Le famiglie “allargate” e quel problema fra 30 anni…

Nel pieno di quella che per molti è la rivoluzione culturale della famiglia, tra nuovi orizzonti, estremismi, irrigidimenti e speculazioni, ci aggrappiamo con profondo egoismo a quanto desideriamo in questo momento, a quello che ci fa comodo, ma troppo poco ci interroghiamo sugli effetti futuri dei cambiamenti che stiamo imprimendo a questa istituzione. La famiglia è il nucleo basilare della società, la famiglia è quel mattoncino che costituisce parte delle fondamenta del nostro habitat. La società perpetua su di essa, ed ogni riformazione che intendiamo darle influirà prepotentemente sulle generazioni future con i suoi aspetti positivi e negativi. Perfino i valori e le tradizioni nascono o muoiono a seconda della trasformazione che la famiglia subisce. Perciò non è tanto da prenderla alla leggera.

Solo pochi decenni fa abbiamo vissuto una prima potentissima trasformazione con la fine del millenario sistema patriarcale, e l’emergere di un nuovo asset familiare: i nonni emergono ora come una figura di appoggio al nucleo principale e non come figura d’imposizione e di dominio. Di conseguenza è aumentato il grado di indipendenza della donna, perchè è chiaro che ciò avvenne non tanto per un’evoluzione del pensiero, quanto per una necessità. Erano infatti decenni che si predicava l’emancipazione femminile ma solo in conseguenza della fine del patriarcato (collassato per motivi di evoluzione industriale e fine delle comunità rurali) questa ha iniziato a realizzarsi.

Oggi assistiamo ad uno smembramento del nucleo familiare, oltre al concepimento di famiglie alternative al concetto tradizionale uomo-donna. Il grande numero di fallimenti familiari con relazioni spaccate da innumerevoli divorzi o convivenze finite male è lievitato enormemente.
I freni inibitori delle tradizioni, che hanno impedito per molto tempo il proliferare delle convivenze si sono spenti, e da un lato è positivo in quanto con essi è finita la gogna verso coppie che un tempo sarebbero state definite di “concubini”, ma da un altro ha spalancato le porte a nuovi tipi di relazioni: troppo impulsive o con scarsa capacità di impegnarsi in qualcosa di serio. E ciò non si tradurrebbe in un danno sociale se, sbadatamente, a qualcuno non nascessero dei figli.

Il danno avviene quando chi non intendeva legarsi al proprio partner in maniera definitiva (e la legge lo consente), si trova responsabile di un bambino nato da una relazione troppo superficiale (e la legge lo impone). Per carità, non è la solita retorica di chi difende il matrimonio e attacca le coppie di fatto. E’ più che constatato che alcuni matrimoni falliscono anche con i figli di mezzo mentre alcune coppie non sposate che “intendono” avere figli riescano a restare unite.
Il contesto a cui mi riferisco è quello delle coppie che intendono andare a vivere assieme (sposandosi o meno) con una certa superficialità, e che con la stessa noncuranza hanno figli (voluti o meno).

Già oggi assistiamo a generazioni di persone che perdono punti di riferimento, o li spalmano su una serie infinita di parentele. Padri, madri e fratelli di primo e secondo matrimonio, nonni e cugini moltiplicati e zii a loro volta divorziati e risposati. Una promiscuità che fa paura a chi ancora non la vive e sembra troppo normale a chi invece la vive.
E’ indubbio che ci siano dei punti di riferimento sbiaditi. Anche perchè il senso stesso di responsabilità degli uni verso gli altri, o il senso di appartenenza viene meno. Se così non fosse non dovremo preoccuparci di nulla. Ma così sono convinto che lo sia e lo sarà. Un esempio? Mi piace vincere facile e soprattutto mi piace provocare, allora…

Immaginate fra 30 anni voi stessi ormai anziani; voi che vi siete risposati una seconda volta, voi che avete figli con entrambe le vostre mogli, che cercate oggi di passare un pò di tempo con gli uni e poi con gli altri, per accontentare tutti. Immaginatevi sofferenti e bisognosi delle cure e dell’affetto dei vostri cari… siate sinceri, quanti saranno desiderosi di aiutarvi? I figli che la vostra seconda moglie ha avuto col suo primo marito non credo proprio, e gli altri? Litigheranno su chi ha la responsabilità di assistervi, su chi ha avuto le maggiori attenzioni, e sarete fortunato se qualcuno di loro vi ospitasse a casa propria. Perchè in fondo, non siete stato al 100% padre suo, lo siete stato, ma condiviso con un’altra famiglia, con altri fratelli che egli non ritiene pienamente suoi (sappiamo quanto è infimo e profondo il senso e la natura del “possesso” anche in questioni sentimentali e di parentela…).
Così sceglieranno bene di mandarvi all’ospizio o affidarvi a una badante. Allora il problema principale sarà il costo che questi servizi avranno. E fra 30 anni non ci saranno più i vecchi di oggi che si sono accantonati il gruzzoletto, perchè la pacchia dei risparmi è finita, e con essa il welfare statale! Non ci sarà più nessuno ad aiutare un lavoratore/consumatore ormai esaurito.
Resterà un’alternativa a voi, abbandonati da tutti, e disprezzati come costo troppo oneroso dallo Stato: l’eutanasia! In fondo quanto potreste vivere sapendo che i vostri cari non desiderano aiutarvi?! Non ne varrebbe la pena giusto?!
Questo potrebbe valere soprattutto nel caso di una malattia, un tumore ad esempio va affrontato con la vicinanza dei propri familiari, e se nessuno ti manifestasse l’amore necessario? Potresti decidere di lascrarti morire. Dopotutto sta diventando una nuova moda il “diritto di scelta” di essere o meno curati, come ha fatto lo scorso anno l’americana Brittany Mainard che non intendeva affrontare le sofferenze della cura.
Aprire un dibattito sull’eutanasia sarebbe troppo lungo e ammetto che utilizzare il tema di questo articolo per parlarne sarebbe solo speculazione; però sono convinto che uno stato d’animo emotivamente scosso (come il caso di Brittany) non possa giustificarne il ricorso e nel futuro del mondo della terza età, per le situazioni che ho esposto, lo vedo come un’ombra molto minacciosa.

Confido ancora nella bontà dell’essere umano, e sono certo che in molte situazioni di famiglie “allargate” si formino ancora legami forti tra figlio e genitore, ma è così difficile immaginare il rischio che per molte persone questi esempi potrebbero tradursi in realtà?

Alberto Fossadri

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