Immigrati o banche, qual’è il vero problema?

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Mentre tutti sono troppo impegnati a prendersela con i migranti, quando non devono catturare pokemon in assenza del campionato, il vero cancro dell’umanità prosegue nella sua fetida metastasi del sistema economico.
D’altronde, le persone tendono ad odiare ciò che sembra un “fastidioso” problema quotidiano. L’immigrato è qualcosa di vicino a noi, ne vediamo le strane abitudini, sentiamo di continuo orrori che qualcuno di loro commette. La grande finanza invece, sembra qualcosa di estremamente lontano e di difficile comprensione. Così siamo portati a non volerci nemmeno interessare di cosa fossero i “subprime” che hanno scatenato la bolla immobiliare alla base della crisi economica. E tendiamo a non odiare ciò che in fondo non riusciamo a focalizzare.
La realtà però, ci dice che è molto più vicina la finanza. L’immigrato a quanti di voi, e quante volte vi ha fatto torto? Sapete quanti soldi sono stati gettati nel salvataggio del sistema bancario? E guai a chiamarlo così, meglio chiamarlo “pacchetto di assistenza”.  Beh, negli Stati Uniti, secondo l’agenzia di stampa Bloomberg sono stati versati circa 3.400 miliardi di $; in Europa tra i riversamenti di liquidità della BCE direttamente nel sistema bancario e gli aiuti di Stato parliamo di oltre 2.800 miliardi di €. E per farvi capire come questo problema sia più vicino a noi, è una cifra pari a 5.600 € per ogni abitante europeo. Quindi se tu che stai leggendo hai una famiglia di 4 persone e sei l’unico a lavorare, circa 22.000 € che potevano essere destinati a servizi per la tua famiglia sono stati buttati nell’abisso creato da giochi di speculatori avidi e senza scrupoli.
Ma tu continua a prendertela con chiunque ti sta “rubando il lavoro”, fuorché quegli enti che hanno speculato in scommesse legate al fallimento dell’azienda da cui sei stato licenziato. Continua ad ascoltare telegiornali che piuttosto di raccontarti come stanno le cose, ti bombardano di stupri e omicidi, come se l’incremento della disoccupazione e le sue conseguenze non fossero peggiori della cronaca nera. Continua a prendertela con gli straccioni e continua a idolatrare i ricconi, solo perchè non capisci cosa sia un “Collateralized Debt Obligation (CDO)” o un “Credit Default Swap (CDS)” che sono quei titoli derivati costruiti scientemente per rubare nel più grande sistema di frode legalizzata che sia mai stato inventato nella storia umana.
Continua. Continua pure. Io non ti spiego come vengono gestiti questi titoli, ti lascio l’ebrezza di scoprirlo da solo. Siti in cui persone molto competenti illustrano questi meccanismi finanziari sono molto diffusi online.
Io mi permetto solo di dirti che mentre tu sei perso nelle cazzate, l’industria finanziaria, incentivata dal fatto che se ne è uscita completamente pulita da questa storia (non un solo banchiere è stato perseguito), si è rimessa all’opera ed ha inventato nel 2014 un nuovo prodotto finanziario che altro non è che un CDO + un CDS e che hanno chiamato “Bespoke Tranche Opportunity (BTO)”.
I BTO stanno conquistando il mercato finanziario e potranno originare un nuovo crollo del mercato. Ora, i CEO delle grandi banche non sono poi così scemi: sanno perfettamente che in un futuro molto prossimo, pregare un nuovo salvataggio ai governi sarà piuttosto difficile, perciò si sono portati avanti. Mentre tu eri intento ad urlare “RUSPA!!”, hanno fatto approvare riforme quali il Bail-In tramite cui, se la banca diventa insolvente, per ricapitalizzarsi e riassorbire le perdite, questa può coinvolgere azionisti, obbligazionisti subordinati e… ciliegina sulla torta, i depositi dei correntisti.
Quindi quando attingeranno a piene mani dal tuo conto corrente per le porcate che sanno già quali effetti avranno, verrò a chiederti se ti importa poi così tanto che il tuo vicino di casa parla arabo.
Benvenuta, Grande Truffa!

Alberto Fossadri

Fonti:

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Susan George: poteri occulti, la Terra è sotto scacco

Se avete a cuore il vostro cibo, la vostra salute e la stessa sicurezza finanziaria, la vostra e quella della vostra famiglia, così come le tasse che pagate, lo stato del pianeta e della stessa democrazia, ci sono pessime notizie: un gruppo di golpisti ha preso il potere e ormai domina il pianeta. Legalmente: perché le nuove leggi che imbrigliano i popoli, i governi e gli Stati se le sono fatte loro, per servire i loro smisurati interessi, piegando le democrazie con l’aiuto di “maggiordomi” travestiti da politici. La grande novità si chiama: “ascesa di autorità illegittima”. Parola di Susan George, notissima sociologa franco-statunitense, già impegnata nel movimento no-global e al vertice di associazioni mondiali come Greenpeace. I governi legali, quelli regolarmente eletti, ormai vengono di fatto «gradualmente soppiantati da un nuovo governo-ombra, in cui enormi imprese transnazionali (Tnc) sono onnipresenti e stanno prendendo decisioni che riguardano tutta la nostra vita quotidiana». L’Europa è già completamente nelle loro mani, tramite i tecnocrati di Bruxelles, i subdoli “inventori” dell’aberrante euro. Ma anche nel resto del mondo la libertà ha le ore contate.

I nuovi oligarchi, spiega la George nell’intervento pronunciato al Festival Internazionale di Ferrara, ottobre 2013, possono agire attraverso le lobby o Susan Georgeoscuri “comitati di esperti”, attraverso organismi ad hoc che ottengono riconoscimenti ufficiali. Talvolta operano «attraverso accordi negoziati in segreto e preparati con cura da “executive” delle imprese al più alto livello». Sono fortissimi, arrivano ovunque: «Lavorano a livello nazionale, europeo e sovranazionale, ma anche all’interno delle stesse Nazioni Unite, da una dozzina di anni nuovo campo di azione per le attività delle “corporate”». Attenzione, averte la George: «Non si tratta di una sorta di teoria paranoica della cospirazione: i segni sono tutti intorno a noi, ma per il cittadino medio sono difficili da riconoscere». Questo, in fondo, è il “loro” capolavoro: «Noi continuiamo a credere, almeno in Europa, di vivere in un sistema democratico». Non è così, naturalmente. Le sole lobby ordinarie, rimaste «ai margini dei governi per un paio di secoli», ormai «hanno migliorato le loro tecniche, sono pagate più che mai e ottengono risultati».

Negli Stati Uniti, le lobby devono almeno dichiararsi al Congresso, dire quanto sono pagate e da chi. A Bruxelles, invece, «c’è solo un registro “volontario”, che è una presa in giro, mentre 10-15.000 lobbysti si interfacciano ogni giorno con la Commissione Europea e con gli europarlamentari». Che fanno? «Difendono il cibo-spazzatura, le coltivazioni geneticamente modificate, prodotti nocivi come il tabacco, sostanze chimiche pericolose o farmaci rischiosi». In più, «difendono i maggiori responsabili delle emissioni di gas a effetto serra», oltre naturalmente ai loro clienti più potenti: le grandi banche. Meno conosciuti delle lobby tradizionali, cioè quelle favorevoli a singole multinazionali, sono in forte crescita specie nel comparto industriale le lobby-fantasma, solitamente definite “istituti”, “fondazioni” o “consigli”, spesso con sede a Washington. Sono pericolose e subdole: pagano esperti per influenzare l’opinione Wall Streetpubblica, fino a negare l’evidenza scientifica, per convincere i consumatori del valore dei loro prodotti-spazzatura.

A Bruxelles il loro dominio è totale: decine di “comitati di esperti” preparano regolamenti dettagliati in ogni possibile settore. «Dalla metà degli anni ’90 – accusa Susan George – le più grandi compagnie americane dei settori bancario, pensionistico, assicurativo e di revisione contabile hanno unito le forze e, impiegando tremila persone, hanno speso 5 miliardi dollari per sbarazzarsi di tutte le leggi del New Deal, approvate sotto l’amministrazione Roosevelt negli anni ’30», tutte leggi «che avevano protetto l’economia americana per sessant’anni». Un contagio: «Attraverso questa azione collettiva di lobbying, hanno guadagnato totale libertà per trasferire attività in perdita dai loro bilanci, verso istituti-ombra, non controllati». Queste compagnie hanno potuto immettere sul mercato e scambiare centinaia di miliardi di dollari di titoli tossici “derivati”, come i pacchetti di mutui subprime, senza alcuna regolamentazione. «Poco è stato fatto dopo la caduta di Lehman Brothers per regolamentare nuovamente la finanza. E nel frattempo, il commercio dei derivati ha raggiunto la cifra di 2 trilioni e 300 miliardi di dollari al giorno, un terzo in più di sei anni fa».

Quello illustrato da Susan George, nell’intervento tenuto a Ferrara e ripreso da “Come Don Chisciotte”, è un viaggio nell’occulto. «Ci sono organismi come l’International Accounting Standards Board, sicuramente sconosciuto al 99% della popolazione europea». E’ una struttura di importanza decisiva, di cui non parla mai nessuno. Nacque con l’allargamento a Est dell’Unione Europea, per affrontare «l’incubo di 27 diversi mercati azionari, con diversi insiemi di regole e norme contabili». Ed ecco, prontamente, l’arrivo dei soliti super-consulenti, provenienti dalle quattro maggiori società mondiali di revisione contabile. In pochi anni, il gruppo «è stato silenziosamente trasformato in un organismo ufficiale, lo Iasb». E’ ancora formato dagli esperti delle quattro grandi società, ma adesso sta elaborando regolamenti per 66 paesi membri, tra cui l’intera Europa. Attenzione: «Lo Iasb è diventato “ufficiale” grazie agli sforzi di un commissario Ue, il neoliberista irlandese Charlie MacCreevy». Commissario dell’Ue, cioè: “ministro” europeo, non-eletto da nessuno. E per di più, egli stesso esperto contabile. Naturalmente, ha potuto agire sotto la protezione di Bruxelles, cioè «senza alcun controllo parlamentare». L’alibi?Il Charlie MacCreevysolito: la Iasb è stato presentato come un’agenzia «puramente tecnica». La sua vera missione? Organizzare, legalmente, l’evasione fiscale dei miliardari.

«Fino a quando non potremo chiedere alle imprese di adottare bilanci dettagliati paese per paese, queste continueranno a pagare – abbastanza legalmente – pochissime tasse nella maggior parte dei paesi in cui hanno attività». Le aziende, aggiunge la sociologa, possono collocare i loro profitti in paesi con bassa o nessuna tassazione, e le loro perdite in quelli ad alta fiscalità. Per tassare in maniera efficace, le autorità fiscali hanno bisogno di sapere quali vendite, profitti e imposte sono effettivamente di competenza di ciascuna giurisdizione. «Oggi questo non è possibile, perché le regole sono fatte su misura per evitare la trasparenza». E quindi: «Le piccole imprese nazionali o famigliari, con un indirizzo nazionale fisso, continueranno a sopportare la maggior parte del carico fiscale». Susan George ha contattato direttamente lo Iasb per chiedere se una rendicontazione dettagliata, paese per paese, fosse nella loro agenda. Risposta: no, ovviamente. «Non c’è di che stupirsi. Le quattro grandi agenzie i cui amici e colleghi fanno le regole, perderebbero milioni di fatturato, se non potessero più consigliare i loro clienti sul modo migliore per evitare la tassazione».

L’altro colossale iceberg che ci sta venendo addosso, dal luglio 2013, si chiama Ttip, cioè Transatlantic Trade and Investment Partnership. In italiano: protocollo euro-atlantico su commercio e investimenti. «Questi accordi definiranno le norme che regolamenteranno la metà del Pil mondiale – gli Stati Uniti e l’Europa». Notizia: le nuove regole di cooperazione euro-atlantica «sono in preparazione dal 1995», da quando cioè «le più grandi multinazionali da entrambi i lati dell’oceano si sono riunite nel Trans-Atlantic Business Dialogue», la maggiore lobby dell’Occidente, impegnata a «lavorare su tutti gli aspetti delle pratiche regolamentari, settore per settore». Il commercio transatlantico ammonta a circa 1.500 miliardi di dollari all’anno. Dov’è il trucco? In apparenza, si negozierà sulle tariffe: ma è un aspetto irrilevante, perché pesano appena il 3%. Il vero obiettivo: «Privatizzare il maggior numero possibile di servizi pubblici ed eliminare le barriere non tariffarie, come per esempio i regolamenti e ciò che le multinazionali chiamano “ostacoli commerciali”». Al centro di tutti i trattati commerciali e di investimento, c’è «la clausola che consente alle aziende di citare in giudizio i governi sovrani, se la società ritiene che un provvedimento del governo Trans-Atlantic Business Dialoguedanneggi il suo presente, o anche i suoi profitti “attesi”». Governi sotto ricatto: comandano loro, i Masters of Universe.

Il Trans-Atlantic Business Dialogue, la super-lobby che ha incubato il trattato euro-atlantico, ora ha cambiato nome: si chiama Consiglio Economico Transatlantico. E non si nasconde neppure più. Ammette qual è la sua missione: abbattere le regole e piegare il potere pubblico, a beneficio delle multinazionali. Si definisce apertamente «un organo politico», e il suo direttore afferma con orgoglio che è la prima volta che «il settore privato ha ottenuto un ruolo ufficiale nella determinazione della politica pubblica Ue-Usa». Questo trattato, se approvato secondo le intenzioni delle Tnc, includerà modifiche decisive sui regolamenti che proteggono i consumatori in ogni settore: sicurezza alimentare, prodotti farmaceutici e chimici. Altro obiettivo, la “stabilità finanziaria”. Tradotto: la libertà per gli investitori di trasferire i loro capitali senza preavviso. «I governi – aggiunge la George – non potranno più privilegiare operatori nazionali in rapporto a quelliSusan George al festival internazionale di Ferrara, ottobre 2013stranieri per i contratti di appalto», e il processo negoziale «si terrà a porte chiuse, senza il controllo dei cittadini».

E come se non bastasse l’infiltrazione nel potere esecutivo, in quello legislativo e persino nel potere giudiziario, le multinazionali ora puntano direttamente anche alle Nazioni Unite. Già nel 2012, alla conferenza Rio + 20 sull’ambiente, i super-padroni formavano la più grande delegazione, capace di allestire un evento spettacolare come il “Business Day”. «Siamo la più grande delegazione d’affari che mai abbia partecipato a una conferenza delle Nazioni Unite», disse il rappresentante permanente della Camera di Commercio Internazionale presso l’Onu. Parole chiarissime: «Le imprese hanno bisogno di prendere la guida e noi lo stiamo facendo». Oggi, conclude Susan George, le multinazionali arrivano a chiedere un ruolo formale nei negoziati mondiali sul clima. «Non sono solo le dimensioni, gli enormi profitti e i patrimoni che rendono le Tnc pericolose per le democrazie. È anche la loro concentrazione, la loro capacità di influenzare (spesso dall’interno) i governi e la loro abilità a operare come una vera e propria classe sociale che difende i propri interessi economici, anche contro il bene comune». E’ un super-clan, coi suoi tentacoli e i suoi boss: «Condividono linguaggi, ideologie e obiettivi che riguardano ciascuno di noi». Meglio che i cittadini lo sappiano. E i politici che dovrebbero tutelarli? Non pervenuti, ovviamente.

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Fonte: http://www.libreidee.org/2013/10/susan-george-poteri-occulti-la-terra-e-sotto-scacco/

Quanto vali da morto per un’azienda?

In questo mondo si sa, ogni giorno si scoprono tristi abitudini di quella che dovrebbe essere una società civile. Ma ci dobbiamo chiedere, è realmente civiltà una società basata non più sul progresso degli uomini ma sul profitto ad ogni costo? Perché di questo si parla quando si scopre il vero volto del capitalismo globale. Ed è così che si scopre che alcune grandi società investono in assicurazioni sulla vita dei propri dipendenti. Qualcuno potrebbe pensare “che ottima cosa!”, il problema è che le società intestano se stesse come beneficiarie…

Lucrare sulla morte dei propri dipendenti è altamente immorale, sbagliato. Quando mai si potrebbe desiderare la morte di una persona? Specialmente quando questa lavora per me? D’altro canto se io non posso assicurare la casa del mio vicino (perchè altrimenti avrei un interesse se andasse a fuoco), perché mi dovrebbe essere consentito assicurare la vita di qualcun altro?!

Negli Stati Uniti milioni di persone sono inconsapevoli di avere una polizza assicurativa sulla propria vita. Persone che donano la propria vita a lavorare per un’azienda diventano mera statistica, diventano un “titolo a scadenza”. Non c’è nulla di più perverso. Stupisce leggere alcuni documenti in cui i brocker si lamentano del fatto che non sono morte abbastanza persone! Che i “rendimenti” stanno fruttando in percentuale minore rispetto alle aspettative.

E per oltraggiare ulteriormente le povere vittime di quest’assurda pratica finanziaria le polizze vengono chiamate “Assicurazioni del contadino morto”. Contadini morti, questa è la nostra considerazione nell’ambiente finanziario, siamo ancora i servi della gleba. E quello che mi disgusta maggiormente è che questi stessi “plebei” difendono strenuamente il Sistema capitalista, lo considerano responsabile del progresso, il vero motivo per cui possono avere comodità mai pensate prima, e spesso sono proprio loro che difendono gli interessi delle corporations e ne espandono il dominio morendo in guerre coloniali dall’altra parte del mondo.

Di seguito sono riportati i nomi delle società di cui è stata accertata la prassi di assicurare i propri dipendenti ed intestare se stesse come beneficiarie. Spero tanto per voi che non lavoriate per questi grandi marchi, ma se così non fosse state molto attenti.

Alberto Fossadri

  • ADAC Laboratories
  • Advanced Telecommunication Corp.
  • Aeroquip Vickers Inc.
  • Alabama Power Co.
  • Alfa Corp.
  • Allegheny Technologies Inc.
  • Allergan Inc.
  • Allfirst Financial Inc.
  • American Business Products, Inc.
  • American Electric Power
  • American Express Co.
  • American Greetings Corp.
  • American Management Systems Inc.
  • American Seafoods Group LLC
  • Ameritech Corp.
  • Amerus Group Co.
  • Anadarko Petroleum Corporation
  • Appalachian Power Co.
  • Arch Chemical
  • Aristech Chemical Corp.
  • AT&T Communications
  • Atlantic Richfield Co.
  • Avery Dennison Corp
  • Avon Products Inc.
  • B. F. Goodrich Company
  • Ball Corporation
  • Bank Boston
  • Bank Of America
  • Bank One Corp.
  • Barnett Banks Inc.
  • Bassett Furniture Industries Inc.
  • Be Aerospace Inc.
  • Bear Stearns Companies
  • Bellsouth Corporation
  • Boise Cascade Corp.
  • Boston Company
  • Boston Federal
  • Bristol-Myers Squibb Company
  • Camelot Music, Inc.
  • Carolina Power & Light Co.
  • Carpenter Technology Corp.
  • Catskill Financial Corp.
  • Central Power & Light Co.
  • Ch2m Hill Companies Ltd.
  • Charming Shoppes, Inc.
  • Checkfree Corp.
  • Chemical Banking Corporation
  • Citibank, N.A.
  • Citizens Bank
  • Clark Inc.
  • Clorox Company
  • CNF Inc.
  • Coca-Cola Company
  • Columbus Southern Power Co.
  • Commercial Intertech Corp.
  • Compass Bank (Florida & Alabama)
  • Computer Technology Associates Inc.
  • Consolidated Natural Gas Co.
  • Consolidated Rail Corporation
  • Cox Enterprises, Inc.
  • CTA Inc.
  • Cymer Inc.
  • Diamond Shamrock Inc.
  • Diebold Inc.
  • Dime Bancorp Inc.
  • Dow Chemical
  • Earle M. Jorgensen Co.
  • Eastman Kodak Company
  • Eaton Corp.
  • ECC Capital Corp.
  • Enserch Corp.
  • F&M Bancorp
  • FiberMark Inc.
  • Figgie International Inc.
  • Fina Oil & Chemical Company
  • First Bank System Inc.
  • First Commonwealth
  • First Midwest Bancorp Inc.
  • Fleet Bank
  • FleetBoston Financial Corp.
  • Flightsafety International Inc.
  • Frontier Bank
  • Fulton Financial Corp.
  • GATX Corporation
  • Georgia Power Co.
  • GNC Corp.
  • Great Plains Energy Inc.
  • GTE Corporation
  • Gulf Power Co.
  • HCR Manor Care Inc
  • Hechinger Company
  • Heritage Commerce Corp.
  • Herman Miller Inc.
  • Hershey Foods Corporation
  • Hillenbrand Industries, Inc.
  • Hosiery Corporation of America
  • Houghton Mifflin
  • Household Finance
  • Hovnanian Enterprises Inc.
  • Hughes Supply Inc
  • ICI Americas, Inc.
  • Idaho Power Company
  • IKON Office Solutions Inc.
  • Indiana Michigan Power Co.
  • Integra Bank Corp.
  • Intermark Inc.
  • Iowa First Bancshares Corp.
  • Iroquois Bancorp Inc.
  • J Jill Group Inc.
  • JP Morgan Chase & Co.
  • Kansas City Power & Light
  • Kansas Gas & Electric Co.
  • Keithley Instruments Inc.
  • Kentucky Power Co.
  • Keycorp Ohio
  • Kimberly Clark
  • Korn Ferry International
  • Laser Master Int’l. Inc.
  • Linens N Things Inc.
  • LKQ Corp.
  • Louisiana Pacific Corp.
  • Manor Care Inc.
  • Marriott International Inc.
  • McDonnell Douglas Corp.
  • Media General Inc.
  • Medicalcontrol Inc.
  • Menasha Corporation
  • MidAmerican Energy Co.
  • Miix Group Inc.
  • Mississippi Power Co.
  • MNC Financial Inc.
  • Mueller Industries Inc.
  • National City Corporation
  • NationsBank
  • Nestle Enterprises
  • Norfolk Southern Corp.
  • Norfolk Southern Railway Co.
  • Northern States Power Co.
  • Ohio Power Co.
  • Old National
  • Olin Corporation
  • Owens & Minor Inc.
  • PacifiCorp
  • Panera Bread Co.
  • Panhandle Eastern Pipe Line Company
  • Parker Hannifin Corp.
  • Penn Treaty American Corp.
  • Penns Woods Bancorp Inc.
  • Phibro Animal Health Corp.
  • Philipp Brothers Chemicals Inc.
  • Phoenix Companies Inc.
  • Pinnacle Financial Services Inc.
  • Portland General Electric
  • Potlatch Corporation
  • PPG Industries
  • Procter & Gamble Company
  • PSS World Medical Inc.
  • Public Service Co. of New Mexico
  • Public Service Co. of Oklahoma
  • Public Service Enterprise Group
  • Questech Inc.
  • R. R. Donnelley & Sons Company
  • Ruddick Corp.
  • Ryder System Inc.
  • Sallie Mae (Stud Ln Mktg Assoc.)
  • Savannah Electric & Power Co.
  • Sequa Corp.
  • Service Merchandise Co., Inc.
  • Shearson Mortgage
  • Sherwin-Williams
  • Sky Chefs
  • Smart & Final Inc.
  • Smith Barney
  • Sonoco Products Co.
  • Southwest Bank
  • Southwest Water Co.
  • Southwestern Bell Corp.
  • Southwestern Electric Power Co.
  • Southwestern Public Service Co.
  • Star Banc Corp.
  • Stauffer Management Company
  • Steelcase Inc.
  • Sturgis Bancorp Inc.
  • Summit Bank of N.J.
  • Swank, Inc.
  • Tellabs Inc.
  • Tenet Healthcare Corp.
  • Texas Eastern Transmission Corp.
  • Tompkins Trustco Inc.
  • TXU Corp.
  • TYCO International
  • UniFirst Corp.
  • Union Bank
  • United National Bancorp
  • Urocor Inc.
  • Vineyard National Bancorp
  • W. R. Grace & Company
  • Wachovia Corporation
  • Walgreen Company
  • Wal-Mart Stores
  • Walt Disney
  • Wang’s International, Inc.
  • Wells Fargo, N.A.
  • West Coast Bancorp
  • West Texas Utilities Co.
  • Westar Energy Inc.
  • Western Aire Chef Inc
  • Western Resources, Inc.
  • Westpoint Pepperell
  • Winn Dixie
  • Winnebago Industries Inc.
  • Woolworth Corporation
  • Xcel Energy Inc.
  • York Water Co.
  • Zale Corp.

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Fonte: http://deadpeasantinsurance.com/

Matteo Renzi e gli amici dell’alta finanza

Chi finanzia la continua campagna elettorale del “Rottamatore”? Chi ha un peso economico così forte da indurre i telegiornali di tutte le frequenza TV a parlare quotidianamente di Matteo Renzi per ben due anni di fila? Ma Renzi è realmente in grado di portare un rinnovamento nel PD ed in questo paese? I suoi consensi altro non sono che il costante bombardamento mediatico che lo ha trasformato in un’alternativa vivente. Giovane, aspetto ben tenuto, anche simpatico, sembra preparato, sembra dire cose nuove (che poi nuove non sono), puro marketing. Ma quante delle persone che si direbbero disposte a votarlo hanno mai letto il suo personalissimo pensiero su come risolvere la crisi economica?

Ebbene, Renzi è un liberista sfrontato e convinto, chissò cosa penserebbero tutti gli esodati che vorrebbero votarlo se sapessero che si è sempre detto favorevole alla soppressione dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che è per quella politica neoliberista di “flessibilizzazione” del lavoro, che altro non è che la riduzione del costo salariale facendo leva sulla massa di disoccupati che premerebbero per rubare il posto di lavoro a qualcuno in cambio di uno stipendio da fame. E cosa penserebbero i veri sinistroidi che sarebbero pronti a votare un uomo dei banchieri, uno che si dice favorevole al nucleare e che non è disposto ad affrontare quegli avvoltoi dei mercati finanziari che ci stanno svuotando del nostro potere sociale e che poi, sono gli stessi a finanziarlo…

Al primo posto nella lista dei suoi sostenitori troviamo, appunto, il finanziere Davide Serra e la sua società Algebris, che ha donato 100mila euro assieme alla moglie Anna Barassi. La stessa cifra è stata versata anche da Guido Ghisolfi, manager della multinazionale italiana della chimica M&G. 25 mila euro ciascuno da parte Paolo Fresco (ex manager Fiat) e da sua moglie Marie Edmée Jacquelin in Fresco. E poi via via tutti gli altri, elencati sul sito della Fondazione Big Bang, per arrivare alla cifra totale di 814.502,23 euro. Ma quali possono essere le ragioni che spingono a dare tutti questi soldi alla campagna elettorale di un politico in ascesa? Viene da pensare che tra i manager e i finanzieri italiani ci siano persone che non si sentono rappresentate dal centrodestra, ma che fanno fatica a riconoscersi in un centrosinistra che spesso vede in loro dei “nemici”. E quindi, perché non dare una mano a Renzi, nella speranza che, sul lungo termine, questo possa portare anche dei vantaggi di tipo economico? Ecco che imprenditori e manager che non si sentono rappresentati da Silvio Berlusconi hanno trovato il loro campione, in grado di unirne valori e interessi.

Ma torniamo alla lista dei finanziatori, in cui figura anche un nome scomodo: Alfredo Romeo ha versato 60mila euro. Ma chi è Alfredo Romeo? Trattasi di imprenditore condannato in primo grado per corruzione e arrestato nel 2009. Perché avrebbe dovuto versare questi soldi? Difficile da capire, anche se – e la cosa alleggerisce la posizione di Renzi – va notato che Romeo è da lungo tempo un finanziatore di partiti, in particolare di quella Margherita da cui Renzi proviene. Semplice coerenza, quindi? Sembrerebbe di sì.

Altro nome importante è quello di Franzo Grande Stevens, presidente della Juve post-calciopoli, oggi consigliere dello IOR e Presidente della fondazione Intesa San Paolo. E in questo caso probabilmente è proprio il suo ruolo all’interno di Intesa San Paolo il fattore che ha portato Grande Stevens a donare 25mila euro: banca da sempre vicino al mondo del riformismo cattolico, non è difficile capire perché abbia qualche interesse a dare una mano a Renzi, che è riformista e cattolico. Si tratta di illazioni, certo, ma che probabilmente non vanno molto lontane dalla realtà.

Ma ci sono tutti i nomi dei finanziatori in questa lista? Alberto Bianchi, presidente della Fondazione, spiega: “Il 72% delle persone che hanno versato soldi ha accettato di veder pubblicato il suo nome. Ma quelli che mancano non sono i più grossi. La media dei versamenti è di 3.800 euro. Ma molte donazioni sono anche fatte a nome di società: oltre a Isvafim Spa, la società del già citato Alfredo Romeo, venticinquemila euro sono arrivati dalla Karat; 20 mila euro ciascuna da Simon Fiduciaria e da Blau Meer e Cimis.

E non finisce qui: altri donatori figurano sulla lista del Comitato Renzi per le primarie, cosa diversa dalla Fondazione Big Bang, ma con lo stesso obiettivo. Un elenco più breve e meno importante, ma non mancano alcune curiosità: tra i finanziatori c’è per esempio il vicedirettore di Libero Franco Bechis, non certo un supporter di Matteo Renzi. Bechis ha spiegato su Twitter di avere voluto donare 50 euro per testare il meccanismo messo in piedi dal sindaco. Ma perché 50 euro, se si poteva darne anche solo 5? Si tratterebbe di un segnale distensivo, visto che all’epoca Renzi minacciava querele, mai presentate, per il trattamento riservatogli da Bechis sul caso Lusi. Sempre con una donazione di 50 euro (stessa quota dell’ex membro del board della Bce, Lorenzo Bini Smaghi) figura nella lista una Emanuela Romano, stesso nome dell’ex assessore al comune di Castellammare di Stabia, più nota come cofondatrice del comitato ’Silvio ci manchi’ insieme all’attuale fidanzata ufficiale di Berlusconi, Francesca Pascale. Solo un omonimo?

Da un lato Renzi inneggia alla fine del finanziamento pubblico ai partiti, dall’altra il Movimento 5 Stelle urla la stessa cosa. Uno si finanzia con i potentati economici e gli “avanzi” non li restituisce, l’altro restituisce (o dona) il denaro non utilizzato e si autofinanzia con gli iscritti. L’obiettivo è lo stesso, ma i secondi hanno capito che l’unico modo per far funzionare la democrazia è svuotarla dal traffico di soldi, non importa che siano pubblici o privati, ecco un altra grande caratteristica che dimostra la fasullità del Nuovo Toscano che avanza…

E che dire delle banche, toscane e non? Se osserviamo più da vicino la rete di relazione intessuta dai suoi uomini di fiducia, apprendiamo che l’ex assessore Giuliano da Empoli e Marco Carrai nel gennaio di questo anno si sono recati in visita negli Stati Uniti per stringere accordi con importanti ambienti finanziari. Si confermano le parole di Robert Reich: il potere dei soldi influenza e finanzia la costruzione del consenso, ma in cambio di che cosa si stringono accordi?
La continuità programmatica e politica di Renzi con il governo Monti poi è impressionante: maggiore integrazione europea (ergo maggiore cessione di sovranità nazionale), accelerazione sulle liberalizzazioni, nessun ritocco alla riforma previdenziale introdotta da Elsa Fornero. Renzi si dice completamente a favore del Fiscal Compact, dell’integrazione della vigilanza bancaria europea presso la BCE e dell’aumento di fondi al neo-costituito ESM.

Il dubbio sulla sua visione in campo economico aumenta nel leggere del suo proposito di vendere le partecipazioni pubbliche nelle aziende quotate e non quotate, così da far cassa per diminuire il debito pubblico. Con queste proposte l’economia italiana andrà in pezzi: competenze, capacità, industrie, gioielli come Finmeccanica, Eni, Enel, finiranno sul mercato per soddisfare gli appetiti famelici di raider e competitor internazionali.
Renzi si rende conto che così si agevola l’impoverimento dell’Italia? Così facendo si soddisfano gli appetiti di gruppi economico-finanziari e non si difende l’interesse della povera gente a rilanciare il Paese. Nella rete dei suoi contatti figurano esponenti della nobiltà fiorentina come il conte Gaddo della Gherardesca che fa il tifo: “Matteo Renzi è il mio Gesù nel tempio”; il banchiere Lorenzo Bini Smaghi e il manager di fondi speculativi David Serra, numero uno del potente hedge-fund Algebris, ricoprono il ruolo di consiglieri economici del Sindaco.

La costruzione del consenso non ha fornito argomentazioni, se chiedete agli italiani disposti a votare per Renzi, una probabile buona parte di loro non saprà dirvi con quali mezzi il rottamatore intende affrontare la crisi… Perchè semplicemente si sono lasciati abbindolare dall’immagine che hanno costruito di lui. Ma i media si sa, sono in grado di far amare un Papa tanto quanto sono in grado di farne odiare un altro, anche se poi le affinità ideologiche (o teologiche) dei due sono pressoché identiche, esattamente come per Monti e Renzi, grandi compagni nella combriccola degli ultra-liberisti.

Per concludere, ecco la lista completa:

Fabrizio Landi, 10.000
Guido Roberto Vitale, 5.000
Fausto Boni, 1.000
Carlo Micheli, 10.000
Anthilia Holding S.r.l., 750
Carlo Gentili, 1.000
Tavecchio e Associati, 1.000
Maurizio Baruffi, 1.000
Andrea Vismara, 1.000
Andrea Moneta e Paola Maiello, 1.000
Isvafim s.p.a., 60.000
Francesco Spinoso, 1.000
Calzaturificio Gabriele, 5.000
Davide Serra e Anna Barassi, 100.000
Eva Energie S.p.A., 10.000
Telit Communications S.p.A., 10.000
Sinefin S.p.A., 10.000
Paolo Fresco, 25.000
Marie Edmée Jacquelin in Fresco, 25.000
Jacopo Mazzei, 10.000
Sergio Ceccuzzi, 1.000
Giancarlo Lippi, 20.000
Le Voyage di Vasile s.n.c., 1.200
Alessandro Balp, 500
Giorgio Colli, 10.000
Andrea Marcucci, 5.000
Cimis s.r.l., 20.000
Capaccioli s.r.l., 5.000
Blau Meer S.r.l.., 20.000
Alberto Bianchi, 5.400
Andrea Casalini, 600
Renato Giallombardo, 10.000
Giovanna Folonari, 2.000
Entsorgafin S.p.A., 5.000
Antonio S.n.c. di Padula Rita, 1.100
Simon Fiduciaria S.p.A., 20.000 C.R.A.L.
Comune di Napoli, 1.100
Massimo Mattei, 1.600
Guido Ghisolfi e Ivana Tanzi, 100.000
Key2 People Executive Search, 5.000
Karat s.r.l., 25.000
AIOP- Associazione Italiana Ospedalità Privata, 1.000
Martini6 s.p.a., 2.000
Agenzia Yes I Am, 2.000
Comitato per la candidatura di Matteo Renzi, 29.040,73

Alberto Fossadri

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Fonte:
http://it.notizie.yahoo.com/lista-finanziatori-matteo-renzi-104420425.html?page=all
-http://nobigbanks.it/2012/10/08/chi-guida-la-macchina-di-renzi-con-renzi-cambiera-tutto-o-non-cambiera-niente/

Le mani sulla politica: 150 anni di finanza cattolica

di Giovanna Cracco
La politica italiana non può evitare di fare i conti con la Chiesa. È opinione diffusa. Il Vaticano è a Roma non a Parigi o a Berlino, si dice, e il consenso dei cattolici è qualcosa che ogni partito che ambisca a governare il Belpaese deve necessariamente inseguire. E dunque leggi sul fine vita, su coppie di fatto etero/omosessuali, su aborto e pillola Ru486, su fecondazione assistita sono terreno di difficili equilibri politici e di conquista dell’elettorato, alla strenua rincorsa del patrocinio delle gerarchie vaticane.
Ma è tutto qua? In Italia, il potere della Chiesa è principalmente, se non unicamente, di tipo ideologico o piuttosto, sollevando il velo dell’etica ufficiale che poggia sui valori – e che comunque muove, certamente, voti – si scopre un altro potere che ha radici in Vaticano e contro cui in Italia non si può governare?
Fino alla prima Repubblica, lo chiamavano ‘finanza bianca’. Era un gruppo di potere formato soprattutto da banchieri, ma anche consulenti e faccendieri vari, cattolici, molto vicini al Vaticano e politicamente alla Dc; seduti nelle principali poltrone del salotto finanziario nazionale, si contendevano con la finanza laica i cordoni della borsa del credito all’economia italiana, privata e pubblica. E ne controllavano una bella fetta, confortati dall’ininterrotto potere governativo della Dc. Crollato il ‘pericolo rosso’ insieme al muro di Berlino, fiocinata la balena bianca con Tangentopoli, nata la seconda Repubblica, venuto meno il vecchio referente politico, di finanza bianca – o cattolica – non si è più sentito parlare. Il mondo finanziario afferma che non esiste più, intesa come blocco compatto; che il suo potere è meno esteso. Ammesso sia vero – anche se non si comprende allora come mai, nell’ottobre 2009, la fondazione Centesimus annus abbia invitato alla Biblioteca ambrosiana un nutrito gruppo di banchieri a discutere dell’enciclica Caritas in veritate – oggi che banchine e banchette varie sono sparite, assorbite dalle grandi fusioni e acquisizioni, più di quante poltrone ricopri, ciò che importa è quali.
I voti si pesano e non si contano, diceva Enrico Cuccia, e lui se ne intendeva.

Le origini: diffusione capillare e notabili del papa
Con due leggi varate nel luglio 1866 e nell’agosto 1867, il neonato Stato italiano decide di rimpinguare le proprie casse espropriando i beni appartenenti alla Chiesa; nega il riconoscimento giuridico a molti ordini e corporazioni religiose – negando di conseguenza la loro capacità patrimoniale – e stabilisce che un ente morale ecclesiastico non può possedere immobili. Con la legge del 19 giugno del 1873 l’esproprio è esteso anche al territorio di Roma, precedentemente escluso.
Si trattò, per inciso, di una manovra che Marx avrebbe definito di accumulazione originaria. Si iscriveva infatti all’interno di leggi precedenti che, a far data dal 1861, avevano dato l’avvio alla privatizzazione del demanio dello Stato. Terreni e immobili vennero messi sul mercato e acquistati dalla grande borghesia e dalla nobiltà – che videro così ulteriormente aumentare il proprio potere e patrimonio – mentre i contadini, esclusi per ovvie ragioni economiche, videro anche soppressi i secolari usi civici (far pascolare le pecore, raccogliere legna ed erba ecc.) in quelle terre ora recintate.
Tra i nobili in coda per l’acquisto, molti sono quelli romani legati al Vaticano, che agiscono per conto proprio o in qualità di fiduciari del papa. Nel giro di qualche anno la Chiesa si ritrova nuovamente in possesso di un discreto patrimonio immobiliare, e ben rappresentata nei consigli di amministrazione di società immobiliari e di banche: Monte di Pietà di Roma, Banco di Santo Spirito, Cassa di risparmio di Roma, Banca romana, Credito mobiliare, Credito fondiario, Banca industriale e commerciale. Banche che, pian piano, alle speculazioni immobiliari affiancano investimenti nella nascente industria nazionale.

Nel 1880, gli stessi nobili strettamente vicini al Vaticano fondano il Banco di Roma, il quale, in qualità di principale azionista, in breve tempo assume il controllo di diverse società capitoline di servizi pubblici: la Società impresa elettrica in Roma, l’Acqua pia antica marcia di Roma, la Società dei magazzini e molini generali, la Società romana di tramway e omnibus.
Situazione non diversa nel nord Italia. In Lombardia, Piemonte e Veneto vengono fondate dai cattolici le Banche popolari cooperative; nelle campagne padane nascono le Casse rurali, sotto il controllo indiretto dei gesuiti. Nel 1896 l’arcivescovo di Milano, cardinale Andrea Carlo Ferrari, appoggia Giuseppe Tovini nella fondazione del Banco ambrosiano, il cui statuto mette nero su bianco che la banca è costituita fra cattolici. Seguono il Piccolo credito bergamasco e il Piccolo credito romagnolo, che annovera tra i fonda tori il conte cattolico Giovanni Acquaderni (tra i fondatori anche del quotidiano L’Avvenire), il cardinale di Bologna, Domenico Svampa, e il vescovo di Cesena, Alfonso Maria Vespignani.
Centro di potere della finanza bianca, il Banco di Roma estende via via il proprio controllo in varie industrie italiane, inserendo propri uomini nei consigli di amministrazione. Per citarne alcune: la Società italiana Molini e Panifici Antonio Biondi di Firenze, lo zuccherificio Lebaudy Frères di Ancona, l’Istituto nazionale medico farmacologico Serono a Roma (fondato nel 1906, fu la terza azienda mondiale dopo le statunitensi Angen e Genentech e la prima in Europa nel settore biotech; quando nel 1952 muore il fondatore Cesare Serono, il Vaticano ottiene il controllo dell’istituto per poi passarlo alla famiglia Bertarelli, che nel ’77 trasferisce la società in Svizzera).

Nel frattempo, la nobiltà pontificia si inserisce in alcune grandi finanziarie laiche: La Fondiaria vita, La Fondiaria incendio e la Bastogi – fondata dal conte Pietro Bastogi, primo ministro delle Finanze nel 1861, nata come Società italiana per le strade ferrate meridionali, costruì ed ebbe poi in gestione gran parte della linea ferroviaria nazionale, fino al passaggio a società finanziaria nel 1906.
Le guerre coloniali e la prima guerra mondiale sono fortemente sostenute dalle banche cattoliche, che vedono nell’impresa bellica ricche prospettive di guadagni. Il Banco di Roma apre filiali a Tripoli, Mogadiscio e ben 16 in Etiopia, ed è cofondatore della Società italiana della Salina Eritrea; il Banco ambrosiano si adopera attivamente nella raccolta della sottoscrizione dei prestiti di guerra per il conflitto del ’15-18.
Le banche cattoliche continuano nella loro espansione. Nascono il Piccolo credito pavese, la Banca del lavoro e del piccolo risparmio, la Cassa padana – che rivendica tuttora l’appartenenza all’area cattolica: sul sito si legge: “Le radici di questa iniziativa risiedono nella dottrina sociale della chiesa. Ancora oggi l’ispirazione cristiana è inserita a fondamento dell’attività della banca nell’articolo 2 dello statuto”. Nel 1920, Filippo Meda, dopo essere stato tra i fondatori dell’Università cattolica del Sacro Cuore, ministro delle Finanze dal ’16 al ’19, primo direttore del quotidiano L’Italia – giornale di riferimento della diocesi milanese fondato su iniziativa del cardinale Ferrari – diventa presidente della Banca popolare di Milano.
Fin dall’Unità quindi, l’economia italiana è stata caratterizzata dall’esistenza di una finanza bianca talmente estesa da avere in mano le sorti di numerose industrie nazionali, sia dal punto di vista dei portafogli azionari e obbligazionari sia da quello della concessione del credito.

Giovanni Bazoli

Il presente: Bazoli e Intesa Sanpaolo, Gorno Tempini e la Cassa depositi e prestiti
Dopo essersi consolidata nel corso del Ventennio – anche grazie alla pax siglata con i Patti lateranensi – e nei cinquant’anni della prima Repubblica, supportata da un referente politico diretto quale era la Democrazia cristiana, oggi la finanza cattolica ha in mano due importanti centri di potere: Intesa Sanpaolo e la Cassa depositi e prestiti.
La prima è il feudo di Giovanni Bazoli. Nato nel 1932 in un’importante famiglia cattolica bresciana, nel capitale sociale conta un nonno che fu tra i fondatori, nel 1919, del Partito popolare accanto a Luigi Sturzo, e un padre deputato Dc all’assemblea costituente. Tralasciando il prestigioso curriculum lavorativo – dal salvataggio del Banco ambrosiano alle varie fusioni e acquisizioni che hanno portato a Banca Intesa – oggi lo troviamo presidente del Consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo (nata nel 2007 dalla fusione di Banca Intesa e San Paolo IMI) e presidente della finanziaria Mittel.

E proprio la Mittel è un interessante crocevia di nomi. Nel consiglio di amministrazione siedono, tra gli altri, Giovanni Gorno Tempini, direttore generale fino al maggio 2010, quando è stato nominato amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti, e Giambattista Bosco Montini, consigliere. Quest’ultimo vanta un breve curriculum: nipote di Paolo VI. È infatti figlio di Lodovico Montini, che oltre a essere stato membro dell’Assemblea costituente nelle fila della Dc era, soprattutto, fratello di Paolo VI.
Per poter comprendere il potere del cattolico bresciano occorre tenere a mente che Intesa Sanpaolo è la prima banca d’Italia, oltre che l’azionista di maggioranza di Bankitalia con il suo 30,3%; dai tempi del governo Prodi – grande amico di Bazoli – è la ‘banca per il Paese’. Quasi 500 miliardi di euro è il credito complessivo che l’istituto vanta nei confronti dell’economia italiana, privata e pubblica. Da quando, poi, nel 2006, è nata Banca Intesa Infrastrutture e Sviluppo, divenuta nel 2008, dopo la fusione, Banca Infrastrutture Innovazione e Sviluppo, l’incidenza dell’istituto nella realizzazione di grandi infrastrutture, progetti urbanistici, sistema sanitario, università e ricerca e servizi di pubblica utilità è cresciuta esponenzialmente.

È sufficiente navigare un po’ sul sito per rendersene conto: finanziamenti, emissioni obbligazionarie, finanza di progetto, ristrutturazione e cartolarizzazione dei debiti. Intesa Sanpaolo sostiene finanziariamente numerose realtà pubbliche e semi pubbliche. Per citarne alcune:

ministeri dello Sviluppo economico e della Difesa (finanziamento per 2,6 miliardi per la realizzazione dei progetti European Fighter Aircraft e Fregata Europea Multi Missione, 2005-2007);
Regione Lazio (finanziamento per 435 milioni nel 2010 e 400 milioni nel 2009; cartolarizzazione dei debiti sanitari per 1,6 miliardi nel 2006, 641 milioni nel 2005, 518 milioni nel 2004);
Regione Molise (finanziamento per 370 milioni, 2006-2010);
Regione Campania (finanziamento per 250 milioni, 2009; emissione obbligazionaria per 200 milioni, 2006);
Regione Piemonte (emissione obbligazionaria per 430 milioni, 2006; cartolarizzazione dei debiti sanitari per 715 milioni, 2006);
Regione Abruzzo (cartolarizzazione dei debiti sanitari per 232 milioni nel 2007 e 327 milioni nel 2006);
Regione Veneto (ristrutturazione di un debito precedentemente contratto con Intesa Sanpaolo per 186 milioni, 2006);
Città di Roma (finanziamento per 304 milioni, 2007; emissione obbligazionaria per 400 milioni, 2005);
Città di Torino (emissione obbligazionaria per 355 milioni, 2008);
Ferrovie dello Stato (finanziamento per 1,1 miliardi, 2010; cartolarizzazione dei debiti per 830 milioni, 2004);
Anas (finanziamento per 1,2 miliardi per l’autostrada Salerno-Reggio Calabria e la terza corsia del Grande raccordo anulare di Roma, 2005);
Autostrada pedemontana lombarda spa (finanza di progetto, 4,5 miliardi, erogazione in corso);
Autostrade lombarde spa (finanza di progetto, 1,6 miliardi per la Milano-Brescia, erogazione in corso);
Tangenziale esterna est di Milano (finanza di progetto, 1,5 miliardi, erogazione in corso);
Passante di Mestre (finanza di progetto, 750 milioni, 2005).

A questo si aggiungono i vari accordi con le associazione delle imprese private, per la concessione di prestiti agevolati: Piccola industria Confindustria (5 miliardi, 2009); Confcommercio (3 miliardi, 2009); Confartigianato, Cna e Casartigiani (3 miliardi, 2009).
Si aggiungono infine le varie operazioni di ‘salvataggio’ – di cui quella di Alitalia, con la cordata dei capitani coraggiosi, è la più nota (1,1 miliardi, e Intesa Sanpaolo è anche azionista di Cai con un 8,86%) ma non l’unica. Per citarne un paio: Risanamento – immobiliare di Luigi Zunino, 3 miliardi di indebitamento al momento del crack finanziario nel 2009, oggi Intesa Sanpaolo è l’azionista di maggioranza con il 37,43%; Safilo – azienda leader mondiale nella produzione di occhiali della famiglia Tabacchi, sull’orlo del precipizio nel 2009, salvata da un finanziamento di 400 milioni concesso da un pool di banche, tra cui quella di Bazoli.

Giovanni Gorno Tempini è nato a Brescia nel 1962, e di quale potere sia espressione è gia evidente in quel passaggio di poltrona rapidamente accennato sopra: da direttore generale della Mittel (2007-2010) ad amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti (nel cui consiglio di amministrazione, en passant, siede anche Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello Ior). Dal 2003, per volontà di Tremonti, anche allora ministro del Tesoro, la Cdp diventa una società privata di cui lo Stato detiene il 70% e 66 fondazioni bancarie il restante 30%. Da allora, la Cdp è uno dei fulcri dell’economia del Paese: grazie alla raccolta postale è una cassaforte di liquidità, finanzia opere infrastrutturali destinate alla fornitura di servizi pubblici e grandi opere di interesse nazionale, e agisce nel sostegno delle piccole-medie imprese private. “L’enorme liquidità della Cassa e la sua elasticità statutaria rappresentano una formidabile risorsa per qualunque policy maker di destra o di sinistra: poter far leva sul proprio ruolo di azionista della Cdp per fare politica industriale, intervenire nel mercato e acquisire le partecipazioni nelle società che più interessano, per le finalità che più si desiderano e in base alla visione politica che più aggrada – il tutto al riparo dai vincoli europei sul deficit, dai quali la Cdp, in quanto azienda privata, è esclusa – è una tentazione assolutamente bipartisan” (2).
Dal maggio 2010, amministratore delegato di tutto questo potere è il ‘bazoliniano doc’, come lo definiscono le cronache finanziarie, Gorno Tempini.

La sua nomina palesa anche un altro aspetto di non secondaria importanza: l’alleanza stretta tra il ministro che l’ha nominato e l’area della finanza bianca. Tremonti, l’anello di congiunzione Lega nord-Pdl, il ministro dei condoni (edilizio e fiscale nel 2003 e scudo fiscale nel 2009) lodato trasversalmente da destra e da sinistra sia dai partiti che dai cittadini; l’uomo che all’inaugurazione dell’anno accademico 2008 all’Università cattolica di Milano parlava di “economia sociale di mercato”, e che ha definito l’enciclica Caritas in veritate “il primo e più completo manuale per affrontare la terra incognita che è il nuovo mondo globalizzato”.
Politico acuto, Tremonti ha iniziato per tempo a fare amicizia con il potere finanziario che conta, e oggi è in perfetta sintonia con il segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone – interlocutore chiave della finanza cattolica – e con Giovanni Bazoli, insieme al quale sostiene la corsa di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea. Magari è anche per questa amicizia, che le sue quotazioni politiche sono in continuo aumento e lo vedono lanciato con successo verso la terza Repubblica post-berlusconiana.

Il futuro: lo Ior rimette lo zampino nelle banche italiane
Dopo le vicende del Banco ambrosiano di Calvi e della Banca privata italiana di Sindona, lo Ior si è tenuto ben lontano dalle partecipazioni azionarie in istituti bancari. L’unica conservata in tutti questi anni è stata giusto quella nella Banca Intesa di Bazoli. Una quota modesta – divenuta ancora più modesta dopo la fusione con San Paolo IMI – ma iscritta in quel Gruppo Lombardo (Banca Lombarda e Piemontese, Ior, Mittel e Carlo Tassara) che facendo parte del Patto di sindacato incideva sull’indirizzo strategico dell’istituto.
A febbraio 2010, la svolta nella pluriennale linea di condotta: la banca vaticana sottoscrive un prestito obbligazionario convertibile da 100 milioni a 18 mesi, emesso dalla Carige, Cassa di risparmio di Genova. La parola chiave è ‘convertibile’: se lo Ior, alla scadenza, non porterà all’incasso l’obbligazione, il titolo si trasformerà in azioni del valore pari al 2,3% di Carige.

Il primo passo è fatto. Anche se quel 2,3% di finanza vaticana è ben misera cosa rispetto al peso che la finanza cattolica ha sempre avuto nella politica italiana, seconda Repubblica compresa, a dispetto di quanto afferma il mondo finanziario. Il tavolo da gioco in cui i banchieri cattolici svolgono il ruolo del mazziere si è infatti aperto, dopo il ’92, a nuovi giocatori. Quel tavolo a cui al Pci è stato impedito di accomodarsi per cinquant’anni, ha aggiunto sedie per poter ospitare uomini del Pdl, della Lega nord e del Pd. In un do ut des a cui i partiti partecipano con leggi atte a preservare, consolidare e aumentare non solo il potere finanziario cattolico, ma anche quello ideologico. È infatti attraverso valori e dogmi che la Chiesa continua a esercitare il proprio potere sulla società civile, e se la sua influenza culturale dovesse diminuire, essa perderebbe anche il potere di indirizzare il voto politico di una parte determinante dell’elettorato.
Perfino la Lega nord, con la sua narrazione mitologica sospesa tra una nazione inesistente, radici etniche impossibili e riti pagani, ha finito per doversi dichiarare cattolica, andare a braccetto con il Vaticano, lottare per il crocifisso nelle aule di tutta Europa; ha compreso al volo da che parte stare, appena ha messo piede nelle fondazioni bancarie (3).
Magari è questa la ragione per cui, all’apparenza paradossalmente, scomparso il partito di riferimento, la Chiesa ha aumentato la propria influenza sulla politica italiana; magari è questa la ragione per cui, da quando è entrata nella seconda Repubblica, l’Italia assiste a una gara di genuflessioni parlamentari, da destra e da sinistra.

Vedi anche:
Basta con lo Ior, sì alle banche etiche

Evoluzione economica dell’Italia
L’Italia SVENDUTA, le privatizzazioni degli anni ’90
Quando lo Stato perse il controllo del capitale

Fonte: http://www.rivistapaginauno.it/Finanza-cattolica.php

Mario Monti: l’uomo FIAT

Il professore non è solo l’uomo delle banche e della finanza (prima COMIT e GENERALI e poi GOLDMAN SACHCS) ma è stato innanzitutto un “UOMO FIAT”.
Monti ha fatto parte dei CdA della FIAT dall’età di 36 anni (1979) all’età di 50 anni (1993); dopodiché, dal ’94 al 2004 è stato Commissario UE. E alla FIAT non era un comprimario ma comandava: CdA GILARDINI (FIAT) dal 1979 al 1983; CdA FIDIS (FIAT) dal 1982 al 1988; Cda e comitato esecutivo FIAT dal 1988 al 1993; oltre a Mario Monti, facevano parte del comitato esecutivo FIAT Gianni e Umberto Agnelli, Gianluigi Gabetti e Franzo Grande Stevens.

Dal 1° gennaio 1987 la FIAT ha avuto in regalo l’Alfa Romeo dall’IRI (Prodi) e dallo Stato (Craxi, Andreotti, Amato, Darida, ecc..) impegnandosi per iscritto con il CIPI a mantenere i 40.000 lavoratori di Arese e Pomigliano e a pagare quattro soldi allo Stato con 5 comode rate annuali a partire dal 1993. Ma nel novembre 1993 riduce a 4.000 (e poi a zero) i lavoratori di Arese e così poi con Pomigliano. E mentre la FIAT ridimensiona e poi chiude l’Alfa, riceve 1.000 miliardi dallo Stato solo per costruire gratis lo stabilimento di Melfi. E in questi anni la Fiat, mentre si sbarazzava di 40.000 operai Alfa Romeo, ha ricevuto “aiuti” di Stato di 2mila miliardi di lire per Arese e altrettanti per Pomigliano.

Tutto ciò grazie ad un giro di tangenti che la FIAT versò nelle tasche dei politici.

Per le tangenti FIAT il 9 aprile 1997 il Tribunale di Torino ha condannato Romiti e Mattioli a oltre un anno di carcere, con sentenza confermata in Cassazione nel 2000 ma cassata qualche anno dopo con la legge di Berlusconi che ha depenalizzato il falso in bilancio. I 150 operai dello Slai Cobas che si costituirono parte civile nel processo di Torino furono comunque poi risarciti con 1milione e 600mila lire a testa. “Una gran brutta notizia”. E’ questo il commento dell’amministratore delegato dell’Ambroveneto, Corrado Passera, alla notizia della sentenza di Torino (La Repubblica, 10 aprile 1997).

I membri del comitato esecutivo: gli Agnelli, Monti, Gabetti e Stevens vennero ufficialmente indagati per falso in bilancio nel maggio 1998. Ma qualsiasi tentativo di trovare prove a loro carico fu frustrato dall’omertà e dalle negazioni dei testimoni. Il primo settembre dello stesso anno il fascicolo fu archiviato dal gip Paola de Maria, che scrisse: “È storicamente provato che Agnelli, negando le tangenti Fiat, mentì agli azionisti ma non è provato che ne fosse al corrente. Sulla conoscenza sua e degli altri quattro rimane perlomeno un ragionevole dubbio”.
Una faccia della medaglia, questa del Monti uomo di industria, un po’ scomoda…

Romiti, secondo i magistrati di Torino, in soli 10 anni avrebbe accantonato fondi neri per almeno 1.000 miliardi. «Centododici miliardi di lire falsamente dichiarati per un solo bilancio: quello del 1991. Le riserve occulte tuttavia risalirebbero “a far data dagli esercizi precedenti ad almeno il 1984”. E fra queste disponibilità vi sarebbero pure i “versamenti per almeno 4 miliardi di lire nella primavera 92 destinati al PSI» (La Repubblica del 13/12/95). Questa tangente di 4 miliardi di lire risulta versata con assegno da Romiti a Craxi il 20 marzo 1992. La fotocopia di questo assegno fu recapitata da Craxi (latitante ad Hammamet) allo Slai Cobas Alfa Romeo tramite l’avvocato Lo Giudice. Lo Slai Cobas consegnò la copia dell’assegno alla Procura di Torino.

Alberto Fossadri

Fonti:
-Su la testa
-PaginaUno
-Libero
-Quelsi

Vedi anche:
L’Italia SVENDUTA, le privatizzazioni degli anni ’90
Quando lo Stato perse il controllo del capitale

L’Argentina contrasta la finanza speculativa

– di Filippo Ghira –
L’Argentina ha incassato in meno di una settimana due vittorie all’insegna della difesa della propria sovranità economica e dell’indipendenza nazionale. La prima di tipo giudiziario e l’altra più politica consistente in una iniziativa legislativa che riveste un grande significato per il Paese sudamericano che con Cristina Kirchner sta rinnovando tutti i grandi temi della tradizione peronista e che per questo si è attirata la piena ostilità della finanza Usa e del suo maggiordomo alla Casa Bianca.

La corte d’appello di New York ha bloccato l’attuazione della sentenza emessa la settimana scorsa dal giudice federale,Thomas Griesa, con la quale si intimava a Buenos Aires di pagare 1,33 miliardi di dollari ai detentori dei titoli che avevano respinto le due ristrutturazioni del debito nazionale nel 2005 e 2010, a seguito della bancarotta dichiarata dal governo argentino nel 2001. Detentori che, detto per inciso, sono esclusivamente fondi speculativi Usa che avevano presentato ricorso al tribunale di New York per ottenere il rimborso al valore nominale pieno di quei titoli in bancarotta e che essi avevano acquistato ad una cifra oscillante tra i 20 e i 25 centesimi per dollaro.
Una bella pretesa quella dei banditi di Wall Street ma che evidentemente ha trovato in un tribunale federale un altro bandito togato pronto a sostenerla. Griesa aveva stabilito che l’Argentina depositasse entro il 15 dicembre in un fondo di garanzia quei 1,3 miliardi di dollari pretesi dagli speculatori. La data nella quale l’Argentina dovrà pagare 3,3 miliardi agli obbligazionisti che hanno invece accettato le ristrutturazioni per una cifra tra il 60 e l’85%. Il giudice aveva infatti minacciato di bloccare questa seconda operazione, peraltro solo sul territorio Usa, il che avrebbe comportato quella che in gergo viene chiamata “bancarotta tecnica”.
La corte d’appello ha invece dato tempo fino al 27 febbraio al governo Kirchner di preparare una adeguata difesa che non potrà che dimostrare l’assurdità delle pretese dei criminali in livrea di Wall Street. Allo stesso tempo potranno essere rimborsati gli obbligazionisti che hanno accettato la ristrutturazione del debito. Non è un caso poi che la sentenza del giudice Griesa avesse seguito di pochi giorni il declassamento di ben cinque gradini dei titoli di Stato argentini da parte delle agenzie di rating Usa e l’aumento da 1.000 a 4.200 punti base delle quotazioni dei Cds (Credit default swaps) a 5 anni sul debito argentino, quei derivati che proteggono dal rischio di bancarotta.
La seconda vittoria ottenuta non dal governo della signora Kirchner ma dall’Argentina nel suo complesso consiste nella approvazione di una Legge al Senato che è diventata immediatamente operativa. Essa considera “immorale e illegale” qualunque forma di speculazione finanziaria sui mercati internazionali che sia basata sui derivati. Ma non solo: abolisce la possibilità tecnica delle speculazioni finanziarie in Borsa perché toglie alle banche e alle istituzioni finanziarie che operano in Argentina la possibilità di muoversi in maniera autonoma sul Mercato. L’economia torna in tal modo sotto il controllo del Parlamento e del governo visto che la legge stabilisce che la finanza resta e deve essere il braccio operativo dell’economia alla quale deve essere subalterna e che deve essere sottoposta al completo controllo dello Stato centrale in tutte le sue attività.
Di conseguenza le banche e le finanziarie internazionali potranno andare in Borsa o sui mercati dei capitali con l’unico obiettivo di investire subito i soldi così rastrellati  per l’apertura di crediti agevolati alle medie e piccole imprese, per investire in industrie nazionali e assumere nuovo personale. Combattere la disoccupazione giovanile resta infatti la priorità assoluta in campo politico, economico e sociale. Altrimenti, ha spiegato Cristina Kirchner, banche e società estere possono anche andare a investire in Europa dove li accoglieranno a braccia aperte. Le banche ordinarie, ha spiegato il Presidente argentino, devono occuparsi di investire i soldi dei correntisti nell’economia reale, quella delle merci, e non quella della carta straccia. Lo Stato garantisce ogni tipo di risparmio e ogni forma di investimento, purché si riferisca all’economia reale. Chi vuole investire soldi nella finanza speculativa lo fa a proprio rischio e pericolo attraverso “banche speciali” che dovranno esporre un avvertimento alla clientela, nel quale si avverte che non esiste nessuna garanzia nazionale su tali operazioni.

Fonte: Rinascita