L’Italia e la deriva del Presidenzialismo

Si parla molto di Presidenzialismo in questi tempi. Ciò di cui parlava solo Berlusconi pochi anni fa, ora è ben accolto anche da Napolitano e da buona parte della sinistra. Ma come fa la cosiddetta “sinistra” a identificarsi in una deriva tipica della destra? Chi conosce la storia di come la destra e la sinistra si distinsero nella Convocazione degli Stati Generali del 1789, sa bene che la sinistra storicamente è l’anima politica che tende ad un decentramento del potere nelle istituzioni, mentra la destra per categoria spinge per un accentramento del potere nelle mani di pochi e per uno stato conservatore.

Edgardo Sogno

Mi stupisce il fatto che uomini di “sinistra” come quelli del PD appoggino riforme costituzionali di destra, oltre ad esser stati i maggiori promotori delle dottrine economiche liberiste in Italia come in Europa (tesi di economia fortemente di destra). Sempre ovviamente, se di sinistra si parla…

Ma torniamo al tanto discusso PRESIDENZIALISMO. Il dibattito è recente, ma l’idea di trasformare l’Italia in una Repubblica Presidenziale ha origini lontane, e per precisione nel periodo della guerra fredda. Gli anni di piombo, dove la macchina della strategia della tensione creava un regime di paura nel paese, tramite attentati, stragi, sommosse, tutto questo inasprimento del clima democratico ed il conseguente bombardamento mediatico crearono una crisi democratica di non poco conto. Una parte dello Stato che faceva la guerra allo Stato stesso, per dimostrare che la forma di governo che gli italiani avevano scelto nel ’48 non era in grado di far fronte ad un’ondata di problemi e di disordini che avevano costellato quegli anni. Non solo, lo scopo principale era quello di tenere lo strategico peso dell’Italia nel Mediterraneo e nel Patto Atlantico, fuori dalla portata di Mosca e da una deriva socialista del paese. Gli stessi americani hanno avuto le “mani in pasta” fina dall’inizio di questa storia fatta di romanzi di mafia e spaghetti.

La cosa che ci interessa sono i tentativi di deriva e sovversione dello Stato che hanno minato la democraticità del paese negli stessi anni. Le destabilizzazioni sono servite a diversi tentativi di golpe che in qualunque modo siano terminati, hanno prodotto effetti anche devastanti sulla società italiana, senza che se ne rendesse conto. L’ultimo di questi casi riconducibili a discegni criminali di militari, faccendieri e membri dell’establishment, fu il cosiddetto “golpe Bianco”. Un progetto che ruotava nei primi anni settanta attorno alla figura di Edgardo Sogno, piduista, amico di Randolfo Pacciardi il maestro massone che fondò il nuovo gruppo politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica con un disegno di presidenzialismo sul modello francese. Edgardo Sogno si avvicina agli uomini del principe Borghese (che tentò nel ’70 il Golpe dell’Immacolata), come Remo Orlandini; e Andrea Borghesio, amico personale di Sogno e sostenitore del suo progetto fin dalla prima ora, entra nell’esecutivo piemontese del Fronte Nazionale di Borghese, fianco a fianco con il neonazista Salvatore Francia, capo piemontese di Ordine Nuovo. Sogno dunque, per sua stessa ammissione, lavora per la «rottura», per «una radicale modificazione» del quadro politico. Progetta un piano eversivo che sarebbe dovuto scattare mentre le grandi fabbriche erano chiuse e l’Italia era in vacanza, tra il 10 e il 15 agosto 1974. Prepara un’azione, anche armata, che sarebbe scattata in caso di vittoria elettorale delle sinistre. Un «golpe bianco», anticomunista e liberale, un’azione «violenta, spietata e rapidissima».

Secondo le dichiarazioni di Luigi Cavallo, avrebbe dovuto essere «un golpe di destra con un programma avanzato di sinistra, che divida lo schieramento antifascista e metta i fascisti fuori gioco». Un colpo organizzato «con i criteri del Blitzkrieg: sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse ancora per due settimane e le masse disperse in villeggiatura». Conseguenze immediate: lo scioglimento del Parlamento, la costituzione di un sindacato unico, la formazione di un governo provvisorio espresso dalle Forze Armate, che avrebbero dovuto attuare un «programma di risanamento e ristrutturazione sociale del Paese», una riforma elettorale-costituzionale da sottoporre a referendum, l’attuazione di una politica sociale avanzata che consentisse «il rilancio dello sviluppo economico». La lista del nuovo «governo forte» era pronta. Presidente del Consiglio: Randolfo Pacciardi; sottosegretari alla presidenza del Consiglio: Antonio de Martini e Celso De Stefanis; ministro degli Esteri: Manlio Brosio; ministro dell’Interno: Eugenio Reale; ministro della Difesa: Edgardo Sogno; ministro delle Finanze: Ivan Matteo Lombardo; ministro del Tesoro e del Bilancio: Sergio Ricossa; ministro di Grazia e Giustizia: Giovanni Colli; ministro della Pubblica istruzione: Giano Accame; ministro dell’Informazione: Mauro Mita; ministro dell’Industria: Giuseppe Zamberletti; ministro del Lavoro: Bartolo Ciccardini; ministro della Sanità: Aldo Cucchi; ministro della Marina mercantile: Luigi Durand de la Penne. Il governo di tecnici imposto dal «golpe bianco» sarebbe stato legittimato davanti all’opinione pubblica – nei progetti dei suoi strateghi – dalla contemporanea messa fuori legge del Msi e dei gruppi extraparlamentari di destra e di sinistra: ciò avrebbe dovuto garantire una sorta di equidistanza politica. La fine dell’immunità parlamentare e un tribunale speciale per i politici, accusati di essere corrotti e incapaci, avrebbero dovuto infine assicurare consenso al «rinnovamento» e una legittimazione «morale» alla svolta eversiva.

La stessa nuova forma di governo presidenzialista, non senza stupore la troviamo nel Piano di Rinascita Democratica della P2, di cui lo stesso Venerabile Licio Gelli ammetterà: «nel mio piano di rinascita prevedevo la creazione di una repubblica presidenziale, perché dà più responsabilità e potere a chi guida il Paese, cosa che nella repubblica parlamentare manca».

Letta e Napolitano

Insomma, prima la politica italiana ha tentato la via dell’eversione e della programmazione in ambienti occulti e segreti del presidenzialismo. Oggi invece, si rincorre la stessa direzione cercando il consenso popolare, perchè infondo una democrazia parlamentare non riesce a far fronte ad una crisi economica, esattamente come non riusciva a far fronte al terrorismo e alle tensioni sociali dell’autunno caldo, che però guardacaso, erano sempre collegati ad ambienti deviati dello Stato.

Sul presidenzialismo o semi-presidenzialismo Rodotà non ha dubbi: «Tecnicamente ha molte controindicazioni. Dalla cosiddetta monarchia repubblicana ai conflitti della coabitazione.» Anche la politica e i partiti ne sarebbero travolti, imbrigliati a quel punto dal “decisore” sul Colle eletto direttamente dal popolo «La subordinazione sarebbe fatale – insiste Rodotà – e ne verrebbe travolta la funzione di garanzia del Presidente, cardine del nostro ordinamento parlamentare. Inficiata anche la norma che definisce immodificabile la forma repubblicana dello Stato, che fa corpo con la Repubblica parlamentare. Con danni e conflitti irreparabili».

Ma queste argomentazioni non hanno spazio nei notiziari televisivi, che restano indubbiamente a favore della proposta comunicando solamente che l’elezione spetterà ai cittadini, senza informare le conseguenze, a livello costituzionale di un passaggio di poteri che i nostri padri cercarono di evitare. Un tempo servivano le “marce su Roma”, oggi basta avere i telegiornali dalla tua parte e ciò che non dovrebbe mai essere legittimato, viene ampiamente accettato come “il cambiamento”.

Alberto Fossadri

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Fonti:
-http://www.societacivile.it/focus/articoli_focus/Sogno_3.html
-http://www.polisblog.it/post/94363/presidenzialismo-letta-apre-e-la-destra-gode-ma-napolitano
-http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Cavallo
-http://liberiesenzapadroni.blogspot.it/2009/02/manca-solo-il-presidenzialismo.html

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