Mercenari: le compagnie militari private

Hanno sedi a Londra o Washington, alcune sono quotate in Borsa e offrono reparti armati a norma di contratto. Sono le Private Military Company. Che ai soldati di ventura d’una volta vogliono sostituire i freelance della guerra

di Mara Accettura

È più facile vederli indossare un abito intero grigio che una sahariana, usare computer e cellulare invece di un fucile di dubbia importazione. Per incontrarli non è più necessario adottare il passaparola, frequentare la feccia dell’umanità e poi perdersi nei meandri clandestini e pericolosi di una città del Terzo mondo. Ora basta consultare un sito web, farsi spedire brochure patinate e poi fissare un appuntamento con il dipartimento marketing di eleganti uffici, sparsi da Londra a Washington a Pretoria. Il soldato mercenario ha cambiato look, nome (adesso si parla di Private Military Company) e ambizioni: non più ingaggi semiclandestini sulla parola, con la clausola resa celebre da tanti film, in base alla quale in caso di disastro nessuno ne sapeva nulla, ma contratti nero su bianco, legali e certificati dai governi, per sostituirsi alle truppe regolari là dove, per fare la guerra oppure per mantenere la pace, una patria un grado di comprarsi il loro servizio li chiama. Dopo l’11 settembre, le quotazioni in Borsa delle società che fanno formazione militare sono salite alle stelle. In Italia, Paese che ha ratificato una convenzione delle Nazioni Unite dell’89 contro l’assunzione, l’uso, il finanziamento e la formazione dei mercenari, tutta l’attività è proibita e condannata con pene dai 4 ai 14 anni. Non così altrove. Il Pentagono, che sta accarezzando l’idea di istruire l’esercito nazionale afghano, ha già drizzato le orecchie: “La guerra al terrorismo potrebbe essere l’impiego giusto per questi tipi”, ha dichiarato D. B. Des Roches, portavoce della Defense Security Cooperation Agency. Ma le Forze armate americane non sono le sole ad allertarsi. Anche nel Regno Unito, l’interventista New Labour ha deciso che il secondo mestiere più antico del mondo è degno di essere regolamentato. La Camera dei Comuni discuterà tra breve un green paper (documento di consultazione) sull’uso delle private military company e private security company. “Per uno Stato minacciato da ribelli armati o da bande criminali con capacità militare, il primo requisito è ristabilire un monopolio sulla violenza. L’uso temporaneo di una Pmc può talvolta essere l’unica opzione realistica disponibile”, ha affermato il ministro degli esteri, Jack Straw. Che allude anche a un possibile ruolo di peacekeeping internazionale: “Un settore privato con una buona reputazione potrebbe avere un ruolo accanto alle Nazioni Unite, per rispondere con rapidità ed efficienza alle crisi”. Il dibattito non è ozioso, e rispecchia le sfide di un’era sempre più dipendente dalle regole del libero mercato, dove i governi cercano di incoraggiare e regolare privatizzazioni a tutti i livelli: dopo quella delle poste, delle ferrovie, della sanità, delle carceri, quella del monopolio della sicurezza nazionale e dei reparti combattenti. In tal modo, peraltro, i governi potranno sperare di evitare grane come quella che, alla fine degli anni Novanta, capitò all’allora ministro degli esteri inglese. Robin Cook venne trascinato in un imbarazzante scandalo dalla Sandline International, tra le società oggi più attive nel richiedere la regolamentazione degli ingaggi militari da parte degli Stati. All’epoca, la società era stata assoldata per fornire armi e personale che dovevano rimettere in sella Tejan Kabbah, il presidente della Sierra Leone, deposto da un colpo di stato militare. Peccato che all’epoca ci fosse un embargo Onu sul traffico d’armi: Sandline rivelò di operare sotto lo sguardo accondiscendente del ministero. Cook negò di sapere e venne assolto, ma l’ombra di una connivenza rimase. Le Pmc – come appunto Sandline International e Gurkha Security Guards – forniscono armi e persone che le usano, training e attività di spionaggio; mentre le Psc – tra cui Defence Systems Ltd., DynCorp e Military Professional Resources Incorporated – vendono soprattutto servizi di intelligence, expertise e sicurezza, come scorta a personaggi importanti e preziosi. In pratica, non dovrebbero mettervi la pistola in mano, ma saranno probabilmente contente di mostrarvi come si preme il grilletto. Nel mondo nato dalla fine della guerra fredda, affittare muscoli stranieri è un affare sempre più vantaggioso. La fine dei conflitti tra superpotenze ha creato ridimensionamenti e disoccupazione nelle forze armate nazionali, ma ha anche lasciato il posto a un’infinità di guerre civili cui gli Stati occidentali sono riluttanti a partecipare, perché non minacciano i loro diretti interessi. Per il Pentagono, firmare contratti miliardari per servizi esterni come il training dei soldati è diventato indispensabile, giacché si ritrova con un terzo degli uomini rispetto a dieci anni fa. È per questo motivo che le operazioni militari degli ultimi anni – Golfo, Somalia, Zaire, Haiti, Bosnia, Kosovo, Croazia – hanno coinvolto queste società a vari livelli. Così oggi le Pmc operano in più di 40 Stati, spesso sotto contratto statunitense (regolato dall’Us Arms Control Act, 1968). Trattandosi di operazioni militari non è facile ottenere informazioni in proposito ma, secondo un rapporto del ’99 della ong International Alert, nella lista ci sono, tra gli altri, il Kashmir, l’Afghanistan, la Liberia, la Repubblica democratica del Congo, l’Angola, la Sierra Leone, l’ex Jugoslavia, l’Etiopia e l’Eritrea. Dice il generale in pensione Harry E. Soyster, executive di Mpri, la più grande società Usa che, sotto controllo del Pentagono, ha formato militari in tutto il mondo, dalla Bosnia, alla Croazia alla Nigeria: “Abbiamo più generali per metro quadro qui che al Pentagono”. Ovviamente guai chiamare questi freelance della guerra mercenari, parola che evoca ripugnanti immagini di conflitti neo e postcoloniali, massacri, esecuzioni sommarie, stupri. Non si considerano più Rambo senza tetto né legge, ma consulenti militari o peacekeeper privatizzati. Sono ex ufficiali con 20-30 anni di esperienza, per cui il denaro, almeno così dicono, è solo parte della posta in gioco, anche se gli stipendi (da 2 a 13 mila dollari al mese) non sono proprio da buttare. Molti descrivono il loro lavoro come un servizio pubblico, un modo per mettere in pratica una sana diplomazia militare. I loro siti web (vedi www.sandline.com o www.mpri.com) pubblicizzano specializzazioni non solo di guerra guerreggiata, come attività di consulenza, training, supporto logistico per distribuire aiuti umanitari, offerta di personale per ruoli di controllo e bonifica di campi minati. Secondo il colonnello Tim Spicer, già colonnello delle Guardie scozzesi e veterano della guerra nelle Falklands, autore del libro di memorie sul suo mestiere An unorthodox soldier, ex dirigente della Sandline arrestato all’epoca dello scandalo e adesso dirigente di Strategic Consulting International, queste società non potranno mai sostituirsi agli eserciti nazionali, anche se “esistono circostanze nelle quali l’impiego di una Private Military Company salverà vite e stabilizzerà situazioni”. Oggi Sandline possiede elegantissimi uffici nella londinese King’s road, Chelsea, dove i telefoni squillano a ripetizione. La sua attività è a malapena rivelata da vaghe cartine geografiche, che alludono a spostamenti militari. E la nostra richiesta di saperne di più, con una visita in loco, è stata rifiutata. Motivo? C’è già il sito, e un’immensa letteratura ad assicurare trasparenza e a soddisfare qualsiasi curiosità. L’unico particolare che tradisce l’attività di Mpri, con sede vicino a Washington, è invece un guerriero con armatura messa nel bel mezzo di una hall felpata come quella di una compagnia assicurativa. Lupi travestiti da agnelli? Abdel Fatauh Musah, esperto di pace e sicurezza, coautore del libro Mercenaries: an African security dilemma, è scettico: “Una regolamentazione è auspicabile per distinguere chi imbraccia le armi da chi si occupa di formazione, protezione, aiuti. Detto questo, è difficile separare le buone dalle cattive società. Anzitutto, nessuna possiede eserciti regolari; le assunzioni avvengono attraverso un database globale di mercenari. Questo significa che un uomo oggi può operare al servizio di una Pmc, e domani da solo. Virtualmente, tutte fanno traffico d’armi e contano sulla forza per sedare i conflitti”. Uno dei problemi più gravi è proprio la responsabilità. “Parliamo di interventi militari in posti dove i governi locali hanno davvero poco controllo sui territori, e dove quello Usa non ne ha alcuno su ciò che le società promettono”, dice Deborah Avant della George Washington University, autorità in materia. Un altro problema riguarda la sovranità, ovvero la minaccia potenziale di controllare il governo che impiega queste compagnie, come dimostra il loro ruolo in un certo numero di golpe negli anni ’60 e ’70. Infine, c’è la questione dello sfruttamento economico: non è forse un caso che gli Stati africani in cui più viene fatto uso di mercenari sono Angola, Sierra Leone e Zaire, tutti Paesi ricchi di giacimenti minerari. Per Musah si tratta di uno scandalo: “Le Pmc intraprendono attività commerciali come parte del contratto”. E ancora. Dal momento che le Private Military Company, a differenza degli eserciti normali, sono pagate solo in tempi di guerra, sorge legittimo il dubbio se siano davvero interessate a far tornare la pace. “La ragione d’essere, il modus vivendi dei mercenari è l’instabilità. Ed è nel loro interesse che sia mantenuta”, scrive Nana Busia in Campaign against Mercenarism in Africa, Africa World Report. Insomma, per i freelance della guerra la questione è tutta aperta. E la posta in gioco alta tanto per loro quanto per noi. Lo stesso segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha dichiarato: “Quando abbiamo avuto bisogno di soldati professionisti per separare combattenti e rifugiati nei campi profughi di Goma, ho persino considerato la possibilità di assumere una società privata. Ma il mondo potrebbe non essere pronto a privatizzare la pace”. Indirettamente gli ha risposto Musah: “No, non possiamo assolutamente contare su queste società per la pace. La loro attività è segreta e impossibile da controllare. La loro presenza in conflitti interni inasprisce gli eserciti nazionali, come in Sierra Leone e Nuova Guinea. La gestione di una guerra civile coinvolge anche diplomazia e ricostruzione. Ruoli che le Pmc non potranno mai assumersi”.

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Fonte: http://d.repubblica.it/dmemory/2002/07/06/attualita/attualita/068mer30868.html

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One thought on “Mercenari: le compagnie militari private

  1. Chi ha scritto questo articolo è indubbiamente una persona, oltrechè “fuori di testa, una persona alla quale non dovrebbe essere permesso scrivere, ma di frequentare certi ambienti della Politica Italiana. Altissima INCOMPETENZA, caro amico, nel distinguo che tu, di Private Military Company, non ne sai un emerito accidente!! Dedicati al gioco della playstation o vai a giocare con il tuo pisellino in giardino, che è molto meglio per te! Le PMC sarebbero composte dalla dell’umanità dici ? E se fosse come dici tu, come mai per poter attivare una PMC, ci vogliono non meno di 5 anni, tra permessi, certificazioni, license, controlli, pagamenti, tributi, iscrizioni Governative, etc etc ? Non sai, perchè l’ignoranza che ti affoga non te lo permette, che una PMC è una attività tra le piu’ complicate da avviare, sono migliaia i controlli che i Governi fanno, per più del 95% non riuscendo a risolvere le problematiche imposte dai rispettivi Governi, colano a picco e si desintegrano tra gli scaffali della burocrazia dei Pubblici Uffici… Tu li dipingi come Criminali, amico mio, ma di certo non sarebbero mai stati capaci di esserlo al pari di chi, come nel tuo Governo, ABBANDONA DUE MILITARI, COSTRINGENDOLI AD ARRENDERSI IN ARMI, IN INDIA E POI SE LI DIMENTICA LA’ PER SOLDI !! PARLIAMO DEI DUE MARO’? Meglio di no… conviene a te e alla tua Nazione! Se vuoi cercare mercenari… guarda meglio dentro casa tua!! Ti saluto!

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