Vince TRUMP: dovremmo festeggiare!

Non sono di certo un sostenitore di questo personaggio borioso e razzista, ma ritengo che guardando il fatto cinicamente da europei avremmo di che essere soddisfatti, almeno per ora.

Il ragionamento che sto per fare non tiene minimamente conto delle ripercussioni di questa elezione sui cittadini americani o su chi vive o intende trasferirsi negli Stati Uniti. Questo mio approccio potrebbe essere criticabile, ed ammetto che è valido solo con un certo cinismo. Trattandosi però di geopolitica, preferisco lasciare ad altri le opinioni di politica interna e diritti civili. Metto quindi una sorta di paraocchi e cerco di affrontare il tema puramente dal punto di vista di un cittadino europeo.

L’ISOLAZIONISMO AMERICANO CI SALVERÀ

Se Trump adotterà una politica estera vicina a quanto ha auspicato in campagna elettorale, potrebbe avviare una politica abbandonata anni fa dai successori di Roosevelt. Dalla guerra del Vietnam, la politica estera americana è stata quella del poliziotto di quartiere che intende far rispettare le regole del libero mercato anche a costo di usare la forza.

dddddSono finiti i tempi in cui un’Europa instabile e divisa tra governi fascisti, socialisti e liberali, chiedeva un intervento politico (e poi militare)
delle stelle e strisce. Ora accade esattamente l’opposto: un’Europa politicamente stabile ritrova instabilità anche dal crescente antiamericanismo. Insomma, da noi l’America mette il naso un po’ dappertutto e comincia a dar fastidio a tutti. L’antipolitica emerge anche dalla presa di coscienza dei cittadini europei che vedono i nostri governi appiattirsi di fronte alle esigenze d’oltreoceano.
Una politica più chiusa in se stessa da parte del colosso americano, potrebbe favorire la nostra tranquillità. Altrimenti continueremo a subire indirettamente le scelte degli Stati Uniti. Pensandola come Don Camillo, se c’è una corazzata in uno stagno, appena questa si muove scatta l’agitazione di tutte le paperelle.

Ad esempio, si è appreso che la Clinton è stata una delle figure responsabili della catastrofe libica. A causa di questi giochetti abbiamo l’Isis sulla sponda opposta del canale di Sicilia, abbiamo perduto buona parte del controllo di petrolio libico che gestiva l’ENI, e siamo costretti a subire un’ondata migratoria senza precedenti. Se Trump non starà a queste regole non può che farci un favore.

LA QUESTIONE RUSSA

Il Tycoon ha espresso più volte il suo punto di vista sul colosso post-sovietico, ed è stato chiaro nella sua ricerca di una partnership. Ora, sfido chiunque a dire che la Russia sia un paese democratico perchè è chiaro che non lo è, ma spesso anche col vicino che non ci piace dobbiamo scendere a compromessi (gli accordi Berlusconi-Gheddafi fanno da esempio).
Se finalmente si smettesse di usare la Russia come spauracchio fantomatico da “impero del male”, eviteremo di ripiombare nella guerra fredda, e forse noi europei saremo più liberi di scegliere la politica estera che più ci aggrada.
Senza i padroni americani che tuonano “Attenti all’orso russo”, forse anche i nostri politici non saranno costretti a fingere che esista questo pericolo.

Chissà, se Trump mettesse realmente in discussione le alleanze, e magari combinasse qualche disastro, qualche governo coraggioso potrebbe addirittura mettere in discussione la partecipazione alla NATO.

LA TRISTE VERITÀ… 

Queste sono delle eventualità ma sono sinceramente molto scettico sull’evolversi della faccenda. Mi spiego. La “paura” dei russi, è uno dei principali catalizzatori che permette al “complesso militar-industriale” americano di esistere. Questa commistione di interessi è il principale motore dell’economia americana, e indirettamente è la fonte della politica estera degli USA (insieme all’approvvigionamento energetico).
Dubito che permettano ad un presidente di stravolgere questi complessi meccanismi. A maggior ragione Trump non controlla completamente il suo partito, e il Congresso in queste operazioni è sempre determinante.

Abbiamo visto che Obama credeva realmente al controllo delle armi come alla sanità pubblica, eppure in otto anni di mandato non è riuscito a scalfire la condizione reale di questi problemi. La realtà è che esistono sistemi di potere che impediscono anche al presidente più determinato di cambiare le cose.

In conclusione penso che difficilmente Trump potrà isolare l’America, sebbene è quello in cui noi tutti dovremmo sperare… al cane rabbioso va messa la catena.

Alberto Fossadri

Libia: la grande spartizione della torta

di Alberto Negri – Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

libia-petrolioLa guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.

Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.

libia-petrolio-spartizioniIl bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.

Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.

La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.

Fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-06/la-grande-spartizione-114530.shtml?uuid=ACe75oiC&utm_source=dlvr.it&utm

Il bombardamento della Libia e i “giocattoli” dell’aviazione

L’Italia si sa, è un paese pacifico che ripudia la guerra… a meno che non siano gli anglo americani a ordinarci di farla. Leggendo questo articolo, viene anche da chiedersi quanto ne sappiano gli italiani dell’uso che facciamo noi di “giocattoli” da combattimento come gli F-35 che ci stiamo accingendo ad acquistare. Perchè alla luce dei fatti, sembra che gli italiani abbiano saputo ben poco sui bombardamenti alla Libia nel 2011, e visto il massiccio impiego dell’aviazione, sembra che quei caccia servano davvero… ma purtroppo, non per conseguire gli obiettivi della Costituzione.

“Le operazioni condotte nel 2011 sui cieli libici hanno rappresentato per l’Aeronautica Militare italiana l’impegno più imponente dopo il 2° Conflitto Mondiale”. È orgogliosissimo il Capo di Stato maggiore delle forze aeree, generale Giuseppe Bernardis. L’Italia repubblicana ha conosciuto i teatri di guerra dell’Iraq, della Somalia, del Libano, dei Balcani, dell’Afghanistan e del Pakistan, ma mai avevamo sganciato tante bombe e tanti missili aria-terra come abbiamo fatto in Libia per spodestare e consegnare alla morte l’ex alleato e socio d’affari Muammar Gheddafi. Una guerra record di cui però è meglio non andare fieri: secondo i primi dati ufficiali – ancora parziali – i nostri cacciabombardieri hanno martoriato gli obiettivi libici con 710 tra bombe e missili teleguidati. Cinquecentoventi bombe e trenta missili da crociera a lunga gittata li hanno lanciati i “Tornado” e gli AMX dell’Aeronautica; centosessanta testate gli AV8 “Harrier” della Marina militare. Conti alla mano si tratta di quasi l’80% delle armi di “precisione” a guida laser e GPS in dotazione alle forze armate. Un arsenale semi-azzerato in poco più di centottanta giorni di conflitto; il governo ha infatti autorizzato i bombardamenti solo il 25 aprile 2011 (56° anniversario della Liberazione) e la prima missione di strike in Libia è stata realizzata tre giorni dopo da due caccia “Tornado” decollati dall’aeroporto di Trapani Birgi.
“Le munizioni utilizzate dalle forze aeree italiane sono state le bombe GBU-12, GBU-16, GBU-24/EGBU-24, GBU-32, GBU-38, GBU-48 e i missili AGM-88 HARM e Storm Shadow, con una percentuale di successo superiore al 96%”, elenca diligentemente lo Stato Maggiore dell’AMI. Inutile chiedere cosa o chi sia stato colpito nel restante 4% degli attacchi dove sono state sganciate più di trenta bombe di “precisione”. Dettagliata è invece la descrizione del documento “Unified Protector: le capacità di attacco dell’AM” (6 giugno 2011) sulle caratteristiche tecniche di questi strumenti di distruzione e di morte. “I sistemi d’arma a guida laser sono stati sviluppati negli anni ‘80 con i primi test eseguiti dalla Lockheed Martin e sono stati utilizzati nei più recenti conflitti, dalla guerra del Golfo alle operazioni sui Balcani, Iraq e Afghanistan”, scrivono i comandanti delle forze aeree. “La GBU-16 è un armamento a guida laser Paveway II, basato essenzialmente su bombe della serie MK83 da 495 Kg. Della stessa famiglia di ordigni fa parte la GBU-12 (corpo bomba MK82, 500 libbre). La GBU-24 è invece un armamento basato essenzialmente sia sul corpo di bombe della serie MK da 907 Kg. che delle bombe penetranti BLU-109 modificate con un kit per la guida laser Paveway III. Sviluppato per rispondere alle sofisticate difese aeree nemiche, scarsa visibilità e limitazioni a bassa quota, l’armamento consente lo sgancio a bassa quota e con una capacità di raggio in stand off (oltre 10 miglia) tale da ridurre le esposizioni”. Ancora più sofisticate le bombe GBU-24/EGBU-24, guidate con doppia modalità GPS e laser ed usate “per distruggere i più resistenti bunker sotterranei” e le GBU-32 JDAM (Joint Direct Attack Munition) da 1.000 e 2.000 libbre, che possono essere lanciate in qualsiasi condizioni meteo, sino a 15 miglia dagli obiettivi, “per ingaggiare più target con un singolo passaggio”.
“Lo Storm Shadow è un missile aviolanciabile con telecamera a raggi infrarossi a guida Gps che può colpire obiettivi di superficie in profondità, a prescindere dalla difesa aerea, grazie alle sue caratteristiche stealth”, recita il report dell’Aeronautica. Sviluppato a partire dal 1997 dalla ditta inglese MBDA, il vettore è lungo cinque metri, pesa 1.300 Kg, ha un raggio d’azione superiore ai 250 km e può trasportare una testata di 450 kg. “È utilizzabile contro obiettivi ben difesi come porti, bunker, siti missilistici, centri di comando e controllo, aeroporti e ponti. La carica esplosiva è infatti ottimizzata per neutralizzare strutture fisse corazzate e sotterranee”. Le coordinate del target e la rotta di volo dello Storm Shadow vengono pianificate a terra e successivamente inserite all’interno del missile durante la fase di caricamento sul velivolo. “Una volta lanciato, raggiunge l’obiettivo assegnato navigando in ogni condizione di tempo, di giorno o di notte in maniera assolutamente autonoma utilizzando gli apparati di bordo e confrontando costantemente la sua posizione con il terreno circostante”. L’altro missile aria-superficie impiegato dai caccia italiani è l’AGM-88 HARM (High-speed Anti Radiation Missile) della Raytheon Company, ad alta velocità e un raggio d’azione di 150 km, in grado di individuare e “sopprimere” i radar nemici.
Secondo il generale Bernardis, nei sette mesi di operazioni in Libia, “i velivoli dell’Aeronautica Militare italiana hanno eseguito 1.900 missioni con oltre 7.300 ore di volo, pari al 7% delle missioni complessivamente condotte dalla coalizione internazionale a guida NATO”. Attacchi e bombardamenti sono stati appannaggio dei cacciabombardieri “Tornado” versione IDS (Interdiction and Strike) del 6° Stormo di Ghedi (Brescia) e dei monoreattori italo-brasiliani AMX del 32° Stormo di Amendola (Foggia) e del 51° Stormo di Istrana (Treviso). Per la “soppressione delle difese aeree” e il controllo della no-fly zone sono stati impiegati i “Tornado” ECR (Electronic Combat Reconnaissance) del 50° Stormo di Piacenza, i cacciabombardieri F-16 del 37° Stormo di Trapani-Birgi e gli “Eurofighter 2000” del 4° Stormo di Grosseto e del 36° di Gioia del Colle (Bari). “L’AMI ha pure impiegato i velivoli da trasporto C-130 “Hercules”, i tanker KC-130J e Boeing KC-767 per il rifornimento in volo e, nelle ultime fasi del conflitto, gli aerei a pilotaggio remoto Predator B per missioni di riconoscimento”. Sui cieli libici hanno pure fatto irruzione un velivolo G.222VS “per la rilevazione e il contrasto delle emissioni elettromagnetiche” e un C-130 per quella che è stata definita dal comandante di squadra aerea, Tiziano Tosi, come una “PsyOP – Psycological Operation”, finalizzata a “influenzare a proprio vantaggio la coscienza e la volontà della popolazione interessata”. Su Tripoli e altre città libiche sono stati lanciati centinaia di migliaia di volantini, il cui testo è stato concordato con il Comitato nazionale provvisorio di Bengasi. “La Libia è una e la sua capitale è Tripoli”, il titolo. “Vi chiediamo di unirvi tutti e prendere la decisione giusta e saggia. Unitevi alla nostra rivoluzione. Costruiamo a Libia lontano da Gheddafi. Libia unificata, libera, democratica”.
Quasi tutti i velivoli da guerra italiani sono stati schierati sulla base aerea di Trapani nell’ambito del Task Group Air Birgi, da cui dipendevano anche gli aerei senza pilota Predator B, operanti però dallo scalo pugliese di Amendola. Pisa e Pratica di Mare, gli aeroporti per le operazioni dei velivoli da trasporto o rifornimento. “Le operazioni d’intelligence, sorveglianza e ricognizione sono state effettuate grazie alla disponibilità di speciali apparecchiature elettroniche Pod Reccelite in dotazione ai “Tornado” e agli AMX”, scrive ancora lo Stato Maggiore. “Sugli oltre 1.600 target di ricognizione assegnati ai velivoli italiani, sono state realizzate più di 340.000 foto ad alta risoluzione, mentre circa 250 ore di filmati sono stati trasmessi in tempo reale dai Predator B”. Le missioni di attacco al suolo sono state pianificate e condotte “contro obiettivi militari predeterminati e definiti, o contro target dinamici nell’ambito di aree di probabile concentrazione di obiettivi nemici”. Probabile, dunque e non certa la concentrazione degli obiettivi militari. E gli effetti collaterali si confermano elemento integrante delle strategie di guerra del Terzo millennio…
I condottieri dell’Aeronautica Militare forniscono infine la percentuale delle ore di volo relative alle differenti tipologie di missione: il 38% ha riguardato pattugliamenti e “difese aeree” (DCA); il 23% attività di “sorveglianza e ricognizione” (ISR); il 14% l’attacco al suolo contro “obiettivi predeterminati” (OCA); l’8% la “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (SEAD); un altro 8% il rifornimento in volo (AAR); il 5% la “ricognizione armata e l’attacco a obiettivi di opportunità” (SCAR); il restante 4% “la rilevazione e il contrasto delle emissioni elettromagnetiche” (ECM). Come dire che ogni quattro velivoli decollati, uno serviva per colpire, ferire, uccidere.
Anche la Marina militare ha fornito dati numerici sull’intervento dei propri mezzi in Libia. Otto aerei a decollo verticale AV8 B Plus “Harrier”, stazionati sulla portaerei “Garibaldi”, hanno effettuato missioni di interdizione ed attacco per complessive 1.223 ore, utilizzando i missili aria-aria a guida infrarossa AIM-9L “Sidewinder”, quelli a medio raggio a guida laser “AMRAAM”, gli aria-terra “Maverick” e le bombe del tipo Mk82 ed Mk20. Una trentina gli elicotteri EH-101, SH-3D ed AB-212 assegnati ad Unified Protector, per complessive 3.311 ore di volo. Tremila e cinquecento gli uomini e le donne imbarcati su due sottomarini (“Todaro” e “Gazzana”) e quattordici unità navali (tre delle quali, “Etna”, “Garibaldi” e “San Giusto”, utilizzate in periodi diversi come sedi del Comando per le operazioni marittime NATO).
Come sen non bastasse, i vertici delle forze armate fanno sapere che l’80% circa delle missioni aeree alleate sono partite da sette basi italiane (Amendola, Aviano, Decimomannu, Gioia del Colle, Pantelleria, Sigonella e Trapani Birgi). “In questi aeroporti, l’Aeronautica Militare ha assicurato il supporto tecnico e logistico, sia per gli aerei italiani sia per i circa 200 aerei di undici paesi della Coalizione internazionale (Canada, Danimarca, Emirati Arabi Uniti, Francia, Giordania, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svezia e Turchia), schierati sul territorio nazionale. In sostanza, il personale e i mezzi della forza armata sono stati impegnati in maniera continuativa per fornire l’assistenza a terra, il rifornimento di carburante, il controllo del traffico aereo, l’alloggiamento del personale, ecc.”.
Piattaforma avanzata per il 14% di tutte le sortite aeree di Unified Protector lo scalo siciliano di Trapani, da cui sono transitati pure 300 aerei cargo e circa 2.000 tonnellate di materiale. Dalla Forward Operating Base (FOB) di Birgi, uno dei quattro centri di cui dispone la NATO nello scacchiere europeo, hanno operato anche gli aerei radar AWACS, “assetti essenziali alle moderne operazioni aeree per garantire una efficace capacità di comando e controllo”. Lo Stato Maggiore AMI ricorda infine “l’importante supporto di personale specializzato nel campo della pianificazione operativa offerto ai vari livelli della catena di comando e controllo NATO, attivata in tutta Italia”, all’interno del Joint Force Command di Napoli e del Combined Air Operation Center 5 di Poggio Renatico (Ferrara).
No comment invece sul costo finanziario sostenuto per le tremila missioni e le oltre 11.800 ore di volo dei velivoli italiani impiegati nella guerra alla Libia. Possibile però azzardare una stima di massima tenendo conto delle spese per ogni ora di missione dei cacciabombardieri (secondo Il Sole 24Ore, 66.500 euro per l’“Eurofigher 2000”, 32.000 per il “Tornado”, 19.000 per l’F-16, 11.500 per il C-130 “Hercules” e 10.000 per l’“Harrier”). Prendendo come media un valore di 20.000 euro e moltiplicato per il numero complessivo di ore volate, si raggiunge la spesa di 236.220.000 euro. Vanno poi aggiunti i costi delle armi di “precisione” impiegate (dai 30 ai 50.000 euro per le bombe a guida laser e Gps, dai 150.000 ai 300.000 per i missili “intelligenti”). Limitandosi ad un valore medio unitario di 40.000 euro, per le 710 munizioni sganciate sul territorio libico il contribuente italiano avrebbe speso non meno di 28.400.000 euro. Così, solo per “accecare” radar, intercettare convogli e bombardare a destra e manca abbiamo sperperato non meno di 260 milioni. Fortuna che c’era la crisi.

Segreto di Stato: l’Italia e le armi “scomparse”

Nel 1994 gli incursori di marina intercettarono e catturarono la nave Jadran Express partita dai paesi dell’ex URSS e diretta in Croazia (ai tempi della guerra balcanica) con a bordo 400 missili Fagot con 50 postazioni di tiro, 30.000 mitragliatori AK-47, 5.000 razzi katiuscia, 11.000 razzi anticarro, 32 milioni di proiettili per i mitragliatori. Oggi quelle armi sonoforse in Libia?

I quattro autoarticolati del Genio dell’Esercito procedono lentamente sul lungomare che sull’isola della Maddalena si snoda – tra ristoranti e caffè – dal piazzale della Capitaneria di Porto all’imbarco dei traghetti commerciali che fanno la spola tra l’isola e il porto di Palau (Olbia-Pausania). I pesanti mezzi trasportano ciascuno un container marittimo militare da 40 piedi, cassoni di considerevoli dimensioni (circa 12m di lunghezza e 2,8m di altezza con una capacità di carico sino a 26 ton).

E’ il 19 di maggio scorso, abitanti e turisti osservano il passaggio del convoglio, probabilmente non troppo usuale nemmeno per un’isola in cui i militari sono di casa. Alla Maddalena i quattro container erano giunti nel tardo pomeriggio del 18 maggio dalla vicina isola-bunker di Santo Stefano, su una nave da carico militare che li aveva depositati nei piazzali antistanti la Capitaneria.

In quei containers, si apprenderà poi, sono stipate parte delle armi di un colossale arsenale di missili, razzi, munizioni e fucili mitragliatori sequestrato 17 anni fa (1994) su una nave, la Jadran Express, di trafficanti internazionali bloccata nel canale di Otranto nell’ambito di operazioni relative alle violazioni dell’embargo ONU sull’ex-Yugoslavia. Le armi erano state inizialmente stoccate nel porto di Taranto e nell’agosto del 1999 rimesse sotto sequestro nell’ambito di un’operazione della Divisione Investigativa Antimafia e poi dal processo che nel 2001 si sarebbe intentato a Torino contro quei medesimi trafficanti. L’arsenale era poi stato stivato nell’isola-bunker (tuttora servitù militare) di Santo Stefano ove in località Caverna di Guardia del Moro si dipartono le lunghe gallerie che penetrano nelle viscere dell’isola e fungono da deposito di armi e munizioni della Marina italiana, dopo aver servito “in concessione” la Navy statunitense e i suoi sommergibili (e missili) nucleari per molti anni (1972-2008).

Giunti all’imbarco commerciale, gli autoarticolati del Genio, presumibilmente dei pesanti (ATP) Astra, sarebbero dovuti salire su un traghetto, diretto a Palau, della Delcomar, società di proprietà di un imprenditore locale. Ma non ci riescono perchè, nonostante l’operazione sia stata preparata da tempo e forse preceduta da altre dello stesso genere, solo all’imbarco i genieri dell’Esercito si accorgono che gli automezzi con i container superano l’altezza del ponte di carico dei traghetti Delcomar in servizio sulla tratta Maddalena-Palau (Erik P. ed Enzo D.). Tutto da rifare.

Forse accompagnati da qualche sorriso ironico dei marinai locali, i genieri decidono allora di caricare autoarticolati e containers su un più spazioso ferry della Seremar che una facile ricerca diretta individua come l’ “Isola di Caprera” (IMO 8411994), che ha una capacità di carico (dwt) di 430 tonnellate e un ponte di altezza idonea. Il ferry lascia finalmente l’isola alle 18 del 19 maggio, giungendo poco dopo a Palau.

Da Palau, gli automezzi proseguono via terra (41 km) per il porto di Olbia, dove li attende un altro ferry, carico di passeggeri e diretto a Civitavecchia. In servizio da Olbia a Civitavecchia vi sono di routine due ferry gemelli della Tirrenia, lo Sharden e il Nuraghes. Gli automezzi si imbarcano sul Nuraghes (IMO 9293404) e giungono a Civitavecchia nella prima mattinata del 20 di maggio. A Civitavecchia gli autoarticolati  partono per destinazioni che non sono ancora note, nonostante l’inchiesta fatta partire, poco dopo le denunce di stampa dei primi di giugno, dalla Procura di Pausania (e in particolare dal sostituto procuratore Riccardo Rossi), poi parzialmente ed inopinatamente ostacolata dal Governo che ha opposto l’unico segreto di Stato del 2011 sulla destinazione di quei carichi.

La destinazione reale delle armi è certamente importante, in particolare perchè applicarvi il segreto di Stato in un periodo in cui il governo italiano è impegnato in interventi militari, in Libia ed Afghanistan in particolare, avvolge di mistero la spedizione e dà adito all’ipotesi che la spedizione abbia qualcosa a che fare con quelle operazioni. Tuttavia, ancora più importante è l’elemento del trasporto su mezzi civili e passeggeri di quelle armi. Alcuni punti aiuteranno a comprenderne le ragioni.

1) Secondo quanto appreso dall’inchiesta del quotidiano La Nuova Sardegna i documenti di trasporto del carico  – preparati da una società logistica di Reggio Emilia – recavano una falsa descrizione del carico (“Motori”). Che fosse falsa lo confermano – non foss’altro – le dichiarazioni delle stesse autorità militari (Marisardegna):  “Nei mezzi impiegati per il trasporto non ha viaggiato alcun tipo di esplosivo. Tutte le armi erano state rese inerti già prima della partenza”. Ma non erano “motori”?

2) Stando a quanto si è saputo sugli interrogatori effettuati nell’ambito dell’inchiesta del sostituto procuratore, i capitani dei due ferry, l’Isola di Caprera e il Nuraghes, non erano stati avvertiti – procedura illegale – che i “motori” delle bolle di accompagnamento del carico erano in realtà armi e munizioni.

3) La Marina militare italiana – che forniva l’appogio logistico al Genio per l’operazione – dichiarerà in seguito che i containers trasportavano 5 tonnellate di armi ciascuno, pur avendo, come visto, una capacità molto maggiore. Le ragioni di tale “spreco” non sono note, ma potrebbero essere collegate al tipo di imballaggi di sicurezza e quindi agli ingombri volumetrici effettivi. Le cosiddette merci pericolose, esplosivi per esempio, vengono di norma trasportate infatti con imballaggi speciali ed è vietato internazionalmente movimentarle su mezzi di trasporto passeggeri. Le armi prive di munizionamento o esplosivo viaggiano invece regolarmente su mezzi passeggeri, in quanto teoricamente “non pericolose”.

4) Quelle armi avrebbero dovuto essere distrutte da tempo in virtù di un ordine della magistratura del 2006, ordine che governi e ministri di centro-sinistra e di centro-destra hanno bellamente ignorato. Un decreto legge “ad hoc” del 2009 – che avrebbe dovuto giustificare post factum la mancata distruzione e dare al governo la facoltà di appropriarsi di armi sottoposte a sequestro giudiziario – non venne mai trasformato in legge ed è quindi in seguito decaduto.

Questi quattro punti danno adito ad alcune ulteriori considerazioni:

a) descrivere in modo fuorviante il carico sui documenti di accompagnamento del trasporto è un reato;

b) quelle armi non erano nella disponibilità legale del Governo e avrebbero dovuto essere distrutte anni prima: la mancata distruzione si configura come una violazione delle prerogative della magistratura;

c) se il carico era composto di materiale non pericoloso, perchè descriverlo in modo fuorviante quando materiale militare privo di munizionamento viaggia regolarmente su mezzi civili che trasportano passeggeri?;

d) anche se il carico non era composto da materiale pericoloso – è quanto afferma la Marina – nondimeno era composto di armamento e la sua pericolosità intrinseca risiede in un semplice fatto: servizi segreti o gruppi armati di altri Paesi avrebbero potuto cercare di “fermare” la spedizione una volta appresa una destinazione “non gradita” delle armi. La vicenda dell’aereo abbattuto sui cieli di Ustica tanti anni fa dovrebbe dire qualcosa, anche se in quel caso non si trattava di armi, ma di persone da “fermare”.

I nomi dei traghetti che hanno trasportato armi e passeggeri, riportati in queste note per la prima volta, potrebbero poi servire a dare la possibilità a chi era imbarcato su quelle navi di aiutare l’inchiesta del giudice di Tempio Pausania o, a loro volta, inoltrare alle autorità competenti richieste o denunce.

Dove siano state trasportate le armi dopo essere giunte al porto di Civitavecchia non è dato, come detto, sapere, ma alcuni elementi noti – che si trattasse anche di missili e razzi – potrebbero indicare che le armi siano state portate, almeno temporaneamente, in due complessi della Marina, uno collocato sull’Appenino nei pressi di Aulla in provincia di Massa e Carrara (CIMA, Centro interforze munizionamento avanzato di Aulla, sotto la direzione del Maridipart La Spezia), e l’altro collocato nei pressi di Priolo Gargallo (Officina missili della Direzione di Munizionamento “Cava di Sorciano”, sotto la direzione di Marisicilia e Maribase Augusta), una decina di kilometri da Siracusa a sud e da Augusta a nord, ove staziona la flotta militare italiana interessata al conflitto libico. In un recente ordine del giorno del Consiglio provinciale di Massa-Carrara si legge che il CIMA “oltre a svolgere un’attività di conservazione e stoccaggio  di manufatti esplosivi, è diventato, con costruzione di nuove strutture, l’unico Polo italiano di integrazione pirica di missili e siluri in ambito interforze e ditte private.

Poichè anche missili e razzi hanno una “data di scadenza” (relativa alle loro cariche) potrebbe ben darsi che abbiano fatto una sosta ad Aulla o a Cava di Sorciano per “rigenerarsi”. Notizie di stampa hanno – sulla base di fonti che non è possibile verificare indipendentemente – fatto circolare l’ipotesi che il carico uscito da Santo Stefano fosse il secondo di invii di armi effettuati per sostenere le forze antigovernative libiche. Tali invii si sarebbero mischiati ad aiuti “umanitari” – inizialmente il 7 marzo scorso con il viaggio Catania-Benghasi del pattugliatore italiano ITS Libra (P402) della classe Cassiopea. La nave militare, che sbarcherà poi il suo primo carico a Benghasi e rientrerà ad Augusta il 9 marzo, aveva un equipaggio di 83 marinai coadiuvato – forse a scanso di assalti – da 18 fucilieri del Reggimento San Marco, le nostre forze speciali in servizio nella Marina.

Rimangono infine due importanti quesiti: quali armi, e in quale quantità, erano stoccate nelle gallerie della Caverna di Guardia del Moro in provenienza da sequestro della Jadran Express? Quali e quante ne rimangono? All’ultima domanda non vi sarà risposta sino al completamento dell’attuale inchiesta della Procura di Pausania, ma alla prima è possibile tentativamente rispondere con l’analisi dei documenti del già citato processo di Torino del 2001 (che si concluse definitivamente con una sentenza della Cassazione del 2005 che proscioglieva gli imputati per un presunto difetto di giurisdizione italiana sulle loro azioni, ma confermava il sequestro delle armi per violazione dell’embargo ONU).
Il punto di quanto c’era e quanto rimane non è elemento secondario perchè la disponibilità incondizionata di considerevoli arsenali di armi “fantasma” potrebbe facilitare anche in futuro altre operazioni di “trasferimento” con destinazione…segreto di Stato.

Vediamo dunque di comprendere che armi vennero sequestrate nel 1994. Nelle analisi e notizie pubblicate sia al tempo del processo che in questi mesi si parla quasi sempre di 2.000 tonnellate di armi, stipate in 133 dei 509 containers che viaggiavano sulla Jadran Express (IMO 8030855, proprietà della Croatia Line e battente bandiera di Malta).

Sembra che il loro destino sia stato quello di essere accompagnate da una falsa descrizione nei documenti di carico. I “motori” erano allora “balle di cotone” e “cascami di rame”
Le armi erano destinate, attraverso il porto croato di Rijeka, a raggiungere la Bosnia, in violazione dell’embargo ONU. Erano l’ultima (e l’unica che si è riusciti a bloccare) delle 12 spedizioni che la Procura di Torino (sostituto procuratore Paolo Tamponi) e la DIA avevano individuato come organizzate dal gruppo sotto processo, per un totale di 15.000 tonnellate e 200 milioni di dollari di valore complessivo.
La nave era stata fermata come esito di una operazione congiunta dei servizi segreti ukraini, inglesi ed italiani. Ufficialmente diretta in Nigeria in provenienza del porto ukraino di Oktyabrsk (ancora oggi all’origine di molti carichi di armi diretti in Africa) la nave aveva invece fatto rotta verso l’Adriatico, con una prevista fermata a Venezia. Il 9 marzo del 1994 veniva invece ingaggiata da forze speciali inglesi nel canale di Otranto e poi consegnata ad unità italiane che l’avevano inizialmente costretta ad ancorare a Brindisi e in seguito a Taranto, dove sarebbe poi arrivata l’11 marzo.
La nave era stata sottoposta a sequestro e lascerà Taranto solo il 4 marzo del 1995, cambiando subito il nome in “Hrvatska”, cioè “Croatia”. I container con le armi rimasero a Taranto, “dimenticati” per altri 5 anni sino al trasporto alla Maddalena, ancora tramite una nave mercantile a detta dell’allora ministro della Difesa Martino.

Le 2.000 tonnellate corrispondono quasi esattamente al carico medio di 133 container da 20 piedi, 15 tonnellate ciascuno. Tuttavia, se analizziamo l’elenco delle armi come riportato nella sentenza del 5 marzo 2002 di rinvio a giudizio degli imputati del processo di Torino e facciamo qualche calcolo in base ai pesi medi netti del tipo di armi e munizioni menzionati, troviamo cifre piuttosto lontane dalle 2.000 tonnellate, anche considerando d’aggiungere un 30% in più per gli imballaggi. Tale percentuale può essere verificata con il manifesto di carico di un’altra nave, la MV Anne Scan, che nel 2008 portava 1.000 tonnellate di armi simili a quelle della Jadran da Oktyabrsk a Dar es Salaam, in Tanzania, per conto del ministero della Difesa ugandese. In tutto non si andrebbe oltre le 900 tonnellate.

La Direzione Investigativa Antimafia ha i documenti relativi al carico effettivo e solo dall’esame di questi documenti si potranno avere delle certezze al riguardo, ma per il momento – come per tante altre cose in questa vicenda –  i conti non tornano. Le mille tonnellate che mancano all’appello nella differenza tra quanto si disse era stato sequestrato sulla Jadran e quanto riferito nella sentenza di rinvio a giudizio non sono mai esistite perchè le notizie erano errate o sono finite da qualche parte prima di giungere (o dopo essere giunte) alla Maddalena nel 1999?

Vedi anche:
-Moby Prince: era americana una delle navi fantasma

Fonti:
-http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=2942
-http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_19/pinna-missili-maddalena_380da9c6-b1cf-11e0-962d-4929506ed0a9.shtml