Segreto di Stato: l’Italia e le armi “scomparse”

Nel 1994 gli incursori di marina intercettarono e catturarono la nave Jadran Express partita dai paesi dell’ex URSS e diretta in Croazia (ai tempi della guerra balcanica) con a bordo 400 missili Fagot con 50 postazioni di tiro, 30.000 mitragliatori AK-47, 5.000 razzi katiuscia, 11.000 razzi anticarro, 32 milioni di proiettili per i mitragliatori. Oggi quelle armi sonoforse in Libia?

I quattro autoarticolati del Genio dell’Esercito procedono lentamente sul lungomare che sull’isola della Maddalena si snoda – tra ristoranti e caffè – dal piazzale della Capitaneria di Porto all’imbarco dei traghetti commerciali che fanno la spola tra l’isola e il porto di Palau (Olbia-Pausania). I pesanti mezzi trasportano ciascuno un container marittimo militare da 40 piedi, cassoni di considerevoli dimensioni (circa 12m di lunghezza e 2,8m di altezza con una capacità di carico sino a 26 ton).

E’ il 19 di maggio scorso, abitanti e turisti osservano il passaggio del convoglio, probabilmente non troppo usuale nemmeno per un’isola in cui i militari sono di casa. Alla Maddalena i quattro container erano giunti nel tardo pomeriggio del 18 maggio dalla vicina isola-bunker di Santo Stefano, su una nave da carico militare che li aveva depositati nei piazzali antistanti la Capitaneria.

In quei containers, si apprenderà poi, sono stipate parte delle armi di un colossale arsenale di missili, razzi, munizioni e fucili mitragliatori sequestrato 17 anni fa (1994) su una nave, la Jadran Express, di trafficanti internazionali bloccata nel canale di Otranto nell’ambito di operazioni relative alle violazioni dell’embargo ONU sull’ex-Yugoslavia. Le armi erano state inizialmente stoccate nel porto di Taranto e nell’agosto del 1999 rimesse sotto sequestro nell’ambito di un’operazione della Divisione Investigativa Antimafia e poi dal processo che nel 2001 si sarebbe intentato a Torino contro quei medesimi trafficanti. L’arsenale era poi stato stivato nell’isola-bunker (tuttora servitù militare) di Santo Stefano ove in località Caverna di Guardia del Moro si dipartono le lunghe gallerie che penetrano nelle viscere dell’isola e fungono da deposito di armi e munizioni della Marina italiana, dopo aver servito “in concessione” la Navy statunitense e i suoi sommergibili (e missili) nucleari per molti anni (1972-2008).

Giunti all’imbarco commerciale, gli autoarticolati del Genio, presumibilmente dei pesanti (ATP) Astra, sarebbero dovuti salire su un traghetto, diretto a Palau, della Delcomar, società di proprietà di un imprenditore locale. Ma non ci riescono perchè, nonostante l’operazione sia stata preparata da tempo e forse preceduta da altre dello stesso genere, solo all’imbarco i genieri dell’Esercito si accorgono che gli automezzi con i container superano l’altezza del ponte di carico dei traghetti Delcomar in servizio sulla tratta Maddalena-Palau (Erik P. ed Enzo D.). Tutto da rifare.

Forse accompagnati da qualche sorriso ironico dei marinai locali, i genieri decidono allora di caricare autoarticolati e containers su un più spazioso ferry della Seremar che una facile ricerca diretta individua come l’ “Isola di Caprera” (IMO 8411994), che ha una capacità di carico (dwt) di 430 tonnellate e un ponte di altezza idonea. Il ferry lascia finalmente l’isola alle 18 del 19 maggio, giungendo poco dopo a Palau.

Da Palau, gli automezzi proseguono via terra (41 km) per il porto di Olbia, dove li attende un altro ferry, carico di passeggeri e diretto a Civitavecchia. In servizio da Olbia a Civitavecchia vi sono di routine due ferry gemelli della Tirrenia, lo Sharden e il Nuraghes. Gli automezzi si imbarcano sul Nuraghes (IMO 9293404) e giungono a Civitavecchia nella prima mattinata del 20 di maggio. A Civitavecchia gli autoarticolati  partono per destinazioni che non sono ancora note, nonostante l’inchiesta fatta partire, poco dopo le denunce di stampa dei primi di giugno, dalla Procura di Pausania (e in particolare dal sostituto procuratore Riccardo Rossi), poi parzialmente ed inopinatamente ostacolata dal Governo che ha opposto l’unico segreto di Stato del 2011 sulla destinazione di quei carichi.

La destinazione reale delle armi è certamente importante, in particolare perchè applicarvi il segreto di Stato in un periodo in cui il governo italiano è impegnato in interventi militari, in Libia ed Afghanistan in particolare, avvolge di mistero la spedizione e dà adito all’ipotesi che la spedizione abbia qualcosa a che fare con quelle operazioni. Tuttavia, ancora più importante è l’elemento del trasporto su mezzi civili e passeggeri di quelle armi. Alcuni punti aiuteranno a comprenderne le ragioni.

1) Secondo quanto appreso dall’inchiesta del quotidiano La Nuova Sardegna i documenti di trasporto del carico  – preparati da una società logistica di Reggio Emilia – recavano una falsa descrizione del carico (“Motori”). Che fosse falsa lo confermano – non foss’altro – le dichiarazioni delle stesse autorità militari (Marisardegna):  “Nei mezzi impiegati per il trasporto non ha viaggiato alcun tipo di esplosivo. Tutte le armi erano state rese inerti già prima della partenza”. Ma non erano “motori”?

2) Stando a quanto si è saputo sugli interrogatori effettuati nell’ambito dell’inchiesta del sostituto procuratore, i capitani dei due ferry, l’Isola di Caprera e il Nuraghes, non erano stati avvertiti – procedura illegale – che i “motori” delle bolle di accompagnamento del carico erano in realtà armi e munizioni.

3) La Marina militare italiana – che forniva l’appogio logistico al Genio per l’operazione – dichiarerà in seguito che i containers trasportavano 5 tonnellate di armi ciascuno, pur avendo, come visto, una capacità molto maggiore. Le ragioni di tale “spreco” non sono note, ma potrebbero essere collegate al tipo di imballaggi di sicurezza e quindi agli ingombri volumetrici effettivi. Le cosiddette merci pericolose, esplosivi per esempio, vengono di norma trasportate infatti con imballaggi speciali ed è vietato internazionalmente movimentarle su mezzi di trasporto passeggeri. Le armi prive di munizionamento o esplosivo viaggiano invece regolarmente su mezzi passeggeri, in quanto teoricamente “non pericolose”.

4) Quelle armi avrebbero dovuto essere distrutte da tempo in virtù di un ordine della magistratura del 2006, ordine che governi e ministri di centro-sinistra e di centro-destra hanno bellamente ignorato. Un decreto legge “ad hoc” del 2009 – che avrebbe dovuto giustificare post factum la mancata distruzione e dare al governo la facoltà di appropriarsi di armi sottoposte a sequestro giudiziario – non venne mai trasformato in legge ed è quindi in seguito decaduto.

Questi quattro punti danno adito ad alcune ulteriori considerazioni:

a) descrivere in modo fuorviante il carico sui documenti di accompagnamento del trasporto è un reato;

b) quelle armi non erano nella disponibilità legale del Governo e avrebbero dovuto essere distrutte anni prima: la mancata distruzione si configura come una violazione delle prerogative della magistratura;

c) se il carico era composto di materiale non pericoloso, perchè descriverlo in modo fuorviante quando materiale militare privo di munizionamento viaggia regolarmente su mezzi civili che trasportano passeggeri?;

d) anche se il carico non era composto da materiale pericoloso – è quanto afferma la Marina – nondimeno era composto di armamento e la sua pericolosità intrinseca risiede in un semplice fatto: servizi segreti o gruppi armati di altri Paesi avrebbero potuto cercare di “fermare” la spedizione una volta appresa una destinazione “non gradita” delle armi. La vicenda dell’aereo abbattuto sui cieli di Ustica tanti anni fa dovrebbe dire qualcosa, anche se in quel caso non si trattava di armi, ma di persone da “fermare”.

I nomi dei traghetti che hanno trasportato armi e passeggeri, riportati in queste note per la prima volta, potrebbero poi servire a dare la possibilità a chi era imbarcato su quelle navi di aiutare l’inchiesta del giudice di Tempio Pausania o, a loro volta, inoltrare alle autorità competenti richieste o denunce.

Dove siano state trasportate le armi dopo essere giunte al porto di Civitavecchia non è dato, come detto, sapere, ma alcuni elementi noti – che si trattasse anche di missili e razzi – potrebbero indicare che le armi siano state portate, almeno temporaneamente, in due complessi della Marina, uno collocato sull’Appenino nei pressi di Aulla in provincia di Massa e Carrara (CIMA, Centro interforze munizionamento avanzato di Aulla, sotto la direzione del Maridipart La Spezia), e l’altro collocato nei pressi di Priolo Gargallo (Officina missili della Direzione di Munizionamento “Cava di Sorciano”, sotto la direzione di Marisicilia e Maribase Augusta), una decina di kilometri da Siracusa a sud e da Augusta a nord, ove staziona la flotta militare italiana interessata al conflitto libico. In un recente ordine del giorno del Consiglio provinciale di Massa-Carrara si legge che il CIMA “oltre a svolgere un’attività di conservazione e stoccaggio  di manufatti esplosivi, è diventato, con costruzione di nuove strutture, l’unico Polo italiano di integrazione pirica di missili e siluri in ambito interforze e ditte private.

Poichè anche missili e razzi hanno una “data di scadenza” (relativa alle loro cariche) potrebbe ben darsi che abbiano fatto una sosta ad Aulla o a Cava di Sorciano per “rigenerarsi”. Notizie di stampa hanno – sulla base di fonti che non è possibile verificare indipendentemente – fatto circolare l’ipotesi che il carico uscito da Santo Stefano fosse il secondo di invii di armi effettuati per sostenere le forze antigovernative libiche. Tali invii si sarebbero mischiati ad aiuti “umanitari” – inizialmente il 7 marzo scorso con il viaggio Catania-Benghasi del pattugliatore italiano ITS Libra (P402) della classe Cassiopea. La nave militare, che sbarcherà poi il suo primo carico a Benghasi e rientrerà ad Augusta il 9 marzo, aveva un equipaggio di 83 marinai coadiuvato – forse a scanso di assalti – da 18 fucilieri del Reggimento San Marco, le nostre forze speciali in servizio nella Marina.

Rimangono infine due importanti quesiti: quali armi, e in quale quantità, erano stoccate nelle gallerie della Caverna di Guardia del Moro in provenienza da sequestro della Jadran Express? Quali e quante ne rimangono? All’ultima domanda non vi sarà risposta sino al completamento dell’attuale inchiesta della Procura di Pausania, ma alla prima è possibile tentativamente rispondere con l’analisi dei documenti del già citato processo di Torino del 2001 (che si concluse definitivamente con una sentenza della Cassazione del 2005 che proscioglieva gli imputati per un presunto difetto di giurisdizione italiana sulle loro azioni, ma confermava il sequestro delle armi per violazione dell’embargo ONU).
Il punto di quanto c’era e quanto rimane non è elemento secondario perchè la disponibilità incondizionata di considerevoli arsenali di armi “fantasma” potrebbe facilitare anche in futuro altre operazioni di “trasferimento” con destinazione…segreto di Stato.

Vediamo dunque di comprendere che armi vennero sequestrate nel 1994. Nelle analisi e notizie pubblicate sia al tempo del processo che in questi mesi si parla quasi sempre di 2.000 tonnellate di armi, stipate in 133 dei 509 containers che viaggiavano sulla Jadran Express (IMO 8030855, proprietà della Croatia Line e battente bandiera di Malta).

Sembra che il loro destino sia stato quello di essere accompagnate da una falsa descrizione nei documenti di carico. I “motori” erano allora “balle di cotone” e “cascami di rame”
Le armi erano destinate, attraverso il porto croato di Rijeka, a raggiungere la Bosnia, in violazione dell’embargo ONU. Erano l’ultima (e l’unica che si è riusciti a bloccare) delle 12 spedizioni che la Procura di Torino (sostituto procuratore Paolo Tamponi) e la DIA avevano individuato come organizzate dal gruppo sotto processo, per un totale di 15.000 tonnellate e 200 milioni di dollari di valore complessivo.
La nave era stata fermata come esito di una operazione congiunta dei servizi segreti ukraini, inglesi ed italiani. Ufficialmente diretta in Nigeria in provenienza del porto ukraino di Oktyabrsk (ancora oggi all’origine di molti carichi di armi diretti in Africa) la nave aveva invece fatto rotta verso l’Adriatico, con una prevista fermata a Venezia. Il 9 marzo del 1994 veniva invece ingaggiata da forze speciali inglesi nel canale di Otranto e poi consegnata ad unità italiane che l’avevano inizialmente costretta ad ancorare a Brindisi e in seguito a Taranto, dove sarebbe poi arrivata l’11 marzo.
La nave era stata sottoposta a sequestro e lascerà Taranto solo il 4 marzo del 1995, cambiando subito il nome in “Hrvatska”, cioè “Croatia”. I container con le armi rimasero a Taranto, “dimenticati” per altri 5 anni sino al trasporto alla Maddalena, ancora tramite una nave mercantile a detta dell’allora ministro della Difesa Martino.

Le 2.000 tonnellate corrispondono quasi esattamente al carico medio di 133 container da 20 piedi, 15 tonnellate ciascuno. Tuttavia, se analizziamo l’elenco delle armi come riportato nella sentenza del 5 marzo 2002 di rinvio a giudizio degli imputati del processo di Torino e facciamo qualche calcolo in base ai pesi medi netti del tipo di armi e munizioni menzionati, troviamo cifre piuttosto lontane dalle 2.000 tonnellate, anche considerando d’aggiungere un 30% in più per gli imballaggi. Tale percentuale può essere verificata con il manifesto di carico di un’altra nave, la MV Anne Scan, che nel 2008 portava 1.000 tonnellate di armi simili a quelle della Jadran da Oktyabrsk a Dar es Salaam, in Tanzania, per conto del ministero della Difesa ugandese. In tutto non si andrebbe oltre le 900 tonnellate.

La Direzione Investigativa Antimafia ha i documenti relativi al carico effettivo e solo dall’esame di questi documenti si potranno avere delle certezze al riguardo, ma per il momento – come per tante altre cose in questa vicenda –  i conti non tornano. Le mille tonnellate che mancano all’appello nella differenza tra quanto si disse era stato sequestrato sulla Jadran e quanto riferito nella sentenza di rinvio a giudizio non sono mai esistite perchè le notizie erano errate o sono finite da qualche parte prima di giungere (o dopo essere giunte) alla Maddalena nel 1999?

Vedi anche:
-Moby Prince: era americana una delle navi fantasma

Fonti:
-http://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=2942
-http://www.corriere.it/cronache/11_luglio_19/pinna-missili-maddalena_380da9c6-b1cf-11e0-962d-4929506ed0a9.shtml

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