“La riforma è in linea con i principi fondamentali”, sarà vero?!

re“I principi fondamentali della nostra Costituzione non vengono per nulla toccati!” Così tranquillizzano Renzi, la Boschi e Alfano. Effettivamente la riforma non prevede alcuna modifica dei 12 articoli della prima parte della nostra Carta (i principi fondamentali, appunto), ma nella sostanza questo è vero?

Nella sostanza gli italiani dei principi fondamentali conoscono a malapena il primo, e quindi nessuno si accorge che votare SI alla riforma del Titolo V può entrare in contrasto con uno dei 12 famosi articoli.

Come per l’articolo 9 sulla tutela all’ambiente e l’articolo 11 sul ripudio della guerra, anche l’articolo 5 è come se non fosse mai esistito… esso recita:

«La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento»

LO STATO TORNA PREPOTENTE A LIVELLO LOCALE

Questa riforma è, a detta stessa di chi l’ha scritta, una riforma che elimina la concorrenza tra Stato e Regioni riattribuendo molti poteri della precedente riforma del 2001 allo Stato. In base al nuovo articolo 117 le materie che ricadevano in questo tipo di competenza sono ora quasi interamente ripassate allo Stato, tra cui: assicurazioni; ricerca scientifica e tecnologica; previdenza complementare e integrativa; tutela, sicurezza e politiche attive del lavoro; commercio con l’estero; ordinamento sportivo, delle professioni e della comunicazione; protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

LA GESTIONE DELLE UTILITY

La riforma del Titolo V, può risultare nociva agli enti locali anche nel settore delle utility. Nel nuovo art. 116 è stata inserita la “clausola di supremazia” dello Stato sulle Regioni, che consente allo Stato di intervenire con proprie leggi anche nelle materie di competenza regionale se questo intravede l’interesse nazionale.

Lo Stato torna cioè determinante nelle infrastrutture, nei trasporti e nel campo energetico. Ma con la riforma si prevede anche una facilitazione nella fusione di grossi gestori di utilities come quelle idriche. Le fusioni di questi gestori, già in atto da diversi anni e facilitata con norme quali lo Sblocca Italia, stanno letteralmente facendo perdere potere ai Comuni nei consigli di amministrazione di quelli che di fatto diventano gestori privati delle aziende idriche… in barba al referendum del 2011!
Interessante a tal proposito è questo vecchio articolo di Repubblica sul caso privatizzazioni dell’acqua in Toscana, in cui l’allora sindaco Matteo Renzi esprime chiaramente il suo punto di vista. Nello stesso articolo il presidente di Gaia spa si esprimeva così: «Anche se vincerà il “sì”, la privatizzazione la faremo lo stesso. Viene eliminato l’obbligo legale alla cessione ai privati delle quote azionarie, non l’obbligo economico. I Comuni non hanno soldi e la maggior parte delle società pubbliche cercherà azionisti privati comunque».
Sapete come andò a finire? Il SI all’acqua pubblica stravinse con oltre il 95% dei voti, i colossi come Gaia continuarono ad acquisire gestioni idriche, e a distanza di 5 anni in tutta la toscana esiste solo un comune che è rimasto proprietario della sua acqua: Zeri.

CONCLUSIONI

La democrazia non è solo il controllo del potere da parte di molti invece che di un solo uomo. Democrazia vuol dire anche decentramento, autonomia locale, e questa riforma prevede un ritorno dello stato centrale.
I nostri padri costituenti lo sapevano bene, avevano conosciuto gli effetti della politica fascista che da Roma imponeva dei modelli di sviluppo a città che pagano ancora oggi le scelte del governo Mussolini. Tra i tanti, la monocultura industriale imposta a tante città come Torino, Taranto, e le altre in cui tutto iniziò a dipendere dalla fortuna del settore industriale imposto dallo stato centrale. Così oggi l’intera città di Torino paga la crisi dell’auto a cui è stata legata, e allo stesso modo Taranto paga la crisi del polo siderurgico. Tutto frutto delle scelte del governo.

Se quei paesi avessero avuto la possibilità di diversificarsi, non verserebbero nel grigiume odierno. Roma non può conoscere la vocazione di ogni singolo borgo delle nostre vallate, e i nostri padri costituenti lo sapevano bene. Ecco perchè all’articolo 5 si erano promessi di favorire l’autonomia degli enti locali e promuovere il decentramento amministrativo.

Forse voi non conoscevate l’articolo 5. Ora ne siete a corrente, e non potete fare orecchio da mercante se ancora volete votare SI il 4 dicembre.

Alberto Fossadri

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Il Razzolatore

Quello che state osservando è un esemplare di politico sinistroide maschio mentre invade il territorio del suo rivale: il politico destroide maschio Beta (Berlusconi).
rrrrrr
Ieri è stata fissata la data del referendum di ottobre… al 4 dicembre! Segnale certo che lascia intendere che il governo, per convincere gli italiani, ha bisogno di una campagna mediatica lunga. Insomma sa che se si votasse oggi perderebbe.
Ma la cosa più interessante, è il fatto che Renzi sa benissimo che le sue politiche ormai hanno fatto perdere la fiducia in lui degli elettori di sinistra. Quindi cos’ha deciso di fare? Acchiappare i voti che solitamente appartengono a Berlusconi, o coloro che in passato hanno ceduto al genere di lusinghe in cui B. era maestro.
Si presenta quindi da Del Debbio in un programma di dubbio gusto che è Quinta Colonna, solitamente frequentato da pensionati frustrati di destra, con una lavagnetta. Lui infatti, se non lo avete ancora capito, è il maestro e voi dovete fare i bravi discepoli, altrimenti finite in ginocchio sui ceci! A Del Debbio (che pare quasi amorfo, si beve tutto senza contrastarlo) non parla nel pieno dell’argomento Riforma Costituzionale, ma espone i suoi progetti di riforma pensionistica. E badate bene, le pensioni minime si alzeranno così tanto che non saranno più minime! Cavoli, l’anno prossimo vuoi vedere che anche lui nell’offerta 3×2 ci metterà anche le dentiere?!
Questa strategia da razzolatore (ormai l’hanno capito tutti che rottamatore non è…) lascia trasparire una disperazione per cui non posso fare a meno di gioire. Già la settimana scorsa un osservatore attento aveva capito l’antifona. Renzi si presentò dalla Gruber per affrontare il giornalista Marco Travaglio. Travaglio, come si sapeva, non gli ha fatto sconti, e Renzi ha balbettato una serie di slogan inframezzati da frecciatine ben puntate, per discreditare certo l’avversario, ma soprattutto per rendere se stesso simpatico a chi non ama Travaglio. A Renzi non interessava vincere lo scontro, gli interessava mostrare agli elettori di Berlusconi (di cui si ricorda lo scontro con Travaglio da Santoro, con la famosa spolverata di seggiola) che ha un nemico comune. Gli interessava rendersi affine, meno antipatico, per poi puntare alla fetta più corposa della torta, andare da Del Debbio e poi chissà… da Barbara d’Urso e compagnia bella.
Questo è il vero linguaggio del politico! E per chi lo sa leggere, dice molte cose.
Per ora Berlusconi lo lascia fare, è la sua strategia che questa volta non ho ancora capito. Vuole veramente che il referendum fallisca?
Alberto Fossadri

SOLE 24h: Olimpiadi, i numeri ci dicono di lasciar perdere!

Di Rosamaria Bitetti

In questi giorni la politica e i cittadini si dividono sulle motivazioni per cui sarebbe o non sarebbe stato giusto rinunciare alla candidatura olimpica. Andando al di là delle considerazioni e dei teatrini politici che hanno circondato questo evento, e della fallacia logica dei progetti-vetrina che “fanno bene al paese”, (quando fanno bene solo a qualcuno, nel paese, a spese di tutti), proviamo a vedere cosa dice la letteratura economica in merito.

Nel breve periodo le Olimpiadi sono spesso in perdita, ma questo non scoraggia chi le desidera, additando spesso benefici di lungo periodo “inquantificabili”. Per quanto le ricadute di lungo periodo in termini occupazionali, d’immagine, di soddisfazione siano difficili da quantificare, non è detto che questo non sia stato tentato. Diverse ricerche possono contribuire ad una discussione basata su dati e non su desideri.

Olimpiadi e infrastrutture

Com’è noto, le Olimpiadi sono costose: in media, fra il 1960 e il 2016 (esclusa Rio) le edizioni estive sono costate 5,2 miliardi di dollari, quelle invernali 3,1 miliardi. Queste stime considerano solo i costi legati allo sport: non includono i costi infrastrutturali, come ad esempio strade o aeroporti, che spesso raddoppiano la cifra.

In tutte le edizioni considerate dall’ampio studio di Flyvbjerg, Stewart & Budzier, 2016, il costo stimato è stato fortemente superato dal costo effettivo: in media, uno sfasamento del 156%. In 15 dei 19 casi considerati dallo studio, lo sforamento è stato superiore del 50%, in 9 casi oltre il 100%.

Perché avviene questo? In parte, è un macroscopico esempio di maledizione del vincitore: risultato degli eccessi di ottimismo nel partecipare alle aste. Ma il processo di partecipazione alla gara competitiva è già alterato da interessi particolari (imprese edili, comitati sportivi, albergatori) e dall’ego dei politici che verrebbe soddisfatto dalla realizzazione dei Giochi. Le stime ex antesono quindi spesso così irrealistiche perché distorte da interesse econfirmation bias: tendono a sottostimare i costi e a ingrandire le possibilità di guadagno proprio perché realizzate o commissionate da chi più spera in questi eventi. È forse questo il caso dello studio dell’Univestità Tor Vergata (che avrebbe ricevuto le infrastrutture delle Olimpiadi romane), finanziato dal CONI, che prevedeva con le Olimpiadi 4 miliardi di risorse aggiuntive, con una crescita del Pil stimata al 2,4% nel periodo 2017-2023, per la Regione Lazio e Roma Capitale.

Il fatto che il rapporto fra spese previste nell’analisi costi-benefici sia falsato è estremamente grave, perché porta a un’allocazione inefficiente delle risorse. Ma questa falsatura è particolarmente grave nel caso dei progetti olimpici. Per un’utile comparazione, di solito lo sforamento nei prognostici di costo per i progetti infrastrutturali è del 20% nel caso di strade, del 34% nel caso di ponti e tunnel, del 45% nel caso di ferrovie (Flyvbjerg et al. 2002): motivo per cui, se l’argomentazione pro-olimpiadi è quella delle infrastrutture, è meglio fare direttamente quelle.

Ora, mentre l’utilità di progetti infrastrutturali con analisi costi benefici errate può essere dibattuta, la letteratura economica è concorde nel considerare scarsi o nulli i benefici economici associati alla costruzione di stadi e arene sportive (Coates & Humphreys 2008). Inoltre, le Olimpiadi lasciano spesso alle città ospitanti infrastrutture sportive specializzate che trovano scarso utilizzo dopo i Giochi, imponendo quindi costi netti di mantenimento.

In un mondo di scarsità di risorse, l’organizzazione delle Olimpiadi non è un volano: anzi sottrae risorse a investimenti necessari per realizzare progetti con stime del tutto sballate, frutto di pianificazione concitata e mediatica.

Export e posti di lavoro

Un’ulteriore ragione addotta in favore delle Olimpiadi ha a che fare con l’idea che servano a segnalare al mondo che un’economia è solida, i suoi prodotti sono desiderabili, e che di consequenza questi eventi creano occasioni per il commercio internazionale che non si sarebbero create senza la vetrina delle Olimpiadi. Un paio di studi confermano questo effetto: Rose e Spiegel (2011) hanno rilevato un aumento dell’export di oltre il 20% per i paesi ospitanti; Brückner & Pappa (2015)hanno riscontrato simili variazioni positive in consumi, investimenti e output. Ma è bene non balzare a conclusioni. La correlazione, come si suol dire, non è causazione. Maennig & Richter (2012) e Langer, Maennig & Richter (2015) hanno scoperto che, mettendo a confronto i paesi candidati con paesi dall’economia simile, ma non candidati, la variazione in termini di benefici economici tende a scomparire. In altre parole, è un caso di self-selection: non sono le Olimpiadi a generare un aumento di export e benefici economici connessi, ma è la crescita di un paese, la sua prospettiva di futura solidità economica che rende un paese più propenso a candidarsi.

Altro argomento comune a sostegno dell’organizzazione delle Olimpiadi, è l’aumento di posti di lavoro nel lungo periodo. Baumann, Engelhardt, & Matheson (2012) fanno un interessante case study sulle Olimpiadi invernali del 2002 in Utah: analizzando i tassi d’occupazione generali e in settori di “indotto” dal 1990 al 2009, e controllando i livelli occupazionali degli stati adiacenti, notano che non c’è stato un aumento significativo nel lungo periodo, né negli anni di preparazione, né in quelli successivi. Solo per la durata dei Giochi si è verificata una variazione statisticamente significativa dell’occupazione. Ci sono stati fra i 4000 e i 7000 lavori: più o meno un quarto dei 35.000 posti di lavoro stimati negli studi commissionati dall’amministrazione per giustificare l’investimento. Un investimento considerevole: circa 342 milioni direttamente nell’organizzazione e almeno 1,1 miliardi in infrastrutture collegate. Quasi 300.000 dollari per lavoro creato: non esattamente un modo efficiente di utilizzare queste risorse.

Il turismo

Un altro degli argomenti tipici per promuovere questo tipo di eventi è che costituiscono una vetrina per il turismo internazionale. In alcuni casi è vero: Barcellona è il caso di scuola, passando da essere la 13° destinazione turistica in Europa nel 1990 alla 5° nel 2010, dopo i giochi del 1992 (Zimbalist 2015). Purtroppo questi risultati non si sono replicati in altre nazioni, indicando che questo ragionamento può essere valido solo per quel che riguarda città che già hanno attrazioni turistiche, ma sono sottovalutate nel contesto internazionale. Ad esempio, Calgary, che ospitò i giochi invernali nel 1988, registrò un aumento di turismo nel breve periodo, ma, senza alcuna abilità di attirare turisti, è poi rapidamente scomparsa.

Viceversa, Londra, con i suoi 18 milioni di visitatori internazionali per anno, era già fra le più popolari destinazioni turistiche al mondo, e di certo non ha beneficiato della fama creata dalle olimpiadi del 2012. Anzi: secondo l’UK Office for National Statistics (2015) il numero di visitatori scese a 6,174,000 durante i mesi delle Olimpiadi, contro i 6,568,000 dell’anno precedente. Allo stesso modo, Pechino ha dichiarato una riduzione del 30% dei turisti internazionali durante i mesi delle Olimpiadi rispetto all’anno precedente (Baade & Matheson 2016).

Ora, pare ragionevole assimilare il caso di Roma più a Londra che a Barcellona. Dal punto di vista del turismo, non è di certo la fama il problema di Roma: sono semmai le infrastrutture, la sicurezza, l’offerta di mobilità e di strutture ricettive, la gestione spesso inefficiente del patrimonio culturale. Sarebbe il caso di investire nelle aree problematiche, dato che non è la visibilità internazionale quello che manca alla capitale italiana.

Orgoglio nazionale, benefici intangibili

Ma non di soli soldi vive l’uomo! Come trascurare gli effetti intangibili, l’orgoglio nazionale, il piacere di partecipare alle Olimpiadi? Un sondaggio del 2012 della BBC riportava che l’80% degli intervistati si sentiva, dopo i Giochi, “più fiero di essere britannico”.

Molti studi hanno provato a valutare questo effetto con il metodo della valutazione contingente, ovvero un sofisticato questionario che permette di capire il valore monetario che gli individui darebbero a benefici immateriali. Un paio di studi hanno provato a calcolare l’utilità attesa di ospitare le Olimpiadi per i londinesi (oltre al beneficio di assistere agli eventi, internalizzato nel costo dei biglietti), e hanno stimato un beneficio psicologico pari a 2 miliardi di sterline. (Atkinson, Mourato, Szymanski, and Ozdemiroglu (2008) e Walton, Longo, and Dawson (2008).

Peccato che le Olimpiadi a Londra siano costate 18 miliardi di dollari le entrate per la città siano state solo 3,5 miliardi. Quindi i 2 miliardi di beneficio psicologico non riescono a giustificare razionalmente gli oltre 14 miliardi di deficit rimasto (Zimbalist 2015).

Anche perché, orgoglio nazionale o meno, ben poche persone derivano un’utilità psicologica dal pagare le tasse e i buchi di bilancio necessariamente zavorrano i governi negli anni successivi. Nel caso peggiore (quello di Sochi 2014) una zavorra di circa 1,2 miliardi per anno sulle finanze russe (Müller 2015).

Vista la situazione delle finanze pubbliche italiane, si tratta di una vittoria che possiamo tranquillamente lasciar perdere.

Fonte:
http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/09/24/olimpiadi-i-numeri-tanti-dicono-che-e-una-vittoria-da-lasciar-perdere/?refresh_ce=1

L’Unità, Renzi, i debiti della Grecia e il festival dell’IPOCRISIA

Oggi riapre l’Unità, giornale di Antonio Gramsci, povero intellettuale comunista che ha avuto la disgrazia di dover accostare continuamente il proprio nome ad un giornale fallito, finanziato anni fa dal cane più ricco del mondo, pardon, dal pastore tedesco più ricco del mondo; un giornale dal passato comunista che fa da stampella al partito più liberista d’Italia, giusto per passare da Marx a Smith in faccia alle bandiere rosse.

Poi c’è la Grecia che rischia di fare la fine dell’Unità. Una Grecia che per la Merkel non fa i compiti e che per Renzi, ha “azzardato” il referendum. Come se c’era da aspettarselo da questi greci, ancora affezionati a quegli antichi modelli di Platone e Socrate per cui la gente contava ancora qualcosa (così almeno dovrebbe pensare uno che governa senza esser mai stato eletto).

Che cosa centra la Grecia con l’Unità? Semplice, che per Renzi la Grecia i debiti li deve pagare. Ma certo, intanto però i debiti che L’Unità S.p.a aveva con i creditori (più di 100 milioni di € di debito) sono stati pagati dal PD quando questi possedeva direttamente il giornale prima del fallimento del 1994? All’epoca il PD si chiamava PDS ed essendo lui il proprietario dell’Unità avrebbe dovuto saldare quel debito.

Un’inchiesta di REPORT che invito a vedere (link) rivela che il partito si accordò con i creditori per rateizzare il debito, ma successivamente il governo Prodi un po’ furbescamente creò una norma (le leggi ad personam non sono solo una prerogativa berlusconiana) che prevedeva la possibilità per i creditori di rivalersi sullo Stato quando un partito non era in grado di saldare un debito.

Nel 2007 il grande tesoriere dei DS Ugo Sposetti, utilizzando la scaltrezza del più abile dei truffatori, spostò l’immenso patrimonio immobiliare del partito all’interno di una fondazione. Perciò inattaccabile ai creditori. Questi, non potendo usufruire di alcun bene aggredibile sono andati a battere cassa a Palazzo Chigi per i restanti 110 milioni di €.

Quindi, il signor Renzi, prima di puntare il dito sui greci intimandogli di pagare i debiti e di fare i compiti, farebbe bene a pagare i debiti che il Partito Dittator… ehm, Democratico ha nei confronti degli italiani sia come istituzione politica che come governo. Eh, si! Perchè ricordo a LoRenzi il Magnifico che la Consulta ha reso incostituzionale la Legge Fornero e ha imposto al governo di dare ai lavoratori le pensioni che spettano loro di diritto.

Invece di contraddirsi quotidianamente da solo, il berlusconiano rampante che guida il PD dovrebbe iniziare a prepararsi il discorso del capitano che deve avvisare l’equipaggio che la nave sta affondando, perchè ormai è chiaro che di carte da giocare questo governo non ne ha nessuna. Comunque, ottimo bluff.

Alberto Fossadri

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DEMOCRATURA

Di Marco Travaglio – Ecco cosa accadrà se le “riforme” di Renzi, Berlusconi & C. entreranno in vigore: un regime da “uomo solo al comando” senza opposizioni né controlli né garanzie. Cari lettori, scriveteci il vostro pensiero sul modo migliore di opporci al rischio di questo disegno incostituzionale e piduista.

democratura

1. CAMERA. La legge elettorale Italicum made in Renzi, Boschi, Berlusconi e Verdini conferma le liste bloccate (incostituzionali) del Porcellum, con la sola differenza che saranno un po’ più corte. La sostanza è che i 630 deputati saranno ancora nominati dai segretari dei partiti maggiori. Quelli medio-piccoli invece resteranno fuori da Montecitorio grazie a soglie di sbarramento spropositate: 4,5% per quelli coalizzati, l’8% per quelli che corrono da soli e il 12% per le coalizioni. Per ottenere subito il premio di maggioranza, il primo partito (o coalizione) deve raccogliere almeno il 37% dei voti: nel qual caso gli spetta il 55% dei seggi, pari a 340 deputati. Se invece nessuno arriva al 37%, i primi due classificati si sfidano al ballottaggio e chi vince (con almeno il 51%, è ovvio) incassa 327 deputati. Cioè: chi ha meno voti (37% o più) ha più seggi e chi ha più voti (51% o più) ha meno seggi. Una follia. Ma non basta: prendiamo una coalizione con un partitone al 20% e cinque partitini al 4% ciascuno. Totale: 40%, con premio al primo turno. Siccome nessuno dei partitini alleati supera il 4,5%, il partito del 20% incamera il 55% dei seggi. E governa da solo, confiscando il potere legislativo, che di fatto coincide con l’esecutivo a colpi di decreti e fiducie.

   2. SENATO. Con la riforma costituzionale, il “Senato delle Autonomie” sarà formato da 100 senatori non eletti: 95 saranno scelti dai consigli regionali (74 tra i consiglieri e 21 tra i sindaci) e 5 dal Quirinale (più i senatori a vita). Sindaci e consiglieriscadranno ciascuno insieme alle rispettive giunte comunali e regionali, trasformando Palazzo Madama in un albergo a ore: andirivieni continuo e maggioranze affidate al caso, anzi al caos. Di norma anche il Senato sarà appannaggio della maggioranza di governo. E comunque non potrà più controllare l’esecutivo: i senatori non voteranno più la fiducia né saranno chiamati ad approvare, emendare, bocciare le leggi. Esprimeranno solo pareri non vincolanti, salvo per le norme costituzionali. E seguiteranno a eleggere con i deputati il capo dello Stato e i membri del Csm e della Consulta di nomina parlamentare.

   3. OPPOSIZIONE. Nell’unico ramo del Parlamento ancora dotato del potere legislativo, cioè la Camera, i dissensi interni ai partiti di governo potranno essere spenti con il metodo Mineo e Mauro: chi non garantisce il voto favorevole in commissione alle leggi volute dall’esecutivo sarà essere espulso e sostituito da un soldatino del premier. Quanto al dissenso esterno, i partiti di opposizione saranno in parte decimati dalle soglie dell’Italicum. Per i superstiti, la riforma costituzionale disarma le minoranze istituzionalizzando la “ghigliottina” calata dalla presidente Laura Boldrini contro il M5S che tentava di impedire la conversione in legge del decreto-regalo alle banche: corsia preferenziale per i ddl e i dl del governo, che andranno subito all’ordine del giorno per essere approvati entro due mesi, con sostanziale divieto di ostruzionismo e strozzatura degli emendamenti.

   4. CAPO DELLO STATO. Malgrado lo snaturamento del Senato, che finora contribuiva per 1/3 all’Assemblea dei mille grandi elettori (nel 2013 erano 319 senatori, 630 deputati e 58 delegati regionali) e in futuro sarà relegato al 10%, nessuna modifica è prevista per l’elezione del presidente della Repubblica. Quindi potrà sceglierselo il premier (anche se ha preso soltanto il 20% dei voti) dopo il terzo scrutinio, quando la maggioranza dei 2/3 scende al 51%. Forte del 55% dei deputati da lui nominati, gli basteranno 33 senatori per raggiungere la maggioranza semplice dell’Assemblea e mandare al Quirinale un suo fedelissimo. Il che trasforma il ruolo di “garanzia” del Presidente in una funzione gregaria del governo e della maggioranza: il capo del primo partito si sceglie il capo dello Stato che poi lo nomina capo del governo e firma i suoi ministri e poi le sue leggi e decreti. Inoltre, dopo il precedente “monarchico-presidenzialista” di Napolitano, a colpi di invasioni di campo, il nuovo inquilino del Quirinale potrà arrogarsi enormi poteri d’interferenza in tutti i campi, giustizia in primis.

   5. CORTE COSTITUZIONALE. Se tutto cambia nella selezione di deputati e senatori, nulla cambia nell’elezione dei giudici costituzionali. Chi va al governo con l’Italicum (anche col 20% dei voti) controllerà direttamente o indirettamente ben 10 dei 15 giudici costituzionali: i 5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal capo dello Stato (gli altri 5 li designano le varie magistrature). Così, occupati i poteri esecutivo e legislativo, il premier espugna anche il supremo organo di garanzia costituzionale. E sarà molto difficile che la Consulta possa ancora bocciare le leggi incostituzionali, o dare torto al potere politico nei conflitti di attribuzione con gli altri poteri dello Stato.

   6. CSM E MAGISTRATI. Anche la norma del governo Renzi che anticipa la pensione dei magistrati dagli attuali 75 anni a 70 può diventare una lesione dell’indipendenza della magistratura. Il risultato infatti è la decapitazione degli uffici giudiziari, guidati perlopiù da magistrati ultrasettantenni. E i nuovi capi di procure, tribunali e Cassazione li nominerà il nuovo Csm, che sarà eletto nei prossimi giorni: per 2/3 (membri togati) dai magistrati e per 1/3 (membri laici). I laici, dopo l’accordo Renzi-B., saranno tutti (tranne forse uno indicato dai 5Stelle) di osservanza governativa. Tra questi verrà poi scelto il vicepresidente, indicato dal premier, mentre il presidente sarà Napolitano e poi il suo successore, anch’egli di stretta obbedienza renziana. Così i nuovi vertici della magistratura li sceglierà il Csm più “governativo” degli ultimi 40 anni, previo “concerto” del ministro della Giustizia Orlando. Ad aumentare l’influenza politica c’è poi il progetto ideato da Violante e ventilato da Renzi di togliere al Csm i procedimenti disciplinari di secondo grado per far giudicare i magistrati da un’Alta Corte nominata per 1/3 dal Parlamento e per 1/3 dal Quirinale, cioè a maggioranza partitica.

   7. PROCURATORI E PM. Per normalizzare le procure della Repubblica non c’è neppure bisogno di una legge: basta la lettera di Napolitano al vicepresidente del Csm Vietti che ha modificato il voto del Csm sul caso Bruti Liberati-Robledo e ha imposto una lettura molto restrittiva dell’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli del 2006-2007: il procuratore capo diventa il padre-padrone dell’azione penale e dei singoli pm, che vengono espropriati della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza “interna” (contro le interferenze e i soprusi dei capi). Secondo il Quirinale, “a differenza del giudice , le garanzie di indipendenza ‘interna’ del Pm riguardano l’Ufficio nel suo complesso e non il singolo magistrato” (e chissà mai chi può insidiare l’indipendenza “interna” di un’intera Procura). Così, nel silenzio del Csm e dell’Anm, il procuratore viene autorizzato addirittura a violare le regole organizzative da lui stesso stabilite, togliendo fascicoli scomodi gli aggiunti e ai sostituti, e avocandoli a sé senza dare spiegazioni. Per assoggettare procure e tribunali, basterà controllare un pugno di procuratori, senza più il bilanciamento del “potere diffuso” dei singoli pm.

   8. IMMUNITÀ. L’articolo 68, concepito dai padri costituenti per tutelare i parlamentari di minoranza da eventuali iniziative persecutorie di giudici troppo vicini al governo su reati politici, diventa sempre più uno strumento del governo per mettere i propri uomini al riparo dalla giustizia. L’immunità parlamentare, prevista in Costituzione per le Camere elettive, viene estesa a un Senato non elettivo, composto da sindaci e consiglieri regionali che per legge ne sono sprovvisti. Basterà che un consiglio regionale li nomini senatori, e nel tragitto dalla loro città a Roma verranno coperti dallo scudo impunitario, che impedirà a magistrati di arrestarli, intercettarli e perquisirli senza l’ok di Palazzo Madama. Il voto sulle autorizzazioni a procedere rimane sia alla Camera sia al Senato a maggioranza semplice (51%). Il che consentirà alle forze di governo (anche col 20% di elettori, ma col 55% di deputati) di salvare i propri fedelissimi a Montecitorio e di nascondere a Palazzo Madama i sindaci e i consiglieri regionali delinquenti. E poi, volendo, di mandare in galera gli esponenti dell’opposizione. 

   9. INFORMAZIONE. Le due leggi che l’hanno assoggettata al potere politico nel Ventennio B. – la Gasparri sulle tv e la Frattini sul conflitto d’interessi – restano più che mai in vigore. E nessuno, neppure a parole, si propone di cancellarle. Così la televisione rimane quasi tutta proprietà dei partiti. Il governo domina la Rai (rapinata di 150 milioni, indebolita dall’evasione del canone, fiaccata dai pessimi rapporti fra Renzi e il dg Gubitosi, e in preda alla consueta corsa sul carro del vincitore). E Berlusconi controlla controlla Mediaset (anch’essa talmente in crisi da riservare al governo Renzi trattamenti di superfavore). Intanto i giornali restano in mano a editori impuri: imprenditori, finanzieri, banchieri, palazzinari (per non parlare di veri o finti partiti, con milioni di fondi pubblici), perlopiù titolari di aziende assistite e/o in crisi e dunque ricattabili dal governo, anche per la continua necessità di sostegni pubblici per stati di crisi e prepensionamenti. Governativi per vocazione o per conformismo o per necessità.

   10. CITTADINI. Espropriati del diritto di scegliersi i parlamentari, scippati della sovranità nazionale (delegata a misteriose e imperscrutabili autorità europee), i cittadini non ancora rassegnati a godersi lo spettacolo di una destra e di una sinistra sempre più simili e complici, che fingono di combattersi solo in campagna elettorale, possono rifugiarsi in movimenti anti-sistema ancora troppo acerbi per proporsi come alternativa di governo (come il M5S); o inabissarsi nel non-voto (che sfiora ormai il 50%). In teoria, la Costituzione prevede alcuni strumenti di democrazia diretta. Come i referendum abrogativi: che però, prevedibilmente, saranno sempre più spesso bocciati dalla Consulta normalizzata. E le leggi d’iniziativa popolare (peraltro quasi mai discusse dal Parlamento): ma i padri ricostituenti hanno pensato anche a queste, quintuplicando la soglia delle firme necessarie, da 50 a 250 mila. Casomai qualcuno s’illudesse ancora di vivere in una democrazia.

Firma la petizione del Fatto Quotidiano per salvare la democrazia, clicca qui.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 06/0/2014.

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JOBS ACT: saremo tutti precari a vita!

Il Premier Renzi e il Ministro Poletti

Il Decreto Poletti su contratti di lavoro a tempo determinato (DL 34/2014) , conosciuto come “jobs act”, voluto fortemente dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, non solo non risolve il problema della mancanza di lavoro in Italia, ma anzi creerà l’effetto opposto, cioè  quello di precarizzare ulteriormente il lavoro in Italia, come se il lavoro in Italia non fosse già abbastanza flessibile! La direttiva europea 1999/70/CEE sul lavoro a tempo determinato, dice chiaramente che i contratti a termine per essere legittimi, e quindi prevenirne gli abusi, prevede che siano determinati da “condizioni oggettive, quali il raggiungimento di una certa data, il completamento di un compito specifico o il verificarsi di un evento specifico”.

Inoltre, la direttiva europea 1999/70/CEE, prevede anche per che contratti a termine ci siano ragioni obiettive per la giustificazione del rinnovo dei suddetti contratti o rapporti”. In pratica il jobs act cancella la causalità per il rinnovo dei contratti di lavoro a termine. Non essendo più obbligati a giustificare il contratto a termine, i datori di lavoro avranno mano libera per le assunzioni di questo tipo e così la forma più comune di contratti di lavoro diventerà quella a termine, privi di motivazioni per 36 mesi e con continue proroghe (fino a 8 in 3 anni). Precari a vita!
Inoltre la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 41/2000, riferendosi ai rapporti a termine senza causale ha già dichiarato in passato che “la liberalizzazione … [dei contratti a termine] comporterebbe non una mera modifica della tutela richiesta dalla direttiva, ma una radicale carenza di garanzie in frontale contrasto con la lettera e lo spirito della direttiva suddetta, che neppure nel suo contenuto minimo essenziale risulterebbe più rispettata”

Il deputato Cominardi

Il deputato M5S Claudio Cominardi (Commissione Lavoro) afferma che in questo modo decadono anche altri diritti fondamentali per i lavoratori, come ad esempio il diritto allo sciopero, alla maternità, alla richiesta di maggior sicurezza e salubrità degli ambienti di lavoro, perchè il dipendente è sempre sotto ricatto; «Pensate ad una donna che rimane incinta un mese prima del rinnovo del contratto!» queste le sue conclusioni e non gli si può dar torto. Il deputato aggiunge che come deterrente, e giusto indennizzo il suo gruppo ha presentato tra le proposte una che è veramente interessante: «sarebbe opportuno prevedere un’indennità di precarietà pari al 30% della busta paga per chi è assunto a tempo determinato, come propone il premio Nobel J. Stiglitz, già consigliere di Obama, non proprio un marxista…».


Inoltre, l’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato (CES-UNICE-CEEP), incluso nella direttiva europea 1999/70/CEE, prevede che i contratti a tempo indeterminato sono e continueranno ad essere la forma comune dei rapporti di lavoro fra i datori di lavoro e i lavoratori. Esse inoltre riconoscono che i contratti a tempo determinato rispondono, in alcune circostanze, sia alle esigenze dei datori di lavoro sia a quelle dei lavoratori”
Peccato che in Italia non sarà più così e grazie al Decreto Poletti, saranno i contratti a tempo a determinato a diventare la forma più comune di rapporto di lavoro.
Il Decreto Poletti (DL 34/2014), viola in maniera evidente la direttiva europea 1999/70/CEE ed l’1 Aprile l’Associazione Giuristi Democratici ha presentato formale denuncia al Segretariato della Commissione Europea, perchè apra quanto prima una procedura d’infrazione contro la Repubblica Italiana, ai sensi dell’articolo 258 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Il Jobs act non da un futuro ai lavoratori e ai giovani in cerca di lavoro, ma glielo cancella o quanto meno lo rende precario a vita.
Alberto Fossadri

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La presa in giro di “Famiglia Cristiana”

Da quando sono nato, la mattina in casa mia sono sempre state presenti due cose: il caffè e Famiglia Cristiana poggiata sul tavolo. Mio padre legge romanzi, ma non fa letture troppo impegnative, accademiche, gli piacciono i testi che lo coinvolgano, belle storie, intense e cariche di emotività e fantasia, qualcosa per lasciarsi trasportare. Famiglia Cristiana solitamente è la prima lettura del giorno. Sia lui che mia madre leggono uno, o due articoli mentre fanno colazione e poi, si mettono al lavoro, lasciando aperta la rivista sul tavolo. Poi mi sveglio io, vado a far colazione, e siccome sono un appassionato lettore, mi basta vedere li, aperta, una rivista con delle parole stampate su sfondo bianco e non posso fare a meno di posarci gli occhi sopra e leggere due o tre righe.
Non è un brutto giornale, ci trovi cose interessanti, esperienze di persone che hanno storie tristi, ma si possono trovare anche casi interessantissimi di gente comune che ha costruito qualcosa di grande. Poi ovviamente c’è il lato religioso del giornale che assolutamente non voglio contestare. Ma una di queste mattine, il mio sguardo si è posato su un articolo per cui mi sono indignato moltissimo. E dire che pure mio padre, me lo ha lasciato aperto perchè volesse ch’io lo leggessi (è stato lui il primo a indignarsi in casa). L’articolo è a pagina 20 del numero 12/2014 e non è firmato! Si intitola “Con 80 euro in più…”. Ovviamente è un esplicito riferimento ai famosi 80 € al mese che il neo-premier Matteo Renzi ha promesso in più sulla busta baga dei lavoratori che percepiscono meno di 1500 € al mese. Pensavo di poter leggere un articolo critico, una condanna ai Sadducei che dallo scranno dell’aristocrazia si vogliono comprare il nostro silenzio con 80 €. Invece, ho dovuto leggere un osceno elogio della ciarlataneria!

Nell’articolo si offrono consigli per come si possono spendere 80 €: un viaggio a Londra con Ryanair; uno smartphone; la manutenzione alla caldaia; e addirittura per uno sfizio, i fagiolini di Palazzo Grazioli! Quando è troppo è troppo!
Il commentatore dell’articolo Fulvio Scaglione, si azzarda perfino a “remixare” la canzone “se potessi avere 1000 lire al mese” riadattandola alla grossa cifra per cui dovremmo inchinarci al nostro nuovo idolo fiorentino.

Possibile che a scrivere per una rivista vi siano degli idioti che non comprendono che se il governo taglia 10 miliardi di tasse da qualche parte dovrà andare a prenderli?! O devo pensare che chi scrive sia in malafede?! Se andasse a prenderli dalle spese militari o dalle spese per opere inutili come la TAV e dagli sprechi dell’EXPO sarebbe fattibile. Ma se la copertura, come ormai pare assodato, verrà nuovamene dal taglio di fondi e personale al settore pubblico di sanità, forze dell’ordine ecc. scusate ma, gli 80 € serviranno a ben poco. Famiglia Cristiana dovrebbe sapere che quando una persona ha bisogno di una visita specialistica quella somma spesso non basta! Dovrebbe sapere che se tagliano ai servizi, per usufruire di questi si dovrà pagare di più. Quindi, a che scopo ricevere 80€ se tra bollette, scuola, sanità, ecc. dovremo spendere magari anche 120/150 € in più?

Forse il giornale non ha capito che a livello di propaganda, la gente non farà caso all’aumento del costo di certi servizi, o meglio, non lo metterà in correlazione alla manovra di Renzi. Anzi, probabilmente l’uomo di strada dirà:“con questi aumenti per fortuna Renzi ci ha aumentato di 80 € la busta paga”. Me lo sento già. E i giornalisti (a cui non dovrei insegnare il mestiere), perchè non si fanno due domande sul fatto che questa manovra sarà attiva da maggio?! Non la collegano alle elezioni europee?! Il deputato Sorial (M5s) ha detto bene:

«Renzi alle Europee vuole comprare i voti degli italiani con 80€! Questo si chiama Voto di Scambio ed è una tattica mafiosa»

Sarà che i ciarlatani non mi sono mai piaciuti, e meno ancora mi piacciono i loro esaltatori. Ma vedere un articolo del genere è un’offesa a me che ho sempre cercato nel mio piccolo di staccare la gente dal pensiero mainstream, di spezzare quest’oppio dei popoli, che non è la religione ma i media monodirezionali, quelli che ti imboccano di stronzate e che sono capaci di farti credere che con 80 € cambierà la tua vita. Siate critici di quello che leggete e sentite, siate capaci di andare oltre al pensiero comune.

Alberto Fossadri

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