Terrorismo islamico in Europa

ISISStiamo attuando delle scelte sbagliate e un giorno ne pagheremo le conseguenze. L’occidente non ha una strategia nella lotta al nuovo terrorismo islamico, quello per esser chiari, che ripropone la jihad per l’instaurazione del califfato islamico. L’ISIS, o ISIL, come lo vogliate chiamare, attira su questa base un numero più consistente di integralisti che dall’idea di creare uno Stato Islamico sono più propensi a combattere. Arrivano da tutte le parti, anche dall’Europa e dall’America e come vediamo stanno alimentando una guerra civile senza limiti alla crudeltà. Tralasciamo per un momento il fatto che ad armarli e finanziarli, almeno fino a poche settimane fa, erano le nazioni alleate dell’occidente nell’area: Arabia Saudita e Qatar in primis, ma anche la Turchia (sempre benevola con chi ostacola i curdi nell’area).

Le azioni dei nostri governi evidenziano una totale mancanza di strategia comune, e soprattutto di visione politica a lungo termine. Mi chiedo se il nostro salvatore Matteo Renzi e la nuova stella degli esteri Mogherini si siano chiesti a quali aspetti negativi possa portare in futuro l’invio delle armi ai curdi. Perchè è vero che ora stanno combattendo contro l’ISIS, ma ricordiamo che sono un’etnia con spinte autonomiste nei confronti dell’Iraq. Una volta permessogli di costituire un proprio esercito non sarà difficile immaginare che in un prossimo futuro le loro spinte autonomiste potrebbero sfociare in qualcosa di pericoloso. Anche nei confronti della stessa Turchia, intenzionata ad entrare nell’UE. Inoltre è contestabile il fatto che le armi di fabbricazione ex-sovietica non sono monitorabili, perchè hanno un largo mercato nero, mentre se avessimo inviato armi di fabbricazione occidentale sarebbe stato più facile controllarne gli spostamenti, perchè siamo noi a gestire il mercato delle munizioni e dei pezzi di ricambio. Ma questa, appunto, è una di quelle decisioni per mettere le toppe man mano si presentano i problemi. Il punto è che queste decisioni affrettate e poco calcolate possono portare altri problemi più avanti. Insomma, un cane che si morde la coda.

Ma non è questa la mia preoccupazione principale. Le scelte occidentali e soprattutto americane di non inviare una forza militare da impiegare sul campo a livello terrestre sono comprensibili, e giustificate dall’opposizione dell’opinione pubblica. Ma intervenire con mezzi d’aviazione, martellando gli islamisti con bombardamenti mirati e non, potrebbe si migliorare la situazione sul campo, ma comporterà un cambio di politica nell’ISIS.

Immedesimatevi in uno di loro. Immaginate di essere un terrorista sulla cui testa sfrecciano droni e cacciabombardieri contro cui non avete armi ne per difendervi ne per contrattaccare. Quando l’ISIS si troverà vicino al collasso i jihadisti si sparpaglieranno per il globo, quelli che hanno cittadinanza occidentale torneranno al loro paese molto presumibilmente. E’ plausibile che l’ISIS, costretto alle corde e con l’impossibilità di attaccare i velivoli occidentali e le basi di loro provenienza, decida di estendere la politica del terrore per spingere l’opinione pubblica occidentale a ritirare ogni tipo di intervento. Dopotutto, in Afghanistan e in Iraq i terroristi facevano i loro attentati contro i soldati e le basi presenti sul territorio, perchè l’occidente era fisicamente presente sul posto ed era possibile colpirlo. Ma adesso, l’unico modo che l’ISIS avrà per colpirci e rispondere ai nostri attacchi sarà quello di infiltrarsi nei nostri territori e colpire con attentati simili a quelli di Londra e Madrid. Se poi calcolate che l’Italia è il paese che effettua minori controlli sui migranti e che riceve il maggior flusso di profughi provenienti dalle zone di guerra… è facile intuire che il rischio è veramente alto e che un nostro coinvolgimento diretto aumenta solo le possibilità che ciò accada.
Questo non significa che io sia favorevole ad un intervento diretto, anzi, ma le scelte attuate aumentano solo il rischio di estendere la tensione tra le mura di casa, e questo non credo lo voglia nessun europeo.

Alberto Fossadri

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DESTRA, SINISTRA e l’evoluzione del pensiero politico

L’evoluzione del pensiero politico corrente è da ricercare in quella che fu la Rivoluzione Francese, una rivoluzione prima di tutto culturale che ebbe le sue radici nei salotti degli intellettuali illuministi e che permise, durante la rivoluzione, la nascita di movimenti soprattutto radicali e repubblicani, come i montagnardi, i giacobini, i sanculotti, i girondini ecc.

–          Il vero significato della Rivoluzione

La vera Rivoluzione, non è da intendersi quella parte violenta che iniziò con la presa della Bastiglia e in cui giocò un ruolo fondamentale la popolazione francese. Quelle azioni crude e feroci servirono a difendere il nuovo ordine sociale che venne costituito sulla spinta del pensiero liberale. Prima del 1789, i re governavano per diritto divino sulla popolazione, e il concetto di merito e di uguaglianza di fronte alla legge e di fronte a Dio non era scontato come lo intendiamo oggi. Prima di allora gli uomini lavoravano la terra che apparteneva alla comunità, ma questa era amministrata dall’aristocrazia e dal clero per mandato divino, così come i monarchi venivano solitamente incoronati dal Papa poiché come appare negli atti antichi, il monarca era Re per Grazia di Dio. Solo in seguito alla Rivoluzione francese troviamo negli atti di tutta Europa la dicitura “Re per Grazia di Dio e per volontà della Nazione” ovvero del popolo. Quindi, l’accettazione della sovranità di un monarca piuttosto che di un governo non veniva più approvata dall’alto, dal Regno dei Cieli, ma dal popolo. Questa è la vera Rivoluzione avvenuta non con gli scontri tra le strade di Parigi, ma con la convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789.

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Stati Generali 1789

Gli Stati Generali erano un organo antichissimo dello stato francese ed avevano potere di limitazione dei poteri stessi del monarca. Venivano convocati da questi solo in casi di estrema necessità e pericolo. Quest’organo apparteneva al sistema feudale ed in esso si presentavano le tre classi sociali della tradizione medievale: l’aristocrazia, il clero e il terzo stato (rappresentanti della popolazione). Sebbene i deputati del terzo stato fossero in maggioranza, l’assemblea decideva per tradizione il voto per ordine. In questo modo ognuna delle tre classi sociali aveva diritto ad esprimere un solo voto. Siccome gli interessi di clero e aristocrazia spesso coincidevano, il terzo stato che pur rappresentava il 98% dei francesi non contava alcunché. La discussione sul sistema di voto, se per ordine o per testa, provocò già di per sé una prima rivoluzione: i deputati del terzo stato infatti rifiutarono il titolo di rappresentanti di un ordine per assumere quello di deputati dei comuni e quindi della nazione e votarono unanimi per il “voto per testa”. L’aristocrazia ovviamente, si contrappose a questo voto imitata dal clero, quest’ultimo però con una maggioranza risicata, ostacolata dai rappresentanti del basso clero che si rivelarono fondamentali in seguito.

Il 10 giungo i rappresentanti dei comuni invitarono gli altri delegati a procedere i lavori in un assemblea comune (i tre ordini per tradizione procedevano ai lavori in camere separate). L’aristocrazia rifiutò, ma nei giorni successivi, l’adesione sempre crescente da parte dei rappresentanti del basso clero permise di iniziare i lavori il 15 giugno. In quel giorno la nuova assemblea assunse il nome di Assemblea Nazionale. L’abolizione degli ordini in questa assemblea e il voto per testa, distrusse le vecchie istituzioni feudali, da quel momento sarebbe esistita solo la Nazione!

–          La nascita di Destra e Sinistra

Questa nuova assemblea, non riconosciuta dal Re, venne fortemente ostacolata, ma l’onda rivoluzionaria si abbatté con violenza sull’Ancien Régime al punto che il 19 giugno il clero votò per entrare a far parte di questa nuova assemblea, e solo l’aristocrazia restò inflessibile al cambiamento. Dopo una settimana di forti tensioni, il 27 giugno 1789, vero giorno simbolo della Rivoluzione, il Re fu costretto ad invitare formalmente aristocrazia e clero ad unirsi all’Assemblea Nazionale. È a questo punto che i deputati Conservatori (aristocrazia e clero), che inizialmente avevano cercato di opporsi ai cambiamenti e all’abbattimento dell’Ancien Régime, entrati in aula sedettero alla destra del Presidente d’Assemblea. Nella cultura cristiana infatti, la destra è simbolo della Giustizia Divina: “la destra del Signore ha fatto meraviglie” oppure “il Cristo siede alla destra del Padre”.  I deputati Progressisti invece, dalle idee radicali e democratiche sedettero a sinistra.

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Quarto Stato – Giuseppe Pelizza da Volpedo

Il progressivo sviluppo sociale e politico basato su questo nuovo ordine nella visione nazionale è stato ostacolato dalle monarchie europee che videro in esso un pericolo. Ed a ragion di veduta, poiché questa visione, metteva in discussione tutto il costrutto dell’ordinamento dell’epoca. È così che la Francia dovette affrontare in pochi anni un numero eccezionale di guerre. E non solo resisterà, ma questi conflitti consentiranno l’esportazione delle nuove idee in tutta Europa. Le armate di Napoleone diffusero questi principi in tutti i luoghi dove li portarono i loro stivali. Nonostante la Restaurazione il pensiero collettivo mutò radicalmente. Opporsi significò per l’Europa solamente un nuovo periodo di rivolte e scontri sociali. I moti del 1848 che infiammarono tutte le città del vecchio continente ne furono la prova.

Con la nascita dei regimi liberali emerge il concetto di individuo e quello di proprietà: quest’ultima è vista come lo spazio giuridicamente intangibile in cui l’individuo soddisfa le proprie esigenze. Nasce il concetto di capitalista: cioè colui che considera la proprietà come un proprio spazio intangibile dove esercitare la propria libertà. L’importanza dell’impresa non verte sulla cosa prodotta ma sul capitalista proprietario. Questi, scritti in poche righe, sono le basi fondanti di tutto lo stato liberale (assieme alla rappresentanza parlamentare ed al governo della legge). La politica liberale, come già detto si divide in destra e sinistra, che a fine ottocento iniziano a rappresentare l’una il capitale e l’altra il lavoro. Ma col tempo e con l’introduzione delle masse nella politica questo modello inizia ad essere messo in discussione.

–          La Venuta del Socialismo

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Karl Marx

È in seguito ai moti e alle rivolte che attorno alla metà del XIX secolo sconvolsero le nazioni europee (qui si inseriscono il Risorgimento Italiano e l’unificazione della Germania) che iniziano a svilupparsi nella cultura della sinistra ottocentesca, nuovi pensieri che vanno ad analizzare la questione sociale, quella del proletariato (detto appunto Quarto Stato). Nell’Europa di quegli anni, il campo economico è dominato dalla dottrina liberista. Soprattutto nell’Inghilterra Vittoriana della Rivoluzione Industriale, dove i lavoratori (anche donne e minori) sono altamente sfruttati e l’impresa privata assume un potere spropositato che acuisce il divario economico tra ricchi e poveri e sfocia in gravi crisi sociali dovute anche all’aumento demografico. Ed è proprio in Inghilterra che molti pensatori iniziano a concentrarsi sulla questione sociale, sulla regolamentazione del mercato, della proprietà privata e sul problema della redistribuzione della ricchezza. Tra loro vi sono Karl Marx, che con il suo Capitale critica l’ascesa del Capitalismo, ma anche Giuseppe Mazzini, un progressista che critica la lotta di classe marxista e pone l’accento sulla cooperazione tra le classi. Il suo punto di vista sarà in seguito raccolto da alcuni ideologi del fascismo italiano. Sempre in Inghilterra appunto nel 1864 nasce l’Associazione Internazionale dei Lavoratori. È dunque l’epoca del Socialismo, il movimento operaio che sarà anche il primo movimento di massa della storia. Il socialismo nasce come ideologia rivoluzionaria. Se la rivoluzione francese è stata fatta dai borghesi, il socialismo lo avrebbero fatto i proletari: gli operai e i contadini. Ma appena nato, il socialismo era già diviso in correnti.
Bakunin ad esempio, sarà fortemente influente in Italia soprattutto nell’ambiente romagnolo, è il principale esponente dell’Anarchismo, basato sull’idea libertaria della totale libertà degli individui contrapposto ad ogni ordine costituito, compreso lo Stato; sul confederalismo e le comunità municipali. Il marxismo invece, dopo l’esperienza della Comune di Parigi (1871), e la stesura del Manifesto del Partito Comunista di Marx, inizia ad imporsi come modello di riferimento per tutti coloro che rifiutano lo Stato liberal-democratico. Questo anche perché l’Internazionale Socialista viene egemonizzata dal pensiero di Marx, prima espellendo i mazziniani, poi gli anarchici.

Andrea Costa

Andrea Costa

Anche in Italia sorgono i primi movimenti operai sull’onda dell’Internazionale, ma più influenzati dalla presenza di pensatori anarchici che caratterizzeranno il movimento operaio italiano di una sfumatura particolare. Il primo deputato socialista eletto in Italia (nel 1881) fu Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, amico di Bakunin e amante di Anna Kuliscioff, ma è con Filippo Turati, che nel frattempo aveva fondato il Partito Operaio Italiano, che unisce le forze nel 1893 e fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani. Questo è contrapposto alla cosiddetta Sinistra Storica, proprio perché “rivoluzionario”, inteso che portava l’idea di una società diversa da quella costruita con l’odrinamento democratico liberale, e perciò il partito venne dichiarato fuorilegge durante la repressione crispina.

Si nota già una grande dicotomia, tra l’aggettivo “sinistra” e il pensiero socialista. Infatti per essere definito di sinistra, un movimento deve appartenere all’arco liberal-democratico, perché dovrebbe rappresentare una fazione di quel concetto. Mentre invece, il socialismo, sebbene tese ad imporsi in maniera legale e all’interno dell’aula parlamentare avrebbe volentieri sovvertito le istituzioni statali per il rifiuto stesso del concetto liberale. Infatti, fino all’avvento del fascismo, il socialismo è diviso principalmente in due correnti: i Riformisti, guidati da Turati e in seguito anche da Matteotti, che sono veramente una forza di sinistra: accettano un regime liberal-democratico ma in esso vogliono compiere delle riforme di carattere sociale, germe di quella che diventerà la socialdemocrazia. Poi troviamo i Massimalisti, la componente rivoluzionaria, quella che vuole trasformare radicalmente lo Stato e che sotto la guida di Nicola Bombacci, nel biennio rosso (1919-1920) scatena le rivolte operaie sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre avvenuta nella Russia del 1917 al grido di “tutto il potere ai soviet”. Intendeva così portare una nuova forma di governo basata sui Consigli Operai. I massimalisti spesso vengono identificati con “estrema sinistra”, ma non essendo astrazione del concetto liberale non è corretto inserirli forzatamente all’interno di quest’arco, proprio perché non vi appartengono. A riprova dell’errore, tra loro troviamo molti rivoluzionari che in seguito saranno definiti di “estrema destra”, come Benito Mussolini. Basti questo per capire che il regime democratico-liberale tenta in tutti i modi di identificare gli altri

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

Giornale FUTURISTA di Marinetti riportante la nascita dei Fasci di Combattimento e descritti quale movimento di estrema sinistra

in se stesso collocando alle sue estremità i movimenti che non gli appartengono. Giusto per impedirne la comprensione dei differenti punti di vista, esattamente come anche gli altri regimi tentano di fare con i movimenti a loro estranei.

Dal movimento socialista italiano quindi, nascono due grandi correnti, entrambe nate dall’ala massimalista: l’una, guidata da Bombacci, Bordiga, Gramsci, Gennari e Graziadei si scinde dal PSI per fondare (su invito di Lenin) il Partito Comunista d’Italia nel 1921. L’altra guidata da Benito Mussolini, si avvicina al pensiero nazionalista e pur mantenendo un programma socialista rifiuta la lotta di classe come soluzione al problema del conflitto tra capitale e lavoro. Nascono in questo modo i Fasci Italiani di Combattimento (1919) che si evolvono poi nel Partito Nazionale Fascista (1921).

Spesso, l’errore che si commette è quello di identificare il Comunismo come sinistra e il Fascismo come destra, considerando tali movimenti come l’estremizzazione di Capitale e Lavoro. Invece questi movimenti non confermano il concetto di destra e sinistra, nel loro intento sono infatti nati per superarlo definitivamente. Il concetto di democrazia liberale infatti è avverso ad entrambi i movimenti, i quali vogliono superarlo per creare l’uno la democrazia socialista e l’altro la democrazia corporativa (anche se poi il regime mussoliniano non porterà mai a termine questo programma, fermandosi  ad un regime autoritario sorretto dal capitale borghese, per tornare poi a rispolverare il concetto durante la R.S.I. che infatti venne definita Repubblica SOCIALE e non fascista come desiderava Hitler).

La stessa Unione Sovietica, prima di diventare una dittatura autoritaria sotto la spinta delle purghe staliniane, rappresentò un interessante esperimento di democrazia partecipata con la costituzione dei Soviet:

organi assembleari in cui contadini e operai potevano esprimere le loro opinioni su tematiche nazionali per alzata di mano, e che eleggevano i loro rappresentanti (con diritto di revoca immediata) che avrebbero presieduto i soviet superiori.

Questi regimi differenti da quello liberale vengono definiti totalitari, o total-unitari, perché sono regimi che i liberali definiscono “a partito unico” ma perché i partiti sono un’affermazione propria del liberalismo. Con la costituzione dei soviet per esempio, o della democrazia corporativa, i partiti non avrebbero avuto senso di esistere. Questi tipi di regime sono differenti dai regimi “autoritari”, perché i regimi autoritari sono dei governi oppressivi che rappresentano realmente un’estremizzazione dei concetti di destra e di sinistra e non portano un nuovo modello sociale (un esempio sono le dittature appoggiate dal potere lobbista o da esigenze geopolitiche di stati superiori come USA, Russia o Cina). Quindi sono di fatto delle “zone grigie” che devono per forza di cose evolversi nel tempo o in regimi totalitari o in democrazie liberali. Ma cercare, a tutti i costi, di far rientrare i totalitarismi nelle categorie “destra e sinistra” è il modo migliore per non comprenderne la natura e per espropriargli l’elemento rivoluzionario di cui sono dotati.

Soviet di Pietrogrado - 1917

Soviet di Pietrogrado – 1917

–          La Guerra Fredda

Dopo la normalizzazione seguita dagli accordi di Yalta (1945), per vedere un nuovo fermento di idee bisognò attendere gli anni della contestazione giovanile, ed in particolar modo il 1968. Si precisa che questo saggio non è un’esaltazione del dissenso, ed infatti anticipo che il tanto celebrato e decantato ’68 si concluse con un fallimento. Nel marzo del 1968 si susseguirono diversi scontri in tutt’Europa, in Italia il più celebre fu la Battaglia di Valle Giulia a Roma dove studenti neofascisti ed estremisti rossi si trovarono per la prima volta a combattere assieme per occupare le facoltà di architettura e lettere.

Siccome tra loro vi erano numerosi missini (iscritti all’MSI), il partito di destra ergendosi a tutore dell’ordine mal digerì questo comportamento dei suoi. Almirante andò direttamente sul posto e questi venne cacciato dai molti missini del FUAN presenti all’interno dell’università. Alcuni ragazzi di destra di fatto si staccarono dagl’ideali del partito ed insieme al movimento Primula Goliardica e ai movimenti marxisti-leninisti collaborarono alla difesa dell’università e costruirono dei dibattiti il cui filo comune era la distruzione della società liberal-borghese, l’anti-imperialismo americano e sovietico, il contrasto alla società del consumismo di massa alimentato dal potere finanziario.

Da questi dibattiti, influenzati anche dal maggio francese e ispirati dai movimenti di liberazione nazionale sorti in varie parti del mondo, quali l’OLP, l’IRA, l’ETA e stimolati da modelli alternativi propri soprattutto dei paesi sudamericani, nacquero in tutta Italia dei movimenti che si fusero in Lotta di Popolo. Avevano principalmente quale modello di riferimento il giustizialismo argentino, alcuni elementi portati in auge dalla pubblicazione in Cina del Libretto Rosso di Mao (1966), ma soprattutto le esperienze del Che Ernesto Guevara. Era di fatto la riedizione italiana del Socialismo Nazionale (nulla a che vedere col Nazismo), un socialismo che rifiuta la lotta di classe ed esalta la sovranità nazionale. Nei loro dibattiti veniva proposta la necessità dell’affrancazione nazionale alla questione energetica e petrolifera, per potersi sganciare dalle politiche atlantiche. Vennero ben accolte le emancipazioni di alcuni stati mediterranei, soprattutto la Libia di Gheddafi, ma si cercò anche di stimolare un modello di europeismo che poi sarà ignorato completamente dalla storia e reso impraticabile da Maastricht.

Fiorenti nella contestazione sono stati anche i gruppi marxisti-leninisti che reintrodussero l’idea di partecipazione tramite i consigli operai. Ma tutti questi movimenti, così come quelli socialisti nazionali, non riuscirono ad andare oltre la discussione ed imporsi nel pensiero collettivo. Questo non significa che non avessero valide alternative, anzi. Il nuovo mondo che si erano trovati ad affrontare era diverso da quello in cui erano catapultati i rivoluzionari delle epoche precedenti. L’industria mediatica e la comunicazione di massa aveva tutto il potere per educare le masse e metterle al riparo da pensieri “eversivi”. Se ai tempi di Marx la religione era l’oppio dei popoli, che tramite la paura e la superstizione impediva il riscatto del proletariato, nella società moderna quel compito narcotizzante lo ebbero (e lo hanno) i mass media. E dove non arrivò la televisione, ci pensò il sistema. Alcuni settori deviati dello Stato dovevano sopprimere la contestazione. Dapprima radicalizzando lo scontro, riproponendo i vecchi schemi fascismo-antifascismo, e comunismo-anticomunismo, non solo contro lo Stato, ma anche tra gruppi di contestatori. Il passo successivo è stato compiuto dalle bombe. Tramite la strategia della tensione, studiata e applicata in ambienti NATO, alcuni settori deviati dello Stato, i vertici militari, politici, imprenditoriali e giudiziari, pensarono bene di utilizzare una delle frange che si ergeva a difensore della civiltà (l’estremismo di destra) per scatenare sugli oppositori al regime democratico una grandiosa campagna di diffamazione: scatenando pesanti attacchi terroristici ed attribuendone la colpa ai neonati movimenti giovanili. In questo modo la distruzione del consenso garantì una certa distanza di sicurezza tra le nuove idee e quella gran parte degl’italiani (o europei) che nulla volevano avere a che fare con la violenza.

–          Dopo la caduta dell’Impero del Male

Con la fine della Guerra Fredda e la caduta del Comunismo, il modello liberale in politica e liberista in economia è diventato imperante e domina tutt’ora incontrastato. Gli stessi partiti italiani che facevano riferimento a Mosca si sono riciclati in quella socialdemocrazia tipica degli Stati Uniti e che nulla ha a che vedere con i concetti socialisti. Così il PCI è diventato DS e poi PD, ma in esso sono racchiuse le dottrine liberiste che tanto Marx quanto Mussolini avevano cercato di contrastare. Oggi nella sinistra italiana, come in tutta la sinistra europea è morto il concetto di lotta di classe e sono stati cancellati i programmi di sviluppo del welfare. Così come per molti movimenti che si identificano col fascismo si sono sottolineate le caratteristiche nazionaliste, xenofobe e anticomuniste, e quindi assimilabili al concetto di destra ma non rientranti per forza nell’ottica del fascismo originario. E quindi invece che presentarsi con la componente rivoluzionaria e alternativa allo stato liberal-democratico tipica del fascismo sansepolcrista, si mostrano come difensori di quella stessa demoplutocrazia che Mussolini e Gentile disprezzavano. L’MSI di Almirante e i movimenti che vi ruotavano attorno infatti, si sono atteggiati a reazionari difensori dell’ordine e degli interessi atlantici.

Ad oggi il parlamento italiano non ha visto la presenza di una qualche componente rivoluzionaria dalla fine dell’Unione Sovietica (1991). Questi ultimi vent’anni sono corrisposti ad una politica di Restaurazione europea (esattamente come quella seguita alle vicende napoleoniche) che ha imposto uno sfrenato modello capitalista, dove lavoro e capitale si sono separati e sotto la spinta neoliberista stanno entrando in una nuova fase di evoluzione: dove tutti i diritti acquisiti e i progressi nel campo sociale stanno per cedere sotto la pressione di privatizzazioni e deregolamentazioni. Dal 2013, si è però affermata in Italia una nuova formazione

Beppe Grillo

Beppe Grillo

proposta da Grillo: il Movimento 5 stelle. Nel suo programma, oltre a voler ripensare i concetti di lavoro e produzione, si intende portare un nuovo modello di democrazia partecipata. Al pari dei rivoluzionari di inizio ‘900, questo movimento ha avuto la lungimiranza di volerla applicare ai moderni mezzi di comunicazione che consentono una partecipazione in assemblee pubbliche via web, un accesso e una condivisione delle conoscenze e delle informazioni in tempo reale. La cosiddetta e-democracy, è un’idea che arriva dalla scandinavia e dal nord-europa dove sono nati nei primi anni 2000 movimenti simili. Quando il M5S dice di non appartenere né alla destra né alla sinistra ha pienamente ragione di affermarlo. Si sta infatti proponendo come modello alternativo alla democrazia liberale, che di fatto rappresenta un modello settecentesco applicato in un mondo in continua evoluzione. Accelerato dalla globalizzazione,  e non più in grado di rispondere alle esigenze della società, viene infatti continuamente anticipato dal mercato (oltre al fatto che spesso il mercato sfrutta gli indici economici per influenzare votazioni referendarie o politiche).

La possibilità che la democrazia non sia sola espressione partitica e si riassuma in una delega del potere decisionale ogni 5 anni, ma si sviluppi anche con la partecipazione diretta alle discussioni legislative insieme ai parlamentari eletti è considerevolmente differente da ciò cui siamo abituati.
Dobbiamo considerare che le persone informate e veramente in grado di scegliere rappresentano una scarsa percentuale nella popolazione, mentre le altre sono fortemente condizionate dal potere mediatico che risponde solamente al mercato e al potere finanziario. Quindi prende spazio la convinzione che solo le persone dotte e realmente interessate potranno prendere parte al ruolo di partecipi dell’attività legislativa. E l’e-democracy può permetterlo senza costringere i disinteressati e coloro che si occupano principalmente delle proprie attività individuali a restarne fuori. Questi infatti si dovrebbero in tal modo autoescludere dalla vita politica del paese.

Questo  concetto è rivoluzionario e perciò, pur non appartenendo né alla sfera socialista, né a quella fascista si sta imponendo come nuovo modello antagonista al liberalismo e alla democrazia rappresentativa. Ma il Movimento di Grillo deve stare attento, il rischio per i 5 stelle è quello di abituarsi alla forma liberale cui volontariamente hanno scelto di partecipare per imporsi legalmente. Devono regolarizzare l’obiettivo di imporre questa nuova forma di governo, inserendola in un programma specifico di riforma dello Stato. Questo per evitare la deriva della sua stessa natura, così come capitò alla mancata occasione della Rivoluzione Russa del 1917. Lì i bolscevichi ottennero il potere sulla spinta dello slogan “tutto il potere ai soviet”, ma non dogmatizzando all’interno della nuova società il ruolo di questi consigli operai, pian piano il loro ruolo venne snaturato e il paese ripiombò nell’autocrazia. Le rivoluzioni sono necessarie al progresso, ma occorre fare estrema attenzione ai rischi che si corrono sull’onda dell’euforia popolare.

Alberto Fossadri

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Ogni momento del corso umano della storia ha il suo lato più nascosto, parallelo alla realtà percepita nella stessa epoca ma fortemente condizionante sia gli eventi che le abitudini della società contemporanea. Questo si verificava nelle antiche poleis greche quanto negli stati moderni ed è sempre in funzione di quella Ragion di Stato dove spesso, in modo così cinicamente macchiavellico, il fine giustifica i mezzi.

Ma la storia che andiamo a narrare non riguarda una nazione veramente indipendente. Parliamo appunto dell’Italia repubblicana, una nazione ufficialmente libera, ma nella realtà semi-dipendente, dove gli interessi del blocco occidentale, specialmente nel periodo della Guerra Fredda, coincidevano più frequentemente con quelli americani più che con quelli del popolo della penisola.

Ed è per compiacenza a volte, che i servi di questo sistema hanno deliberatamente coperto quei settori deviati dello Stato che hanno agito in maniera sovversiva per impedire un processo democratico di avvicinamento alle sinistre europee, poiché si era stabilito nel 1945 a Yalta, che l’Italia dovesse rimanere sotto l’influenza atlantica, così come anche rivelato da lettere desecretate di Winston Churchill ove esplicitamente scrive che l’Italia rimarrà sempre un paese a sovranità limitata (Churchill top secret – Casarrubea 2008).

I FONDI NERI
Ed è in Italia che si combatte più aspramente la Guerra Fredda, ed è probabilmente in Italia che si vince. Qui infatti, dagli anni ’50 agli anni ‘80 è presente il Partito Comunista più forte di tutta l’Europa occidentale, e sempre qui sono presenti gli istituti finanziari più potenti tra coloro che operano in favore della caduta del socialismo. Tra i finanziatori delle operazioni illecite che gli Stati Uniti praticano in tutto il globo, c’è anche Cosa Nostra. E’ lei a fornire molto del denaro con cui la CIA organizza colpi di stato in tutto il mondo, dall’America Latina al Medioriente. Con quei soldi Washington sviluppa zone “occidentalizzate” nel terzo mondo per creare consensi filo americani (come nel caso di Sharm el-Sheik), oppure finanzia i cosiddetti contras che operano nelle nazioni che si sono slegate dal neocolonialismo yankee.

Sorge spontanea una domanda: se la mafia italiana (reinserita in Sicilia ai tempi dello sbarco alleato nel 1943 proprio dagli anglo-americani) è la gallina dalle uova d’oro della CIA, come disse appunto Ciancimino, sarebbe possibile per il governo italiano disfarsene completamente? Oppure quest’ultimo per non incappare nelle ire del padrone d’oltreoceano dovrà cercare di convivere con la mafia?

Scrivevamo che è in Italia che si è vinta la Guerra Fredda. Forse è un’ipotesi audace, di certo non è stato il principale teatro delle operazioni, ma di sicuro è da qui che è partita la “stoccata finale” all’Impero del Male (l’URSS). Gli anni ottanta infatti, significarono per il blocco sovietico una forte crisi economica, accentuata dalla guerra che la Russia combatté nell’Afghanistan per dieci anni, e dal nuovo aumento degli armamenti che i sovietici continuavano ad accumulare.

Approfittando di questa crisi, proprio mentre in America e in Inghilterra si avviava la politica neoliberista di Reagan e della Thatcher con la conseguente massimizzazione dei profitti delle grandi aziende, il vecchio colosso rosso venne attaccato da due lati, il primo in Afghanistan, dove la CIA riversò miliardi di dollari provenienti dei fondi neri (come quelli della mafia siciliana) nelle tasche dei mujaheddin come Osama Bin Laden, e il secondo fu il finanziamento del movimento polacco di Solidarność attraverso le banche cattoliche italiane come il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

La storia dei fondi neri è resa evidente anche in Italia dallo scandalo che nel 1993 coinvolse gli apparati del SISDE (il servizio segreto della difesa) e alti esponenti dello Stato, costringendo addirittura il Presidente della Repubblica Scalfaro ad un comunicato a reti unificate dove pronunciò il celebre «Io non ci sto!».

OPERAZIONI FALSE FLAG
Ma come operano i servizi e le varie organizzazioni sul campo per attuare quella che è nell’effettivo la strategia del terrore, della paura, si comprende già leggendo i manuali di false flag realizzati dagli statunitensi negli anni ’50 e ’60 per queste unità reclutate nei paesi alleati. Tra questi figura il famoso Field Manual 30-31 firmato dal Gen. Westmoreland (già comandante delle operazioni in Vietnam) che così recita:

«Possono esserci momenti in cui i governi ospiti mostrano passività o indecisione di fronte alla sovversione comunista e, secondo l’interpretazione dei servizi segreti americani, non reagiscono con sufficiente efficacia (…) I servizi segreti dell’esercito degli Stati Uniti devono avere i mezzi per lanciare operazioni speciali che convincano i governi ospiti e l’opinione pubblica della realtà del pericolo insurrezionale. Allo scopo di raggiungere questo obiettivo, i servizi americani devono cercare di infiltrare gli insorti per mezzo di agenti in missione speciale che devono formare gruppi d’azione speciale tra gli elementi più radicali (…).

Nel caso in cui non sia possibile infiltrare con successo tali agenti al vertice dei ribelli, può essere utile strumentalizzare per i propri fini organizzazioni di estrema sinistra per raggiungere gli scopi descritti sopra. (…) Queste operazioni speciali devono rimanere rigorosamente segrete. Solamente le persone che agiscono contro l’insurrezione rivoluzionaria conosceranno il coinvolgimento dell’esercito americano negli affari interni di un paese alleato”. La più importante di queste operazioni prende il nome di “Operazione CHAOS”.»

 Furono costituite organizzazioni segrete in tutti i paesi alleati, facenti capo sia ai servizi segreti dei paesi stessi, sia alla Nato, e in alcuni casi a gruppi di potere occulti come la Loggia P2. Tra le tante ricordiamo Gladio (Stay Behind), Anello, Nuclei di Difesa dello Stato, l’Ufficio Affari Riservati del Viminale, e la Rosa dei Venti.

La strategia della tensione è una tattica che mira a dividere, manipolare e controllare la pubblica opinione usando paura, propaganda, disinformazione, guerra psicologica, agenti provocatori ed azioni terroristiche di tipo false flag. Ed in questo senso sta la chiave: firmare un attentato terroristico con una bandiera che non è la propria. L’esempio di Piazza Fontana (1969) calza a pennello, si sono sfruttati movimenti terroristici di destra implicati con i servizi deviati e per anni si è lasciato credere, con l’aiuto dei media (Bruno Vespa diede la notizia della colpevolezza dell’anarchico Pietro Valpreda, poi scagionato nel 1985) che gli autori fossero di sinistra.
Oppure in altri casi, lasciare briglia sciolta ai terroristi di sinistra, come le Brigate Rosse e i GAP, per manipolare l’opinione pubblica e impedire che lo Stato prendesse una direzione socialista.

COLPI DI STATO
Spesso in Italia il terrore è stato utilizzato da frange deviate delle istituzioni con scopi eversivi, per alterare l’ordinamento costituzionale della Repubblica e istituire una dittatura. Come? Se crei disordine e poi offri la soluzione hai vinto. La quarta dimensione della guerra consiste nella conquista dei cuori e delle menti della popolazione. Se la gente è insicura, è disposta a rinunciare ad alcuni diritti elementari, in cambio di leggi speciali che riportino la tranquillità, oppure è capace di accettare il sovvertimento dello Stato da parte di uomini, magari legati alle forze armate che si insediano al potere in nome dell’ordine. Sono i casi dei golpe tentati nel 1965 (Piano Solo), nel 1970 (Golpe Borghese), e nel 1974 (Golpe Bianco). Per gli Stati Uniti, che nello stesso periodo si nascondevano dietro altri colpi di Stato nel mondo, come quello dei Colonnelli in Grecia o quello di Pinochet in Cile, l’Italia non rappresentava solo un baluardo sulla cosiddetta soglia di Gorizia, ma era anche un’importante tappa del petrolio che dal mediterraneo passava nei mercati europei (e che tramite l’ENI faceva concorrenza alle “sette sorelle” anche con l’aiuto dell’arcinemico degli americani, Gheddafi)

CONCLUSIONI
La strategia della tensione ha lasciato in Italia una serie di stragi e di omicidi con una lunga lista di vittime, più o meno eccellenti. Non è mai riuscita nei pieni obiettivi prefissati e fu in parte abbandonata con la metà degli anni ottanta, anche se riuscì ad impedire che gli italiani optassero per avere governi di sinistra. Il caso più drammatico forse, non fu la strage di Bologna (85 morti) ma il rapimento e l’omicidio Moro, dove la vittima stava portando il PCI ad una coalizione di governo che sarebbe stata devastante per la NATO. La più tragica perché si vide chiaramente il lato più oscuro del potere che dietro le quinte opera in Italia secondo i dettami statunitensi.
Oggi, la strategia della tensione si è evoluta: è diventata maggiormente mediatica (forte enfasi ed emotività alle notizie di cronaca nera), e l’attività d’infiltrazione è rivolta a tutte le associazioni che attuano manifestazioni, che vengono così alterate acuendo gli scontri di piazza e rendendo impopolari le proteste stesse che il più delle volte sono legittime.

Quindi, non più bombe, ma la diffusione della paura continua. Anzi, il posto dei servizi segreti spesso viene occupato dalle oligarchie finanziarie che, tramite i media, fanno pressione sull’opinione pubblica che viene a cozzare con le istituzioni, e spesso chiede a gran forza l’applicazione di norme e la regolarizzazione di abitudini imposte alla società di massa dal fenomeno della globalizzazione.

Alberto Fossadri

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Fonti:
–     http://www.misteriditalia.com/
–      Il Quarto Livello (Torrealta)
–      Field Manual 30-31
–      http://casarrubea.wordpress.com/
–      http://it.wikipedia.org/wiki/Strategia_della_tensione
–      http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=6891
–      http://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Solo

Il ruolo di Borghese in un golpe secondo un documento della CIA

Di seguito presentiamo un documento desecretato della CIA in cui vengono alla luce i contatti tra l’intelligence americana dal 1969 con la cerchia di persone legate al Principe Nero: Junio Valerio Borghese e da esponenti delle forze armate, del governo e dell’elité industriale italiana. Tramite la CIA cercavano infatti di capire se in un eventuale colpo di stato, gli Stati Uniti avessero opposto resistenza.

ruolo-Borghese-Golpe

Allegato a: JRA 53013

6 Agosto 1970

soggetto. Presunto ruolo nei progetti di colpo di Junio ​​Valerio Borghese

1. il 4 Marzo 1969 un ufficiale dell’intelligence navale italiano, che è in

contatto con uno dei miei ufficiali, gli ha detto quanto segue:

Ha parlato di recenti incontri preliminari di un certo numero di personale, suoi amici influenti che avevano discusso di un colpo di stato. Questo ufficiale ha dichiarato che questi amici non identificati avevano una posizione ben consolidata sia all’interno del Governo Italiano, sia nell’industria privata, ma non avevano organizzazione formale ed erano legati da amicizie personali di lunga data. L’ufficiale italiano domandò lo scrittore se un rappresentante della CIA si sarebbe seduto e avesse almeno ascoltato il gruppo e la loro proposta di soluzione alle problematiche italiane. Ha detto che il gruppo voleva una lettura affidabile inerente alla posizione che il  governo degli Stati Uniti avrebbe preso in caso di un colpo di stato, cioè, se gli avessimo messo i bastoni fra le ruote e ci fossimo schierati con il governo di centro-sinistra. L’ufficiale americano disse al suo collega italiano che la CIA non poteva parlare per conto del Governo degli Stati Uniti, né che la CIA potrebbe approvare tali piani embrionali o vaghe idee. L’italiano si rifiutò di rivelare le identità e ha risposto negativamente alla domanda sul coinvolgimento di Rodolfo Pacciardi e del resto della Nuova Repubblica.

2. Il 4 aprile 1969, il funzionario italiano ha nuovamente sollevato il medesimo discorso affermando che egli avrebbe incontrato i suoi compagni che stavano tramando di nuovo e che avevano ancora

bisogno di qualche indicazione sulle eventuali reazioni del governo degli Stati Uniti. Ha detto che lui e il suo amici erano troppo pratici per aspettarsi il sostegno del governo degli Stati Uniti e tutto quello che avrebbero voluto sentirsi dire era che il governo degli Stati Uniti sarebbe rimasto neutrale in caso di un colpo di stato. All’ufficiale italiano è stato detto che la CIA non poteva rispondere fino a quando non avrebbe avuto i dettagli specifici riguardo a chi veniva coinvolto e cosa veniva pianificato. A questo punto l’italiano dichiarò che il personaggio principale coinvolto era Valerio Junio Borghese. [ L’italiano a cui stavamo parlando è un collega di Borghese dalla Seconda Guerra mondiale e che ha servito con lui nelle «ex-flotila Mas a La Spezia,]

3. Il 25 maggio 1969 abbiamo appreso dall’uomo precedentemente menzionato l’ufficiale dell’intelligence italiana, che Borghese era già in contatto con un ufficiale non identificato dell’intelligence degli Stati Uniti a Napoli. Borghese, parlando con l’ufficiale d’intelligence navale italiano affermò di avere amici in posti influenti a Washington, compreso il Dipartimento di Stato. L’ufficiale d’intelligence navale italiano ha continuato a dire che il movimento di Borghese godeva del rispetto e del sostegno della gran parte dei funzionari di governo e anche dei politici, partendo dall’ala destra del PSI fino ad arrivare all’ala sinistra del MSI. La stessa fonte ha dichiarato che a colpo di stato avvenuto, ci sarebbe una coalizione dei militari e della leadership economica del paese.

4. In aggiunta a quanto sopra, i nostri file indicano che il Ministero italiano degli Interni aveva un rapporto nel settembre 1969 inerente agli incontri che si svolgono tra Valerio Borghese, presidente del Fronte Nazionale, e diversi industriali Genovesi: Alberto Calami, Sabastiano Calami, Giacomo Cambiaso, e Giacomo Berrino.

5. I nostri file contengono anche una registrazione della conversazione tra Charles Stout, Secondo Segretario dell’Ambasciata americana e il Principe Valerio Borghese del 26 gennaio 1970. Emerge chiaramente da diversi documenti in nostro possesso che Borghese e le sue attività sono state tenute sotto una certa sorveglianza dei funzionari della sicurezza italiana per molti anni.

Traduzione di Emanuela Salogni

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Il memorandum McCollum e il pretesto di Pearl Harbor

Sull’11 settembre 2001 molti hanno suggerito spiegazioni complottiste. Pochi invece hanno parlato del grande inganno della Casa Bianca dietro l’attacco giapponese di Pearl Harbor, laddove i documenti dimostrano ampiamente come davvero – in quel caso – la presidenza americana volle, cercò ed ottenne un attacco proditorio da parte dei giapponesi per avere un casus belli in grado di trascinare l’intera nazione americana in un’avventura bellica.

di Stefano Schiavi

L’11 settembre 2001 è una delle tante date storiche per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Un giorno che difficilmente potrà essere dimenticato e che verrà celebrato nei libri di scuola come l’inizio del grande scontro tra l’Occidente e l’integralismo islamico. Un giorno che grida vendetta e che ha inorridito il mondo. Proprio come l’alba del 7 dicembre 1941. Un giorno come tanti per le isole Hawaii dove il clamore della guerra non giunge nemmeno attraverso la radio. Gli Stati Uniti del New Deal sono tranquilli, il presidente Franklin Delano Roosevelt ha assicurato che non entrerà in guerra al fianco dei cugini britannici che laggiù, in Europa, rischiano seriamente di capitolare dinanzi la forza distruttrice delle truppe di Adolf Hitler. Il non intervento era stato uno dei cavalli di battaglia per la terza rielezione del presidente che era riuscito a dare un nuovo corso a quell’America uscita con le ossa rotte dalla catastrofe economico-finanziaria che era stata la grande depressione del 1929.

Eppure quel giorno di routine come tanti, sarebbe entrato nella storia degli Stati Uniti e del resto del mondo. Un giorno che avrebbe cambiato le sorti della Seconda guerra mondiale. Ma che cosa hanno in comune l’attacco a Pearl Harbor con quello alle Torri Gemelle? Molto. Più di quanto si possa immaginare. Soprattutto per quel che riguarda l’intelligence e la ragion di Stato. Anche se per quanto concerne l’11 settembre 2001 la verità è ancora lontana e difficilmente riusciremo a saperla in breve tempo. Resta il fatto che tutti e due i tragici accadimenti sono stati la scintilla che ha scatenato l’intervento militare statunitense. Insomma, almeno per quanto riguarda Pearl Harbor, una “scusa” necessaria, voluta e cercata nonostante l’alto tributo di sangue che ne sarebbe derivato. Un attacco proditorio ed impensabile fino a quel giorno, tranne che per Franklin Delano Roosevelt, il capitano di fregata Arthur McCollum ed i vertici dell’intelligence statunitense.

Ma cosa c’entrano questi uomini con l’attacco scatenato dalle Flotte Combinate dell’Imperatore Hirohito? C’entrano per il semplice motivo che furono loro gli artefici di quello che passò alla storia come “l’attacco di Pearl Harbor”. La solita propaganda antiamericana propinata agli ignari lettori proprio mentre nel mondo infuriano guerra e distruzione?

Nulla di tutto questo. La storia, si sa, ha i suoi tempi di “decantazione” e dopo molti anni rivela all’opinione pubblica quanto di più nascosto, ed indicibile, era riposto nel fondo degli scrigni della memoria ma, soprattutto, nel fondo degli archivi dei servizi segreti.

Ogni nazione che si rispetti ha i suoi scheletri nell’armadio e Washington non fa eccezione. Il “grande inganno di Pearl Harbor” è forse uno dei più importanti. Inganno, che a ben guardare, sarebbe più esatto classificare come, rimanendo in tema con l’attualità dei nostri giorni, “la madre di tutti gli inganni”. Uno “splendido” lavoro dell’allora nascente intelligence statunitense.

Il Freedom Of Information Act

La verità di quel terribile 7 dicembre 1941, che tante similitudini sembra appunto avere con l’11 settembre 2001, era nascosta nelle pieghe delle migliaia di documenti classificati “Top Secret” che affollano gli archivi della Cia, del Fbi, del Pentagono, del Dipartimento di Stato, del servizio di intelligence della Us Navy, del più recente Nsa e della miriade di servizi segreti che costellano il panorama politico-militare statunitense.

Se la verità su quell’improvviso (?) attacco giapponese alla flotta del Pacifico degli Stati Uniti è venuta a galla, lo si deve alla tenacia e a ben 14 anni di ricerche effettuate da Robert Stinnet, un giornalista americano, che ha rivelato al mondo come, nonostante le apparenze, non fu poi tutta colpa di Tokyo se Washington entrò in guerra. Nel libro “Day of deceit. The truth about Fdr and Pearl Harbor”, Stinnet mette a nudo il cinismo di quello che tutti gli americani, di ogni estrazione sociale, fede politica, razza e religione, consideravano (dopo Washington, Franklin e Lincoln) uno dei padri della patria. Fu infatti Roosevelt, senza ombra di dubbio, a condurre una vera e propria politica della provocazione per indurre l’Imperatore giapponese a firmare l’ordine d’attacco.

Il presidente statunitense era costantemente al corrente di quanto stava accadendo e pur sapendo che la guerra era ormai alle porte si guardò bene dall’informare i comandi delle truppe di stanza alle isole Hawaii.

Follia, incredulità, calcoli sbagliati? Nulla di tutto questo. Roosevelt voleva che tutto accadesse senza curarsi di danni e vittime. Effetti collaterali, come li chiameremmo oggi, necessari ad uno scopo irrinunciabile: l’entrata in guerra al fianco della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica. Insomma, la Casa Bianca lasciò deliberatamente che Tokyo attuasse indisturbata un atto di guerra nei suoi confronti per consentire al democratico ed anti-interventista (ma solo a fini elettorali) Roosevelt di entrare in guerra.

Il memorandum che incrimina la Casa Bianca

Nel marasma dei documenti analizzati ve ne è uno di particolare importanza: il Memorandum McCollum. Arthur H. McCollum, nato e vissuto in Giappone, da genitori americani, di cui conosceva usi costumi ma soprattutto la lingua e la mentalità, era un capitano di fregata della Marina statunitense e come tale aveva prestato servizio, seppur per un breve periodo, presso l’ambasciata Usa di Tokyo. McCollum, però era soprattutto un agente del Nio, il Naval Intelligence Office di Washington l’unico abilitato a fornire informazioni di intelligence e documenti di analisi strategica alla Casa Bianca. Fu proprio McCollum a fornire al presidente Roosevelt il Memorandum che lo convinse sulla necessità di sacrificare tante vite americane pur di avere l’opportunità di entrare in guerra contro la Germania e l’Italia degli odiati dittatori Hitler e Mussolini. Il 7 ottobre 1941, due mesi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, l’agente del Nio entrò nella Sala Ovale della Casa Bianca consegnando al presidente statunitense quel documento che cambierà la storia. Sui pochi fogli redatti dall’ufficiale si ipotizzava uno scenario a dir poco apocalittico: l’Europa occupata dalle truppe nazi-fasciste e, con la sconfitta militare britannica, un quasi immediato “effetto domino” in America dove i territori posti sotto il controllo di Londra in America centrale, meridionale e nei Carabi ma anche il Canada sarebbero caduti nelle mani di Berlino così come la flotta del Mediterraneo e dell’Atlantico. Era ovvio che da un simile catastrofico scenario ad uno che prevedesse l’attacco diretto agli Usa il passo era breve. Era dunque evidente, e necessario, entrare in guerra al fianco di Londra se non altro per tenere lontana la guerra dal proprio territorio. C’era però un problema non da poco, per la Casa Bianca, da dover risolvere: come avrebbero preso una tale scelta gli elettori americani? Non certo bene a giudicare dai dati di un sondaggio effettuato nel settembre del 1940 (ad un anno dall’inizio della guerra in Europa) secondo il quale quasi il 90% degli americani era ben deciso a rimanere fuori dal conflitto. In più c’era una sorta di “patto” con la nazione da dover rispettare. Roosevelt aveva infatti assicurato gli elettori (“I assure you again, and again, and again…”), e le famiglie americane, che mai nessun “nessun ragazzo americano sarà sacrificato su campi di battaglia stranieri”.

Come era possibile ovviare a questo problema di non poco conto? A fornire la risposta fu sempre il “Memorandum McCollum” (un documento simile a quello nel quale la Cia, 60 anni dopo, assicurava che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa). Si doveva provocare il Giappone e costringerlo ad attaccare gli Stati Uniti e, per effetto del “Patto Tripartito” firmato tra Germania, Italia e Giappone il 27 settembre del 1940 a Berlino, Washington sarebbe automaticamente scesa in guerra al fianco del cugino britannico contro il “RoBerTo” (una sorta di “stati canaglia” dell’epoca). In fondo Londra era rimasta l’unico baluardo alla straripante potenza delle forze dell’Asse che ora, con l’alleato giapponese, potevano espandere le loro mire anche nel Pacifico. Washington non poteva dunque rimanere a guardare.

McCollum, dimostratosi un accorto stratega oltre ad un ottimo agente di intelligence propose al Presidente otto linee di azione per provocare l’inevitabile risposta di Tokyo:

1 )      accordarsi con Londra per l’utilizzo della base navale di Singapore.

2 )      Accordarsi con l’Olanda, il cui governo era in esilio in Gran Bretagna, per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi (Sumatra, Borneo, Giava etc…).

3 )      Incrementare gli aiuti al governo nazionalista cinese in guerra con il Giappone.

4 )      Inviare incrociatori pesanti a ridosso delle acque territoriali giapponesi.

5 )      Inviare sommergibili sempre nelle stesse acque di cui sopra.

6 )      Mantenere la flotta americana, all’epoca nel Pacifico, a Pearl Harbor.

7 )      Fare pressioni sull’Olanda affinché negasse le materie prime delle Indie Olandesi al Giappone, compreso il petrolio necessario per la guerra in Cina.

8 )      Imporre un embargo totale al Giappone, d’intesa con Londra, per strangolare l’economia del Sol Levante.

Roosevelt decise di applicare alla lettera l’elenco di “pressioni-provocazioni” intraprendendo una serie di azioni che porteranno poi all’attacco di Pearl Harbor ed al conseguente ingresso nel conflitto mondiale.

Nel settembre 1940 Roosevelt fa approvare dal Congresso il “Draft Act” che gli conferisce la facoltà di aiutare la Gran Bretagna e di convertire le industrie nazionali alla produzione bellica.Nell’ottobre 1940 la Casa Bianca decide di trattenere alla Hawaii le navi di stanza nel Pacifico per un’esercitazione sguarnendo tutte le altre basi della costa continentale. Alla fine del 1940 scatta un embargo petrolifero congiunto al quale aderisce l’Olanda. Vengono avviate trattative che risulteranno poi volutamente inutili. Nel 1941, la Us Navy invia più volte incrociatori nelle acque territoriali giapponesi. Vibranti proteste di Tokyo. Nel febbraio 1941, viene ristrutturata la flotta americana. Fino ad allora unica, viene divisa in Flotta Atlantica e Flotta del Pacifico, questa agli ordini dell’ammiraglio Husband Kimmel. L’11 marzo 1941, il Congresso approva il Lend-Lease Act che attribuisce al presidente Usa la facoltà di aiutare tutti i paesi in guerra contro Italia, Germania e Giappone, con prestiti volti all’acquisto del materiale bellico che le industrie americane stavano producendo.

Verso la guerra

L’embargo petrolifero messo in atto dagli olandesi e dagli statunitensi cominciava a mettere alle corde il Giappone che cadde nel piano organizzato da Roosevelt. Le riserve scarseggiavano, e i negoziati stagnavano, a tal punto che il neo governo giapponese decise l’invasione delle Indie olandesi fonte di approvvigionamento. Prima dell’occupazione, però, bisognava “immobilizzare” la flotta statunitense. Era il settembre 1941 quando l’alto Ammiragliato giapponese, nella persona dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto, cominciò a pianificare l’attacco che prevedeva due direttrici principali: la prima avrebbe colpito Pearl Harbor con una serie di bombardamenti aerei (come poi avvenne). La seconda, poche ore dopo le Hawaii, prevedeva lo sbarco anfibio di un’armata d’occupazione nelle Filippine (all’epoca colonia statunitense). Il 2 novembre dello stesso anno l’Imperatore Hirohito dà il proprio assenso. Tutto andava secondo i piani della Casa Bianca. Mancava solo un particolare: il fattore sorpresa. Nessuna forza statunitense avrebbe dovuto interferire con l’azione giapponese. Già il 3 novembre il piano nipponico divenne operativo. Cominciò un incessante scambio di messaggi cifrati tra ambasciate, consolati, comandi navali e di truppe. Venne anche individuata la baia di Hitokappu (nell’arcipelago delle Curili) come località di concentramento per la flotta che avrebbe attaccato Pearl Harbor.

Le intercettazioni

Tutti i messaggi vennero intercettati dallo “Splendid arrangement”, decriptati e consegnati a Roosevelt e a “pochissimi intimi”. Durante le intercettazioni si venne a scoprire anche il punto geografico di raduno della flotta giapponese. L’unico a non sapere dei movimenti e delle intenzioni nipponiche era proprio l’ammiraglio Kimmel che da poco aveva assunto il comando della flotta americana del Pacifico trattenuta a Pearl Harbor come esca. Anche se era cosciente che la concentrazione rappresentava un pericolo. Ne era talmente convinto che decise di organizzare un’esercitazione navale di 4 giorni, dal 21 al 24 novembre, “Exercise 191” dove si prevedeva un attacco nipponico alla flotta di stanza alle Hawaii. Ma quindici ore prima dell’inizio Washington ordinò a Kimmel di fare dietrofront e rientrare in porto con la flotta proprio per non “provocare i giapponesi”! L’esercitazione, insomma, non si doveva fare.

Il 26 novembre la flotta imperiale giapponese, al comando del vice ammiraglio Chuichi Nagumo, salpa le ancore verso il suo obiettivo. Trentuno navi, tra cui 6 portaerei con 423 aerei, solcavano il mare verso la guerra. L’arrivo sull’obiettivo doveva avvenire poco dopo l’orario d’inizio ufficiale delle ostilità, non ancora fissata. L’obiettivo dell’attacco venne “intercettato” da Washington il giorno prima della partenza della flotta giapponese, cioè il 24 novembre (il 23 data delle Hawaii): mancava solo la data finale dell’attacco che Tokyo non aveva comunicato nemmeno ai vertici militari. A Kimmel venne comunicato soltanto una vaga notizia riguardante una flotta giapponese salpata da Hitokappu con probabile destinazione le Filippine o la Malacca.

Le strane manovre di Washington

Nel Pacifico c’erano tre grandi portaerei americane, due a Pearl Harbor, la Lexington e la Enterprise e una a San Diego, la Saratoga. Il 28 novembre Washington dà l’ordine di partenza alla Enterprise, e ad 11 navi da scorta tra incrociatori e cacciatorpediniere. Il loro compito era quello di portare 12 aerei ai marine di stanza nell’isola di Wake (molto distante dalle Hawaii). Il 5 dicembre riceve un altro ordine da Washington la Lexington. Anche per lei aerei da consegnare ai marine. Stavolta sono 18 con destinazione le Midway. Con lei partono alte 8 navi di scorta. Con queste apparentemente inutili missioni Washington aveva messo in salvo tutte le portaerei e altre 21 modernissime navi da guerra. A Pearl Harbor rimangono 90 unità, tutte relativamente vecchie comprese 8 corazzate con oltre trent’anni di “carriera”.

Facciamo un passo indietro e torniamo alla fine di novembre. Il 27 il capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Marshall, invia un messaggio al tenente generale Short nel quale si annuncia un non meglio precisato attacco giapponese, ma che il governo “desiderava” che fosse Tokyo a fare il “primo passo”. Dunque, mettere in stato d’allerta le truppe ma non la popolazione. Il giorno seguente lo stesso identico messaggio giunge all’ammiraglio Kimmel.

Allarmare le truppe senza dare nell’occhio a presunte spie giapponesi ma, soprattutto, alla popolazione era veramente arduo. Così i due comandi militari decisero per un basso profilo.

Gli ultimi atti

Intanto la flotta giapponese era incappata in una tempesta che aveva letteralmente disperso la formazione tanto da rendere impossibile lo scambio di messaggi luminosi tra nave e nave. Il 30 novembre il vice ammiraglio Nagumo si vede costretto a interrompere il silenzio radio per ricompattare la flotta d’attacco. I messaggi radio vennero puntualmente intercettati, decriptati e inviati a Roosevelt. Tutto questo, però, venne tenuto segreto a Kimmel e a Short. Il 2 dicembre l’ammiraglio Yamamoto trasmette via radio una frase: “Niitaka-yama nobore 12 08” (scalare il monte Niitaka l’8 dicembre). Era l’ordine d’attacco fissato per l’8 dicembre (il 7, data di Tokyo). Nemmeno questo messaggio venne consegnato a Kimmel e Short. E non furono informati nemmeno dei 4 cablogrammi trasmessi in codice “purple” tra Tokyo e l’ambasciatore a Washington, intercettati dall’intelligence Usa. I primi due contenevano una comunicazione a Washington suddivisa in 13 parti nella quale si poneva fine ad ogni tipo di negoziato. Il terzo ed il quarto, trasmessi la mattina del 7 dicembre, contenevano la quattordicesima parte nella quale si comunicava la rottura delle relazioni diplomatiche e l’ordine di consegnare la dichiarazione i guerra un ora prima dell’attacco, cioè alle 13,00 ora di Washington. Queste ultime due parti furono poste in visione a Roosevelt alle ore 10,00, 4 ore prima l’attacco. Sulla base di tali informazioni il comando generale statunitense compilò un messaggio d’allerta per le Hawaii. Messaggi che “inspiegabilmente” giunsero a destinazione ad attacco avvenuto. Il 16 dicembre l’ammiraglio Kimmel ed il tenente generale Short, inconsapevoli vittime delle manovre di Roosevelt, vengono rimossi dall’incarico e degradati per negligenza nel comando. In fondo la ragion di Stato conta più della buonafede delle persone.

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Fonte: http://www.storiainrete.com/25/storia-militare/pearl-harbor-il-grande-inganno-di-franklin-delano-roosevelt/

 

Quando lo Stato perse il controllo del capitale

Prima del 1992, lo Stato controllava il 73% di quella che potremmo chiamare l’industria del credito. Quindi l’operazione di privatizzazione è stata imponente e ha rappresentato un’autentica rivoluzione in nome di una marcata ortodossia liberista.

In circa 10 anni, sono state privatizzate aziende statali per un valore di oltre 220.000 miliardi di lire. Di fatto, è stato liquidato l’IRI, e sono state vendute grandi società pubbliche quali Telecom, ENEL, ENI (quest’ultime 2 solo in parte), e praticamente tutte le banche precedentemente controllate dallo Stato. Su queste ultime concentreremo la nostra analisi.

Esiste un vero esecutore del grande processo di privatizzazione: Mario Draghi, oggi direttore della BCE. Draghi, insieme agli altri economisti come Prodi, non attesero nemmeno una legislazione sulle liberalizzazioni. Legislazione che avrebbe potuto impedire un passaggio da monopoli pubblici a monopoli privati. Due avvenimenti condizionarono questa scelta operativa: il primo era il trattato di Maastricht firmato nel ’92; il secondo, il grande scandalo di Tangentopoli.
Quest’ultimo sembrò delegittimare il parlamento, non ritenendolo in grado di legiferare su questioni di cui non si potevano accettare ritardi intollerabili che avrebbero rallentato un processo verso il liberismo, verso l’euro e la BCE, quelle istituzioni liberiste che erano già previste nel trattato di Maastricht appunto.

Possiamo subito aggiungere che anche chi partecipò alla “struttura” di Draghi ha ammesso recentemente che quella scadenza fu usata come una sorta di leva per ridisegnare e ridurre il ruolo dello Stato, la presenza dello Stato nell’economia italiana.
Paradossalmente i dati non sono sempre omogenei, anche se si tratta di vendita di beni dello Stato, quindi di tutti i cittadini italiani. Ad esempio, il vecchio Credito Italiano, oggi Unicredit, fu venduto per 1830 miliardi di lire, corrispondenti a una capitalizzazione della banca di 2700 miliardi di lire, mentre il valore della banca in base della quotazione di Borsa il giorno di fissazione del prezzo era di 3012 miliardi. Il fatto è che, appena dopo sei anni di privatizzazione, Unicredit capitalizzava già 26593 milioni di euro. Poi nel 2007, dopo la fusione con Capitalia, valeva 100 miliardi di euro e oggi ne vale appena 20,15 (dopo un aumento di capitale da 7 miliardi).
Per quanto riguarda la Banca Commerciale Italiana, la banca di Raffaele Mattioli, che aveva il più grande “know-how” nel credito per l’impresa, fu ceduta per 2891 miliardi di lire che divennero 3005 per via del dividendo del 1993. La Banca di Roma venduta per 977 milioni di euro, capitalizzava 4.087 milioni di euro. Il caso del Banco di Napoli ha addirittura dell’incredibile! Il 60% che lo Stato vendette alla Bnl per 32 milioni di euro (dopo averlo ripulito di crediti inesigibili e di perdite per 6.200 milioni di euro) è stato rivenduto dopo pochi anni da Bnl per mille milioni di euro.

Sentiamo cosa disse il Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi: “Il Tesoro vuole valorizzare prima di vendere. È un suo dovere nei confronti dei cittadini, che dopo aver profuso risorse per risanare i conti delle imprese pubbliche non tollererebbero regali al momento della loro vendita”, ha fatto proprio un bel lavoro…

E le transazioni dovute alla privatizzazione a chi sono state commissionate? A banche anglosassoni! Questi commissionamenti per i collocamenti in Borsa ci sono costati tra il 2-3% dell’ammontare del ricavato. Circa l’1% sull’ammontare totale (2.200 miliardi di lire), è andato diritto nelle già ampie tasche delle banche d’affari anglosassoni (JP Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Credit Suisse, First Boston, Merril Lynch e via cantando) per la loro attività di consulenza.

Nei primi anni Duemila, la moda prevalente nel sistema bancario internazionale fu quella della corsa alla crescita dimensionale attraverso fusioni e acquisizioni. Anche il sistema bancario italiano si concentrò molto. Troppo: nel senso che si creò un oligopolio di poche grandi banche. Furono così privatizzate tutte le grandi banche commerciali, tutte le banche a medio-lungo termine (che facevano credito per gli investimenti delle imprese), e addirittura banche di sviluppo come il Mediocredito centrale abbiamo cambiato i princìpi guida dell’attività bancaria: prevalse il criterio del profitto di breve termine e della «creazione di valore per gli azionisti», a sua volta identificata con l’andamento in Borsa del titolo. La gestione delle banche cominciò a seguire tutte le «mode» che favorivano la crescita in Borsa del titolo relativo. Inclusi la speculazione finanziaria sempre più spinta, l’uso di società veicolo fuori bilancio per aumentare la leva finanziaria (ossia per fare più operazioni con sempre meno capitale proprio) e l’utilizzo di prodotti finanziari derivati.

Ricordo anche che dal 1987 al 2000 il numero delle banche è sceso da 1200 a 864 e, soprattutto, alla faccia della concorrenza, della liberalizzazione e delle public company si sono costituiti, verso la fine degli anni Novanta, cinque gruppi che, da soli, controllano quasi il 50% del mercato del credito: Unicredit, Intesa Bci, San Paolo Imi, Banca di Roma e Montepaschi. Si pensi che, prima della grande crisi del 2008, Unicredit si è fuso con Capitalia, cioè ex banca di Roma, Intesa con San Paolo. Quindi sono rimasti tre poli.

Alberto Fossadri

Vedi anche:
NEOLIBERISMO, la dottrina dei potenti
L’Italia SVENDUTA, le privatizzazioni degli anni ’90
Le mani sulla politica: 150 anni di finanza cattolica
Evoluzione economica dell’Italia

Fonti:
-http://keynesblog.com/2013/03/21/apologia-della-banca-pubblica/
-http://goo.gl/rGd4r
-http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=1671

L’Italia SVENDUTA, le privatizzazioni degli anni ’90

di Gianluigi Da Rold – Da circa tre settimane, quando è cominciata la fase “calda” della campagna elettorale, l’Italia è entrata in una fase che ricorda uno stato di fibrillazione e di convulsione. Se più di venti anni fa venne battezzata “tangentopoli” l’inchiesta che cancellò la “prima Repubblica”, oggi, di fronte a una sequenza di arresti, di avvisi di garanzia e di nuove inchieste, si parla apertamente di una “seconda tangentopoli”, che con tutta probabilità liquiderà o modificherà la cosiddetta “seconda Repubblica”.

In questa fine di febbraio si accavallano e si intrecciano due problemi: il primo riguarda il sistema politico, che sembra destinato a un periodo di grave instabilità e ingovernabilità, nonostante le imminenti elezioni; il secondo investe il sistema produttivo del Paese, soprattutto quello delle ultime grandi aziende in mano allo Stato, mentre la crisi e la recessione (entrata ormai nel sesto anno consecutivo) stanno decimando la struttura delle piccole e medie aziende.

Quando esplose la prima “tangentopoli”, nell’incrocio tra politica e affari, l’Italia bruciò le tappe di una privatizzazione di gran parte del suo apparato pubblico produttivo, senza varare alcuna legge di liberalizzazione. In definitiva, la grande stagione delle privatizzazioni si risolse, in quasi tutte le occasioni, in un passaggio dal monopolio dello Stato a oligopoli privati.

Furono liquidati grandi enti di Stato come Iri e Efim; venne ridimensionato il ruolo dello Stato nell’Eni, fondato da Enrico Mattei; passarono ai privati pezzi importanti di produzione e la gestione di grandi servizi. L’intero processo di privatizzazione non risolse i problemi delle casse dello Stato, lasciando uno strascico di polemiche che si trascina ancora adesso.

Lo Stato incassò circa 200mila miliardi di lire, pagando alle banche d’affari anglosassoni, che curarono il complicato passaggio dal pubblico al privato, una commissione che si valuta tra l’1% e l’1,7% dell’intero incasso.

Se l’operazione di privatizzazione, senza alcuna liberalizzazione, fosse stata presa per abbassare in modo consistente il debito pubblico, il risultato non fu affatto centrato, perché il debito si ridusse solo dell’8%.

Esaminando dopo anni quella discutibile operazione, partita anche dalle inchieste dei magistrati, vale la pena di riportare tre giudizi. Il primo è quello della Corte dei Conti: «Si evidenzia una serie di importanti criticità, che vanno dall’elevato livello dei costi sostenuti e dal loro incerto monitoraggio, alla scarsa trasparenza connaturata ad alcune delle procedure utilizzate in una serie di operazioni, dalla scarsa chiarezza del quadro della ripartizione delle responsabilità fra amministrazione, contractor e organismi di consulenza al non sempre immediato impegno dei proventi nella riduzione del debito».

Meno burocratico e più immediato, il giudizio di un grande economista come Giulio Sapelli: «Dobbiamo finalmente dire a chiare lettere che la mancata crescita di oggi è frutto delle disgraziate privatizzazioni degli anni Novanta. Privatizzazioni fatte per gli amici degli amici e “all’Argentina”, ossia per togliere dall’agone della concorrenza internazionale gran parte dell’industria italiana. Di ciò non abbiamo mai chiesto conto a nessuno, intellettualmente e politicamente intendo, anzi, su questa rapina si sono costruite fortune politiche che durano sino a oggi».

Il terzo giudizio viene dalla drammatica testimonianza di Lorenzo Necci, morto nel 2006. Necci fu un grande manager, presidente di Enimont, poi presidente e amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato. Il 15 settembre del 1996 fu messo in carcere e poi accusato di 42 reati. Fu letteralmente “incenerito”… per poi essere assolto 42 volte. Che cosa diceva Necci di quella concitata stagione di “privatizzazioni senza liberalizzazioni”? Raccolse in un libro-intervista le sue impressioni e le sue valutazioni, coniando alla fine un’immagine secca e impietosa: “L’Italia svenduta”.

C’è una strana similitudine tra quel contesto degli anni Novanta e questo momento storico. Allora, come oggi, si parlava di corruzione, di “intreccio perverso” tra politica e affari, di necessità di fare cassa, di inevitabilità di dismissioni delle grandi imprese statali per collocarle poi sul mercato. Negli anni Novanta, la magistratura voleva “rivoltare l’Italia” come un calzino per liberarla dalla corruzione, i “tecnici” dell’epoca (Ciampi, Amato) e i nuovi politici volevano “più mercato” e un’Italia più moderna. Partì la magistratura, naturalmente in perfetta buona fede e ossequiosa nei confronti della legge, e seguirono i politici della cosiddetta “seconda Repubblica” per arrivare alla situazione attuale.

Oggi la magistratura è ripartita. Più della metà delle aziende quotate in Borsa (il conto è stato fatto da “Milano Finanza”) è bloccata o sotto il cono d’ombra della magistratura. Mentre si assiste sbalorditi al contenzioso intorno all‘Ilva di Taranto tra posizioni contrastanti, che coinvolgono Governo, magistrati e Corte costituzionale, il Monte dei Paschi di Siena (terzo gruppo bancario italiano) è, secondo quanto scrivono i magistrati, una banca che era in mano a una “cupola”. Nello stesso tempo, le due ultime grandi aziende di Stato superstiti, l’Eni e Finmeccanica, vengono “promosse” al rango, sempre secondo le indagini dei giudici, a “comitati di affari” o a “sistemi di distribuzione di tangenti” al sistema politico italiano.

Un osservatore internazionale dotato di un minimo di razionalità potrebbe dedurre che in Italia si sta avverando una combinazione perfetta per “fare affari”, ottimi affari: da un lato una confusa e complicata situazione politica, dall’altro lato una inquietante conduzione di grandi imprese che le porterebbero a perdere reputazione internazionale e quindi valore sul mercato.

Sarà per caso o per avversa fortuna, ma l’affare del Monte dei Paschi di Siena sta diventando in Europa peggiore della “nazionalizzazione notturna”, fatta qualche anno fa dal governo di Londra, di otto banche inglesi in stato preagonico; peggiore dei titoli tossici e dei derivati, transitati e ancora presenti, nelle casseforti delle grandi banche tedesche e francesi. Sarà sempre per caso o per avversa fortuna, ma ormai il reato di corruzione internazionale sta soppiantando qualsiasi altra fattispecie giuridica. Intanto gli algerini fanno capire che gli appalti assegnati alla Saipem (controllata Eni) saranno bloccati e gli indiani “fanno gli indiani”: congelano i pagamenti per gli elicotteri venduti dall’Italia e strizzano l’occhio ai francesi, che si presentano “al mercato” con contratti blindati dalla ragione di stato, tra ministri plenipotenziari e interventi della loro “intelligence”, come sempre accade quando si vende e si compra materiale strategico.

 In questi giorni, non pare che sia ancorato al largo di Civitavecchia lo yacht reale inglese “Britannia”. Non si profilano all’orizzonte complicati e ingarbugliati “complotti” internazionali. Non si prevedono neppure riunioni del “Club Bilderberg” e neppure della Trilateral.

Sono in corso solo indagini dalla procura di Busto Arsizio fino a quella di Trani. che dipingono un’Italia di ladroni, tangentari, incompetenti. Anche se tutto è ancora da dimostrare, l’aria che si respira è che negli anni Novanta si è attuata una prima grande “svendita”, ma adesso siamo arrivati proprio alla liquidazione finale.IRI-Efim-Eni

Vedi anche:
NEOLIBERISMO, la dottrina dei potenti
Mario Monti: l’uomo FIAT

Evoluzione economica dell’Italia
Quando lo Stato perse il controllo del capitale

Fonte: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/2/16/INCHIESTA-Italia-dalle-svendite-degli-anni-90-alla-grande-liquidazione-finale-/364335/