C’è ancora bisogno di competizione?

Cercando di dare un’immagine alla frustrazione che si prova certe volte, quelle volte che proprio non si riesce a capire perché la storia si ripeta sempre, perché la gente semplice debba sempre subire le angherie dei prepotenti, sono giunto alla conclusione che esiste una base culturale estremamente fondamentale di cui dobbiamo prendere coscienza se vogliamo veramente che le cose cambino.

La storia pare ciclica, altalenante, ma in realtà le variazioni all’ordinamento sociale che si sono susseguite nei secoli sono mezzi cambiamenti, distorsioni momentanee della realtà, che nel breve di pochi anni tornano a riflettere le stesse dinamiche sociali, economiche e culturali. Le rivoluzioni, l’evoluzione della filosofia, poco hanno realmente influito in quello che è il grande gioco della specie umana.

Il demone, l’archetipo che caratterizza l’istinto sociale della nostra specie è il senso del dominio. E questo si palesa negli appartenenti all’establishment come nel più miserabile degli sfruttati. L’uomo è veramente lupo dell’altro uomo, tutti i giorni. E non parlo delle guerre, dei giochi della grande finanza e del mondo del potere; parlo di ognuno di noi. Ci danniamo costantemente per avere un lavoro, per trovare un affare, per fare carriera o avere solo una piccola promozione aziendale. Per quale motivo lo facciamo? Per guadagnare di più? Forse… ma in termini reali questo in cosa si traduce? In una migliore posizione sociale. Aspiriamo ad acquisire una posizione di vantaggio, ma su chi? Sugli altri è ovvio. Vogliamo aggiudicarci il privilegio di faticare meno degli altri. Vogliamo assicurarci una posizione accattivante per attirare una “femmina”. Vogliamo poter garantire a noi stessi e alla nostra prole maggiori possibilità di successo. Perciò ci chiudiamo in un anfiteatro di lotta quotidiana, un vortice di agonismo che si chiama competizione.

E questo è il concetto base della nostra vita e del nostro lavoro, rimasto invariato da quando procacciavamo il cibo e prendevamo a mazzate gli invasori del nostro territorio, in barba all’invenzione della scrittura, della filosofia, con buona pace della rivoluzione francese e dell’abolizione della schiavitù.

La competizione è figlia del senso di dominio. Il nostro “dominus” è la nostra ambizione: vogliamo una posizione sociale di privilegio. È la nostra natura.

Ecco perché dagli antichi babilonesi, fino all’epoca liberale, le cose non sono mai cambiate. Le istituzioni si sono trasformate, hanno cambiato l’abito, ma sono rimaste le stesse. Si sono semplicemente adattate al nuovo contesto, alle nuove credenze, alle nuove consuetudini, ma l’ordinamento sociale e il costrutto competitivo sono rimasti immutati.

Certo, contestualizzando alcuni momenti storici le cose sono cambiate realmente, ma per poco. Un’onda di marea si abbatte sulla spiaggia con la stessa velocità con cui ritorna in mare. Così la rivoluzione francese ha dato nuove sembianze ad un antico regime, quello dell’aristocrazia e della plebe, trasfigurandolo in capitale e lavoro. Il senso del dominio ha fatto si che il “nuovo corso” seguito ad ogni evento rivoluzionario, sia politico che culturale, rifiutasse tutto ciò che non rappresentava se stesso e ne entrava in competizione. In questo modo, il “nuovo corso” da progressivo è diventato conservativo, e ha sempre dominato oppressivamente per mantenere se stesso nel nuovo status quo. È successo anche ai regimi socialisti, che tutto avrebbero voluto diventare meno che questo. Giunti al comando, hanno iniziato a mantenere il nuovo ordinamento in competizione con coloro che chiamavano “reazionari”. Il potere conserva sempre se stesso. È la natura del dominio.

Ma tralasciando i macrosistemi ed entrando su ciò che è personale, per gli individui ha senso competere?

Recentemente sono stati pubblicati studi storici interessanti. È stato dimostrato come le cinque famiglie più ricche della Firenze del XIV secolo, siano le stesse famiglie più ricche della Firenze odierna. Quasi settecento anni dopo! Lo studio prendeva spunto da una ricerca compiuta in Svezia anni fa, in cui era dimostrato che anche lassù, nella modernissima e funzionalissima Scandinavia, le famiglie più ricche e potenti di oggi sono le stesse del XVIII secolo. Pensa che caso! Stesso discorso seguendo la progenie delle casate reali ancora esistenti. Risalendo per ognuna l’intricato albero genealogico per circa mille anni, risultano quasi tutte ascendenti agli stessi personaggi, in primis a Carlo Magno (vissuto 1200 anni fa). A buon intenditor poche parole!

Dovreste capirlo, è impossibile competere con certa gente, loro dettano le regole del gioco! È come sfidare un cavallo a chi corre più veloce! Per quanto ci si impegni, è impossibile vincere la competizione. Come si fa a competere con aziende che fanno cartello sui prezzi, se i cosiddetti proletari fanno la gara al ribasso per avere un posto di lavoro? Come possiamo sopravvivere ad un sistema dove gli stipendi sono congelati da 30 anni ma i profitti delle aziende sono cresciuti di continuo?competizione

Eppure ci continuano a propinare questa favoletta, tipo il “sogno americano” che se ti impegni, anche tu puoi entrare a far parte di quelli che hanno successo. È la religione moderna, infarcita di film come “Alla ricerca della felicità” o “The Wolf of Wall Street”. E alcuni ci cascano, alcuni hanno un discreto successo e pensano di essere diventati dei capitalisti. Alcune aziende, o figure professionali, in particolare gli studi di consulenza, le società di servizi o prodotti per l’industria, hanno dirigenti che possono sì giocare in parte sul plus-valore, ma non dettano le regole del gioco. Sono solo intermediari del sistema, sono soggetti al volere dei veri capitalisti che per definizione sono coloro che detengono i mezzi di produzione.

È impossibile cambiare le cose se la percezione delle relazioni sociali rimane la stessa. L’ambizione principale di ogni individuo resta quella di competere con altri individui per garantirsi una posizione sociale, che di superiore non ha proprio nulla (perché faticare 10 anni per passare da commessa a cassiera quando nel mondo c’è chi nasce Lord, mi pare alquanto ridicolo!). Quindi se non oltrepassiamo questo tipo di logica, qualsiasi agglomerato di persone riunite in associazione o movimento politico, non farà altro che rimodellare le stesse dinamiche e dargli semplicemente un trucco di scena differente.

È su questo che bisogna lavorare! Ma il benessere dato dall’evoluzione scientifica e tecnologica (unica cosa in cui siamo realmente progrediti), non sta facilitando il compito, anzi! Dalla nascita del capitalismo, c’è chi ha intuito che proprio questo meccanismo mentale può rivelarsi utile e redditizio.

Dalla fine degli anni ’70 non si è fatto altro che alimentari interessi privatistici e particolari. Culturalmente si è distrutto quello che poteva rappresentare un’alternativa a questa visione di competizione sfrenata: il senso di comunità, solidarietà, associazionismo. Si certo, quando vince la nazionale di calcio siamo ancora tutti fratelli per qualche minuto, e quando un terremoto rade al suolo qualche comunità dell’appennino riusciamo ancora a trovare un briciolo di umanità, ma quando abbiamo l’opportunità di fare le scarpe agli stimatissimi colleghi del nostro ufficio per 100€ in più al mese non ci pensiamo due volte.

Ma realmente ci tenete a vendere l’anima e spezzarvi le ossa per potervi permettere una vacanza a Corfù invece che nella solita pozza d’acqua puzzolente dell’Adriatico, o per comprarvi un paio di scarpe alla moda a cui io di certo non farò mai caso (proprio perché le mie priorità sono altre)?

Competiamo l’un l’altro per delle briciole, perché in fondo se io circolo con una Punto piuttosto che con un’Audi, la differenza sta solo nelle convenzioni sociali, nella percezione delle cose. Perché state certi che l’Audi ti porta negli stessi posti della Punto.

Magari a me che della bella auto non frega nulla, frega di non vivere per lavorare, ben consapevole che la vera forma di ricchezza è il tempo. Perché non capirò mai la baggianata che la ricchezza si misura in valori econometrici (che in fondo la gran parte di noi nemmeno sa dove e come vengono stabiliti). Il tempo, da poter dedicare a ciò che interessa, a ciò che gratifica, a chi si ama, riempie la vita diversamente da qualche decina di cavalli del motore in più. E poi stai a vedere che col tempo risparmiato, con la Fiat Punto visito più posti di quelli che l’Audi se la possono godere solo la domenica pomeriggio (magari costretti ad accompagnare la moglie a fare shopping).

Il fatto è che io non ci sto ad avvalorare le tesi di Ludwig von Mises, secondo cui l’intero sistema economico è retto dall’invidia. E per lui in questo contesto l’invidia aveva un accezione positiva. Io proprio non voglio essere uno strumento giustificatore dell’invidia a cui proprio non riesco dare un valore “positivo”. Come non concepisco il perché per Adam Smith, nella sua teoria della “Mano Invisibile” la società prospera solo quando ognuno fa il proprio interesse, mosso dal suo egoismo.

Marx sosteneva che il “Valore” dato ad un prodotto con il “Lavoro” è dato dal tempo che serve nel processo produttivo per ricavare o trasformare quel prodotto. Secondo il pensatore di Treviri, l’uomo si distingue dall’animale quando comincia a produrre i propri mezzi di sussistenza: il lavoro e la produzione non sono quindi una condanna, bensì sono l’uomo stesso. Il lavoro è l’unica manifestazione della libertà umana.

Tuttavia, la condizione dell’uomo nella società capitalista si manifesta come alienazione: il prodotto del lavoro dell’uomo non è più suo, viene alienato dallo stesso uomo perché diventa proprietà privata dell’altro sotto forma di capitale. Non è l’operaio che adopera i mezzi di produzione ma viceversa. L’uomo non lavora più per se stesso, ma per qualcun altro sottoforma di merce lavoro (che è una merce peculiare perché l’uomo è l’unica merce capace di generare valore). A riprova di ciò si sente spesso definito il lavoratore come “capitale umano” di un’azienda.

Nella logica attuale il profitto è il Plus-Valore di una merce. Plus-Valore si traduce in Plus-Tempo che di fatto costituisce sfruttamento come furto del tempo altrui.

Per Marx, fino a che il lavoro è concepito come una prigione che sottrae tempo alle persone, impedendogli di esprimere appieno la loro umanità, l’uomo non potrà mai essere veramente libero.

Senza scendere nel banale, e senza esaltare l’ascetismo, prendiamo atto di una cosa. Ha scritto recentemente Massimo Fini: “tolto un tetto, dei vestiti e il cibo il resto è surplus”. Quindi, se il tempo è la vera ricchezza, è assurdo esaurire noi stessi per quel surplus. Soprattutto dopo che si è capito che del tempo impiegato per ottenerlo, buona parte non ritorna sottoforma di stipendio, o ricavo del piccolo artigiano, ma è sottratto dal sistema di produzione sotto forma di profitto e finisce ad ingrassare i patrimoni dei colossi finanziari.

E alla luce di ciò continuo a chiedermi: ha senso che tra noi poveracci sussista un clima di competizione?

Gandhi considerava la competizione come una forma di violenza, che mette gli uomini gli uni contro gli altri nel desiderio, mai placato, di avere o essere di più. Come dovreste aver già intuito, senso di superiorità è senso di dominio. Secondo il Mahatma, fondare un’economia sulla competizione significa stabilire, o rendere più solidi, i rapporti di forza.

Più globale è invece il pensiero di Juddu Krishnamurti che ci ha imposto una riflessione personale:

«Osservate cosa realmente sta succedendo in voi e al di fuori di voi stessi in quella cultura competitiva entro cui vivete, col suo desiderio di potere, posizione, prestigio, fama, successo, e tutto il resto – osservate i risultati di cui andate tanto orgogliosi, l’intero campo che chiamate esistenza e in cui c’è conflitto in ogni forma di rapporto, che alimenta odio, antagonismo, brutalità e guerre incessanti. Questo campo, questa vita, è quanto conosciamo, e poiché siamo incapaci di capire l’enorme lotta dell’esistenza ne siamo naturalmente spaventati e cerchiamo di evaderne in ogni sorta di modi sottilmente ingegnosi. Chiediamoci dunque, come esseri viventi in questo mondo mostruosamente brutto, se può avere fine questa società, fondata sulla competizione, sulla brutalità e la paura. Siamo, ciascuno di noi, responsabili di ogni guerra per l’aggressività della nostra vita personale, per il nostro nazionalismo, per l’egoismo, per i nostri dèi, pregiudizi, ideali; tutte cose che ci dividono. E soltanto rendendoci conto, non intellettualmente ma nella realtà dei fatti, come potremmo renderci conto d’aver fame o di sentire dolore, che voi ed io siamo responsabili di questo caos esistente, di tutta l’infelicità del mondo intero perché ad essa abbiamo contribuito nella nostra vita d’ogni giorno e perché facciamo parte di questa società mostruosa con le sue guerre, la sua bruttezza, la sua brutalità e ingordigia: solo allora agiremo».

Ancora più forte è la sentenza che ci fornisce e ci spinge a interrogarci su quanto l’uomo abbia fatto nel corso della sua storia, e su quanto dobbiamo fare:

«Considerando quello che il mondo è oggi, con tutta la sua miseria, i suoi conflitti, la sua sconcertante brutalità, l’aggressività e così via, l’Uomo è ancora com’era in passato: è ancora brutale, violento, aggressivo, competitivo, avido, e ha costruito una società basandosi su queste linee guida».

Quindi ritorno alla domanda che mi assilla: c’è ancora bisogno di competizione nel terzo millennio? Forse sì, forse no, io non mi considero la persona adatta a dare questa risposta. Certo è che per trasformare una società competitiva in una cooperante, servirà molto tempo. Occorre lavorare sul senso di comunità, ma è difficile che una generazione cresciuta a pane e agonismo sia capace di insegnare alle successive l’opposto. Quindi forse sì, ad oggi non siamo in grado di farne a meno, ma riconosco che con il grado di coscienza raggiunto dai tempi dell’uomo primitivo, la competizione non è più giustificabile, non è più accettabile. Preso atto di questo, possiamo lavorare sul nostro miglioramento. L’albero è maturo, iniziamo a cercare i rami da potare.

Alberto Fossadri

Fonti:

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-05-20/a-firenze-ricchezza-mano-stesse-famiglie-sei-secoli–155222.shtml?uuid=ADgKR4L
-Il Capitale – Marx ed Engels
http://www.uninomade.org/lavoro-e-tempo-di-lavoro-in-marx/
http://www.tesionline.it/v2/appunto-sub.jsp?p=25&id=447
http://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/andremo-a-sbattere-o-almeno-io-lo-spero/
-Gandhi – Christine Jordis
http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/krishnamurti/attraversosecoli.htm

JOBS ACT: saremo tutti precari a vita!

Il Premier Renzi e il Ministro Poletti

Il Decreto Poletti su contratti di lavoro a tempo determinato (DL 34/2014) , conosciuto come “jobs act”, voluto fortemente dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, non solo non risolve il problema della mancanza di lavoro in Italia, ma anzi creerà l’effetto opposto, cioè  quello di precarizzare ulteriormente il lavoro in Italia, come se il lavoro in Italia non fosse già abbastanza flessibile! La direttiva europea 1999/70/CEE sul lavoro a tempo determinato, dice chiaramente che i contratti a termine per essere legittimi, e quindi prevenirne gli abusi, prevede che siano determinati da “condizioni oggettive, quali il raggiungimento di una certa data, il completamento di un compito specifico o il verificarsi di un evento specifico”.

Inoltre, la direttiva europea 1999/70/CEE, prevede anche per che contratti a termine ci siano ragioni obiettive per la giustificazione del rinnovo dei suddetti contratti o rapporti”. In pratica il jobs act cancella la causalità per il rinnovo dei contratti di lavoro a termine. Non essendo più obbligati a giustificare il contratto a termine, i datori di lavoro avranno mano libera per le assunzioni di questo tipo e così la forma più comune di contratti di lavoro diventerà quella a termine, privi di motivazioni per 36 mesi e con continue proroghe (fino a 8 in 3 anni). Precari a vita!
Inoltre la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 41/2000, riferendosi ai rapporti a termine senza causale ha già dichiarato in passato che “la liberalizzazione … [dei contratti a termine] comporterebbe non una mera modifica della tutela richiesta dalla direttiva, ma una radicale carenza di garanzie in frontale contrasto con la lettera e lo spirito della direttiva suddetta, che neppure nel suo contenuto minimo essenziale risulterebbe più rispettata”

Il deputato Cominardi

Il deputato M5S Claudio Cominardi (Commissione Lavoro) afferma che in questo modo decadono anche altri diritti fondamentali per i lavoratori, come ad esempio il diritto allo sciopero, alla maternità, alla richiesta di maggior sicurezza e salubrità degli ambienti di lavoro, perchè il dipendente è sempre sotto ricatto; «Pensate ad una donna che rimane incinta un mese prima del rinnovo del contratto!» queste le sue conclusioni e non gli si può dar torto. Il deputato aggiunge che come deterrente, e giusto indennizzo il suo gruppo ha presentato tra le proposte una che è veramente interessante: «sarebbe opportuno prevedere un’indennità di precarietà pari al 30% della busta paga per chi è assunto a tempo determinato, come propone il premio Nobel J. Stiglitz, già consigliere di Obama, non proprio un marxista…».


Inoltre, l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato (CES-UNICE-CEEP), incluso nella direttiva europea 1999/70/CEE, prevede che i contratti a tempo indeterminato sono e continueranno ad essere la forma comune dei rapporti di lavoro fra i datori di lavoro e i lavoratori. Esse inoltre riconoscono che i contratti a tempo determinato rispondono, in alcune circostanze, sia alle esigenze dei datori di lavoro sia a quelle dei lavoratori”
Peccato che in Italia non sarà più così e grazie al Decreto Poletti, saranno i contratti a tempo a determinato a diventare la forma più comune di rapporto di lavoro.
Il Decreto Poletti (DL 34/2014), viola in maniera evidente la direttiva europea 1999/70/CEE ed l’1 Aprile l’Associazione Giuristi Democratici ha presentato formale denuncia al Segretariato della Commissione Europea, perchè apra quanto prima una procedura d’infrazione contro la Repubblica Italiana, ai sensi dell’articolo 258 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Il Jobs act non da un futuro ai lavoratori e ai giovani in cerca di lavoro, ma glielo cancella o quanto meno lo rende precario a vita.
Alberto Fossadri

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L’arte della concentrazione – consigli

Di Daniela Cipolloni – Un effetto collaterale tipico, al rientro alla scrivania o sui banchi: il cervello stenta a riprendere l’attività. Che fatica fare attenzione, durante le lezioni o sul lavoro! E, per di più, in mezzo a mille distrazioni i colleghi che parlano, le telefonate, le e-mail, la voglia di mangiare qualcosa. Fondamentale, quindi, mantenere la concentrazione. «Una buona dose di concentrazione é indispensabile per apprendere volontariamente qualcosa e memorizzarne il contenuto» sottolinea Maria Antonella Brandimonte, docente di psicologia dei processi cognitivi all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Eppure, quante volte vi é capitato di rileggere la stessa pagina perché avevate la testa da un’altra parte? La concentrazione e infatti un’abilità tanto preziosa quanto limitata, dal punto di vista qualitativo (in termini di performance) e quantitativo (per il tempo in cui si resta focalizzati).

Ma perché concentrarci ci sembra spesso cosi difficile? In parte, é il nostro cervello che… rema contro. «Non esiste mente umana che non possieda la naturale tendenza a sabotare l’attenzione procurandosi motivi di distrazione» afferma Brandimonte. Gli esperti lo chiamano mind-wandering, la divagazione del pensiero. Due ricercatori della Harvard University, Matthew Killingsworth e Daniel Gilbert, monitorando 2.250 volontari hanno calcolato che trascorriamo fino al 46,9% delle giornate con la testa fra le nuvole, pensando a tutto fuorché a ciò di cui dovremmo occuparci, e almeno il 30% durante ogni attività.

IGNORARE TUTTO. «Concentrarsi, cioè orientare l’attenzione dei neuroni della corteccia prefrontale su un certo compito, richiede di selezionare – cioè ignorare – in ogni secondo la moltitudine di stimoli corporali, ambientali ed emozionali che competono contemporaneamente per catturare l’attenzione stessa» spiega Leonardo Chelazzi, docente di neurofisiologia dell’Università di Verona. Distrarsi quindi non è mancanza d’attenzione, quanto il dirigerla verso altri bersagli. »Nei bambini l’effetto è amplificato all’ennesima potenza, perché ogni oggetto, ogni scoperta, ogni novità distoglie la mente» dice Paolo Legrenzi, docente di psicologia all’Universita Ca’ Foscari di Venezia. E anche gli anziani fanno più fatica a filtrare le distrazioni: ricercatori del centro Baycrest (Canada) hanno per esempio rilevato una eccessiva attivazione in aree della corteccia uditiva e della corteccia prefrontale, associate con il monitoraggio dell’ambiente esterno, negli anziani che dovevano concentrarsi su un compito con un rumore di sottofondo.

Comunque, all’origine dei nostri limiti c’è una ragione evolutiva. Essere assorti infatti ci serve, ma rischia di farci perdere di vista il contesto (basti pensare a un famoso esperimento degli psicologi Daniel Simons e Christopher Chabris, in cui metà delle persone impegnate a contare i passaggi della palla tra giocatori di basket non notava un personaggio vestito da gorilla che attraversava la scena). E ciò potrebbe essere pericoloso. «Siamo programmati per non astrarci a lungo, perché per i nostri antenati era molto più vantaggioso tenere gli occhi aperti sui pericoli dell’ambiente» conferma Legrenzi. E l’attenzione è destinata a calare. «E’ dimostrato che fluttua tra alti e bassi» dice Brandimonte. Nel 1948, lo psicologo britannico Norman Mackworth pubblicò i risultati dei suoi studi sulla vigilanza – la capacita di mantenere l’attenzione a lungo – negli addetti a radar e sonar. Dimostrò che dopo 30 minuti l’attenzione aveva già un calo, e continuava a scemare lentamente nell’ora e mezza successiva.

DA PICCOLI. Ma oggi – più che stare all’erta – per noi è più utile sviluppare l’arte della concentrazione. La buona notizia è che si può imparare a evitare le distrazioni e “allenare” la mente a concentrarsi: provate a seguire i trucchi e le strategie qui sotto. In fondo, secondo una ricerca della University of London, già all’età di 11 mesi i bambini possono essere “addestrati” alla concentrazione: il training dei bebè consisteva nell’inseguire con gli occhi una farfalla svolazzante su un monitor ignorando altri elementi di disturbo. Dopo 15 giorni, i bimbi dimostravano capacità di focalizzare l’attenzione maggiori e più durevoli. E, come ha sottolineato uno dei ricercatori, Sam Wass, «più un bambino riesce a concentrarsi su qualcosa, come un libro, ignorando le distrazioni, meglio imparerà».

CONSIGLI PRATICI

PREPARARSI ALLA FULL IMMERSION

Prima d’iniziare un’attività è meglio sbrigare le impellenze fisiologiche: andare in bagno, esaudire fame e sete… altrimenti, le necessità dell’organismo prenderanno il sopravvento sull’attenzione. E conviene anticipare i prevedibili disturbi (come una telefonata programmata): uno studio di Chelazzi e colleghi dell’Università di Milano ha constatato che la sola aspettativa di una distrazione (anche se non sopraggiunge) peggiora del 10% le performance.

FARE UNA COSA PER VOLTA

Il multitasking é un mito. «Non si può prestare attenzione cosciente a più cose se non a prezzo della qualità del risultato» dice Brandimonte. »Possiamo fare due compiti se uno è automatizzato (prendere appunti mentre ascoltiamo). Ma non concentrarci su due cose che richiedono elaborazione cognitiva (capire un testo e ascoltare un discorso)».

MEDITARE CONTRO LE DISTRAZIONI

Meditare aiuta a focalizzarsi. Ricercatori del Mit e di Harvard hanno visto che, con 8 settimane di esercizi, i partecipanti al test mostravano un cambio delle onde alfa nella corteccia (dove l’informazione dai sensi è processata): aiutano a sopprimere stimoli irrilevanti.

PRENDERSI UNA PAUSA OGNI TANTO

«Finché la memoria di lavoro, quel “magazzino” temporaneo delle informazioni operative, e attiva, la mente non divaga» dice Chelazzi. Ma e controproducente tirare troppo la corda. Ai primi segni di cedimento, è il caso di prendersi una pausa. E mentre ci si concede un po’ di libertà, il cervello lavora. Intanto che fantastichiamo sul weekend, l’ippocampo fissa le informazioni appena incamerate, come ha osservato attraverso la risonanza magnetica funzionale una ricerca della New York University del 2010.

ASCQUISTARE CONSAPEVOLEZZA DELL’ESPERIENZA

Si chiama Mbct (Mindfulness-Based Cognitive Therapy): è basata su metodi della psicoterapia cognitivo-comportamentale e insegna a incrementare Ia consapevolezza dell’esperienza presente. Ricercatori della University of California a Santa Barbara, l’hanno insegnata a studenti che hanno diminuito la tendenza a vagare con la mente.

FISSARE UN OBIETTIVO PER MOTIVARSI

«Non c’é peggior nemico per la concentrazione della mancanza di motivazione» osserva Chelazzi. «L’attenzione è guidata da due processi per certi versi opposti, gli stimoli esterni e la consapevolezza interiore». E fondamentale trovare un interesse, uno scopo per impegnarsi: sarà questa spinta a portarci verso l’obiettivo prefissato.

STABILIRE UNA TABELLA DI MARCIA

Bisogna essere pragmatici: stilare una lista delle cose da fare aiuta a rispettare il lavoro prestabilito, in base ai propri tempi. Ciascuno conosce quali sono i momenti della giornata in cui l’allerta è massima (alcuni sono più mattinieri, altri più serotini).

RICOMPENSARSI DOPO L’ATTIVITA’

Prevedere una gratificazione aiuta. Si stimola il rilascio di un neurotrasmettitore, la dopamina, associato a sensazioni di piacere e cruciale per la motivazione. Al Mit, hanno mostrato che la dopamina aumenta nei topi mentre vanno verso un obiettivo, anticipando la ricompensa.

CREARE UN AMBIENTE DI LAVORO UTILE

Concentrarsi nel caos è difficile, perché parte delle risorse dev’essere investita nel contenimento della distrazione. Ogni interruzione, anche di pochi secondi, come l’avviso di una e-mail o l’ingresso di qualcuno nella stanza, spezza infatti la concentrazione. Per recuperarla il cervello deve rielaborare le informazioni su cosa stesse facendo. «Gli stimoli discontinui, vistosi o imprevedibili sono i più deleteri» osserva Paolo Legrenzi. Gli studi mostrano che distrae di più, per esempio, sentire qualcuno che parla al telefono anziché due persone che dialogano, perché una mezza conversazione è meno prevedibile di quella di entrambi gli interlocutori. «L’ideale» suggerisce Legrenzi «sarebbe isolarsi. Alcuni trucchi? Orientare il tavolo verso il muro, chiudere porte e finestre, ma anche fare ordine intorno a sé».

Fonte: Focus