“La riforma è in linea con i principi fondamentali”, sarà vero?!

re“I principi fondamentali della nostra Costituzione non vengono per nulla toccati!” Così tranquillizzano Renzi, la Boschi e Alfano. Effettivamente la riforma non prevede alcuna modifica dei 12 articoli della prima parte della nostra Carta (i principi fondamentali, appunto), ma nella sostanza questo è vero?

Nella sostanza gli italiani dei principi fondamentali conoscono a malapena il primo, e quindi nessuno si accorge che votare SI alla riforma del Titolo V può entrare in contrasto con uno dei 12 famosi articoli.

Come per l’articolo 9 sulla tutela all’ambiente e l’articolo 11 sul ripudio della guerra, anche l’articolo 5 è come se non fosse mai esistito… esso recita:

«La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento»

LO STATO TORNA PREPOTENTE A LIVELLO LOCALE

Questa riforma è, a detta stessa di chi l’ha scritta, una riforma che elimina la concorrenza tra Stato e Regioni riattribuendo molti poteri della precedente riforma del 2001 allo Stato. In base al nuovo articolo 117 le materie che ricadevano in questo tipo di competenza sono ora quasi interamente ripassate allo Stato, tra cui: assicurazioni; ricerca scientifica e tecnologica; previdenza complementare e integrativa; tutela, sicurezza e politiche attive del lavoro; commercio con l’estero; ordinamento sportivo, delle professioni e della comunicazione; protezione civile; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale.

LA GESTIONE DELLE UTILITY

La riforma del Titolo V, può risultare nociva agli enti locali anche nel settore delle utility. Nel nuovo art. 116 è stata inserita la “clausola di supremazia” dello Stato sulle Regioni, che consente allo Stato di intervenire con proprie leggi anche nelle materie di competenza regionale se questo intravede l’interesse nazionale.

Lo Stato torna cioè determinante nelle infrastrutture, nei trasporti e nel campo energetico. Ma con la riforma si prevede anche una facilitazione nella fusione di grossi gestori di utilities come quelle idriche. Le fusioni di questi gestori, già in atto da diversi anni e facilitata con norme quali lo Sblocca Italia, stanno letteralmente facendo perdere potere ai Comuni nei consigli di amministrazione di quelli che di fatto diventano gestori privati delle aziende idriche… in barba al referendum del 2011!
Interessante a tal proposito è questo vecchio articolo di Repubblica sul caso privatizzazioni dell’acqua in Toscana, in cui l’allora sindaco Matteo Renzi esprime chiaramente il suo punto di vista. Nello stesso articolo il presidente di Gaia spa si esprimeva così: «Anche se vincerà il “sì”, la privatizzazione la faremo lo stesso. Viene eliminato l’obbligo legale alla cessione ai privati delle quote azionarie, non l’obbligo economico. I Comuni non hanno soldi e la maggior parte delle società pubbliche cercherà azionisti privati comunque».
Sapete come andò a finire? Il SI all’acqua pubblica stravinse con oltre il 95% dei voti, i colossi come Gaia continuarono ad acquisire gestioni idriche, e a distanza di 5 anni in tutta la toscana esiste solo un comune che è rimasto proprietario della sua acqua: Zeri.

CONCLUSIONI

La democrazia non è solo il controllo del potere da parte di molti invece che di un solo uomo. Democrazia vuol dire anche decentramento, autonomia locale, e questa riforma prevede un ritorno dello stato centrale.
I nostri padri costituenti lo sapevano bene, avevano conosciuto gli effetti della politica fascista che da Roma imponeva dei modelli di sviluppo a città che pagano ancora oggi le scelte del governo Mussolini. Tra i tanti, la monocultura industriale imposta a tante città come Torino, Taranto, e le altre in cui tutto iniziò a dipendere dalla fortuna del settore industriale imposto dallo stato centrale. Così oggi l’intera città di Torino paga la crisi dell’auto a cui è stata legata, e allo stesso modo Taranto paga la crisi del polo siderurgico. Tutto frutto delle scelte del governo.

Se quei paesi avessero avuto la possibilità di diversificarsi, non verserebbero nel grigiume odierno. Roma non può conoscere la vocazione di ogni singolo borgo delle nostre vallate, e i nostri padri costituenti lo sapevano bene. Ecco perchè all’articolo 5 si erano promessi di favorire l’autonomia degli enti locali e promuovere il decentramento amministrativo.

Forse voi non conoscevate l’articolo 5. Ora ne siete a corrente, e non potete fare orecchio da mercante se ancora volete votare SI il 4 dicembre.

Alberto Fossadri

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Il Razzolatore

Quello che state osservando è un esemplare di politico sinistroide maschio mentre invade il territorio del suo rivale: il politico destroide maschio Beta (Berlusconi).
rrrrrr
Ieri è stata fissata la data del referendum di ottobre… al 4 dicembre! Segnale certo che lascia intendere che il governo, per convincere gli italiani, ha bisogno di una campagna mediatica lunga. Insomma sa che se si votasse oggi perderebbe.
Ma la cosa più interessante, è il fatto che Renzi sa benissimo che le sue politiche ormai hanno fatto perdere la fiducia in lui degli elettori di sinistra. Quindi cos’ha deciso di fare? Acchiappare i voti che solitamente appartengono a Berlusconi, o coloro che in passato hanno ceduto al genere di lusinghe in cui B. era maestro.
Si presenta quindi da Del Debbio in un programma di dubbio gusto che è Quinta Colonna, solitamente frequentato da pensionati frustrati di destra, con una lavagnetta. Lui infatti, se non lo avete ancora capito, è il maestro e voi dovete fare i bravi discepoli, altrimenti finite in ginocchio sui ceci! A Del Debbio (che pare quasi amorfo, si beve tutto senza contrastarlo) non parla nel pieno dell’argomento Riforma Costituzionale, ma espone i suoi progetti di riforma pensionistica. E badate bene, le pensioni minime si alzeranno così tanto che non saranno più minime! Cavoli, l’anno prossimo vuoi vedere che anche lui nell’offerta 3×2 ci metterà anche le dentiere?!
Questa strategia da razzolatore (ormai l’hanno capito tutti che rottamatore non è…) lascia trasparire una disperazione per cui non posso fare a meno di gioire. Già la settimana scorsa un osservatore attento aveva capito l’antifona. Renzi si presentò dalla Gruber per affrontare il giornalista Marco Travaglio. Travaglio, come si sapeva, non gli ha fatto sconti, e Renzi ha balbettato una serie di slogan inframezzati da frecciatine ben puntate, per discreditare certo l’avversario, ma soprattutto per rendere se stesso simpatico a chi non ama Travaglio. A Renzi non interessava vincere lo scontro, gli interessava mostrare agli elettori di Berlusconi (di cui si ricorda lo scontro con Travaglio da Santoro, con la famosa spolverata di seggiola) che ha un nemico comune. Gli interessava rendersi affine, meno antipatico, per poi puntare alla fetta più corposa della torta, andare da Del Debbio e poi chissà… da Barbara d’Urso e compagnia bella.
Questo è il vero linguaggio del politico! E per chi lo sa leggere, dice molte cose.
Per ora Berlusconi lo lascia fare, è la sua strategia che questa volta non ho ancora capito. Vuole veramente che il referendum fallisca?
Alberto Fossadri

15 motivi per votare NO al Referendum (Gustavo Zagrebelsky)

Nella campagna per il referendum costituzionale i fautori del  useranno alcuni slogan. Noi, i fautori del NO, risponderemo con argomenti. Loro diranno, ma noi diciamo.

1. Diranno che “gli italiani” aspettano queste riforme da vent’anni (o trenta, o anche settanta, secondo l’estro)
Noi diciamo che da quando è stata approvata la Costituzione – democrazia e lavoro – c’è chi non l’ha mai accettata e, non avendola accettata, ha cercato in ogni modo, lecito e illecito, di cambiarla per imporre una qualche forma di regime autoritario. Chi ha un poco di memoria, ricorda i nomi Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno, Luigi Cavallo, Giovanni Di Lorenzo, Junio Valerio Borghese, Licio Gelli, per non parlare di quella corrente antidemocratica nascosta che di tanto in tanto fa sentire la sua presenza nella politica italiana. A costoro devono affiancarsi, senza confonderli, coloro che negli anni hanno cercato di modificare la Costituzione spostandone il baricentro a favore del governo o del leader: commissioni bicamerali varie, “saggi” diLorenzago, “saggi” del presidente, eccetera. È vero: vi sono tanti che da tanti anni aspettano e pensano che questa sia finalmente “la volta buona”. Ma questi non sono certo “gli italiani”, i quali del resto, nella maggioranza che si è espressa nel referendum di dieci anni fa, hanno respinto col referendum un analogo tentativo, iltentativo che, più di tutti gli altri sembrava vicino al raggiungimento dello scopo. A coloro che vogliono parlare “per gli italiani”, diciamo: parlate per voi.

2. Diranno che “ce lo chiede l’Europa”
(…) Diteci che cosa rappresenta l’Europa di oggi se non principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla “fiducia degli investitori” e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale. A questo fine, l’Europa ha bisogno d’istituzioni statali che eseguano con disciplina i Diktat ch’essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al “caro primo ministro”, contenente un vero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all’invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità. Dite: “Ce lo chiede l’Europa” e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da “analisti” di banche d’affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le “riforme” in corso nel nostro Paese. (…) A chi dice: ce lo chiede l’Europa, poniamo a nostra volta la domanda: qual è l’Europa alla qualevolete dare risposte?

3. Diranno che le riforme servono alla “governabilità”
(..) “Governabile” è chi si lascia docilmente governare e chiediamo: chi si deve lasciar governare e da chi? Noi pensiamo che occorra “governo”, non governabilità, e che governo, indemocrazia, presupponga idee e progetti politici capaci di suscitare consenso, partecipazione, sostegno. In assenza, la democrazia degenera in linguaggio demagogico, rassicurazioni vuote, altra faccia della rassegnazione, e dell’abulia: materia passiva, irresponsabile e facile alla manipolazione. Questa è la governabilità. A chi dice “governabilità” noi rispondiamo: partecipazione e governo democratico.

4. Diranno: ma la riforma è pur stata approvata dal Parlamento, l’organo della democrazia
Ma noi diciamo: quale Parlamento? Il Parlamento illegittimo, eletto con una legge elettorale obbrobriosa, dichiarata incostituzionale, per l’appunto, per essere antidemocratica (deputati e senatori nominati e non eletti; premio di maggioranza abnorme che ha scollato gli eletti dagli elettori). La Corte costituzionale ha bollato quell’elezione come una specie di golpe elettorale, per avere “rotto il rapporto di rappresentanza” (testuale). È vero che la Corte aggiunse che, per l’esigenza di continuità costituzionale, le Camere così elette non sarebbero decadute immediatamente.
Ma è chiaro a tutti coloro che hanno ancora un’idea seppur minima di democrazia che da quella sentenza si sarebbe dovuto procedere tempestivamente, per mezzo d’una nuova legge elettorale conforme alla Costituzione, a nuove elezioni, per ristabilire il rapporto di rappresentanza. (…) È vero che, scandalosamente, anche da parte delle più alte autorità della Repubblica, dell’informazione e da parte di non poca “dottrina” costituzionalistica, si fa finta che non esista una questione di legittimità che getta un’ombra su tutta questa vicenda, tanto più in quanto, se non vi fosse stato l’incostituzionale premio di maggioranza, sarebbero mancati i numeri necessari per portarla a compimento. (…)

5. Parleranno di atto d’orgoglio politico dei parlamentari, finalmente capaci di “autoriformarsi” senza guardare al proprio interesse
Noi parliamo, piuttosto, d’arroganza dell’esecutivo. Queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere dipressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti), di forzature(strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall’opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo, fino a raggiungere il colmo: la questione di fiducia posta addirittura agli elettori, sull’approvazione referendaria della riforma (o me o la riforma, sempre che voglia prendere sul serio un simile proclama da parte di uno che non eccede in coerenza ed eccede invece in spregiudicatezza). Questo non è il primato della politica, ma delle minacce e degli allettamenti. Se volete parlare di politica, noi diciamo: sì, ma sapendo che è mala politica.

6. S’inorgogliranno chiamandosi “governo costituente”
Noi diciamo che il “governo costituente”, in democrazia, è un’espressione ambigua. Sono i governi dei caudillos e dei colonnelli sud-americani, quelli che, preso il potere, si danno la propria costituzione: costituzione non come patto sociale egaranzia di convivenza ma come strumento, armatura del proprio potere. Il popolo e la sua rappresentanza, in democrazia, possono essere “costituenti”. I governi, poiché sono espressione non di tutta la politica, ma solo d’una parte, devono stare sotto laCostituzione, non sopra come credono invece di stare d’essere i nostri riformatori che si fanno forti dello slogan “abbiamo i numeri”, come se avere i numeri, comunque racimolati, equivalga all’autorizzazione a fare quel che si vuole. (…)

7. Diranno che l’iniziativa del governo nelle faccende costituzionali non ha nulla d’anormale e, quelli che sanno, porteranno l’esempio della Francia, del generale De Gaulle e della sua riforma costituzionale del 1962.
Noi ci limitiamo a porre queste domande: credete davvero d’essere dei nuovi De Gaulle, il capo della Resistenza repubblicana che sbarca in Normandia al momento della liberazione? E di poter paragonare l’Italia di oggi alla Francia d’allora? La riforma francese aveva alla sua base le idee costituzionali enunciate “disinteressatamente” nel 1946 a Bayeux, guardando lontano e radicandosi nel passato della storia della Repubblica francese. Noi abbiamo invece testi raffazzonati all’ultima ora, la cui approvazione si è resa possibile per equivoci compromessi concettuali e lessicali, proprio sul punto centrale della riforma delSenato. (…)

8. Diranno che, anche ad ammettere che la riforma abbia avuto una genesi non democratica e un iter parlamentare telecomandato nei tempi e nei contenuti, alla fine la democrazia trionferà nel referendum confermativo.
Noi diciamo che la riforma forse sottoposta al giudizio degli elettori porta il segno della sua origine tecnocratica unilaterale e che il referendum richiesto dallo stesso governo che l’ha voluta lo trasformerà in un plebiscito. Non si tratterà di un giudizio su unaCostituzione destinata a valere negli anni, ma di un voto su un governo temporaneamente in carica. (…) Avremo una campagna referendaria in cui il governo avrà una presenza battente, come se si trattasse d’una qualunque campagna elettorale a favore di una parte politica, e farà valere il “plusvalore” che assiste sempre coloro che dispongono del potere, complice anche un’informazione ormai quasi completamente allineata.

9. Diranno che non c’è da fare tante storie, perché, in fondo si tratta d’una riforma essenzialmente tecnica, rivolta a razionalizzare i percorsi decisionali e a renderli più spediti ed efficienti
Noi diciamo: altro che tecnica! È la razionalizzazione d’una trasformazione essenzialmente incostituzionale, che rovescia lapiramide democratica. Le decisioni politiche, da tempo, si elaborano dall’alto, in sedi riservate e poco trasparenti, e vengono imposte per linee discendenti sui cittadini e sul Parlamento, considerato un intralcio e perciò umiliato in tutte le occasioni che contano. La democrazia partecipativa è stata sostituita da un sistema opposto di oligarchia riservata. (…) Le “riforme” costituzionali sono in realtà adeguamenti della Costituzione a questa realtà oligarchica. Poiché siamo per la democrazia, e non per l’oligarchia, siamo contrari a questo adeguamento spacciato come riforma.

10. Diranno che i partiti di sinistra, già al tempo della Costituente, avevano criticato il bicameralismo (cuore della riforma) e che perfino Pietro Ingrao, ancora negli anni 80, si espresse per l’abolizione del Senato
Noi diciamo: andate a leggere i resoconti di quei dibatti e vi renderete conto che si trattava, allora, di semplificare le istituzioni parlamentari per dare più forza alla rappresentanza democratica e fare del Parlamento il centro della vita politica (si parlava di “centralità del Parlamento”). La visione era quella della democrazia partecipativa o, nel linguaggio di Ingrao, della “democrazia di massa”. Oggi è tutto il contrario: si tratta di consolidare il primato dell’esecutivo emarginando la rappresentanza, in quanto portatrice di autonome istanze democratiche. (…)

11. Diranno che siamo come i ciechi conservatori che hanno paura del nuovo, anzi del “futuro-che-è-oggi”, e sono paralizzati dal timore dell’ “uomo forte”
Noi diciamo che a noi non interessano “riforme” che riforme non sono, ma sono “consolidazioni” dell’esistente: un esistente che non ci piace affatto perché portatore di disgregazione costituzionale e di latenti istinti autoritari. Questi istinti non si manifestano necessariamente attraverso l’uso esplicito della forza da parte di un “uomo forte”. Questo accadeva in altri, più primitivi tempi. Oggi, si tratta piuttosto dell’occupazione dei posti strategici dell’economia, della politica e della cultura che forma l’ideologia egemonica delmomento. Questo è ciò che sta accadendo manifestamente e solo chi chiude gli occhi e vuole non vedere, può vivere tranquillo. Si tratta, per portare a compimento questo disegno, di eliminare o abbassare gli ostacoli (pluralismo istituzionale, organi di controllo e di garanzia) che frenano il libero dispiegarsi del potere che si coagula negli organi esecutivi. Non occorre eliminarli, ma normalizzarli, ugualizzarli, standardizzarli, il che significa l’opposto del far opera costituente.

12. Diranno che siamo per l’immobilismo, cioè che difendiamo l’indifendibile: una condizione della politica che non ha mai toccato un punto così basso in tutta la storia repubblicana, mentre loro vogliono rianimarla e rinnovarla
Noi opponiamo una classica domanda alla quale i riformatoricostantemente sfuggono: sono più importanti le istituzioni o coloro che operano nelle istituzioni? La risposta, che sta non solo in venerandi scritti sulla politica e sulla democrazia – che i nostririformatori, con tranquilla e beata innocenza mostrano d’ignorare completamente – ma anche nelle lezioni della storia, è la seguente:istituzioni imperfette possono funzionare soddisfacentemente se sono in mano a una classe politica degna e consapevole del compito di governo che è loro affidato, mentre la più perfetta delle costituzioni è destinata a funzionare malissimo in mano a una classe politica incapace, corrotta, inadeguata. Per questo noi diciamo: non accollate a una Costituzione le colpe che sono vostre. (…)

13. Diranno: non ve ne va bene una; la vostra è una opposizione preconcetta. Non siete d’accordo nemmeno sull’abolizione del Cnel e la riduzione dei “costi della politica”?
Noi diciamo: qualcosa c’è di ovvio, su cui voteremmo pure sì, ma è mescolato, come argomento-specchietto, per far passare il resto presso un’opinione pubblica orientata anti-politicamente. A parte il Cnel, che in effetti s’è dimostrato in questi anni una scatola quasi vuota, la riduzione dei costi della politica avrebbe potuto essere perseguito in diversi altri modi: riduzione drastica del numero dei deputati, perfino abolizione pura e semplice del Senato in un contesto di garanzie ed equilibri costituzionali efficaci. Non è stato così.
Si è voluto poter disporre d’un argomento demagogico che trova alimento nella lunga tradizione antiparlamentare che ha sempre alimentato il qualunquismo nostrano. Avere unificato in un unicovoto referendario tanti argomenti tanto diversi (forma di governo e autonomie regionali) è un abile trucco costituzionalmente scorretto, che impedisce di votare sì su quelle parti della riforma che, prese per sé e in sé, risultassero eventualmente condivisibili. Voi dite di voler combattere l’antipolitica, ma proprio voi ne esprimete l’essenza. (…)

14. Diranno: come è possibile disconoscere il serio lavoro fatto da numerosi esperti, a incominciare dai “saggi” del presidente della Repubblica, passando per la Commissione governativa, per le tante audizioni parlamentari di distinti costituzionalisti, fino ad approdare al Parlamento e al ministro competente per le riforme costituzionali. Tutto ciò non è per voi garanzia sufficiente d’un lavoro tecnicamente ben fatto?
(…) Le questioni costituzionali non sono mai solo tecniche. A ogni modifica della collocazione delle competenze e delle procedure corrisponde una diversa allocazione del potere. Nella specie, ciò che si sta realizzando, per l’effetto congiunto della legge elettorale e della riforma costituzionale, è l’umiliazione del Parlamento elettivo davanti all’esecutivo; l’esecutivo, un organo che, non essendo “eletto”, potrà derivare dall’iniziativa delpresidente della Repubblica che, dall’alto, potrà manovrare – come è avvenuto – per ottenere la fiducia della Camera.
Quanto poi alla bontà del testo di riforma dal punto di vista tecnico, ci limitiamo a questo esempio, la definizione delle competenze legislative da esercitare insieme dalla Camera e dalSenato (sì, il Senato rimane, il bicameralismo anche e, se la seconda Camera non si arenerà su un binario morto, i suoi rapporti con la prima Camera daranno luogo a numerosi conflitti): “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per (sic!) le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’art. 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella (?) che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore e di cui all’art. 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116 terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma”.
Se questo pasticcio è il prodotto dei “tecnici”, noi diciamo che hanno trattato la Costituzione come una legge finanziaria o, meglio, come un Decreto milleproroghe qualunque: sono infatti formulati così. Quanto ai contenuti, come possono i “tecnici” non aver colto le contraddizioni dell’art. 5, noto perché su di esso si è prodotta una differenziazione nella maggioranza, poi rientrata. Riguarda la composizione del Senato e non si capisce se i senatori rappresenteranno le Regioni in quanto enti, i gruppi consiliari oppure le popolazioni; non si capisce poi se saranno effettivamente scelti dagli elettori o dai Consigli regionali. Saranno eletti – si scrive – dai Consigli regionali “In conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Ma, se queste scelte saranno vincolanti, non ci sarà elezione ma, al più ratifica; se non saranno vincolanti, come si può parlare di “conformità”.
Un pasticcio dell’ultima ora che darà filo da torcere a che dovrà darne attuazione: parallele convergenti, quadratura delcerchio… Agli autorevoli fautori di norme come queste, citate qui a modo d’esempio chiediamo sommessamente: dite con parole vostre e con parole chiare che cosa avete voluto. (…) Questi tecnici non hanno dato il meglio di sé, forse perché hanno dovuto nascondere nell’oscurità l’assenza di chiarezza che ha regnato nella testa di coloro che hanno dato loro il mandato di scrivere queste norme. Loro non lo diranno, ma lo diciamo noi. Nella confusione, una cosa è chiara: l’accentramento a favore dello Stato a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare. Orbene, noi della Costituzione abbiamo un’idea diversa: patto solenne che unisce un popolo sovrano che così sceglie come stare insieme insocietà. “Unisce”? Questa riforma non unisce ma divide. Non è una costituzione, ma una s-costituzione. “Popolo sovrano”? Dov’è oggi svanita la sovranità, quella sovranità che l’art. 1 dellaCostituzione pone nel popolo e che l’art. 11 autorizza bensì a “limitare”, ma precisando le condizioni (la pace e la giustizia tra le Nazioni) e vietando che sia dismessa e trasferita presso poteri opachi e irresponsabili? È superfluo ripetere quello che da tutte le parti si riconosce: per molte ragioni, il popolo sovrano è stato spodestato. Se manca la sovranità, cioè la libertà di decidere da noi della nostra libertà, quella che chiamiamo costituzione non più è tale. Sarà, al più, uno strumento di governo di cui chi è al potere si serve finché è utile e che si mette da parte quando non serve più. La prassi è lì a dimostrare che proprio questo è stato l’atteggiamento sfacciatamente strumentale degli ultimi anni: la Costituzionenon è stata sopra, ma sotto la politica e perciò è stata forzata e disattesa innumerevoli volte nel silenzio compiacente della politica, della stampa, della scienza costituzionale. Ora, la riforma non è altro che la codificazione di questa perdita di sovranità. Apparentemente, la vicenda che stiamo vivendo è una nostra vicenda. In realtà, chi la conduce lo fa in nome nostro ma, invero, per conto d’altri che già hanno fatto il bello e il cattivo tempo nei Paesi economicamente, politicamente e socialmente più deboli e s’apprestano a continuare. Per questo, chiedono governi che non abbiano da dipendere dai parlamenti e, ove sia il caso, dispongano di strumenti per mettere i parlamenti, rappresentativi dei cittadini, nelle condizioni di non nuocere.
Seguiamo questa concatenazione: la Costituzione è espressione della sovranità; se manca la sovranità, non c’è costituzione. La Costituzione e il Diritto costituzionale, con la sedicente riforma costituzionale, s’avviano a mantenere il nome, ma a perdere la cosa. L’impegno per il No al referendum ha, nel profondo, questo significato: opporsi alla perdita della nostra sovranità, difendere la nostra libertà.

Post scriptum: C’è poi ancora un altro argomento che, per la sua stupidità, abbiamo esitato a inserire nella lista di quelli meritevoli d’essere presi in considerazione. È già stato usato ed è destinato a essere ripetuto in misura proporzionale alla sua insensatezza. Per questo, non lo ignoriamo semplicemente, come forse meriterebbe, ma lo collochiamo alla fine, a parte.

15. Diranno: sarà divertente vedere dalla stessa parte un Brunetta e uno Zagrebelsky
Noi diciamo: non fate torto alla vostra intelligenza. Come non capire che si può essere in disaccordo, anche in disaccordo profondo, sulle politiche d’ogni giorno, ma concordare sulle regole costituzionali che devono garantire il corretto confronto tra le posizioni, cioè sulla democrazia? In verità, chi pensa di vedere in questa concordanza un motivo di divertimento, e non una seria ragione per dubitare circa il valore dei cambiamenti costituzionali in atto, non fa che confessare candidamente un suo retro-pensiero. Questo: che tra una Costituzione e una legge qualunque non c’ènessuna differenza essenziale; che, quindi, se sei in disaccordo politico con qualcuno, non puoi essere in accordo costituzionalecon lui, perché tutto è politica e nulla è costituzione. A noi, questo, non sembra un modo di pensare rassicurante.

da Il Fatto Quotidiano del 6 marzo 2016

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L’Unità, Renzi, i debiti della Grecia e il festival dell’IPOCRISIA

Oggi riapre l’Unità, giornale di Antonio Gramsci, povero intellettuale comunista che ha avuto la disgrazia di dover accostare continuamente il proprio nome ad un giornale fallito, finanziato anni fa dal cane più ricco del mondo, pardon, dal pastore tedesco più ricco del mondo; un giornale dal passato comunista che fa da stampella al partito più liberista d’Italia, giusto per passare da Marx a Smith in faccia alle bandiere rosse.

Poi c’è la Grecia che rischia di fare la fine dell’Unità. Una Grecia che per la Merkel non fa i compiti e che per Renzi, ha “azzardato” il referendum. Come se c’era da aspettarselo da questi greci, ancora affezionati a quegli antichi modelli di Platone e Socrate per cui la gente contava ancora qualcosa (così almeno dovrebbe pensare uno che governa senza esser mai stato eletto).

Che cosa centra la Grecia con l’Unità? Semplice, che per Renzi la Grecia i debiti li deve pagare. Ma certo, intanto però i debiti che L’Unità S.p.a aveva con i creditori (più di 100 milioni di € di debito) sono stati pagati dal PD quando questi possedeva direttamente il giornale prima del fallimento del 1994? All’epoca il PD si chiamava PDS ed essendo lui il proprietario dell’Unità avrebbe dovuto saldare quel debito.

Un’inchiesta di REPORT che invito a vedere (link) rivela che il partito si accordò con i creditori per rateizzare il debito, ma successivamente il governo Prodi un po’ furbescamente creò una norma (le leggi ad personam non sono solo una prerogativa berlusconiana) che prevedeva la possibilità per i creditori di rivalersi sullo Stato quando un partito non era in grado di saldare un debito.

Nel 2007 il grande tesoriere dei DS Ugo Sposetti, utilizzando la scaltrezza del più abile dei truffatori, spostò l’immenso patrimonio immobiliare del partito all’interno di una fondazione. Perciò inattaccabile ai creditori. Questi, non potendo usufruire di alcun bene aggredibile sono andati a battere cassa a Palazzo Chigi per i restanti 110 milioni di €.

Quindi, il signor Renzi, prima di puntare il dito sui greci intimandogli di pagare i debiti e di fare i compiti, farebbe bene a pagare i debiti che il Partito Dittator… ehm, Democratico ha nei confronti degli italiani sia come istituzione politica che come governo. Eh, si! Perchè ricordo a LoRenzi il Magnifico che la Consulta ha reso incostituzionale la Legge Fornero e ha imposto al governo di dare ai lavoratori le pensioni che spettano loro di diritto.

Invece di contraddirsi quotidianamente da solo, il berlusconiano rampante che guida il PD dovrebbe iniziare a prepararsi il discorso del capitano che deve avvisare l’equipaggio che la nave sta affondando, perchè ormai è chiaro che di carte da giocare questo governo non ne ha nessuna. Comunque, ottimo bluff.

Alberto Fossadri

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Quello che non funziona nel M5s

E’ logico che questo articolo viene da una critica personale, che a mia volta sottopongo alla critica ben accetta del lettore. Secondo i canoni etici che ho sposato trovo che diverse questioni all’interno del Movimento 5 stelle andrebbero discusse in un confronto congressuale. Non entrando nel merito del lavoro dei parlamentari, che secondo me è ottimo sia per quanto riguarda l’operato sia per quanto riguarda l’esempio, vorrei stimolare la coscienza degli iscritti su delle tematiche che, è chiaro, non sono condivise da tutti.

m5s

Punto primo, ci si è dati un regolamento e una forma organica suddivisa per compiti. Quando il movimento è entrato a far parte del parlamento italiano, senza che i membri si conoscessero; senza aver ancora sperimentato i propri meccanismi interni; la forma scelta era perfetta. Il regolamento è molto valido tutt’ora, ma la forma organica?

Ora che c’è un corpo parlamentare con l’esperienza sufficiente, e la base ha assimilato alcune pratiche (tra cui lo sviluppo di temi e l’organizzazione di incontri sul territorio a supporto dei parlamentari e dei consiglieri), direi che nella struttura organizzativa c’è qualcosa da rivedere.
E’ vero che il merito a Beppe Grillo è indiscusso, ed è vero che deve continuare a svolgere il ruolo di megafono, lui che è capace e carismatico come pochi in Italia, e che avendo concepito il movimento sa bene da quali principi nasce. Ma è altrettanto vero che questo ruolo viene adombrato da certe questioni che non appaiono chiare, e quando una cosa appare poco chiara il dubbio oscura anche le parole più belle.

Chi sottopone le domande referendarie agli iscritti? Non i parlamentari. E come vengono sottoposte le domande?
Spesso le consultazioni online del movimento sono state sottoposte ottimamente, con una spiegazione e un’indirizzo d’informazione il più super partes possibile. Ne sono un esempio le consultazioni per step sulla creazione di una proposta di legge elettorale, seguiti dal prof. Aldo Giannuli e con una spiegazione esaustiva per ogni situazione tra quelle sottoposte; un’altra è stata la consultazione per la scelta del gruppo parlamentare europeo, spiegata bene e senza forzature (anche se precedenti dichiarazioni di Beppe Grillo e suoi post hanno palesemente proteso gli iscritti verso l’UKIP di Farage).
Alcune delle chiamate a raccolta referendaria invece, sono state di tutt’altro tono, come quella per l’espulsione di Artini e Pinna. Tralasciamo pure il fatto che non si è proceduto da regolamento come nelle altre situazioni, non passando per l’assemblea che avrebbe garantito una difesa agli accusati; dopotutto se si vuole essere i portatori della civiltà sarebbe quantomeno giusto rispettare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che all’art. 11 recita: «Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa». Al di là di questo, il modo utilizzado per esprimere la richiesta di espulsione non è stato per nulla democratico. Chiunque abbia letto qualcosa di psicologia può cogliere una certa tendenza in alcuni dei quesiti posti ai votanti, e sa bene come sia persuasiva una domanda posta in questa maniera:

I cittadini deputati Massimo Artini e Paola Pinna stanno violando da troppo tempo il codice di comportamento dei Parlamentari M5S sulla restituzione di parte dello stipendio [ecc. ecc.] Sei d’accordo che Pinna e Artini NON possano rimanere nel Movimento 5 Stelle?

Perchè insisto nel ritenere persuasiva la domanda? Perchè in essa è già contenuta la risposta! Non ti chiedo direttamente di votare SI all’espulsione, ma implicitamente ti sto chiedendo di conformarti al mio modo di vedere le cose. Di seguito trovi un importante e semplice esperimento al riguardo.

Dopotutto se io dicessi che sto per porti una domanda, ma qualsiasi cosa tu pensi non devi pensare ad un animale grigio, all’atto della domanda “conosci un animale con le zanne?” potresti rispondermi con “certamente, un cinghiale!” ma non potresti assolutamente negare di aver pensato ad un elefante. Questo perchè ho evocato nella tua mente un’immagine specifica a cui volevo farti arrivare, e dire che Artini ha violato il regolamento ma chiedo comunque un tuo parere equivale a dirti che “sicuramente Artini ha sbagliato” e quindi tu sai già che chi sbaglia paga, quindi la risposta è scontata. La soggezione che si cerca di usare su una massa di persone porterà spesso ad ottenere risultati superiori al 50%. Perciò quel voto, non è democraticamente valido. Se poi si considera che dalla segnalazione agli iscritti del problema, fino al termine del voto, ci sono volute poche ore… la possibilità che uno si documenti per tempo, e abbia un momento per riflettere sulla responsabilità di giudicare una persona, mettendo quindi in discussione tutto un intero operato e le conseguenze che questa scelta potrebbe avere su questa persona, è incredibile pensare a quanto il metodo sia sfasato! Dopotutto se i giurati solitamente hanno bisogno di un po’ di tempo per deliberare è anche a fronte di questo problema. Chiedere poi che uno possa difendersi lo avrei trovato un tantino più civile, altrimenti nasce nell’iscritto il dubbio che l’accusatore teme la difesa e non è sicuro della validità della sua tesi (e questo a mio avviso scredita maggiormente un movimento rispetto al malcomportamento di uno dei suoi membri).

Credo che la responsabilità dello staff non sia sempre in linea con le idee di democrazia diretta. Un direttivo come quello istituito quest’oggi con l’abdicazione di Grillo ad altri 5 eredi è già qualcosa di meglio. Ma la scelta dei 5 deputati è stata a pura discrezionalità di Beppe Grillo, e discrezionalità è indice di autorità (istituzione che ha potere decisionale in un ambito specifico o più ambiti). Sarebbe corretto che il gruppo parlamentare (eletto dalla base) possa eleggere nel proprio seno un direttivo, ratificato dalla base e con possibilità di revoca dalla base stessa per sfiducia. A questo punto, oltre al bellissimo meccanismo della partecipazione ai disegni di legge già presente, si dovrebbe istituire un format dove gli iscritti possano proporre referendum interni, al fine di togliere certe scelte strategiche dalla discrezionalità di singole persone. Se questo non avviene il movimento 5 stelle resta nell’ambito della democrazia rappresentativa anche se con delle differenze, ma non potrà mai parlare appieno di democrazia diretta.

Lo stesso discorso vale per lo staff che gestisce la strategia comunicativa. Su molto di quanto detto riguardo alle televisioni mi trovo in accordo, tempo fa scrissi un articolo sul Perchè i Mass-Media mentono, e ne conosco i meccanismi. Ma sono ancora convinto che qualche messaggio è possibile farlo passare. E non si tratta di andare alla ricerca di voti, ma i 5 stelle si devono rendere conto, e sono sempre stati i primi a dirlo, che il paese cambia solo quando cambierà la mentalità degli italiani. Quindi più che un motivo di elettorato dovrebbe essere un motivo culturale a spingere i 5 stelle a portare un’idea nuova nelle case degli italiani. Non si può sperare di ribaltare i dogmi della civiltà attuale nella mente di 40enni e 50enni solo pubblicando articoli su facebook e sul blog. Altrimenti non resta che aspettare che le vecchie generazioni muoiano… basterà attendere 40 anni, poi forse queste idee saranno accettate, ma non abbiamo tutto questo tempo, e probabilmente queste idee saranno già obsolete allora.

Poi, diciamola tutta, se il 5 stelle vuole fare un’informazione solo su internet, almeno la faccia bene diamine! Vedere post su facebook e twitter dal titolo “Hanno approvato una porcata! Guarda qui …link…” poi clicchi e appare qualche notizia vecchia di mesi, oppure il sensazionalismo utilizzato nel comunicare le notizie senza distinguere tra quelle gravi e meno gravi, tra quelle importanti e meno importanti. Tutto questo atteggiamento è sinonimo di voler solo attirare click senza apportare un vero interesse all’argomento. Nessuna anticipazione, nessuna serietà, nessuna professionalità e nemmeno una seria continuità nello stimolare i lettori verso un argomento specifico (in questo periodo ci si sarebbe dovuti concentrare sulla battaglia del Jobs Act). Conosco moltissimi grillini che hanno tolto il “mi piace” alle pagine legate al 5 stelle, tze tze, e la cosa, solo per questo motivo.

Mi piacerebbe sapere chi ha scelto lo staff comunicativo, e perchè gli iscritti non possono avere voce in capitolo, l’obiettivo che lo staff si è posto è palesemente sbagliato! L’obiettivo dovrebbe essere quello di propagare le proprie idee e far conoscere il proprio operato, non quello di attirare click a vanvera. In fondo se ci pensate, le persone realmente interessate ad un argomento sono quelle che lo approfondiscono, che ne parlano agli altri e che a loro volta contribuiscono ad alimentare la catena di informazione. Quelle appunto, che dopo 50 click sensazionalistici smettono di seguire il blog perchè perdono la fiducia nella fonte e ritengono l’annuncio uno spam senza serietà, come risultato di una divulgazione nel puro stile di Fan Page e Giornalettismo. Le altre persone invece… quei click guadagnati in più, sono proprio le persone che dopo poco si dimenticano, non approfondiscono e non aiutano a divulgare. Che la strategia comunicativa sia sbagliata lo confermano i numeri, non per aver perso voti, ma perchè sono calati coloro che si interessano di seguire i lavori dei parlamentari 5 stelle, e proporzionalmente è calata la propaganda che ognuno di loro faceva all’interno delle proprie case, dai propri nonni, nei circoli e nei bar.

Alberto Fossadri

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