Podemos, viaggio nella sinistra spagnola che fa sognare l’Italia

Se in Italia si parla molto di sinistra senza che nessuno sia capace di farla, in Spagna invece hanno fatto la sinistra senza che a nessuno sia mai venuto in mente di dirlo. Podemos, il partito che i sondaggi danno tra il primo e il secondo posto, rifiuta infatti questa definizione: e non per un vezzo mediatico, ma – sostengono loro – «per un cambio di paradigma postideologico», per una lettura della realtà lontana dai vecchi blocchi sociali. A qualcuno può sembrare un’edizione locale del Movimento 5 Stelle: e come vedremo non mancano elementi in comune. Ma le cose sono un po’ meno semplici e anche più interessanti, per la Spagna così come per l’Europa.

UN PERCORSO DI OLTRE UN DECENNIO
Calle de la Torrecilla Real, nel centro di Madrid. Qui fino al febbraio scorso aveva sede una libreria “alternativa”, La Marabunta. Oggi le saracinesche coperte di murales sono chiuse, ma una targa gialla sul muro ricorda un evento già storico: «Aqui nació Podemos». Già: è qui che è cominciato tutto, nelgennaio del 2014, con gli incontri di un gruppo di docenti dell’università Complutense di Madrid e alcuni leader dei movimenti che avevano portato in piazza centinaia di migliaia di persone nel maggio del 2011, dando vita al fenomeno degli Indignados.

Podemos, quindi, è un bambino di poco più di un anno, che però oggi ha il 23-25 per cento: sopra i socialisti, testa a testa con i popolari. Un’esplosione, dunque: il partito è talmente giovane che fino a pochi giorni fa l’unica sua sede era un ex negozio di frutta secca a calle Zurita, trenta metri quadri {}

Il boom di questi mesi tuttavia ha alle spalle un lungo percorso che affonda le sue radici in tanti fattori sia esterni sia interni all’opposizione spagnola. Quelli esterni riguardano il bipartitismo che ha governato dalla fine del franchismo in poi e che Podemos chiama appunto “il regime del ’78” (quando fu approvata la Costituzione). Negli ultimi 37 anni, popolari e socialisti si sono alternati al potere garantendo in una prima fase stabilità, democrazia e benessere, ma anche costituendo sul lungo termine – secondo Podemos – un establishment di potere corrotto. Con l’esplosione della crisi, la protesta che ne è derivata si è quindi rivolta indistintamente contro entrambi i partiti “del ’78”. Questi peraltro ci hanno messo del loro per apparire un’unica cosa, rispondendo alla recessione con le stesse ricette: le riforme varate prima dai socialisti poi dai popolari sono state tutte ispirate ad austerità, precarizzazione, privatizzazioni, tagli alla sanità e alla scuola, diminuzione dei salari. Anche il pareggio di bilancio in Costituzione, introdotto nel 2011, è stato votato insieme da Psoe e Pp.

È in questo contesto che nasce l’opposizione al bipartitismo (parola ricorrente nel dibattito politico spagnolo, un po’ come da noi “larghe intese”). Il suo cuore è l’università Complutense di Madrid, un campus di cemento alla periferia nord della città dove ai tempi di Franco erano state confinate le facoltà di scienze sociali, economiche e umaniste: il dittatore voleva tenere sotto controllo quelli che già allora erano considerati possibili focolai di rivolta. Mezzo secolo dopo, la concentrazione di studenti di sociologia e politica in un unico compound di edifici ha ottenuto l’effetto opposto. Ancora oggi, i corridoi della Complutense offrono una colorata rappresentazione del fermento movimentista: ovunque striscioni, manifesti e murales con i volti degli studenti uccisi durante il franchismo; appena fuori, nelle giornate di sole, ragazzi seduti a cerchio sull’erba a discutere di politica.

In una piccola stanza al piano terra della Complutense nel 2006 si forma così un collettivo chiamato Contrapoder. Tra i suoi fondatori c’è Pablo Iglesias, classe 1978: proveniente da una famiglia anti franchista, è attivo nel movimento no-global dei primi anni Duemila; dopo la laurea in Giurisprudenza, resta alla Complutense per un secondo corso di studi in Scienze politiche, facendo anche un Erasmus a Bologna. In Italia viene in contatto con il mondo dei centri sociali e dei Disobbedienti, che costituirà poi il materiale della sua tesi di dottorato incentrata sul confronto fra i movimenti antagonisti spagnoli e italiani.

Attorno a Contrapoder, e più in generale alla Complutense, si forma tutto il futuro gruppo dirigente di Podemos: studenti di sociologia, economia e scienze politiche che si legano alle esperienze dei Forum sociali. Tra loro, oltre a Iglesias, ci sonoÍñigo Errejón, oggi 32 anni; Juan Carlos Monedero, il più anziano del gruppo (è del 1963), docente di Scienze politiche;Carolina Bescansa, professoressa di Metodologia; e Luis Alegre, classe 1977, ricercatore di Filosofia sempre alla Complutense: tutti ora tra i vertici di Podemos.

Juan Carlos Monedero, fondatore e...

Juan Carlos Monedero, fondatore e ideologo

In altre parole, al cosiddetto “movimento 15-M” (quello esploso appunto il 15 maggio 2011, contro la crisi economica e l’austerity) si arriva dopo un periodo di analisi basate sul tentativo di dare una nuova lettura alle trasformazioni sociali avvenute con la globalizzazione in Spagna e nel mondo; si tratta tuttavia di elaborazioni non rinchiuse nell’ambito intellettuale ma intrecciate con la militanza attiva nelle reti sociali che in quegli anni si vanno organizzando tra i più giovani.

Lo stesso Iglesias accompagna la sua attività di docenza all’attivismo politico e mediatico: collabora al quotidiano della nuova sinistra “Público” e scrive su siti Web di vario tipo; soprattutto, dal 2010 inizia a condurre “La Tuerka”, un talk show di interviste che viaggia sia attraverso tivù minori sia sulla Rete. È così che Iglesias si scopre efficacissimo comunicatore, dotato di eloquio rapido e argomentato. Quando scoppia il movimento del 2011 trasferisce questo talento sulla Plaza del Sol occupata dagli Indignados; subito dopo, proprio come “opinionista del 15-M”, diventa ospite fisso nel talk show di un’emittente molto più ascoltata, La Sexta, sicché la sua notorietà tracima dai media alternativi a quelli mainstream; insomma parla al grande pubblico che non ha mai fatto politica, disoccupati, casalinghe, precari, pensionati. Intanto, mantiene l’appuntamento fisso con La Tuerka, dove i suoi fan si moltiplicano proprio grazie alla presenza su La Sexta. Avviene quindi un rimpallo tra vecchi e nuovi media che ancora oggi Podemos teorizza e pratica, considerandolo fondamentale per la riconquista di quell’egemonia culturale teorizzata da Gramsci, uno dei maggiori riferimenti culturali del partito.

È chiacchierando con alcuni dirigenti di Podemos negli uffici di Calle de la Princesa che si possono ricostruire le dinamiche che hanno portato dalla piazza degli Indignati alla nascita e all’esplosione del partito. Spiega Jorge Lago, sociologo e tra i fondatori, molto vicino a Iglesias: «La crisi è stata il detonatore che ha svelato un problema strutturale della democrazia spagnola: il modo in cui in questo Paese agiva il potere politico ed economico non incontrava più il consenso della maggioranza. La diffusione della corruzione, l’esistenza di una élite di privilegiati, il sequestro della sovranità da parte di poteri extranazionali come il Fmi e la Bce: tutto questo nel 2011 ha prodotto il movimento degli Indignati e ha portato anche l’80 per cento della popolazione a condividerne le proteste, come rivelavano i sondaggi. Però poi nelle elezioni generali che si sono tenute solo pochi mesi dopo il Pp ha vinto le elezioni: nella società c’era stato quindi un divorzio tra il sentire comune e la rappresentanza politica. Ne derivava uno spazio potenziale nuovo da occupare, fuori dal vecchio schema centrosinistra-centrodestra. Ma c’era bisogno di una traduzione organizzativa».

È così che Pablo Iglesias e i suoi compagni iniziano a pensare a questa “traduzione” della protesta in un partito. Racconta Carolina Bescansa, una dei cinque intellettuali-attivisti che hanno costituito il nucleo originario di Podemos: «Quando Pablo e Luis Alegre mi hanno chiamato, io ero tra i meno ottimisti. Tutti i manuali di scienza politica spiegano che per dare vita a un partito oggi c’è bisogno prima di tutto di soldi, di cui noi non disponevamo. Confrontandoci in quelle settimane, alla Marabunta, mi sono però convinta che in assenza di un capitale economico potevamo far leva su un capitale mediatico: e quello invece lo possedevamo, grazie alla popolarità televisiva di Iglesias. Allora ci siamo detti: proviamo».

Utilizzando i suoi palcoscenici sui media, Iglesias lancia quindi la sfida, con un appello per la costruzione di un nuovo partito in vista delle europee: l’obiettivo delle 50 mila firme da raccogliere on line viene superato in meno di 48 ore. E nei giorni successivi le adesioni diventano una marea: «Il Paese era pronto a un cambiamento», dice Bescansa. «Con ilcrowdfunding via Internet, abbiamo raccolto i fondi necessari per presentarci alle europee, circa 140 mila euro. Così è arrivato il nostro 8 per cento: un risultato che ha sorpreso tutti e ha acceso l’interesse dei mezzi di comunicazione verso di noi». Di nuovo, avviene un rimpallo tra vecchi e nuovi media: tg e talk show parlano di Podemos, così il sito e la pagina Facebook del partito di Iglesias decollano; si moltiplicano quindi anche le donazioni su PayPal e le casse del partito si riempiono. E il circolo virtuoso fa decollare i consensi nei sondaggi.

DESTRA E SINISTRA, ALTO E BASSO
Com’è avvenuto tutto questo? Uno dei leader e fondatori, Juan Carlos Monedero, risponde dicendo che «c’era bisogno di un catalizzatore» e questo è stato Podemos. «Noi avevamo tre elementi», aggiunge: «Il primo è il rapporto con le persone creato negli anni, percorrendo la Spagna, lavorando nei movimenti, presentando libri, quindi creando un’alleanza sociale con la cittadinanza non rappresentata e arrabbiata; secondo, la notorietà mediatica di Pablo Iglesias, un giovane che parla in modo diverso e sa mettersi in sintonia con ampie fasce del Paese; terzo, la nostra formazione culturale che ci mette in grado di fare una diagnosi corretta della situazione sociale, della necessità di un reincontro al di sopra delle ideologie».

E qui riappare la questione di Podemos “né di destra né di sinistra”, sempre sottolineata dai suoi dirigenti e attivisti: «È un binomio ormai ingannevole», dice Monedero: «Oggi serve solo a consolidare due partiti molto simili tra loro e a obbligare gli altri a situarsi agli estremi. Noi invece non vogliamo stare agli estremi, anzi ci appelliamo all’idea della centralità. Che non è “il centro” politico: questo, come spiegava Norberto Bobbio, si caratterizza infatti per l’assenza del conflitto, mentre noi vogliamo occupare la centralità sociale impostata proprio sul conflitto. Quello della grande maggioranza della cittadinanza contro i pochi privilegiati dell’economia e della politica: ecco perché alla diade “sinistra contro destra” contrapponiamo quella di “basso contro alto”».

In questo senso, di nuovo, c’è il recupero dell’insegnamento gramsciano sull’egemonia culturale, come spiega Monedero: «Veniamo da quasi mezzo secolo di egemonia neoliberista con cui è stato cambiato il nostro modo di pensare; ci hanno convinti che l’unica società possibile è quella basata sull’egoismo e sulla competizione, ci hanno persuasi che il privato è meglio del pubblico, che esiste solo il modello di vita fondato sul desiderio di consumo. E la sinistra non è stata capace di costruire un modello antropologico diverso: così ha passato cinquant’anni sulla difensiva».

Anche per questo, continua Monedero, il terzo grande troncone a cui guarda Podemos, (accanto alle elaborazioni e alle lotte dei Forum sociali e a pensatori italiani come Gramsci, Spinelli, Pasolini e Bobbio), è costituito dalle esperienze nell’ultimo decennio in America latina, dalla Bolivia di Morales all’Ecuador di Correa. Più imbarazzante è il rapporto con il Venezuela: infatti sia Iglesias sia diversi suoi luogotenenti in passato hanno esaltato la “rivoluzione” del governo di Caracas, vista come risposta popolare alle imposizioni del Fmi. Sicché da quando quel Paese è entrato nella sua attuale gravissima crisi a cui Maduro non sembra in grado di dare alcuna risposta, i grandi media non fanno che parlare del Venezuela mentre i dirigenti di Podemos non lo nominano più neanche sotto tortura. Inoltre “El Mundo” ha accusato Monedero di avere ricevuto dal Venezuela un milione di euro, che poi si sono rilevati 425 mila fatturati ai governi di Bolivia, Nicaragua, Venezuela ed Ecuador per una consulenza sull’ipotesi di una moneta unica tra questi Paesi. Monedero avrebbe ottenuto una riduzione di imposte su questo compenso dichiarandolo attraverso una fondazione anziché come persona fisica: il tutto era legale, ma è stato occasione di un’aspra polemica che ha monopolizzato i titoli dei quotidiani e dei tg per settimane.

Dal punto di vista teorico, invece, in Spagna si parla molto dell’influenza su Podemos del filosofo argentino Ernesto Laclau e del suo libro “La ragione populista”, un tentativo di superamento del determinismo di Marx. «Ma non siamo un partito che si ispira al pensiero di uno solo, la nostra è più una playlist», dice Lago: «E soprattutto è una continua lettura della congiuntura e delle sue trasformazioni». Anche perché, aggiunge Bescansa, «i vecchi blocchi sociali si sono frantumati e non si può oggi pensare a un partito come espressione di una classe». In Podemos però l’interclassismo è inteso più esattamente come trasversalità, nel contesto di una contrapposizione tra la maggioranza dei non privilegiati e la minoranza dei privilegiati. Così anche in Spagna si usa molto la parola “casta”, ma con un significato un po’ diverso rispetto all’Italia: non s’intende tanto il ceto politico in sé, quanto il mix di politici, banchieri, grandi imprenditori e alti funzionari che detengono il controllo dell’economia, della ricchezza, dei media.

TRA PARTITO E MOVIMENTO
Intanto Podemos ha di fronte anche un’altra sfida in vista delle politiche: quella di strutturarsi al suo interno. «il nostro è un partito, ma pensato con una logica di movimento», dice Lago. Cioè tutto il potere decisionale appartiene agli iscritti e chiunque può iscriversi on line, anche se non svolge attivismo nei circoli. Gli stessi iscritti eleggono via web le cariche interne, con un segretario generale (Iglesias), un numero due e così via. Gli europarlamentari (finora unica rappresentanza istituzionale di Podemos) tengono per sé 2.000 euro al mese e ne versano altrettanti al partito; il resto viene devoluto a associazioni e collettivi che operano sui territori (per il diritto alla casa, per sostegno legale ai lavoratori licenziati etc). I circoli, che si riuniscono fisicamente, non hanno potere decisionale ma elaborano le proposte (di solito di carattere locale) che vengono poi condivise con gli iscritti, on line. Quasi nessun circolo ha a disposizione una sede, quindi le riunioni avvengono in luoghi pubblici. Il gruppo di Fuencarral, a nord della capitale, si ritrova ad esempio attorno ai tavoli di un bar, il “Tapas y copas”, il che ha come effetto collaterale il consumo di diverse birre; quello di Arganzuela, dal lato opposto della città, approfitta degli spazi del matadero, un ex mattatoio ristrutturato.

VERSO IL VOTO DI NOVEMBRE
È attraverso un sistema collaborativo, votato on line dagli iscritti, che si è arrivati al programma per le europee e ora si sta preparando quello per le politiche. Il percorso per il “documento finale” viaggia su un binario doppio: da un lato la consultazione e gli approfondimenti di studiosi ed esperti (da Joseph Stiglitz per l’economia a Hervé Falciani per il fisco, ad esempio), d’altro lato la produzione di proposte che vengono dai circoli e dagli iscritti, via Web. Tra i punti fermi, il sussidio universale per disoccupati, lo stop alle privatizzazioni, l’inversione del processo di precarizzazione, la revoca di alcuni accordi di libero scambio europeo, l’opposizione al trattato Ttip, l’ambiente, la riduzione dei super stipendi ai vertici dello Stato, incentivi alla piccola impresa e al trasporto pubblico.Prima delle politiche, peraltro, in Spagna sono previsti diversi altri appuntamenti elettorali locali, dalle regionali in Andalusia alle comunali e provinciali in quasi tutto il Paese. Per queste ultime Podemos ha deciso di non presentarsi con il proprio simbolo ma di attivare e sostenere liste civiche locali concordate con i movimenti. In generale, a livello locale Podemos è meno forte e organizzato in vista del voto.

Cinque stelle, affinità e differenze
Le somiglianze tra Podemos e Movimento 5 Stelle, lo si è visto, non mancano: la partecipazione dal basso, l’approccio postideologico, il superamento del dualismo destra-sinistra, l’ambientalismo, l’uso della Rete per scegliere i candidati, l’autoriduzione degli stipendi, la lotta contro la corruzione etc. Tuttavia, anche le differenze non mancano: «In Italia, il movimento di Grillo è stato molto positivo nella fase destitutiva del vecchio regime, ma si è rivelato insufficiente nella fase costitutiva», dice Monedero. «Questa esige un’approfondita diagnosi sociale, una lettura economica del passato recente e del presente: il che manca al M5S. E poi noi proveniamo dal troncone della emancipazione sociale spagnola e internazionale, loro no». Aggiunge Guillermo Zapata, uno dei leader del centro sociale Patio Maravilla, luogo di ritrovo di tutti i movimenti che ruotano attorno a Podemos: «Il 5 Stelle ha offerto una soluzione solo tecnica a una questione politica e sociale. Offre un protocollo – la partecipazione dal basso – ma non una risposta politica da metterci dentro. L’idea di aprire l’architettura del potere ai cittadini è giusta, tuttavia senza un proposta precisa e completa, resta vuota».

Ciò nonostante, le occasioni di collaborazione al Parlamento europeo non mancano: «Lavoro bene con alcuni di loro», dice l’eurodeputata Tania González, 32 anni, ex prof precaria di liceo, anche lei uscita dal collettivo Contrapoder, «e ci troviamo d’accordo su molte cose, specie economiche e ambientali». Tuttavia, aggiunge, «su altre invece siamo lontani, come l’immigrazione, che per noi è questione dirimente». Inoltre, dice González, Podemos non condivide l’euroscetticismo di Grillo e pensa anzi che l’Europa sia l’unica strada attraverso la quale possa passare il recupero della sovranità da parte dei cittadini. Il partito spagnolo, per inciso, non parla di uscire dall’euro, neanche per ipotesi. Ci sono poi differenze tra i due movimenti anche per quanto riguarda le prassi: ad esempio, per la certificazione delle sue consultazioni on line Podemos utilizza tre diverse società esterne, mentre in Italia il voto elettronico è gestito da Casaleggio. Il modello organizzativo di Podemos prevede inoltre l’elezione dei vertici del partito, cosa che il M5S esclude. E se è vero che anche Podemos fa un uso robusto della Rete come strumento di comunicazione, questo non viene visto come alternativo bensì del tutto complementare ai talk-show e alla tv in genere: anzi, è considerato essenziale esserci nei mezzi che entrano nelle case di quella fascia di popolazione non raggiunta dall’informazione Web. Infine, la questione delle alleanze a Podemos è vista diversamente rispetto al M5S: «Se non avremo la maggioranza assoluta dei seggi, per governare dovremo fare per forza qualche accordo con altre forze politiche», spiega Bescansa. L’importante, aggiunge, è che tutto avvenga alla luce del sole, che il grosso del programma di Podemos venga accettato e che ad accordo concluso questo sia sottoposto a un referendum tra gli iscritti.

«IN ITALIA È TROPPO TARDI»
«Il tratto distintivo della sinistra è sempre cercare ciò che la divide, mentre la centralità sociale si conquista solo cercando ciò che unisce, quindi mettendosi alle spalle le ortodossie ideologiche». Così Monedero spiega perché anche cercare un parallelo tra Podemos e la sinistra classica, compresa quella italiana, porterebbe fuori strada. Di Renzi non si parla neanche («è una creazione mediatica dell’establishment, maniche di camicie e linguaggio internettiano per nascondere il fatto che fa le politiche delle élite», dice di lui Bescansa) ma anche rispetto alla sinistra radicale italiana Podemos marca le differenze: «È rimasta ideologica e identitaria, quindi ha perso la connessione emotiva con i bisogni dei cittadini», sostiene sempre Bescansa.

A rendere lontana la prospettiva di un possibile Podemos italiano è Carlos Enrique Bayo Falcón, il direttore del sito di news “Público”, molto vicino al partito di Iglesias: è in una stanza della sua redazione, animata da ragazzi attaccati ai pc, che si registra La Tuerka, il programma Web condotto ancor oggi da Iglesias.«L’appuntamento con la storia voi l’avete avuto vent’anni fa, quando è crollata la Prima repubblica come da noi oggi sta precipitando il bipartitismo», dice Bayo Falcón. «Solo che in Italia la risposta è stata Berlusconi, con le sue tv: quindi ha vinto il populismo di destra. La nostra Tangentopoli è invece scoppiata nell’era di Internet, in un contesto di cittadinanza che si informa e si organizza autonomamente, senza farsi influenzare dai grandi media. Per questo gli spagnoli oggi hanno Podemos. Per voi, purtroppo, è troppo tardi».

Sono quindi gli stessi fondatori di Podemos a togliere l’illusione che si possa trasportare artificiosamente in Italia un’esperienza nata in un contesto diverso e con un suo percorso peculiare: «La strada non è mai quella di ripetere le esperienze di altri paesi», dice Iglesias. Del resto, già il tentativo di imitare Syriza non ha portato a risultati in termini di coalizione sociale e di consenso. Semmai ciò che l’esperienza spagnola può insegnare è un metodo, quello di cui parla Lago: la «lettura della congiuntura e delle sue trasformazioni a partire dalla realtà, senza determinismi». Forse è impossibile, in Italia. Ma, come ci ha detto Monedero in conclusione d’intervista, «la rivoluzione è proprio rendere possibile l’impossibile».

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Fonte: http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/03/13/news/podemos-viaggio-nella-sinistra-spagnola-che-fa-sognare-l-italia-1.204011

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Quello che non funziona nel M5s

E’ logico che questo articolo viene da una critica personale, che a mia volta sottopongo alla critica ben accetta del lettore. Secondo i canoni etici che ho sposato trovo che diverse questioni all’interno del Movimento 5 stelle andrebbero discusse in un confronto congressuale. Non entrando nel merito del lavoro dei parlamentari, che secondo me è ottimo sia per quanto riguarda l’operato sia per quanto riguarda l’esempio, vorrei stimolare la coscienza degli iscritti su delle tematiche che, è chiaro, non sono condivise da tutti.

m5s

Punto primo, ci si è dati un regolamento e una forma organica suddivisa per compiti. Quando il movimento è entrato a far parte del parlamento italiano, senza che i membri si conoscessero; senza aver ancora sperimentato i propri meccanismi interni; la forma scelta era perfetta. Il regolamento è molto valido tutt’ora, ma la forma organica?

Ora che c’è un corpo parlamentare con l’esperienza sufficiente, e la base ha assimilato alcune pratiche (tra cui lo sviluppo di temi e l’organizzazione di incontri sul territorio a supporto dei parlamentari e dei consiglieri), direi che nella struttura organizzativa c’è qualcosa da rivedere.
E’ vero che il merito a Beppe Grillo è indiscusso, ed è vero che deve continuare a svolgere il ruolo di megafono, lui che è capace e carismatico come pochi in Italia, e che avendo concepito il movimento sa bene da quali principi nasce. Ma è altrettanto vero che questo ruolo viene adombrato da certe questioni che non appaiono chiare, e quando una cosa appare poco chiara il dubbio oscura anche le parole più belle.

Chi sottopone le domande referendarie agli iscritti? Non i parlamentari. E come vengono sottoposte le domande?
Spesso le consultazioni online del movimento sono state sottoposte ottimamente, con una spiegazione e un’indirizzo d’informazione il più super partes possibile. Ne sono un esempio le consultazioni per step sulla creazione di una proposta di legge elettorale, seguiti dal prof. Aldo Giannuli e con una spiegazione esaustiva per ogni situazione tra quelle sottoposte; un’altra è stata la consultazione per la scelta del gruppo parlamentare europeo, spiegata bene e senza forzature (anche se precedenti dichiarazioni di Beppe Grillo e suoi post hanno palesemente proteso gli iscritti verso l’UKIP di Farage).
Alcune delle chiamate a raccolta referendaria invece, sono state di tutt’altro tono, come quella per l’espulsione di Artini e Pinna. Tralasciamo pure il fatto che non si è proceduto da regolamento come nelle altre situazioni, non passando per l’assemblea che avrebbe garantito una difesa agli accusati; dopotutto se si vuole essere i portatori della civiltà sarebbe quantomeno giusto rispettare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che all’art. 11 recita: «Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa». Al di là di questo, il modo utilizzado per esprimere la richiesta di espulsione non è stato per nulla democratico. Chiunque abbia letto qualcosa di psicologia può cogliere una certa tendenza in alcuni dei quesiti posti ai votanti, e sa bene come sia persuasiva una domanda posta in questa maniera:

I cittadini deputati Massimo Artini e Paola Pinna stanno violando da troppo tempo il codice di comportamento dei Parlamentari M5S sulla restituzione di parte dello stipendio [ecc. ecc.] Sei d’accordo che Pinna e Artini NON possano rimanere nel Movimento 5 Stelle?

Perchè insisto nel ritenere persuasiva la domanda? Perchè in essa è già contenuta la risposta! Non ti chiedo direttamente di votare SI all’espulsione, ma implicitamente ti sto chiedendo di conformarti al mio modo di vedere le cose. Di seguito trovi un importante e semplice esperimento al riguardo.

Dopotutto se io dicessi che sto per porti una domanda, ma qualsiasi cosa tu pensi non devi pensare ad un animale grigio, all’atto della domanda “conosci un animale con le zanne?” potresti rispondermi con “certamente, un cinghiale!” ma non potresti assolutamente negare di aver pensato ad un elefante. Questo perchè ho evocato nella tua mente un’immagine specifica a cui volevo farti arrivare, e dire che Artini ha violato il regolamento ma chiedo comunque un tuo parere equivale a dirti che “sicuramente Artini ha sbagliato” e quindi tu sai già che chi sbaglia paga, quindi la risposta è scontata. La soggezione che si cerca di usare su una massa di persone porterà spesso ad ottenere risultati superiori al 50%. Perciò quel voto, non è democraticamente valido. Se poi si considera che dalla segnalazione agli iscritti del problema, fino al termine del voto, ci sono volute poche ore… la possibilità che uno si documenti per tempo, e abbia un momento per riflettere sulla responsabilità di giudicare una persona, mettendo quindi in discussione tutto un intero operato e le conseguenze che questa scelta potrebbe avere su questa persona, è incredibile pensare a quanto il metodo sia sfasato! Dopotutto se i giurati solitamente hanno bisogno di un po’ di tempo per deliberare è anche a fronte di questo problema. Chiedere poi che uno possa difendersi lo avrei trovato un tantino più civile, altrimenti nasce nell’iscritto il dubbio che l’accusatore teme la difesa e non è sicuro della validità della sua tesi (e questo a mio avviso scredita maggiormente un movimento rispetto al malcomportamento di uno dei suoi membri).

Credo che la responsabilità dello staff non sia sempre in linea con le idee di democrazia diretta. Un direttivo come quello istituito quest’oggi con l’abdicazione di Grillo ad altri 5 eredi è già qualcosa di meglio. Ma la scelta dei 5 deputati è stata a pura discrezionalità di Beppe Grillo, e discrezionalità è indice di autorità (istituzione che ha potere decisionale in un ambito specifico o più ambiti). Sarebbe corretto che il gruppo parlamentare (eletto dalla base) possa eleggere nel proprio seno un direttivo, ratificato dalla base e con possibilità di revoca dalla base stessa per sfiducia. A questo punto, oltre al bellissimo meccanismo della partecipazione ai disegni di legge già presente, si dovrebbe istituire un format dove gli iscritti possano proporre referendum interni, al fine di togliere certe scelte strategiche dalla discrezionalità di singole persone. Se questo non avviene il movimento 5 stelle resta nell’ambito della democrazia rappresentativa anche se con delle differenze, ma non potrà mai parlare appieno di democrazia diretta.

Lo stesso discorso vale per lo staff che gestisce la strategia comunicativa. Su molto di quanto detto riguardo alle televisioni mi trovo in accordo, tempo fa scrissi un articolo sul Perchè i Mass-Media mentono, e ne conosco i meccanismi. Ma sono ancora convinto che qualche messaggio è possibile farlo passare. E non si tratta di andare alla ricerca di voti, ma i 5 stelle si devono rendere conto, e sono sempre stati i primi a dirlo, che il paese cambia solo quando cambierà la mentalità degli italiani. Quindi più che un motivo di elettorato dovrebbe essere un motivo culturale a spingere i 5 stelle a portare un’idea nuova nelle case degli italiani. Non si può sperare di ribaltare i dogmi della civiltà attuale nella mente di 40enni e 50enni solo pubblicando articoli su facebook e sul blog. Altrimenti non resta che aspettare che le vecchie generazioni muoiano… basterà attendere 40 anni, poi forse queste idee saranno accettate, ma non abbiamo tutto questo tempo, e probabilmente queste idee saranno già obsolete allora.

Poi, diciamola tutta, se il 5 stelle vuole fare un’informazione solo su internet, almeno la faccia bene diamine! Vedere post su facebook e twitter dal titolo “Hanno approvato una porcata! Guarda qui …link…” poi clicchi e appare qualche notizia vecchia di mesi, oppure il sensazionalismo utilizzato nel comunicare le notizie senza distinguere tra quelle gravi e meno gravi, tra quelle importanti e meno importanti. Tutto questo atteggiamento è sinonimo di voler solo attirare click senza apportare un vero interesse all’argomento. Nessuna anticipazione, nessuna serietà, nessuna professionalità e nemmeno una seria continuità nello stimolare i lettori verso un argomento specifico (in questo periodo ci si sarebbe dovuti concentrare sulla battaglia del Jobs Act). Conosco moltissimi grillini che hanno tolto il “mi piace” alle pagine legate al 5 stelle, tze tze, e la cosa, solo per questo motivo.

Mi piacerebbe sapere chi ha scelto lo staff comunicativo, e perchè gli iscritti non possono avere voce in capitolo, l’obiettivo che lo staff si è posto è palesemente sbagliato! L’obiettivo dovrebbe essere quello di propagare le proprie idee e far conoscere il proprio operato, non quello di attirare click a vanvera. In fondo se ci pensate, le persone realmente interessate ad un argomento sono quelle che lo approfondiscono, che ne parlano agli altri e che a loro volta contribuiscono ad alimentare la catena di informazione. Quelle appunto, che dopo 50 click sensazionalistici smettono di seguire il blog perchè perdono la fiducia nella fonte e ritengono l’annuncio uno spam senza serietà, come risultato di una divulgazione nel puro stile di Fan Page e Giornalettismo. Le altre persone invece… quei click guadagnati in più, sono proprio le persone che dopo poco si dimenticano, non approfondiscono e non aiutano a divulgare. Che la strategia comunicativa sia sbagliata lo confermano i numeri, non per aver perso voti, ma perchè sono calati coloro che si interessano di seguire i lavori dei parlamentari 5 stelle, e proporzionalmente è calata la propaganda che ognuno di loro faceva all’interno delle proprie case, dai propri nonni, nei circoli e nei bar.

Alberto Fossadri

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Prove tecniche di Manipolazione

di Giovanna Canzano – Prove tecniche di manipolazione della libertà? Oggi con Grillo?
Antonio Caracciolo – Accetto le domande così come formulate, rispondenti del resto a un diffuso modo di rappresentare le cose. Devo però fare un’analisi e decostruzione della domanda stessa prima di poter rispondere, giacché sempre qualsiasi domanda condiziona in un certo qual modo la risposta che a essa si voglia dare.
Intanto, chi manipola chi? E di quale libertà stiamo parlando? Esattamente, in questo momento, ho appena finito di ascoltare una “informazione” televisiva sulle “espulsioni” di alcuni senatori. Si capisce bene come nel dare la notizia lo scopo non sia quello di informare su un fatto accaduto, ma di orientare un risultato politico che si desidera: “la perdita di pezzi del Movimento”. L’intento di chi redige la notizia è chiaro: di ridurre cioè la propensione dell’elettorato verso il Movimento, almeno quella parte influenzabile dai media stessi. Sembra quasi un’applicazione di Sun Tzu, il famoso stratega cinese del VI a.C, anziché un’informazione giornalistica. Si tende cioè a produrre confusione e smarrimento, a suscitare l’impressione di essere dalla parte perdente e quindi di arrendersi a chi viene fatto apparire come il vincitore. Insomma, l’informazione non è qui un fatto cognitivo, ma un fenomeno di psicologia sociale certamente interessante da studiare.
Prima di rispondere vorrei perciò fare una premessa che è del resto parte della risposta.
Se vogliamo parlare di “libertà” e nella specie di “libertà di stampa”, io incomincerei con il volgere lo sguardo sugli stessi media. In una precedente occasione io ebbi a distinguere fra “libertà di stampa” e “libertà di pensiero” ponendo le due cose come contrapposte e non sinonimiche o intercambiabili. La “libertà di stampa” è da noi in Italia più che altrove un esercizio di manipolazione dei fatti allo scopo di influenzare il pensiero altrui, che a causa dello scarso livello di istruzione e formazione critica si ritiene di poter condizionare con una informazione scientemente falsa, tendenziosa, partigiana. Da noi il giornalista considera se stesso principalmente come “opinionista”, dando alla sua soggettiva opinione un grande valore cui i fatti devono sottostare. Si sente una specie di sacerdote, anzi un alto prelato legittimato a sentenziare su tutto ciò che accade o non accade. Assai spesso il giornalista milita in un partito e lo si trova candidato a elezioni. Conduttori e talker televisivi passano con grande disinvoltura dai parlamenti o perfino da poltrone di governo agli studi televisivi e alla redazioni dei giornali. Non è questo chiaramente un illecito penale, ma in un tribunale come ci si può affidare ad un giudice che fino al giorno prima si conosceva come un proprio avversario politico o una controparte in un qualsiasi interesse o situazione? Come si può credere alla sua oggettività? Se il nostro fine è la pura conoscenza dei fatti e delle cose come la si può attingere da persone i cui interessi sono contrapposti ai nostri o le cui finalità consistono proprio nel condurci dove loro vogliono e dove hanno interesse che noi andiamo? Sto parlando dei giornalisti, una categoria che merita più di ogni altra di sparire non tanto per la sua inutilità ai fini della conoscenza pura del mondo delle idee platoniche, ma soprattutto per la sua pericolosità sociale e per la loro natura antidemocratica. Grazie alla rete, ognuno di noi è in grado di produrre conoscenze e di comunicarle al mondo intero. Il rispetto del principio deontologico “i fatti separati dalle opinioni” è un valore non più sentito e anzi apertamente sconfessato da quanti esercitano la professione giornalistica. Tutti i quotidiani hanno un finanziamento pubblico e dipendono dal governo o dalla proprietà dei mezzi televisivi ed è a loro che rispondono, non ai Lettori o ai cittadini utenti e abbonati a forza. Tutta questa impalcatura ha un senso e si regge in quanto i cittadini debbano essere convinti, persuasi, indotti a votare questo o quel partito, questo o quel personaggio. Dico: votare. Parlo cioè dell’istituto della “rappresentanza politica”, ritenuto cardine imprescindibile della nostra forma di democrazia. Io mi reco ogni cinque anni in un seggio elettorale e consegno la mia vita e il mio destino a personaggi che ignoro e mi ignorano. Li sollevo al di sopra di me e divento uno strumento delle loro ambizioni, della loro fortuna, del loro potere. Naturalmente, essi diranno che “servono il Paese”, ma sarebbe facile obiettare che vi è una bella differenza fra il servire comandando e disponendo della vita e degli avere degli altri e il dover ubbidire pagando le tasse e accettando ogni sofferenza, privazione e emarginazione, per non poter fare altro.
Il male in sé è dunque la “rappresentanza politica”, a prescindere che un presidente del consiglio sia migliore o peggiore di un altro: sono tutti oppressori liberi da ogni vincolo di mandato. Se ci affamano dopo averci promesso posti di lavoro, non portano mai pena e la colpa è sempre degli altri. Se vi è bel tempo primaverile, il merito è sempre loro. Questa musica cambia con il Movimento Cinque Stelle che punta alla democrazia diretta e alla mobilitazione diretta dei cittadini. Ripeto: mobilitazione diretta e non mera “partecipazione” come fatto prodromico di una nuova “rappresentanza politica”, che resta sempre quel male contro cui si è sempre opposto il pensiero anarchico. Va perciò sottolineato che il Movimento Cinque Stelle in quanto forma embrionale di democrazia diretta non è per sua natura rappresentabile. Nessuno può rappresentare il Movimento Cinque Stelle e fanno bene ogni volta gli Attivisti a precisar che parlano sempre a titolo personale. L’istituto della “rappresentanza politica” è contrario e opposto al principio della “democrazia diretta”, che per gli uni non è altro che una “utopia” impossibile, e per taluni altri addirittura una “idiozia”.  Sarà la storia di questa generazione e la lotta, anzi la “guerra”, in corso, a pronunciare il verdetto. È una scommessa che si sta giocando sotto i nostri occhi che i signori giornalisti, i media, fanno di tutto per bendare.
Grillo e Casaleggio? Il loro ruolo? Qui è un poco più difficile rispondere, ma io penso che per quanto sopra detto neppure Grillo e Casaleggio possono dire di “rappresentare” il Movimento Cinque Stelle, pur da loro fondato e creato. Non bisogna confondere la “rappresentanza” del Movimento con l’«autorevolezza» che essi hanno indubbiamente e indiscutibilmente dentro il Movimento. Ho detto: Auctoritas. Non Potestas. Non si deve confondere l’«Autorità» che a essi è riconosciuta con il concreto «Potere» di espellere un attivista o portavoce indegno del Movimento, per averne tradito i principi. Ogni entità politica (uno Stato, un partito, una chiesa, una qualsiasi associazione, ecc.) vuole esistere e conservarsi nel suo essere. E pertanto sono lecite le forme organizzative e disciplinari finalizzate allo scopo, fermo restando che esse non contrastino con norme di ordinamenti superiori.
Al momento, se ho ben compreso la struttura del Movimento, Beppe Grillo ha una sola arma a disposizione: la proprietà privata del Logo che porta il suo nome. Egli può quindi spedire una lettera raccomandata a chiunque faccia uso indebito del suo nome. Non manda a nessuno plotoni di esecuzione o squadroni della morte, ma ha il solo potere di dire: caro mio, tu da oggi non sei più autorizzato a fare uso del mio nome. Tu non rappresenti il Movimento Cinque Stelle da me fondato e di cui sono e mi dichiaro garante. Se è così e confronto la forma organizzativa del Movimento alla struttura tradizionale dei partiti, finanziati con denaro pubblico, io non riesco a immaginare un potere più blando, mite, dolce, gratuito.Giovanna Canzano 2– Quella della libertà di opinione e di pensiero  è stato oggetto di suoi studi e pubblicazioni, oggi, queste libertà le garantisce ancora la politica?

Antonio Caracciolo – In questo Paese la “politica” non ha mai garantito nessuna libertà di opinione e di pensiero, o per meglio dire: ha solo garantito e imposto un pensiero e una cosiddetta “opinione pubblica”, allineata e conformista, che meglio potrebbe essere definita “opinione pubblicata” di pochi personaggi che intendono in tal modo esercitare la loro “influenza”, per farne un partito. Non parlo a vuoto. Mi è rimasta impressa una sortita televisiva di Eugenio Scalfari, il quale tranquillamente parlava del quotidiano “La repubblica” e del fatto che esso esercita una “influenza” sui suoi lettori. Scalfari non si faceva nessuno scrupolo ad ammettere l’esistenza di un “partito” formato da quei cazzoni che comprano o leggono il quotidiano di De Benedetti non per venire informati sui fatti che accadono, ma per farsi condurre con l’anello al naso. Cito ancora una volta John Pilger, quando dice che l’informazione giornalistica e televisiva è una «emanazione del potere».
A far data dal rogo di Giordano Bruno e del processo di Galileo direi che in Italia si è totalmente incapaci di immaginarsi cosa possa essere un pensiero autenticamente libero, ma si è altrettanto feroci nel rivendicare e spacciare come “libertà di pensiero e di stampa” la propria intolleranza e i propri pregiudizi. Per esprimere questo fenomeno io uso l’espressione “antifascismo fascista”, dove ci si riferisce a una narrazione non storicamente contestualizzata di ciò che il fascismo è stato effettivamente, conoscibile solo con i metodi del lavoro storiografico, peraltro non libero e fortemente ideologizzato o marginalizzato quando esce fuori dai canoni ufficiali. Ma, pur assumendo una simile narrazione, la si contraddice poi clamorosamente, dimostrandosi apertamente “fascisti” secondo la definizione di fascismo che si è pur data. Dunque: “antifascisti fascisti”, grammaticamente un nonsenso, ma un’espressione concettualmente sostenibile, se si tiene conto della su definizione. In nome della ipervalutazione della propria “opinione” e dei propri pregiudizi si toglie la libertà agli altri, in quanto la loro “opinione” non la si riconosce come “manifestazione di un pensiero” bensì si pretende che sia un “crimine” da punire con la messa alla “gogna” e con il carcere duro, anzi con la tortura carceraria, dove capita di apprendere come una mezza dozzina di persone vengono ammassate in celle di tre metri per quattro ed il malcapitato di nulla altro è colpevole se non che di una “opinione”.

Giovanna Canzano 3- Un esempio pratico di “antifascismo fascista”?

Antonio Caracciolo – Proprio l’altra sera, su Rainews24, mi è capitato di ascoltare un’intervista a Domenico Gallo, di cui è appena uscito un libro. Gallo, che è un magistrato di Cassazione, diceva che l’attuale progetto di legge elettorale Renzi-Berlusconi è peggiore della legge Acerbo. Questa consentì al partito fascista di conquistare tutto il potere e di riformare lo stato italiano nel modo che sappiamo e che sempre vituperiamo, quando parliamo del ventennio, dove tuttavia non furono poche le cose fatte in 14 anni di potere effettivo, come si legge in un libro del compianto Alberto B. Mariantoni. L’imbarazzo del mezzo bisto di Rainews24 era davvero divertente. Cercava in tutti i modi di ridimensionare la portata delle affermazioni dell’Alto Magistrato di Cassazione, che era invece convinto e determinato nella sua affermazione.
Posso continuare ancora con un altro esempio. Il Signor Renzi fa consistere tutta la sua proposta politica nella grande trovata dell’abolizione del Senato e del bicameralismo perfetto, che era stato concepito proprio per precludere ogni possibilità di un ritorno del fascismo. Non doveva mai più succedere che con colpi di maggioranza parlamentare venisse sovvertita la natura e la forma dello stato, come era avvenuto per la nascita e avvento del fascismo in Italia e del nazismo in Germania. Da qui la rigidità della nostra costituzione, il cui contenuto essenziale non fu peraltro una “libera” espressione della volontà del popolo italiano, ma un dettato imposto dagli accordi di Yalta, dove i vincitori stabilirono che i vinti avrebbero dovuto darsi nuove costituzioni conformi agli esiti della guerra e della sconfitta subita. Le guerre non si perdono invano e chi le vince vuole eternare la sua vittoria. Non solo l’Italia ma tutta l’Europa continua a essere attraverso la NATO una terra di occupazione americana e con l’imminente Trattato transatlantico – su cui i media si guardano bene dall’informare i cittadini che sanno tutto di Dudù – verrà ad essere completo il nostro status coloniale. Le vicende in corso in Ucraina, presentate come la volontà del popolo ucraino di entrare in una opprimente e affamante Europa da dove noi cerchiamo di uscire, si spiegano con l’espansione imperiale della NATO, che tenta di mettere in scacco la Russia, con grave rischio per la pace mondiale e senza nessun utile per l’Europa.
Se si va a prendere il recentissimo libro di Alan Friedman, si apprende che nell’abitazione romana di Berlusconi, in via del Plebiscito, antistante a Palazzo Venezia, dove risiedeva Mussolini, vi è un sopramobile del Settecento con la scritta: “I vincitori scrivono la storia”. È quanto succede con l’attuale sistema dell’informazione, come abbiamo già detto. Quindi, non bisogna essere ingenui e non ci si devono fare illusioni, quando i Signori della carta stampata e dei talk show ci parlano di libertà, di democrazia, di pensiero, ecc., che verrebbe a mancare se toccano i loro privilegi o quando vengono espulsi i portavoci infedeli del Movimento Cinque Stelle, un elemento di novità e di disturbo nel sistema mediatico. Per questo lo attaccano in tutti i modi, cercando di non farlo crescere oltre il temibile 25 % al quale sarebbe ancora attestato secondo i loro stessi sondaggi e malgrado i continui attacchi.
A detta di un Mario Mauro la legge elettorale in discussione è stata concepita interamente contro Il Movimento Cinque Stelle, che si immagina al terzo posto non destinato al ballottaggio. Dunque, la guerra mediatica contro il Movimento è assai aspra, senza esclusioni di colpi e di menzogne, decisiva per la sopravvivenza di un sistema corrotto e corruttore che pretende di essere la cura di un male di cui è causa.

Giovanna Canzano 4– Grillo e Casaleggio hanno creato un movimento politico dove vige diciamo l’«Inquisizione»?

Antonio Caracciolo – Mi sembra di aver già risposto al senso di questa domanda con quanto sopra detto e illustrato. Non ripeto concetti espressi, ma integro per la parte restante. «Inquisizione» di che? Forse si intende dire che un cittadino, una volta eletto in una assemblea, se ne può tranquillamente infischiare degli elettori e degli scopi per i quali si è ottenuto il loro voto? Forse si intende dire che gli impegni e le promesse elettorali sono ordinarie menzogne “democratiche” di cui ci si può subito dimenticare appena proclamati i risultati elettorali? Non dimentichiamoci che andare in Parlamento ma anche nei Consigli regionali significa ritrovarsi un reddito mensile impensabile per i comuni mortali. E non è che la base per ulteriori scalate e privilegi. Siamo evidentemente abituati, o meglio ci hanno assuefatti all’idea che una volta eletti i signori Onorevoli sono sganciati da ogni rendicontazione non solo di carattere monetario. I media tendono ad accreditare come “libertà” questo principio di assoluta e criminale “irresponsabilità”. Agli “espulsi” del Movimento non è stata peraltro comminata nessuna sorta di fustigazione corporale, ma è stata semplicemente ed unicamente dichiarata la loro non appartenenza ulteriore al Movimento, da essi palesemente tradito o dal quale non godono più la fiducia. Nei programmi del Movimento è previsto l’istituto del recall, per il quale può essere ritirata la fiducia e il mandato ai parlamentati eletti. Questo naturalmente richiede un accurato esame di ciò che i parlamentari hanno fatto o non fatto nell’esercizio del loro mandato. È «Inquisizione» questa?

Giovanna Canzano 5- Il suddetto movimento gode di molto credito tra le masse disagiate che popolano la nostra Italia, diciamo masse che, senza un movimento a toglier loro la libertà di agire, potrebbero invadere le piazze, manifestando il loro malcontento. Cosa si aspettano dal M5S?

Antonio Caracciolo – Non mi pare esatto rappresentare il Movimento come una mera espressione, una “protesta” di disgraziati e infelici, che oltre ad essere “disgraziati” sarebbero pure stupidi non sapendo a chi dare utilmente il loro consenso, una volta esclusi i partiti tradizionali, gli unici a voler occupare la piazza e la scena: non avrai altro partito all’infuori di me! “Masse disagiate” che dovrebbero continuare ad avere fiducia in chi li ha condotti alla rovina in decenni e decenni di governi dove i “duellanti” del sistema bipolare si sono infine rivelati “compari” che a turno si spartivano privilegi e risorse di un regime consociativo, dove non vi è mai stato una vera opposizione. Questa rappresentazione del Movimento come luogo della “protesta”  che non ha “proposta”  non corrisponde alla realtà ed è dettata dalla politica mediatica sopra descritta. Il Movimento ha carattere non violento, ma questo non significa che ha carattere “reazionario” in quanto andrebbe a frenare una “santa” violenza delle “masse”, che avrebbero altrimenti manifestato il loro “malcontento” nelle piazze. L’Italia non è la Libia, o la Siria, o l’Ucraina,  dove i Governi Atlantici sobillano manifestanti ingannati o prezzolati, mettendo loro in mano le armi, per rovesciare governi legittimi. Da noi i Gasparri propongono gli “arresti preventivi” degli studenti che intendono scendere in piazza, i Gasparri immortalati con il dito medio alzato protetto da tre fila di poliziotti contro i manifestanti “eversivi”. Potrei continuare con altri esempi dell’apparato repressivo che in Italia – occupata da oltre 100 basi americane – stroncherebbe senza scrupoli qualsiasi seria insurrezione di “masse” sempre più impoverite e prive di ogni prospettiva futura. Le rivoluzioni pur legittime non sono strategicamente diverse da una guerra e non si improvvisano con assoluta mancanza di mezzi, uomini, strategie. In Italia è possibile solo una grande repressione oltre che la lenta morte per fame e per suicidio dei cittadini impoveriti e privi di prospettive. Il Movimento ha saputo dare la giusta forma alla “protesta” possibile, avendo una grandissima “proposta”, espressa nella formula “tutti a casa” ovvero “nessuna alleanza”, formule che gli “espulsi” dal Movimento hanno disatteso. A ciò si aggiunge il pragmatismo che distingue nei lavori parlamentari fra cose utili al popolo e cose inutili e dannose, approvando le une e respingendo le altre. Venir meno ai principi del “tutti a casa” e “nessuna alleanza” significherebbe tradire ancora una volta le speranze del popolo italiano.
Io credo poi che non bisogna essere necessariamente “disagiati” per accorgersi che tutto il sistema politico insediatosi dal dopoguerra ad oggi è  giunto al capolinea e che non possa offrire niente di buono. Che senso potrebbe avere un “dialogo” con “ladri” cui si imputa un ladrocinio mai cessato e rimasto intatto? L’avanzata inesorabile della crisi strutturale e permanete, non ciclica e passeggera del sistema, va producendo quella “trasmutazione dei valori” di cui parla continuamente Nietzsche in tutta la sua opera. Questa “trasmutazione” può avere un valore liberatorio, è trasversale e prescinde dal proprio status economico e sociale: chi ha la visione del giusto e del vero può bene accorgersi dell’esistenza di un Movimento popolare, portatore di vero “cambiamento” e vera speranza.  In realtà il regime ha una grande paura di un Movimento. Se si considera la vasta Astensione elettorale e il 25 % del Movimento, si tocca con mano quanto poco i partiti rappresentino gli italiani, ma grazie all’amplificazione mediatica agiscono come se tutto il Paese fosse con loro. La struttura del Movimento consente di “espellere” ogni suo membro di cui venga scoperta l’inaffidabilità e l’insincerità. Un Movimento è tale ed ha senso sono se cresce continuamente e racchiude in sé il tutto, è “ecumenico”, come ebbe a dire Grillo. I “partiti” invece sono sempre è soltanto una ristretta “parte” che può perfino trovarsi in contrapposizione con il Bene Comune e con la Salvezza nazionale. Il Signor Renzi spera di attirare a sé parlamentari ed elettori del Movimento, o meglio di togliere loro visibilità istituzionale attraverso una legge truffaldina, peggiore del Porcellum e della legge Acerbi. Nella cultura politica italiana oltre che la libertà di pensiero e di espressione manca pure il principio della coerenza, per la quale il politico che fa il contrario di ciò che ha pubblicamente detto dovrebbe avere il pudore di ritirarsi lui nella sua casa, nel suo privato senza dover essere cacciato dalle assemblee elettive, dove è indegnamente e fraudolentemente giunto.

Giovanna Canzano 6- La libertà di pensiero è molto sentita tra gli intellettuali specie nei regimi totalitari.  Con Grillo, che ha ‘plagiato’ gli aderenti al suo movimento a non esprimere le loro opinioni, si sta dando inizio ad un regime totalitario senza resistenza?

Antonio Caracciolo – Questa domanda sul “plagio” – che peraltro non è più neppure più un reato – è davvero inaccettabile. Verso Grillo vi è da parte di ogni sincero militante una grande e meritato devozione, ma non è né sudditanza né “plagio”. Se mai la domanda dovrebbe essere spedita a un altro indirizzo. Nessuno dice a Berlusconi (e ora a Renzi) di aver “plagiato” il suo elettorato, ma lo avrebbe fatto Beppe Grillo che non ha mai ricoperto nessuna carica pubblica, ma al cui “carisma” chiunque può sottrarsi più di quanto non possano i “nominati” da Berlusconi, in ultimo un Toti è stato preso direttamente dall’organico di Mediaset e spostato in politica, per fare il “consigliere politico” del Capo e Padrone. Di soldi nel Movimento non ne circolano e nessuno si arricchisce occupando posti e cariche. Appunto perché si vuol essere degni del Movimento ognuno sente la responsabilità di dare un valore aggiunto a ciò che Grillo e Casaleggio hanno creato. Personalmente, non conosco Grillo. Non ho mai parlato con lui. Seguo le sue affermazioni pubbliche e le sue prese di posizione con il massimo raziocinio critico. Ogni attivista non lesina a Beppe tutte le critiche che gli vengono in mente. Sono spesso infondate ma in tal modo si dimostra a se stessi di essere liberi nel poterle fare e si respinge qualsiasi addebito di essere stati “plagiati” o di non aver dato un’adesione consapevole e motivata al Movimento. Personalmente, non avrei alcuna remora o impedimento nel formulare rilievi critici, ma trovo sempre contenuti forti di pensiero politico in ogni affermazione di Beppe Grillo, letta nel suo contesto originale e non nelle manipolazioni e caricature fatte dai media. La mia preoccupazione, espressa più volte nei luoghi del Movimento, è che debba sorgere e svilupparsi una nuova cultura politica sulle basi pratiche e concettuali date da Grillo e Casaleggio. Il più grande pericolo del Movimento lo avremmo se dopo un certo tempo esso non fosse capace di camminare con le proprie gambe, anche quando Grillo e Casaleggio non dovessero più esserci (Dio li conservi!).  Si badi: una nuova cultura politica non in opposizione o in contrasto, ma ad integrazione in un processo continuo di sviluppo, conservando come un bene imprescindibile l’unità del Movimento e fustigando chi ad essa attenti. Quando gli attuali governi avranno finito di rovinarci e saranno fuggiti con il bottino, sarà necessaria tutta la genialità degli italiani per ricostruire dalle fondamenta un paese distrutto. Se è davvero questo lo scenario, qualsiasi “dialogo” con questi governi, qualsiasi “fiducia” in bianco non può essere altro che “connivenza” con il “nemico” e “tradimento” di quanti hanno riposto nel Movimento la loro ultima speranza. Esagero? Se altri è il Messia, ne saremo contenti e lo riconosceremo: non lo metteremo in croce. Ma poiché vediamo avanzare non il Messia ma l’Anticristo, saremmo irresponsabili a dare a questi partiti, ai Duellanti Comparu, qualsiasi apertura di credito.
Sarebbe sbagliato concepire il Movimento come qualcosa di statico e concluso. Vi è una dialettica interna, che non è quella degli “espulsi” che altro avevano in mente e che hanno tradito l’unità del Movimento. Per evitare attacchi strumentali al Movimento sarebbe opportuno che nella prossima redazione del Programma venisse incluso come punto autonomo il principio della libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, di insegnamento, di critica politica. Non solo. Andrebbe poi fatta una accurata revisione di tutta la legislazione vigente per abrogare tutte quelle norme che di fatto ostacolano la libertà di pensiero e tutelano altri interessi su cui andrebbe fatta una seria riflessione.

Giovanna Canzano 7– La ‘rete’ –  tanto utilizzata dal Movimento Cinque Stelle – può essere lo strumento adatto per raggiungere i suoi scopi?

Antonio Caracciolo – Ci vogliono forse ancora alcuni decenni, o mezzo secolo, per valutare a pieno la rivoluzione che si avuta con la diffusione di internet, la cui tecnologia è ancora in fase di sviluppo. La differenza tra la rete e i media tradizionali è nella loro natura e nel modo in cui interagiscono o non interagiscono con i destinatari delle informazioni.
I media sono una forma di comunicazione verticale, dove il “messaggio” parte da un centro di potere e si indirizza ai molti che rischiano realmente di venire “plagiati” da informazioni false e manipolate. La rete è uno strumento di comunicazione orizzontale e interattivo, dove ognuno comunica con l’altro e dove ognuno che sia capace di produrre conoscenze può renderle immediatamente e gratuitamente disponibili non a milioni, ma a miliardi di persone, potenzialmente all’Umanità intera. I rischi che da taluni si paventano direi strumentalmente non sono diversi dal cattivo uso, anche illecito e criminale, che di qualsiasi altro portato della scienza e della tecnica si possa fare. Il “crimine” esiste solo nella “volontà” e nel “fine” illecito, mai nel “mezzo” che è in se neutro: il male non è nel coltello ma in chi se ne serve per uccidere un essere umano, per compiere un “omicidio”. Dalla rete può venire più il bene che non il male. Se si considera quanto costano le attuali elezioni politiche cartacee e quanto sarebbe facile a costi minimi trasformarle in consultazione elettroniche, ecco che la “democrazia diretta” diventerebbe una possibilità concreta e reale, non una “utopia” e meno che mai una “idiozia”. Al contrario è oggi una “idiozia suicida” continuare il sistema della “rappresentanza politica”, affidando la propria vita a chi ci ha portati all’attuale disastro.
In Italia la rete non è sviluppata come in altri paesi, ma il suo sviluppo è necessario per la crescita dell’economia e dell’occupazione. Il Movimento Cinque Stelle nasce quasi per miracolo dalla rete e si sviluppa con la rete, ma non si limita solo questo: non è una realtà virtuale, ma vi è una sostanza umana che si ritrova nelle riunioni in luoghi fisici. I nemici del Movimento scommettono e sperano in una sua rapida scomparsa, evocando il movimento di Giannini, l’Uomo Qualunque, che ebbe una fiammata e di cui oggi si sa poco o nulla.  Gli Attivisti del Movimento sono normali cittadini che non perseguono fini di potere, non cercano vantaggi e privilegi. Nella generale scomparsa dei valori si sente ancora chi pronuncia la parola patria e dichiara di essere disposto a morire per essa.

Fonte: RINASCITA
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La critica: M5s vota sul reato di clandestinità

Oggi il blog di Beppe Grillo invita gli iscritti al Movimento 5 Stelle ad esprimere il proprio voto online riguardo all’abolizione dell’art. 10 bis T.U. 286/98 che concerne il reato di clandestinità.

Dare la possibilità alla propria base di esprimere il proprio parere è una scelta ammirabile, ma le modalità utilizzate in quest’occasione sono quantomeno deludenti. Non è stato impostato in precedenza alcun tipo di dibattito serio, chiunque abbia tentato di capire cosa comportasse l’abolizione di questo reato si è dovuto scontrare con opinioni contrastanti emerse dai giornali, ma potersi identificare in una posizione chiara e personale è quasi impossibile.

Anche lo stesso Grillo ha commesso un errore grave: ha praticamente “oscurato” l’argomento sul suo blog dove fino ad oggi non se n’era più parlato, mentre in un post di ottobre aveva quasi sconfessato la proposta che i parlamentari pentastellati avevano allora portato in commissione. Con la dichiarazione «Se durante le elezioni politiche avessimo proposto l’abolizione del reato di clandestinità […] il M5S avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico» mostrava di non voler nemmeno tentare di spiegare ai cittadini la proposta che potrebbe anche essere valida. Ed è triste vedere un portavoce di un movimento politico importante che ha paura che i cittadini e i suoi elettori “possano non capire”.

La messa in votazione è stata richiesta a causa di un provvedimento urgente al Senato, ma questo ha spaccato i voti che in buona parte saranno stati espressi per partito preso, quindi, chi avrà paura di qualche conseguenza negativa, per il solo sentore che l’abrogazione consisterebbe nel rendere legale la presenza clandestina sul territorio nazionale, avrà votato per il mantenimento della norma tale e quale (9.093 voti); mentre avrà votato a favore (15.839 voti) chi ha capito che l’abolizione porterebbe ad uno snellimento della burocrazia e dei costi della giustizia mantenendo il procedimento di espolsione. Sono pronto a scommettere che la maggior parte tra questi non ha avuto una visione lucida della proposta e si è fidata dei rappresentanti in parlamento, di fatto “delegando”. Sarebbe stato però interessante vedere pro e contro di tutte le proposte, senza un SI o un NO tout-court. Questa situazione crea il presupposto per cui diversi giornalisti ed intellettuali ostili al movimento potranno dire che il 5 stelle fonda le sue scelte sulla base di slogan da palcoscenico, ed in questo singolo caso corrisponderebbe a verità. Critiche in tal senso le si possono leggere anche nei commenti degli stessi elettori nel post odierno. sul blog di Grillo. Sarebbe appunto interessante sapere degli oltre 24 mila elettori, quanti si sono sentiti soddisfatti del dibattito.

Questo articolo non entra nel merito alla proposta, ma guarda alle modalità con cui è stata esposta e messa in votazione. In questo caso Beppe Grillo ha messo i suoi stessi elettori nella posizione di decidere senza avere approfondito il tema, e quindi senza conoscerlo, mettendo in pericolo il lavoro che i suoi stessi parlamentari hanno svolto per mesi. Probabile che qualcuno giunga a conclusioni contrarie alle mie perchè magari è uno degli elettori informati, ma questo non basta a smontare una critica che spero possa essere più costruttiva per un Movimento che ha comunque il pregio di tentare una via democratica nuova.

Alberto Fossadri

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Rispolverare la contrapposizione fascismo – antifascismo

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Scontri al funerale di Erich Priebke

In questi giorni stiamo assistendo ad un macabro rito, e non è quello del funerale di Erich Priebke, l’ufficiale nazista responsabile dell’eccidio delle fosse Adreatine; il rito in questione è l’antagonismo rispolverato costantemente dai media per difendere l’élite dominante, la classe politica borghese. Una pratica che si usa spesso nei momenti di forte tensione per spaccare alla base qualsiasi movimento e per dare ad ognuno un “colore” o un credo denigrato dai più.

Fino a due settimane fa pochi sapevano rispondere alla domanda: «Sa chi è Erich Priebke?» Oggi invece siamo tutti consapevoli chi è costui, cosa ha fatto in un determinato momento del passato, e ci ergiamo a paladini della Resistenza inneggiando slogan antifascisti e arrivando a scontri di piazza con i naziskin persino durante le esequie. Però dalla consapevolezza (parziale) si escludono le responsabilità di altri, come la fazione stalinista delle brigate partigiane che sfruttò “l’occasione” per far eliminare dai tedeschi i contendenti partigiani trotzkisti di Bandiera Rossa. E viceversa i neonazisti intonano canti nostalgici e rispondono alla provocazione mediatica nel modo più stupido attirando l’odio popolare su di sé.

1968 1 marzo Roma Inizio degli scontri a Valle Giulia, facoltˆ di Architettura

La “battaglia” di Valle Giulia a Roma (1968)

La realtà è che il Sistema ha bisogno nei momenti della sua vulnerabilità di rispolverare antichi rancori, e riaccendere le lotte fascisti – antifascisti, comunisti – anticomunisti, e spesso tenta di dare colore a movimenti che non ne hanno per spingere la popolazione al disinteresse verso le loro posizioni e all’odio verso i loro membri. E’ il caso dei No TAV, additati come no global, comunisti, e in ultima terroristi. Anche durante il movimento studentesco esploso nel 1968 si verificò questa prassi che finì per spaccare il movimento e assoggettarlo ai partiti dell’arco parlamentare (mentre inizialmente fu scollegato). La ribellione degli studenti si sviluppò soprattutto a Roma, dove nacquero diversi gruppi tutti portatori di idee nuove, legate all’esperienza critica del passato. Col tempo, il sistema partitocratico iniziò la sua infiltrazione: il Partito Comunista sciolse la sua federazione giovanile, la FGCI, per costringere i suoi membri giovani ad infiltrarsi nel movimento studentesco ed egemonizzare il pensiero guida del movimento, così come mandò le sue “guardie bianche” a selezionare i sovversivi per espellerli; l’MSI invece, chiamò a raccolta i suoi giovani spingendoli allo scontro con gli studenti ergendosi così a paladini dell’ordine sociale. Da infiltrazioni e attacchi, i vari movimenti iniziarono a prendere posizione verso i partiti tradizionali, diventandone l’ombra e perdendo lo slancio innovativo iniziale.
Gli unici gruppi che non si lasciarono influenzare dai partiti, e che resistevano alle aggressioni squadriste dei missini, si basavano su idee socialiste e di sinistra nazionale e venivano identificati come “comunisti” dalla destra e come “fascisti” dalla sinistra. I giornalisti coniarono per loro un nomigliolo dispregiativo che tendeva a ridicolizzarli: Nazi-Maoisti. Così i ragazzi di Primula Goliardica, Giovane Europa e Lotta di Popolo venivano attaccati sia sul piano politico che mediatico. Quando poi, fu l’ora delle bombe, e della strategia della tensione, il movimento fu spezzato e l’ordine ristabilito.

Oggi il tema si ripropone, fascismo e comunismo di fatto non esistono più come forza politica organica, i vari movimenti che si rifanno a quelle ideologie non sono coesi tra loro e godono di uno scarso consenso popolare, ormai assuefatto al regime democratico liberale. Nei momenti in cui il neoliberismo e la democrazia rappresentativa partitica vengono messi in discussione, creare la divisione e l’odio reciproco nella classe dei lavoratori è la soluzione a tutti i problemi. Dopo oltre 2000 anni la locuzione latina DIVIDE ET IMPERA è la logica corrente del potere, e milioni di cittadini ancora ci cascano come polli…

Alberto Fossadri

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Grillo e Casaleggio – dov’è il trucco?

Sulla Casaleggio Associati si è scritto di tutto, dalla partnership con JP Morgan ai proventi di camera e senato che invece Grillo “gira” a Gianroberto. Ma davvero Casaleggio sta sfruttando il 5 stelle?

Ebbene, nel 2007 la società vantava profitti per 660.000 €, ora chissà quanto saranno lievitati!! Nel 2011 l’utile è indietreggiato a 87.000 € e nel 2012 la società ha esposto una perdita di 58.000 €: E’ ANDATA IN ROSSO!

Per i fondi destinati ai gruppi di Camera e Senato è lo stesso capogruppo al Senato Vito Crimi ad assicurare: “La gestione dei fondi sarà ad esclusivo utilizzo dei gruppi. Non saranno gestiti da Grillo e Casaleggio”.
Beh, se questo è “l’investimento” che Casaleggio avrebbe fatto per sfondare nell’alta finanza, non sembra avere grande effetto. Basti che lo stesso Sasson che spesso viene tirato in ballo ha lasciato mesi fa la società. Anche per attacchi subiti direttamente nei Meetup dai grillini (che forse tanto discepoli, adepti e cagnolini ubbidienti a tutto e tutti non lo sono…).

Ma in fondo è stata la stessa stampa di regime a fornire ai “complottisti” le risorse su cui speculare. Quella stessa stampa che ha in astio il movimento 5 stelle perchè se esso realizzasse l’abolizione dei fondi pubblici ai giornali, molte delle principali testate andrebbero incontro al fallimento. Fate due conti…

Ad alcuni poi (anche interni al movimento) dà fastidio il guadagno che Beppe Grillo incamera dagli sponsor collegati alsuo Blog, approfittando del fatto che (anche grazie alle visite degli uteniti del movimento) è uno dei blog più visitati al mondo. E’ un’opinione rispettabile, ma bisogna anche considerare il costo dei server che Grillo mette a disposizione gratuita agli iscritti del movimento (anche per scrivere contro di lui e contro Casaleggio nei post del gruppo). Il costo dei server si aggira attorno ai 100.000 € l’anno. Spese che per un movimento che intende fare politica senza contributi pubblici diventerebbero gravose. Specialmente trattandosi di una guerra mediatica continua di giornali e partiti per cui i rimborsi elettorali forniscono anche spazi enormi di pubblicità sul web.

Inoltre, per una ricerca di metodo scientifico non è sufficiente collegare una società come la Casaleggio ad una grande banca come JP Morgan per “dimostrare” che anch’essa rientra nel disegno del complotto massonico per il controllo sociale. Già il fatto di non distinguere la partnership dalla partecipazione azionaria è sinonimo di prendere le informazioni con sufficienza. Casaleggio infatti fornisce ad Enamics ed altre società una consulenza. BEN DIVERSO dalla spartizione degli utili che sarebbe la conseguenza di una partecipazione azionaria. La partnership è una collaborazione regolamentata da contratto.
Dato che molte società (anche piccole) hanno contratti con colossi finanziari, non significa che siano coinvolti nella speculazione internazionale. Anzi, magari ne escono con le gambe rotte. Un esempio: il comune di Milano (che è un ente certamente più grande della Casaleggio Associati per capitale investito) è stata giocata proprio da 4 banche che avevano speculato sul comune con il solito giochetto dei derivati finanziari facendogli investire in una maxi-operazione 1,68 miliardi di euro. Le quattro banche sono state in seguito condannate al risarcimento verso il comune. Le condannate sono Deutsche Bank, Depfa, Ubs ed anche la nostra cara JP Morgan… Confrontando la cifra sopra riportata con il giro d’affari ben più modesto (1.4 milioni) della Casaleggio, dubito che i banchieri americani siano così indaffarati a perdere 3-4 anni per aspettare un boom miliardario di Gianroberto, proprio perchè alle grandi società d’investimenti interessano i profitti immediati, e ben più golosi, come quello sopra riportato.

Parlando di un progetto per far emergere DAL NULLA un movimento che poi verrebbe controllato dai colossi finanziari, ricordo che nessuna società fa progetti utopici a lungo termine, altrimenti avrebbe investito (con grande probabilità) una marea spropositata di fondi in giornali e pubblicità in modo di far crescere i consensi al 5 stelle. Se quest’ultimo fosse realmente nelle mani dei poteri forti. Ma così non è stato, e così non è…

Alberto Fossadri

Vedi anche:
La critica: M5s vota sul reato di clandestinità
fondi pubblici ai giornali

Fonti:
-http://www.ehiweb.it/glossario/P/Partnership
-http://www.corriere.it/politica/12_settembre_13/casaleggio-ilmondo-movimento-cinque-stelle_3801c318-fdd7-11e1-ae02-425b67d1a375.shtml
-http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-12-20/derivati-milano-quattro-banche-064142.shtml?uuid=AbgzEmDH
-http://www.repubblica.it/politica/2013/03/04/news/riunione_parlamentari_m5s-53830046/
-http://www.corriere.it/politica/12_settembre_23/enrico-sassoon-lascio-casaleggio-beppe-grillo-movimento-5-stelle_dc73830e-0549-11e2-b23b-e7550ace117d.shtml