“La riforma è in linea con i principi fondamentali”, sarà vero?!

re“I principi fondamentali della nostra Costituzione non vengono per nulla toccati!” Così tranquillizzano Renzi, la Boschi e Alfano. Effettivamente la riforma non prevede alcuna modifica dei 12 articoli della prima parte della nostra Carta (i principi fondamentali, appunto), ma nella sostanza questo è vero?

Nella sostanza gli italiani dei principi fondamentali conoscono a malapena il primo, e quindi nessuno si accorge che votare SI alla riforma del Titolo V può entrare in contrasto con uno dei 12 famosi articoli.

Come per l’articolo 9 sulla tutela all’ambiente e l’articolo 11 sul ripudio della guerra, anche l’articolo 5 è come se non fosse mai esistito… esso recita:

«La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento»

LO STATO TORNA PREPOTENTE A LIVELLO LOCALE

Questa riforma è, a detta stessa di chi l’ha scritta, una riforma che elimina la concorrenza tra Stato e Regioni riattribuendo molti poteri della precedente riforma del 2001 allo Stato. In base al nuovo articolo 117 le materie che ricadevano in questo tipo di competenza sono ora quasi interamente ripassate allo Stato, tra cui: assicurazioni; ricerca scientifica e tecnologica; previdenza complementare e integrativa; tutela, sicurezza e politiche attive del lavoro; commercio con l’estero; ordinamento sportivo, delle professioni e della comunicazione; protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

LA GESTIONE DELLE UTILITY

La riforma del Titolo V, può risultare nociva agli enti locali anche nel settore delle utility. Nel nuovo art. 116 è stata inserita la “clausola di supremazia” dello Stato sulle Regioni, che consente allo Stato di intervenire con proprie leggi anche nelle materie di competenza regionale se questo intravede l’interesse nazionale.

Lo Stato torna cioè determinante nelle infrastrutture, nei trasporti e nel campo energetico. Ma con la riforma si prevede anche una facilitazione nella fusione di grossi gestori di utilities come quelle idriche. Le fusioni di questi gestori, già in atto da diversi anni e facilitata con norme quali lo Sblocca Italia, stanno letteralmente facendo perdere potere ai Comuni nei consigli di amministrazione di quelli che di fatto diventano gestori privati delle aziende idriche… in barba al referendum del 2011!
Interessante a tal proposito è questo vecchio articolo di Repubblica sul caso privatizzazioni dell’acqua in Toscana, in cui l’allora sindaco Matteo Renzi esprime chiaramente il suo punto di vista. Nello stesso articolo il presidente di Gaia spa si esprimeva così: «Anche se vincerà il “sì”, la privatizzazione la faremo lo stesso. Viene eliminato l’obbligo legale alla cessione ai privati delle quote azionarie, non l’obbligo economico. I Comuni non hanno soldi e la maggior parte delle società pubbliche cercherà azionisti privati comunque».
Sapete come andò a finire? Il SI all’acqua pubblica stravinse con oltre il 95% dei voti, i colossi come Gaia continuarono ad acquisire gestioni idriche, e a distanza di 5 anni in tutta la toscana esiste solo un comune che è rimasto proprietario della sua acqua: Zeri.

CONCLUSIONI

La democrazia non è solo il controllo del potere da parte di molti invece che di un solo uomo. Democrazia vuol dire anche decentramento, autonomia locale, e questa riforma prevede un ritorno dello stato centrale.
I nostri padri costituenti lo sapevano bene, avevano conosciuto gli effetti della politica fascista che da Roma imponeva dei modelli di sviluppo a città che pagano ancora oggi le scelte del governo Mussolini. Tra i tanti, la monocultura industriale imposta a tante città come Torino, Taranto, e le altre in cui tutto iniziò a dipendere dalla fortuna del settore industriale imposto dallo stato centrale. Così oggi l’intera città di Torino paga la crisi dell’auto a cui è stata legata, e allo stesso modo Taranto paga la crisi del polo siderurgico. Tutto frutto delle scelte del governo.

Se quei paesi avessero avuto la possibilità di diversificarsi, non verserebbero nel grigiume odierno. Roma non può conoscere la vocazione di ogni singolo borgo delle nostre vallate, e i nostri padri costituenti lo sapevano bene. Ecco perchè all’articolo 5 si erano promessi di favorire l’autonomia degli enti locali e promuovere il decentramento amministrativo.

Forse voi non conoscevate l’articolo 5. Ora ne siete a corrente, e non potete fare orecchio da mercante se ancora volete votare SI il 4 dicembre.

Alberto Fossadri

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Il Razzolatore

Quello che state osservando è un esemplare di politico sinistroide maschio mentre invade il territorio del suo rivale: il politico destroide maschio Beta (Berlusconi).
rrrrrr
Ieri è stata fissata la data del referendum di ottobre… al 4 dicembre! Segnale certo che lascia intendere che il governo, per convincere gli italiani, ha bisogno di una campagna mediatica lunga. Insomma sa che se si votasse oggi perderebbe.
Ma la cosa più interessante, è il fatto che Renzi sa benissimo che le sue politiche ormai hanno fatto perdere la fiducia in lui degli elettori di sinistra. Quindi cos’ha deciso di fare? Acchiappare i voti che solitamente appartengono a Berlusconi, o coloro che in passato hanno ceduto al genere di lusinghe in cui B. era maestro.
Si presenta quindi da Del Debbio in un programma di dubbio gusto che è Quinta Colonna, solitamente frequentato da pensionati frustrati di destra, con una lavagnetta. Lui infatti, se non lo avete ancora capito, è il maestro e voi dovete fare i bravi discepoli, altrimenti finite in ginocchio sui ceci! A Del Debbio (che pare quasi amorfo, si beve tutto senza contrastarlo) non parla nel pieno dell’argomento Riforma Costituzionale, ma espone i suoi progetti di riforma pensionistica. E badate bene, le pensioni minime si alzeranno così tanto che non saranno più minime! Cavoli, l’anno prossimo vuoi vedere che anche lui nell’offerta 3×2 ci metterà anche le dentiere?!
Questa strategia da razzolatore (ormai l’hanno capito tutti che rottamatore non è…) lascia trasparire una disperazione per cui non posso fare a meno di gioire. Già la settimana scorsa un osservatore attento aveva capito l’antifona. Renzi si presentò dalla Gruber per affrontare il giornalista Marco Travaglio. Travaglio, come si sapeva, non gli ha fatto sconti, e Renzi ha balbettato una serie di slogan inframezzati da frecciatine ben puntate, per discreditare certo l’avversario, ma soprattutto per rendere se stesso simpatico a chi non ama Travaglio. A Renzi non interessava vincere lo scontro, gli interessava mostrare agli elettori di Berlusconi (di cui si ricorda lo scontro con Travaglio da Santoro, con la famosa spolverata di seggiola) che ha un nemico comune. Gli interessava rendersi affine, meno antipatico, per poi puntare alla fetta più corposa della torta, andare da Del Debbio e poi chissà… da Barbara d’Urso e compagnia bella.
Questo è il vero linguaggio del politico! E per chi lo sa leggere, dice molte cose.
Per ora Berlusconi lo lascia fare, è la sua strategia che questa volta non ho ancora capito. Vuole veramente che il referendum fallisca?
Alberto Fossadri

DEMOCRATURA

Di Marco Travaglio – Ecco cosa accadrà se le “riforme” di Renzi, Berlusconi & C. entreranno in vigore: un regime da “uomo solo al comando” senza opposizioni né controlli né garanzie. Cari lettori, scriveteci il vostro pensiero sul modo migliore di opporci al rischio di questo disegno incostituzionale e piduista.

democratura

1. CAMERA. La legge elettorale Italicum made in Renzi, Boschi, Berlusconi e Verdini conferma le liste bloccate (incostituzionali) del Porcellum, con la sola differenza che saranno un po’ più corte. La sostanza è che i 630 deputati saranno ancora nominati dai segretari dei partiti maggiori. Quelli medio-piccoli invece resteranno fuori da Montecitorio grazie a soglie di sbarramento spropositate: 4,5% per quelli coalizzati, l’8% per quelli che corrono da soli e il 12% per le coalizioni. Per ottenere subito il premio di maggioranza, il primo partito (o coalizione) deve raccogliere almeno il 37% dei voti: nel qual caso gli spetta il 55% dei seggi, pari a 340 deputati. Se invece nessuno arriva al 37%, i primi due classificati si sfidano al ballottaggio e chi vince (con almeno il 51%, è ovvio) incassa 327 deputati. Cioè: chi ha meno voti (37% o più) ha più seggi e chi ha più voti (51% o più) ha meno seggi. Una follia. Ma non basta: prendiamo una coalizione con un partitone al 20% e cinque partitini al 4% ciascuno. Totale: 40%, con premio al primo turno. Siccome nessuno dei partitini alleati supera il 4,5%, il partito del 20% incamera il 55% dei seggi. E governa da solo, confiscando il potere legislativo, che di fatto coincide con l’esecutivo a colpi di decreti e fiducie.

   2. SENATO. Con la riforma costituzionale, il “Senato delle Autonomie” sarà formato da 100 senatori non eletti: 95 saranno scelti dai consigli regionali (74 tra i consiglieri e 21 tra i sindaci) e 5 dal Quirinale (più i senatori a vita). Sindaci e consiglieriscadranno ciascuno insieme alle rispettive giunte comunali e regionali, trasformando Palazzo Madama in un albergo a ore: andirivieni continuo e maggioranze affidate al caso, anzi al caos. Di norma anche il Senato sarà appannaggio della maggioranza di governo. E comunque non potrà più controllare l’esecutivo: i senatori non voteranno più la fiducia né saranno chiamati ad approvare, emendare, bocciare le leggi. Esprimeranno solo pareri non vincolanti, salvo per le norme costituzionali. E seguiteranno a eleggere con i deputati il capo dello Stato e i membri del Csm e della Consulta di nomina parlamentare.

   3. OPPOSIZIONE. Nell’unico ramo del Parlamento ancora dotato del potere legislativo, cioè la Camera, i dissensi interni ai partiti di governo potranno essere spenti con il metodo Mineo e Mauro: chi non garantisce il voto favorevole in commissione alle leggi volute dall’esecutivo sarà essere espulso e sostituito da un soldatino del premier. Quanto al dissenso esterno, i partiti di opposizione saranno in parte decimati dalle soglie dell’Italicum. Per i superstiti, la riforma costituzionale disarma le minoranze istituzionalizzando la “ghigliottina” calata dalla presidente Laura Boldrini contro il M5S che tentava di impedire la conversione in legge del decreto-regalo alle banche: corsia preferenziale per i ddl e i dl del governo, che andranno subito all’ordine del giorno per essere approvati entro due mesi, con sostanziale divieto di ostruzionismo e strozzatura degli emendamenti.

   4. CAPO DELLO STATO. Malgrado lo snaturamento del Senato, che finora contribuiva per 1/3 all’Assemblea dei mille grandi elettori (nel 2013 erano 319 senatori, 630 deputati e 58 delegati regionali) e in futuro sarà relegato al 10%, nessuna modifica è prevista per l’elezione del presidente della Repubblica. Quindi potrà sceglierselo il premier (anche se ha preso soltanto il 20% dei voti) dopo il terzo scrutinio, quando la maggioranza dei 2/3 scende al 51%. Forte del 55% dei deputati da lui nominati, gli basteranno 33 senatori per raggiungere la maggioranza semplice dell’Assemblea e mandare al Quirinale un suo fedelissimo. Il che trasforma il ruolo di “garanzia” del Presidente in una funzione gregaria del governo e della maggioranza: il capo del primo partito si sceglie il capo dello Stato che poi lo nomina capo del governo e firma i suoi ministri e poi le sue leggi e decreti. Inoltre, dopo il precedente “monarchico-presidenzialista” di Napolitano, a colpi di invasioni di campo, il nuovo inquilino del Quirinale potrà arrogarsi enormi poteri d’interferenza in tutti i campi, giustizia in primis.

   5. CORTE COSTITUZIONALE. Se tutto cambia nella selezione di deputati e senatori, nulla cambia nell’elezione dei giudici costituzionali. Chi va al governo con l’Italicum (anche col 20% dei voti) controllerà direttamente o indirettamente ben 10 dei 15 giudici costituzionali: i 5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal capo dello Stato (gli altri 5 li designano le varie magistrature). Così, occupati i poteri esecutivo e legislativo, il premier espugna anche il supremo organo di garanzia costituzionale. E sarà molto difficile che la Consulta possa ancora bocciare le leggi incostituzionali, o dare torto al potere politico nei conflitti di attribuzione con gli altri poteri dello Stato.

   6. CSM E MAGISTRATI. Anche la norma del governo Renzi che anticipa la pensione dei magistrati dagli attuali 75 anni a 70 può diventare una lesione dell’indipendenza della magistratura. Il risultato infatti è la decapitazione degli uffici giudiziari, guidati perlopiù da magistrati ultrasettantenni. E i nuovi capi di procure, tribunali e Cassazione li nominerà il nuovo Csm, che sarà eletto nei prossimi giorni: per 2/3 (membri togati) dai magistrati e per 1/3 (membri laici). I laici, dopo l’accordo Renzi-B., saranno tutti (tranne forse uno indicato dai 5Stelle) di osservanza governativa. Tra questi verrà poi scelto il vicepresidente, indicato dal premier, mentre il presidente sarà Napolitano e poi il suo successore, anch’egli di stretta obbedienza renziana. Così i nuovi vertici della magistratura li sceglierà il Csm più “governativo” degli ultimi 40 anni, previo “concerto” del ministro della Giustizia Orlando. Ad aumentare l’influenza politica c’è poi il progetto ideato da Violante e ventilato da Renzi di togliere al Csm i procedimenti disciplinari di secondo grado per far giudicare i magistrati da un’Alta Corte nominata per 1/3 dal Parlamento e per 1/3 dal Quirinale, cioè a maggioranza partitica.

   7. PROCURATORI E PM. Per normalizzare le procure della Repubblica non c’è neppure bisogno di una legge: basta la lettera di Napolitano al vicepresidente del Csm Vietti che ha modificato il voto del Csm sul caso Bruti Liberati-Robledo e ha imposto una lettura molto restrittiva dell’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli del 2006-2007: il procuratore capo diventa il padre-padrone dell’azione penale e dei singoli pm, che vengono espropriati della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza “interna” (contro le interferenze e i soprusi dei capi). Secondo il Quirinale, “a differenza del giudice , le garanzie di indipendenza ‘interna’ del Pm riguardano l’Ufficio nel suo complesso e non il singolo magistrato” (e chissà mai chi può insidiare l’indipendenza “interna” di un’intera Procura). Così, nel silenzio del Csm e dell’Anm, il procuratore viene autorizzato addirittura a violare le regole organizzative da lui stesso stabilite, togliendo fascicoli scomodi gli aggiunti e ai sostituti, e avocandoli a sé senza dare spiegazioni. Per assoggettare procure e tribunali, basterà controllare un pugno di procuratori, senza più il bilanciamento del “potere diffuso” dei singoli pm.

   8. IMMUNITÀ. L’articolo 68, concepito dai padri costituenti per tutelare i parlamentari di minoranza da eventuali iniziative persecutorie di giudici troppo vicini al governo su reati politici, diventa sempre più uno strumento del governo per mettere i propri uomini al riparo dalla giustizia. L’immunità parlamentare, prevista in Costituzione per le Camere elettive, viene estesa a un Senato non elettivo, composto da sindaci e consiglieri regionali che per legge ne sono sprovvisti. Basterà che un consiglio regionale li nomini senatori, e nel tragitto dalla loro città a Roma verranno coperti dallo scudo impunitario, che impedirà a magistrati di arrestarli, intercettarli e perquisirli senza l’ok di Palazzo Madama. Il voto sulle autorizzazioni a procedere rimane sia alla Camera sia al Senato a maggioranza semplice (51%). Il che consentirà alle forze di governo (anche col 20% di elettori, ma col 55% di deputati) di salvare i propri fedelissimi a Montecitorio e di nascondere a Palazzo Madama i sindaci e i consiglieri regionali delinquenti. E poi, volendo, di mandare in galera gli esponenti dell’opposizione. 

   9. INFORMAZIONE. Le due leggi che l’hanno assoggettata al potere politico nel Ventennio B. – la Gasparri sulle tv e la Frattini sul conflitto d’interessi – restano più che mai in vigore. E nessuno, neppure a parole, si propone di cancellarle. Così la televisione rimane quasi tutta proprietà dei partiti. Il governo domina la Rai (rapinata di 150 milioni, indebolita dall’evasione del canone, fiaccata dai pessimi rapporti fra Renzi e il dg Gubitosi, e in preda alla consueta corsa sul carro del vincitore). E Berlusconi controlla controlla Mediaset (anch’essa talmente in crisi da riservare al governo Renzi trattamenti di superfavore). Intanto i giornali restano in mano a editori impuri: imprenditori, finanzieri, banchieri, palazzinari (per non parlare di veri o finti partiti, con milioni di fondi pubblici), perlopiù titolari di aziende assistite e/o in crisi e dunque ricattabili dal governo, anche per la continua necessità di sostegni pubblici per stati di crisi e prepensionamenti. Governativi per vocazione o per conformismo o per necessità.

   10. CITTADINI. Espropriati del diritto di scegliersi i parlamentari, scippati della sovranità nazionale (delegata a misteriose e imperscrutabili autorità europee), i cittadini non ancora rassegnati a godersi lo spettacolo di una destra e di una sinistra sempre più simili e complici, che fingono di combattersi solo in campagna elettorale, possono rifugiarsi in movimenti anti-sistema ancora troppo acerbi per proporsi come alternativa di governo (come il M5S); o inabissarsi nel non-voto (che sfiora ormai il 50%). In teoria, la Costituzione prevede alcuni strumenti di democrazia diretta. Come i referendum abrogativi: che però, prevedibilmente, saranno sempre più spesso bocciati dalla Consulta normalizzata. E le leggi d’iniziativa popolare (peraltro quasi mai discusse dal Parlamento): ma i padri ricostituenti hanno pensato anche a queste, quintuplicando la soglia delle firme necessarie, da 50 a 250 mila. Casomai qualcuno s’illudesse ancora di vivere in una democrazia.

Firma la petizione del Fatto Quotidiano per salvare la democrazia, clicca qui.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 06/0/2014.

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Come nasce una dittatura in Italia

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Sembra quasi che la storia debba ripetersi, che il destino dell’Italia sia il dispotismo, che la natura degli italiani sia quella dei servi. Forse è così, di certo questo accade perché come ci insegnò Gramsci «la storia insegna, ma non ha scolari». Se analizziamo alcuni passi della nascita di una dittatura nota e ampiamente discussa, una storia trita e ritrita ma non completamente acquisita come “insegnamento” qual’è il ventennio fascista, e la poniamo a confronto con i recenti avvenimenti politici più significativi nella trasformazione delle nostre istituzioni, potremo scorgere delle affinità. Che sia chiaro: Mussolini acquisì il potere legalmente! Fascistizzando lo Stato italiano poco a poco, utilizzando i poteri costituzionali concessigli dal suo ruolo di governo (a cui aderirono in massa anche liberali e popolari). Il ruolo delle azioni paramilitari degli squadristi fu importante ma marginale in confronto ai poteri di cui fu dotato il suo governo. Non fu mai necessario un golpe militare! Anche oggi le istituzioni hanno cambiato volto, e lo hanno fatto a colpi di decreti e revisioni costituzionali:

1. Centralizzazione del potere nell’esecutivo e indebolimento delle prerogative del Parlamento

Il 24 dicembre 1925 Benito Mussolini approva una legge con cui si normano le prerogative del Primo Ministro e del Governo esecutivo sancendone l’assoluta preminenza rispetto alle Camere, impedendo di fatto a queste la predisposizione dell’ordine del giorno e le spogliava del potere del voto di sfiducia nei confronti dei ministri che da allora spettava solamente al Capo dello Stato: il Re.
Anche negli ultimi 20 anni della nostra Repubblica “Parlamentare” è stato rafforzato il potere esecutivo del governo esautorando col tempo la funzione legislativa del Parlamento che dovrebbe proporre e discutere le leggi, mentre di fatto è diventato l’organo che approva i decreti che emana il Governo e che da Costituzione dovrebbero essere emanati dallo stesso solo in caso di necessità ed urgenza.

2. Leggi elettorali a rafforzamento dell’esecutivo

L’abbandono del sistema proporzionale nel 1923 con la legge Acerbo che regalava un premio di maggioranza costituito nei 2/3 dei seggi alla lista che avrebbe superato il 25% costituì il pericoloso precedente per cui le opposizioni si trovarono impossibilitate a svolgere le loro funzioni (anche per quanto visto nel punto 1). Per questo e a seguito del delitto Matteotti i partiti d’opposizione abbandonarono i lavori ritirandosi sull’Aventino sperando che il Re esautorasse dal suo incarico Mussolini e riportasse il paese alle urne con il proporzionale.
Oggi stiamo assistendo ad una farsa, con questa nuova legge elettorale con le liste bloccate (non a scelta dei cittadini) con un premio di maggioranza che favorisce le coalizioni e un Presidente della Repubblica che non impedisce la deriva autoritaria del paese.

3. Riduzione del pluralismo politico

Indirizzare lo Stato verso il totalitarismo di un unico partito, di un’unica visione politica, dapprima con i punti 1 e 2, ed in seguito con la promulgazione delle leggi “fascistissime” del 1926. Oggi si assiste alla rincorsa della visione di questo “bipolarismo” che con l’attuale legge elettorale che il parlamento si accinge a votare dovrebbe garantire l’impossibilità di poter accedere alle istituzioni ai partiti fuori dalle coalizioni, e soprattutto a quelli lontani dall’ideologia comune che non fosse quella imposta dall’Europa: il neoliberismo.

4. Istituzionalizzazione di apparati ideologici

Per il fascismo si trattò della milizia squadrista, istituzionalizzata e resa legale con la costituzione di un reparto paramilitare di camice nere con poteri regolamentati da norme statali, così come fu anche l’inserimento nell’arco istituzionale del Gran Consiglio Fascista, definitivamente riconosciuto come organo supremo nelle stesse leggi fascistissime del 1926.
Per il liberismo invece si tratta della destatalizzazione forzata (privatizzazione) dei settori strategici del mercato, il rafforzamento delle politiche d’austerity con l’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio (senza approvazione popolare) e l’implementazione del potere bancario anche con la recente ricapitalizzazione di Bankitalia che rende ulteriormente più complicato un futuro sganciamento dall’euro e quindi pone un’altro mattone nel già imponente muro che ci divide dalla sovranità monetaria.

5. Distruzione del potere sindacale

Il fascismo impedì la costituzione di sindacati che non fossero riconosciuti dal governo e vietò lo sciopero. Oggi i sindacati esistono ma in gran parte sono mera espressione degli stessi partiti che colpiscono i diritti dei lavoratori. Non un solo sciopero generale è stato organizzato dall’inizio della crisi!

6. Imposizione del bavaglio all’opposizione

Quanto già detto relativo alle riforme fasciste è sufficiente, resta solo da aggiungere il veto imposto ai giornali dal regime e la cancellazione delle associazioni non riconosciute dallo stesso. Il giornalismo in Italia come nel resto dell’occidente non è imposto al silenzio con la forza ma con la legge del mercato: a parte rari casi, la maggioranza dei giornali sopravvive grazie a finanziamenti pubblici, finanziamenti partitici o di colossi industriali che ovviamente ne limitano il carattere indipendente (vedi: Perchè i Mass Media mentono). Per quanto riguarda l’opposizione, il suo ruolo è ben definito nella Costituzione, ma la cosiddetta “ghigliottina” messa in atto per la prima volta dalla Presidente alla Camera Laura Boldrini, ha costituito un pericoloso precedente. Infatti è uno strumento utilizzabile dal Presidente della Camera a sua discrezione per casi di urgenza e che permette di mettere fine all’ostruzionismo per poter mettere immediatamente ai voti un decreto. Questa pratica è stata utilizzata per impedire all’opposizione di contestare un decreto in cui apparivano due argomenti del tutto differenti: Imu e ricapitalizzazione di Banca d’Italia. Altro che urgenza! In futuro cosa accadrà? Ogni volta che apparirà un decreto e l’opposizione intende contestarlo verrà nuovamente esautorata? Il suo compito ne sarà completamente snaturato.

7. Flessibilità costituzionale

Imporre l’ordinamento fascista non fu complicato per una forza politica così forte e con un Re compiacente alle sue spalle, questo perché lo Statuto Albertino allora in vigore era una costituzione flessibile, era infatti modificabile con legge ordinaria! Fu probabilmente per questo motivo che i nostri Padri Costituenti ci dotarono nel secondo dopoguerra di una Costituzione semi-rigida. La sua rigidità impedisce al legislatore di modificare le basi del nostro diritto senza una forte approvazione in entrambe le camere  (2/3 dei voti) o senza l’approvazione con referendum popolare. Questo importante principio è sancito dall’art. 138 della Costituzione che oggi si vorrebbe modificare. Considerate voi di adottare una costituzione flessibile in un paese il cui potere legislativo non appartiene più al Parlamento ma ad un Governo che può essere nominato dal Presidente della Repubblica in base al volere della Commissione Europea (i cui membri non sono eletti dal popolo) come è successo per Mario Monti.

Il 2014 con queste riforme può rappresentare il punto di non ritorno per una democrazia morente in un paese di cittadini lobotomizzati. Ed oggi come allora coloro che si oppongono all’instaurazione di un regime vengono screditati e definiti “eversivi”. Meditate gente, meditate.

Alberto Fossadri

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L’Italia e la deriva del Presidenzialismo

Si parla molto di Presidenzialismo in questi tempi. Ciò di cui parlava solo Berlusconi pochi anni fa, ora è ben accolto anche da Napolitano e da buona parte della sinistra. Ma come fa la cosiddetta “sinistra” a identificarsi in una deriva tipica della destra? Chi conosce la storia di come la destra e la sinistra si distinsero nella Convocazione degli Stati Generali del 1789, sa bene che la sinistra storicamente è l’anima politica che tende ad un decentramento del potere nelle istituzioni, mentra la destra per categoria spinge per un accentramento del potere nelle mani di pochi e per uno stato conservatore.

Edgardo Sogno

Mi stupisce il fatto che uomini di “sinistra” come quelli del PD appoggino riforme costituzionali di destra, oltre ad esser stati i maggiori promotori delle dottrine economiche liberiste in Italia come in Europa (tesi di economia fortemente di destra). Sempre ovviamente, se di sinistra si parla…

Ma torniamo al tanto discusso PRESIDENZIALISMO. Il dibattito è recente, ma l’idea di trasformare l’Italia in una Repubblica Presidenziale ha origini lontane, e per precisione nel periodo della guerra fredda. Gli anni di piombo, dove la macchina della strategia della tensione creava un regime di paura nel paese, tramite attentati, stragi, sommosse, tutto questo inasprimento del clima democratico ed il conseguente bombardamento mediatico crearono una crisi democratica di non poco conto. Una parte dello Stato che faceva la guerra allo Stato stesso, per dimostrare che la forma di governo che gli italiani avevano scelto nel ’48 non era in grado di far fronte ad un’ondata di problemi e di disordini che avevano costellato quegli anni. Non solo, lo scopo principale era quello di tenere lo strategico peso dell’Italia nel Mediterraneo e nel Patto Atlantico, fuori dalla portata di Mosca e da una deriva socialista del paese. Gli stessi americani hanno avuto le “mani in pasta” fina dall’inizio di questa storia fatta di romanzi di mafia e spaghetti.

La cosa che ci interessa sono i tentativi di deriva e sovversione dello Stato che hanno minato la democraticità del paese negli stessi anni. Le destabilizzazioni sono servite a diversi tentativi di golpe che in qualunque modo siano terminati, hanno prodotto effetti anche devastanti sulla società italiana, senza che se ne rendesse conto. L’ultimo di questi casi riconducibili a discegni criminali di militari, faccendieri e membri dell’establishment, fu il cosiddetto “golpe Bianco”. Un progetto che ruotava nei primi anni settanta attorno alla figura di Edgardo Sogno, piduista, amico di Randolfo Pacciardi il maestro massone che fondò il nuovo gruppo politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica con un disegno di presidenzialismo sul modello francese. Edgardo Sogno si avvicina agli uomini del principe Borghese (che tentò nel ’70 il Golpe dell’Immacolata), come Remo Orlandini; e Andrea Borghesio, amico personale di Sogno e sostenitore del suo progetto fin dalla prima ora, entra nell’esecutivo piemontese del Fronte Nazionale di Borghese, fianco a fianco con il neonazista Salvatore Francia, capo piemontese di Ordine Nuovo. Sogno dunque, per sua stessa ammissione, lavora per la «rottura», per «una radicale modificazione» del quadro politico. Progetta un piano eversivo che sarebbe dovuto scattare mentre le grandi fabbriche erano chiuse e l’Italia era in vacanza, tra il 10 e il 15 agosto 1974. Prepara un’azione, anche armata, che sarebbe scattata in caso di vittoria elettorale delle sinistre. Un «golpe bianco», anticomunista e liberale, un’azione «violenta, spietata e rapidissima».

Secondo le dichiarazioni di Luigi Cavallo, avrebbe dovuto essere «un golpe di destra con un programma avanzato di sinistra, che divida lo schieramento antifascista e metta i fascisti fuori gioco». Un colpo organizzato «con i criteri del Blitzkrieg: sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in villeggiatura». Conseguenze immediate: lo scioglimento del Parlamento, la costituzione di un sindacato unico, la formazione di un governo provvisorio espresso dalle Forze Armate, che avrebbero dovuto attuare un «programma di risanamento e ristrutturazione sociale del Paese», una riforma elettorale-costituzionale da sottoporre a referendum, l’attuazione di una politica sociale avanzata che consentisse «il rilancio dello sviluppo economico». La lista del nuovo «governo forte» era pronta. Presidente del Consiglio: Randolfo Pacciardi; sottosegretari alla presidenza del Consiglio: Antonio de Martini e Celso De Stefanis; ministro degli Esteri: Manlio Brosio; ministro dell’Interno: Eugenio Reale; ministro della Difesa: Edgardo Sogno; ministro delle Finanze: Ivan Matteo Lombardo; ministro del Tesoro e del Bilancio: Sergio Ricossa; ministro di Grazia e Giustizia: Giovanni Colli; ministro della Pubblica istruzione: Giano Accame; ministro dell’Informazione: Mauro Mita; ministro dell’Industria: Giuseppe Zamberletti; ministro del Lavoro: Bartolo Ciccardini; ministro della Sanità: Aldo Cucchi; ministro della Marina mercantile: Luigi Durand de la Penne. Il governo di tecnici imposto dal «golpe bianco» sarebbe stato legittimato davanti all’opinione pubblica – nei progetti dei suoi strateghi – dalla contemporanea messa fuori legge del Msi e dei gruppi extraparlamentari di destra e di sinistra: ciò avrebbe dovuto garantire una sorta di equidistanza politica. La fine dell’immunità parlamentare e un tribunale speciale per i politici, accusati di essere corrotti e incapaci, avrebbero dovuto infine assicurare consenso al «rinnovamento» e una legittimazione «morale» alla svolta eversiva.

La stessa nuova forma di governo presidenzialista, non senza stupore la troviamo nel Piano di Rinascita Democratica della P2, di cui lo stesso Venerabile Licio Gelli ammetterà: «nel mio piano di rinascita prevedevo la creazione di una repubblica presidenziale, perché dà più responsabilità e potere a chi guida il Paese, cosa che nella repubblica parlamentare manca».

Letta e Napolitano

Insomma, prima la politica italiana ha tentato la via dell’eversione e della programmazione in ambienti occulti e segreti del presidenzialismo. Oggi invece, si rincorre la stessa direzione cercando il consenso popolare, perchè infondo una democrazia parlamentare non riesce a far fronte ad una crisi economica, esattamente come non riusciva a far fronte al terrorismo e alle tensioni sociali dell’autunno caldo, che però guardacaso, erano sempre collegati ad ambienti deviati dello Stato.

Sul presidenzialismo o semi-presidenzialismo Rodotà non ha dubbi: «Tecnicamente ha molte controindicazioni. Dalla cosiddetta monarchia repubblicana ai conflitti della coabitazione.» Anche la politica e i partiti ne sarebbero travolti, imbrigliati a quel punto dal “decisore” sul Colle eletto direttamente dal popolo «La subordinazione sarebbe fatale – insiste Rodotà – e ne verrebbe travolta la funzione di garanzia del Presidente, cardine del nostro ordinamento parlamentare. Inficiata anche la norma che definisce immodificabile la forma repubblicana dello Stato, che fa corpo con la Repubblica parlamentare. Con danni e conflitti irreparabili».

Ma queste argomentazioni non hanno spazio nei notiziari televisivi, che restano indubbiamente a favore della proposta comunicando solamente che l’elezione spetterà ai cittadini, senza informare le conseguenze, a livello costituzionale di un passaggio di poteri che i nostri padri cercarono di evitare. Un tempo servivano le “marce su Roma”, oggi basta avere i telegiornali dalla tua parte e ciò che non dovrebbe mai essere legittimato, viene ampiamente accettato come “il cambiamento”.

Alberto Fossadri

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Fonti:
-http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/Sogno_3.html
-http://www.polisblog.it/post/94363/presidenzialismo-letta-apre-e-la-destra-gode-ma-napolitano
-http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cavallo
-http://liberiesenzapadroni.blogspot.it/2009/02/manca-solo-il-presidenzialismo.html