Vince TRUMP: dovremmo festeggiare!

Non sono di certo un sostenitore di questo personaggio borioso e razzista, ma ritengo che guardando il fatto cinicamente da europei avremmo di che essere soddisfatti, almeno per ora.

Il ragionamento che sto per fare non tiene minimamente conto delle ripercussioni di questa elezione sui cittadini americani o su chi vive o intende trasferirsi negli Stati Uniti. Questo mio approccio potrebbe essere criticabile, ed ammetto che è valido solo con un certo cinismo. Trattandosi però di geopolitica, preferisco lasciare ad altri le opinioni di politica interna e diritti civili. Metto quindi una sorta di paraocchi e cerco di affrontare il tema puramente dal punto di vista di un cittadino europeo.

L’ISOLAZIONISMO AMERICANO CI SALVERÀ

Se Trump adotterà una politica estera vicina a quanto ha auspicato in campagna elettorale, potrebbe avviare una politica abbandonata anni fa dai successori di Roosevelt. Dalla guerra del Vietnam, la politica estera americana è stata quella del poliziotto di quartiere che intende far rispettare le regole del libero mercato anche a costo di usare la forza.

dddddSono finiti i tempi in cui un’Europa instabile e divisa tra governi fascisti, socialisti e liberali, chiedeva un intervento politico (e poi militare)
delle stelle e strisce. Ora accade esattamente l’opposto: un’Europa politicamente stabile ritrova instabilità anche dal crescente antiamericanismo. Insomma, da noi l’America mette il naso un po’ dappertutto e comincia a dar fastidio a tutti. L’antipolitica emerge anche dalla presa di coscienza dei cittadini europei che vedono i nostri governi appiattirsi di fronte alle esigenze d’oltreoceano.
Una politica più chiusa in se stessa da parte del colosso americano, potrebbe favorire la nostra tranquillità. Altrimenti continueremo a subire indirettamente le scelte degli Stati Uniti. Pensandola come Don Camillo, se c’è una corazzata in uno stagno, appena questa si muove scatta l’agitazione di tutte le paperelle.

Ad esempio, si è appreso che la Clinton è stata una delle figure responsabili della catastrofe libica. A causa di questi giochetti abbiamo l’Isis sulla sponda opposta del canale di Sicilia, abbiamo perduto buona parte del controllo di petrolio libico che gestiva l’ENI, e siamo costretti a subire un’ondata migratoria senza precedenti. Se Trump non starà a queste regole non può che farci un favore.

LA QUESTIONE RUSSA

Il Tycoon ha espresso più volte il suo punto di vista sul colosso post-sovietico, ed è stato chiaro nella sua ricerca di una partnership. Ora, sfido chiunque a dire che la Russia sia un paese democratico perchè è chiaro che non lo è, ma spesso anche col vicino che non ci piace dobbiamo scendere a compromessi (gli accordi Berlusconi-Gheddafi fanno da esempio).
Se finalmente si smettesse di usare la Russia come spauracchio fantomatico da “impero del male”, eviteremo di ripiombare nella guerra fredda, e forse noi europei saremo più liberi di scegliere la politica estera che più ci aggrada.
Senza i padroni americani che tuonano “Attenti all’orso russo”, forse anche i nostri politici non saranno costretti a fingere che esista questo pericolo.

Chissà, se Trump mettesse realmente in discussione le alleanze, e magari combinasse qualche disastro, qualche governo coraggioso potrebbe addirittura mettere in discussione la partecipazione alla NATO.

LA TRISTE VERITÀ… 

Queste sono delle eventualità ma sono sinceramente molto scettico sull’evolversi della faccenda. Mi spiego. La “paura” dei russi, è uno dei principali catalizzatori che permette al “complesso militar-industriale” americano di esistere. Questa commistione di interessi è il principale motore dell’economia americana, e indirettamente è la fonte della politica estera degli USA (insieme all’approvvigionamento energetico).
Dubito che permettano ad un presidente di stravolgere questi complessi meccanismi. A maggior ragione Trump non controlla completamente il suo partito, e il Congresso in queste operazioni è sempre determinante.

Abbiamo visto che Obama credeva realmente al controllo delle armi come alla sanità pubblica, eppure in otto anni di mandato non è riuscito a scalfire la condizione reale di questi problemi. La realtà è che esistono sistemi di potere che impediscono anche al presidente più determinato di cambiare le cose.

In conclusione penso che difficilmente Trump potrà isolare l’America, sebbene è quello in cui noi tutti dovremmo sperare… al cane rabbioso va messa la catena.

Alberto Fossadri

Nizza: la guerra molecolare che non possiamo vincere

di Francesco Cancellato – Era un franco-tunisino, noto alla polizia per piccoli reati, ma non per la sua radicalizzazione islamica, l’attentatore che ha seminato panico e morte sul Promenade de l’Anglais di Nizza, con un camion bianco. Una tattica terroristica, schiacciare gli infedeli con un mezzo di trasporto, che era stata teorizzata dalla rivista Inspire, vicina ad Al Qaeda, qualche anno fa, ma che richiama alla mente film come Duel di Spielberg, o videogiochi come Grand Theft Auto.

E questa è forse la cosa più paradossale di questa strage, il confine che varca. Che avrebbe potuto compierla ciascuno di noi, anche sprovvisto di un addestramento particolare all’uso delle armi. Bastava saper guidare, per compiere la strage di Nizza. E in fondo l’attentatore, per quel che sappiamo ora, era uno qualunque, almeno all’apparenza. E al pari della strage di Orlando, soprattutto, la sua azione sembra essere quella di un lupo solitario, che l’Isis non ha innescato, né armato. Probabilmente, nemmeno sapevano, a Raqqa, del suo progetto di morte.

15914803_small-990x661Ed è questo l’aspetto più terribile e pericoloso di tutta la vicenda. Che non ci sono catene di comando che possiamo spezzare, azioni di intelligence che possiamo mettere in atto per prevenire, bombardamenti con cui possiamo rispondere. Se con Bin Laden e Al Qaeda avevamo coniato il concetto di “guerra asimmetrica” – un esercito, tanti eserciti contro una rete di cellule terroristiche – oggi siamo in uno scenario ancora più inafferrabile. Quello della “guerra civile molecolare” tra noi – nella più liquida accezione in cui si può definire una società – e una somma di individui che hanno trovato nell’Islam una via alla radicalizzazione, al nichilismo, alla distruzione.

Sono figli della globalizzazione, come noi. Non gente che da qualche villaggio ai confini del mondo sta cercando di combatterla. Il loro risentimento è individuale e nasce e si coltiva, tutt’al più in piccoli gruppi che ne alimentano odio e paranoia. Non hanno guerre da vincere, obiettivi da raggiungere. Le loro azioni iniziano e concludono la loro guerra personale

Lo sappiamo, anche se facciamo fatica a dirlo: contro questo tipo di guerra non possiamo vincere se non snaturando completamente la nostra idea di sicurezza e libertà. Perché non potremo mai entrare nella mente di individui che odiano l’umanità, che sovvertono ogni ancestrale idea di autoconservazione di sé e della loro specie, di empatia nei confronti dei loro simili. Di gente che va a zig zag con un camion per schiacciare più bambini possibili. Senza che nessuno gliel’abbia chiesto.

Sono figli della globalizzazione, come noi. Non gente che da qualche villaggio ai confini del mondo sta cercando di combatterla. Il loro risentimento è individuale e nasce e si coltiva, tutt’al più in piccoli gruppi che ne alimentano odio e paranoia. Non hanno guerre da vincere, obiettivi da raggiungere. Le loro azioni iniziano e concludono la loro guerra personale. Da Orlando, a Nizza, da San Bernardino a Parigi è gente che «vuole vedere il mondo che brucia», più simili al Joker interpretato da Heath Ledger ne “Il cavaliere oscuro” o al guerrigliere urbano interpretato da Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia” che al Mohamed Atta che prima di far cadere le torri gemelle alla guida di un aeroplano rivendica l’attentato in video citando sure del Corano. O alle vedove nere del teatro Dubrovka di Mosca. Non ci sono vergini per loro in paradiso. Solo sangue in terra.

E allora come vincerli? Vietando a noi stessi ogni occasione di divertimento collettivo, sia esso una partita di calcio, un concerto, una serata in discoteca o al ristorante, una maratona o una festa nazionale? Accettando di sacrificare completamente la privacy per tutelarci, fino a un certo punto, contro la follia individuale, che oggi imbraccia le armi e i camion e che domani potrebbe maneggiare virus o agenti chimici? Chiudere internet per evitare che questa ideologia del terrore si diffonda come un virus? Di tutte le distopie possibile che potevamo avere di fronte questa è la più pericolosa e inafferrabile. Perché il confine che ci separa da un altro individuo, qualunque altro individuo, non lo possiamo chiudere.

Fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/07/15/strage-di-nizza-la-guerra-molecolare-che-non-si-puo-vincere/31186/

Libia: la grande spartizione della torta

di Alberto Negri – Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

libia-petrolioLa guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.

Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.

libia-petrolio-spartizioniIl bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.

Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.

La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.

Fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-06/la-grande-spartizione-114530.shtml?uuid=ACe75oiC&utm_source=dlvr.it&utm

ISIS: come si alimenta un mostro

Conoscere e comprendere il proprio nemico è la prima arma necessaria per sconfiggerlo; una filosofia spesso ricorrente anche nei film hollywoodiani, ma poco praticata da intellettuali e giornalisti occidentali. Sapere cosa fa l’ISIS e quali azioni compie Al Queda è facile, lo viviamo dalle cronache quotidiane, comprendere perchè esistano e com’è possibile che molti giovani si arruolino per combattere in Siria, Iraq e Libia non è altrettanto semplice.

Ricerca. Si fa presto a fraintendere un argomento, e chi vuole storpiare la nostra visione delle cose ha il gioco facile, tutti sono esperti ma nessuno racconta le cose partendo dall’inizio. Per comprendere come mai c’è un incendio esteso, un bravo perito deve analizzare prima di esso cosa lo ha innescato, e prima ancora deve stabilire cos’è cambiato nell’ambiente circostante perchè vi fossero le condizioni adatte alla combustione. Fatto questo riuscirà a capire cosa alimenta le fiamme e potrà intervenire.

Nel nostro caso l’ambiente è rappresentato principalmente da due paesi musulmani: il Pakistan e l’Arabia Saudita; e una delle condizioni determinanti per il suo cambiamento sono il salafismo e una delle sue principali correnti, il wahabismo.

Wahabismo. Ricordiamo che l’Islam è diviso in due principali religioni: l’Islam Sunnita e l’Islam Sciita. Quest’ultimo rappresenta il 10% dei musulmani e a parte pochi paesi come l’Iran, l’Iraq, lo Yemen, il Barhein e il Libano dove è maggioritario, figura tra le minoranze etniche nei restanti paesi musulmani. E’ una premessa importante che tornerà utile in seguito.

Nel mondo arabo sunnita, già da due secoli si sono sviluppati dei movimenti ultra-ortodossi che richiamano il ritorno alle origini dell’Islam, rifiutando tutti gli orpelli teologici e le usanze assimilate nei secoli, esaltando invece la tradizione non contagiata dal tempo. Molti dei movimenti salafiti e wahabiti a noi contemporanei nascono negli anni ’70 ma si rifanno principalmente a precedenti teologi e riformatori puritani come Muhammad ibn ʿAbd al-Wahhāb il fondatore del wahhabismo. Il salafismo ritiene che nel corso dei secoli, a seguito delle dominazioni straniere e della collusione con il mondo occidentale, la religione abbia perso le sue caratteristiche originarie. Dogma di riferimento e’ l’unicita’ di Dio, ecco perchè gli wahabiti sono fortemente iconoclasti, tanto da considerare la venerazione dei santi e degli uomini pii al pari del politeismo. La loro iconoclastia è così forte che essi considerano un’inammissibile idolatria anche il pellegrinaggio alla tomba di Maometto a Medina. Tuttora i devoti di Wahab rifiutano la sepoltura in tombe, proibiscono i festeggiamenti per il compleanno di Maometto ed ogni altra forma di celebrazione islamica che non sia riservata ad Allah, ecco perchè l’ISIS distrugge le tombe anche di grandi personaggi musulmani del passato (vedi l’operazione militare turca per portare in salvo la tomba di Suleyman Shah). Il wahabismo si è determinato con un rifiuto della società di massa delle regole dello sfruttamento e del consumismo imposte a modello dall’occidente, ma è stato cavalcato da alcune entità politiche come forma di leva per imporre il proprio ordine su territori a loro ostili.

Il Regno di Saud. La prima guerra mondiale vide le gesta di Lawrence d’Arabia che riuscì a scatenare la rivolta araba contro il dominio dell’Impero Ottomano (allora in guerra con l’Inghilterra).

Abd al-Aziz ibn Sa’ud

La penisola arabica si frammentò in numerosi stati e nel 1921 in uno di questi, il Regno del Najd, si insediò con l’aiuto britannico e soprattutto con lo sforzo dell’esercito degli Ikhuan (milizie wahabite) il Sultano Abd al-Aziz ibn Sa’ud, capostipite dell’attuale dinastia saudita. Questi, in pochi anni riunì su di se le corone di altri regni della penisola e costituì quella che è tutt’oggi l’Arabia Saudita. Egli fece del wahabismo la religione di stato, ma quando capì che gli Ikhuan ostacolavano il suo assolutismo li schiacciò dopo una guerra civile sanguinosa. Con l’arrivo di ingenti quantità di petrodollari negli anni del secondo dopoguerra, il peso politico di questo stato acquisì una notevole importanza e la modernizzazione avviata non mancò di destare rimorsi in quell’ultraortodossia che non era mai morta con gli Ikhuan e che trovava ancora grande devozione in molti influenti sceicchi come i Bin Laden e faceva ancora presa su buona parte del sistema saudita. Ecco perchè tutt’oggi i sauditi assumono atteggiamenti ambigui, in quanto da una parte dialogano e si propongono come un paese occidentale ma dall’altra sono ancora spinti ad una logica di wahabizzazione dell’intero mondo islamico.

Dopo esser divenuto l’alleato strategico degli Stati Uniti durante un importante accordo avvenuto durante la crisi petrolifera del 1973 (si veda l’articolo “Le ceneri da cui sorge la fenice araba dell’integralismo islamico” al punto 8) l’Arabia Saudita iniziò a tessere una propria linea geopolitica contro l’Unione Sovietica e contro i governi Ba’th di ispirazione nasseriana.

Jihad

Wahabismo nemico del comunismo e del socialismo nasseriano. Nell’area mediorientale l’espansione del comunismo e l’affermazione di leader islamici poco graditi a Washington e Londra sono sempre stati ostacolati con l’aiuto dei movimenti salafiti e wahabiti, essendo visti dagli analisti occidentali come i combattenti più motivati e quindi i più efficaci. Il caso afghano rappresenta la summa della questione nella determinazione del fenomeno wahabita. Nella lotta al governo socialista prima e all’invasione sovietica poi, gli americani realizzarono vaste operazioni impiegando risorse e ingenti finanziamenti (circa 3 miliardi di $) per sostenere lo sforzo bellico di gruppi fondamentalisti e coinvolsero nel teatro geopolitico l’Arabia Saudita e il Pakistan.

Il Pakistan aveva un forte interesse per intervenire nell’area: la stabilità dell’Afghanistan favoriva i suoi commerci con le regioni dell’Asia centrale e a ben ragione, infatti oggi è una delle zone di passaggio del petrolio che dal mar Caspio arriva ai porti pakistani e da li le petroliere partono per l’Europa. Considerando che nella valle dell’Indo erano presenti numerosi esponenti del wahabismo e del radicalismo islamico con vere e proprie scuole coraniche, il governo di Islamabad fornì armamenti ai mujaheddin che combattevano i sovietici. Dal canto suo l’Arabia Saudita aveva parte attiva nei teatri afgani con l’invio della cosiddetta Legione Araba di Osama Bin Laden, formata da volontari wahabiti di tutti i paesi arabi. Ai monarchi sauditi conveniva partecipare alle danze, primo perchè rispettavano i patti antisovietici con i loro alleati e secondo perchè avevano piacere a sapere lontani questi moderni “Ikhuan” che da sempre, come Bin Laden, non vedevano di buon occhio la monarchia saudita, troppo legata al capitalismo e al consumismo occidentale a parer loro.

Fatto sta che i sovietici si dovettero soccombere contro i mujaheddin (esaltati all’epoca dall’occidente come eroi, basti pensare al cinema hollywoodiano che li consacrò veri martiri della giustizia con il film Rambo III) e dovette ritirarsi. Dopo dieci anni di guerra che finirono col portare al collasso il paese di Lenin, l’Afghanistan piombò in un’anarchia militare. A questo punto la fazione Talebana appoggiata dal Pakistan, rappresentò per molti ex combattenti l’unica forza moralizzatrice e capace di rendere stabilità al paese. In pochi anni i talebani assunsero il controllo totale del paese, imposero la sharia e diedero ospitalità a Bin Laden che combatté per gli afghani e portò le sue ricchezze a beneficio della popolazione locale. Pakistan e Arabia Saudita furono i primi paesi a riconoscere il governo talebano.

Oltre alla lotta contro l’Unione Sovietica, poca enfasi viene data alle lotte che le monarchie del golfo hanno sostenuto contro il baathismo. I partiti Ba’th dei vari governi siriani, irakeni, libanesi, ecc. si ispiravano al socialismo nazionale di El Nasser, storico presidente dell’Egitto che riuscì a liberare il canale di Suez dal giogo anglo-francese. Essendo forme laiche di governo dello stato, e appoggiate dai russi, questi governi rappresentavano un’intollerabile presenza per gli wahabiti arabi. Non è un caso che nella Siria del presidente Bashar al-Assad (partito Ba’th) allo scoppio della guerra civile i ribelli fossero costituiti principalmente da gruppi salafiti.
In questo contesto è da leggersi la prima guerra del golfo contro la dittatura irakena di Saddam Hussein (membro del partito Ba’th prima del suo colpo di stato). Senza analizzare la dittatura irakena, consideriamo lo scontro tra Iraq e Arabia Saudita nel mercato petrolifero dei primi anni ’90. I prezzi bassi tenuti dal Kuwait (paese con monarchia regnante filo-saudita), causarono gravi ripercussioni sull’Iraq che invece di risolvere la questione diplomaticamente decise di invadere il Kuwait.

Osama Bin Laden e il conflitto interno.
Si potrebbe scrivere un’enciclopedia attorno alla figura di Bin Laden, ma è fondamentale comprendere come gli ultra-ortodossi del wahabismo vissero la situazione della prima guerra del golfo. Al momento dell’invasione irakena del Kuwait, l’Arabia Saudita stava in allerta per eventuali aggressioni da parte di Saddam. Sicura che sarebbe stata coinvolta nel conflitto, la casa regnante accordò con gli USA l’invio di un contingente su suolo saudita (da dove poi partì l’attacco della coalizione contro il regime di Saddam nel 1991). Questa scelta contrariò fortemente Osama Bin Laden che aveva offerto al re il servizio della sua Legione Araba a difesa dei siti importanti per l’Islam. Il fatto che la casa reale preferì affidare la difesa di siti come La Mecca e Medina agli “infedeli” americani, fu la goccia che fece traboccare il vaso. La storia irakena sappiamo come si concluse, mentre quella di Bin Laden assunse la via che l’occidente imparò a conoscere solo più tardi (pochi anni dopo Osama fu esiliato dal governo). L’obiettivo di Osama e dei suoi seguaci divenne dunque la destituzione del re saudita. Con la presenza di un contingente così forte di soldati americani sul territorio saudita sarebbe stato impensabile. Bin Laden quindi agì in questo senso per far si che i militari americani fossero ritirati dalla penisola arabica, e l’unico modo per farlo era quello di screditare l’Arabia Saudita agli occhi dell’opinione pubblica americana. Ecco quindi uno dei motivi che portarono nel 1998 al-Queda ad attaccare le ambasciate americane in Kenya e Tanzania, e successivamente le Torri Gemelle a New York utilizzando 19 dirottatori di cui ben 15 erano di nazionalità saudita. L’intento, inizialmente riuscito, era quello di riuscire a mettere in crisi i rapporti diplomatici tra i due paesi.

Medio Oriente

La diffusione del wahabismo e l’ISIS.
La lotta al terrorismo è teoricamente appoggiata anche dall’Arabia Saudita, e come abbiamo visto i monarchi del golfo ne hanno tutto l’interesse a combattere l’ultraradicalismo che mina la loro stessa istituzione di re. Però il discorso si fa più complesso. Da una parte i radicali sono contrari alla monarchia e alla modernizzazione, e quindi gli sceicchi giustificano religiosamente ogni loro espansione nel mercato estero con il finanziamento di gruppi culturali e ONG che esportano il modello wahabita; e dall’altra parte gli estremisti qaedisti fanno comodo contro l’espansionismo dei governi filo-sciiti. Insomma ai sauditi, importa maggiormente combattere i governi sciiti di Iran e Iraq più che contrastare l’ISIS (che pure non accetta la pretesa della monarchia saudita a governare). In questi giorni ad esempio, stiamo assistendo ad un’escalation in Yemen che sta portando il paese alla guerra civile. Il paese è per metà sciita e al-Queda ha appena provocato la morte di oltre 150 persone con due attentati a due moschee sciite. Pochi giorni dopo l’esercito della vicina Arabia Saudita ha attaccato i ribelli sciiti dopo che questi stavano per conquistare il porto di Aden, irritando notevolmente il governo dell’Iran. Considerate l’importanza strategica dell’evento: l’Iran controlla lo stretto di Hormuz sul golfo Persico, se gli sciiti controllassero anche il golfo di Aden, questi controllerebbero il 40% del traffico mondiale di petrolio.

E’ altresì importante capire il ruolo delle ONG islamiche come punto centrale. Esso veicola una visione antagonista del rapporto con le altre religioni in un approccio conflittuale dalle caratteristiche militari. Fanno proselitismo (che talvolta si trasforma in reclutamento), diffondono idee oltranziste, creano un rapporto di sudditanza da parte di chi riceve sostegno, aiuto o assistenza. Attraverso le ONG wahabite è avvenuto, nel passato recente, il reclutamento, finanziamento, sostegno logistico e addestramento dei mujaheddin afghani, bosniaci ed ultimamente mediorientali. Alcune Ong, come “Al Haramain” sono così collegate ai miliziani jihadisti che perfino l’ONU le ha messe al bando. Le ONG che fanno capo direttamente o indirettamente all’Arabia Saudita sono molte e non necessariamente sono state coinvolte in attività eversiva, ma consapevolmente o no sono state comunque veicolo di una ideologia e di un approccio religioso che hanno seminato il fanatismo in varie parti del mondo. Fra tutti i paesi arabi e musulmani solo in Arabia Saudita il salafismo di interpretazione wahabita è nei fatti ispirazione dogmatica di uno Stato. Il peso finanziario del Paese in cui tale movimento si è affermato ha fatto si che questa dottrina si sia diffusa con particolare crescita in molti paesi musulmani. Il paradosso di tutto questo è che l’Arabia Saudita, apparentemente schierata con il mondo occidentale nel combattere il terrorismo, ne è nel contempo è il principale sponsor.

Alberto Fossadri

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Fonti:
-L’ ascesa dello stato islamico. ISIS, il ritorno del jihadismo – Cockburn Patrick
-Eir Strategic Alert – rivista
-http://www.analisidifesa.it/2015/03/yemen-i-sauditi-preparano-lattacco-di-terra/
-http://www.storico.org/I%20Paesi%20islamici/storia_talebani.html
-http://www.invisible-dog.com/mondo_saudita_ita.html
-http://www.instoria.it/home/movimento_wahhabita.htm
-http://www.invisible-dog.com/islamic_organizations_ita.html
-http://iononstoconoriana.blogspot.it/2014/09/alastair-crooke-conoscere-la-storia.html

Terrorismo islamico in Europa

ISISStiamo attuando delle scelte sbagliate e un giorno ne pagheremo le conseguenze. L’occidente non ha una strategia nella lotta al nuovo terrorismo islamico, quello per esser chiari, che ripropone la jihad per l’instaurazione del califfato islamico. L’ISIS, o ISIL, come lo vogliate chiamare, attira su questa base un numero più consistente di integralisti che dall’idea di creare uno Stato Islamico sono più propensi a combattere. Arrivano da tutte le parti, anche dall’Europa e dall’America e come vediamo stanno alimentando una guerra civile senza limiti alla crudeltà. Tralasciamo per un momento il fatto che ad armarli e finanziarli, almeno fino a poche settimane fa, erano le nazioni alleate dell’occidente nell’area: Arabia Saudita e Qatar in primis, ma anche la Turchia (sempre benevola con chi ostacola i curdi nell’area).

Le azioni dei nostri governi evidenziano una totale mancanza di strategia comune, e soprattutto di visione politica a lungo termine. Mi chiedo se il nostro salvatore Matteo Renzi e la nuova stella degli esteri Mogherini si siano chiesti a quali aspetti negativi possa portare in futuro l’invio delle armi ai curdi. Perchè è vero che ora stanno combattendo contro l’ISIS, ma ricordiamo che sono un’etnia con spinte autonomiste nei confronti dell’Iraq. Una volta permessogli di costituire un proprio esercito non sarà difficile immaginare che in un prossimo futuro le loro spinte autonomiste potrebbero sfociare in qualcosa di pericoloso. Anche nei confronti della stessa Turchia, intenzionata ad entrare nell’UE. Inoltre è contestabile il fatto che le armi di fabbricazione ex-sovietica non sono monitorabili, perchè hanno un largo mercato nero, mentre se avessimo inviato armi di fabbricazione occidentale sarebbe stato più facile controllarne gli spostamenti, perchè siamo noi a gestire il mercato delle munizioni e dei pezzi di ricambio. Ma questa, appunto, è una di quelle decisioni per mettere le toppe man mano si presentano i problemi. Il punto è che queste decisioni affrettate e poco calcolate possono portare altri problemi più avanti. Insomma, un cane che si morde la coda.

Ma non è questa la mia preoccupazione principale. Le scelte occidentali e soprattutto americane di non inviare una forza militare da impiegare sul campo a livello terrestre sono comprensibili, e giustificate dall’opposizione dell’opinione pubblica. Ma intervenire con mezzi d’aviazione, martellando gli islamisti con bombardamenti mirati e non, potrebbe si migliorare la situazione sul campo, ma comporterà un cambio di politica nell’ISIS.

Immedesimatevi in uno di loro. Immaginate di essere un terrorista sulla cui testa sfrecciano droni e cacciabombardieri contro cui non avete armi ne per difendervi ne per contrattaccare. Quando l’ISIS si troverà vicino al collasso i jihadisti si sparpaglieranno per il globo, quelli che hanno cittadinanza occidentale torneranno al loro paese molto presumibilmente. E’ plausibile che l’ISIS, costretto alle corde e con l’impossibilità di attaccare i velivoli occidentali e le basi di loro provenienza, decida di estendere la politica del terrore per spingere l’opinione pubblica occidentale a ritirare ogni tipo di intervento. Dopotutto, in Afghanistan e in Iraq i terroristi facevano i loro attentati contro i soldati e le basi presenti sul territorio, perchè l’occidente era fisicamente presente sul posto ed era possibile colpirlo. Ma adesso, l’unico modo che l’ISIS avrà per colpirci e rispondere ai nostri attacchi sarà quello di infiltrarsi nei nostri territori e colpire con attentati simili a quelli di Londra e Madrid. Se poi calcolate che l’Italia è il paese che effettua minori controlli sui migranti e che riceve il maggior flusso di profughi provenienti dalle zone di guerra… è facile intuire che il rischio è veramente alto e che un nostro coinvolgimento diretto aumenta solo le possibilità che ciò accada.
Questo non significa che io sia favorevole ad un intervento diretto, anzi, ma le scelte attuate aumentano solo il rischio di estendere la tensione tra le mura di casa, e questo non credo lo voglia nessun europeo.

Alberto Fossadri

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