“La riforma è in linea con i principi fondamentali”, sarà vero?!

re“I principi fondamentali della nostra Costituzione non vengono per nulla toccati!” Così tranquillizzano Renzi, la Boschi e Alfano. Effettivamente la riforma non prevede alcuna modifica dei 12 articoli della prima parte della nostra Carta (i principi fondamentali, appunto), ma nella sostanza questo è vero?

Nella sostanza gli italiani dei principi fondamentali conoscono a malapena il primo, e quindi nessuno si accorge che votare SI alla riforma del Titolo V può entrare in contrasto con uno dei 12 famosi articoli.

Come per l’articolo 9 sulla tutela all’ambiente e l’articolo 11 sul ripudio della guerra, anche l’articolo 5 è come se non fosse mai esistito… esso recita:

«La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento»

LO STATO TORNA PREPOTENTE A LIVELLO LOCALE

Questa riforma è, a detta stessa di chi l’ha scritta, una riforma che elimina la concorrenza tra Stato e Regioni riattribuendo molti poteri della precedente riforma del 2001 allo Stato. In base al nuovo articolo 117 le materie che ricadevano in questo tipo di competenza sono ora quasi interamente ripassate allo Stato, tra cui: assicurazioni; ricerca scientifica e tecnologica; previdenza complementare e integrativa; tutela, sicurezza e politiche attive del lavoro; commercio con l’estero; ordinamento sportivo, delle professioni e della comunicazione; protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

LA GESTIONE DELLE UTILITY

La riforma del Titolo V, può risultare nociva agli enti locali anche nel settore delle utility. Nel nuovo art. 116 è stata inserita la “clausola di supremazia” dello Stato sulle Regioni, che consente allo Stato di intervenire con proprie leggi anche nelle materie di competenza regionale se questo intravede l’interesse nazionale.

Lo Stato torna cioè determinante nelle infrastrutture, nei trasporti e nel campo energetico. Ma con la riforma si prevede anche una facilitazione nella fusione di grossi gestori di utilities come quelle idriche. Le fusioni di questi gestori, già in atto da diversi anni e facilitata con norme quali lo Sblocca Italia, stanno letteralmente facendo perdere potere ai Comuni nei consigli di amministrazione di quelli che di fatto diventano gestori privati delle aziende idriche… in barba al referendum del 2011!
Interessante a tal proposito è questo vecchio articolo di Repubblica sul caso privatizzazioni dell’acqua in Toscana, in cui l’allora sindaco Matteo Renzi esprime chiaramente il suo punto di vista. Nello stesso articolo il presidente di Gaia spa si esprimeva così: «Anche se vincerà il “sì”, la privatizzazione la faremo lo stesso. Viene eliminato l’obbligo legale alla cessione ai privati delle quote azionarie, non l’obbligo economico. I Comuni non hanno soldi e la maggior parte delle società pubbliche cercherà azionisti privati comunque».
Sapete come andò a finire? Il SI all’acqua pubblica stravinse con oltre il 95% dei voti, i colossi come Gaia continuarono ad acquisire gestioni idriche, e a distanza di 5 anni in tutta la toscana esiste solo un comune che è rimasto proprietario della sua acqua: Zeri.

CONCLUSIONI

La democrazia non è solo il controllo del potere da parte di molti invece che di un solo uomo. Democrazia vuol dire anche decentramento, autonomia locale, e questa riforma prevede un ritorno dello stato centrale.
I nostri padri costituenti lo sapevano bene, avevano conosciuto gli effetti della politica fascista che da Roma imponeva dei modelli di sviluppo a città che pagano ancora oggi le scelte del governo Mussolini. Tra i tanti, la monocultura industriale imposta a tante città come Torino, Taranto, e le altre in cui tutto iniziò a dipendere dalla fortuna del settore industriale imposto dallo stato centrale. Così oggi l’intera città di Torino paga la crisi dell’auto a cui è stata legata, e allo stesso modo Taranto paga la crisi del polo siderurgico. Tutto frutto delle scelte del governo.

Se quei paesi avessero avuto la possibilità di diversificarsi, non verserebbero nel grigiume odierno. Roma non può conoscere la vocazione di ogni singolo borgo delle nostre vallate, e i nostri padri costituenti lo sapevano bene. Ecco perchè all’articolo 5 si erano promessi di favorire l’autonomia degli enti locali e promuovere il decentramento amministrativo.

Forse voi non conoscevate l’articolo 5. Ora ne siete a corrente, e non potete fare orecchio da mercante se ancora volete votare SI il 4 dicembre.

Alberto Fossadri

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Quando lo Stato perse il controllo del capitale

Prima del 1992, lo Stato controllava il 73% di quella che potremmo chiamare l’industria del credito. Quindi l’operazione di privatizzazione è stata imponente e ha rappresentato un’autentica rivoluzione in nome di una marcata ortodossia liberista.

In circa 10 anni, sono state privatizzate aziende statali per un valore di oltre 220.000 miliardi di lire. Di fatto, è stato liquidato l’IRI, e sono state vendute grandi società pubbliche quali Telecom, ENEL, ENI (quest’ultime 2 solo in parte), e praticamente tutte le banche precedentemente controllate dallo Stato. Su queste ultime concentreremo la nostra analisi.

Esiste un vero esecutore del grande processo di privatizzazione: Mario Draghi, oggi direttore della BCE. Draghi, insieme agli altri economisti come Prodi, non attesero nemmeno una legislazione sulle liberalizzazioni. Legislazione che avrebbe potuto impedire un passaggio da monopoli pubblici a monopoli privati. Due avvenimenti condizionarono questa scelta operativa: il primo era il trattato di Maastricht firmato nel ’92; il secondo, il grande scandalo di Tangentopoli.
Quest’ultimo sembrò delegittimare il parlamento, non ritenendolo in grado di legiferare su questioni di cui non si potevano accettare ritardi intollerabili che avrebbero rallentato un processo verso il liberismo, verso l’euro e la BCE, quelle istituzioni liberiste che erano già previste nel trattato di Maastricht appunto.

Possiamo subito aggiungere che anche chi partecipò alla “struttura” di Draghi ha ammesso recentemente che quella scadenza fu usata come una sorta di leva per ridisegnare e ridurre il ruolo dello Stato, la presenza dello Stato nell’economia italiana.
Paradossalmente i dati non sono sempre omogenei, anche se si tratta di vendita di beni dello Stato, quindi di tutti i cittadini italiani. Ad esempio, il vecchio Credito Italiano, oggi Unicredit, fu venduto per 1830 miliardi di lire, corrispondenti a una capitalizzazione della banca di 2700 miliardi di lire, mentre il valore della banca in base della quotazione di Borsa il giorno di fissazione del prezzo era di 3012 miliardi. Il fatto è che, appena dopo sei anni di privatizzazione, Unicredit capitalizzava già 26593 milioni di euro. Poi nel 2007, dopo la fusione con Capitalia, valeva 100 miliardi di euro e oggi ne vale appena 20,15 (dopo un aumento di capitale da 7 miliardi).
Per quanto riguarda la Banca Commerciale Italiana, la banca di Raffaele Mattioli, che aveva il più grande “know-how” nel credito per l’impresa, fu ceduta per 2891 miliardi di lire che divennero 3005 per via del dividendo del 1993. La Banca di Roma venduta per 977 milioni di euro, capitalizzava 4.087 milioni di euro. Il caso del Banco di Napoli ha addirittura dell’incredibile! Il 60% che lo Stato vendette alla Bnl per 32 milioni di euro (dopo averlo ripulito di crediti inesigibili e di perdite per 6.200 milioni di euro) è stato rivenduto dopo pochi anni da Bnl per mille milioni di euro.

Sentiamo cosa disse il Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi: “Il Tesoro vuole valorizzare prima di vendere. È un suo dovere nei confronti dei cittadini, che dopo aver profuso risorse per risanare i conti delle imprese pubbliche non tollererebbero regali al momento della loro vendita”, ha fatto proprio un bel lavoro…

E le transazioni dovute alla privatizzazione a chi sono state commissionate? A banche anglosassoni! Questi commissionamenti per i collocamenti in Borsa ci sono costati tra il 2-3% dell’ammontare del ricavato. Circa l’1% sull’ammontare totale (2.200 miliardi di lire), è andato diritto nelle già ampie tasche delle banche d’affari anglosassoni (JP Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Credit Suisse, First Boston, Merril Lynch e via cantando) per la loro attività di consulenza.

Nei primi anni Duemila, la moda prevalente nel sistema bancario internazionale fu quella della corsa alla crescita dimensionale attraverso fusioni e acquisizioni. Anche il sistema bancario italiano si concentrò molto. Troppo: nel senso che si creò un oligopolio di poche grandi banche. Furono così privatizzate tutte le grandi banche commerciali, tutte le banche a medio-lungo termine (che facevano credito per gli investimenti delle imprese), e addirittura banche di sviluppo come il Mediocredito centrale abbiamo cambiato i princìpi guida dell’attività bancaria: prevalse il criterio del profitto di breve termine e della «creazione di valore per gli azionisti», a sua volta identificata con l’andamento in Borsa del titolo. La gestione delle banche cominciò a seguire tutte le «mode» che favorivano la crescita in Borsa del titolo relativo. Inclusi la speculazione finanziaria sempre più spinta, l’uso di società veicolo fuori bilancio per aumentare la leva finanziaria (ossia per fare più operazioni con sempre meno capitale proprio) e l’utilizzo di prodotti finanziari derivati.

Ricordo anche che dal 1987 al 2000 il numero delle banche è sceso da 1200 a 864 e, soprattutto, alla faccia della concorrenza, della liberalizzazione e delle public company si sono costituiti, verso la fine degli anni Novanta, cinque gruppi che, da soli, controllano quasi il 50% del mercato del credito: Unicredit, Intesa Bci, San Paolo Imi, Banca di Roma e Montepaschi. Si pensi che, prima della grande crisi del 2008, Unicredit si è fuso con Capitalia, cioè ex banca di Roma, Intesa con San Paolo. Quindi sono rimasti tre poli.

Alberto Fossadri

Vedi anche:
NEOLIBERISMO, la dottrina dei potenti
L’Italia SVENDUTA, le privatizzazioni degli anni ’90
Le mani sulla politica: 150 anni di finanza cattolica
Evoluzione economica dell’Italia

Fonti:
-http://keynesblog.com/2013/03/21/apologia-della-banca-pubblica/
-http://goo.gl/rGd4r
-http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=1671