Immigrati o banche, qual’è il vero problema?

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Mentre tutti sono troppo impegnati a prendersela con i migranti, quando non devono catturare pokemon in assenza del campionato, il vero cancro dell’umanità prosegue nella sua fetida metastasi del sistema economico.
D’altronde, le persone tendono ad odiare ciò che sembra un “fastidioso” problema quotidiano. L’immigrato è qualcosa di vicino a noi, ne vediamo le strane abitudini, sentiamo di continuo orrori che qualcuno di loro commette. La grande finanza invece, sembra qualcosa di estremamente lontano e di difficile comprensione. Così siamo portati a non volerci nemmeno interessare di cosa fossero i “subprime” che hanno scatenato la bolla immobiliare alla base della crisi economica. E tendiamo a non odiare ciò che in fondo non riusciamo a focalizzare.
La realtà però, ci dice che è molto più vicina la finanza. L’immigrato a quanti di voi, e quante volte vi ha fatto torto? Sapete quanti soldi sono stati gettati nel salvataggio del sistema bancario? E guai a chiamarlo così, meglio chiamarlo “pacchetto di assistenza”.  Beh, negli Stati Uniti, secondo l’agenzia di stampa Bloomberg sono stati versati circa 3.400 miliardi di $; in Europa tra i riversamenti di liquidità della BCE direttamente nel sistema bancario e gli aiuti di Stato parliamo di oltre 2.800 miliardi di €. E per farvi capire come questo problema sia più vicino a noi, è una cifra pari a 5.600 € per ogni abitante europeo. Quindi se tu che stai leggendo hai una famiglia di 4 persone e sei l’unico a lavorare, circa 22.000 € che potevano essere destinati a servizi per la tua famiglia sono stati buttati nell’abisso creato da giochi di speculatori avidi e senza scrupoli.
Ma tu continua a prendertela con chiunque ti sta “rubando il lavoro”, fuorché quegli enti che hanno speculato in scommesse legate al fallimento dell’azienda da cui sei stato licenziato. Continua ad ascoltare telegiornali che piuttosto di raccontarti come stanno le cose, ti bombardano di stupri e omicidi, come se l’incremento della disoccupazione e le sue conseguenze non fossero peggiori della cronaca nera. Continua a prendertela con gli straccioni e continua a idolatrare i ricconi, solo perchè non capisci cosa sia un “Collateralized Debt Obligation (CDO)” o un “Credit Default Swap (CDS)” che sono quei titoli derivati costruiti scientemente per rubare nel più grande sistema di frode legalizzata che sia mai stato inventato nella storia umana.
Continua. Continua pure. Io non ti spiego come vengono gestiti questi titoli, ti lascio l’ebrezza di scoprirlo da solo. Siti in cui persone molto competenti illustrano questi meccanismi finanziari sono molto diffusi online.
Io mi permetto solo di dirti che mentre tu sei perso nelle cazzate, l’industria finanziaria, incentivata dal fatto che se ne è uscita completamente pulita da questa storia (non un solo banchiere è stato perseguito), si è rimessa all’opera ed ha inventato nel 2014 un nuovo prodotto finanziario che altro non è che un CDO + un CDS e che hanno chiamato “Bespoke Tranche Opportunity (BTO)”.
I BTO stanno conquistando il mercato finanziario e potranno originare un nuovo crollo del mercato. Ora, i CEO delle grandi banche non sono poi così scemi: sanno perfettamente che in un futuro molto prossimo, pregare un nuovo salvataggio ai governi sarà piuttosto difficile, perciò si sono portati avanti. Mentre tu eri intento ad urlare “RUSPA!!”, hanno fatto approvare riforme quali il Bail-In tramite cui, se la banca diventa insolvente, per ricapitalizzarsi e riassorbire le perdite, questa può coinvolgere azionisti, obbligazionisti subordinati e… ciliegina sulla torta, i depositi dei correntisti.
Quindi quando attingeranno a piene mani dal tuo conto corrente per le porcate che sanno già quali effetti avranno, verrò a chiederti se ti importa poi così tanto che il tuo vicino di casa parla arabo.
Benvenuta, Grande Truffa!

Alberto Fossadri

Fonti:

Il piano di privatizzazioni di Letta e Saccomanni

Un libro svela il diktat di Deutsche Bank per un grande piano di privatizzazione del patrimonio pubblico italiano [Checchino Antonini, da Liberazione]

Quando la Lady di Ferro lasciò per sempre il mondo che aveva contribuito a imbarbarire, nel Belpaese più di una voce si alzò rammaricata per dire che ci vorrebbe una Thatcher anche per l’Italia.

Peccato (peccato per gli italiani, s’intende) che l’Italia sia «già ora la prima nazione per dimensioni delle privatizzazioni», spiega Marco Bersani a Liberazione.

Dunque, a rigor di logica, la Thatcher italiana si chiama Prodi. Perché è dalla fine degli anni ’80, dalla dismissione dell’Iri, dal suo spezzatino, che si avvia l’equivoco della «modernizzazione italiana». «Siamo secondi solo al Giappone nel mondo, ed è stata privatizzata più roba da noi che in Inghilterra. Pensa che nel ’90 c’era il 74% del controllo pubblico delle banche. Ora quel livello è a zero. La Germania ne controlla il 60%, la Francia il 50%. Siamo stati più realisti del re».

Marco Bersani, laureato in filosofia, è dirigente comunale dei servizi sociali. Socio fondatore di Attac Italia, e tra i portavoce del Genoa Social Forum nel luglio 2001, è tra i principali animatori del Forum italiano dei movimenti per l’acqua che ha dato vita alla vittoriosa campagna referendaria del 2011. Inoltre figura fra i promotori del Forum per una nuova finanza pubblica e sociale.

Per Edizioni Alegre ha scritto “Acqua in movimento. Ripubblicizzare un bene comune” (2007), “Nucleare: se lo conosci lo eviti” (2009) e “Come abbiamo vinto il referendum” (2011). L’ultima sua fatica libraria è “Katastroika. Le privatizzazioni che hanno ucciso la società”, un libro delle Edizioni Alegre anche stavolta, particolarmente preveggente se si pensa che, solo pochissimi giorni fa, il premier Letta ha annunciato da Atene: «Credo che in autunno presenteremo un importante piano di privatizzazioni». Accanto a lui il premier greco Samaras e, giustamente, c’è chi ha fatto notare che Letta parlava di corda in casa dell’impiccato. Prima di lui anche il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni aveva avvertito che «non è escluso che il Tesoro decida di cedere quote di società pubbliche – incluse Eni, Enel e Finmeccanica – per ridurre il debito».

Nel pieno della crisi, dunque, il verbo dominante in tutta Europa resta ancora uno solo: privatizzare tutto e consegnare i beni comuni ai capitali finanziari: dall’acqua alle infrastrutture, dall’istruzione alla sanità, dalla previdenza al welfare state.

Può essere fermata la nuova ondata di privatizzazioni?

Marco Bersani, intanto, fa il bilancio di ciò che le politiche liberiste e le privatizzazioni hanno prodotto negli ultimi quarant’anni, dall’America Latina alla Gran Bretagna, dalla Russia del post socialismo reale all’Europa occidentale, con un documento esclusivo: il rapporto con cui la Deutsche Bank ha dato il via libera ad un poderoso processo di privatizzazioni nell’Unione Europea che, per l’Italia, prevede per il prossimo futuro la svendita di 400 miliardi di euro di patrimonio pubblico. Un libro che arriva nel pieno della crisi e propone percorsi di possibile alternativa, proprio quando l’Italia vive il momento più acuto della crisi verticale della democrazia rappresentativa.

La “scoperta” è che, sebbene ogni volta vengano presentate come ineluttabili, mai nella storia dell’umanità un processo di privatizzazione ha rispettato le promesse di riduzioni di costi e di efficienza ma sempre ha contribuito a un processo di desertificazione sociale e al gigantesco trasferimento di ricchezze dal monte salari al monte rendite/profitti. «Il fondo monetario internazionale – continua Bersani – compila periodicamente i piani di aggiustamento strutturale ma in cambio pretende la privatizzazione dell’economia. Nei suoi rapporti ammette regolarmente di avere sbagliato, dice che in fondo la recessione non funziona ma poi formula una nuova strategia che divide il mondo tra rigore ed equità. Il liberismo non è una teoria ma una religione. Per oltre quarant’anni il fondamentalismo neoliberista ha potuto scorrazzare per il pianeta, riuscendo a produrre il massimo della diseguaglianza sociale proprio nel momento in cui la ricchezza prodotta poteva consentire il massimo delle possibilità individuali e collettive. Oggi, di fronte ai nodi sistemici di una crisi profonda del capitalismo, che è al contempo economica e finanziaria, sociale e ambientale, le soluzioni che ci vengono imposte sono le stesse che la crisi l’hanno provocata, approfondita, portata a un punto di difficile reversibilità. I poteri dominanti ripetono ossessivamente che siamo alla fine della storia e che questo è l’unico mondo possibile. Noi sappiamo che si tratta semplicemente di riappropriarci di tutto ciò che ci appartiene».

Perché la memoria delle privatizzazioni deve servire a «parlare di oggi, a comprendere il bivio che disegna la crisi. Deprivatizzare la società, sottrarre i servizi sociali, non solo l’acqua, al disegno dei mercati finanziari, operare un salto di qualità: dalla resistenza a valle alla riappropriazione a monte. Ecco il filo rosso del libro e la sua stringente attualità.

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Fonte: http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?ID=83390&typeb=0&Letta-guerra-continua-con-l-alleato-germanico

Matteo Renzi e gli amici dell’alta finanza

Chi finanzia la continua campagna elettorale del “Rottamatore”? Chi ha un peso economico così forte da indurre i telegiornali di tutte le frequenza TV a parlare quotidianamente di Matteo Renzi per ben due anni di fila? Ma Renzi è realmente in grado di portare un rinnovamento nel PD ed in questo paese? I suoi consensi altro non sono che il costante bombardamento mediatico che lo ha trasformato in un’alternativa vivente. Giovane, aspetto ben tenuto, anche simpatico, sembra preparato, sembra dire cose nuove (che poi nuove non sono), puro marketing. Ma quante delle persone che si direbbero disposte a votarlo hanno mai letto il suo personalissimo pensiero su come risolvere la crisi economica?

Ebbene, Renzi è un liberista sfrontato e convinto, chissò cosa penserebbero tutti gli esodati che vorrebbero votarlo se sapessero che si è sempre detto favorevole alla soppressione dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che è per quella politica neoliberista di “flessibilizzazione” del lavoro, che altro non è che la riduzione del costo salariale facendo leva sulla massa di disoccupati che premerebbero per rubare il posto di lavoro a qualcuno in cambio di uno stipendio da fame. E cosa penserebbero i veri sinistroidi che sarebbero pronti a votare un uomo dei banchieri, uno che si dice favorevole al nucleare e che non è disposto ad affrontare quegli avvoltoi dei mercati finanziari che ci stanno svuotando del nostro potere sociale e che poi, sono gli stessi a finanziarlo…

Al primo posto nella lista dei suoi sostenitori troviamo, appunto, il finanziere Davide Serra e la sua società Algebris, che ha donato 100mila euro assieme alla moglie Anna Barassi. La stessa cifra è stata versata anche da Guido Ghisolfi, manager della multinazionale italiana della chimica M&G. 25 mila euro ciascuno da parte Paolo Fresco (ex manager Fiat) e da sua moglie Marie Edmée Jacquelin in Fresco. E poi via via tutti gli altri, elencati sul sito della Fondazione Big Bang, per arrivare alla cifra totale di 814.502,23 euro. Ma quali possono essere le ragioni che spingono a dare tutti questi soldi alla campagna elettorale di un politico in ascesa? Viene da pensare che tra i manager e i finanzieri italiani ci siano persone che non si sentono rappresentate dal centrodestra, ma che fanno fatica a riconoscersi in un centrosinistra che spesso vede in loro dei “nemici”. E quindi, perché non dare una mano a Renzi, nella speranza che, sul lungo termine, questo possa portare anche dei vantaggi di tipo economico? Ecco che imprenditori e manager che non si sentono rappresentati da Silvio Berlusconi hanno trovato il loro campione, in grado di unirne valori e interessi.

Ma torniamo alla lista dei finanziatori, in cui figura anche un nome scomodo: Alfredo Romeo ha versato 60mila euro. Ma chi è Alfredo Romeo? Trattasi di imprenditore condannato in primo grado per corruzione e arrestato nel 2009. Perché avrebbe dovuto versare questi soldi? Difficile da capire, anche se – e la cosa alleggerisce la posizione di Renzi – va notato che Romeo è da lungo tempo un finanziatore di partiti, in particolare di quella Margherita da cui Renzi proviene. Semplice coerenza, quindi? Sembrerebbe di sì.

Altro nome importante è quello di Franzo Grande Stevens, presidente della Juve post-calciopoli, oggi consigliere dello IOR e Presidente della fondazione Intesa San Paolo. E in questo caso probabilmente è proprio il suo ruolo all’interno di Intesa San Paolo il fattore che ha portato Grande Stevens a donare 25mila euro: banca da sempre vicino al mondo del riformismo cattolico, non è difficile capire perché abbia qualche interesse a dare una mano a Renzi, che è riformista e cattolico. Si tratta di illazioni, certo, ma che probabilmente non vanno molto lontane dalla realtà.

Ma ci sono tutti i nomi dei finanziatori in questa lista? Alberto Bianchi, presidente della Fondazione, spiega: “Il 72% delle persone che hanno versato soldi ha accettato di veder pubblicato il suo nome. Ma quelli che mancano non sono i più grossi. La media dei versamenti è di 3.800 euro. Ma molte donazioni sono anche fatte a nome di società: oltre a Isvafim Spa, la società del già citato Alfredo Romeo, venticinquemila euro sono arrivati dalla Karat; 20 mila euro ciascuna da Simon Fiduciaria e da Blau Meer e Cimis.

E non finisce qui: altri donatori figurano sulla lista del Comitato Renzi per le primarie, cosa diversa dalla Fondazione Big Bang, ma con lo stesso obiettivo. Un elenco più breve e meno importante, ma non mancano alcune curiosità: tra i finanziatori c’è per esempio il vicedirettore di Libero Franco Bechis, non certo un supporter di Matteo Renzi. Bechis ha spiegato su Twitter di avere voluto donare 50 euro per testare il meccanismo messo in piedi dal sindaco. Ma perché 50 euro, se si poteva darne anche solo 5? Si tratterebbe di un segnale distensivo, visto che all’epoca Renzi minacciava querele, mai presentate, per il trattamento riservatogli da Bechis sul caso Lusi. Sempre con una donazione di 50 euro (stessa quota dell’ex membro del board della Bce, Lorenzo Bini Smaghi) figura nella lista una Emanuela Romano, stesso nome dell’ex assessore al comune di Castellammare di Stabia, più nota come cofondatrice del comitato ’Silvio ci manchi’ insieme all’attuale fidanzata ufficiale di Berlusconi, Francesca Pascale. Solo un omonimo?

Da un lato Renzi inneggia alla fine del finanziamento pubblico ai partiti, dall’altra il Movimento 5 Stelle urla la stessa cosa. Uno si finanzia con i potentati economici e gli “avanzi” non li restituisce, l’altro restituisce (o dona) il denaro non utilizzato e si autofinanzia con gli iscritti. L’obiettivo è lo stesso, ma i secondi hanno capito che l’unico modo per far funzionare la democrazia è svuotarla dal traffico di soldi, non importa che siano pubblici o privati, ecco un altra grande caratteristica che dimostra la fasullità del Nuovo Toscano che avanza…

E che dire delle banche, toscane e non? Se osserviamo più da vicino la rete di relazione intessuta dai suoi uomini di fiducia, apprendiamo che l’ex assessore Giuliano da Empoli e Marco Carrai nel gennaio di questo anno si sono recati in visita negli Stati Uniti per stringere accordi con importanti ambienti finanziari. Si confermano le parole di Robert Reich: il potere dei soldi influenza e finanzia la costruzione del consenso, ma in cambio di che cosa si stringono accordi?
La continuità programmatica e politica di Renzi con il governo Monti poi è impressionante: maggiore integrazione europea (ergo maggiore cessione di sovranità nazionale), accelerazione sulle liberalizzazioni, nessun ritocco alla riforma previdenziale introdotta da Elsa Fornero. Renzi si dice completamente a favore del Fiscal Compact, dell’integrazione della vigilanza bancaria europea presso la BCE e dell’aumento di fondi al neo-costituito ESM.

Il dubbio sulla sua visione in campo economico aumenta nel leggere del suo proposito di vendere le partecipazioni pubbliche nelle aziende quotate e non quotate, così da far cassa per diminuire il debito pubblico. Con queste proposte l’economia italiana andrà in pezzi: competenze, capacità, industrie, gioielli come Finmeccanica, Eni, Enel, finiranno sul mercato per soddisfare gli appetiti famelici di raider e competitor internazionali.
Renzi si rende conto che così si agevola l’impoverimento dell’Italia? Così facendo si soddisfano gli appetiti di gruppi economico-finanziari e non si difende l’interesse della povera gente a rilanciare il Paese. Nella rete dei suoi contatti figurano esponenti della nobiltà fiorentina come il conte Gaddo della Gherardesca che fa il tifo: “Matteo Renzi è il mio Gesù nel tempio”; il banchiere Lorenzo Bini Smaghi e il manager di fondi speculativi David Serra, numero uno del potente hedge-fund Algebris, ricoprono il ruolo di consiglieri economici del Sindaco.

La costruzione del consenso non ha fornito argomentazioni, se chiedete agli italiani disposti a votare per Renzi, una probabile buona parte di loro non saprà dirvi con quali mezzi il rottamatore intende affrontare la crisi… Perchè semplicemente si sono lasciati abbindolare dall’immagine che hanno costruito di lui. Ma i media si sa, sono in grado di far amare un Papa tanto quanto sono in grado di farne odiare un altro, anche se poi le affinità ideologiche (o teologiche) dei due sono pressoché identiche, esattamente come per Monti e Renzi, grandi compagni nella combriccola degli ultra-liberisti.

Per concludere, ecco la lista completa:

Fabrizio Landi, 10.000
Guido Roberto Vitale, 5.000
Fausto Boni, 1.000
Carlo Micheli, 10.000
Anthilia Holding S.r.l., 750
Carlo Gentili, 1.000
Tavecchio e Associati, 1.000
Maurizio Baruffi, 1.000
Andrea Vismara, 1.000
Andrea Moneta e Paola Maiello, 1.000
Isvafim s.p.a., 60.000
Francesco Spinoso, 1.000
Calzaturificio Gabriele, 5.000
Davide Serra e Anna Barassi, 100.000
Eva Energie S.p.A., 10.000
Telit Communications S.p.A., 10.000
Sinefin S.p.A., 10.000
Paolo Fresco, 25.000
Marie Edmée Jacquelin in Fresco, 25.000
Jacopo Mazzei, 10.000
Sergio Ceccuzzi, 1.000
Giancarlo Lippi, 20.000
Le Voyage di Vasile s.n.c., 1.200
Alessandro Balp, 500
Giorgio Colli, 10.000
Andrea Marcucci, 5.000
Cimis s.r.l., 20.000
Capaccioli s.r.l., 5.000
Blau Meer S.r.l.., 20.000
Alberto Bianchi, 5.400
Andrea Casalini, 600
Renato Giallombardo, 10.000
Giovanna Folonari, 2.000
Entsorgafin S.p.A., 5.000
Antonio S.n.c. di Padula Rita, 1.100
Simon Fiduciaria S.p.A., 20.000 C.R.A.L.
Comune di Napoli, 1.100
Massimo Mattei, 1.600
Guido Ghisolfi e Ivana Tanzi, 100.000
Key2 People Executive Search, 5.000
Karat s.r.l., 25.000
AIOP- Associazione Italiana Ospedalità Privata, 1.000
Martini6 s.p.a., 2.000
Agenzia Yes I Am, 2.000
Comitato per la candidatura di Matteo Renzi, 29.040,73

Alberto Fossadri

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Fonte:
http://it.notizie.yahoo.com/lista-finanziatori-matteo-renzi-104420425.html?page=all
-http://nobigbanks.it/2012/10/08/chi-guida-la-macchina-di-renzi-con-renzi-cambiera-tutto-o-non-cambiera-niente/

Quando lo Stato perse il controllo del capitale

Prima del 1992, lo Stato controllava il 73% di quella che potremmo chiamare l’industria del credito. Quindi l’operazione di privatizzazione è stata imponente e ha rappresentato un’autentica rivoluzione in nome di una marcata ortodossia liberista.

In circa 10 anni, sono state privatizzate aziende statali per un valore di oltre 220.000 miliardi di lire. Di fatto, è stato liquidato l’IRI, e sono state vendute grandi società pubbliche quali Telecom, ENEL, ENI (quest’ultime 2 solo in parte), e praticamente tutte le banche precedentemente controllate dallo Stato. Su queste ultime concentreremo la nostra analisi.

Esiste un vero esecutore del grande processo di privatizzazione: Mario Draghi, oggi direttore della BCE. Draghi, insieme agli altri economisti come Prodi, non attesero nemmeno una legislazione sulle liberalizzazioni. Legislazione che avrebbe potuto impedire un passaggio da monopoli pubblici a monopoli privati. Due avvenimenti condizionarono questa scelta operativa: il primo era il trattato di Maastricht firmato nel ’92; il secondo, il grande scandalo di Tangentopoli.
Quest’ultimo sembrò delegittimare il parlamento, non ritenendolo in grado di legiferare su questioni di cui non si potevano accettare ritardi intollerabili che avrebbero rallentato un processo verso il liberismo, verso l’euro e la BCE, quelle istituzioni liberiste che erano già previste nel trattato di Maastricht appunto.

Possiamo subito aggiungere che anche chi partecipò alla “struttura” di Draghi ha ammesso recentemente che quella scadenza fu usata come una sorta di leva per ridisegnare e ridurre il ruolo dello Stato, la presenza dello Stato nell’economia italiana.
Paradossalmente i dati non sono sempre omogenei, anche se si tratta di vendita di beni dello Stato, quindi di tutti i cittadini italiani. Ad esempio, il vecchio Credito Italiano, oggi Unicredit, fu venduto per 1830 miliardi di lire, corrispondenti a una capitalizzazione della banca di 2700 miliardi di lire, mentre il valore della banca in base della quotazione di Borsa il giorno di fissazione del prezzo era di 3012 miliardi. Il fatto è che, appena dopo sei anni di privatizzazione, Unicredit capitalizzava già 26593 milioni di euro. Poi nel 2007, dopo la fusione con Capitalia, valeva 100 miliardi di euro e oggi ne vale appena 20,15 (dopo un aumento di capitale da 7 miliardi).
Per quanto riguarda la Banca Commerciale Italiana, la banca di Raffaele Mattioli, che aveva il più grande “know-how” nel credito per l’impresa, fu ceduta per 2891 miliardi di lire che divennero 3005 per via del dividendo del 1993. La Banca di Roma venduta per 977 milioni di euro, capitalizzava 4.087 milioni di euro. Il caso del Banco di Napoli ha addirittura dell’incredibile! Il 60% che lo Stato vendette alla Bnl per 32 milioni di euro (dopo averlo ripulito di crediti inesigibili e di perdite per 6.200 milioni di euro) è stato rivenduto dopo pochi anni da Bnl per mille milioni di euro.

Sentiamo cosa disse il Ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi: “Il Tesoro vuole valorizzare prima di vendere. È un suo dovere nei confronti dei cittadini, che dopo aver profuso risorse per risanare i conti delle imprese pubbliche non tollererebbero regali al momento della loro vendita”, ha fatto proprio un bel lavoro…

E le transazioni dovute alla privatizzazione a chi sono state commissionate? A banche anglosassoni! Questi commissionamenti per i collocamenti in Borsa ci sono costati tra il 2-3% dell’ammontare del ricavato. Circa l’1% sull’ammontare totale (2.200 miliardi di lire), è andato diritto nelle già ampie tasche delle banche d’affari anglosassoni (JP Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Credit Suisse, First Boston, Merril Lynch e via cantando) per la loro attività di consulenza.

Nei primi anni Duemila, la moda prevalente nel sistema bancario internazionale fu quella della corsa alla crescita dimensionale attraverso fusioni e acquisizioni. Anche il sistema bancario italiano si concentrò molto. Troppo: nel senso che si creò un oligopolio di poche grandi banche. Furono così privatizzate tutte le grandi banche commerciali, tutte le banche a medio-lungo termine (che facevano credito per gli investimenti delle imprese), e addirittura banche di sviluppo come il Mediocredito centrale abbiamo cambiato i princìpi guida dell’attività bancaria: prevalse il criterio del profitto di breve termine e della «creazione di valore per gli azionisti», a sua volta identificata con l’andamento in Borsa del titolo. La gestione delle banche cominciò a seguire tutte le «mode» che favorivano la crescita in Borsa del titolo relativo. Inclusi la speculazione finanziaria sempre più spinta, l’uso di società veicolo fuori bilancio per aumentare la leva finanziaria (ossia per fare più operazioni con sempre meno capitale proprio) e l’utilizzo di prodotti finanziari derivati.

Ricordo anche che dal 1987 al 2000 il numero delle banche è sceso da 1200 a 864 e, soprattutto, alla faccia della concorrenza, della liberalizzazione e delle public company si sono costituiti, verso la fine degli anni Novanta, cinque gruppi che, da soli, controllano quasi il 50% del mercato del credito: Unicredit, Intesa Bci, San Paolo Imi, Banca di Roma e Montepaschi. Si pensi che, prima della grande crisi del 2008, Unicredit si è fuso con Capitalia, cioè ex banca di Roma, Intesa con San Paolo. Quindi sono rimasti tre poli.

Alberto Fossadri

Vedi anche:
NEOLIBERISMO, la dottrina dei potenti
L’Italia SVENDUTA, le privatizzazioni degli anni ’90
Le mani sulla politica: 150 anni di finanza cattolica
Evoluzione economica dell’Italia

Fonti:
-http://keynesblog.com/2013/03/21/apologia-della-banca-pubblica/
-http://goo.gl/rGd4r
-http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=1671

L’Argentina contrasta la finanza speculativa

– di Filippo Ghira –
L’Argentina ha incassato in meno di una settimana due vittorie all’insegna della difesa della propria sovranità economica e dell’indipendenza nazionale. La prima di tipo giudiziario e l’altra più politica consistente in una iniziativa legislativa che riveste un grande significato per il Paese sudamericano che con Cristina Kirchner sta rinnovando tutti i grandi temi della tradizione peronista e che per questo si è attirata la piena ostilità della finanza Usa e del suo maggiordomo alla Casa Bianca.

La corte d’appello di New York ha bloccato l’attuazione della sentenza emessa la settimana scorsa dal giudice federale,Thomas Griesa, con la quale si intimava a Buenos Aires di pagare 1,33 miliardi di dollari ai detentori dei titoli che avevano respinto le due ristrutturazioni del debito nazionale nel 2005 e 2010, a seguito della bancarotta dichiarata dal governo argentino nel 2001. Detentori che, detto per inciso, sono esclusivamente fondi speculativi Usa che avevano presentato ricorso al tribunale di New York per ottenere il rimborso al valore nominale pieno di quei titoli in bancarotta e che essi avevano acquistato ad una cifra oscillante tra i 20 e i 25 centesimi per dollaro.
Una bella pretesa quella dei banditi di Wall Street ma che evidentemente ha trovato in un tribunale federale un altro bandito togato pronto a sostenerla. Griesa aveva stabilito che l’Argentina depositasse entro il 15 dicembre in un fondo di garanzia quei 1,3 miliardi di dollari pretesi dagli speculatori. La data nella quale l’Argentina dovrà pagare 3,3 miliardi agli obbligazionisti che hanno invece accettato le ristrutturazioni per una cifra tra il 60 e l’85%. Il giudice aveva infatti minacciato di bloccare questa seconda operazione, peraltro solo sul territorio Usa, il che avrebbe comportato quella che in gergo viene chiamata “bancarotta tecnica”.
La corte d’appello ha invece dato tempo fino al 27 febbraio al governo Kirchner di preparare una adeguata difesa che non potrà che dimostrare l’assurdità delle pretese dei criminali in livrea di Wall Street. Allo stesso tempo potranno essere rimborsati gli obbligazionisti che hanno accettato la ristrutturazione del debito. Non è un caso poi che la sentenza del giudice Griesa avesse seguito di pochi giorni il declassamento di ben cinque gradini dei titoli di Stato argentini da parte delle agenzie di rating Usa e l’aumento da 1.000 a 4.200 punti base delle quotazioni dei Cds (Credit default swaps) a 5 anni sul debito argentino, quei derivati che proteggono dal rischio di bancarotta.
La seconda vittoria ottenuta non dal governo della signora Kirchner ma dall’Argentina nel suo complesso consiste nella approvazione di una Legge al Senato che è diventata immediatamente operativa. Essa considera “immorale e illegale” qualunque forma di speculazione finanziaria sui mercati internazionali che sia basata sui derivati. Ma non solo: abolisce la possibilità tecnica delle speculazioni finanziarie in Borsa perché toglie alle banche e alle istituzioni finanziarie che operano in Argentina la possibilità di muoversi in maniera autonoma sul Mercato. L’economia torna in tal modo sotto il controllo del Parlamento e del governo visto che la legge stabilisce che la finanza resta e deve essere il braccio operativo dell’economia alla quale deve essere subalterna e che deve essere sottoposta al completo controllo dello Stato centrale in tutte le sue attività.
Di conseguenza le banche e le finanziarie internazionali potranno andare in Borsa o sui mercati dei capitali con l’unico obiettivo di investire subito i soldi così rastrellati  per l’apertura di crediti agevolati alle medie e piccole imprese, per investire in industrie nazionali e assumere nuovo personale. Combattere la disoccupazione giovanile resta infatti la priorità assoluta in campo politico, economico e sociale. Altrimenti, ha spiegato Cristina Kirchner, banche e società estere possono anche andare a investire in Europa dove li accoglieranno a braccia aperte. Le banche ordinarie, ha spiegato il Presidente argentino, devono occuparsi di investire i soldi dei correntisti nell’economia reale, quella delle merci, e non quella della carta straccia. Lo Stato garantisce ogni tipo di risparmio e ogni forma di investimento, purché si riferisca all’economia reale. Chi vuole investire soldi nella finanza speculativa lo fa a proprio rischio e pericolo attraverso “banche speciali” che dovranno esporre un avvertimento alla clientela, nel quale si avverte che non esiste nessuna garanzia nazionale su tali operazioni.

Fonte: Rinascita

4 MLD €: mercato delle Armi italiano nel 2011

Il mercato delle armi italiano ha mosso nel 2011 oltre 4 miliardi di euro e, ancora una volta, a giocare un ruolo fondamentale, sono state le banche.

Elicottero Mangusta

ESPORTAZIONI DI ARMI PER 2,5 MLD. Altreconomia ha infatti diffuso una sintesi dei dati contenuti nella Relazione al Parlamento sull’export di armi italiano. Un’analisi che ha messo in luce come la movimentazione finanziaria totale legata al mercato degli armamenti nel 2011 sia stata di oltre 4 miliardi di euro, dei quali 2,5 relativi ad operazioni di esportazione (definitiva e temporanea) e i restanti 1,5 derivanti da importazioni di materiale d’armamento.
Un mercato, quello dell’industria bellica, che avrebbe fruttato agli intermediari di questo commercio circa 113 milioni di euro.

SEI BANCHE MUOVONO L’80% DEI FLUSSI DI MERCATO. In aumento le concessioni di conti correnti per l’appoggio bancario alla vendita estera dei nostri sistemi d’arma, andando a consolidare la tendenza degli anni precedenti.
Per quanto riguarda le sole esportazioni definitive, secondo quanto diffuso da Altreconomia, sei istituti bancari hanno da soli movimentato l’80% (cioè 1900 milioni di euro) dei flussi.

DEUTSCHE BANK PRIMA PER AUTORIZZAZIONI E IMPORTI. Nel 2011 è stata Deutsche Bank a dare il maggior numero di autorizzazioni (345 su 881 complessivi), per importi complessivi di circa 665 milioni di euro (nel 2010 erano stati 836). Seconda e terza BNP Paribas Italia (96 autorizzazioni per 491 milioni di euro) e Banca Nazionale del Lavoro (57 autorizzazioni per quasi 23 milioni di euro di importi). Oltre i 100 milioni di euro di importi anche Barclays Bank (185 milioni) e Credit Agricole (175 milioni).

UN SOLO SÌ DA INTESA SANPAOLO. Per quanto riguarda gli istituti italiani, Intesa San Paolo ha concluso il 2011 con una sola autorizzazione per 4 mila euro, mentre Unicredit ha autorizzato 65 incassi per un controvalore di circa 180 milioni di euro.
Tra le banche territorialmente legate alla produzione di natura militare sono citate il Banco di Brescia (17 autorizzazioni per 120 milioni), la Banca Valsabbina (20 autorizzazioni per 67 milioni) e la Cassa di Risparmio della Spezia (73 rilasci per 52 milioni di importi autorizzati).
Deutsche Bank prima anche per quanto riguarda le autorizzazioni per esportazioni temporanee, ovvero quelle merci spedite temporaneamente in uno stato estero a scopo di perfezionamento, per subire una lavorazione, trasformazione o riparazione, con il 60% dei flussi certificati.

Fonte: http://www.lettera43.it/economia/aziende/armi-nel-2011-mercato-italiano-oltre-i-quattro-mld_4367551575.htm

Vedi anche – FINMECCANICA in un giro di corruzione internazionale