Sei in grado di riconoscere una DEMOCRAZIA?

La maggioranza degli italiani, e oserei dire degli europei, è convinta che la democrazia sia basata sul consenso popolare, e sulla decisione della maggioranza. Sbagliato! Questi due elementi sono certamente compresi in una vera democrazia, ma sono elementi che non per forza di cose caratterizzano solamente un regime democratico. Diverse dittature, nel passato come nel presente, rivendicano la loro legittimità sulla base di un consenso popolare maggioritario.
Certo, voi penserete immediatamente che quel consenso è spesso costruito sulla propaganda, la censura, la falsa informazione. E immagino che voi possiate escludere il fatto che nel paese in cui vivete queste “patologie” non esistano… suvvia, siamo realisti e analizziamo correttamente la situazione.

Il reale presupposto per una democrazia reale è il principio della Sovranità Popolare e quello del Suffragio Universale (anche se su quest’ultimo ci sarebbero da fare molte considerazioni che non affronterò in questo brano).

asino-votoOra resta da definire come deve esprimersi la sovranità popolare perché ci si trovi realmente in un regime di democrazia.

Nel nostro paese la Costituzione Italiana prevede che l’espressione della sovranità sia limitata a votazioni elettive per Comuni, Regioni e Governo (non più le provincie) ogni 5 anni circa. Il principio di rappresentanza è sostanzialmente basato sulla delega a persone che dovrebbero essere in grado di adottare le linee politiche per guidare la comunità locale o nazionale. L’altro strumento di sovranità popolare è il referendum, che in Italia è solo abrogativo oppure confermativo in rari casi (come il recente del 4 dicembre).
E’ già una forte limitazione non implementare i referendum propositivi e confermativi, in più in Italia stiamo varando il quarto governo nominato dal 2011, nonostante nel mezzo ci siano state delle elezioni politiche.
Si lo so, l’art. 92 dice che è il PdR e non il popolo a eleggere il CdM e blablabla. La scelta del Presidente Mattarella è legittima, non lo metto in dubbio, ma è prassi che il Presidente nomini come Primo Ministro il candidato della coalizione vincente alle elezioni. E dopo che ben tre governi espressione della maggioranza hanno fallito, credo che ci sia l’obbligo morale di far tornare i cittadini ad esprimersi. Qui è lapalissiano che la sovranità popolare viene seconda rispetto a qualcos’altro.

Certo, ora che si appresta a governare Gentiloni, tutti mi ripeterete che “è necessario un governo di scopo per cambiare la legge elettorale (storia già sentita con Napolitano), “che bisogna approvare la legge di bilancio, e bisogna risolvere il nodo MPS”. Ed io vi porto a riflettere: non è forse costruzione propagandistica del consenso per accettare una decisione del sistema altrimenti mal digeribile?

Sulla base dell’assunto a cui la maggior parte di voi crede, si potrebbero giustificare come democrazie molte forme di governo. La fantomatica “democrazia socialista” dei paesi del blocco sovietico sarebbe tra queste: era basata sul consenso (costruito ad hoc), e la sovranità popolare si esprimeva con le elezioni a suffragio universale. A riguardo estrapolo il Capitolo XIII della Costituzione dell’Unione Sovietica del 1977:

95. Le elezioni dei deputati a tutti i Soviet dei deputati popolari si svolgono in base al suffragio universale, uguale e diretto, e a scrutinio segreto.
96. Le elezioni dei deputati sono a suffragio universale: tutti i cittadini dell’URSS che abbiano compiuto i 18 anni hanno diritto di eleggere e di essere eletti, ad eccezione degli alienati mentali riconosciuti tali secondo la procedura stabilita dalla legge. Può essere eletto deputato del Soviet Supremo dell’URSS il cittadino dell’URSS che abbia compiuto i 21 anni.
97. Le elezioni dei deputati sono a suffragio uguale: ogni elettore dispone di un voto; tutti gli elettori partecipano alle elezioni a pari condizioni.
98. Le elezioni dei deputati sono a, suffragio diretto: i deputati di tutti i Soviet dei deputati popolari sono eletti direttamente dai cittadini.
99. L’elezione dei deputati avviene a scrutinio segreto: il controllo sull’espressione di volontà degli elettori non è consentito.

Osservando l’art. 98 si nota immediatamente che nell’impero del male il cittadino eleggeva direttamente il proprio candidato favorito. Oggi in Italia questo privilegio è negato: il cittadino elegge il partito, e questi nomina i propri fidati a sedere sugli scranni del potere.
Era forse una democrazia migliore quella dell’Unione Sovietica? Diamine, no! Ma se dovessi confrontarla con i criteri che l’italiano medio adotta per considerare un regime come democratico, dovrei rispondere affermativamente.

OLIGARCHIA

Secondo Aristotele e Platone, l’oligarchia è un governo degenerato basato sulla ricchezza, dove il dominio, in qualsiasi gruppo o istituzione, è perpetrato da un gruppo ristretto di persone. Ai loro tempi era scontato che l’oligarchia era basata sulla ricchezza dei singoli individui. Oggi si ripropone sotto forme nuove: in commistione alla ricchezza di individui, istituzioni e agglomerati quali le corporation, i partiti, e le società mediatiche.
Fatto sta che laddove esiste l’accumulazione di capitale, si concentra il vero potere decisionale. E questi elementi insieme, costituiscono una mascherata che chiamano democrazia. Non possiamo che riconoscere di vivere in un sistema complesso, ma fortemente oligarchico.

ESEMPI STORICI

Ci hanno insegnato che la prima repubblica della storia, ovvero quella romana (509 a.C.-27
a.C.), è stata una repubblica oligarchica. In essa il potere decisionale è nelle mani di una camera: il Senatcomizi-centuriatio, che non è eletta dai cittadini, e non è suddivisa in fazioni ideologiche. Quelle nascono molto dopo. Il Senato Romano è suddiviso in fazioni familiari basate appunto sulla gens, quindi sull’aristocrazia.
Nonostante questa evidenza, il sistema politico vigente nella Roma di due millenni fa potrebbe sorprendervi.
Il Senato di Roma non approva le leggi! Il Senato le discute, e le promuove, ma ad approvarle sono i cittadini di Roma che le votano nei Comizi Centuriati. Insomma, ogni volta che la classe dirigente si inventa una legge, deve anche impegnarsi in una sorta di referendum. Ecco perché nella Roma antica è già importante il “consenso popolare” ed è proprio per questo motivo che nascono le prime operazioni propagandistiche e le operazioni panem et circenses.
Quella che all’epoca definivano una democrazia è chiaramente un esempio di oligarchia. Ma in esso si ravvisano degli elementi puramente democratici, che addirittura noi non abbiamo. Sta di fatto che il sistema veniva comunque filtrato, e gli elementi di democrazia si mescolavano con istituzioni non direttamente espressione della sovranità popolare, così da distorcere e controllare il tutto. Il risultato non è differente da ciò che abbiamo oggi: delle espressioni democratiche costantemente mescolate con espressioni oligarchiche che vanificano il volere popolare.

La Repubblica Aristocratica più celebre della storia è però un’altra: la Serenissima. Venezia aveva un sistema repubblicano puramente oligarchico, e su questo non ci piove. Vorrei porre l’attenzione sulla gestione del potere a livello comunale. Forma già ereditata dall’epoca dei comuni, Venezia si preoccupa solamente di mantenere ed integrare il proprio apparato amministrativo con quello esistente a livello locale.venezia-andrea-gritti
Tralasciando il fatto che a livello locale conta chi è Originario del comune (cioè famiglie presenti dall’epoca in cui il comune è entrato a far parte del dominio veneto)  e che la società dell’epoca ha una concezione fortemente patriarcale; è interessante vedere come la partecipazione pubblica della cittadinanza alle decisioni politiche è molto attiva e florida. Così vissuta, che la fine della Repubblica Veneta all’arrivo dei francesi nel 1797, è vista da molti come un’espropriazione di democrazia. Ed oggi questo ci sembra un paradosso!

Nel dominio veneto le comunità municipali hanno una sorta di consiglio comunale che chiamano in modi diversi a seconda della zona. A Brescia, la mia provincia, si chiama Vicinia. Questo consiglio comunale è formato dai capi famiglia eletti nelle varie contrade (solitamente 72 consiglieri) e si rinnova annualmente. Alcune cariche durano pochi mesi, o addirittura uno solo. Il sistema è complesso, ma tutto verte a far si che la cittadinanza stessa si autogoverni in una forma di democrazia quasi diretta. La Vicinia sceglie quali azioni politiche intraprendere, quali infrastrutture realizzare, quali azioni diplomatiche svolgere. Si, azioni diplomatiche. Vengono eletti a seconda dell’occorrenza, degli ambasciatori del comune, questi servono a portare le istanze della comunità nei capoluoghi provinciali, a Venezia, oppure a stringere accordi con altri comuni per la realizzazione di strade, dugali, fiere commerciali. La vicinia nomina degli appositi funzionari per l’esazione delle tasse, per il controllo del territorio e per la vigilanza sulle terre e le acque. Questo fa si che i cittadini, direttamente coinvolti, si sentono più responsabili anche dei beni stessi di uso pubblico. Con questo sistema non solo scelgono come creare o gestire un’opera, ma ne traggono direttamente un vantaggio economico. A dimostrarlo sono i cosiddetti usi civici.
Nel Cadore, in Veneto, questi consigli locali si chiamano Regole. E pensate, esistono ancora e sono tutelati dalla legge regionale del Veneto e dalle leggi nazionali. Purtroppo il loro potere è stato ridotto alla sola gestione degli usi civici (che comunque esistono ancora). Quindi la Regola organizza a livello comunitario il taglio delle piante per l’approvvigionamento e del rimboschimento. Inoltre gestisce i pascoli e le malghe per l’allevamento del bestiame.

Questi consigli comunitari diventano un “problema” sulla fine del settecento. In quel periodo alcune attività industriali avviano un modello di sviluppo protocapitalista, che ha bisogno ad esempio del vasto sfruttamento di risorse come il legname e il carbone per le forniture energetiche. I vasti usi civici delle vicinie e delle regole che sono inalienabili, costituiscono un problema di carattere industriale. Perciò se da una parte l’aristocrazia e le comunità sono legate al modello politico veneto, chi tifa realmente per i francesi di Napoleone sono le nascenti famiglie borghesi che di fatto sono le maggiori beneficiarie del nuovo corso liberale.

Studiando i modelli storici, non si può che riflettere sulle loro differenze e cercare di prenderne spunto. Sarebbe interessante adattare gli elementi che ho sottolineato ai concetti del diritto moderno. Sperando che siate in grado di fare questo ragionamento senza scendere in errori anacronistici. Anche se già mi vedo mitragliato di affermazioni del tipo: “ma i romani avevano la schiavitù” oppure “però i veneti non avevano il nostro concetto di cittadinanza”. Appunto per questo ho parlato di prendere spunto. L’ho sottolineato perché quando si parla del passato, solitamente si pone un giudizio con il senso del presente, ed è la cosa più stupida che una persona istruita possa fare.

DECENTRAMENTO E FEDERALISMO

Tra i vari principi che garantiscono la democrazia di un paese, il parlamentarismo è ormai assodato nella coscienza collettiva. I suoi opposti, l’autoritarismo e l’autocrazia, sono chiaramente assimilati come sinonimi di amministrazione dispotica. Al pari dell’autoritarismo, vi è un altra forma dispotica di governo che però non è ancora vista con disprezzo dalla società: l’accentramento territoriale. Se l’accentramento del potere nelle mani di un solo uomo è un chiaro segno di dispotismo, l’accentramento territoriale lo è altrettanto. Costituisce infatti una gerarchizzazione delle decisioni che spetterebbero invece alle comunità locali.
La riforma costituzionale che è stata bocciata il 4 dicembre scorso, non distorceva gli equilibri costituzionali tanto nelle mani dell’esecutivo, quanto toglieva poteri alle istituzioni locali. In netto contrasto con quanto dice l’art. 5 della Costituzione.

Tra i pensatori che più si sono battuti per riconoscere il principio federativo, non possiamo mancare di citare P. J. Proudhon, fondatore del pensiero anarchico. Nel 1862 scrisse riferendosi proprio alla neonata Italia Unita dichiarando che sia con i Savoia, sia con la Repubblica di Mazzini, l’accentramento amministrativo non le avrebbe mai consentito di esprimere al massimo i suoi potenziali.
Proudhon detestava per l’Italia una soluzione unitaria. Secondo lui, una nazione in cui per secoli i suoi popoli sono stati divisi in tutto, dove tra una vallata e l’altra ci sono consuetudini diverse, non poteva reggersi su una legge comune. Disse: «una regola unica per gli italiani è l’unico modo per scontentarli tutti». Vedeva nelle cause del Risorgimento una motivazione sbagliata, troppo borghese. Intravide lo sfruttamento di un Italia sull’altra Italia (preannunciando quel disastro avvenuto nel mezzogiorno, tramutatosi poi in una vera e propria guarra civile o di occupazione militare). Come soluzione, auspicava per noi un’Italia federale.

La storia è ricca di esempi di federazioni, o confederazioni che hanno saputo anche dominare il proprio bacino geopolitico. Anticamente possiamo trovare la Lega di Licia, snobbata dai greci che la ritenevano incivile per il solo motivo che il potere delle sue 23 Città Stato era retto quasi sempre dalle donne. Da menzionare assolutamente troviamo la Lega Anseatica, che per quanto sottostava all’imperatore tedesco, ebbe una sua autonomia ed un potere commerciale spropositato.

Fra tutti però, un posto in prima fila spetta alla moderna Svizzera. La Confederazione Elvetica vanta la bellezza di 27 Cantoni, ognuno dei quali è indipendente e con la propria Costituzione. Anche per gli svizzeri il parlamento non approva le leggi, ma le promuove. Questi disegni di legge sono approvati in referendum organizzati ogni 3 mesi circa. Indubbiamente hanno saputo trarre maggior spunto dai romani di noi, che siamo i latini per eccellenza… sembra assurdo che l’esempio più brillante di una democrazia realizzata confini proprio con l’Italia.cantoni

E’ chiaro che decentramento e autonomie locali, uniti alla maggior partecipazione nelle scelte dirette, costituiscono un principio su cui devono necessariamente formarsi le democrazie del futuro. Finché restiamo ancorati all’idea del leader di partito e delle decisioni prese da un baricentro geografico, non usciremo mai dagli schemi del pensiero gerarchico feudale.
Secondo il filosofo Bookchin, non è tanto il capitalismo il rojavaproblema, quanto le relazioni gerarchiche. Finché i nostri modelli sociali saranno il prodotto della nostra tendenza a dominare il prossimo, non usciremo mai da questo circolo vizioso.

Utopia? Forse, ma un esperimento di quanto scritto sta avvenendo sotto i nostri occhi nel posto più inaspettato del mondo: il Kurdistan. Qui, in una regione della Siria sconvolta dalla guerra civile, il Rojava, è stato costituito un vero e proprio Stato retto dalle comunità municipali. Minacciato dal vicino ISIS e dal sempre più autoritario governo Turco (anticurdo per eccellenza), 4,5 milioni di Curdi stanno abbattendo ogni forma di gerarchia. Stanno realizzando qualcosa di nuovo. Sperando che stavolta le “democrazie” dell’occidente rispettino il principio dell’autodeterminazione dei popoli (non a singhiozzo come sempre) e non impongano il loro modello o anzi, il loro “dominio”.

Alberto Fossadri

Fonti:
– Enciclopedia Treccani;
– Costituzione dell’URSS del 1977;
-http://www.maat.it/livello2/roma-leggi-elettorali.htm
-http://www.regione.veneto.it/web/economia-e-sviluppo-montano/regole#L97_94
-P.J.Proudhon – 1863 – Del Principio Federativo
-P.J.Proudhon – 1862 – Contro l’Unità d’Italia
-http://www.tpi.it/mondo/siria/rojava-societa-curdi-parita-genere

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DEMOCRATURA

Di Marco Travaglio – Ecco cosa accadrà se le “riforme” di Renzi, Berlusconi & C. entreranno in vigore: un regime da “uomo solo al comando” senza opposizioni né controlli né garanzie. Cari lettori, scriveteci il vostro pensiero sul modo migliore di opporci al rischio di questo disegno incostituzionale e piduista.

democratura

1. CAMERA. La legge elettorale Italicum made in Renzi, Boschi, Berlusconi e Verdini conferma le liste bloccate (incostituzionali) del Porcellum, con la sola differenza che saranno un po’ più corte. La sostanza è che i 630 deputati saranno ancora nominati dai segretari dei partiti maggiori. Quelli medio-piccoli invece resteranno fuori da Montecitorio grazie a soglie di sbarramento spropositate: 4,5% per quelli coalizzati, l’8% per quelli che corrono da soli e il 12% per le coalizioni. Per ottenere subito il premio di maggioranza, il primo partito (o coalizione) deve raccogliere almeno il 37% dei voti: nel qual caso gli spetta il 55% dei seggi, pari a 340 deputati. Se invece nessuno arriva al 37%, i primi due classificati si sfidano al ballottaggio e chi vince (con almeno il 51%, è ovvio) incassa 327 deputati. Cioè: chi ha meno voti (37% o più) ha più seggi e chi ha più voti (51% o più) ha meno seggi. Una follia. Ma non basta: prendiamo una coalizione con un partitone al 20% e cinque partitini al 4% ciascuno. Totale: 40%, con premio al primo turno. Siccome nessuno dei partitini alleati supera il 4,5%, il partito del 20% incamera il 55% dei seggi. E governa da solo, confiscando il potere legislativo, che di fatto coincide con l’esecutivo a colpi di decreti e fiducie.

   2. SENATO. Con la riforma costituzionale, il “Senato delle Autonomie” sarà formato da 100 senatori non eletti: 95 saranno scelti dai consigli regionali (74 tra i consiglieri e 21 tra i sindaci) e 5 dal Quirinale (più i senatori a vita). Sindaci e consiglieriscadranno ciascuno insieme alle rispettive giunte comunali e regionali, trasformando Palazzo Madama in un albergo a ore: andirivieni continuo e maggioranze affidate al caso, anzi al caos. Di norma anche il Senato sarà appannaggio della maggioranza di governo. E comunque non potrà più controllare l’esecutivo: i senatori non voteranno più la fiducia né saranno chiamati ad approvare, emendare, bocciare le leggi. Esprimeranno solo pareri non vincolanti, salvo per le norme costituzionali. E seguiteranno a eleggere con i deputati il capo dello Stato e i membri del Csm e della Consulta di nomina parlamentare.

   3. OPPOSIZIONE. Nell’unico ramo del Parlamento ancora dotato del potere legislativo, cioè la Camera, i dissensi interni ai partiti di governo potranno essere spenti con il metodo Mineo e Mauro: chi non garantisce il voto favorevole in commissione alle leggi volute dall’esecutivo sarà essere espulso e sostituito da un soldatino del premier. Quanto al dissenso esterno, i partiti di opposizione saranno in parte decimati dalle soglie dell’Italicum. Per i superstiti, la riforma costituzionale disarma le minoranze istituzionalizzando la “ghigliottina” calata dalla presidente Laura Boldrini contro il M5S che tentava di impedire la conversione in legge del decreto-regalo alle banche: corsia preferenziale per i ddl e i dl del governo, che andranno subito all’ordine del giorno per essere approvati entro due mesi, con sostanziale divieto di ostruzionismo e strozzatura degli emendamenti.

   4. CAPO DELLO STATO. Malgrado lo snaturamento del Senato, che finora contribuiva per 1/3 all’Assemblea dei mille grandi elettori (nel 2013 erano 319 senatori, 630 deputati e 58 delegati regionali) e in futuro sarà relegato al 10%, nessuna modifica è prevista per l’elezione del presidente della Repubblica. Quindi potrà sceglierselo il premier (anche se ha preso soltanto il 20% dei voti) dopo il terzo scrutinio, quando la maggioranza dei 2/3 scende al 51%. Forte del 55% dei deputati da lui nominati, gli basteranno 33 senatori per raggiungere la maggioranza semplice dell’Assemblea e mandare al Quirinale un suo fedelissimo. Il che trasforma il ruolo di “garanzia” del Presidente in una funzione gregaria del governo e della maggioranza: il capo del primo partito si sceglie il capo dello Stato che poi lo nomina capo del governo e firma i suoi ministri e poi le sue leggi e decreti. Inoltre, dopo il precedente “monarchico-presidenzialista” di Napolitano, a colpi di invasioni di campo, il nuovo inquilino del Quirinale potrà arrogarsi enormi poteri d’interferenza in tutti i campi, giustizia in primis.

   5. CORTE COSTITUZIONALE. Se tutto cambia nella selezione di deputati e senatori, nulla cambia nell’elezione dei giudici costituzionali. Chi va al governo con l’Italicum (anche col 20% dei voti) controllerà direttamente o indirettamente ben 10 dei 15 giudici costituzionali: i 5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal capo dello Stato (gli altri 5 li designano le varie magistrature). Così, occupati i poteri esecutivo e legislativo, il premier espugna anche il supremo organo di garanzia costituzionale. E sarà molto difficile che la Consulta possa ancora bocciare le leggi incostituzionali, o dare torto al potere politico nei conflitti di attribuzione con gli altri poteri dello Stato.

   6. CSM E MAGISTRATI. Anche la norma del governo Renzi che anticipa la pensione dei magistrati dagli attuali 75 anni a 70 può diventare una lesione dell’indipendenza della magistratura. Il risultato infatti è la decapitazione degli uffici giudiziari, guidati perlopiù da magistrati ultrasettantenni. E i nuovi capi di procure, tribunali e Cassazione li nominerà il nuovo Csm, che sarà eletto nei prossimi giorni: per 2/3 (membri togati) dai magistrati e per 1/3 (membri laici). I laici, dopo l’accordo Renzi-B., saranno tutti (tranne forse uno indicato dai 5Stelle) di osservanza governativa. Tra questi verrà poi scelto il vicepresidente, indicato dal premier, mentre il presidente sarà Napolitano e poi il suo successore, anch’egli di stretta obbedienza renziana. Così i nuovi vertici della magistratura li sceglierà il Csm più “governativo” degli ultimi 40 anni, previo “concerto” del ministro della Giustizia Orlando. Ad aumentare l’influenza politica c’è poi il progetto ideato da Violante e ventilato da Renzi di togliere al Csm i procedimenti disciplinari di secondo grado per far giudicare i magistrati da un’Alta Corte nominata per 1/3 dal Parlamento e per 1/3 dal Quirinale, cioè a maggioranza partitica.

   7. PROCURATORI E PM. Per normalizzare le procure della Repubblica non c’è neppure bisogno di una legge: basta la lettera di Napolitano al vicepresidente del Csm Vietti che ha modificato il voto del Csm sul caso Bruti Liberati-Robledo e ha imposto una lettura molto restrittiva dell’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli del 2006-2007: il procuratore capo diventa il padre-padrone dell’azione penale e dei singoli pm, che vengono espropriati della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza “interna” (contro le interferenze e i soprusi dei capi). Secondo il Quirinale, “a differenza del giudice , le garanzie di indipendenza ‘interna’ del Pm riguardano l’Ufficio nel suo complesso e non il singolo magistrato” (e chissà mai chi può insidiare l’indipendenza “interna” di un’intera Procura). Così, nel silenzio del Csm e dell’Anm, il procuratore viene autorizzato addirittura a violare le regole organizzative da lui stesso stabilite, togliendo fascicoli scomodi gli aggiunti e ai sostituti, e avocandoli a sé senza dare spiegazioni. Per assoggettare procure e tribunali, basterà controllare un pugno di procuratori, senza più il bilanciamento del “potere diffuso” dei singoli pm.

   8. IMMUNITÀ. L’articolo 68, concepito dai padri costituenti per tutelare i parlamentari di minoranza da eventuali iniziative persecutorie di giudici troppo vicini al governo su reati politici, diventa sempre più uno strumento del governo per mettere i propri uomini al riparo dalla giustizia. L’immunità parlamentare, prevista in Costituzione per le Camere elettive, viene estesa a un Senato non elettivo, composto da sindaci e consiglieri regionali che per legge ne sono sprovvisti. Basterà che un consiglio regionale li nomini senatori, e nel tragitto dalla loro città a Roma verranno coperti dallo scudo impunitario, che impedirà a magistrati di arrestarli, intercettarli e perquisirli senza l’ok di Palazzo Madama. Il voto sulle autorizzazioni a procedere rimane sia alla Camera sia al Senato a maggioranza semplice (51%). Il che consentirà alle forze di governo (anche col 20% di elettori, ma col 55% di deputati) di salvare i propri fedelissimi a Montecitorio e di nascondere a Palazzo Madama i sindaci e i consiglieri regionali delinquenti. E poi, volendo, di mandare in galera gli esponenti dell’opposizione. 

   9. INFORMAZIONE. Le due leggi che l’hanno assoggettata al potere politico nel Ventennio B. – la Gasparri sulle tv e la Frattini sul conflitto d’interessi – restano più che mai in vigore. E nessuno, neppure a parole, si propone di cancellarle. Così la televisione rimane quasi tutta proprietà dei partiti. Il governo domina la Rai (rapinata di 150 milioni, indebolita dall’evasione del canone, fiaccata dai pessimi rapporti fra Renzi e il dg Gubitosi, e in preda alla consueta corsa sul carro del vincitore). E Berlusconi controlla controlla Mediaset (anch’essa talmente in crisi da riservare al governo Renzi trattamenti di superfavore). Intanto i giornali restano in mano a editori impuri: imprenditori, finanzieri, banchieri, palazzinari (per non parlare di veri o finti partiti, con milioni di fondi pubblici), perlopiù titolari di aziende assistite e/o in crisi e dunque ricattabili dal governo, anche per la continua necessità di sostegni pubblici per stati di crisi e prepensionamenti. Governativi per vocazione o per conformismo o per necessità.

   10. CITTADINI. Espropriati del diritto di scegliersi i parlamentari, scippati della sovranità nazionale (delegata a misteriose e imperscrutabili autorità europee), i cittadini non ancora rassegnati a godersi lo spettacolo di una destra e di una sinistra sempre più simili e complici, che fingono di combattersi solo in campagna elettorale, possono rifugiarsi in movimenti anti-sistema ancora troppo acerbi per proporsi come alternativa di governo (come il M5S); o inabissarsi nel non-voto (che sfiora ormai il 50%). In teoria, la Costituzione prevede alcuni strumenti di democrazia diretta. Come i referendum abrogativi: che però, prevedibilmente, saranno sempre più spesso bocciati dalla Consulta normalizzata. E le leggi d’iniziativa popolare (peraltro quasi mai discusse dal Parlamento): ma i padri ricostituenti hanno pensato anche a queste, quintuplicando la soglia delle firme necessarie, da 50 a 250 mila. Casomai qualcuno s’illudesse ancora di vivere in una democrazia.

Firma la petizione del Fatto Quotidiano per salvare la democrazia, clicca qui.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 06/0/2014.

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Come nasce una dittatura in Italia

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Sembra quasi che la storia debba ripetersi, che il destino dell’Italia sia il dispotismo, che la natura degli italiani sia quella dei servi. Forse è così, di certo questo accade perché come ci insegnò Gramsci «la storia insegna, ma non ha scolari». Se analizziamo alcuni passi della nascita di una dittatura nota e ampiamente discussa, una storia trita e ritrita ma non completamente acquisita come “insegnamento” qual’è il ventennio fascista, e la poniamo a confronto con i recenti avvenimenti politici più significativi nella trasformazione delle nostre istituzioni, potremo scorgere delle affinità. Che sia chiaro: Mussolini acquisì il potere legalmente! Fascistizzando lo Stato italiano poco a poco, utilizzando i poteri costituzionali concessigli dal suo ruolo di governo (a cui aderirono in massa anche liberali e popolari). Il ruolo delle azioni paramilitari degli squadristi fu importante ma marginale in confronto ai poteri di cui fu dotato il suo governo. Non fu mai necessario un golpe militare! Anche oggi le istituzioni hanno cambiato volto, e lo hanno fatto a colpi di decreti e revisioni costituzionali:

1. Centralizzazione del potere nell’esecutivo e indebolimento delle prerogative del Parlamento

Il 24 dicembre 1925 Benito Mussolini approva una legge con cui si normano le prerogative del Primo Ministro e del Governo esecutivo sancendone l’assoluta preminenza rispetto alle Camere, impedendo di fatto a queste la predisposizione dell’ordine del giorno e le spogliava del potere del voto di sfiducia nei confronti dei ministri che da allora spettava solamente al Capo dello Stato: il Re.
Anche negli ultimi 20 anni della nostra Repubblica “Parlamentare” è stato rafforzato il potere esecutivo del governo esautorando col tempo la funzione legislativa del Parlamento che dovrebbe proporre e discutere le leggi, mentre di fatto è diventato l’organo che approva i decreti che emana il Governo e che da Costituzione dovrebbero essere emanati dallo stesso solo in caso di necessità ed urgenza.

2. Leggi elettorali a rafforzamento dell’esecutivo

L’abbandono del sistema proporzionale nel 1923 con la legge Acerbo che regalava un premio di maggioranza costituito nei 2/3 dei seggi alla lista che avrebbe superato il 25% costituì il pericoloso precedente per cui le opposizioni si trovarono impossibilitate a svolgere le loro funzioni (anche per quanto visto nel punto 1). Per questo e a seguito del delitto Matteotti i partiti d’opposizione abbandonarono i lavori ritirandosi sull’Aventino sperando che il Re esautorasse dal suo incarico Mussolini e riportasse il paese alle urne con il proporzionale.
Oggi stiamo assistendo ad una farsa, con questa nuova legge elettorale con le liste bloccate (non a scelta dei cittadini) con un premio di maggioranza che favorisce le coalizioni e un Presidente della Repubblica che non impedisce la deriva autoritaria del paese.

3. Riduzione del pluralismo politico

Indirizzare lo Stato verso il totalitarismo di un unico partito, di un’unica visione politica, dapprima con i punti 1 e 2, ed in seguito con la promulgazione delle leggi “fascistissime” del 1926. Oggi si assiste alla rincorsa della visione di questo “bipolarismo” che con l’attuale legge elettorale che il parlamento si accinge a votare dovrebbe garantire l’impossibilità di poter accedere alle istituzioni ai partiti fuori dalle coalizioni, e soprattutto a quelli lontani dall’ideologia comune che non fosse quella imposta dall’Europa: il neoliberismo.

4. Istituzionalizzazione di apparati ideologici

Per il fascismo si trattò della milizia squadrista, istituzionalizzata e resa legale con la costituzione di un reparto paramilitare di camice nere con poteri regolamentati da norme statali, così come fu anche l’inserimento nell’arco istituzionale del Gran Consiglio Fascista, definitivamente riconosciuto come organo supremo nelle stesse leggi fascistissime del 1926.
Per il liberismo invece si tratta della destatalizzazione forzata (privatizzazione) dei settori strategici del mercato, il rafforzamento delle politiche d’austerity con l’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio (senza approvazione popolare) e l’implementazione del potere bancario anche con la recente ricapitalizzazione di Bankitalia che rende ulteriormente più complicato un futuro sganciamento dall’euro e quindi pone un’altro mattone nel già imponente muro che ci divide dalla sovranità monetaria.

5. Distruzione del potere sindacale

Il fascismo impedì la costituzione di sindacati che non fossero riconosciuti dal governo e vietò lo sciopero. Oggi i sindacati esistono ma in gran parte sono mera espressione degli stessi partiti che colpiscono i diritti dei lavoratori. Non un solo sciopero generale è stato organizzato dall’inizio della crisi!

6. Imposizione del bavaglio all’opposizione

Quanto già detto relativo alle riforme fasciste è sufficiente, resta solo da aggiungere il veto imposto ai giornali dal regime e la cancellazione delle associazioni non riconosciute dallo stesso. Il giornalismo in Italia come nel resto dell’occidente non è imposto al silenzio con la forza ma con la legge del mercato: a parte rari casi, la maggioranza dei giornali sopravvive grazie a finanziamenti pubblici, finanziamenti partitici o di colossi industriali che ovviamente ne limitano il carattere indipendente (vedi: Perchè i Mass Media mentono). Per quanto riguarda l’opposizione, il suo ruolo è ben definito nella Costituzione, ma la cosiddetta “ghigliottina” messa in atto per la prima volta dalla Presidente alla Camera Laura Boldrini, ha costituito un pericoloso precedente. Infatti è uno strumento utilizzabile dal Presidente della Camera a sua discrezione per casi di urgenza e che permette di mettere fine all’ostruzionismo per poter mettere immediatamente ai voti un decreto. Questa pratica è stata utilizzata per impedire all’opposizione di contestare un decreto in cui apparivano due argomenti del tutto differenti: Imu e ricapitalizzazione di Banca d’Italia. Altro che urgenza! In futuro cosa accadrà? Ogni volta che apparirà un decreto e l’opposizione intende contestarlo verrà nuovamente esautorata? Il suo compito ne sarà completamente snaturato.

7. Flessibilità costituzionale

Imporre l’ordinamento fascista non fu complicato per una forza politica così forte e con un Re compiacente alle sue spalle, questo perché lo Statuto Albertino allora in vigore era una costituzione flessibile, era infatti modificabile con legge ordinaria! Fu probabilmente per questo motivo che i nostri Padri Costituenti ci dotarono nel secondo dopoguerra di una Costituzione semi-rigida. La sua rigidità impedisce al legislatore di modificare le basi del nostro diritto senza una forte approvazione in entrambe le camere  (2/3 dei voti) o senza l’approvazione con referendum popolare. Questo importante principio è sancito dall’art. 138 della Costituzione che oggi si vorrebbe modificare. Considerate voi di adottare una costituzione flessibile in un paese il cui potere legislativo non appartiene più al Parlamento ma ad un Governo che può essere nominato dal Presidente della Repubblica in base al volere della Commissione Europea (i cui membri non sono eletti dal popolo) come è successo per Mario Monti.

Il 2014 con queste riforme può rappresentare il punto di non ritorno per una democrazia morente in un paese di cittadini lobotomizzati. Ed oggi come allora coloro che si oppongono all’instaurazione di un regime vengono screditati e definiti “eversivi”. Meditate gente, meditate.

Alberto Fossadri

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Sondaggio: sei favorevole alla decadenza di Berlusconi?

Si parla molto della questione relativa alla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di Senatore della Repubblica a seguito della sua recente condanna, ma la maggior parte dei sondaggi presentati riguarda le intenzioni di voto degli italiani nel caso cadesse il governo. Noi intendiamo fare un discorso diverso e vedere cosa gli italiani pensano sia giusto fare nei riguardi del caso Berlusconi.

Una grazia di Napolitano per Berlusconi?

O la grazia o sfascio il governo. L’ultimatum di Silvio Berlusconi è arrivato forte e chiaro alle orecchie del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Berlusconi l’ha detto ai suoi, e i capigruppo al Senato e alla Camera, Renato Schifani e Renato Brunetta, hanno detto che porteranno al Quirinale le dimissioni di tutti i parlamentari Pdl. Il Quirinale nel frattempo in una nota ribadisce che è la legge a stabilire quali sono i soggetti “destinatari della grazia”, cioè quelli che possono usufruire di questo provvedimento.
Ma la soluzione a cui punta Silvio Berlusconi è esattamente questa. Lo si evince dalla sua arringa ai gruppi parlamentari del Pdl: “Dobbiamo chiedere al più presto le elezioni per vincere. Riflettiamo sulla strada migliore per raggiungere questo obiettivo”. Lo dice espressamente la pasionaria del Pdl, Daniela Santanchè: “Noi abbiamo solo un’idea su come il presidente Giorgio Napolitano potrebbe intervenire: mi fa un po’ effetto pronunciare quella parola legata a Silvio Berlusconi”. La parola impronunciabile è appunto la grazia. I capigruppo del Popolo della libertà, Renato Schifani e Renato Brunetta saliranno al Quirinale con le dimissioni di tutti i parlamentari Pdl e chiederanno al capo dello Stato di concedere la grazia a Silvio Berlusconi condannato in via definitiva per frode fiscale dalla Cassazione nell’ambito del processo Mediaset.

Nel corso della riunione dei gruppi Pdl a Montecitorio, Schifani rivolgendosi a Berlusconi ha detto: “Ci muoveremo a breve, io e Brunetta, perché ti possa essere restituito, nel rispetto della Costituzione, caro presidente, quella libertà, quello che ti spetta per la tua storia, per quello che hai fatto per il Paese, per ottenere quindi da Napolitano il ripristino dello stato di democrazia che questa sentenza ha alterato”.
Brunetta ha aggiunto: “Se alla nostra richiesta di grazia non ci fosse risposta positiva, tutti sappiamo quello che occorre fare: difendere la democrazia nel nostro Paese”. I parlamentari hanno rimesso il proprio mandato nelle mani dei capigruppo.

Il mese scorso Napolitano, commentando “speculazioni su provvedimenti di competenza del capo dello Stato in un futuro indeterminato” ha detto che “sono un segno di analfabetismo e sguaiatezza istituzionale e danno il senso di un’assoluta irresponsabilità politica che può soltanto avvelenare il clima della vita pubblica”. Oggi il Colle torna a ribadire: “C’è la legge a stabilire quali sono i soggetti titolati a presentare la domanda di grazia”. Si legge tutta in queste poche e fredde parole la complessità di una partita politica che partendo dalle vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi si scarica ancora una volta sulle spalle di Giorgio Napolitano.
Comprensibile quindi la perplessità e la prudenza del Colle in una vicenda che rischia di far deragliare ad inizio corsa il treno del governo Letta. Non è quindi il momento di andare dietro ai boatos, alle voci o alle grida di singoli esponenti, sembra infatti dire il Quirinale dove ancora una volta si conferma la necessità della stabilità di governo e la consueta contrarietà alle elezioni anticipate.

Calma e gesso, quindi. Non è comunque ipotizzabile che Napolitano possa decidere di varare un provvedimento di grazia ‘motu proprio’. Se Berlusconi lo volesse veramente, dovrà lui stesso avviare le procedure, che in ogni caso sono lunghe e complesse, solo in punta di diritto e non attraverso lanci d’agenzia.

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Fonte: http://www.blitzquotidiano.it/politica-italiana/berlusconi-napolitano-o-la-grazia-o-sfascio-governo-1636941/

L’Italia e la deriva del Presidenzialismo

Si parla molto di Presidenzialismo in questi tempi. Ciò di cui parlava solo Berlusconi pochi anni fa, ora è ben accolto anche da Napolitano e da buona parte della sinistra. Ma come fa la cosiddetta “sinistra” a identificarsi in una deriva tipica della destra? Chi conosce la storia di come la destra e la sinistra si distinsero nella Convocazione degli Stati Generali del 1789, sa bene che la sinistra storicamente è l’anima politica che tende ad un decentramento del potere nelle istituzioni, mentra la destra per categoria spinge per un accentramento del potere nelle mani di pochi e per uno stato conservatore.

Edgardo Sogno

Mi stupisce il fatto che uomini di “sinistra” come quelli del PD appoggino riforme costituzionali di destra, oltre ad esser stati i maggiori promotori delle dottrine economiche liberiste in Italia come in Europa (tesi di economia fortemente di destra). Sempre ovviamente, se di sinistra si parla…

Ma torniamo al tanto discusso PRESIDENZIALISMO. Il dibattito è recente, ma l’idea di trasformare l’Italia in una Repubblica Presidenziale ha origini lontane, e per precisione nel periodo della guerra fredda. Gli anni di piombo, dove la macchina della strategia della tensione creava un regime di paura nel paese, tramite attentati, stragi, sommosse, tutto questo inasprimento del clima democratico ed il conseguente bombardamento mediatico crearono una crisi democratica di non poco conto. Una parte dello Stato che faceva la guerra allo Stato stesso, per dimostrare che la forma di governo che gli italiani avevano scelto nel ’48 non era in grado di far fronte ad un’ondata di problemi e di disordini che avevano costellato quegli anni. Non solo, lo scopo principale era quello di tenere lo strategico peso dell’Italia nel Mediterraneo e nel Patto Atlantico, fuori dalla portata di Mosca e da una deriva socialista del paese. Gli stessi americani hanno avuto le “mani in pasta” fina dall’inizio di questa storia fatta di romanzi di mafia e spaghetti.

La cosa che ci interessa sono i tentativi di deriva e sovversione dello Stato che hanno minato la democraticità del paese negli stessi anni. Le destabilizzazioni sono servite a diversi tentativi di golpe che in qualunque modo siano terminati, hanno prodotto effetti anche devastanti sulla società italiana, senza che se ne rendesse conto. L’ultimo di questi casi riconducibili a discegni criminali di militari, faccendieri e membri dell’establishment, fu il cosiddetto “golpe Bianco”. Un progetto che ruotava nei primi anni settanta attorno alla figura di Edgardo Sogno, piduista, amico di Randolfo Pacciardi il maestro massone che fondò il nuovo gruppo politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica con un disegno di presidenzialismo sul modello francese. Edgardo Sogno si avvicina agli uomini del principe Borghese (che tentò nel ’70 il Golpe dell’Immacolata), come Remo Orlandini; e Andrea Borghesio, amico personale di Sogno e sostenitore del suo progetto fin dalla prima ora, entra nell’esecutivo piemontese del Fronte Nazionale di Borghese, fianco a fianco con il neonazista Salvatore Francia, capo piemontese di Ordine Nuovo. Sogno dunque, per sua stessa ammissione, lavora per la «rottura», per «una radicale modificazione» del quadro politico. Progetta un piano eversivo che sarebbe dovuto scattare mentre le grandi fabbriche erano chiuse e l’Italia era in vacanza, tra il 10 e il 15 agosto 1974. Prepara un’azione, anche armata, che sarebbe scattata in caso di vittoria elettorale delle sinistre. Un «golpe bianco», anticomunista e liberale, un’azione «violenta, spietata e rapidissima».

Secondo le dichiarazioni di Luigi Cavallo, avrebbe dovuto essere «un golpe di destra con un programma avanzato di sinistra, che divida lo schieramento antifascista e metta i fascisti fuori gioco». Un colpo organizzato «con i criteri del Blitzkrieg: sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in villeggiatura». Conseguenze immediate: lo scioglimento del Parlamento, la costituzione di un sindacato unico, la formazione di un governo provvisorio espresso dalle Forze Armate, che avrebbero dovuto attuare un «programma di risanamento e ristrutturazione sociale del Paese», una riforma elettorale-costituzionale da sottoporre a referendum, l’attuazione di una politica sociale avanzata che consentisse «il rilancio dello sviluppo economico». La lista del nuovo «governo forte» era pronta. Presidente del Consiglio: Randolfo Pacciardi; sottosegretari alla presidenza del Consiglio: Antonio de Martini e Celso De Stefanis; ministro degli Esteri: Manlio Brosio; ministro dell’Interno: Eugenio Reale; ministro della Difesa: Edgardo Sogno; ministro delle Finanze: Ivan Matteo Lombardo; ministro del Tesoro e del Bilancio: Sergio Ricossa; ministro di Grazia e Giustizia: Giovanni Colli; ministro della Pubblica istruzione: Giano Accame; ministro dell’Informazione: Mauro Mita; ministro dell’Industria: Giuseppe Zamberletti; ministro del Lavoro: Bartolo Ciccardini; ministro della Sanità: Aldo Cucchi; ministro della Marina mercantile: Luigi Durand de la Penne. Il governo di tecnici imposto dal «golpe bianco» sarebbe stato legittimato davanti all’opinione pubblica – nei progetti dei suoi strateghi – dalla contemporanea messa fuori legge del Msi e dei gruppi extraparlamentari di destra e di sinistra: ciò avrebbe dovuto garantire una sorta di equidistanza politica. La fine dell’immunità parlamentare e un tribunale speciale per i politici, accusati di essere corrotti e incapaci, avrebbero dovuto infine assicurare consenso al «rinnovamento» e una legittimazione «morale» alla svolta eversiva.

La stessa nuova forma di governo presidenzialista, non senza stupore la troviamo nel Piano di Rinascita Democratica della P2, di cui lo stesso Venerabile Licio Gelli ammetterà: «nel mio piano di rinascita prevedevo la creazione di una repubblica presidenziale, perché dà più responsabilità e potere a chi guida il Paese, cosa che nella repubblica parlamentare manca».

Letta e Napolitano

Insomma, prima la politica italiana ha tentato la via dell’eversione e della programmazione in ambienti occulti e segreti del presidenzialismo. Oggi invece, si rincorre la stessa direzione cercando il consenso popolare, perchè infondo una democrazia parlamentare non riesce a far fronte ad una crisi economica, esattamente come non riusciva a far fronte al terrorismo e alle tensioni sociali dell’autunno caldo, che però guardacaso, erano sempre collegati ad ambienti deviati dello Stato.

Sul presidenzialismo o semi-presidenzialismo Rodotà non ha dubbi: «Tecnicamente ha molte controindicazioni. Dalla cosiddetta monarchia repubblicana ai conflitti della coabitazione.» Anche la politica e i partiti ne sarebbero travolti, imbrigliati a quel punto dal “decisore” sul Colle eletto direttamente dal popolo «La subordinazione sarebbe fatale – insiste Rodotà – e ne verrebbe travolta la funzione di garanzia del Presidente, cardine del nostro ordinamento parlamentare. Inficiata anche la norma che definisce immodificabile la forma repubblicana dello Stato, che fa corpo con la Repubblica parlamentare. Con danni e conflitti irreparabili».

Ma queste argomentazioni non hanno spazio nei notiziari televisivi, che restano indubbiamente a favore della proposta comunicando solamente che l’elezione spetterà ai cittadini, senza informare le conseguenze, a livello costituzionale di un passaggio di poteri che i nostri padri cercarono di evitare. Un tempo servivano le “marce su Roma”, oggi basta avere i telegiornali dalla tua parte e ciò che non dovrebbe mai essere legittimato, viene ampiamente accettato come “il cambiamento”.

Alberto Fossadri

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Fonti:
-http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/Sogno_3.html
-http://www.polisblog.it/post/94363/presidenzialismo-letta-apre-e-la-destra-gode-ma-napolitano
-http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cavallo
-http://liberiesenzapadroni.blogspot.it/2009/02/manca-solo-il-presidenzialismo.html

Lo sgambetto di NAPOLITANO a Rodotà? Non è il primo

In gioco c’era la presidenza della Camera: vinse Napolitano, Rodotà venne fatto fuori dal suo stesso partito e non la prese bene

Il 3 giugno del 1992, dopo tre scrutini piuttosto difficili, Giorgio Napolitano – che i giornali dell’epoca già chiamavano “l’anziano leader” – venne eletto presidente della Camera. Fino al giorno prima il Partito dei Democratici di Sinistra (PDS) – il partito nato da poco dal Partito Comunista Italiano, dal quale si era staccata Rifondazione Comunista – aveva prima appoggiato e poi scaricato un altro candidato, il primo presidente del PDS e vicepresidente della Camera Stefano Rodotà.

Qualcosa di simile è accaduto nuovamente, con il confronto durante l’elezione per il Presidente della Repubblica, di nuovo, tra Giorgio Napolitano e Stefano Rodotà. Come ieri, anche allora a Rodotà è mancato l’appoggio del suo partito – in un certo senso – naturale: il PDS e poi il PD, ma ha ottenuto invece quello di altre forze: all’epoca Rifondazione e Verdi, ieri il Movimento 5 Stelle – ma fuori da Montecitorio la piazza era comunque piena di bandiere di Rifondazione. Lo scontro fu simile anche perché avvenne al tramonto della cosiddetta “prima Repubblica” – fu la legislatura in cui scoppiò Tangentopoli e l’ultima prima dell’entrata in politica di Silvio Berlusconi – come oggi molti sostengono che sia arrivata la fine della seconda.

Le elezioni del 1992, quelle subito precedenti allo scontro tra Napolitano e Rodotà, furono elezioni storiche. Per la prima volta non si presentava più il PCI che si era scisso in PDS e Rifondazione Comunista. La Lega Nord, che si presentava per la prima volta alle elezioni politiche, prese più di 3 milioni di voti e ottenne 80 seggi  tra Camera e Senato. La Democrazia Cristiana ottenne il suo risultato peggiore di sempre e il Partito Socialista Italiano subì la prima flessione nel suo consenso dal 1979.

Il primo atto del nuovo parlamento fu l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro a Presidente della Repubblica: un’elezione travagliata, per cui furono necessari 16 scrutini. Il giorno prima della sua elezione venne assassinato Giovanni Falcone: dopo la strage di Capaci quasi tutte le forze politiche, con l’eccezione di Rifondazione Comunista e della Lega Nord, si accordarono per eleggere Scalfaro, democristiano, allora presidente della Camera. La sua elezione aprì un clima favorevole a un’entrata del PDS in un governo DC e PSI.

Com’era tradizione nella prima Repubblica – tradizione che si è persa negli ultimi anni – la maggioranza DC-PSI lasciò all’opposizione l’elezione del presidente di una delle due camere, in questo caso quella dei deputati. Per le prime due votazioni il candidato ufficiale del PDS fu Rodotà, a cui Scalfaro aveva appena lasciato la presidenza della Camera. Al primo scrutinio prese 158 voti su 554. Il secondo andò ancora peggio: 147 voti. Secondo i giornali dell’epoca, mentre riceveva i voti di Rifondazione e dei Verdi, Rodotà era preso di mira da molti “franchi tiratori” del suo stesso partito e, soprattutto, le forze della maggioranza non sembravano disponibili a votarlo.

Dopo l’insuccesso del 2 giugno il PDS, scrissero i giornali, cominciò a temere che stesse venendo meno la disponibilità dei partiti di maggioranza a votare un candidato del PDS. Il segretario del partito, Achille Occhetto, disse che «i principali gruppi parlamentari hanno dichiarato la loro disponibilità a prendere in considerazione una candidatura del Pds» e che invitavano il PDS «a non protrarre oltre l’ elezione, per mettere il presidente della Repubblica nelle condizioni di poter aprire le consultazioni».

Nel corso del 2 giugno il PDS votò per due volte scheda bianca, lasciando a Rodotà soltanto i voti di Rifondazione Comunista, dei Verdi e di alcuni altri partiti minori. La sera di quel giorno, il gruppo parlamentare si riunì per decidere una nuova candidatura. Su 107 membri del gruppo parlamentare, solo 22 si astennero e venne scelto Giorgio Napolitano, moderato, aperto al dialogo con i socialisti di Craxi e leader della corrente dei “miglioristi” all’epoca del PCI. Questa fu la notizia, a pagina 3 della Stampa del 3 giugno 1992.

Rodotà fu molto critico nei confronti del suo partito.  In un comunicato diffuso dopo la riunione che aveva deciso per la candidatura di Napolitano scrisse: «Una piccola schiera di imbecilli ha ridotto tutto a una fame di poltrone che, se fosse esistita, molti erano pronti a saziare con ragguardevoli bocconi». Poco dopo si dimise da presidente del partito e dalla vicepresidenza della Camera. Il giorno dopo, il 3 giugno, Giorgio Napolitano venne eletto con 360 voti che includevano quelli del PDS, della DC e del Partito Socialista.

Fonte: http://www.ilpost.it/2013/04/21/napolitano-contro-rodota-nel-1992/

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