Vince TRUMP: dovremmo festeggiare!

Non sono di certo un sostenitore di questo personaggio borioso e razzista, ma ritengo che guardando il fatto cinicamente da europei avremmo di che essere soddisfatti, almeno per ora.

Il ragionamento che sto per fare non tiene minimamente conto delle ripercussioni di questa elezione sui cittadini americani o su chi vive o intende trasferirsi negli Stati Uniti. Questo mio approccio potrebbe essere criticabile, ed ammetto che è valido solo con un certo cinismo. Trattandosi però di geopolitica, preferisco lasciare ad altri le opinioni di politica interna e diritti civili. Metto quindi una sorta di paraocchi e cerco di affrontare il tema puramente dal punto di vista di un cittadino europeo.

L’ISOLAZIONISMO AMERICANO CI SALVERÀ

Se Trump adotterà una politica estera vicina a quanto ha auspicato in campagna elettorale, potrebbe avviare una politica abbandonata anni fa dai successori di Roosevelt. Dalla guerra del Vietnam, la politica estera americana è stata quella del poliziotto di quartiere che intende far rispettare le regole del libero mercato anche a costo di usare la forza.

dddddSono finiti i tempi in cui un’Europa instabile e divisa tra governi fascisti, socialisti e liberali, chiedeva un intervento politico (e poi militare)
delle stelle e strisce. Ora accade esattamente l’opposto: un’Europa politicamente stabile ritrova instabilità anche dal crescente antiamericanismo. Insomma, da noi l’America mette il naso un po’ dappertutto e comincia a dar fastidio a tutti. L’antipolitica emerge anche dalla presa di coscienza dei cittadini europei che vedono i nostri governi appiattirsi di fronte alle esigenze d’oltreoceano.
Una politica più chiusa in se stessa da parte del colosso americano, potrebbe favorire la nostra tranquillità. Altrimenti continueremo a subire indirettamente le scelte degli Stati Uniti. Pensandola come Don Camillo, se c’è una corazzata in uno stagno, appena questa si muove scatta l’agitazione di tutte le paperelle.

Ad esempio, si è appreso che la Clinton è stata una delle figure responsabili della catastrofe libica. A causa di questi giochetti abbiamo l’Isis sulla sponda opposta del canale di Sicilia, abbiamo perduto buona parte del controllo di petrolio libico che gestiva l’ENI, e siamo costretti a subire un’ondata migratoria senza precedenti. Se Trump non starà a queste regole non può che farci un favore.

LA QUESTIONE RUSSA

Il Tycoon ha espresso più volte il suo punto di vista sul colosso post-sovietico, ed è stato chiaro nella sua ricerca di una partnership. Ora, sfido chiunque a dire che la Russia sia un paese democratico perchè è chiaro che non lo è, ma spesso anche col vicino che non ci piace dobbiamo scendere a compromessi (gli accordi Berlusconi-Gheddafi fanno da esempio).
Se finalmente si smettesse di usare la Russia come spauracchio fantomatico da “impero del male”, eviteremo di ripiombare nella guerra fredda, e forse noi europei saremo più liberi di scegliere la politica estera che più ci aggrada.
Senza i padroni americani che tuonano “Attenti all’orso russo”, forse anche i nostri politici non saranno costretti a fingere che esista questo pericolo.

Chissà, se Trump mettesse realmente in discussione le alleanze, e magari combinasse qualche disastro, qualche governo coraggioso potrebbe addirittura mettere in discussione la partecipazione alla NATO.

LA TRISTE VERITÀ… 

Queste sono delle eventualità ma sono sinceramente molto scettico sull’evolversi della faccenda. Mi spiego. La “paura” dei russi, è uno dei principali catalizzatori che permette al “complesso militar-industriale” americano di esistere. Questa commistione di interessi è il principale motore dell’economia americana, e indirettamente è la fonte della politica estera degli USA (insieme all’approvvigionamento energetico).
Dubito che permettano ad un presidente di stravolgere questi complessi meccanismi. A maggior ragione Trump non controlla completamente il suo partito, e il Congresso in queste operazioni è sempre determinante.

Abbiamo visto che Obama credeva realmente al controllo delle armi come alla sanità pubblica, eppure in otto anni di mandato non è riuscito a scalfire la condizione reale di questi problemi. La realtà è che esistono sistemi di potere che impediscono anche al presidente più determinato di cambiare le cose.

In conclusione penso che difficilmente Trump potrà isolare l’America, sebbene è quello in cui noi tutti dovremmo sperare… al cane rabbioso va messa la catena.

Alberto Fossadri

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Libia: la grande spartizione della torta

di Alberto Negri – Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

libia-petrolioLa guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.

Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.

libia-petrolio-spartizioniIl bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.

Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.

La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.

Fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-06/la-grande-spartizione-114530.shtml?uuid=ACe75oiC&utm_source=dlvr.it&utm

NAPOLITANO e l’alleanza del PCI con la CIA durante il rapimento Moro

Tratto dal libro: I PANNI SPORCHI DELLA SINISTRA
di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara

La storia dei rapporti di Napolitano col mondo americano è carica di domande ancora da sciogliere, ma evidenzia in maniera chiara il desiderio di Napolitano di accreditarsi quale interlocutore privilegiato degli Stati Uniti.

Il percorso di Napolitano per divenire punto di riferimento di un vasto mondo di potere internazionale è stato tuttavia accidentato: il Dipartimento di Stato e l’intelligence statunitense non si fidavano facilmente di un comunista italiano. Il primo tentativo di Napolitano si rivelò infruttuoso: nel 1975 gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti.

WikiLeaks ha poi rivelato (in una massa di cablogrammi diplomatici diffusi in blocco) che nel novembre del 1976 Napolitano aveva cercato per tre volte un incontro a Roma con Ted Kennedy, ma era stato sempre respinto. «Ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato.» Il documento, stilato dall’allora ambasciatore americano John Volpe, riferisce al segretario di Stato Kissinger in merito al soggiorno romano del senatore demo cratico, che si incontrò con Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Gianni Agnelli. Tra i comunisti soltanto il migliorista Sergio Segre, all’epoca responsabile degli Affari esteri del Pci, riuscì a sedersi a tavola con Kennedy e una trentina di invitati.

Alla prova delle urne del 1976 i comunisti raggiungono il massimo risultato storico, 34,4 per cento dei consensi, ma restano cinque punti al di sotto della Dc. Aldo Moro apre a Enrico Berlinguer, che in un’intervista al «Corriere della Sera» consuma un primo strappo dall’Urss: «Non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento».64  Nasce il governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti con l’astensione di Pci e Psi, insieme a socialdemocratici (Psdi), repubblicani (Pri) e liberali (Pli). Di fatto s’inaugura la stagione del compromesso storico, mentre il rampante Bettino Craxi afferra le redini di un Psi ormai sotto il 10 per cento. Il nuovo scenario, per quanto non faccia cadere la conventio ad excludendum nei confronti di un governo «con» i comunisti, disegna praterie di manovra politica ai compagni pronti a sdoganarsi nel sistema occidentale.

Giorgio Napolitano, come portavoce del Pci sui temi dell’economia nei rapporti col governo Andreotti, viene osservato attentamente dall’estero. E riesce a far breccia nella diffidenza degli Stati Uniti, in quel momento governati dal democratico Jimmy Carter (eletto nel 1976). In realtà le diplomazie erano al lavoro da tempo, in particolare con il nuovo ambasciatore a Roma Richard Gardner, professore di Diritto internazionale alla Columbia University, di area liberal e marito di Danielle Luzzatto, proveniente da un’importante famiglia ebraica italiana. Gardner organizza una serie di incontri informali con esponenti del Pci, ma se l’obiettivo è Enrico Berlinguer, in realtà è Giorgio Napolitano a fornire le maggiori garanzie. Il diplomatico racconterà, all’indomani dell’elezione di Napolitano al Quirinale: «Era un socialdemocratico. Condividevamo gli stessi valori, aveva una mente aperta, e non era dogmatico neanche nelle cose che non condividevamo. Con discrezione mi faceva capire di non essere d’accordo con molte decisioni del Pci e di auspicarne un’evoluzione più rapida».65

Ad aiutare Napolitano possono essere stati poi i già citati rapporti di Amendola con Brzezinski e con la Cia. L’8 febbraio 1978, un mese prima del sequestro Moro (16 marzo), Norman Birnbaum dell’Amherst College (oggi professore alla Georgetown University), un uomo che alcune fonti indicano come espressione della Cia, invita Berlinguer per un ciclo di conferenze alla New York University e in altri luoghi degli Stati Uniti. «Dai documenti – scrive Pasquale Chessa nel suo libro su Napolitano – traspare un febbrile lavorio sommerso intorno al possibile viaggio negli Usa del segretario del più grande partito comunista dell’Occidente, arrivato democraticamente alle soglie del potere.»66

Pasquale  Chessa  pone  un  quesito  interessante:  «Che  ci faceva Birnbaum a Roma in missione presso il Pci allo scopo di invitare Berlinguer in America, appena un mese prima che le Brigate rosse mettessero in scena, con geometrica potenza, il rapimento di Aldo Moro? […]. Ma se si è trattato di una guerra culturale, combattuta dalla Cia e dal Kgb con le armi della politologia, a colpi di convegni e corsi universitari, articoli scientifici e interpretazioni giornalistiche, sul teatro dell’opinione pubblica mondiale, il viaggio di Napolitano negli Usa ha giocato un ruolo nient’affatto di secondo piano».67

Qualcosa però succede e Berlinguer non parte. Il meccanismo si inceppa. A recarsi in Usa è invece Napolitano. Perché? Deve ricevere «istruzioni» dagli americani in quel momento delicatissimo? A pianificare l’operazione sono il segretario di Stato Cyrus Vance e il consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski.

L’organizzazione del viaggio di Napolitano viene affidata a Joseph La Palombara, professore a Yale e capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata statunitense a Roma, coadiuvato da Peter Lange e da Stanley Hoffmann di Harvard, da Nick Wahl della Princeton University e dallo stesso Brzezinski, che a quell’epoca ricopriva la carica di docente della Columbia University ed era uno dei più autorevoli strateghi della distruzione del blocco sovietico attraverso la tattica dell’infiltrazione. Convinto che l’Italia avesse un ruolo da giocare nel Mediterraneo e con il mondo arabo, Brzezinski spiega: «Quando abbiamo pensato di invitare Napolitano era perché pochi come lui avrebbero potuto illuminare i miei connazionali su un Pci che non era di stile sovietico e i cui aderenti non andavano in giro con le bombe in tasca. Visto e sperimentato da vicino, a questo fine comunque lui si rivelò ex post il personaggio ideale». Il messaggio che Napolitano portava era: «Il compromesso storico può funzionare, la solidarietà nazionale non danneggia in alcun modo gli interessi degli Stati Uniti».68 Il suo arrivo negli Usa era un fatto di rilievo, se si tiene conto che lo Smith Act firmato da Roosevelt durante la Grande depressione e ancora in vigore negli anni Settanta impediva ai comunisti di mettere piede sul suolo americano.

Napolitano fece il pienone e raccolse giudizi positivi nei più prestigiosi campus, riuscendo a sottrarsi alle domande impertinenti di chi gli ricordava il proprio appoggio ai carri armati in Ungheria. All’Università di Yale (casa madre della loggia massonica Skull and Bones) Napolitano, sollecitato dal neoconservatore La Palombara, parlò della necessità che il Pci rompesse i rapporti con Mosca e si spinse a dire di sentirsi come «una specie di commando».

Il momento più importante fu l’incontro al Council on Foreign Relations di New York (organizzazione che si occupa di strategie globali) alla presenza di un selezionato pubblico di avvocati, banchieri e dirigenti industriali di portata internazionale: qui Napolitano si scatenò delineando evoluzioni politiche che ancora all’interno del Pci venivano dibattute e non date per certe, compreso un atto di fedeltà nei confronti della Nato: «Il Pci non si oppone più alla Nato come negli anni Sessanta, mentre lo scopo comune è quello di superare la crisi, e creare maggiore stabilità in Italia».

Un accordo tra Cia e Pci nei giorni del sequestro Moro?

Napolitano dunque si trova negli Stati Uniti mentre Aldo Moro è prigioniero (il suo corpo verrà ritrovato in via Caetani il 9 maggio 1978). In quei giorni, durante i quali tutti i servizi segreti del mondo sono in allarme per l’impresa terroristica, Napolitano tiene conferenze nelle università più prestigiose e in ambienti riservati con uomini d’affari ed esperti. Da statista consumato aggira le domande insidiose concernenti le congetture sulla regia della Cia, o del Kgb, nel sequestro del presidente della Dc.

Napolitano vuole accreditarsi nel mondo americano o rinforzare i propri rapporti già saldi. Mentre si trova a New York incontra anche Gianni Agnelli, che sino a quel momento aveva dialogato, tra i comunisti, solo con il segretario della Cgil Luciano Lama, nella veste di controparte sindacale. Napolitano stesso racconterà come, da quel breakfast in Park Avenue, sia maturato con l’Avvocato un rapporto «di schietta cordialità e simpatia. Tanto che ci ritrovammo in diverse occasioni pubbliche a cui accettammo volentieri di partecipare insieme […]. Ricordo inviti a cena a casa sua, a Roma e talvolta a Torino, anche con ospiti stranieri che voleva mi conoscessero, e che voleva  farmi  incontrare  […],  in  particolare  Kissinger.  Ma non solo. Una volta che ero a Torino come presidente della Camera, ad esempio, mi chiese di raggiungerlo per una colazione con Margaret Thatcher. Lei non era più primo ministro, ma in compenso si dimostrò fortemente interessata alle vicende politiche italiane, fece un sacco di domande e diede i suoi pareri con forza, come quello appassionato e categorico a favore dell’introduzione della legge maggioritaria in Italia, che poi passò sotto il nome di Mattarellum. L’Avvocato assisteva con molta curiosità a questo scambio».69

Mentre Napolitano rilascia interviste al «Washington Post» e alle principali reti televisive, il dramma del rapimento Moro è in corso. Che tipo di consultazioni ha sul tema Napolitano con i massimi esperti americani di strategia? Sta forse definendo con loro la linea del Pci? Cosa avviene in quei giorni drammatici?
La Procura di Roma ha acquisito nel settembre del 2013 la cassetta dell’intervista di Giovanni Minoli a Steve Pieczenik, esperto di terrorismo, già consulente del Dipartimento di Stato americano nel 1978. Pieczenik, inviato in Italia subito dopo il sequestro, avrebbe indirizzato l’azione delle autorità italiane nella direzione voluta dagli americani, contrari alla trattativa, che ritenevano «necessario il sacrificio di Moro».

Napolitano torna a Roma il 19 aprile 1978. In quella fase concitata fonda con Lama, Amendola, Bufalini e Macaluso la corrente migliorista, destinata a diventare il bastone tra le ruote della «terza via» di Berlinguer. I miglioristi sono da subito i sostenitori dell’appoggio alla Nato e dell’eurocomunismo. Di lì in poi è un crescendo di rapporti ancora tutti da decifrare, sui quali gli archivi della Cia potrebbero dire molto.70

Nel luglio del 1980 lo stratega Duane Clarridge,71  capostazione della Cia a Roma (e ancor oggi influente esperto di intelligence al servizio della Cia con una sua società privata) dà inizio, per sua stessa ammissione, a una delle operazioni più azzardate della sua carriera: un accordo segreto tra la Cia e il Pci. Clarridge lavorò a Roma come agente della Cia tra il 1979 e il 1981 e si occupò intensamente del Pci. Il suo stile era audace e disinvolto, come ammette lui stesso: «A Roma mi creai all’interno dell’agenzia una reputazione come risk taker: ero considerato un bucaniere, uno shooter [uno che spara, che colpisce duro, nda], un cowboy. Questi termini connotavano la mia tendenza ad assumere rischi».72

Clarridge parla di «esponenti del Pci che avevano compiuto visite esplorative a Washington». E racconta anche di incontri con le «controparti italiane» del Pci, condotti a Roma insieme a William Casey, il capo della Cia. Nell’entourage della stazione operavano agenti come Harry Rositzke e Vincent Cannistraro, mentre figure come Ted Shackley e Michael Ledeen73 – scrive Clarridge – controllavano e «istruivano» i vertici dei servizi italiani come il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi poi figurato negli elenchi della P2. Lo stesso Santovito che aveva fatto parte del Comitato di crisi incaricato di analizzare e gestire il rapimento di Moro. Nelle memorie di Clarridge vengono descritti incontri tra Santovito e il generale Haig, centrati sulle Brigate rosse. In questo contesto di rapporti matura il progetto di infiltrazione organica della Cia nel Pci.

L’operazione doveva risolvere una volta per tutte il «problema comunista» in Italia. «L’idea che si stava in quel momento valutando era di proporre un accordo in tre fasi, ognuna delle quali prevedeva il superamento di una serie di test da parte della leadership del Pci. […] Naturalmente il progetto prevedeva che tutto avvenisse nella massima segretezza e che le trattative fossero condotte dalla Cia con un numero ristretto di alti dirigenti comunisti» hanno scritto Claudio Gatti e Gail Hammer ne Il quinto scenario.74

Nelle sue memorie Clarridge racconta: «Eravamo ben coscienti del fatto che l’ala più dura del Pci non avrebbe mai accettato questo mutamento radicale, ma sapevamo che una parte consistente della leadership del partito sbavava per partecipare al governo». La Cia a Roma aveva una strategia diversa rispetto all’ambasciatore americano: «Gardner puntava sui socialisti, io sui comunisti».

Il rapporto di Napolitano con gli Stati Uniti prosegue senza scosse. Nel maggio del 1989 Napolitano e Occhetto compiono un viaggio a Washington e a New York, dove incontrano il presidente del World Jewish Congress, Edgard M. Bronfman. La cordialità dei rapporti di Napolitano con l’establishment americano riemerge anche a Cernobbio nel settembre del 2001, in occasione dell’incontro dei giovani industriali, dove Napolitano, invitato, ritrova Kissinger. L’atmosfera è festosa, da riunione di vecchi amici. L’ex segretario di Stato lo saluta così: «My favourite communist», il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: «Il mio ex comunista preferito!».

La «simpatia» verso gli Stati Uniti è così forte da spingere Napolitano, divenuto presidente della Repubblica, a gesti discussi. Nell’aprile del 2013 concede la grazia al colonnello dell’Air Force Joseph Romano, condannato per il rapimento – organizzato dieci anni prima dalla Cia in collaborazione col Sismi, il servizio segreto militare italiano – dell’imam di Milano Abu Omar, portato in Egitto e torturato.75

La motivazione giuridica, alquanto discutibile, è la modifica normativa del marzo 2013 sui termini per l’esercizio della giurisdizione italiana sui reati commessi da militari Nato. In realtà la scelta è ritenuta da molti un clamoroso colpo di spugna e uno schiaffo di Napolitano alle decisioni della magistratura, sferrato in omaggio al suo atlantismo.

L’11 settembre 2013 si è rivolto a Napolitano per ottenere la grazia anche l’ex capocentro della Cia a Milano Robert Seldon Lady, condannato a 9 anni di carcere per il caso Abu Omar. Fermato a Panama il 19 luglio 2013 alla frontiera col Costa Rica e consegnato all’Interpol, era stato trasferito negli Stati Uniti mentre l’Italia stava predisponendo la richiesta di estradizione. Nella sua istanza di grazia Lady scriveva di essere «innamorato» dell’Italia, tanto che – prima di fuggire a Panama – aveva deciso con la moglie di venire in pensione nel nostro paese. Potrebbe essere un ottimo motivo per concedergli la grazia: gli amici della Cia non si dimenticano.

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Post-STORIA, il futuro in BIANCO e NERO

La geopolitica internazionale segue l’evoluzione storica tracciata dalla televisione, ma lo fa in senso contrario ad essa; pochi canali in bianco e nero sono il segno di un tempo passato,che solo le generazioni non più giovanissime possono ricordare, per arrivare ai giorni nostri dove una moltitudine di canali a colori esprimono svariati contenuti.
La storia degli eventi geopolitici che si sta delineando percorre simbolicamente questo tracciato, ma in senso opposto.

Le parti in gioco

Quella che oggi sembra essere una seconda “guerra fredda”, cioè la situazione di tensione continua tra un blocco occidentale capeggiato dagli Stati Uniti e la Russia sulle questioni internazionali, non è altro che il frutto di una visione diversa del mondo, del futuro da tracciare e da percorrere per i prossimi decenni.
Da una parte l’occidente del modello “libertino”, dell’economia globale, per la cancellazione dell’identita’, delle sovranità, delle tradizioni e dell’etica; un occidente che mette a valore unico le comodità tecniche e un’inappellabile modernità materiale. Non più modello da inseguire per il resto del mondo ma macchina da guerra colonizzatrice, che impone la propria legge in campo culturale ed economico al resto del pianeta. Seppur più vasto e popolato, lo sta trascinando in una pericolosa avventura in mare aperto, nonostante gli evidenti scricchiolii ed il continuo imbarcare acqua della propria nave, che sempre più velocemente si sta inabissando. L’occidente, che stringe tra le mani bandiera di libertà, non lascia il diritto al resto del pianeta di organizzare una visione del futuro diversa dalla propria, basata sulle proprie tradizioni culturali, religiose, etiche; non permette di perseguire la missione storica dei vari popoli, ne di organizzare i propri modelli economici, giuridici, sociali, tecnologici ne politici.
L’occidente che vuole imporre un modello unico, universale, non è altro che un fenomeno locale sul pianeta ed i suoi tentativi di imposizione, si scontrano inevitabilmente con altre civiltà e culture; così nascono, quelle situazioni di tensione che non sempre finiscono con una “guerra fredda”.
Dall’altra parte non più l’Unione Sovietica, come nel passato, ma la Russia.
Un paese multiculturale che nega le pretese universali di un mondo globale occidentalizzato, che propone una visione multipolare, dove una varietà di culture libere di organizzare come meglio credono e con i propri mezzi, il loro futuro e sviluppo, tracciano obiettivi e delineano le proprie direzioni. Una nazione che crede nella cooperazione e nella solidarietà come punti d’incontro tra nazioni sovrane cultutralmente diverse, ma che vogliono raggiungere obiettivi condivisi. Non più l’Unione Sovietica, che imponeva anch’essa un modello unico, seppur in netto contrasto con quello occidentale, ma un modello semplicemente diverso che non può considerarsi, come in passato, anti-occidentale.
La russia infatti ha fatto pendolo tra un modello occidentalizzato e un proprio modello, che gli ha permesso di tornare alla ribalta tra le potenze mondiali raggiungendo un alto livello economico, militare e di aver ritrovato un peso specifico importante a livello geopolitico, visto che, si è delineata come paese leader per un blocco alternativo a quello capeggiato dagli Stati Uniti, per molti paesi asiatici, sudamericani e balcani che la vedono come primo affidale partner ed alleato.

Cosa succederà?

Con delle premesse di questo tipo, dove le parti contrapposte si trovano in continuo disaccordo sulle questioni internazionali e dove spesso una parte punta il dito contro l’altra, si può capire che un confronto sia imminente e che seppur rimandabile, prima o poi si dovrà affrontare. Chi il confronto oggi non lo può sostenere, è senza dubbio la Russia, per questo continua il suo pendolo di sfrenata occidentalizzazione alternata a decisioni e momenti di completa anti-occidentalizzazione.
Oggi la Russia, per potersi porre a modello alternativo necessita ancora di tempo per costruire una via propria da percorrere su solide basi di specificità morale, di giustizia, di religione e tradizione, che comunismo, post-comunismo e le sirene libertine occidentali degli anni passati avevano distrutto. La Russia deve ricostruire il proprio senso storico di nazione, ritornare anello unico di 2 mondi straordinari e completamente diversi, quali l’Europa e L’estremo Oriente. L’alternanza di scelte economiche e politiche che oscillano tra occidentalizzazione sfrenata e anti-occidentalizzazione sono il metodo, che il governo russo sta attuando da anni per cercare di guadagnare tempo, prima del confronto.
L’occidente da parte sua, oggi, può dirsi già pronto al confronto e si sta spingendo ad accelerare i tempi aumentando le tensioni, minacciando sempre più spesso di portare il mondo verso il baratro di una nuova guerra mondiale, ma qualcosa le impedisce di fare il passo decisivo limitando a continue e pericolose provocazioni e scaramucce la propria azione.putin-obama

Chi impedisce il confronto

Un possibile confronto tra questi blocchi porterebbe l’intero pianeta nel baratro di una nuova guerra mondiale le cui conseguenze avrebbero ritorsioni per un lunghissimo tempo sull’umanità. Nessun angolo del pianeta, nessuna nazione, potrebbe non subire direttamente o indirettamente questa situazione, tantomeno la Cina e l’Europa.
Cosi lontane e così diverse Europa e Cina si trovano ad essere, da anni, gli aghi della bilancia di una situazione che potrebbe cambiare il corso della storia.
Si spiegano così, da entrambe gli schieramenti, i continui “paternariati ed abbracci” per una e per l’altra parte seppur con metodi diversi. L’occidente che colonizza distruggendo gli stati nazionali imponendone la propria economia, cultura e dipendenza; dall’altra la cooperazione, i trattati e gli accordi commerciali che legano le nazioni alla Russia per comuni interessi.
La Cina si è legata negli ultimi anni ed è divenuto partner fondamentale della Russia, ha un’economia in forte espansione e scongiura un confronto tra i blocchi con i quali ha vantaggiosi rapporti economico commerciali. L’Europa che vive una situazione completamente diversa dal punto di vista economico è semplicemente troppo fresca per un’altra guerra, ed ancora fortunatamente, troppo diversa nonostante il progetto di unificazione in atto, per poter essere manipolata come un unico stato alleato.

Conclusione

A breve il percorso inesorabile della crisi economica e della globalizzazione, che l’occidente non accenna a fermare ed a cui non vuol rinunciare, accellera quel processo di avvicinamento ad un confronto inevitabile, tanto quanto l’atteggiamento pendolante della Russia prima o poi dovrà cessare, per capire a quale futuro vuole legarsi, se a quello dell’occidente o ad uno proprio. Europa e Cina sono chiamate nel frattempo a scegliere di schierarsi a favore della Storia o a dar vita alla Post-Storia.
La prima iniziata secoli fa, dove le diverse culture ed i vari popoli hanno portato un mondo a colori, ricco di varietà culturali, scoperte tecnologiche e scentifiche; l’altra, che ha già portato una parte del mondo alla standardizzazione, alla distruzione dell’etica, della morale e delle culture, per la creazione di un mondo in bianco e nero universalmente monocromatico e in grave crisi identitaria.

Opinione dell’autore

Europa Alzati!
Perde il senso dell’equilibrio,
colui che poggia i piedi sull’instabile terreno degli istinti.

Matteo Piantoni

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L’accordo commerciale transatlantico attacca la democrazia

David Cameron con Barack Obama alla cena di stato in onore di Cameron nel 2012 alla Casa Bianca . Fotografia: MANDEL NGAN / AFP / Getty Images

Un articolo sul Guardian lancia l’allarme sull’Accordo Transatlantico USA-UE di cui abbiamo già parlato, ma sul quale media e politici tacciono accuratamente, per metterci come al solito di fronte al (criminale) fatto compiuto. Se questa è democrazia…
Anche un bel post di Orizzonte48 in merito.

Bruxelles tace su un trattato che consentirebbe alle rapaci multinazionali di sovvertire le nostre leggi, i nostri diritti e la sovranità nazionale.
di George Monbiot

Vi ricordate di quel referendum sulla creazione di un mercato unico con gli Stati Uniti? Sapete, quello in cui ci è stato chiesto se le multinazionali dovrebbero avere il potere di annullare le nostre leggi? No, nemmeno io. Intendiamoci, l’altro giorno ho passato 10 minuti a cercare il mio orologio, prima di realizzare che ce l’avevo al polso. Dimenticarmi del referendum è un altro segno di invecchiamento. Perché deve esserci stato, no? Dopo tutta quella lunga e penosa discussione sul fatto se dobbiamo o meno restare nell’Unione europea, il governo non cederà la nostra sovranità a qualche organismo-ombra antidemocratico senza consultarci. O no?

Lo scopo del Transatlantic Trade and Investment Partnership è quello di eliminare le differenze normative tra gli USA e i paesi europei. Ne ho parlato un paio di settimane fa. Ma ho lasciato fuori la questione più importante: l’importante potere che concederebbe al grande business di citare in giudizio i governi che cercano di difendere i propri cittadini. Consentirebbe a una giuria formata da giuristi d’impresa che operano a porte chiuse di non tener conto della volontà del Parlamento ed annullare le nostre protezioni legali. Eppure i difensori della nostra sovranità non ci dicono nulla!

Il meccanismo attraverso cui si arriva a tutto ciò è noto come investor-state dispute settlement (risoluzione delle controversie Stati/Investitori, ndt). E’ già utilizzato in molte parti del mondo per togliere di mezzo le regolamentazioni a tutela delle persone e del pianeta vivente.

Il governo australiano, dopo un grande dibattito dentro e fuori del parlamento, ha deciso che le sigarette avrebbero dovuto essere vendute in semplici pacchetti, contrassegnati solo con delle scioccanti avvertenze per la salute. La decisione è stata convalidata dalla Corte Suprema Australiana. Ma, in seguito a un accordo commerciale tra l’Australia e Hong Kong, la società del tabacco Philip Morris ha agito presso un tribunale offshore per ottenere una ragguardevole somma a titolo di risarcimento per la perdita di quella che definisce una sua proprietà intellettuale.

Durante la crisi finanziaria, e in risposta alla rabbia dell’opinione pubblica, l’Argentina ha imposto un congelamento alle tariffe dell’energia e dell’acqua (vi suona familiare?) . E’ stata citata in giudizio proprio dalle società di servizi internazionali le cui alte tariffe avevano spinto il governo ad agire. Per questo e per altri crimini, l’Argentina è stata costretta a pagare più di un miliardo di dollari di risarcimento. A El Salvador, le comunità locali hanno pagato un caro prezzo (tre attivisti sono stati uccisi) per convincere il governo a rifiutare la concessione per una grande miniera d’oro che minacciava di contaminare le riserve idriche. Una vittoria per la democrazia? Non per molto, forse. La società canadese che aveva chiesto la concessione ora sta citando El Salvador per 315 milioni di $ – per la perdita dei suoi profitti futuri.

In Canada, un tribunale aveva revocato due brevetti di proprietà della società americana Eli Lilly, sulla base del fatto che la società non aveva prodotto prove sufficienti sui presunti effetti benefici dei suoi prodotti. Eli Lilly ora sta facendo causa al governo canadese per 500 milioni di dollari, e chiede che le leggi sui brevetti del Canada siano cambiate.

Queste aziende (insieme a centinaia di altre) stanno utilizzando le regole sulla risoluzione delle controversie investitore-Stato incorporate nei trattati commerciali firmati dai paesi. Le regole sono applicate da giurie che non offrono nessuna delle garanzie assicurate nei nostri tribunali. Le audizioni si svolgono a porte chiuse. I giudici sono avvocati aziendali, molti dei quali lavorano per le stesse società che agiscono in giudizio. I cittadini e le comunità colpite dalle loro decisioni non hanno alcun valore legale. Non vi è alcun diritto di appello sul merito del caso. Anzi, queste giurie possono rovesciare la sovranità dei parlamenti e le sentenze delle corti supreme.

Non ci credete? Ecco quello che dice del suo lavoro uno dei giudici di questi tribunali “Quando mi sveglio la notte e penso ad un arbitrato, non finisco mai di stupirmi che gli Stati sovrani possano aver firmato questo tipo di accordi… A tre individui privati è affidato il potere di rivedere, senza alcun limite e senza possibilità di appello, tutte le azione dei governi, tutte le decisioni dei tribunali, e tutte le leggi di regolamentazione emanate dal parlamento”.

Non ci sono dei corrispondenti diritti dei cittadini. Non possiamo agire in questi tribunali per chiedere una migliore protezione dall’avidità delle società. Come dice il Democracy Centre, questo è “un sistema di giustizia privatizzata per società globali.”

Anche se questi giudizi non hanno esito, possono comunque esercitare un potente effetto deterrente sulla legislazione. Un funzionario del governo canadese, parlando delle regole introdotte dal North American Free Trade Agreement, ha commentato: “Ho visto lettere in arrivo da New York e da studi legali con sede a Washington, praticamente su tutte le nuove normative e proposte a tutela dell’ambiente degli ultimi cinque anni. Riguardano prodotti chimici per lavaggio a secco, prodotti farmaceutici , pesticidi, diritti dei brevetti. Praticamente tutte le nuove iniziative sono state prese di mira e la maggior parte non ha mai visto la luce del giorno. “La democrazia, come proposta che abbia un senso, è impossibile in tali circostanze.”

Questo è il sistema che ci governerà se il trattato transatlantico va avanti. Gli Stati Uniti e la Commissione europea, sia gli uni che l’altra “catturati” dalle società che sono chiamati a disciplinare, stanno facendo pressioni per la risoluzione delle controversie investitore-Stato siano incluse negli accordi.

La Commissione europea ha giustificato questa politica sostenendo che i tribunali nazionali non offrono alle aziende una protezione adeguata perché “potrebbero essere prevenuti o non indipendenti”. Di quali corti sta parlando? Di quelle degli Stati Uniti? O di quelle dei propri Stati membri? Non lo dice. In realtà non riesce a produrre un solo esempio concreto che dimostri la necessità di un nuovo sistema extragiudiziale. E’ proprio perché i nostri tribunali generalmente non hanno pregiudizi e sono indipendenti che le imprese vogliono bypassarli. La Commissione Europea intende sostituire i tribunali trasparenti, responsabili, indipendenti con un sistema corrotto, secretato e pieno di conflitti di interesse e poteri arbitrari.

Le regole sulle controversie investitore-Stato potrebbero essere utilizzate per distruggere ogni tentativo di salvare il Sistema Sanitario Nazionale dal controllo societario, di regolamentare di nuovo le banche, di frenare l’ avidità delle compagnie energetiche, di rinazionalizzare le ferrovie, di lasciare i combustibili fossili nel terreno. Queste regole distruggono le alternative democratiche. Mettono fuorilegge le politiche di sinistra.

Questo è il motivo per cui non vi è stato fatto alcun tentativo da parte del governo britannico di informarci su questa mostruosa aggressione alla democrazia, per non parlare poi di fare una consultazione popolare. Questo è il motivo per cui i conservatori che sbuffano a sentir parlare di di sovranità, tacciono. Svegliamoci, gente, ci stanno fregando.

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Fonti: GuardianVoci dall’esteroOrizzonte48

E l’Italia esporta armi alla Siria

Da quando è iniziata la guerra civile, secondo le cifre ufficiali dell’Alto Commissario dell’Onu (qui in .pdf) ci sono stati 93mila morti e due milioni di rifugiati nei paesi limitrofi. Oggi le potenze occidentali annunciano un intervento militare in Siria perché l’impiego – tuttora da accertare – di armi chimiche da parte delle forze armate del regime siriano avrebbe “sconvolto la coscienza del mondo”. Ebbene, se c’è qualcosa che mi ha sconvolto, è la quantità enorme di armi che l’Italia vende sottobanco ad entrambi gli schieramenti. Ops, scusate, devo essere corretto, li vende ai vicini della Siria. Certo è che la quantità enorme di armi legittima il dubbio che queste oltrepassino il confine (come sempre accade).

Di fatto l’Osservatorio OPAL di Brescia denuncia che il traffico di armi che dal Bresciano, dove risiedono le maggiori industrie di armi leggere italiane, l’esportazione nei paesi limitrofi alla Siria (Israele, Libano, Cipro, Iraq, Giordania e soprattutto Turchia) sono aumentate vertiginosamente dall’1,7 milioni di € del 2009 ai 36,5 milioni di € del 2012. «Ed è difficile credere che si tratti solo armi per il tiro al piattello» afferma Carlo Tombola. Tra le tipologie di armi riportate dell’ISTAT figurano non solo le cosiddette “armi sportive” o “per la difesa personale” ma anche tutta un’ampia gamma di pistole semiautomatiche, fucili e carabine per le forze di polizia, fucili a pompa per corpi speciali, contractors e forze di sicurezza: tutto quanto cioè – come recita la legge 110 del 1975 che ne regolamenta l’esportazione – non è destinato “al moderno armamento delle truppe nazionali o estere per l’impiego bellico”. E qui sta il punto che OPAL ha già rilevato in diversi casi: basta che le armi non siano destinate alle Forze armate estere (per le quali è richiesta l’autorizzazione del Ministero degli Esteri) e non abbiano le caratteristiche “per l’impiego bellico” ed è fatta. Si possono esportare con una semplice autorizzazione rilasciata dal Questore. «Abbiamo ripetutamente inviato al Questore di Brescia una dettagliata documentazione chiedendogli di chiarire i destinatari effettivi e le specifiche tipologie delle armi esportate dalla provincia di Brescia verso numerosi paesi a rischio, ma finora non abbiamo ottenuto risposta», dice Piergiulio Biatta, presidente di OPAL.

Ma le forniture militari italiane al regime siriano sono state di gran lunga superiori a tutte quelle degli altri paesi europei: si tratta, nell’ultimo decennio, di oltre 131 milioni di euro di materiali militari effettivamente consegnati. Tra le altre c’è stata una grande commessa negli anni ’90 dal valore di oltre 400 miliardi di lire (229 milioni di dollari). E’ la fornitura di 500 sistemi di puntamento Turms prodotti dalle Officine Galileo (divenute poi Galileo Avionica, Selex Galileo e oggi Selex ES sempre del gruppo Finmeccanica) per ammodernare i carri armati T72 di fabbricazione sovietica: quelli che i militari fedeli a Bashar al-Assad hanno usato per sparare sulla popolazione.

Come nel caso della Libia di cui l’Italia è stata il primo fornitore europeo di sistemi militari, e nonostante una normativa restrittiva come la legge 185 del 1990 vieterebbe di esportare armi a Paesi “i cui governi sono responsabili di accertate violazioni dei diritti umani”, i governi che si sono susseguiti in questi anni nel nostro paese non hanno mancato di rifornire di armi dittatori e regimi autoritari: dalle armi esportate dai governi Berlusconi a quelle autorizzate dal governo Monti, dalle armi spedite a Gheddafi a quelle successivamente inviate agli insorti libici, dalle forniture di armi al governo turco a quelle per l’esercito kazako fino a quelle spedite di recente alle forze armate egiziane, gli affari non sono mancati né per le industrie militari a controllo statale come Finmeccanica, né per le aziende di “armi leggere” come la ditta Beretta.

L’Europa che ora si mostra scossa dall’uso di gas sui quartieri orientali di Damasco e prepara un intervento militare ha continuato finora a rifornire di armi e munizioni i confini siriani. Lo documentano, questo sì, i rapporti ufficiali dell’Unione europea: la Turchia, ad esempio, è passata da 2,1 milioni di euro di importazioni di armi leggere europee del 2010 agli oltre 7,3 milioni del 2011; Israele da 6,6 milioni a oltre 11 milioni e addirittura l’Iraq da meno di 3,9 milioni a quasi 15 milioni. Il rapporto 2012 non è stato ancora pubblicato, ma diverse relazioni nazionali confermano l’incremento delle esportazioni verso paesi confinanti con la Siria.

Ma non c’è solo la Sirya, anche in Egitto la questione è delicata. Tra le armi in dotazione ai militari egiziani anche fucili d’assalto della ditta Beretta. Tra i bossoli trovati lo scorso anno in piazza Tahrir anche quelli della Fiocchi di Lecco. «Ministro Bonino, cosa deve succedere in Egitto per sospendere l’invio di armi italiane?». È la domanda che l’Osservatorio OPAL di Brescia rivolge a mezzo stampa al ministro degli Esteri, Emma Bonino e a cui Arturo Scotto (SEL) ha presentato un’interrogazione parlamentare.

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Fonti:http://www.opalbrescia.org/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/02/libia-italia-vende-armi-aggira-embargo/694926/
http://www.unimondo.org/Notizie/Siria-rifornita-di-sistemi-militari-dall-Italia-che-oggi-invia-armi-leggere-ai-confini-142242

Strategia della Tensione e False Flag

***SCARICA LO SCHEMA DELLO STUDIO SUGLI ANNI DI PIOMBO*** clicca il link → [SCHEMA-strategia della tensione]

Ogni momento del corso umano della storia ha il suo lato più nascosto, parallelo alla realtà percepita nella stessa epoca ma fortemente condizionante sia gli eventi che le abitudini della società contemporanea. Questo si verificava nelle antiche poleis greche quanto negli stati moderni ed è sempre in funzione di quella Ragion di Stato dove spesso, in modo così cinicamente macchiavellico, il fine giustifica i mezzi.

Ma la storia che andiamo a narrare non riguarda una nazione veramente indipendente. Parliamo appunto dell’Italia repubblicana, una nazione ufficialmente libera, ma nella realtà semi-dipendente, dove gli interessi del blocco occidentale, specialmente nel periodo della Guerra Fredda, coincidevano più frequentemente con quelli americani più che con quelli del popolo della penisola.

Ed è per compiacenza a volte, che i servi di questo sistema hanno deliberatamente coperto quei settori deviati dello Stato che hanno agito in maniera sovversiva per impedire un processo democratico di avvicinamento alle sinistre europee, poiché si era stabilito nel 1945 a Yalta, che l’Italia dovesse rimanere sotto l’influenza atlantica, così come anche rivelato da lettere desecretate di Winston Churchill ove esplicitamente scrive che l’Italia rimarrà sempre un paese a sovranità limitata (Churchill top secret – Casarrubea 2008).

I FONDI NERI
Ed è in Italia che si combatte più aspramente la Guerra Fredda, ed è probabilmente in Italia che si vince. Qui infatti, dagli anni ’50 agli anni ‘80 è presente il Partito Comunista più forte di tutta l’Europa occidentale, e sempre qui sono presenti gli istituti finanziari più potenti tra coloro che operano in favore della caduta del socialismo. Tra i finanziatori delle operazioni illecite che gli Stati Uniti praticano in tutto il globo, c’è anche Cosa Nostra. E’ lei a fornire molto del denaro con cui la CIA organizza colpi di stato in tutto il mondo, dall’America Latina al Medioriente. Con quei soldi Washington sviluppa zone “occidentalizzate” nel terzo mondo per creare consensi filo americani (come nel caso di Sharm el-Sheik), oppure finanzia i cosiddetti contras che operano nelle nazioni che si sono slegate dal neocolonialismo yankee.

Sorge spontanea una domanda: se la mafia italiana (reinserita in Sicilia ai tempi dello sbarco alleato nel 1943 proprio dagli anglo-americani) è la gallina dalle uova d’oro della CIA, come disse appunto Ciancimino, sarebbe possibile per il governo italiano disfarsene completamente? Oppure quest’ultimo per non incappare nelle ire del padrone d’oltreoceano dovrà cercare di convivere con la mafia?

Scrivevamo che è in Italia che si è vinta la Guerra Fredda. Forse è un’ipotesi audace, di certo non è stato il principale teatro delle operazioni, ma di sicuro è da qui che è partita la “stoccata finale” all’Impero del Male (l’URSS). Gli anni ottanta infatti, significarono per il blocco sovietico una forte crisi economica, accentuata dalla guerra che la Russia combatté nell’Afghanistan per dieci anni, e dal nuovo aumento degli armamenti che i sovietici continuavano ad accumulare.

Approfittando di questa crisi, proprio mentre in America e in Inghilterra si avviava la politica neoliberista di Reagan e della Thatcher con la conseguente massimizzazione dei profitti delle grandi aziende, il vecchio colosso rosso venne attaccato da due lati, il primo in Afghanistan, dove la CIA riversò miliardi di dollari provenienti dei fondi neri (come quelli della mafia siciliana) nelle tasche dei mujaheddin come Osama Bin Laden, e il secondo fu il finanziamento del movimento polacco di Solidarność attraverso le banche cattoliche italiane come il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

La storia dei fondi neri è resa evidente anche in Italia dallo scandalo che nel 1993 coinvolse gli apparati del SISDE (il servizio segreto della difesa) e alti esponenti dello Stato, costringendo addirittura il Presidente della Repubblica Scalfaro ad un comunicato a reti unificate dove pronunciò il celebre «Io non ci sto!».

OPERAZIONI FALSE FLAG
Ma come operano i servizi e le varie organizzazioni sul campo per attuare quella che è nell’effettivo la strategia del terrore, della paura, si comprende già leggendo i manuali di false flag realizzati dagli statunitensi negli anni ’50 e ’60 per queste unità reclutate nei paesi alleati. Tra questi figura il famoso Field Manual 30-31 firmato dal Gen. Westmoreland (già comandante delle operazioni in Vietnam) che così recita:

«Possono esserci momenti in cui i governi ospiti mostrano passività o indecisione di fronte alla sovversione comunista e, secondo l’interpretazione dei servizi segreti americani, non reagiscono con sufficiente efficacia (…) I servizi segreti dell’esercito degli Stati Uniti devono avere i mezzi per lanciare operazioni speciali che convincano i governi ospiti e l’opinione pubblica della realtà del pericolo insurrezionale. Allo scopo di raggiungere questo obiettivo, i servizi americani devono cercare di infiltrare gli insorti per mezzo di agenti in missione speciale che devono formare gruppi d’azione speciale tra gli elementi più radicali (…).

Nel caso in cui non sia possibile infiltrare con successo tali agenti al vertice dei ribelli, può essere utile strumentalizzare per i propri fini organizzazioni di estrema sinistra per raggiungere gli scopi descritti sopra. (…) Queste operazioni speciali devono rimanere rigorosamente segrete. Solamente le persone che agiscono contro l’insurrezione rivoluzionaria conosceranno il coinvolgimento dell’esercito americano negli affari interni di un paese alleato”. La più importante di queste operazioni prende il nome di “Operazione CHAOS”.»

 Furono costituite organizzazioni segrete in tutti i paesi alleati, facenti capo sia ai servizi segreti dei paesi stessi, sia alla Nato, e in alcuni casi a gruppi di potere occulti come la Loggia P2. Tra le tante ricordiamo Gladio (Stay Behind), Anello, Nuclei di Difesa dello Stato, l’Ufficio Affari Riservati del Viminale, e la Rosa dei Venti.

La strategia della tensione è una tattica che mira a dividere, manipolare e controllare la pubblica opinione usando paura, propaganda, disinformazione, guerra psicologica, agenti provocatori ed azioni terroristiche di tipo false flag. Ed in questo senso sta la chiave: firmare un attentato terroristico con una bandiera che non è la propria. L’esempio di Piazza Fontana (1969) calza a pennello, si sono sfruttati movimenti terroristici di destra implicati con i servizi deviati e per anni si è lasciato credere, con l’aiuto dei media (Bruno Vespa diede la notizia della colpevolezza dell’anarchico Pietro Valpreda, poi scagionato nel 1985) che gli autori fossero di sinistra.
Oppure in altri casi, lasciare briglia sciolta ai terroristi di sinistra, come le Brigate Rosse e i GAP, per manipolare l’opinione pubblica e impedire che lo Stato prendesse una direzione socialista.

COLPI DI STATO
Spesso in Italia il terrore è stato utilizzato da frange deviate delle istituzioni con scopi eversivi, per alterare l’ordinamento costituzionale della Repubblica e istituire una dittatura. Come? Se crei disordine e poi offri la soluzione hai vinto. La quarta dimensione della guerra consiste nella conquista dei cuori e delle menti della popolazione. Se la gente è insicura, è disposta a rinunciare ad alcuni diritti elementari, in cambio di leggi speciali che riportino la tranquillità, oppure è capace di accettare il sovvertimento dello Stato da parte di uomini, magari legati alle forze armate che si insediano al potere in nome dell’ordine. Sono i casi dei golpe tentati nel 1965 (Piano Solo), nel 1970 (Golpe Borghese), e nel 1974 (Golpe Bianco). Per gli Stati Uniti, che nello stesso periodo si nascondevano dietro altri colpi di Stato nel mondo, come quello dei Colonnelli in Grecia o quello di Pinochet in Cile, l’Italia non rappresentava solo un baluardo sulla cosiddetta soglia di Gorizia, ma era anche un’importante tappa del petrolio che dal mediterraneo passava nei mercati europei (e che tramite l’ENI faceva concorrenza alle “sette sorelle” anche con l’aiuto dell’arcinemico degli americani, Gheddafi)

CONCLUSIONI
La strategia della tensione ha lasciato in Italia una serie di stragi e di omicidi con una lunga lista di vittime, più o meno eccellenti. Non è mai riuscita nei pieni obiettivi prefissati e fu in parte abbandonata con la metà degli anni ottanta, anche se riuscì ad impedire che gli italiani optassero per avere governi di sinistra. Il caso più drammatico forse, non fu la strage di Bologna (85 morti) ma il rapimento e l’omicidio Moro, dove la vittima stava portando il PCI ad una coalizione di governo che sarebbe stata devastante per la NATO. La più tragica perché si vide chiaramente il lato più oscuro del potere che dietro le quinte opera in Italia secondo i dettami statunitensi.
Oggi, la strategia della tensione si è evoluta: è diventata maggiormente mediatica (forte enfasi ed emotività alle notizie di cronaca nera), e l’attività d’infiltrazione è rivolta a tutte le associazioni che attuano manifestazioni, che vengono così alterate acuendo gli scontri di piazza e rendendo impopolari le proteste stesse che il più delle volte sono legittime.

Quindi, non più bombe, ma la diffusione della paura continua. Anzi, il posto dei servizi segreti spesso viene occupato dalle oligarchie finanziarie che, tramite i media, fanno pressione sull’opinione pubblica che viene a cozzare con le istituzioni, e spesso chiede a gran forza l’applicazione di norme e la regolarizzazione di abitudini imposte alla società di massa dal fenomeno della globalizzazione.

Alberto Fossadri

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Fonti:
–     http://www.misteriditalia.com/
–      Il Quarto Livello (Torrealta)
–      Field Manual 30-31
–      http://casarrubea.wordpress.com/
–      http://it.wikipedia.org/wiki/Strategia_della_tensione
–      http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=6891
–      http://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Solo