Vince TRUMP: dovremmo festeggiare!

Non sono di certo un sostenitore di questo personaggio borioso e razzista, ma ritengo che guardando il fatto cinicamente da europei avremmo di che essere soddisfatti, almeno per ora.

Il ragionamento che sto per fare non tiene minimamente conto delle ripercussioni di questa elezione sui cittadini americani o su chi vive o intende trasferirsi negli Stati Uniti. Questo mio approccio potrebbe essere criticabile, ed ammetto che è valido solo con un certo cinismo. Trattandosi però di geopolitica, preferisco lasciare ad altri le opinioni di politica interna e diritti civili. Metto quindi una sorta di paraocchi e cerco di affrontare il tema puramente dal punto di vista di un cittadino europeo.

L’ISOLAZIONISMO AMERICANO CI SALVERÀ

Se Trump adotterà una politica estera vicina a quanto ha auspicato in campagna elettorale, potrebbe avviare una politica abbandonata anni fa dai successori di Roosevelt. Dalla guerra del Vietnam, la politica estera americana è stata quella del poliziotto di quartiere che intende far rispettare le regole del libero mercato anche a costo di usare la forza.

dddddSono finiti i tempi in cui un’Europa instabile e divisa tra governi fascisti, socialisti e liberali, chiedeva un intervento politico (e poi militare)
delle stelle e strisce. Ora accade esattamente l’opposto: un’Europa politicamente stabile ritrova instabilità anche dal crescente antiamericanismo. Insomma, da noi l’America mette il naso un po’ dappertutto e comincia a dar fastidio a tutti. L’antipolitica emerge anche dalla presa di coscienza dei cittadini europei che vedono i nostri governi appiattirsi di fronte alle esigenze d’oltreoceano.
Una politica più chiusa in se stessa da parte del colosso americano, potrebbe favorire la nostra tranquillità. Altrimenti continueremo a subire indirettamente le scelte degli Stati Uniti. Pensandola come Don Camillo, se c’è una corazzata in uno stagno, appena questa si muove scatta l’agitazione di tutte le paperelle.

Ad esempio, si è appreso che la Clinton è stata una delle figure responsabili della catastrofe libica. A causa di questi giochetti abbiamo l’Isis sulla sponda opposta del canale di Sicilia, abbiamo perduto buona parte del controllo di petrolio libico che gestiva l’ENI, e siamo costretti a subire un’ondata migratoria senza precedenti. Se Trump non starà a queste regole non può che farci un favore.

LA QUESTIONE RUSSA

Il Tycoon ha espresso più volte il suo punto di vista sul colosso post-sovietico, ed è stato chiaro nella sua ricerca di una partnership. Ora, sfido chiunque a dire che la Russia sia un paese democratico perchè è chiaro che non lo è, ma spesso anche col vicino che non ci piace dobbiamo scendere a compromessi (gli accordi Berlusconi-Gheddafi fanno da esempio).
Se finalmente si smettesse di usare la Russia come spauracchio fantomatico da “impero del male”, eviteremo di ripiombare nella guerra fredda, e forse noi europei saremo più liberi di scegliere la politica estera che più ci aggrada.
Senza i padroni americani che tuonano “Attenti all’orso russo”, forse anche i nostri politici non saranno costretti a fingere che esista questo pericolo.

Chissà, se Trump mettesse realmente in discussione le alleanze, e magari combinasse qualche disastro, qualche governo coraggioso potrebbe addirittura mettere in discussione la partecipazione alla NATO.

LA TRISTE VERITÀ… 

Queste sono delle eventualità ma sono sinceramente molto scettico sull’evolversi della faccenda. Mi spiego. La “paura” dei russi, è uno dei principali catalizzatori che permette al “complesso militar-industriale” americano di esistere. Questa commistione di interessi è il principale motore dell’economia americana, e indirettamente è la fonte della politica estera degli USA (insieme all’approvvigionamento energetico).
Dubito che permettano ad un presidente di stravolgere questi complessi meccanismi. A maggior ragione Trump non controlla completamente il suo partito, e il Congresso in queste operazioni è sempre determinante.

Abbiamo visto che Obama credeva realmente al controllo delle armi come alla sanità pubblica, eppure in otto anni di mandato non è riuscito a scalfire la condizione reale di questi problemi. La realtà è che esistono sistemi di potere che impediscono anche al presidente più determinato di cambiare le cose.

In conclusione penso che difficilmente Trump potrà isolare l’America, sebbene è quello in cui noi tutti dovremmo sperare… al cane rabbioso va messa la catena.

Alberto Fossadri

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NAPOLITANO e l’alleanza del PCI con la CIA durante il rapimento Moro

Tratto dal libro: I PANNI SPORCHI DELLA SINISTRA
di Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara

La storia dei rapporti di Napolitano col mondo americano è carica di domande ancora da sciogliere, ma evidenzia in maniera chiara il desiderio di Napolitano di accreditarsi quale interlocutore privilegiato degli Stati Uniti.

Il percorso di Napolitano per divenire punto di riferimento di un vasto mondo di potere internazionale è stato tuttavia accidentato: il Dipartimento di Stato e l’intelligence statunitense non si fidavano facilmente di un comunista italiano. Il primo tentativo di Napolitano si rivelò infruttuoso: nel 1975 gli fu negato il visto, come avveniva per tutti i dirigenti comunisti.

WikiLeaks ha poi rivelato (in una massa di cablogrammi diplomatici diffusi in blocco) che nel novembre del 1976 Napolitano aveva cercato per tre volte un incontro a Roma con Ted Kennedy, ma era stato sempre respinto. «Ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato.» Il documento, stilato dall’allora ambasciatore americano John Volpe, riferisce al segretario di Stato Kissinger in merito al soggiorno romano del senatore demo cratico, che si incontrò con Bettino Craxi, Giulio Andreotti e Gianni Agnelli. Tra i comunisti soltanto il migliorista Sergio Segre, all’epoca responsabile degli Affari esteri del Pci, riuscì a sedersi a tavola con Kennedy e una trentina di invitati.

Alla prova delle urne del 1976 i comunisti raggiungono il massimo risultato storico, 34,4 per cento dei consensi, ma restano cinque punti al di sotto della Dc. Aldo Moro apre a Enrico Berlinguer, che in un’intervista al «Corriere della Sera» consuma un primo strappo dall’Urss: «Non appartenendo l’Italia al Patto di Varsavia, da questo punto di vista c’è l’assoluta certezza che possiamo procedere lungo la via italiana al socialismo senza alcun condizionamento».64  Nasce il governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti con l’astensione di Pci e Psi, insieme a socialdemocratici (Psdi), repubblicani (Pri) e liberali (Pli). Di fatto s’inaugura la stagione del compromesso storico, mentre il rampante Bettino Craxi afferra le redini di un Psi ormai sotto il 10 per cento. Il nuovo scenario, per quanto non faccia cadere la conventio ad excludendum nei confronti di un governo «con» i comunisti, disegna praterie di manovra politica ai compagni pronti a sdoganarsi nel sistema occidentale.

Giorgio Napolitano, come portavoce del Pci sui temi dell’economia nei rapporti col governo Andreotti, viene osservato attentamente dall’estero. E riesce a far breccia nella diffidenza degli Stati Uniti, in quel momento governati dal democratico Jimmy Carter (eletto nel 1976). In realtà le diplomazie erano al lavoro da tempo, in particolare con il nuovo ambasciatore a Roma Richard Gardner, professore di Diritto internazionale alla Columbia University, di area liberal e marito di Danielle Luzzatto, proveniente da un’importante famiglia ebraica italiana. Gardner organizza una serie di incontri informali con esponenti del Pci, ma se l’obiettivo è Enrico Berlinguer, in realtà è Giorgio Napolitano a fornire le maggiori garanzie. Il diplomatico racconterà, all’indomani dell’elezione di Napolitano al Quirinale: «Era un socialdemocratico. Condividevamo gli stessi valori, aveva una mente aperta, e non era dogmatico neanche nelle cose che non condividevamo. Con discrezione mi faceva capire di non essere d’accordo con molte decisioni del Pci e di auspicarne un’evoluzione più rapida».65

Ad aiutare Napolitano possono essere stati poi i già citati rapporti di Amendola con Brzezinski e con la Cia. L’8 febbraio 1978, un mese prima del sequestro Moro (16 marzo), Norman Birnbaum dell’Amherst College (oggi professore alla Georgetown University), un uomo che alcune fonti indicano come espressione della Cia, invita Berlinguer per un ciclo di conferenze alla New York University e in altri luoghi degli Stati Uniti. «Dai documenti – scrive Pasquale Chessa nel suo libro su Napolitano – traspare un febbrile lavorio sommerso intorno al possibile viaggio negli Usa del segretario del più grande partito comunista dell’Occidente, arrivato democraticamente alle soglie del potere.»66

Pasquale  Chessa  pone  un  quesito  interessante:  «Che  ci faceva Birnbaum a Roma in missione presso il Pci allo scopo di invitare Berlinguer in America, appena un mese prima che le Brigate rosse mettessero in scena, con geometrica potenza, il rapimento di Aldo Moro? […]. Ma se si è trattato di una guerra culturale, combattuta dalla Cia e dal Kgb con le armi della politologia, a colpi di convegni e corsi universitari, articoli scientifici e interpretazioni giornalistiche, sul teatro dell’opinione pubblica mondiale, il viaggio di Napolitano negli Usa ha giocato un ruolo nient’affatto di secondo piano».67

Qualcosa però succede e Berlinguer non parte. Il meccanismo si inceppa. A recarsi in Usa è invece Napolitano. Perché? Deve ricevere «istruzioni» dagli americani in quel momento delicatissimo? A pianificare l’operazione sono il segretario di Stato Cyrus Vance e il consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski.

L’organizzazione del viaggio di Napolitano viene affidata a Joseph La Palombara, professore a Yale e capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata statunitense a Roma, coadiuvato da Peter Lange e da Stanley Hoffmann di Harvard, da Nick Wahl della Princeton University e dallo stesso Brzezinski, che a quell’epoca ricopriva la carica di docente della Columbia University ed era uno dei più autorevoli strateghi della distruzione del blocco sovietico attraverso la tattica dell’infiltrazione. Convinto che l’Italia avesse un ruolo da giocare nel Mediterraneo e con il mondo arabo, Brzezinski spiega: «Quando abbiamo pensato di invitare Napolitano era perché pochi come lui avrebbero potuto illuminare i miei connazionali su un Pci che non era di stile sovietico e i cui aderenti non andavano in giro con le bombe in tasca. Visto e sperimentato da vicino, a questo fine comunque lui si rivelò ex post il personaggio ideale». Il messaggio che Napolitano portava era: «Il compromesso storico può funzionare, la solidarietà nazionale non danneggia in alcun modo gli interessi degli Stati Uniti».68 Il suo arrivo negli Usa era un fatto di rilievo, se si tiene conto che lo Smith Act firmato da Roosevelt durante la Grande depressione e ancora in vigore negli anni Settanta impediva ai comunisti di mettere piede sul suolo americano.

Napolitano fece il pienone e raccolse giudizi positivi nei più prestigiosi campus, riuscendo a sottrarsi alle domande impertinenti di chi gli ricordava il proprio appoggio ai carri armati in Ungheria. All’Università di Yale (casa madre della loggia massonica Skull and Bones) Napolitano, sollecitato dal neoconservatore La Palombara, parlò della necessità che il Pci rompesse i rapporti con Mosca e si spinse a dire di sentirsi come «una specie di commando».

Il momento più importante fu l’incontro al Council on Foreign Relations di New York (organizzazione che si occupa di strategie globali) alla presenza di un selezionato pubblico di avvocati, banchieri e dirigenti industriali di portata internazionale: qui Napolitano si scatenò delineando evoluzioni politiche che ancora all’interno del Pci venivano dibattute e non date per certe, compreso un atto di fedeltà nei confronti della Nato: «Il Pci non si oppone più alla Nato come negli anni Sessanta, mentre lo scopo comune è quello di superare la crisi, e creare maggiore stabilità in Italia».

Un accordo tra Cia e Pci nei giorni del sequestro Moro?

Napolitano dunque si trova negli Stati Uniti mentre Aldo Moro è prigioniero (il suo corpo verrà ritrovato in via Caetani il 9 maggio 1978). In quei giorni, durante i quali tutti i servizi segreti del mondo sono in allarme per l’impresa terroristica, Napolitano tiene conferenze nelle università più prestigiose e in ambienti riservati con uomini d’affari ed esperti. Da statista consumato aggira le domande insidiose concernenti le congetture sulla regia della Cia, o del Kgb, nel sequestro del presidente della Dc.

Napolitano vuole accreditarsi nel mondo americano o rinforzare i propri rapporti già saldi. Mentre si trova a New York incontra anche Gianni Agnelli, che sino a quel momento aveva dialogato, tra i comunisti, solo con il segretario della Cgil Luciano Lama, nella veste di controparte sindacale. Napolitano stesso racconterà come, da quel breakfast in Park Avenue, sia maturato con l’Avvocato un rapporto «di schietta cordialità e simpatia. Tanto che ci ritrovammo in diverse occasioni pubbliche a cui accettammo volentieri di partecipare insieme […]. Ricordo inviti a cena a casa sua, a Roma e talvolta a Torino, anche con ospiti stranieri che voleva mi conoscessero, e che voleva  farmi  incontrare  […],  in  particolare  Kissinger.  Ma non solo. Una volta che ero a Torino come presidente della Camera, ad esempio, mi chiese di raggiungerlo per una colazione con Margaret Thatcher. Lei non era più primo ministro, ma in compenso si dimostrò fortemente interessata alle vicende politiche italiane, fece un sacco di domande e diede i suoi pareri con forza, come quello appassionato e categorico a favore dell’introduzione della legge maggioritaria in Italia, che poi passò sotto il nome di Mattarellum. L’Avvocato assisteva con molta curiosità a questo scambio».69

Mentre Napolitano rilascia interviste al «Washington Post» e alle principali reti televisive, il dramma del rapimento Moro è in corso. Che tipo di consultazioni ha sul tema Napolitano con i massimi esperti americani di strategia? Sta forse definendo con loro la linea del Pci? Cosa avviene in quei giorni drammatici?
La Procura di Roma ha acquisito nel settembre del 2013 la cassetta dell’intervista di Giovanni Minoli a Steve Pieczenik, esperto di terrorismo, già consulente del Dipartimento di Stato americano nel 1978. Pieczenik, inviato in Italia subito dopo il sequestro, avrebbe indirizzato l’azione delle autorità italiane nella direzione voluta dagli americani, contrari alla trattativa, che ritenevano «necessario il sacrificio di Moro».

Napolitano torna a Roma il 19 aprile 1978. In quella fase concitata fonda con Lama, Amendola, Bufalini e Macaluso la corrente migliorista, destinata a diventare il bastone tra le ruote della «terza via» di Berlinguer. I miglioristi sono da subito i sostenitori dell’appoggio alla Nato e dell’eurocomunismo. Di lì in poi è un crescendo di rapporti ancora tutti da decifrare, sui quali gli archivi della Cia potrebbero dire molto.70

Nel luglio del 1980 lo stratega Duane Clarridge,71  capostazione della Cia a Roma (e ancor oggi influente esperto di intelligence al servizio della Cia con una sua società privata) dà inizio, per sua stessa ammissione, a una delle operazioni più azzardate della sua carriera: un accordo segreto tra la Cia e il Pci. Clarridge lavorò a Roma come agente della Cia tra il 1979 e il 1981 e si occupò intensamente del Pci. Il suo stile era audace e disinvolto, come ammette lui stesso: «A Roma mi creai all’interno dell’agenzia una reputazione come risk taker: ero considerato un bucaniere, uno shooter [uno che spara, che colpisce duro, nda], un cowboy. Questi termini connotavano la mia tendenza ad assumere rischi».72

Clarridge parla di «esponenti del Pci che avevano compiuto visite esplorative a Washington». E racconta anche di incontri con le «controparti italiane» del Pci, condotti a Roma insieme a William Casey, il capo della Cia. Nell’entourage della stazione operavano agenti come Harry Rositzke e Vincent Cannistraro, mentre figure come Ted Shackley e Michael Ledeen73 – scrive Clarridge – controllavano e «istruivano» i vertici dei servizi italiani come il generale Giuseppe Santovito, capo del Sismi poi figurato negli elenchi della P2. Lo stesso Santovito che aveva fatto parte del Comitato di crisi incaricato di analizzare e gestire il rapimento di Moro. Nelle memorie di Clarridge vengono descritti incontri tra Santovito e il generale Haig, centrati sulle Brigate rosse. In questo contesto di rapporti matura il progetto di infiltrazione organica della Cia nel Pci.

L’operazione doveva risolvere una volta per tutte il «problema comunista» in Italia. «L’idea che si stava in quel momento valutando era di proporre un accordo in tre fasi, ognuna delle quali prevedeva il superamento di una serie di test da parte della leadership del Pci. […] Naturalmente il progetto prevedeva che tutto avvenisse nella massima segretezza e che le trattative fossero condotte dalla Cia con un numero ristretto di alti dirigenti comunisti» hanno scritto Claudio Gatti e Gail Hammer ne Il quinto scenario.74

Nelle sue memorie Clarridge racconta: «Eravamo ben coscienti del fatto che l’ala più dura del Pci non avrebbe mai accettato questo mutamento radicale, ma sapevamo che una parte consistente della leadership del partito sbavava per partecipare al governo». La Cia a Roma aveva una strategia diversa rispetto all’ambasciatore americano: «Gardner puntava sui socialisti, io sui comunisti».

Il rapporto di Napolitano con gli Stati Uniti prosegue senza scosse. Nel maggio del 1989 Napolitano e Occhetto compiono un viaggio a Washington e a New York, dove incontrano il presidente del World Jewish Congress, Edgard M. Bronfman. La cordialità dei rapporti di Napolitano con l’establishment americano riemerge anche a Cernobbio nel settembre del 2001, in occasione dell’incontro dei giovani industriali, dove Napolitano, invitato, ritrova Kissinger. L’atmosfera è festosa, da riunione di vecchi amici. L’ex segretario di Stato lo saluta così: «My favourite communist», il mio comunista preferito. Ma Napolitano lo corregge ridendo: «Il mio ex comunista preferito!».

La «simpatia» verso gli Stati Uniti è così forte da spingere Napolitano, divenuto presidente della Repubblica, a gesti discussi. Nell’aprile del 2013 concede la grazia al colonnello dell’Air Force Joseph Romano, condannato per il rapimento – organizzato dieci anni prima dalla Cia in collaborazione col Sismi, il servizio segreto militare italiano – dell’imam di Milano Abu Omar, portato in Egitto e torturato.75

La motivazione giuridica, alquanto discutibile, è la modifica normativa del marzo 2013 sui termini per l’esercizio della giurisdizione italiana sui reati commessi da militari Nato. In realtà la scelta è ritenuta da molti un clamoroso colpo di spugna e uno schiaffo di Napolitano alle decisioni della magistratura, sferrato in omaggio al suo atlantismo.

L’11 settembre 2013 si è rivolto a Napolitano per ottenere la grazia anche l’ex capocentro della Cia a Milano Robert Seldon Lady, condannato a 9 anni di carcere per il caso Abu Omar. Fermato a Panama il 19 luglio 2013 alla frontiera col Costa Rica e consegnato all’Interpol, era stato trasferito negli Stati Uniti mentre l’Italia stava predisponendo la richiesta di estradizione. Nella sua istanza di grazia Lady scriveva di essere «innamorato» dell’Italia, tanto che – prima di fuggire a Panama – aveva deciso con la moglie di venire in pensione nel nostro paese. Potrebbe essere un ottimo motivo per concedergli la grazia: gli amici della Cia non si dimenticano.

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Terrorismo islamico in Europa

ISISStiamo attuando delle scelte sbagliate e un giorno ne pagheremo le conseguenze. L’occidente non ha una strategia nella lotta al nuovo terrorismo islamico, quello per esser chiari, che ripropone la jihad per l’instaurazione del califfato islamico. L’ISIS, o ISIL, come lo vogliate chiamare, attira su questa base un numero più consistente di integralisti che dall’idea di creare uno Stato Islamico sono più propensi a combattere. Arrivano da tutte le parti, anche dall’Europa e dall’America e come vediamo stanno alimentando una guerra civile senza limiti alla crudeltà. Tralasciamo per un momento il fatto che ad armarli e finanziarli, almeno fino a poche settimane fa, erano le nazioni alleate dell’occidente nell’area: Arabia Saudita e Qatar in primis, ma anche la Turchia (sempre benevola con chi ostacola i curdi nell’area).

Le azioni dei nostri governi evidenziano una totale mancanza di strategia comune, e soprattutto di visione politica a lungo termine. Mi chiedo se il nostro salvatore Matteo Renzi e la nuova stella degli esteri Mogherini si siano chiesti a quali aspetti negativi possa portare in futuro l’invio delle armi ai curdi. Perchè è vero che ora stanno combattendo contro l’ISIS, ma ricordiamo che sono un’etnia con spinte autonomiste nei confronti dell’Iraq. Una volta permessogli di costituire un proprio esercito non sarà difficile immaginare che in un prossimo futuro le loro spinte autonomiste potrebbero sfociare in qualcosa di pericoloso. Anche nei confronti della stessa Turchia, intenzionata ad entrare nell’UE. Inoltre è contestabile il fatto che le armi di fabbricazione ex-sovietica non sono monitorabili, perchè hanno un largo mercato nero, mentre se avessimo inviato armi di fabbricazione occidentale sarebbe stato più facile controllarne gli spostamenti, perchè siamo noi a gestire il mercato delle munizioni e dei pezzi di ricambio. Ma questa, appunto, è una di quelle decisioni per mettere le toppe man mano si presentano i problemi. Il punto è che queste decisioni affrettate e poco calcolate possono portare altri problemi più avanti. Insomma, un cane che si morde la coda.

Ma non è questa la mia preoccupazione principale. Le scelte occidentali e soprattutto americane di non inviare una forza militare da impiegare sul campo a livello terrestre sono comprensibili, e giustificate dall’opposizione dell’opinione pubblica. Ma intervenire con mezzi d’aviazione, martellando gli islamisti con bombardamenti mirati e non, potrebbe si migliorare la situazione sul campo, ma comporterà un cambio di politica nell’ISIS.

Immedesimatevi in uno di loro. Immaginate di essere un terrorista sulla cui testa sfrecciano droni e cacciabombardieri contro cui non avete armi ne per difendervi ne per contrattaccare. Quando l’ISIS si troverà vicino al collasso i jihadisti si sparpaglieranno per il globo, quelli che hanno cittadinanza occidentale torneranno al loro paese molto presumibilmente. E’ plausibile che l’ISIS, costretto alle corde e con l’impossibilità di attaccare i velivoli occidentali e le basi di loro provenienza, decida di estendere la politica del terrore per spingere l’opinione pubblica occidentale a ritirare ogni tipo di intervento. Dopotutto, in Afghanistan e in Iraq i terroristi facevano i loro attentati contro i soldati e le basi presenti sul territorio, perchè l’occidente era fisicamente presente sul posto ed era possibile colpirlo. Ma adesso, l’unico modo che l’ISIS avrà per colpirci e rispondere ai nostri attacchi sarà quello di infiltrarsi nei nostri territori e colpire con attentati simili a quelli di Londra e Madrid. Se poi calcolate che l’Italia è il paese che effettua minori controlli sui migranti e che riceve il maggior flusso di profughi provenienti dalle zone di guerra… è facile intuire che il rischio è veramente alto e che un nostro coinvolgimento diretto aumenta solo le possibilità che ciò accada.
Questo non significa che io sia favorevole ad un intervento diretto, anzi, ma le scelte attuate aumentano solo il rischio di estendere la tensione tra le mura di casa, e questo non credo lo voglia nessun europeo.

Alberto Fossadri

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John William Cooke il rivoluzionario peronista

Di Nando de Angelis

Guevara e Cooke

Il 19 settembre 1968, vittima di un cancro, muore a soli 48 anni John William Cooke. Nato a La Plata il 14 novembre 1919, milita nella “Unión Universitaria Intransigente” negli anni dei suoi studi all’Università di La Plata. Si laurea in legge nel 1943 ed è eletto deputato per il peronismo, all’età di 25 anni, per il periodo 1946-1952. Negli anni del governo nazionale è presidente delle “Comisiones de Asuntos Constitucionales”, della “Redacción del Código Aeronáutico”, della “Protección de los Derechos Intelectuales” e professore di economia politica presso la Facoltà di Giurisprudenza e Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires tra il 1946 e il 1955.

Dopo il golpe militare del 1955 che defenestrò Juan Domingo Perón, partecipa attivamente all’organizzazione di vari gruppi protagonisti della “resistenza peronista” soffrendo prigionia e esilio. Perón lo designa ufficialmente come suo delegato e unico successore alla guida del Movimento Peronista, in caso di morte. Nel 1957 a Caracas incontra Rogelio Frigerio, uomo di Arturo Frondizi della “Unión Cívica Radical Intransigente”, e getta le basi per l’alleanza Peron – Frondizi. Nel gennaio 1958, Cooke si trasferisce a Montevideo, in Uruguay, per vivere più da vicino alla sua Argentina il processo elettorale che si conclude il 23 febbraio con il trionfo della formula del Fronte nacional y popular Frondizi-Gomez.
Ma la gioia del trionfo dura poco, una volta al potere Frondizi, eletto presidente, tradisce il patto e vanifica le speranze di Cooke di riportare il “generale” in Patria. Negli ultimi anni della sua vita viaggia spesso a Cuba, incontra il “Che” e radicalizza le sue posizioni rivoluzionarie aderendo alla lotta armata per la liberazione dei popoli dell’America Latina.
“Bebe”, così lo chiamavano i suoi compagni di lotta, è il punto d’incontro fra peronismo e castrismo e rappresenta la migliore commistione fra l’esperienza socialista nazionale di Peron e le spinte rivoluzionarie cubane. Una tradizione, quella dell’antimperialismo latino americano, che ha visto fra i suoi protagonisti eminenti figure di militanti politici del peronismo rivoluzionario quali Rodolfo Walsh, Ricardo Masetti e l’ex falangista spagnolo, poi militante giustizialista, Emilio Javier Iglesias.
John William Cooke, senza alcun dubbio, è una delle personalità più di spicco degli intellettuali della sinistra peronista. Muore lasciando un vuoto enorme e un’eredità importante all’interno del movimento giustizialista.

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Il memorandum McCollum e il pretesto di Pearl Harbor

Sull’11 settembre 2001 molti hanno suggerito spiegazioni complottiste. Pochi invece hanno parlato del grande inganno della Casa Bianca dietro l’attacco giapponese di Pearl Harbor, laddove i documenti dimostrano ampiamente come davvero – in quel caso – la presidenza americana volle, cercò ed ottenne un attacco proditorio da parte dei giapponesi per avere un casus belli in grado di trascinare l’intera nazione americana in un’avventura bellica.

di Stefano Schiavi

L’11 settembre 2001 è una delle tante date storiche per gli Stati Uniti e per il mondo intero. Un giorno che difficilmente potrà essere dimenticato e che verrà celebrato nei libri di scuola come l’inizio del grande scontro tra l’Occidente e l’integralismo islamico. Un giorno che grida vendetta e che ha inorridito il mondo. Proprio come l’alba del 7 dicembre 1941. Un giorno come tanti per le isole Hawaii dove il clamore della guerra non giunge nemmeno attraverso la radio. Gli Stati Uniti del New Deal sono tranquilli, il presidente Franklin Delano Roosevelt ha assicurato che non entrerà in guerra al fianco dei cugini britannici che laggiù, in Europa, rischiano seriamente di capitolare dinanzi la forza distruttrice delle truppe di Adolf Hitler. Il non intervento era stato uno dei cavalli di battaglia per la terza rielezione del presidente che era riuscito a dare un nuovo corso a quell’America uscita con le ossa rotte dalla catastrofe economico-finanziaria che era stata la grande depressione del 1929.

Eppure quel giorno di routine come tanti, sarebbe entrato nella storia degli Stati Uniti e del resto del mondo. Un giorno che avrebbe cambiato le sorti della Seconda guerra mondiale. Ma che cosa hanno in comune l’attacco a Pearl Harbor con quello alle Torri Gemelle? Molto. Più di quanto si possa immaginare. Soprattutto per quel che riguarda l’intelligence e la ragion di Stato. Anche se per quanto concerne l’11 settembre 2001 la verità è ancora lontana e difficilmente riusciremo a saperla in breve tempo. Resta il fatto che tutti e due i tragici accadimenti sono stati la scintilla che ha scatenato l’intervento militare statunitense. Insomma, almeno per quanto riguarda Pearl Harbor, una “scusa” necessaria, voluta e cercata nonostante l’alto tributo di sangue che ne sarebbe derivato. Un attacco proditorio ed impensabile fino a quel giorno, tranne che per Franklin Delano Roosevelt, il capitano di fregata Arthur McCollum ed i vertici dell’intelligence statunitense.

Ma cosa c’entrano questi uomini con l’attacco scatenato dalle Flotte Combinate dell’Imperatore Hirohito? C’entrano per il semplice motivo che furono loro gli artefici di quello che passò alla storia come “l’attacco di Pearl Harbor”. La solita propaganda antiamericana propinata agli ignari lettori proprio mentre nel mondo infuriano guerra e distruzione?

Nulla di tutto questo. La storia, si sa, ha i suoi tempi di “decantazione” e dopo molti anni rivela all’opinione pubblica quanto di più nascosto, ed indicibile, era riposto nel fondo degli scrigni della memoria ma, soprattutto, nel fondo degli archivi dei servizi segreti.

Ogni nazione che si rispetti ha i suoi scheletri nell’armadio e Washington non fa eccezione. Il “grande inganno di Pearl Harbor” è forse uno dei più importanti. Inganno, che a ben guardare, sarebbe più esatto classificare come, rimanendo in tema con l’attualità dei nostri giorni, “la madre di tutti gli inganni”. Uno “splendido” lavoro dell’allora nascente intelligence statunitense.

Il Freedom Of Information Act

La verità di quel terribile 7 dicembre 1941, che tante similitudini sembra appunto avere con l’11 settembre 2001, era nascosta nelle pieghe delle migliaia di documenti classificati “Top Secret” che affollano gli archivi della Cia, del Fbi, del Pentagono, del Dipartimento di Stato, del servizio di intelligence della Us Navy, del più recente Nsa e della miriade di servizi segreti che costellano il panorama politico-militare statunitense.

Se la verità su quell’improvviso (?) attacco giapponese alla flotta del Pacifico degli Stati Uniti è venuta a galla, lo si deve alla tenacia e a ben 14 anni di ricerche effettuate da Robert Stinnet, un giornalista americano, che ha rivelato al mondo come, nonostante le apparenze, non fu poi tutta colpa di Tokyo se Washington entrò in guerra. Nel libro “Day of deceit. The truth about Fdr and Pearl Harbor”, Stinnet mette a nudo il cinismo di quello che tutti gli americani, di ogni estrazione sociale, fede politica, razza e religione, consideravano (dopo Washington, Franklin e Lincoln) uno dei padri della patria. Fu infatti Roosevelt, senza ombra di dubbio, a condurre una vera e propria politica della provocazione per indurre l’Imperatore giapponese a firmare l’ordine d’attacco.

Il presidente statunitense era costantemente al corrente di quanto stava accadendo e pur sapendo che la guerra era ormai alle porte si guardò bene dall’informare i comandi delle truppe di stanza alle isole Hawaii.

Follia, incredulità, calcoli sbagliati? Nulla di tutto questo. Roosevelt voleva che tutto accadesse senza curarsi di danni e vittime. Effetti collaterali, come li chiameremmo oggi, necessari ad uno scopo irrinunciabile: l’entrata in guerra al fianco della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica. Insomma, la Casa Bianca lasciò deliberatamente che Tokyo attuasse indisturbata un atto di guerra nei suoi confronti per consentire al democratico ed anti-interventista (ma solo a fini elettorali) Roosevelt di entrare in guerra.

Il memorandum che incrimina la Casa Bianca

Nel marasma dei documenti analizzati ve ne è uno di particolare importanza: il Memorandum McCollum. Arthur H. McCollum, nato e vissuto in Giappone, da genitori americani, di cui conosceva usi costumi ma soprattutto la lingua e la mentalità, era un capitano di fregata della Marina statunitense e come tale aveva prestato servizio, seppur per un breve periodo, presso l’ambasciata Usa di Tokyo. McCollum, però era soprattutto un agente del Nio, il Naval Intelligence Office di Washington l’unico abilitato a fornire informazioni di intelligence e documenti di analisi strategica alla Casa Bianca. Fu proprio McCollum a fornire al presidente Roosevelt il Memorandum che lo convinse sulla necessità di sacrificare tante vite americane pur di avere l’opportunità di entrare in guerra contro la Germania e l’Italia degli odiati dittatori Hitler e Mussolini. Il 7 ottobre 1941, due mesi prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor, l’agente del Nio entrò nella Sala Ovale della Casa Bianca consegnando al presidente statunitense quel documento che cambierà la storia. Sui pochi fogli redatti dall’ufficiale si ipotizzava uno scenario a dir poco apocalittico: l’Europa occupata dalle truppe nazi-fasciste e, con la sconfitta militare britannica, un quasi immediato “effetto domino” in America dove i territori posti sotto il controllo di Londra in America centrale, meridionale e nei Carabi ma anche il Canada sarebbero caduti nelle mani di Berlino così come la flotta del Mediterraneo e dell’Atlantico. Era ovvio che da un simile catastrofico scenario ad uno che prevedesse l’attacco diretto agli Usa il passo era breve. Era dunque evidente, e necessario, entrare in guerra al fianco di Londra se non altro per tenere lontana la guerra dal proprio territorio. C’era però un problema non da poco, per la Casa Bianca, da dover risolvere: come avrebbero preso una tale scelta gli elettori americani? Non certo bene a giudicare dai dati di un sondaggio effettuato nel settembre del 1940 (ad un anno dall’inizio della guerra in Europa) secondo il quale quasi il 90% degli americani era ben deciso a rimanere fuori dal conflitto. In più c’era una sorta di “patto” con la nazione da dover rispettare. Roosevelt aveva infatti assicurato gli elettori (“I assure you again, and again, and again…”), e le famiglie americane, che mai nessun “nessun ragazzo americano sarà sacrificato su campi di battaglia stranieri”.

Come era possibile ovviare a questo problema di non poco conto? A fornire la risposta fu sempre il “Memorandum McCollum” (un documento simile a quello nel quale la Cia, 60 anni dopo, assicurava che l’Iraq di Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa). Si doveva provocare il Giappone e costringerlo ad attaccare gli Stati Uniti e, per effetto del “Patto Tripartito” firmato tra Germania, Italia e Giappone il 27 settembre del 1940 a Berlino, Washington sarebbe automaticamente scesa in guerra al fianco del cugino britannico contro il “RoBerTo” (una sorta di “stati canaglia” dell’epoca). In fondo Londra era rimasta l’unico baluardo alla straripante potenza delle forze dell’Asse che ora, con l’alleato giapponese, potevano espandere le loro mire anche nel Pacifico. Washington non poteva dunque rimanere a guardare.

McCollum, dimostratosi un accorto stratega oltre ad un ottimo agente di intelligence propose al Presidente otto linee di azione per provocare l’inevitabile risposta di Tokyo:

1 )      accordarsi con Londra per l’utilizzo della base navale di Singapore.

2 )      Accordarsi con l’Olanda, il cui governo era in esilio in Gran Bretagna, per l’utilizzo delle basi nelle Indie olandesi (Sumatra, Borneo, Giava etc…).

3 )      Incrementare gli aiuti al governo nazionalista cinese in guerra con il Giappone.

4 )      Inviare incrociatori pesanti a ridosso delle acque territoriali giapponesi.

5 )      Inviare sommergibili sempre nelle stesse acque di cui sopra.

6 )      Mantenere la flotta americana, all’epoca nel Pacifico, a Pearl Harbor.

7 )      Fare pressioni sull’Olanda affinché negasse le materie prime delle Indie Olandesi al Giappone, compreso il petrolio necessario per la guerra in Cina.

8 )      Imporre un embargo totale al Giappone, d’intesa con Londra, per strangolare l’economia del Sol Levante.

Roosevelt decise di applicare alla lettera l’elenco di “pressioni-provocazioni” intraprendendo una serie di azioni che porteranno poi all’attacco di Pearl Harbor ed al conseguente ingresso nel conflitto mondiale.

Nel settembre 1940 Roosevelt fa approvare dal Congresso il “Draft Act” che gli conferisce la facoltà di aiutare la Gran Bretagna e di convertire le industrie nazionali alla produzione bellica.Nell’ottobre 1940 la Casa Bianca decide di trattenere alla Hawaii le navi di stanza nel Pacifico per un’esercitazione sguarnendo tutte le altre basi della costa continentale. Alla fine del 1940 scatta un embargo petrolifero congiunto al quale aderisce l’Olanda. Vengono avviate trattative che risulteranno poi volutamente inutili. Nel 1941, la Us Navy invia più volte incrociatori nelle acque territoriali giapponesi. Vibranti proteste di Tokyo. Nel febbraio 1941, viene ristrutturata la flotta americana. Fino ad allora unica, viene divisa in Flotta Atlantica e Flotta del Pacifico, questa agli ordini dell’ammiraglio Husband Kimmel. L’11 marzo 1941, il Congresso approva il Lend-Lease Act che attribuisce al presidente Usa la facoltà di aiutare tutti i paesi in guerra contro Italia, Germania e Giappone, con prestiti volti all’acquisto del materiale bellico che le industrie americane stavano producendo.

Verso la guerra

L’embargo petrolifero messo in atto dagli olandesi e dagli statunitensi cominciava a mettere alle corde il Giappone che cadde nel piano organizzato da Roosevelt. Le riserve scarseggiavano, e i negoziati stagnavano, a tal punto che il neo governo giapponese decise l’invasione delle Indie olandesi fonte di approvvigionamento. Prima dell’occupazione, però, bisognava “immobilizzare” la flotta statunitense. Era il settembre 1941 quando l’alto Ammiragliato giapponese, nella persona dell’ammiraglio Isoroku Yamamoto, cominciò a pianificare l’attacco che prevedeva due direttrici principali: la prima avrebbe colpito Pearl Harbor con una serie di bombardamenti aerei (come poi avvenne). La seconda, poche ore dopo le Hawaii, prevedeva lo sbarco anfibio di un’armata d’occupazione nelle Filippine (all’epoca colonia statunitense). Il 2 novembre dello stesso anno l’Imperatore Hirohito dà il proprio assenso. Tutto andava secondo i piani della Casa Bianca. Mancava solo un particolare: il fattore sorpresa. Nessuna forza statunitense avrebbe dovuto interferire con l’azione giapponese. Già il 3 novembre il piano nipponico divenne operativo. Cominciò un incessante scambio di messaggi cifrati tra ambasciate, consolati, comandi navali e di truppe. Venne anche individuata la baia di Hitokappu (nell’arcipelago delle Curili) come località di concentramento per la flotta che avrebbe attaccato Pearl Harbor.

Le intercettazioni

Tutti i messaggi vennero intercettati dallo “Splendid arrangement”, decriptati e consegnati a Roosevelt e a “pochissimi intimi”. Durante le intercettazioni si venne a scoprire anche il punto geografico di raduno della flotta giapponese. L’unico a non sapere dei movimenti e delle intenzioni nipponiche era proprio l’ammiraglio Kimmel che da poco aveva assunto il comando della flotta americana del Pacifico trattenuta a Pearl Harbor come esca. Anche se era cosciente che la concentrazione rappresentava un pericolo. Ne era talmente convinto che decise di organizzare un’esercitazione navale di 4 giorni, dal 21 al 24 novembre, “Exercise 191” dove si prevedeva un attacco nipponico alla flotta di stanza alle Hawaii. Ma quindici ore prima dell’inizio Washington ordinò a Kimmel di fare dietrofront e rientrare in porto con la flotta proprio per non “provocare i giapponesi”! L’esercitazione, insomma, non si doveva fare.

Il 26 novembre la flotta imperiale giapponese, al comando del vice ammiraglio Chuichi Nagumo, salpa le ancore verso il suo obiettivo. Trentuno navi, tra cui 6 portaerei con 423 aerei, solcavano il mare verso la guerra. L’arrivo sull’obiettivo doveva avvenire poco dopo l’orario d’inizio ufficiale delle ostilità, non ancora fissata. L’obiettivo dell’attacco venne “intercettato” da Washington il giorno prima della partenza della flotta giapponese, cioè il 24 novembre (il 23 data delle Hawaii): mancava solo la data finale dell’attacco che Tokyo non aveva comunicato nemmeno ai vertici militari. A Kimmel venne comunicato soltanto una vaga notizia riguardante una flotta giapponese salpata da Hitokappu con probabile destinazione le Filippine o la Malacca.

Le strane manovre di Washington

Nel Pacifico c’erano tre grandi portaerei americane, due a Pearl Harbor, la Lexington e la Enterprise e una a San Diego, la Saratoga. Il 28 novembre Washington dà l’ordine di partenza alla Enterprise, e ad 11 navi da scorta tra incrociatori e cacciatorpediniere. Il loro compito era quello di portare 12 aerei ai marine di stanza nell’isola di Wake (molto distante dalle Hawaii). Il 5 dicembre riceve un altro ordine da Washington la Lexington. Anche per lei aerei da consegnare ai marine. Stavolta sono 18 con destinazione le Midway. Con lei partono alte 8 navi di scorta. Con queste apparentemente inutili missioni Washington aveva messo in salvo tutte le portaerei e altre 21 modernissime navi da guerra. A Pearl Harbor rimangono 90 unità, tutte relativamente vecchie comprese 8 corazzate con oltre trent’anni di “carriera”.

Facciamo un passo indietro e torniamo alla fine di novembre. Il 27 il capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Marshall, invia un messaggio al tenente generale Short nel quale si annuncia un non meglio precisato attacco giapponese, ma che il governo “desiderava” che fosse Tokyo a fare il “primo passo”. Dunque, mettere in stato d’allerta le truppe ma non la popolazione. Il giorno seguente lo stesso identico messaggio giunge all’ammiraglio Kimmel.

Allarmare le truppe senza dare nell’occhio a presunte spie giapponesi ma, soprattutto, alla popolazione era veramente arduo. Così i due comandi militari decisero per un basso profilo.

Gli ultimi atti

Intanto la flotta giapponese era incappata in una tempesta che aveva letteralmente disperso la formazione tanto da rendere impossibile lo scambio di messaggi luminosi tra nave e nave. Il 30 novembre il vice ammiraglio Nagumo si vede costretto a interrompere il silenzio radio per ricompattare la flotta d’attacco. I messaggi radio vennero puntualmente intercettati, decriptati e inviati a Roosevelt. Tutto questo, però, venne tenuto segreto a Kimmel e a Short. Il 2 dicembre l’ammiraglio Yamamoto trasmette via radio una frase: “Niitaka-yama nobore 12 08” (scalare il monte Niitaka l’8 dicembre). Era l’ordine d’attacco fissato per l’8 dicembre (il 7, data di Tokyo). Nemmeno questo messaggio venne consegnato a Kimmel e Short. E non furono informati nemmeno dei 4 cablogrammi trasmessi in codice “purple” tra Tokyo e l’ambasciatore a Washington, intercettati dall’intelligence Usa. I primi due contenevano una comunicazione a Washington suddivisa in 13 parti nella quale si poneva fine ad ogni tipo di negoziato. Il terzo ed il quarto, trasmessi la mattina del 7 dicembre, contenevano la quattordicesima parte nella quale si comunicava la rottura delle relazioni diplomatiche e l’ordine di consegnare la dichiarazione i guerra un ora prima dell’attacco, cioè alle 13,00 ora di Washington. Queste ultime due parti furono poste in visione a Roosevelt alle ore 10,00, 4 ore prima l’attacco. Sulla base di tali informazioni il comando generale statunitense compilò un messaggio d’allerta per le Hawaii. Messaggi che “inspiegabilmente” giunsero a destinazione ad attacco avvenuto. Il 16 dicembre l’ammiraglio Kimmel ed il tenente generale Short, inconsapevoli vittime delle manovre di Roosevelt, vengono rimossi dall’incarico e degradati per negligenza nel comando. In fondo la ragion di Stato conta più della buonafede delle persone.

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Fonte: http://www.storiainrete.com/25/storia-militare/pearl-harbor-il-grande-inganno-di-franklin-delano-roosevelt/