Le ceneri da cui sorge la fenice dell’integralismo islamico

Non dovrei essere io a dirlo, visto che ho 25 anni e sono cresciuto col mito del terrorismo islamico, ma devo ricordare alle generazioni che mi precedono alcune cose a cui sembra non diano peso. Prima del 2001, prima dell’attentato alle torri di New York, se avessi chiesto a qualcuno:“cos’è per lei l’integralismo islamico?” probabilmente avrei ricevuto delle risposte strambe tipo:“non saprei, forse… un tipo di pane arabo”.
L’integralismo islamico e, la sua forma violenta e terroristica sono sempre esistite. Per non andare troppo indietro nel tempo basti ricordare Settembre Nero e la strage delle olimpiadi in Germania. Eppure fino al 2001, se dicevi TERRORISMO, la gente immaginava quello di casa nostra, italiani con armi di fabbricazione cecoslovacca e volantini con la stella a cinque punte. L’integralismo islamico non era certo il fenomeno mediatico che è diventato oggi.
Ed è proprio questa la grande differenza tra il terrorismo arabo dell’OLP e degli anni ’70 – ’80 con quello attuale. La sua vocazione mediatica e propagandistica. E’ stato Bin Laden, nella sua geniale follia, a trasformare questo fenomeno in una istituzione del mondo arabo contro l’occidente. Non per fini religiosi, ma politici ed anticolonialisti.
Ce l’hanno coi cristiani non in quanto tali, ma perchè è un nesso logico per un semplice contadino delle vallate afghane, o per un operaio algerino; l’uomo bianco è sfruttatore, l’uomo bianco è cristiano, i cristiani sono sfruttatori. Questo banale parallelismo sarà forse un modo di pensare molto stupido, ed in effetti lo è, ma è esattamente la stessa cosa che fanno molti occidentali che studiano fino alla laurea. Gli arabi sono musulmani, alcuni musulmani fanno i terroristi, gli arabi sono pericolosi. Non ci spingiamo a ragionamenti difficili, perchè per noi è molto logica una risposta così semplice, ed in effetti è semplice anche per il pastore palestinese analfabeta.
Anche la famosa scrittrice Oriana Fallaci si lasciò scappare una proverbiale cazzata: “non tutti gli islamici sono terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici”; una frase ripresa da molti in merito ai fatti di Parigi, dimenticando molto velocemente ciò che solo il mese scorso era emerso dagli archivi degli Stati Uniti. A Washington infatti si è confessato che la CIA fino ai giorni nostri ha praticato torture, forme di terrorismo e qualsiasi genere di violenza e crudeltà nei confronti di persone ritenute ostili agli interessi a stelle e strisce.

Tutti i terroristi sono islamici?! E la base di Fort Benning dove ogni anno l’esercito americano addestra 1000 Contras sudamericani in tecniche di commando, combattimento, tortura e contro insurrezione? La celebre School of the Americas è un centro terroristico sul suolo degli USA ed è finanziata dai contribuenti.

Immagini del massacro di Sabra e Chatila (1982) in un campo profughi di arabo-palestinesi, perpetrato ad opera di milizie libanesi cristiano-maronite contro persone inermi. I morti si stimano tra 750 e 3500.

Per tornare più a casa nostra, Gladio e gli altri servizi definiti “deviati” che cos’erano?! Siamo solo degli ipocriti se pretendiamo di rinfacciare a qualche popolo le sue colpe senza voler riconoscere le nostre. E poi, non capisco perchè mostriamo tanta indignazione quando questo fatto accade a Parigi, a Madrid o a Londra, quando ogni giorno degli innocenti musulmani muoiono per mano di terroristi musulmani a Timbuktu, Baghdad, Bombay… e pretendiamo di dire che i terroristi islamici vogliono la guerra santa con i cristiani. Fino ad oggi hanno ucciso soprattutto loro fratelli di religione con i loro attentati. E dei vignettisti cosa dire, fanno parte di quei 90 martiri della stampa e del giornalismo che sono morti nell’ultimo anno, al pari degli altri però. Sono più tanti gli Yusuf, i Mohammed e gli Akmed che lavoravano come reporter nei propri paesi, in Palestina, Libano, Siria, coloro che sono morti per diffondere l’informazione e la verità. Meritano forse meno rispetto?!

In questo momento sono davanti alla televisione, e sento solo una marea di cazzate su come risolvere il problema. C’è chi dice di chiudere le frontiere agli immigrati (ma i terroristi di parigi erano cresciuti e forse nati in Francia); c’è chi invoca forme di restrizione ad internet; c’è chi vuole intervenire (di nuovo) nei paesi dove questi si addestrano. Io invece sostengo, che in questi momenti è fondamentale far girare le rotelle del cervello più che le balle. Le risposte istintive non sono mai giuste quando si parla di politica internazionale.
Fondamentale è capire come è nato l’integralismo, tutti sappiamo (ripeto, solo dal 2001 ci siamo resi tutti conto che esiste) cos’è l’integralismo islamico, ma pochi sanno come e perchè è nato, e quali sono le differenze all’interno dei vari movimenti che lo compongono.
Per capire da dove emerge questo preoccupante fenomeno dobbiamo porci una domanda fondamentale: perchè ci odiano? Perchè per loro meritiamo tutta questa violenza? Se scendete con me nel passato, scoprirete che la loro violenza, nasce da violenze ancora peggiori.

Negli anni appena seguenti la seconda guerra mondiale, il colonialismo così come lo conoscevamo era alla frutta. I vari stati iniziarono ad ottenere un’indipendenza formale, ma di fatto le establishment dei vari paesi restarono sotto l’influenza ed il controllo dei paesi occidentali. Nacquero tra gli anni ’50 e ’60 numerosi movimenti politici, nazionalisti, panarabi, comunisti, socialisti, alcuni islamici e molti laici, perlopiù moderati con spirito di democratizzazione. Ma la democrazia, laddove c’erano risorse importanti come petrolio e gas, non era vista di buon occhio dall’occidente. Si sa, un popolo in democrazia potrebbe decidere di destinare i proventi dell’esportazione di greggio per svilupparsi, mentre a noi interessava che i paesi del medio oriente avessero dei governi in costante indebitamento, in modo che potessero tenere bassi i prezzi dei combustibili fossili e non rompessero le uova nei nostri panieri finché noi creavamo il paese dei balocchi a casa nostra sulle loro spalle.
Così abbiamo pensato bene di fare in modo che quei movimenti moderati, laici, che cercavano il dialogo e non lo scontro, cadessero sotto il peso del nostro terrorismo. Da allora in diversi decenni il popolo arabo e altri popoli hanno fatto ciò che era normale facessero: si sono estremizzati. Semplice causa ed effetto. Noi non abbiamo permesso ai movimenti moderati di emergere, e abbiamo dunque consegnato il consenso popolare ai membri più estremisti che nel tempo hanno catalizzato la rabbia di quei popoli oppressi.
Se poi ci mettiamo che a volte, per i nostri interessi abbiamo alimentato questi movimenti per scopi geopolitici (vedi Bin Laden e Al-Qaida in Afghanistan che ricevettero 3 miliardi di $ dagli USA per combattere contro i sovietici) capite bene che il mostro che tormenta i nostri sonni, lo abbiamo creato ed alimentato noi. La fenice araba del terrore è nata dalle ceneri di odio frutto della violenza che noi abbiamo diffuso e che ora, sta tornando al suo legittimo proprietario. Volete degli esempi? Di seguito vi fornirò tutti quelli che volete, buona paziente lettura, chissà se quanto leggerete ora non angoscerà le vostre anime più di quanto non fanno quelli che urlano Allah u’Akbar imbracciando un AK-47…

  1. 1953, in Iran regnava lo Scià di Persia, un monarca irrispettoso dei diritti del suo popolo e forte dell’appoggio britannico. Nel 1933 egli aveva concesso alla Anglo-Iranian Oil Company la concessione per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio iraniano, fortemente invisa a tutti i cittadini iraniani perché per essi la concessione rappresentava il simbolo dell’oppressione e la sua cancellazione era per le masse popolari il principale obiettivo per l’indipendenza. Nei primi anni ’50 il movimento del Fronte Nazionale guidato da Mossadeq era composto da nazionalisti, laburisti, liberali e repubblicani. Voleva una monarchia costituzionale ed era il principale movimento di opposizione al rinnovo della concessione. Appena eletto primo ministro, Mossadeq mantenne la sua promessa e revocò la concessione, nazionalizzando il settore petrolifero. La risposta inglese non si fece attendere: congelamento dei beni iraniani nelle banche inglesi e blocco navale con l’impossibilità per l’Iran di esportare il proprio petrolio. Poco dopo, le altre riforme attuate dal governo Mossadeq, e la fuga dello Scià (ospitato in esilio a Roma) gli alienarono appoggi potenti e nel 1953 con un’operazione congiunta delle forze d’intelligence anglo-americane, sotto l’operato del direttore della CIA Allen Dulles, l’occidente scatenò l’Operazione Ajax. Destituito Mossadeq, lo Scià tornò in patria. Dopo l’attacco, essendosi presi carico della questione, gli USA posero comunque come condizione la fine del monopolio inglese dell’AIOC e l’affiancamento di altre compagnie petrolifere, tra cui la Royal Dutch Shell. L’impossibilità per i movimenti moderati di emergere, fu una delle cause principali della nascita dell’integralismo islamico che esplose con la rivoluzione komeinista del 1979.
  2. 1956, crisi di Suez. Il governo nazionalista e socialista di El Nasser in Egitto decide di nazionalizzare la Compagnia del canale di Suez, di proprietà anglo-francese, in modo da recuperare la piena indipendenza dell’Egitto e di gestire a beneficio del popolo egiziano il controllo di quell’importante via di comunicazione. Inghilterra e Francia intervennero militarmente, con l’appoggio di Israele, per difendere i loro interessi. Gli Stati Uniti inviarono i marines per evacuare gli stranieri, e si trovarono nella posizione di dover tentare una mediazione dato il rischio di un coinvolgimento diretto dell’Unione Sovietica. L’assurdità è che proprio in quel periodo gli USA erano impegnati nella critica internazionale all’URSS per il suo intervento nella repressione della rivolta ungherese, ma nel contempo non potevano giustificare un intervento simile svolto dai suoi stessi alleati in Egitto. La crisi di Suez aumentò nei paesi arabi il prestigio e l’influenza di Nasser, visto come vincitore contro l’imperialismo occidentale, e decretò la diffusione del panarabismo.
  3. Nel 1958 il Libano era retto dal Presidente filo-occidentale Camille Chamoun (cristiano maronita). Nello stesso anno Siria ed Egitto si unirono dando vita alla Repubblica Araba unita, sotto la spinta del nazionalismo panarabo di Nasser, e il Libano decise di non entrarvi nonostante il primo ministro libanese Rashid Karame fosse a favore dell’unione. Dopo che il Presidente Chamoun riuscì a modificare la Costituzione ad hoc per poter essere rieletto, i nazionalisti panarabi libanesi insorsero causando così un focolaio che sarebbe potuto esplodere in guerra civile. Chamoun, anche in questo caso non appoggiato dal primo ministro Karame, chiese ed ottenne dagli Stati Uniti l’intervento di 15.000 marines, facendo appello alla Dottrina Eisenhower, schiacciando in questo modo le rivolte.
  4. Sempre nel 1958 un colpo di stato organizzato in Iraq dal Partito Ba’th Arabo Socialista pose fine al dominio di re Faysal II e instaurò una repubblica in cui fu adottata una Costituzione Provvisoria che proclamava l’uguaglianza di tutti i cittadini iracheni davanti alla legge e garantiva loro libertà a prescindere dalla razza, nazionalità, lingua o religione. Il Primo Ministro Qāsim eliminò la messa al bando per il Partito Comunista e chiese l’annessione del Kuwait che allora era considerato territorio irakeno ma ancora sotto il controllo diretto della corona britannica. Gli Stati Uniti ammonirono la neonata repubblica di non interessarsi al Kuwait e nel 1961 l’Inghilterra abbandonò la gestione del Kuwait lascandolo però indipendente rispetto all’Iraq. Dallo smacco subito, Qāsim cercò altri partner nel mercato petrolifero che non fossero gli inglesi. Enrico Mattei, già amico di Qāsim, fiutò l’affare e contro il volere del premier Fanfani iniziò comunque delle trattative e inviò tecnici dell’ENI in Iraq. Il problema, fu che le grandi compagnie petrolifere anglo-americane chiamate “sette sorelle”, avevano stipulato nel 1928 in Scozia un accordo segreto. Questo accordo prevedeva che in un area stabilita con alcuni paesi mediorientali tra cui l’Iraq, definita da un tracciato chiamato poi “red line”, le compagnie avrebbero fatto cartello senza farsi concorrenza, ed avrebbero fatto in modo che altri competitor non s’immischiassero nell’affare. Morale della favola, Enrico Mattei fu ucciso l’anno seguente (ultime inchieste svolte nel 2008 hanno accertato attraverso esami metallurgici, che la scienza del tempo non permetteva, che a bordo dell’aereo su cui viaggiava esplose un ordigno), e il Primo Ministro Qāsim nel 1963 fu assassinato durante un altro colpo di stato.
  5. Congo, 1961. La grande colonia belga, che sotto l’assolutismo e la crudeltà di re Leopoldo II del Belgio aveva visto dimezzare la propria popolazione, ottenne l’indipendenza dalla madrepatria nel 1960. Il Belgio la concesse in poco tempo per timore di dover affrontare una guerra civile come quella che dissanguava la Francia in Algeria. Le libere elezioni furono vinte dal panafricano Patrice Lumumba, un uomo che intendeva portare maggior giustizia sociale nel suo paese, ma che si scontrò con i dirigenti belgi che amministravano ancora l’esercito e la vita pubblica del Congo. Il Belgio infatti, pur concedendo un’indipendenza sulla carta, voleva mantenere l’ingerenza nell’amministrazione del paese tramite suoi funzionari. Dopo la manifestata intransigenza di Lumumba, il Belgio finanziò ed appoggiò le mire secessioniste della regione mineraria del Katanga anche con l’invio di truppe. Gli Stati Uniti con la CIA appoggiarono dunque un golpe, avvenuto appena 6 mesi dopo le elezioni. Lumumba fu catturato con alcuni suoi compagni, vennero uccisi e i loro corpi fatti a pezzi e disciolti nell’acido. Patrice Lumumba è stato l’unico presidente eletto democraticamente nella storia del Congo.
  6. Indonesia, 1967. In questo paese dell’estremo oriente, gli Stati Uniti si sono resi responsabili di quello che la stessa CIA, in un rapporto del 1968, definì “il più grande massacro del XX secolo” (per quanto riguarda la repressione). All’epoca il Presidente indonesiano era Sukarno, che aveva aiutato il suo paese a prendere la propria indipendenza dall’Olanda e aveva una politica moderata, nazionalista e tinta di socialismo. Si prefiggeva lo scopo di fare da arbitro tra le diverse forze politiche, in modo da unire gli sforzi e mantenere una stabilità politica, di dialogo, e di tolleranza religiosa, in un paese che aveva 100 milioni di abitanti, 6 grandi religioni e 17 mila isole.
    Il suo concetto politico di nazionalismo unitario aperto all’internazionalismo, con politiche sociali fortemente influenzate dal marxismo, si riassume nel Nasakom (da NASionalisme, Agama, Komunisme). Non fu certo un regime democratico, Sukarno divenne Presidente a vita e sciolse il parlamento di eletti per averne uno di nominati. Ma non fu per questo che gli Stati Uniti lo deposero. Dopo la perdita della Cina 1949; la guerra di Korea 1953; e l’impantanamento in Vietnam 1965; l’estremo oriente stava sfuggendo dall’influenza capitalista, e Sukarno basava il suo governo sempre più sull’appoggio del Partito Comunista Indonesiano (PKI). In una politica atta ad innalzare il tenore di vita della popolazione e la costruzione di infrastrutture nazionali, Sukarno, con l’appoggio del sindacato comunista SOBSI, decise di basare il recupero di fondi da investire sul petrolio di cui l’arcipelago è ricco, ma che era l’interesse principale nel paese della compagnia anglo-olandese Royal Dutch Shell. Fondò quindi le imprese statali del gas e del petrolio Permina (1957) e Pertamin (1961), dalla cui fusione nacque poi Pertamina. Dopo aver fatto concorrenza alla Shell, nel 1965 Sukarno annunciò l’intera nazionalizzazione del petrolio.
    I servizi segreti anglo-americani che da anni finanziavano le opposizioni interne, soprattutto il Partito Socialista Indonesiano e le fazioni islamiste, riuscirono col finanziamento di alcune multinazionali a far scatenare un golpe che stabilì un governo “rivoluzionario” sull’isola di Giacarta che uccise tra l’altro, diversi generali dello Stato Maggiore politicamente centristi. Questa operazione tipicamente false-flag era un diversivo che diede la scusa all’esercito controllato dal Gen. Suharto di intervenire e prendere il controllo dell’isola con la giustificazione di difendere il regime di Sukarno. Suharto addossò la colpa del putsch ai comunisti ed iniziò contro di loro una feroce repressione. Di li a poco, il generale fece togliere il potere al Presidente Sukarno e divenne egli stesso dittatore dell’Indonesia. Suharto continuò la sua repressione contro gli oppositori ed in particolare contro i comunisti, l’intelligence occidentale, oltre ad aiutare nella propaganda, nella diffusione del razzismo contro i cinesi, e del fondamentalismo islamico contro gli atei comunisti, addestrarono ufficiali e l’ambasciata americana fornì all’esercito indonesiano una lista con i quadri del PKI. Il bilancio contabile della repressione non riesce a dare conto della barbarie degli atti: esecuzioni sommarie con fucilazioni e decapitazioni, fiumi pieni di cadaveri, campi di concentramento, stupri e poi prostituzione forzata, di tutto ciò dà atto il rapporto del 2012 della Commissione indonesiana per i diritti dell’uomo. La maggior parte delle violenze fu commessa da milizie di integralisti islamici come Nahdaltul Ulama e Muhammadiyah finanziati dall’occidente e appoggiati dall’esercito. Alla fine del massacro si contarono più di 1 milione di morti.
    Suharto fu pronto a mettere in atto le ricette liberali nel campo economico: austerità di bilancio, soppressione degli aiuti sociali, privatizzazioni  e riduzione delle tasse per le imprese, avvantaggiando multinazionali, come Shell o BP nel settore petrolifero, Nike e Adidas nel settore tessile ma aumentando ulteriormente il divario tra ricchi e poveri. Oggi in Indonesia 120 milioni di persone vivono con meno di 2 euro al giorno e il fondamentalismo islamico è divenuto un serio problema.
  7. Nigeria, 1967. Già insanguinata dagli scontri che durano tuttora fra un nord islamico ed un sud cristiano, fu sconvolta fino al 1970 dalla secessione di una delle regioni meridionali: il Biafra. Ne seguì un’asprissima lotta per impedire che la regione (una delle più ricche di petrolio di tutta l’Africa) si staccasse definitivamente dal paese. Benché ufficialmente gli stati occidentali non riconobbero la Repubblica del Biafra, molti di essi vi guardarono con interesse e simpatia. La CIA fornì aiuti al Biafra mediante un ponte aereo coperto e costituito ufficialmente da compagnie aeree private. Una di queste compagnie risultava di proprietà dell’ex colonnello delle SS naziste Otto Skorzeny, passato alla storia per aver liberato Mussolini dal Gransasso con il suo commando di parà ed esser poi stato riciclato dalla CIA in chiave antisovietica. La guerra si concluse dopo tre anni con la sconfitta dei separatisti e con 1.200.000 morti.
  8. 1973, l’anno cruciale del Sistema. Guerra dello Yom Kippur. Egitto e Siria attaccarono a sorpresa Israele approfittando della festività ebraica e delle allentate difese israeliane visto l’inizio del Ramadan per i musulmani. Lo scopo era quello di ridimensionare il peso politico-militare di Israele e riprendersi la penisola del Sinai e le alture del Golan strappate dagli Israeliani con la guerra dei sei giorni nel 1966.
    Appoggiati dalla quasi totalità dei paesi arabi la Siria e l’Egitto inizialmente riportarono delle considerevoli vittorie, salvo poi subentrare gli Stati Uniti e l’occidente a sostegno dello stato ebraico. Fu allora che i paesi arabi membri dell’OPEC, decisero di intimorire l’occidente ad appoggiare gli israeliani. Capirono che potevano usare il petrolio come un’arma contro l’imperialismo e coalizzatisi raddoppiarono di colpo il prezzo del greggio e ridussero le esportazioni ad occidente del 25% e bloccarono completamente le loro esportazioni verso gli USA. Gli stati arabi, nonostante diminuissero le esportazioni, aumentarono mostruosamente i loro capitali, mentre l’occidente arrancava nella peggiore crisi energetica della sua esistenza.
    Si trattava del colpo più devastante inflitto all’economia dell’occidente da parte di paesi del terzo mondo. Dalle nostre parti il prezzo della benzina arrivò a triplicarsi rispetto alle tariffe precedenti e in Italia il governo Rumor dovette applicare delle misure d’emergenza: l’austerity economica, quando la domenica era proibito utilizzare l’automobile, l’illuminazione stradale e commerciale fu ridotta; si applicarono decreti per l’edilizia volti a migliorarne l’efficienza energetica; si attuarono piani d’investimento per l’ENEL con il compito di costruire centrali nucleari.
    Insomma, questi pastori di cammelli ci avevano colpiti dritti dritti nel punto più debole, proprio come Paride scagliò la sua freccia nel tallone di Achille.
    Secondo le confessioni di quello che si è autodefinito un sicario dell’economia, John Perkins, gli USA cercarono di tramutare il rincaro del greggio da sciagura ad opportunità. Perkins era membro della National Security Agency (NSA) per cui operava nei paesi esteri cercando di promuovere gli interessi di alcune compagnie americane. La famiglia dei Saud, regnante in Arabia Saudita, affogava nei petrodollari: le fu proposto di investirli in titoli americani e in grandi opere. La Bechtel Corporation (la più grande compagnia edilizia statunitense) ricoprì il reame desertico di nuove città e di infrastrutture per lo più inutili; la famiglia Saud accettò di mantenere il greggio entro limiti di prezzo desiderabili per gli Usa, in cambio dell’assicurazione americana che Washington avrebbe sostenuto il loro potere per sempre. Da quel momento l’Arabia Saudita è diventata l’alleata più importante degli Stati Uniti. Qualora l’OPEC in futuro si fosse messo in testa di innalzare nuovamente il prezzo del petrolio o bloccarne le esportazioni, i sauditi avrebbero mantenuto i prezzi bassi, impedendo a qualsiasi coalizione di ricattare l’occidente. Dopotutto l’Arabia Saudita sarebbe sempre stata in grado di soddisfare la domanda americana, essendo essa stessa il primo produttore al mondo di petrolio. Il compromesso da pagare, era il semplice sostegno ad una casata reale assolutista il cui regime risiede nelle mani di un monarca con i pieni poteri civili e religiosi; dove il wahabismo (interpretazione fondamentalista del Corano) è la legge islamica dello stato, dove la pena di morte (per decapitazione) è spesso applicata senza un processo; l’oppressione verso le donne, gli omosessuali e le minoranze religiose fa preoccupare gli osservatori internazionali; la libertà di stampa è limitata; le organizzazioni politiche, i partiti, i sindacati e gli scioperi sono proibiti, così come le manifestazioni pubbliche; la tortura è ampiamente praticata e il paese è annoverato come uno dei tre principali paesi coinvolti nel traffico illegale di esseri umani e per ammissione dello stesso Dipartimento di Stato Americano, il governo saudita non fa nulla per cercare di mantenere gli standard occidentali atti a far fronte a questa grave violazione dei diritti umani.
    Eppure questi criminali cenano spesso alla Casa Bianca e mantengono intensi rapporti con alcune potenti famiglie americane, tra cui la famiglia Bush. In confronto Saddam Hussein era un santo.
    Breve parentesi, il noto terrorista Osama Bin Laden, era membro della prestigiosa famiglia saudita degli sceicchi Bin Laden. Al-Qaida venne inizialmente fondata per abbattere i regimi islamici filo-occidentali definiti dai qaedisti “ipocriti”. Bin Laden dopo essere stato accolto nel 1989 al rientro in patria come un eroe per aver distrutto i sovietici in Afghanistan con la sua “Legione Araba”, incontrò il re saudita al tempo dell’invasione irakena del Kuwait. Egli chiese al re di non affidarsi agli stranieri per difendere la nazione dal rischio di un coinvolgimento, ed in particolar modo chiedeva che fosse la sua Legione a difendere La Mecca e Medina (città sacre a tutto l’Islam). Non venne ascoltato e gli Stati Uniti vennero contattati per ricevere aiuti in contingenti militari (vennero inviati in Arabia Saudita 500.000 uomini in vista di una prossima invasione dell’Iraq, una forza immensa!). Bin Laden denunciò la completa dipendenza militare saudita che preferiva far difendere i siti musulmani ai cristiani, e in poco tempo fondò il suo gruppo terrorista. Così in moltissimi paesi arabi, il forte senso di dipendenza dei governi locali all’occidente fece nascere spontanee delle forme di resistenza che rispecchiassero le tradizioni e le culture locali.
    Tempo fa ascoltai un politico egiziano dai pensieri moderati. Egli affermava che se noi avessimo smesso di finanziare e sostenere i regimi autoritari, il terrorismo islamico sarebbe morto con essi così come è nato con essi.
  9. Libia, 1986. Di nuovo nel mirino anglo-americano il governo panarabo di Mu’ammar Gheddafi, reo soprattutto di aver nazionalizzato le compagnie petrolifere straniere e i possedimenti italiani, e di aver fatto chiudere le basi militari americane; si trovò colpito dall’interesse della lady di ferro britannica che autorizzò Ronald Reagan ad utilizzare le basi inglesi per bombardare la Libia. L’incursione aveva come obiettivo principale la residenza dello stesso Gheddafi che doveva morire sotto i raid occidentali. Il Ministro degli Affari Esteri libico, Mohammed Abdel-Rahman, sostiene che l’allora Presidente del Consiglio italiano, Bettino Craxi, gli avrebbe mandato un messaggio tramite un comune amico, uno o due giorni prima del bombardamento americano. Difficile conoscere momento e luogo esatti dell’attacco, ha dichiarato, ma alla fine la soffiata salvò la vita del Colonnello. Le sue rivendicazioni sono state confermate dall’allora Ministro degli Esteri italiano Giulio Andreotti che precisò: «L’incursione americana fu una misura completamente inappropriata, un errore enorme».
  10. Guerra Iran-Iraq, anni ’80. Gli Stati Uniti intervengono a fianco dell’Iraq scontrandosi con la flotta iraniana nel Golfo Persico. Insomma, contro lo stesso Iran a cui fino al mese precedente gli americani vendevano armi di nascosto, cosa emersa con lo scandalo Iran-Contras. Essendo l’Iran in posizione di vantaggio dopo gli ultimi sviluppi della guerra, il Pentagono decise di fornire a Saddam le informazioni d’intelligence di cui disponeva e le armi necessarie per arrestare l’avanzata iraniana. Ecco perché negli ambienti militari di Washington, negli anni precedenti all’invasione irakena del 2003, circolava una singolare battuta: «sappiamo benissimo che Saddam possiede armi di distruzione di massa, abbiamo le ricevute…».
  11. 1990, prima Guerra del Golfo. Con il dissolversi dell’Unione Sovietica, il gigante americano iniziò a monopolizzare il dominio sul terzo mondo e da allora la sua politica divenne più aggressiva. Questo nuovo periodo, accolto dal mondo con la visione dell’arrivo di una pace tanto sperata, si tramutò invece in un periodo in cui i conflitti si moltiplicarono e in alcuni casi sono aumentati d’intensità. L’invasione dell’Iraq è uno di questi, con l’utilizzo di un dispiegamento di forze (la coalizione comprendeva 35 stati e un totale di oltre 900.000 uomini) tra i più grandi dalla fine del secondo conflitto mondiale.
    Le cause che tutti conoscono (o meglio che ci hanno abituati a credere), furono l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq che voleva le ricche riserve di petrolio kuwaitiano, ed il conseguente mandato ONU per restituire la sovranità al piccolo emirato arabo.
    Qualche domanda è lecito porsela. Primo, perché Saddam, che di certo non era uno stupido, avrebbe dovuto scioccamente invadere un piccolo staterello alleato dei sauditi e degli americani (sapendo certamente che li avrebbe fatti andare su tutte le furie), per avere qualche pozzo di petrolio in più? L’Iraq era già il secondo produttore mondiale di petrolio… perché cavolo rischiare tanto per qualche barile in più?
    Secondo, consideriamo l’aspetto che la monarchia costituzionale che governava il Kuwait, all’epoca aveva qualche deficienza in fattore di diritti umani: potevano votare solo tra il 5 e il 15 % della popolazione; le donne non potevano votare, non accedevano ad incarichi amministrativi e non potevano passare la cittadinanza ai figli; l’omosessualità era ancora reato; era ed è uno dei peggiori paesi per quanto riguarda il traffico di esseri umani; dove i lavoratori sono stati oggetto di abusi fisici e sessuali, di mancato pagamento dei salari, di minacce, di reclusione a casa, e di ritenuta dei passaporti per limitare la loro libertà di movimento; è strano osservare che l’occidente sia intervenuto in forze così massicce per un paese di questo tipo, quando non interviene a favore di nazioni con uno sviluppo democratico decisamente superiore.
    Siccome sulle cause dell’invasione irakena del Kuwait ritengo che la visione adottata da tutti sia troppo semplicistica e non soddisfa la mia seppur modesta intelligenza, per convincermi di avere torto ad offendermi di accettare quella che mi sembrava essere una banale scusa che solo i lettori di Topolino potevano accogliere, ho pensato di analizzare meglio la situazione. Ho acclarato che il regime panarabo di Saddam Hussein negli anni ‘70 aveva elevato i diritti delle donne al pari di quelli maschili e aveva portato un codice civile simile a quelli occidentali sostituendo la sharia, ma soprattutto aveva nazionalizzato nel 1973 il settore petrolifero. Riuscì però furbamente ad ammorbidire la rabbia occidentale garantendo un profitto occidentale derivato dal continuo acquisto di armamenti ed equipaggiamenti militari con i ricavi del petrolio. In questo modo riuscì a destinare una piccola parte dei ricavi del petrolio a programmi sociali, riuscendo ad elevare in parte il tenore di vita della popolazione. Essendo scontente le compagnie petrolifere, ma contenti altri settori importanti della leadership industriale occidentale, i paesi “civili” avendo altri problemi in altri paesi tollerarono il regime di Saddam. Questo sodalizio continuò durante quasi tutti gli anni ’80, giacché la guerra fra Iran e Iraq garantiva all’occidente enormi profitti visto che si armavano e finanziavano entrambe le parti in lotta. Poi quando il conflitto terminò, Saddam ebbe la cattiva idea di destinare le ingenti somme ricavate con l’esportazione del petrolio a programmi più estesi di stato sociale. Aumentarono e si modernizzarono le infrastrutture del paese, l’istruzione e la sanità, già gratuite, migliorarono e il prezzo d’esportazione del petrolio fu innalzato (essendo finito il conflitto con l’Iran non c’era più bisogno di capitalizzazioni immediate delle risorse). Insomma l’Iraq iniziò ad avere la pretesa di migliorare la propria condizione e di imporre i suoi prezzi al mercato. Ops scusate, al “libero mercato”.
    Se ben ricordate l’accordo stipulato con l’Arabia Saudita (e quindi suoi satelliti come il Kuwait) cui accennavo prima, in caso si verificasse nuovamente una situazione simile a quella del 1973, gli amici degli Stati Uniti avrebbero dovuto tenere bassi i prezzi del greggio. E così accadde. Il Kuwait inflazionò il valore del suo petrolio. È come se voi possedeste un negozio di scarpe nel centro del vostro paese, a fianco di un altro negozio di scarpe, e la situazione del mercato vi imponesse di alzare il prezzo delle vostre scarpe. In quel caso vi trovereste il vicino del negozio che invece di seguire la vostra logica tiene basso il prezzo delle sue scarpe (anche se la realtà della situazione gli provocasse delle perdite) solo perché il mafioso del paese gli ha garantito che in qualsiasi caso aiuterà quel negoziante. Voi sareste costretti a chiudere (e in certi comuni italiani controllati dalla mafia funziona proprio così per eliminare la concorrenza).
    Nel medesimo tempo, il Kuwait iniziò a sfruttare i giacimenti di petrolio sul confine irakeno, giacimenti la cui capacità ricadeva anche su suolo irakeno (era una chiara provocazione). Saddam chiese al Kuwait di non ostacolare economicamente il mercato del petrolio e di smettere di sfruttare giacimenti il cui petrolio era anche irakeno. Ammonì pubblicamente il 17 luglio 1990 il Kuwait riferendo che la politica inflazionistica del petrolio attuata dal Kuwait sarebbe stata considerata un vero atto di guerra contro l’Iraq. Chiese quindi aiuto alla Lega Araba per far fronte alla questione. L’OPEC decise di innalzare il prezzo del greggio da 18 a 21 dollari al barile. Tale decisione a mio avviso corrisponde ad un’implicita ammissione di un organismo internazionale a sostegno delle ragioni del governo irakeno. Comunque il Kuwait continuò la sua politica inflazionistica e non rispose alle richieste irakene. Di conseguenza il 2 agosto l’Iraq diede inizio alle operazioni militari contro il Kuwait. Siccome questa strategia segue la logica derivante da quell’accordo segreto con l’Arabia Saudita, possiamo ben capire perché i sauditi si sentissero minacciati da un’eventuale allargamento al loro paese da parte dell’Iraq. Il resto della storia lo conosciamo tutti. L’ONU emanò una risoluzione contro l’Iraq e gli occidentali invasero il paese distruggendo l’esercito del baffone cattivo.
  12. 1992, anarchia in Somalia. Il corno d’Africa è una delle regioni più povere del mondo e sicuramente la più instabile e difficile in termini politici e umanitari. La Somalia in particolare, già divisa in periodo coloniale tra Francia, Inghilterra e Italia (quest’ultima ne controllava la maggior parte compresa la capitale Mogadiscio) vive dal 1991 un periodo di anarchia militare che è iniziato per la secessione del Somaliland ma nel tempo ha cambiato ed incrociato tra loro cause sempre nuove, dai signori della guerra con il loro traffico d’armi, alle giustificazioni etniche fino in ultima al dilagare delle formazioni integraliste islamiche legate ad al-Qaida.
    I signori della guerra che dominavano la Somalia e si combattevano tra loro, usavano la fame come arma di sterminio della popolazione, la carestia che si venne a sviluppare non aiutò e in un solo biennio morirono tra le 200.000 e le 300.000 persone. L’ONU dunque intervenne per tentare di ristabilire l’ordine mandando un contingente militare composto prevalentemente da soldati italiani, americani, nigeriani ed etiopi. A dir la verità già all’epoca destarono non poche polemiche il fatto che alcune compagnie petrolifere come la Shell,  la Conoco, l’Eni e Chevron, avessero mostrato il loro interesse per la regione da diversi anni, e la Conoco in particolare aveva dato in prestito la sua sede a Mogadiscio agli USA per stabilirvi la propria ambasciata prima dell’intervento dei marines. L’intervento comunque non andò a buon fine, l’ordine non fu ristabilito e dopo numerose perdite l’ONU ordinò il ritiro dei caschi blu. Alcuni hanno sospettato che questa “toccata e fuga” dell’ONU sia stata una semplice scusa per permettere ad alcuni stati di fare i propri comodi nella gestione dei traffici illeciti come quello dei rifiuti tossici e nucleari. Si ricordi dunque la vicenda della giornalista Ilaria Alpi, assassinata con il suo operatore Miran Hrovatin. Quattro mesi prima di lei, fu ucciso in Somalia, sempre in circostanze misteriose, il sottufficiale del SISMI (servizio segreto militare) Vincenzo Li Causi, comandante di una cellula di Gladio, che risultò essere stato l’informatore della giornalista di RAI3. La Alpi stava realizzando un’inchiesta su un traffico di scorie industriali, tossiche e radioattive, prodotte nei paesi occidentali e stivate in questi paesi in cambio di armi e tangenti ai potenti locali. Molte di queste scorie sarebbero state dislocate sotto il manto stradale delle stesse vie di comunicazione che la missione internazionale era incaricata di realizzare. La Alpi stava scoprendo anche le responsabilità di alcuni esponenti italiani dell’esercito e del mondo imprenditoriale.
    Sempre parlando degli interessi economici, a discapito del diritto internazionale, la repubblica indipendente del Somaliland, nonostante non è riconosciuta dalla comunità internazionale e nemmeno dall’Unione Africana, vanta dal 2003 un accordo commerciale con la compagnia petrolifera australo-sudafricana Ophir Energy. Anche il Puntland, che è una regione autonoma separatasi di fatto dalla Somalia è legata ad alcune compagnie petrolifere del consorzio cinese formato dalla Cnooc e dalla China International Oil and Gas, e con l’australiana Range Resources.
  13. Sudan e Afghanistan, 1998. La Casa Bianca, desiderosa di vendicarsi degli attentati compiuti contro le proprie ambasciate in Tanzania e Kenya dall’ancora sconosciuta al-Qaida, dichiarò di avere le prove che una fabbrica del Sudan fosse legata a Bin Laden e che vi si stesse producendo del gas nervino. Per rappresaglia la fabbrica venne bombardata. Invece del gas, l’ONU ha constatato che nella fabbrica si producevano medicinali, soprattutto antimalarici, ed è stato stimato che la distruzione dell’unico complesso di quel tipo nell’area è costato la morte ad almeno 10.000 persone che necessitavano di quei medicinali. Gli Stati Uniti non hanno dato alcun risarcimento per l’errore. Se l’Iran avesse commesso un errore simile sarebbe stato rasato al suolo con milioni di bombe. Ma no, il concetto di giustizia non si applica agli “esportatori di libertà”.
    Comunque, per le stesse motivazioni della vendetta americana, furono bombardati alcuni villaggi in Afghanistan perché il Pentagono era convinto fossero campi di addestramento di al-Qaida e pensava che Bin Laden si trovasse in quelle località. Non credo occorra dirvi che Bin Laden lì non c’era. Questo aumentò la diffidenza tra il governo talebano dell’Afghanistan e quello americano dell’allora Presidente Clinton. Il capo dei talebani e Presidente dell’Afghanistan, noto a tutti come il Mullah Omar, inviò dunque il suo braccio destro Wakil Ahmed a trattare con l’amministrazione Clinton. Gli americani chiesero che fosse espulso dal paese Osama Bin Laden, e Wakil rifiutò di farlo poiché durante l’invasione sovietica e durante la ricostruzione il miliardario saudita aiutò notevolmente il paese e la benevolenza di cui godeva presso la popolazione impediva al governo talebano di espellerlo. Fu il talebano ad offrire agli USA di ucciderlo, in cambio che gli americani la smettessero con i bombardamenti sul suolo afgano. Questo risulta dai documenti del Dipartimento di Stato americano, già ampiamente dibattuti dalla stampa internazionale. Wakil offrì loro la possibilità di avere le coordinate esatte per colpirlo con un missile senza nuocere ad altri. Il tutto fu discusso in due incontri tra Wakil e l’amministrazione Clinton nel 1998: il 28 novembre e il 19 dicembre. Inspiegabilmente, gli Stati Uniti rifiutarono e non si concluse nulla. Forse Clinton aveva altro per la testa. Infatti quello stesso 19 dicembre 1998, quando gli USA avevano la possibilità di evitare il disastro delle torri gemelle e dieci anni di terrore, il Presidente Clinton fu raggiunto dalla richiesta di impeachment per il caso Lewinsky…

Poi ci fu l’11 settembre…

Alberto Fossadri

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– Stampa italiana leccapiedi del SIONISMO
– Il 68 e l’Uomo a una Dimensione di HERBERT MARCUSE

Fonti:
CIA, la guerra segreta – La Storia Siamo Noi (RAI)
Terrorismo made in USA – Report (RAI)
Tareq Aziz, l’altra veritàPadre Jean Marie Benjamin
Fallujah, la strage nascostaRaiNews (RAI)
-Confessioni di un sicario dell’economia – Jhon Perkins
-Perchè ci odiano – Paolo Barnard
-Bowling for Columbine – Michael Moore
-http://www.instoria.it/home/mohammad_mossadeq_iran.htm
-http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/12/10/torture-cia-nel-rapporto-usa-prove-sulle-menzogne-usate-per-invadere-liraq/1261208/
-http://lapeoperaiasassari.blogspot.it/2011/02/socialismo-nasseriano-e-panarabismo.html
-http://www.internazionale.it/opinione/karim-metref/2015/01/09/io-non-mi-dissocio
-http://www.ossin.org/inchieste/massacro-dei-comunisti-indonesiani-del-1965-sukarno-suharto.html
-http://www.dillinger.it/la-cia-ammette-di-aver-orchestrato-il-colpo-di-stato-contro-mossadeq-70815.html
-Focus Storia
-http://www.movisol.org/
-http://archiviostorico.corriere.it/2005/agosto/21/Clinton_chiese_mullah_Omar_uccidi_co_9_050821062.shtml
-http://www.movisol.org/iran-contra.htm

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