che concordano sul valore di un’opera e dunque dei requisiti oggettivi esistono per valutarle, ma sono in dipendenza del tempo in cui si vive e delle sue mode.
Generalizzando, un qualunque pensiero o una qualunque idea sono figlie anche del loro tempo e della storia personale di chi le ha espresse. Inoltre ogni idea o espressione di tale (come nel caso dell’arte) ha più sfaccettature che possono essere analizzate: abbiamo dunque la possibilità di separare questi aspetti e commentarli in modo oggettivo o soggettivo che sia. Basta un po’ di buon senso per capire quando si può e non si può. Tornando all’esempio dell’artista, prendiamo un pittore. A me può piacere o non piacere la sua tecnica di disegno e di stesura del colore, ma se si sta parlando di Van Gogh non si può certo negare che è stato rivoluzionario per la sua epoca e per la storia dell’arte in generale: quelli sono dei fatti e si osserva nel campo che studia l’evoluzione di queste tecniche. Se domani compare Tizio, presunto esperto d’arte, che afferma “No, Van Gogh ha una tecnica di pittura che non mi piace, dunque non può aver avuto questa grande influenza nel corso della storia dell’arte e delle sue tecniche” sta trasformando un’affermazione opinabile in un qualcosa di oggettivo e verificabile, il che non è lecito.

Esiste anche il caso contrario, ovvero prendere affermazioni di carattere concreto e oggettivo e trasformarle in affermazioni che siano opinabili.
Questo è forse più grave del caso precedente e può avere dei rischi non da poco.
L’esempio banale del cinema forse non renderebbe bene il concetto. Ma prendiamo in esame la questione della medicina omeopatica.
Una persona può affermare che a suo parere l’omeopatia può guarire dalle malattie più svariate e può trovare tante persone della sua stessa opinione. Ma un insieme di opinioni non rende il fatto concreto. Servono verifiche sperimentali, ricerche. E se secondo le analisi chimiche e fisiche dentro una boccetta di un preparato omeopatico c’è solo acqua, allora questo è scientificamente vero e al momento il metodo scientifico moderno è l’unico in grado di dare con una altissima percentuale di successo la verità inerente la realtà. Dunque un medico potrebbe dire “Guarda, secondo me questa medicina omeopatica funziona, dunque usala e vedrai che guarisci” e quest’affermazione rientrerebbe in questo caso, con notevoli conseguenze negative.
Tornando all’esempio invece del presunto esperto d’arte, questo potrebbe tornare e affermare invece “No, Van Gogh non ha avuto alcuna rilevanza nell’ambito della storia dell’arte”. Questa volta sta trasformando un’affermazione oggettiva e verificata in un’altra affermazione oggettiva ma che è contraria ai fatti, questo perché è sua opinione. Siamo tornati al caso precedente passando per la trasformazione da oggettività in opinabilità.
Il discorso, come dicevo prima, è più complesso di come lo possa esporre a parole.

Altra cosa importante che spesso ci scordiamo (e che più volte ho implicitamente ribadito nel testo) è che se esistono esperti in dati settori è perché han fatto degli specifici studi che probabilmente sono durati anni e anni. Un’affermazione oggettiva fatta da un esperto ha sicuramente più rigore e solidità di una fatta da un non esperto. Ciò non significa che chi ha un titolo accademico abbia la verità in pugno: ci sono premi Nobel che sostengono teorie alquanto bizzarre (o che le han sostenute in passato), come la rabdomanzia o la memoria dell’acqua, non ancora verificate da alcuna ricerca effettuata. Ovvio, quando hanno vinto il Nobel è perché avevano meriti nella loro materia di studio. Non bisogna prendere però tutto ciò che affermano come oro colato.
Esempio lampante di ciò è la figura di Kary Mullis[1], vincitore del premio Nobel per la Chimica del 1993 per lo sviluppo della tecnica PCR, ovvero la reazione a catena della polimerasi che permette l’amplificazione in vitro di frammenti di DNA. Sicuramente la sua ricerca ha portato grandi contributi nel campo della medicina e della biochimica. Ma se considerassimo anche le sue altre affermazioni come la sua critica tra il nesso tra HIV e AIDS, i suoi dubbi sul riscaldamento globale, la sua credenza nell’astrologia e la sua dichiarazione di esser stato rapito dagli alieni nel 1985 direi che sembrerebbe strano abbia vinto il premio Nobel. In realtà non lo è: ciò che ha scoperto insieme a Michael Smith è stato fatto in modo scientifico e ha portato grandi innovazioni. Solo bisogna star attenti ora a prender tutto ciò che Mullis dice come verità solo perché è premio Nobel. Ma esistono esempi più vicini a noi come Cesare Lombroso[2], medico e padre fondatore della criminologia le cui ricerche furono di ispirazione per Freud e Jung per alcuni aspetti ma che per quanto riguarda la fisiognomica e lo spiritismo non è considerato in miglior modo che Otelma.
Bisogna dunque ricordare che nelle scienze (ma penso anche nelle altre discipline) il principio di autorità è sottostante i fatti concreti. Magari in arte questo non è altrettanto vero, visto che un’opera ha un certo valore anche per chi lo ha dipinto, ma la fama di un’artista è determinata anche dai fatti storici che non possono essere modificati da alcuna autorità.

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Immaginiamo di estendere ora il discorso a tutti i campi della conoscenza: esistono affermazioni oggettive e affermazioni opinabili.
Sarebbe giusto attaccare qualcuno che dia un’opinione su un’affermazione oggettiva? No, attaccare non è mai il metodo giusto. Bisognerebbe far notare che l’opinione è puramente soggettiva e che esiste un dato oggettivo che confuta l’opinione espressa. Attaccare la persona per la presunta ignoranza non migliorerebbe in alcun modo la conoscenza di entrambe le parti. Inoltre non bisognerebbe mai escludere le possibilità di far fare bella figura ai metodi del proprio ambito di conoscenza: se uno fa un’affermazione contraria alla realtà prendere quell’affermazione e metterla in verifica dovrebbe essere il dovere di una persona seria e con l’intenzione di diffondere la verità.
Sarebbe giusto attaccare qualcuno che faccia un commento oggettivo e di valore assoluto su un fatto puramente soggettivo? Nemmeno in questo caso il metodo dell’attacco risolve alcunché. Bisognerebbe far notare quanto la questione non sia qualcosa di verificabile in assoluto ma puro gusto estetico/personale. Attaccare qualcuno perché non accetta la soggettività di una questione, fa passare pure chi attacca dalla parte dell’assolutezza di un’affermazione.

Eppure potremo tentare di convincere le persone quanto vogliamo ma non cambieranno sempre idea di fronte al metodo giusto. Esistono tante variabili in gioco: storia personale, tipo di mentalità (spesso influenzata dalla prima), influenze da terzi, psicologia personale…
Per fare un buon lavoro dovremmo conoscere tutte queste variabili di ogni persona e in base a quelle elaborare il metodo giusto. Vi pare possibile? Non è facile, per nulla. Per questo entra in gioco un altro grande concetto: quello di generalizzazione per approssimazione, indissolubilmente collegato al metodo, più volte citato in questo testo. Queste tematiche verranno però trattate a parte nella parte III.

To be continued…

Stefano Migliorati

Note:

  1. https://en.wikipedia.org/wiki/Kary_Mullis Per altre curiosità su Kary Mullis (da cui poi son estrapolate molte vicende della sua vita narrate da lui stesso) esiste un’autobiografia intitolata “Ballando nudi nel campo della mente”.
  2. https://it.wikipedia.org/wiki/Cesare_Lombroso su consiglio di Alberto Fossadri.

La nuova era della discussione – Parte I: Il web e i social network

Questa è una prima parte di tre totali che affronteranno alcuni temi importanti riguardanti le discussioni tra persone e, più precisamente, tra gli utenti dei social network, per giungere infine ad analizzare alcuni dei concetti che man mano stanno scomparendo con l’avvento di Internet e di questa era profondamente scientista e tecnologica. Nello specifico analizzeremo la differenza tra opinione e affermazione oggettiva e vedremo come questa differenziazione spesso non venga concepita dalle persone. Infine andremo a vedere cosa significa avere un metodo e in che modo ha a che fare con il concetto di approssimazione, anche questo dimenticato ma di importanza che non esagererei a definire fondamentale.
In questa prima parte daremo uno sguardo sul mondo dei social network e di come avvengono discussioni e commenti inerenti l’espressione di un’idea, nonché una trattazione abbastanza generale dei ruoli di sostenitori e confutatori.

Discussione

Il web e i social network

L’arrivo di internet nelle case della maggioranza delle persone ha rivoluzionato il modo di vivere della società nel suo complesso. Non servirebbe nemmeno scriverlo, è evidente, ma non si pensi subito al lato negativo. Ci sono stati vari risvolti positivi: l’informazione circola libera; chiunque può consultare dati che fino a un decennio o due fa era impensabile poter andare a verificare; le ricerche sono più veloci, abbiamo bisogno di meno tempo per verificare un’informazione e più tempo da dedicare ad altro.
Inoltre sui social network si ha la possibilità di mettersi in discussione con altre persone.

Se ci si pensa un attimo dovremmo essere contenti che ognuno possa esprimersi con le proprie parole, che possa scrivere ciò che pensa, condividere ciò che ritiene vero e criticare ciò che non ritiene giusto, esporre le sue idee, seppur dietro uno schermo. E’ una buona cosa e forse bisognerebbe iniziare a capirlo.
Ma perché affermo ciò? Prendo come riferimento le cosiddette riviste peer review, ovvero specializzate in un dato ambito e che permettono ai propri colleghi (ai propri pari) di leggere le pubblicazioni, analizzarle, verificarle e nel caso confutarle e criticarle. In questo modo una teoria ha più probabilità di progredire, migliorare ed essere più attendibile e accettata dalla comunità o un’affermazione può essere controllata da altri esperti ed essere valutata per la sua accuratezza oppure essere criticata e modificata.
Dunque i social network sono assimilabili a sistemi peer review di carattere generale?

I social network possono essere pensati da un certo punto di vista come a bacheche virtuali in cui ognuno può esprimere la propria idea e, chiunque abbia accesso a tale bacheca, ne può leggere e commentare le idee esposte e aggiungere contenuti ulteriori, a sostegno o contro queste.
Se poi vogliamo essere più realistici dovremmo introdurre in realtà tre tipologie di utenti in base all’approccio ad una possibile discussione riguardo un’idea: i sostenitori, coloro che supportano e aggiungono evidenze per la corroborazione di una tesi; i confutatori, cioè coloro che portano evidenze di come la tesi proposta non sia corretta; i neutrali, ovvero gli utenti che non sono perfettamente schierati tra le due fazioni precedenti.
Dunque la reazione di fronte a un’idea espressa sul web può essere piuttosto varia e le tipologie di persone sono all’incirca le stesse che si presentano anche fuori dal mondo virtuale.
Un sostenitore di una data idea/affermazione potrebbe supportare la persona dalla quale viene tale pensiero con ulteriori affermazioni che corroborino la tesi. Allo stesso tempo potrebbe però attaccare chi non è d’accordo con loro e dunque reagire in modo tutt’altro che pacato e civile.
Una persona in disaccordo potrebbe confutare la tesi con documenti e affermazioni contrarie all’idea e invitare gentilmente il sostenitore a controllar meglio ciò che afferma se riguarda verità oggettive e già verificate. Allo stesso tempo potrebbe cedere alla tentazione di sentirsi in possesso di una qualche verità superiore e attaccare con offese e schernimenti la persona che esprime l’opinione e chiunque la supporti.
Quelli nel mezzo…al solito non si pronunciano, rimangono neutri, non commentano, non si schierano. Stanno in silenzio, leggendo le opinioni e gli attacchi tra le due fazioni rivali e facendosi un’idea sempre più confusa di quella che è la realtà o realizzando che fanno parte di uno schieramento o dell’altro. In realtà questa tipologia di utenti avrebbe un ruolo fondamentale, poiché potrebbe fungere da arbitro imparziale, anche se più spesso viene additata come un gruppo di ignavi e dunque figure negative.
Queste tipologie di persone hanno un’ulteriore caratteristica: parlano quasi esclusivamente con loro simili. Dunque avrete tutte persone concordi su un dato fatto che sono amiche tra loro e tutti gli altri non d’accordo saranno amici tra loro. Un po’ come i tifosi di calcio. E come i tifosi di calcio, permane un senso di rivalità che la partita sia cominciata o meno.

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No, un social network non può essere visto in tutto e per tutto come una bacheca condivisa in stile peer review.
Il fatto è semplice: non abbiamo nemmeno rispetto l’uno dell’altro sul web, come potremmo collaborare a ricercare la verità rimanendo nel nostro piccolo, tra le persone che ci dicono che abbiamo ragione e non ci fan notare nemmeno una critica o un punto debole delle nostre idee? Stiamo assistendo a un sempre più consistente crearsi di fazioni nemiche, veri e propri schieramenti che lottano strenuamente per aver ragione. Ma non solo: stiamo assistendo ad una dogmatizzazione di qualsiasi cosa venga scritta o detta da qualche personaggio noto sul web. Questo già accadeva con Albert Einstein ad esempio: qualsiasi frase detta da lui sembra oro colato e assolutamente indiscutibile. Se invece fosse l’arrotino del quartiere a dire una delle sue frasi, nessuno se lo filerebbe con molta probabilità.
La problematica dell’autorità è un altro dei problemi del mondo social che sta permettendo questa dogmatizzazione: se lo dice lui, allora dev’essere vero, non mi serve nemmeno verificare. Un’affermazione pericolosissima.
E così i VIP del web diventano i nuovi punti di riferimento per la verità: youtubers, ex partecipanti del Grande Fratello, comici,…
Poi si osserva questo bisogno di attaccarsi, di offendere, insultare chiunque la pensi diversamente da noi. Perché ricorrere a parole pesanti e schernimenti? Non ha alcun senso e non può che peggiorare l’escalation di sfiducia reciproca.

In questi casi penso non esista verità, non esiste nemmeno chi ha torto o ragione: hanno tutti torto.
Ha torto chi usa le offese come sostegno delle sue ipotesi, “accusando” di ignoranza e di stupidità chiunque creda a tali ipotesi alternative. E’ oscurantismo in ogni caso, che tu sostenga le idee giuste o sbagliate.
Che significa poi giusto o sbagliato in riferimento ad un’idea?

Ci si cade. Prima o poi accade: si pensa di saper di più su un argomento (e magari è vero) e ci si lascia prendere da quella sensazione di superiorità, di avere un sapere che nessuna di quelle persone possiede e di darsi il permesso per far valere quella superiorità, a qualunque costo.

Ma tutte queste situazioni esistevano da prima dei social network. Che ruolo hanno avuto dunque questi ultimi nell’evoluzione di queste strutture sociali? Hanno permesso di ampliare il raggio d’azione a cui una notizia o un’idea poteva estendersi nello spazio e hanno accorciato i tempi di in cui viaggiava questa notizia. Inoltre il fatto di star dietro ad uno schermo, senza essere criticati direttamente, occhi negli occhi, sicuramente dà una certa sicurezza. Ci sono anche alcuni effetti psicologici che ci inducono a credere di essere esperti in ambiti in cui in realtà siamo magari appena stati introdotti (si cerchi “Effetto Dunning-Kruger”) e wikipedia con youtube  ne hanno alimentato la portata. Ma queste non sono scuse a cui appellarsi quando si tratta di aggressione verbale.
Si può essere in possesso della verità in una discussione ma mai e poi mai si potrebbe pensare di essere in possesso del diritto di maltrattare tutti coloro che non possiedono tale verità.
Questa è la cosa più importante che abbiamo dimenticato probabilmente nelle discussioni via web: il rispetto per la visione altrui e per l’opinione altrui.
Ma anche qui c’è ambiguità nel concetto di opinione. Ma di questo parleremo nella parte II.

To be continued…

Stefano Migliorati

Vaccino o non vaccino? Questo è il quesito…

Premetto che non sono uno scienziato, tantomeno un medico, quindi non mi permetterò di affrontare il tema dal punto di vista tecnico perché ritengo di non averne le competenze. Ma su tutte le materie in cui non abbiamo competenze specifiche dovremo forse evitare di farci una nostra opinione? Certamente no, anzi, è importante che tutti ci interessiamo di tutto, ma badiamo bene a considerare verità assoluta la nostra conclusione personale. Questo è un aspetto importante in tutti i campi. Fatevi una vostra opinione, nutrite pure dei dubbi, ma se il campo non appartiene alle vostre esperienze e competenze, mantenete delle riserve, non fatevi travolgere. Sempre! Invito a leggere tutto il testo per capire come l’ho analizzato dall’esterno prima di giungere alla mia personale conclusione.

vaccino-bambinoPersonalmente ero interessato ad affrontare l’aspetto legato all’approccio con cui la gente si informa sui vaccini. Lo farò sia come appassionato studioso di sociologia, sia come ricercatore storico quale sono. Innanzitutto faccio notare l’aspetto mediatico del fenomeno antivaccinazione. La maggior parte della campagna contro i vaccini appartiene al mondo di internet. Numerosi, infatti, sono i blog e i siti dedicati alla lotta contro i vaccini.

Per prima cosa evidenzio che nella psiche del moderno “informato alternativo”, internet rappresenta la fonte più sicura in cui trovare informazione. Ovviamente è un concetto che condivido in buona parte. La differenza generale tra l’informazione tradizionale dei media mainstream e quella del web, sta nella dipendenza dal profitto dell’industria mediatica nel primo caso e la libertà intellettuale dei blogger nel secondo. Esistono però altre differenze, e non sempre corrispondono ad un vantaggio/svantaggio.
Ad esempio è stato dimostrato che l’80% delle notizie mandate in onda in televisione o scritte su un quotidiano hanno un’unica medesima fonte. Eppure rimaneggiamenti e interpretazioni rendono la stessa notizia, della stessa fonte, completamente differente a seconda che si legga L’Unità o che si guardi il TG5.
In antitesi il web è caratterizzato dal fatto che una stessa informazione può avere un numero svariatamente elevato di fonti. Questo potrebbe essere positivo dal punto di vista del pluralismo delle argomentazioni ma può dare spazio ad un contenuto verosimile in cui siano racchiuse fonti attendibili con fonti non attendibili. Questo accade per l’impreparazione professionale che spesso contraddistingue un blogger.
La stessa reinterpretazione e manipolazione che troviamo nei telegiornali e nei giornali rispetto ad una fonte primigena, avviene tranquillamente anche su internet. Un blog riprende un articolo di un altro sito rimanipolandolo, questi a sua volta aveva recuperato stralci di vari articoli in altre pagine web e così via… rendendo praticamente impossibile verificare le fonti.

Quello che è accaduto con la storia dei vaccini è invece un caso peculiare. Internet si è praticamente comportato come un media mainstream, ovvero i blogger hanno prelevato quasi tutte le loro argomentazioni da un’unica fonte: lo studio del medico Andrew Wakefield pubblicato nel 1998 sul Lancet (prestigiosa rivista scientifica). Nello studio si metteva in correlazione la vaccinazione con disturbi dello sviluppo, e il medico in una serie di conferenze sostenne che l’autismo era una conseguenza del vaccino trivalente MPR (anti morbillo, parotite, rosolia).
Lo studio fu molto contestato perché non seguiva un metodo scientifico richiesto per qualsiasi studio. Nel suo caso il campione di pazienti era ridotto e alcuni test erano discutibili, al che fu ritenuto che le conclusioni dello studio erano state forzate. Il medico consigliò di fare una vaccinazione singola per ognuna delle tre malattie, però man mano che la discussione sui vaccini è circolata in internet si è trasformata e molti sono arrivati alla conclusione che non si deve assolutamente sottoporre i bambini a nessuno dei tre vaccini. Comunque il risultato fu un crollo delle vaccinazioni di morbillo in UK con un’epidemia localizzata ad un migliaio di casi e 2 decessi. La vicenda del medico è lunga e complessa, ma termina con un secondo studio dello stesso medico che tende a sbugiardare se stesso cercando di riparare al danno.
In ogni caso, il fatto che lo stesso fronte antivaccino non è univoco (chi vuole abolire la trivalente, chi vuole dilazionare in più anni i vaccini, chi vuole abolire alcuni vaccini, chi addirittura vuole l’abolizione totale dei vaccini) dimostra che non esiste un serio studio di riferimento che li faccia concordare. Un po’ come quando nei primi secoli del cristianesimo i vescovi si riunirono per decidere quale fosse la natura della trinità. Non era scritto da nessuna parte, nemmeno sulla Bibbia, quindi ognuno interpretava a propria maniera e il movimento cristiano si spaccò: ortodossi, ariani, nestoriani, ecc presero ognuno la propria strada.

I blog antivaccino prendono spunto da altri siti che fanno principalmente riferimento a questo testo e completano con ulteriori argomentazioni legate a esperienze di casi in cui i bambini hanno subito danni o sono deceduti con il trattamento vaccinale. Alcuni casi sono fasulli, molti altri invece sono reali, altri invece vengono collegati ai vaccini quando questa relazione non è confutata dai medici. Il fatto stesso che il danno accada dopo la somministrazione del vaccino, cosa che spesso convince i genitori del nesso tra i due, non è sufficiente a sostenere tale relazione. Lo sarebbe se i casi fossero migliaia in un lasso di tempo piuttosto breve. L’esempio più pratico che viene in mente riguarda la segnalazione dell’aumento del 270% di bambini autistici dopo il vaccino. Sapendo che solo dai primi anni ’90 l’autismo viene registrato e analizzato per verificarne eventuali incrementi, mi piacerebbe sapere rispetto a cosa si riferiscano questi dati. Perché lo studio da cui prendono spunto relaziona più che altro la correlazione tra l’età dei genitori e l’autismo, vertendo sul fatto che quasi il 70% dei bambini autistici nasce da coppie con madri adolescenti o con uomini ultracinquantenni. Quindi chi utilizza uno studio finalizzato a rivelare qualcosa di diverso dalla sua conclusione, sta forzando le proprie tesi.

Leggere di singoli casi riportati come esempio influisce spesso nel convincerci della ragione degli antivaccinisti. Questo fenomeno psicologico avviene anche in altri settori e può essere facilmente analizzato secondo la scienza della sociologia mediatica. Per facilitarne la comprensione agiamo per parallelismo con il fenomeno della sicurezza.
Uno degli argomenti principali dei telegiornali sono gli episodi di cronaca nera: omicidi, rapine, stupri, ecc. Aumentare il numero dei servizi che li riguardano, o semplicemente descrivere con maggior precisione i dettagli scabrosi delle vicende, attiva la sfera emotiva del nostro cervello e indirettamente ci fa percepire minor senso di sicurezza, paura e frustrazione. Il fatto che gli omicidi riportati in televisione sia doppio rispetto all’anno precedente, non è dimostrazione che vi sia stato un aumento degli omicidi nel paese. Infatti, nonostante sembri che la sicurezza sia sempre più a rischio, i dati del Ministero degli Interni mostrano l’opposto: un netto calo negli ultimi 10 anni degli episodi di violenza, avvenuto progressivamente ogni anno.
Per questo, i casi particolari non devono mai, e dico mai, essere presi in considerazione per una ricerca da svolgere ad ampio spettro.
Sia ben inteso che ogni qualvolta troviate un caso specifico trattato in favore di un argomento generalizzato, esso è stato scelto solo ed esclusivamente per il suo valore emotivo nei confronti di voi che state accingendovi a leggere. Se devo essere convinto di qualcosa, devo essere convinto con la trattazione di un tema e con il ragionamento, non con metodi atti a colpire l’istinto e l’emotività.

Foto tratta dalla pagina Fb: Italia Unita per la Scienza

Foto tratta dalla pagina Fb: Italia Unita per la Scienza

Dopo l’attacco dell’11 settembre, con le ricevute minacce di un attacco batteriologico con il vaiolo (potrebbe essere solo stata propaganda della paura in puro stile americano), il governo degli USA mise a disposizione il vaccino del vaiolo per gli americani che lo volessero. Furono vaccinati 350.000 americani, circa 1 su 20 mila ha manifestato problemi di infiammazione cardiaca, e si sono verificati 2 decessi. I casi di decesso da vaccino esistono e sono sempre esistiti, ma a questo punto forse è più l’aspetto etico che quello scientifico a contraddistinguere la discussione. Ovviamente gli ufficiali medici dovrebbero valutare patologie e rischi per ogni singolo paziente, e queste morti non dovrebbero accadere, ma ammettendo che la perfezione è impossibile da raggiungere, possiamo sopportare la morte di pochi bambini a causa dell’inettitudine in confronto alla morte di centinaia di loro per epidemia?

Da ricercatore storico mi sento anche in dovere di insegnare come approcciarsi a tale materia. Cosa centrerà con l’argomento dite voi? Centra dal momento che i profani si approcciano alla storia considerando le dinamiche e la cultura dominante nel mondo attuale, senza calarsi nel tempo e ragionare un discorso con il pensiero e le dinamiche del passato.

Spesso il sunto della discussione sui vaccini ruota attorno ad un punto non sempre specificato, ma sicuramente sottinteso. Un concetto in linea col pensiero del lettore che percepisce la linea di principio: “i vaccini servono all’industria farmaceutica per trarre un enorme profitto”.
La mia risposta? È assolutamente vero. Questo significa che i vaccini fanno male? Non è detto. Anche con il cibo le multinazionali dell’agroalimentare fanno valanghe di soldi, ma questo significa che il cibo fa male? Forse non è salutare come una volta, forse in alcuni casi è veramente nocivo, ma mangiare è funzionale alla vita dell’essere umano? Si. Lo stesso potremo dirlo delle automobili o di altri prodotti.
Esattamente intorno a questo punto, le persone ragionano in maniera del tutto fuori luogo non considerando la storia dei vaccini che comincia nel XIX secolo! Le dinamiche finanziarie e commerciali che esistono oggi non sono sempre state le stesse. La vaccinazione in Italia fu diffusa dal medico Luigi Sacco che operava nell’allora Repubblica Cisalpina (era il periodo delle guerre napoleoniche). Non esistevano le multinazionali, ne tantomeno le società di capitali, esisteva solo un medico che diminuì drasticamente i decessi di vaiolo iniettando il virus “Vaccino” (di origine bovina) che era simile al vaiolo umano. All’epoca gli antivaccinisti erano le alte autorità ecclesiastiche, considerandolo un’insana e innaturale commistione tra uomo e animale.

Durante una ricerca storica si utilizza il rigore del metodo scientifico. Cosa significa? Il metodo può rivelarsi utile nella vita in qualsiasi forma di ricerca. Quando devo analizzare un episodio storico devo incrociare le fonti, devo contestualizzarle, posso ragionare ipoteticamente qualora le fonti non siano sufficienti a ricostruire una storia ma devo evitare forzature in ciò che non è evidente. Quello che accade nella mente di un “complottista” è essenzialmente l’opposto. Si basa sul percorso più semplice per arrivare ad una conclusione, traguardando invece la complessità del discorso.
Spesso mi è capitato di interpretare documenti di un unico archivio (ad esempio l’Archivio di Stato) in un’unica maniera. Poi, intrecciando quei documenti con quelli di altri archivi, con i giornali dell’epoca che ne davano un’interpretazione, con la cultura dell’epoca e con i fatti conseguenti, si riesce ad avere un quadro più chiaro.
Limitarsi alla semplificazione di un fenomeno per comprenderlo più facilmente è il modo migliore per sbagliarsi. Che i vaccini siano una fonte di profitto non lo escludo, ne sono sicuro. Ma dire che ogni azienda farmaceutica si comporta alla stessa maniera o dire che per questo i vaccini fanno male è oltremodo assurdo. Ed oltraggioso aggiungerei, nei confronti di persone come il dott. Jonas Salk che, scoperto il vaccino contro la poliomelite decise di non brevettarlo affinché tutti potessero godere dei frutti della scienza a basso costo.

Azione Prometeo non è un movimento politico, è un blog che cerca di stimolare un dibattito e cerca in certi casi, come questo, di evitare che in argomenti complessi come quelli scientifici vengano accettate delle verità senza riserve. Sui vaccini è tutto sicuro e chiaro allora? Forse no. Nei primi anni ’90 l’allora “poco onorevole” Ministro della Salute De Lorenzo percepì una tangente dalla Glaxo –SmithKline, una società che commercializza il vaccino antiepatite B. Il fatto che l’obbligatorietà di quel vaccino fosse stata promulgata proprio sotto l’amministrazione De Lorenzo fa sentire odor di bruciato a chiunque… Questo significa che il vaccino è pericoloso? Non si può sostenere, forse la tangente è per favorire un prodotto buono rispetto ad un altro prodotto buono ma dal costo inferiore. Chi può dirlo se non la magistratura? Io non ho le basi per sentenziare…
Qualcuno potrebbe anche obiettare che, essendo l’epatite una malattia tipica della trasmissione di sangue o delle cure dentistiche, non dovrebbe essere iniettata in un bambino prima dei quattro anni. Ma questo vuol forse dire che i vaccini fanno male? Assolutamente no, si può contestare il metodo, si può contestare l’integrità del mondo dei vaccini, ma se dei vaccini funzionavano senza interessi commerciali alla fine del 1700 non vedo perché dovremo rinunciare a una tecnologia per ritornare ai salassi del medioevo.

L’invito che vi faccio è quello di mantenere il dubbio piuttosto, ma non giungere a conclusioni forzate quando le premesse non pendono a favore di una tesi. Partite come me dal presupposto che chiunque abbia una conoscenza scientifica leggermente superiore alla nostra, con un lessico tecnico e qualche formuletta algebrica, potrebbe affascinarci con le sue argomentazioni. Se il contenuto viene poi esaltato con degli esempi che colpiscono la vostra emotività ci vuole poco per diventare noi stessi sostenitori di una nuova fede.
Interessatevi che è buona cosa, ma state sempre distaccati da cose complesse. Dopotutto 400 anni fa Galileo non poteva sostenere l’eliocentrismo, perché all’epoca non vigeva la regola del “metodo scientifico” ma del palese ed evidente. Ciò che era palese ed evidente per gli uomini dal punto di vista della Terra (ovvero che il Sole gravitava attorno ad essa) non lo era dal punto di vista della scienza.

Se volete delucidazioni tecniche relativamente al mondo dei vaccini, attendete la nostra Annalisa, studentessa in medicina (quindi per i complottisti non è ancora un medico che percepisce provvigioni illegali sui farmaci prescritti) che sta scrivendo un dettagliato articolo frutto di ricerche personali e che sarà pubblicato prossimamente sul blog.

Questa è la mia analisi, e dei consigli pratici su come affrontare le milioni di informazioni che ci giungono ogni giorno. Intestardirsi non serve, mia madre diceva che “solo gli stupidi non cambiano mai idea”. Personalmente ho cambiato spesso idea, ma in molti casi, non sempre la conclusione a cui si arriva determina una certezza. Le azioni umane sono piene di eccezioni, e non escludo che anche sui vaccini si verifichino, ma questo non farà di me un antivaccinista.

Alberto Fossadri

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Fonti:

https://www.autismspeaks.org/science/science-news/large-study-parent-age-autism-finds-increased-risk-teen-moms
– http://www.nature.com/mp/journal/vaop/ncurrent/full/mp201570a.html
http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/04/vaccino-non-meccanismo-causa-effetto-autismo-bimbo-nacque-prematuro/1474845/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/09/18/leggenda-dellautismo-causato-dai-vaccini/355655/
http://www.studiomedicodestefanis.it/Vaccini/Vaccini31.htm
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2001/06/15/de-lorenzo-condannato-andra-in-carcere.html