SOLE 24h: Olimpiadi, i numeri ci dicono di lasciar perdere!

Di Rosamaria Bitetti

In questi giorni la politica e i cittadini si dividono sulle motivazioni per cui sarebbe o non sarebbe stato giusto rinunciare alla candidatura olimpica. Andando al di là delle considerazioni e dei teatrini politici che hanno circondato questo evento, e della fallacia logica dei progetti-vetrina che “fanno bene al paese”, (quando fanno bene solo a qualcuno, nel paese, a spese di tutti), proviamo a vedere cosa dice la letteratura economica in merito.

Nel breve periodo le Olimpiadi sono spesso in perdita, ma questo non scoraggia chi le desidera, additando spesso benefici di lungo periodo “inquantificabili”. Per quanto le ricadute di lungo periodo in termini occupazionali, d’immagine, di soddisfazione siano difficili da quantificare, non è detto che questo non sia stato tentato. Diverse ricerche possono contribuire ad una discussione basata su dati e non su desideri.

Olimpiadi e infrastrutture

Com’è noto, le Olimpiadi sono costose: in media, fra il 1960 e il 2016 (esclusa Rio) le edizioni estive sono costate 5,2 miliardi di dollari, quelle invernali 3,1 miliardi. Queste stime considerano solo i costi legati allo sport: non includono i costi infrastrutturali, come ad esempio strade o aeroporti, che spesso raddoppiano la cifra.

In tutte le edizioni considerate dall’ampio studio di Flyvbjerg, Stewart & Budzier, 2016, il costo stimato è stato fortemente superato dal costo effettivo: in media, uno sfasamento del 156%. In 15 dei 19 casi considerati dallo studio, lo sforamento è stato superiore del 50%, in 9 casi oltre il 100%.

Perché avviene questo? In parte, è un macroscopico esempio di maledizione del vincitore: risultato degli eccessi di ottimismo nel partecipare alle aste. Ma il processo di partecipazione alla gara competitiva è già alterato da interessi particolari (imprese edili, comitati sportivi, albergatori) e dall’ego dei politici che verrebbe soddisfatto dalla realizzazione dei Giochi. Le stime ex antesono quindi spesso così irrealistiche perché distorte da interesse econfirmation bias: tendono a sottostimare i costi e a ingrandire le possibilità di guadagno proprio perché realizzate o commissionate da chi più spera in questi eventi. È forse questo il caso dello studio dell’Univestità Tor Vergata (che avrebbe ricevuto le infrastrutture delle Olimpiadi romane), finanziato dal CONI, che prevedeva con le Olimpiadi 4 miliardi di risorse aggiuntive, con una crescita del Pil stimata al 2,4% nel periodo 2017-2023, per la Regione Lazio e Roma Capitale.

Il fatto che il rapporto fra spese previste nell’analisi costi-benefici sia falsato è estremamente grave, perché porta a un’allocazione inefficiente delle risorse. Ma questa falsatura è particolarmente grave nel caso dei progetti olimpici. Per un’utile comparazione, di solito lo sforamento nei prognostici di costo per i progetti infrastrutturali è del 20% nel caso di strade, del 34% nel caso di ponti e tunnel, del 45% nel caso di ferrovie (Flyvbjerg et al. 2002): motivo per cui, se l’argomentazione pro-olimpiadi è quella delle infrastrutture, è meglio fare direttamente quelle.

Ora, mentre l’utilità di progetti infrastrutturali con analisi costi benefici errate può essere dibattuta, la letteratura economica è concorde nel considerare scarsi o nulli i benefici economici associati alla costruzione di stadi e arene sportive (Coates & Humphreys 2008). Inoltre, le Olimpiadi lasciano spesso alle città ospitanti infrastrutture sportive specializzate che trovano scarso utilizzo dopo i Giochi, imponendo quindi costi netti di mantenimento.

In un mondo di scarsità di risorse, l’organizzazione delle Olimpiadi non è un volano: anzi sottrae risorse a investimenti necessari per realizzare progetti con stime del tutto sballate, frutto di pianificazione concitata e mediatica.

Export e posti di lavoro

Un’ulteriore ragione addotta in favore delle Olimpiadi ha a che fare con l’idea che servano a segnalare al mondo che un’economia è solida, i suoi prodotti sono desiderabili, e che di consequenza questi eventi creano occasioni per il commercio internazionale che non si sarebbero create senza la vetrina delle Olimpiadi. Un paio di studi confermano questo effetto: Rose e Spiegel (2011) hanno rilevato un aumento dell’export di oltre il 20% per i paesi ospitanti; Brückner & Pappa (2015)hanno riscontrato simili variazioni positive in consumi, investimenti e output. Ma è bene non balzare a conclusioni. La correlazione, come si suol dire, non è causazione. Maennig & Richter (2012) e Langer, Maennig & Richter (2015) hanno scoperto che, mettendo a confronto i paesi candidati con paesi dall’economia simile, ma non candidati, la variazione in termini di benefici economici tende a scomparire. In altre parole, è un caso di self-selection: non sono le Olimpiadi a generare un aumento di export e benefici economici connessi, ma è la crescita di un paese, la sua prospettiva di futura solidità economica che rende un paese più propenso a candidarsi.

Altro argomento comune a sostegno dell’organizzazione delle Olimpiadi, è l’aumento di posti di lavoro nel lungo periodo. Baumann, Engelhardt, & Matheson (2012) fanno un interessante case study sulle Olimpiadi invernali del 2002 in Utah: analizzando i tassi d’occupazione generali e in settori di “indotto” dal 1990 al 2009, e controllando i livelli occupazionali degli stati adiacenti, notano che non c’è stato un aumento significativo nel lungo periodo, né negli anni di preparazione, né in quelli successivi. Solo per la durata dei Giochi si è verificata una variazione statisticamente significativa dell’occupazione. Ci sono stati fra i 4000 e i 7000 lavori: più o meno un quarto dei 35.000 posti di lavoro stimati negli studi commissionati dall’amministrazione per giustificare l’investimento. Un investimento considerevole: circa 342 milioni direttamente nell’organizzazione e almeno 1,1 miliardi in infrastrutture collegate. Quasi 300.000 dollari per lavoro creato: non esattamente un modo efficiente di utilizzare queste risorse.

Il turismo

Un altro degli argomenti tipici per promuovere questo tipo di eventi è che costituiscono una vetrina per il turismo internazionale. In alcuni casi è vero: Barcellona è il caso di scuola, passando da essere la 13° destinazione turistica in Europa nel 1990 alla 5° nel 2010, dopo i giochi del 1992 (Zimbalist 2015). Purtroppo questi risultati non si sono replicati in altre nazioni, indicando che questo ragionamento può essere valido solo per quel che riguarda città che già hanno attrazioni turistiche, ma sono sottovalutate nel contesto internazionale. Ad esempio, Calgary, che ospitò i giochi invernali nel 1988, registrò un aumento di turismo nel breve periodo, ma, senza alcuna abilità di attirare turisti, è poi rapidamente scomparsa.

Viceversa, Londra, con i suoi 18 milioni di visitatori internazionali per anno, era già fra le più popolari destinazioni turistiche al mondo, e di certo non ha beneficiato della fama creata dalle olimpiadi del 2012. Anzi: secondo l’UK Office for National Statistics (2015) il numero di visitatori scese a 6,174,000 durante i mesi delle Olimpiadi, contro i 6,568,000 dell’anno precedente. Allo stesso modo, Pechino ha dichiarato una riduzione del 30% dei turisti internazionali durante i mesi delle Olimpiadi rispetto all’anno precedente (Baade & Matheson 2016).

Ora, pare ragionevole assimilare il caso di Roma più a Londra che a Barcellona. Dal punto di vista del turismo, non è di certo la fama il problema di Roma: sono semmai le infrastrutture, la sicurezza, l’offerta di mobilità e di strutture ricettive, la gestione spesso inefficiente del patrimonio culturale. Sarebbe il caso di investire nelle aree problematiche, dato che non è la visibilità internazionale quello che manca alla capitale italiana.

Orgoglio nazionale, benefici intangibili

Ma non di soli soldi vive l’uomo! Come trascurare gli effetti intangibili, l’orgoglio nazionale, il piacere di partecipare alle Olimpiadi? Un sondaggio del 2012 della BBC riportava che l’80% degli intervistati si sentiva, dopo i Giochi, “più fiero di essere britannico”.

Molti studi hanno provato a valutare questo effetto con il metodo della valutazione contingente, ovvero un sofisticato questionario che permette di capire il valore monetario che gli individui darebbero a benefici immateriali. Un paio di studi hanno provato a calcolare l’utilità attesa di ospitare le Olimpiadi per i londinesi (oltre al beneficio di assistere agli eventi, internalizzato nel costo dei biglietti), e hanno stimato un beneficio psicologico pari a 2 miliardi di sterline. (Atkinson, Mourato, Szymanski, and Ozdemiroglu (2008) e Walton, Longo, and Dawson (2008).

Peccato che le Olimpiadi a Londra siano costate 18 miliardi di dollari le entrate per la città siano state solo 3,5 miliardi. Quindi i 2 miliardi di beneficio psicologico non riescono a giustificare razionalmente gli oltre 14 miliardi di deficit rimasto (Zimbalist 2015).

Anche perché, orgoglio nazionale o meno, ben poche persone derivano un’utilità psicologica dal pagare le tasse e i buchi di bilancio necessariamente zavorrano i governi negli anni successivi. Nel caso peggiore (quello di Sochi 2014) una zavorra di circa 1,2 miliardi per anno sulle finanze russe (Müller 2015).

Vista la situazione delle finanze pubbliche italiane, si tratta di una vittoria che possiamo tranquillamente lasciar perdere.

Fonte:
http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/09/24/olimpiadi-i-numeri-tanti-dicono-che-e-una-vittoria-da-lasciar-perdere/?refresh_ce=1

Immigrati o banche, qual’è il vero problema?

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Mentre tutti sono troppo impegnati a prendersela con i migranti, quando non devono catturare pokemon in assenza del campionato, il vero cancro dell’umanità prosegue nella sua fetida metastasi del sistema economico.
D’altronde, le persone tendono ad odiare ciò che sembra un “fastidioso” problema quotidiano. L’immigrato è qualcosa di vicino a noi, ne vediamo le strane abitudini, sentiamo di continuo orrori che qualcuno di loro commette. La grande finanza invece, sembra qualcosa di estremamente lontano e di difficile comprensione. Così siamo portati a non volerci nemmeno interessare di cosa fossero i “subprime” che hanno scatenato la bolla immobiliare alla base della crisi economica. E tendiamo a non odiare ciò che in fondo non riusciamo a focalizzare.
La realtà però, ci dice che è molto più vicina la finanza. L’immigrato a quanti di voi, e quante volte vi ha fatto torto? Sapete quanti soldi sono stati gettati nel salvataggio del sistema bancario? E guai a chiamarlo così, meglio chiamarlo “pacchetto di assistenza”.  Beh, negli Stati Uniti, secondo l’agenzia di stampa Bloomberg sono stati versati circa 3.400 miliardi di $; in Europa tra i riversamenti di liquidità della BCE direttamente nel sistema bancario e gli aiuti di Stato parliamo di oltre 2.800 miliardi di €. E per farvi capire come questo problema sia più vicino a noi, è una cifra pari a 5.600 € per ogni abitante europeo. Quindi se tu che stai leggendo hai una famiglia di 4 persone e sei l’unico a lavorare, circa 22.000 € che potevano essere destinati a servizi per la tua famiglia sono stati buttati nell’abisso creato da giochi di speculatori avidi e senza scrupoli.
Ma tu continua a prendertela con chiunque ti sta “rubando il lavoro”, fuorché quegli enti che hanno speculato in scommesse legate al fallimento dell’azienda da cui sei stato licenziato. Continua ad ascoltare telegiornali che piuttosto di raccontarti come stanno le cose, ti bombardano di stupri e omicidi, come se l’incremento della disoccupazione e le sue conseguenze non fossero peggiori della cronaca nera. Continua a prendertela con gli straccioni e continua a idolatrare i ricconi, solo perchè non capisci cosa sia un “Collateralized Debt Obligation (CDO)” o un “Credit Default Swap (CDS)” che sono quei titoli derivati costruiti scientemente per rubare nel più grande sistema di frode legalizzata che sia mai stato inventato nella storia umana.
Continua. Continua pure. Io non ti spiego come vengono gestiti questi titoli, ti lascio l’ebrezza di scoprirlo da solo. Siti in cui persone molto competenti illustrano questi meccanismi finanziari sono molto diffusi online.
Io mi permetto solo di dirti che mentre tu sei perso nelle cazzate, l’industria finanziaria, incentivata dal fatto che se ne è uscita completamente pulita da questa storia (non un solo banchiere è stato perseguito), si è rimessa all’opera ed ha inventato nel 2014 un nuovo prodotto finanziario che altro non è che un CDO + un CDS e che hanno chiamato “Bespoke Tranche Opportunity (BTO)”.
I BTO stanno conquistando il mercato finanziario e potranno originare un nuovo crollo del mercato. Ora, i CEO delle grandi banche non sono poi così scemi: sanno perfettamente che in un futuro molto prossimo, pregare un nuovo salvataggio ai governi sarà piuttosto difficile, perciò si sono portati avanti. Mentre tu eri intento ad urlare “RUSPA!!”, hanno fatto approvare riforme quali il Bail-In tramite cui, se la banca diventa insolvente, per ricapitalizzarsi e riassorbire le perdite, questa può coinvolgere azionisti, obbligazionisti subordinati e… ciliegina sulla torta, i depositi dei correntisti.
Quindi quando attingeranno a piene mani dal tuo conto corrente per le porcate che sanno già quali effetti avranno, verrò a chiederti se ti importa poi così tanto che il tuo vicino di casa parla arabo.
Benvenuta, Grande Truffa!

Alberto Fossadri

Fonti:

Susan George: poteri occulti, la Terra è sotto scacco

Se avete a cuore il vostro cibo, la vostra salute e la stessa sicurezza finanziaria, la vostra e quella della vostra famiglia, così come le tasse che pagate, lo stato del pianeta e della stessa democrazia, ci sono pessime notizie: un gruppo di golpisti ha preso il potere e ormai domina il pianeta. Legalmente: perché le nuove leggi che imbrigliano i popoli, i governi e gli Stati se le sono fatte loro, per servire i loro smisurati interessi, piegando le democrazie con l’aiuto di “maggiordomi” travestiti da politici. La grande novità si chiama: “ascesa di autorità illegittima”. Parola di Susan George, notissima sociologa franco-statunitense, già impegnata nel movimento no-global e al vertice di associazioni mondiali come Greenpeace. I governi legali, quelli regolarmente eletti, ormai vengono di fatto «gradualmente soppiantati da un nuovo governo-ombra, in cui enormi imprese transnazionali (Tnc) sono onnipresenti e stanno prendendo decisioni che riguardano tutta la nostra vita quotidiana». L’Europa è già completamente nelle loro mani, tramite i tecnocrati di Bruxelles, i subdoli “inventori” dell’aberrante euro. Ma anche nel resto del mondo la libertà ha le ore contate.

I nuovi oligarchi, spiega la George nell’intervento pronunciato al Festival Internazionale di Ferrara, ottobre 2013, possono agire attraverso le lobby o Susan Georgeoscuri “comitati di esperti”, attraverso organismi ad hoc che ottengono riconoscimenti ufficiali. Talvolta operano «attraverso accordi negoziati in segreto e preparati con cura da “executive” delle imprese al più alto livello». Sono fortissimi, arrivano ovunque: «Lavorano a livello nazionale, europeo e sovranazionale, ma anche all’interno delle stesse Nazioni Unite, da una dozzina di anni nuovo campo di azione per le attività delle “corporate”». Attenzione, averte la George: «Non si tratta di una sorta di teoria paranoica della cospirazione: i segni sono tutti intorno a noi, ma per il cittadino medio sono difficili da riconoscere». Questo, in fondo, è il “loro” capolavoro: «Noi continuiamo a credere, almeno in Europa, di vivere in un sistema democratico». Non è così, naturalmente. Le sole lobby ordinarie, rimaste «ai margini dei governi per un paio di secoli», ormai «hanno migliorato le loro tecniche, sono pagate più che mai e ottengono risultati».

Negli Stati Uniti, le lobby devono almeno dichiararsi al Congresso, dire quanto sono pagate e da chi. A Bruxelles, invece, «c’è solo un registro “volontario”, che è una presa in giro, mentre 10-15.000 lobbysti si interfacciano ogni giorno con la Commissione Europea e con gli europarlamentari». Che fanno? «Difendono il cibo-spazzatura, le coltivazioni geneticamente modificate, prodotti nocivi come il tabacco, sostanze chimiche pericolose o farmaci rischiosi». In più, «difendono i maggiori responsabili delle emissioni di gas a effetto serra», oltre naturalmente ai loro clienti più potenti: le grandi banche. Meno conosciuti delle lobby tradizionali, cioè quelle favorevoli a singole multinazionali, sono in forte crescita specie nel comparto industriale le lobby-fantasma, solitamente definite “istituti”, “fondazioni” o “consigli”, spesso con sede a Washington. Sono pericolose e subdole: pagano esperti per influenzare l’opinione Wall Streetpubblica, fino a negare l’evidenza scientifica, per convincere i consumatori del valore dei loro prodotti-spazzatura.

A Bruxelles il loro dominio è totale: decine di “comitati di esperti” preparano regolamenti dettagliati in ogni possibile settore. «Dalla metà degli anni ’90 – accusa Susan George – le più grandi compagnie americane dei settori bancario, pensionistico, assicurativo e di revisione contabile hanno unito le forze e, impiegando tremila persone, hanno speso 5 miliardi dollari per sbarazzarsi di tutte le leggi del New Deal, approvate sotto l’amministrazione Roosevelt negli anni ’30», tutte leggi «che avevano protetto l’economia americana per sessant’anni». Un contagio: «Attraverso questa azione collettiva di lobbying, hanno guadagnato totale libertà per trasferire attività in perdita dai loro bilanci, verso istituti-ombra, non controllati». Queste compagnie hanno potuto immettere sul mercato e scambiare centinaia di miliardi di dollari di titoli tossici “derivati”, come i pacchetti di mutui subprime, senza alcuna regolamentazione. «Poco è stato fatto dopo la caduta di Lehman Brothers per regolamentare nuovamente la finanza. E nel frattempo, il commercio dei derivati ha raggiunto la cifra di 2 trilioni e 300 miliardi di dollari al giorno, un terzo in più di sei anni fa».

Quello illustrato da Susan George, nell’intervento tenuto a Ferrara e ripreso da “Come Don Chisciotte”, è un viaggio nell’occulto. «Ci sono organismi come l’International Accounting Standards Board, sicuramente sconosciuto al 99% della popolazione europea». E’ una struttura di importanza decisiva, di cui non parla mai nessuno. Nacque con l’allargamento a Est dell’Unione Europea, per affrontare «l’incubo di 27 diversi mercati azionari, con diversi insiemi di regole e norme contabili». Ed ecco, prontamente, l’arrivo dei soliti super-consulenti, provenienti dalle quattro maggiori società mondiali di revisione contabile. In pochi anni, il gruppo «è stato silenziosamente trasformato in un organismo ufficiale, lo Iasb». E’ ancora formato dagli esperti delle quattro grandi società, ma adesso sta elaborando regolamenti per 66 paesi membri, tra cui l’intera Europa. Attenzione: «Lo Iasb è diventato “ufficiale” grazie agli sforzi di un commissario Ue, il neoliberista irlandese Charlie MacCreevy». Commissario dell’Ue, cioè: “ministro” europeo, non-eletto da nessuno. E per di più, egli stesso esperto contabile. Naturalmente, ha potuto agire sotto la protezione di Bruxelles, cioè «senza alcun controllo parlamentare». L’alibi?Il Charlie MacCreevysolito: la Iasb è stato presentato come un’agenzia «puramente tecnica». La sua vera missione? Organizzare, legalmente, l’evasione fiscale dei miliardari.

«Fino a quando non potremo chiedere alle imprese di adottare bilanci dettagliati paese per paese, queste continueranno a pagare – abbastanza legalmente – pochissime tasse nella maggior parte dei paesi in cui hanno attività». Le aziende, aggiunge la sociologa, possono collocare i loro profitti in paesi con bassa o nessuna tassazione, e le loro perdite in quelli ad alta fiscalità. Per tassare in maniera efficace, le autorità fiscali hanno bisogno di sapere quali vendite, profitti e imposte sono effettivamente di competenza di ciascuna giurisdizione. «Oggi questo non è possibile, perché le regole sono fatte su misura per evitare la trasparenza». E quindi: «Le piccole imprese nazionali o famigliari, con un indirizzo nazionale fisso, continueranno a sopportare la maggior parte del carico fiscale». Susan George ha contattato direttamente lo Iasb per chiedere se una rendicontazione dettagliata, paese per paese, fosse nella loro agenda. Risposta: no, ovviamente. «Non c’è di che stupirsi. Le quattro grandi agenzie i cui amici e colleghi fanno le regole, perderebbero milioni di fatturato, se non potessero più consigliare i loro clienti sul modo migliore per evitare la tassazione».

L’altro colossale iceberg che ci sta venendo addosso, dal luglio 2013, si chiama Ttip, cioè Transatlantic Trade and Investment Partnership. In italiano: protocollo euro-atlantico su commercio e investimenti. «Questi accordi definiranno le norme che regolamenteranno la metà del Pil mondiale – gli Stati Uniti e l’Europa». Notizia: le nuove regole di cooperazione euro-atlantica «sono in preparazione dal 1995», da quando cioè «le più grandi multinazionali da entrambi i lati dell’oceano si sono riunite nel Trans-Atlantic Business Dialogue», la maggiore lobby dell’Occidente, impegnata a «lavorare su tutti gli aspetti delle pratiche regolamentari, settore per settore». Il commercio transatlantico ammonta a circa 1.500 miliardi di dollari all’anno. Dov’è il trucco? In apparenza, si negozierà sulle tariffe: ma è un aspetto irrilevante, perché pesano appena il 3%. Il vero obiettivo: «Privatizzare il maggior numero possibile di servizi pubblici ed eliminare le barriere non tariffarie, come per esempio i regolamenti e ciò che le multinazionali chiamano “ostacoli commerciali”». Al centro di tutti i trattati commerciali e di investimento, c’è «la clausola che consente alle aziende di citare in giudizio i governi sovrani, se la società ritiene che un provvedimento del governo Trans-Atlantic Business Dialoguedanneggi il suo presente, o anche i suoi profitti “attesi”». Governi sotto ricatto: comandano loro, i Masters of Universe.

Il Trans-Atlantic Business Dialogue, la super-lobby che ha incubato il trattato euro-atlantico, ora ha cambiato nome: si chiama Consiglio Economico Transatlantico. E non si nasconde neppure più. Ammette qual è la sua missione: abbattere le regole e piegare il potere pubblico, a beneficio delle multinazionali. Si definisce apertamente «un organo politico», e il suo direttore afferma con orgoglio che è la prima volta che «il settore privato ha ottenuto un ruolo ufficiale nella determinazione della politica pubblica Ue-Usa». Questo trattato, se approvato secondo le intenzioni delle Tnc, includerà modifiche decisive sui regolamenti che proteggono i consumatori in ogni settore: sicurezza alimentare, prodotti farmaceutici e chimici. Altro obiettivo, la “stabilità finanziaria”. Tradotto: la libertà per gli investitori di trasferire i loro capitali senza preavviso. «I governi – aggiunge la George – non potranno più privilegiare operatori nazionali in rapporto a quelliSusan George al festival internazionale di Ferrara, ottobre 2013stranieri per i contratti di appalto», e il processo negoziale «si terrà a porte chiuse, senza il controllo dei cittadini».

E come se non bastasse l’infiltrazione nel potere esecutivo, in quello legislativo e persino nel potere giudiziario, le multinazionali ora puntano direttamente anche alle Nazioni Unite. Già nel 2012, alla conferenza Rio + 20 sull’ambiente, i super-padroni formavano la più grande delegazione, capace di allestire un evento spettacolare come il “Business Day”. «Siamo la più grande delegazione d’affari che mai abbia partecipato a una conferenza delle Nazioni Unite», disse il rappresentante permanente della Camera di Commercio Internazionale presso l’Onu. Parole chiarissime: «Le imprese hanno bisogno di prendere la guida e noi lo stiamo facendo». Oggi, conclude Susan George, le multinazionali arrivano a chiedere un ruolo formale nei negoziati mondiali sul clima. «Non sono solo le dimensioni, gli enormi profitti e i patrimoni che rendono le Tnc pericolose per le democrazie. È anche la loro concentrazione, la loro capacità di influenzare (spesso dall’interno) i governi e la loro abilità a operare come una vera e propria classe sociale che difende i propri interessi economici, anche contro il bene comune». E’ un super-clan, coi suoi tentacoli e i suoi boss: «Condividono linguaggi, ideologie e obiettivi che riguardano ciascuno di noi». Meglio che i cittadini lo sappiano. E i politici che dovrebbero tutelarli? Non pervenuti, ovviamente.

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Fonte: http://www.libreidee.org/2013/10/susan-george-poteri-occulti-la-terra-e-sotto-scacco/

I limiti dello sviluppo previsti dal M.I.T. nel 1972

“I Limiti dello Sviluppo” fu uno studio condotto originariamente nel 1972. E’ stato sponsorizzato dal gruppo di esperti chiamato “Club di Roma” e realizzato da un gruppo di ricercatori  del MIT, condotti da Dennis Meadows, che hanno usato i più potenti computers del tempo. Usando dati che risalivano nel tempo di centinaia di anni, hanno creato un modello a lungo termine delle grandi tendenze globali tenendo conto di esaurimento delle risorse, tassi di nascita e di morte, crescita della popolazione, inquinamento e cibo pro capite (vedi immagine).

E’ stato un tentativo audace che, usando metodi innovativi, ha mostrato la crescita economica vissuta fino ad allora sarebbe stata impossibile da mantenere oltre i primi decenni del ventunesimo secolo. Non è stata una profezia di sventura, ma un avvertimento che comprendeva modi e metodi per evitare il declino indicato dai calcoli. Ma non è stato capito. Dopo un momento di intenso interesse durato pochi anni e che ha portato lo studio a diventare molto conosciuti al grande pubblico, sono arrivate forti reazioni negative. Negli anni 80 e 90, lo studio è stato attaccato, demonizzato e ridicolizzato in tutti i modi possibili. L’apparente fine della crisi petrolifera alla fine degli anni 80 e la conseguente e generale ondata di ottimismo hanno consegnato lo studio dei Limiti al bidone della spazzatura delle idee scientifiche “sbagliate”, insieme ai dinosauri di Venere e all’evoluzione del collo delle giraffe secondo Lamarck. Leggende metropolitane sugli “errori” dello studio dei Limiti sono ancora comuni oggi, nonostante non siano altro che leggende.

limiti dello sviluppoMa, col cambio di secolo, l’atteggiamento generale sembra stia cambiando. Nel 2004, alcuni degli autori della versione originale dei “Limiti” hanno pubblicato “Limits to Growth; The 30-Year Update”, confermando i risultati del precedente studio del 1972. Nel 2011, Ugo Bardi ha pubblicato “The Limits to Growth Revisited” (Springer) che ripercorre l’intera storia dello studio, dal suo inizio alla demonizzazione fino alla nuova tendenza di rivalutazione. Nel 2008, il fisico Australiano Graham Turner ha confrontato i dati del mondo reale con quelli dello scenario del “caso base” dello studio originale del 1972, trovando una buona concordanza. Un risultato impressionante tenendo conto che lo scenario copre più di tre decenni! Questi sono solo esempi del ritorno di interesse sui vecchi Limiti che ora sono percepiti come sempre più rilevanti per noi, specialmente di fronte alla crisi economica in corso.

Oggi, con il quarantesimo anniversario del primo libro, il ritorno di interesse sui Limiti sembra letteralmente esplodere. Il 6 Marzo del 2012, la rivista dello Smithsonian ha pubblicato un commento citando il lavoro di Turner. Il pezzo dello Smithsonian è stato ripreso il 4 Aprile da  Eric Pfeiffer su Yahoo news, il che sembra essere la prima apparizione dello studio sulla stampa mainstream del ventunesimo secolo (dal 5 Aprile ha ricevuto oltre 13.000 commenti!).

Sfortunatamente, il pezzo di Pfeiffer è pieno di imprecisioni ed errori. Fra questi, Pfeiffer dichiara che “questo post è stato pubblicato per riflettere sul fatto che il MIT non ha aggiornato la sua ricerca dallo studio originale del 1972”, il che non è vero: lo studio è stato aggiornato due volte, nel 1992 e nel 2004. Poi Pfeiffer dice che “lo studio diceva che la crescita illimitata è ancora possibile se i governi mondiali attuassero politiche ed investissero in tecnologie verdi che ci aiuterebbero a limitare l’ampliamento della nostra impronta ecologica”, mentre lo studio diceva esattamente il contrario: cioè che la crescita economica illimitata è impossibile e che le tecnologie verdi ed altre forme di politica potevano al massimo evitare il collasso.

Il testo di Pfeiffer mostra come sia difficile, ancora oggi, capire lo studio dei Limiti. Tuttavia, è un’importante pietra miliare della percezione pubblica che certe tendenze che stanno avendo luogo sono insostenibili. La rinnovata diffusione dello studio potrebbe portare a riconsiderare le idee proposte come modi per evitare il collasso nello studio del 1972 (e ripetuto nelle edizioni successive). Abbiamo perso quarant’anni che potevao essere usati per prepararci per quello che vediamo accadere oggi nel mondo dell’economia ma, forse, non è troppo tardi per fare qualcosa per ridurre l’impatto della crisi. Il futuro non può essere mai predetto esattamente, ma possiamo essere preparati ad esso, e lo studio dei Limiti,  e le sue versioni successive, ci possono essere di grande aiuto in questo.

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Fonte: http://ugobardi.blogspot.it/2012_05_01_archive.html

Il monito degli economisti che sono contro l’austerità

La crisi economica in Europa continua a distruggere posti di lavoro. Alla fine del 2013 i disoccupati saranno 19 milioni nella sola zona euro, oltre 7 milioni in più rispetto al 2008: un incremento che non ha precedenti dal secondo dopoguerra e che proseguirà anche nel 2014. La crisi occupazionale affligge soprattutto i paesi periferici dell’Unione monetaria europea, dove si verifica anche un aumento eccezionale delle sofferenze bancarie e dei fallimenti aziendali; la Germania e gli altri paesi centrali dell’eurozona hanno invece visto crescere i livelli di occupazione. Il carattere asimmetrico della crisi è una delle cause dell’attuale stallo politico europeo e dell’imbarazzante susseguirsi di vertici dai quali scaturiscono provvedimenti palesemente inadeguati a contrastare i processi di divergenza in corso. Una ignavia politica che può sembrare giustificata nelle fasi meno aspre del ciclo e di calma apparente sui mercati finanziari, ma che a lungo andare avrà le più gravi conseguenze.
Come una parte della comunità accademica aveva previsto, la crisi sta rivelando una serie di contraddizioni nell’assetto istituzionale e politico dell’Unione monetaria europea. Le autorità europee hanno compiuto scelte che, contrariamente agli annunci, hanno contribuito all’inasprimento della recessione e all’ampliamento dei divari tra i paesi membri dell’Unione. Nel giugno 2010, ai primi segni di crisi dell’eurozona, una lettera sottoscritta da trecento economisti lanciò un allarme sui pericoli insiti nelle politiche di “austerità”: tali politiche avrebbero ulteriormente depresso l’occupazione e i redditi, rendendo ancora più difficili i rimborsi dei debiti, pubblici e privati. Quell’allarme rimase tuttavia inascoltato. Le autorità europee preferirono aderire alla fantasiosa dottrina dell’“austerità espansiva”, secondo cui le restrizioni dei bilanci pubblici avrebbero ripristinato la fiducia dei mercati sulla solvibilità dei paesi dell’Unione, favorendo così la diminuzione dei tassi d’interesse e la ripresa economica. Come ormai rileva anche il Fondo Monetario Internazionale, oggi sappiamo che in realtà le politiche di austerity hanno accentuato la crisi, provocando un tracollo dei redditi superiore alle attese prevalenti. Gli stessi fautori della “austerità espansiva” adesso riconoscono i loro sbagli, ma il disastro è in larga misura già compiuto.
C’è tuttavia un nuovo errore che le autorità europee stanno commettendo. Esse appaiono persuase dall’idea che i paesi periferici dell’Unione potrebbero risolvere i loro problemi  attraverso le cosiddette “riforme strutturali”. Tali riforme dovrebbero ridurre i costi e i prezzi, aumentare la competitività e favorire quindi una ripresa trainata dalle esportazioni e una riduzione dei debiti verso l’estero. Questa tesi coglie alcuni problemi reali, ma è illusorio pensare che la soluzione prospettata possa salvaguardare l’unità europea. Le politiche deflattive praticate in Germania e altrove per accrescere l’avanzo commerciale hanno contribuito per anni, assieme ad altri fattori, all’accumulo di enormi squilibri nei rapporti di debito e credito tra i paesi della zona euro. Il riassorbimento di tali squilibri richiederebbe un’azione coordinata da parte di tutti i membri dell’Unione. Pensare che i soli paesi periferici debbano farsi carico del problema significa pretendere da questi una caduta dei salari e dei prezzi di tale portata da determinare un crollo ancora più accentuato dei redditi e una violenta deflazione da debiti, con il rischio concreto di nuove crisi bancarie e di una desertificazione produttiva di intere regioni europee.
Nel 1919 John Maynard Keynes contestò il Trattato di Versailles con parole lungimiranti: «Se diamo per scontata la convinzione che la Germania debba esser tenuta in miseria, i suoi figli rimanere nella fame e nell’indigenza […], se miriamo deliberatamente alla umiliazione dell’Europa centrale, oso farmi profeta, la vendetta non tarderà». Sia pure a parti invertite, con i paesi periferici al tracollo e la Germania in posizione di relativo vantaggio, la crisi attuale presenta più di una analogia con quella tremenda fase storica, che creò i presupposti per l’ascesa del nazismo e la seconda guerra mondiale. Ma la memoria di quegli anni sembra persa: le autorità tedesche e gli altri governi europei stanno ripetendo errori speculari a quelli commessi allora. Questa miopia, in ultima istanza, è la causa principale delle ondate di irrazionalismo che stanno investendo l’Europa, dalle ingenue apologie del cambio flessibile quale panacea di ogni male fino ai più inquietanti sussulti di propagandismo ultranazionalista e xenofobo.
Occorre esser consapevoli che proseguendo con le politiche di “austerità” e affidando il riequilibrio alle sole “riforme strutturali”, il destino dell’euro sarà segnato: l’esperienza della moneta unica si esaurirà, con ripercussioni sulla tenuta del mercato unico europeo. In assenza di condizioni per una riforma del sistema finanziario e della politica monetaria e fiscale che dia vita a un piano di rilancio degli investimenti pubblici e privati, contrasti le sperequazioni tra i redditi e tra i territori e risollevi l’occupazione nelle periferie dell’Unione, ai decisori politici non resterà altro che una scelta cruciale tra modalità alternative di uscita dall’euro.
Promosso da Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), il “monito degli economisti” è sottoscritto da Philip Arestis (University of Cambridge), Wendy Carlin (University College of London), Giuseppe Fontana (Leeds and Sannio Universities), James Galbraith (University of Texas), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Eckhard Hein (Berlin School of Economics and Law), Alan Kirman (University of Aix-Marseille III), Jan Kregel (University of Tallin), Heinz Kurz (Graz University), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense Madrid), Dimitri Papadimitriou (Levy Economics Institute), Pascal Petit (Université de Paris Nord), Dani Rodrik (Institute for Advanced Study, Princeton), Willi Semmler (New School University, New York), Engelbert Stockhammer (Kingston University), Tony Thirlwall (University of Kent).

…ed anche: Rania Antonopoulos (Levy Institute), Georgios Argeitis (Athens University), Jean-Luc Bailly (Université de Bourgogne), Guglielmo Chiodi (Sapienza Università di Roma), Mario Cassetti (University of Brescia), Laura Chies (University of Trieste), Romar Correa (University of Mumbai), Marcella Corsi (Sapienza University of Rome), Terenzio Cozzi (Università di Torino), Jerome Creel (OFCE, Paris), Henk de Vos (University of Groningen), Davide Di Laurea (Istat), Amedeo Di Maio (Università di Napoli l’Orientale), Davide Di Laurea (Istat), Denis Dupre (University of Grenoble Alps), Dirk Ehnts (Berlin School of Economics and Law), Eladio Febrero (University of Castilla-La Mancha, Spain), Aldo Femia (Istat), Jesus Ferreiro (University of the Basque Country), Stefano Figuera (Università di Catania), Lia Fubini (Università di Torino), Giorgio Gattei (Università di Bologna), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Claudio Gnesutta (Università La Sapienza, Roma), Peter Howells (UWE, Bristol), Spartaco Greppi (SUPSI-DSAS, Switzerland), Jesper Jespersen (Roskilde University), Bruno Jossa (Università Federico II, Napoli), Nikolaos Karagiannis (Winston-Salem State University), Steve Keen, Stephanie Kelton (University of Missouri), John King (La Trobe University), Dany Lang (CEPN, Paris), Joelle Leclaire (SUNY Buffalo State), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Cristina Marcuzzo (Università di Roma La Sapienza), Michela Massaro (Università del Sannio), Jo Michell (UWE, Bristol), Thomas Michl (Colgate University, NY), Lisandro Mondino (Universidad de Buenos Aires), Paolo Palazzi (Sapienza Università di Roma), Sergio Parrinello (Università La Sapienza Roma), Stefano Perri (Università di Macerata), Antonella Picchio (University of Modena and Reggio Emilia), Paolo Pini (università di Ferarra), Fabio Petri (Università di Siena), Nicolas Pons-Vignon (University of the Witwatersrand, Johannesburg), Pier Luigi Porta (University of Milano Bicocca), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Sergio Rossi (University of Fribourg), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Francesco Saraceno (OFCE, Paris), Malcolm Sawyer (Leeds University), Domenico Scalera (Università del Sannio), Felipe Serrano (University of the Basque Country), Andrea Terzi (Università Cattolica, Milano), Mario Tiberi (Sapienza Università di Roma), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Domenica Tropeano (University of Macerata), Achim Truger (Berlin School of Economics and Law), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Faruk Ulgen (University of Grenoble), Leanne Ussher (City University, New York), Bernard Vallageas (Université Paris Sud), Carmen Vaucher de la Croix (SUPSI, Lugano), Yulia Vymyatnina (European University at St.Petersburg), Alberto Zazzaro (Università Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Levy Institute and Università di Cassino). 

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Fonte: http://www.theeconomistswarning.com/2013/09/il-monito-degli-economisti.html

La guerra dell’Euro

Di Beppe Grillo,
Dal 25 febbraio, data delle elezioni italiane, il mercato azionario ha registrato +8% in Italia, in linea con quello europeo. Dal primo agosto, dopo la sentenza di condanna per Berlusconi, si è avuto un +5% per il mercato italiano contro +3% per quello europeo e, sul fronte spread, non si sono visti particolari scossoni. Come è possibile? Eppure era ovvio che i mesi estivi ci avrebbero portato sull’orlo della crisi di governo. E’ difficile pensare che il mercato si aspetti le tanto attese riforme da un governo logorato dalla gazzarra politica degli ultimi mesi. Con o senza Berlusconi la precarietà del governo Letta è evidente. Nonostante le minacce e i rischi di punizione da parte dei mercati e lo spauracchio spread sventolati da Letta e Napolitano ad ogni possibile crisi governo gli investitori non hanno dato peso alle vicende italiane. Perché?
Gli investitori non sono stupidi e sanno benissimo cosa succederà sul fronte delle riforme in Italia: nulla! La verità è che i mercati sono andati oltre e hanno visto nella debolezza politica italiana una rassicurazione. L’inevitabile commissariamento dell’Italia da parte dell’Europa. Entro fine anno infatti diventerà esplicita la crisi economica che ci obbligherà a chiedere il sostegno al fondo salva Stati (ESM) e allo scudo anti spread (OMT). E’ questo che tiene tranquilli i mercati: “bad news is good news” per loro. Un’Italia con le manette, sotto tutela europea è la loro principale garanzia che l’Italia nel breve non fallirà e che Bruxelles e Francoforte isseranno la bandiera dell’austerità, quella vera e dolorosa, imponendo, in cambio degli aiuti europei, riforme capestro. Questo renderà l’Italia uguale a Grecia e Portogallo.
L’Italia è nei fatti già commissariata dall’Europa:
– Sono il Fondo Monetario (FMI) e la BCE a dirci quanta pulizia dobbiamo fare nei bilanci delle nostre banche, non l’ABI o la Banca d’Italia.
– E’ Almunia, vice presidente della Commissione Europea, che ha detto a Cernobbio come ricapitalizzare il MPS senza che Saccomanni o Profumo abbiano battuto ciglio. L’Europa non ci consente di nazionalizzare MPS per via dell’impatto sui conti pubblici nonostante negli ultimi anni tutti i Paesi europei hanno liberamente deciso come e quando salvare le loro banche per non gravare sui conti pubblici (RBS, Dexia, Commerzbank, Bankia, Raiffeisen, KBC solo per citarne alcune). All’Italia, priva di spina dorsale politica, non è concesso.
– E’ la Commissione Europea a decidere le misure economiche della manovra finanziaria. Per questo il commissario europeo finlandese Olli Rehn ha dato un’audizione in Parlamento per dettare le condizioni dell’Europa.
– Sono i vincoli esterni del Fiscal Compact a guidare la politica economica in Italia con interventi recessivi nell’interesse dei creditori tedeschi, e non degli italiani. Il mantra del 3% di deficit, madre di tutte le misure economiche per Letta e Saccomanni, vale solo per l’Italia. La Spagna quest’anno avrà infatti un deficit del 7% e la Francia del 4.5%.
Bisogna prendere atto che siamo già calpesti e derisi, già governati dall’Europa, già sudditi. Monti e Letta si sono affrettati ad inchinarsi a sua altezza Merkel appena eletti, ma non hanno avuto il coraggio e l’onestà di rendere esplicito questo commissariamento agli italiani. Abbiamo ceduto la nostra sovranità all’Europa senza nulla in cambio, anzi, abbiamo finanziato con 50 miliardi di euro (di maggiore debito pubblico) sostegni europei agli altri Paesi della periferia anziché destinarli ai crediti delle PMI nei confronti della pubblica amministrazione.
L’ossessione di Napolitano e Letta per la stabilità altro non è che una parvenza di governo con quattro burattini a Roma manipolati da Bruxelles. Letta è perfetto per questo ruolo. Punta alla foto di gruppo al G7 in Italia nel 2014 da appendere in camera accanto a quella di Andreotti e Napolitano.
L’Italia è in coma. E’ l’esplosione del debito privato, in prevalenza delle nostre banche verso la BCE, originatosi nel regime a cambi fissi dell’Euro, a rendere insostenibile il nostro debito pubblico. Bisogna guardare alla bilancia commerciale oltre che al debito pubblico. Solo se si riconosce che l’ingresso nell’Euro ha tarpato le ali alla già scarsa competitività italiana si potrà iniziare un vero dibattito. L’euro ha agito da acceleratore della crisi. Va messo in discussione il tema della sovranità monetaria per riformare il Paese. Pretendere di farlo in questo Euro, a queste condizioni di austerità, in tempi brevi e con questa classe dirigente è pura utopia.
C’è stata una guerra, la guerra dell’Euro e come dopo ogni guerra persa ci sono i debiti di guerra da regolare. La guerra l’ha vinta la Germania che ora reclama i suoi 700 miliardi di euro di crediti concessi alla periferia dell’Europa, di cui 200 miliardi dall’Italia. Vanno avanzate proposte su come gestire e regolare i debiti di guerra per evitare il nostro fallimento.

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Fonti:
-www.beppegrillo.it
-http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=22416

Il piano di privatizzazioni di Letta e Saccomanni

Un libro svela il diktat di Deutsche Bank per un grande piano di privatizzazione del patrimonio pubblico italiano [Checchino Antonini, da Liberazione]

Quando la Lady di Ferro lasciò per sempre il mondo che aveva contribuito a imbarbarire, nel Belpaese più di una voce si alzò rammaricata per dire che ci vorrebbe una Thatcher anche per l’Italia.

Peccato (peccato per gli italiani, s’intende) che l’Italia sia «già ora la prima nazione per dimensioni delle privatizzazioni», spiega Marco Bersani a Liberazione.

Dunque, a rigor di logica, la Thatcher italiana si chiama Prodi. Perché è dalla fine degli anni ’80, dalla dismissione dell’Iri, dal suo spezzatino, che si avvia l’equivoco della «modernizzazione italiana». «Siamo secondi solo al Giappone nel mondo, ed è stata privatizzata più roba da noi che in Inghilterra. Pensa che nel ’90 c’era il 74% del controllo pubblico delle banche. Ora quel livello è a zero. La Germania ne controlla il 60%, la Francia il 50%. Siamo stati più realisti del re».

Marco Bersani, laureato in filosofia, è dirigente comunale dei servizi sociali. Socio fondatore di Attac Italia, e tra i portavoce del Genoa Social Forum nel luglio 2001, è tra i principali animatori del Forum italiano dei movimenti per l’acqua che ha dato vita alla vittoriosa campagna referendaria del 2011. Inoltre figura fra i promotori del Forum per una nuova finanza pubblica e sociale.

Per Edizioni Alegre ha scritto “Acqua in movimento. Ripubblicizzare un bene comune” (2007), “Nucleare: se lo conosci lo eviti” (2009) e “Come abbiamo vinto il referendum” (2011). L’ultima sua fatica libraria è “Katastroika. Le privatizzazioni che hanno ucciso la società”, un libro delle Edizioni Alegre anche stavolta, particolarmente preveggente se si pensa che, solo pochissimi giorni fa, il premier Letta ha annunciato da Atene: «Credo che in autunno presenteremo un importante piano di privatizzazioni». Accanto a lui il premier greco Samaras e, giustamente, c’è chi ha fatto notare che Letta parlava di corda in casa dell’impiccato. Prima di lui anche il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni aveva avvertito che «non è escluso che il Tesoro decida di cedere quote di società pubbliche – incluse Eni, Enel e Finmeccanica – per ridurre il debito».

Nel pieno della crisi, dunque, il verbo dominante in tutta Europa resta ancora uno solo: privatizzare tutto e consegnare i beni comuni ai capitali finanziari: dall’acqua alle infrastrutture, dall’istruzione alla sanità, dalla previdenza al welfare state.

Può essere fermata la nuova ondata di privatizzazioni?

Marco Bersani, intanto, fa il bilancio di ciò che le politiche liberiste e le privatizzazioni hanno prodotto negli ultimi quarant’anni, dall’America Latina alla Gran Bretagna, dalla Russia del post socialismo reale all’Europa occidentale, con un documento esclusivo: il rapporto con cui la Deutsche Bank ha dato il via libera ad un poderoso processo di privatizzazioni nell’Unione Europea che, per l’Italia, prevede per il prossimo futuro la svendita di 400 miliardi di euro di patrimonio pubblico. Un libro che arriva nel pieno della crisi e propone percorsi di possibile alternativa, proprio quando l’Italia vive il momento più acuto della crisi verticale della democrazia rappresentativa.

La “scoperta” è che, sebbene ogni volta vengano presentate come ineluttabili, mai nella storia dell’umanità un processo di privatizzazione ha rispettato le promesse di riduzioni di costi e di efficienza ma sempre ha contribuito a un processo di desertificazione sociale e al gigantesco trasferimento di ricchezze dal monte salari al monte rendite/profitti. «Il fondo monetario internazionale – continua Bersani – compila periodicamente i piani di aggiustamento strutturale ma in cambio pretende la privatizzazione dell’economia. Nei suoi rapporti ammette regolarmente di avere sbagliato, dice che in fondo la recessione non funziona ma poi formula una nuova strategia che divide il mondo tra rigore ed equità. Il liberismo non è una teoria ma una religione. Per oltre quarant’anni il fondamentalismo neoliberista ha potuto scorrazzare per il pianeta, riuscendo a produrre il massimo della diseguaglianza sociale proprio nel momento in cui la ricchezza prodotta poteva consentire il massimo delle possibilità individuali e collettive. Oggi, di fronte ai nodi sistemici di una crisi profonda del capitalismo, che è al contempo economica e finanziaria, sociale e ambientale, le soluzioni che ci vengono imposte sono le stesse che la crisi l’hanno provocata, approfondita, portata a un punto di difficile reversibilità. I poteri dominanti ripetono ossessivamente che siamo alla fine della storia e che questo è l’unico mondo possibile. Noi sappiamo che si tratta semplicemente di riappropriarci di tutto ciò che ci appartiene».

Perché la memoria delle privatizzazioni deve servire a «parlare di oggi, a comprendere il bivio che disegna la crisi. Deprivatizzare la società, sottrarre i servizi sociali, non solo l’acqua, al disegno dei mercati finanziari, operare un salto di qualità: dalla resistenza a valle alla riappropriazione a monte. Ecco il filo rosso del libro e la sua stringente attualità.

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Fonte: http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=83390&typeb=0&Letta-guerra-continua-con-l-alleato-germanico