Sei in grado di riconoscere una DEMOCRAZIA?

La maggioranza degli italiani, e oserei dire degli europei, è convinta che la democrazia sia basata sul consenso popolare, e sulla decisione della maggioranza. Sbagliato! Questi due elementi sono certamente compresi in una vera democrazia, ma sono elementi che non per forza di cose caratterizzano solamente un regime democratico. Diverse dittature, nel passato come nel presente, rivendicano la loro legittimità sulla base di un consenso popolare maggioritario.
Certo, voi penserete immediatamente che quel consenso è spesso costruito sulla propaganda, la censura, la falsa informazione. E immagino che voi possiate escludere il fatto che nel paese in cui vivete queste “patologie” non esistano… suvvia, siamo realisti e analizziamo correttamente la situazione.

Il reale presupposto per una democrazia reale è il principio della Sovranità Popolare e quello del Suffragio Universale (anche se su quest’ultimo ci sarebbero da fare molte considerazioni che non affronterò in questo brano).

asino-votoOra resta da definire come deve esprimersi la sovranità popolare perché ci si trovi realmente in un regime di democrazia.

Nel nostro paese la Costituzione Italiana prevede che l’espressione della sovranità sia limitata a votazioni elettive per Comuni, Regioni e Governo (non più le provincie) ogni 5 anni circa. Il principio di rappresentanza è sostanzialmente basato sulla delega a persone che dovrebbero essere in grado di adottare le linee politiche per guidare la comunità locale o nazionale. L’altro strumento di sovranità popolare è il referendum, che in Italia è solo abrogativo oppure confermativo in rari casi (come il recente del 4 dicembre).
E’ già una forte limitazione non implementare i referendum propositivi e confermativi, in più in Italia stiamo varando il quarto governo nominato dal 2011, nonostante nel mezzo ci siano state delle elezioni politiche.
Si lo so, l’art. 92 dice che è il PdR e non il popolo a eleggere il CdM e blablabla. La scelta del Presidente Mattarella è legittima, non lo metto in dubbio, ma è prassi che il Presidente nomini come Primo Ministro il candidato della coalizione vincente alle elezioni. E dopo che ben tre governi espressione della maggioranza hanno fallito, credo che ci sia l’obbligo morale di far tornare i cittadini ad esprimersi. Qui è lapalissiano che la sovranità popolare viene seconda rispetto a qualcos’altro.

Certo, ora che si appresta a governare Gentiloni, tutti mi ripeterete che “è necessario un governo di scopo per cambiare la legge elettorale (storia già sentita con Napolitano), “che bisogna approvare la legge di bilancio, e bisogna risolvere il nodo MPS”. Ed io vi porto a riflettere: non è forse costruzione propagandistica del consenso per accettare una decisione del sistema altrimenti mal digeribile?

Sulla base dell’assunto a cui la maggior parte di voi crede, si potrebbero giustificare come democrazie molte forme di governo. La fantomatica “democrazia socialista” dei paesi del blocco sovietico sarebbe tra queste: era basata sul consenso (costruito ad hoc), e la sovranità popolare si esprimeva con le elezioni a suffragio universale. A riguardo estrapolo il Capitolo XIII della Costituzione dell’Unione Sovietica del 1977:

95. Le elezioni dei deputati a tutti i Soviet dei deputati popolari si svolgono in base al suffragio universale, uguale e diretto, e a scrutinio segreto.
96. Le elezioni dei deputati sono a suffragio universale: tutti i cittadini dell’URSS che abbiano compiuto i 18 anni hanno diritto di eleggere e di essere eletti, ad eccezione degli alienati mentali riconosciuti tali secondo la procedura stabilita dalla legge. Può essere eletto deputato del Soviet Supremo dell’URSS il cittadino dell’URSS che abbia compiuto i 21 anni.
97. Le elezioni dei deputati sono a suffragio uguale: ogni elettore dispone di un voto; tutti gli elettori partecipano alle elezioni a pari condizioni.
98. Le elezioni dei deputati sono a, suffragio diretto: i deputati di tutti i Soviet dei deputati popolari sono eletti direttamente dai cittadini.
99. L’elezione dei deputati avviene a scrutinio segreto: il controllo sull’espressione di volontà degli elettori non è consentito.

Osservando l’art. 98 si nota immediatamente che nell’impero del male il cittadino eleggeva direttamente il proprio candidato favorito. Oggi in Italia questo privilegio è negato: il cittadino elegge il partito, e questi nomina i propri fidati a sedere sugli scranni del potere.
Era forse una democrazia migliore quella dell’Unione Sovietica? Diamine, no! Ma se dovessi confrontarla con i criteri che l’italiano medio adotta per considerare un regime come democratico, dovrei rispondere affermativamente.

OLIGARCHIA

Secondo Aristotele e Platone, l’oligarchia è un governo degenerato basato sulla ricchezza, dove il dominio, in qualsiasi gruppo o istituzione, è perpetrato da un gruppo ristretto di persone. Ai loro tempi era scontato che l’oligarchia era basata sulla ricchezza dei singoli individui. Oggi si ripropone sotto forme nuove: in commistione alla ricchezza di individui, istituzioni e agglomerati quali le corporation, i partiti, e le società mediatiche.
Fatto sta che laddove esiste l’accumulazione di capitale, si concentra il vero potere decisionale. E questi elementi insieme, costituiscono una mascherata che chiamano democrazia. Non possiamo che riconoscere di vivere in un sistema complesso, ma fortemente oligarchico.

ESEMPI STORICI

Ci hanno insegnato che la prima repubblica della storia, ovvero quella romana (509 a.C.-27
a.C.), è stata una repubblica oligarchica. In essa il potere decisionale è nelle mani di una camera: il Senatcomizi-centuriatio, che non è eletta dai cittadini, e non è suddivisa in fazioni ideologiche. Quelle nascono molto dopo. Il Senato Romano è suddiviso in fazioni familiari basate appunto sulla gens, quindi sull’aristocrazia.
Nonostante questa evidenza, il sistema politico vigente nella Roma di due millenni fa potrebbe sorprendervi.
Il Senato di Roma non approva le leggi! Il Senato le discute, e le promuove, ma ad approvarle sono i cittadini di Roma che le votano nei Comizi Centuriati. Insomma, ogni volta che la classe dirigente si inventa una legge, deve anche impegnarsi in una sorta di referendum. Ecco perché nella Roma antica è già importante il “consenso popolare” ed è proprio per questo motivo che nascono le prime operazioni propagandistiche e le operazioni panem et circenses.
Quella che all’epoca definivano una democrazia è chiaramente un esempio di oligarchia. Ma in esso si ravvisano degli elementi puramente democratici, che addirittura noi non abbiamo. Sta di fatto che il sistema veniva comunque filtrato, e gli elementi di democrazia si mescolavano con istituzioni non direttamente espressione della sovranità popolare, così da distorcere e controllare il tutto. Il risultato non è differente da ciò che abbiamo oggi: delle espressioni democratiche costantemente mescolate con espressioni oligarchiche che vanificano il volere popolare.

La Repubblica Aristocratica più celebre della storia è però un’altra: la Serenissima. Venezia aveva un sistema repubblicano puramente oligarchico, e su questo non ci piove. Vorrei porre l’attenzione sulla gestione del potere a livello comunale. Forma già ereditata dall’epoca dei comuni, Venezia si preoccupa solamente di mantenere ed integrare il proprio apparato amministrativo con quello esistente a livello locale.venezia-andrea-gritti
Tralasciando il fatto che a livello locale conta chi è Originario del comune (cioè famiglie presenti dall’epoca in cui il comune è entrato a far parte del dominio veneto)  e che la società dell’epoca ha una concezione fortemente patriarcale; è interessante vedere come la partecipazione pubblica della cittadinanza alle decisioni politiche è molto attiva e florida. Così vissuta, che la fine della Repubblica Veneta all’arrivo dei francesi nel 1797, è vista da molti come un’espropriazione di democrazia. Ed oggi questo ci sembra un paradosso!

Nel dominio veneto le comunità municipali hanno una sorta di consiglio comunale che chiamano in modi diversi a seconda della zona. A Brescia, la mia provincia, si chiama Vicinia. Questo consiglio comunale è formato dai capi famiglia eletti nelle varie contrade (solitamente 72 consiglieri) e si rinnova annualmente. Alcune cariche durano pochi mesi, o addirittura uno solo. Il sistema è complesso, ma tutto verte a far si che la cittadinanza stessa si autogoverni in una forma di democrazia quasi diretta. La Vicinia sceglie quali azioni politiche intraprendere, quali infrastrutture realizzare, quali azioni diplomatiche svolgere. Si, azioni diplomatiche. Vengono eletti a seconda dell’occorrenza, degli ambasciatori del comune, questi servono a portare le istanze della comunità nei capoluoghi provinciali, a Venezia, oppure a stringere accordi con altri comuni per la realizzazione di strade, dugali, fiere commerciali. La vicinia nomina degli appositi funzionari per l’esazione delle tasse, per il controllo del territorio e per la vigilanza sulle terre e le acque. Questo fa si che i cittadini, direttamente coinvolti, si sentono più responsabili anche dei beni stessi di uso pubblico. Con questo sistema non solo scelgono come creare o gestire un’opera, ma ne traggono direttamente un vantaggio economico. A dimostrarlo sono i cosiddetti usi civici.
Nel Cadore, in Veneto, questi consigli locali si chiamano Regole. E pensate, esistono ancora e sono tutelati dalla legge regionale del Veneto e dalle leggi nazionali. Purtroppo il loro potere è stato ridotto alla sola gestione degli usi civici (che comunque esistono ancora). Quindi la Regola organizza a livello comunitario il taglio delle piante per l’approvvigionamento e del rimboschimento. Inoltre gestisce i pascoli e le malghe per l’allevamento del bestiame.

Questi consigli comunitari diventano un “problema” sulla fine del settecento. In quel periodo alcune attività industriali avviano un modello di sviluppo protocapitalista, che ha bisogno ad esempio del vasto sfruttamento di risorse come il legname e il carbone per le forniture energetiche. I vasti usi civici delle vicinie e delle regole che sono inalienabili, costituiscono un problema di carattere industriale. Perciò se da una parte l’aristocrazia e le comunità sono legate al modello politico veneto, chi tifa realmente per i francesi di Napoleone sono le nascenti famiglie borghesi che di fatto sono le maggiori beneficiarie del nuovo corso liberale.

Studiando i modelli storici, non si può che riflettere sulle loro differenze e cercare di prenderne spunto. Sarebbe interessante adattare gli elementi che ho sottolineato ai concetti del diritto moderno. Sperando che siate in grado di fare questo ragionamento senza scendere in errori anacronistici. Anche se già mi vedo mitragliato di affermazioni del tipo: “ma i romani avevano la schiavitù” oppure “però i veneti non avevano il nostro concetto di cittadinanza”. Appunto per questo ho parlato di prendere spunto. L’ho sottolineato perché quando si parla del passato, solitamente si pone un giudizio con il senso del presente, ed è la cosa più stupida che una persona istruita possa fare.

DECENTRAMENTO E FEDERALISMO

Tra i vari principi che garantiscono la democrazia di un paese, il parlamentarismo è ormai assodato nella coscienza collettiva. I suoi opposti, l’autoritarismo e l’autocrazia, sono chiaramente assimilati come sinonimi di amministrazione dispotica. Al pari dell’autoritarismo, vi è un altra forma dispotica di governo che però non è ancora vista con disprezzo dalla società: l’accentramento territoriale. Se l’accentramento del potere nelle mani di un solo uomo è un chiaro segno di dispotismo, l’accentramento territoriale lo è altrettanto. Costituisce infatti una gerarchizzazione delle decisioni che spetterebbero invece alle comunità locali.
La riforma costituzionale che è stata bocciata il 4 dicembre scorso, non distorceva gli equilibri costituzionali tanto nelle mani dell’esecutivo, quanto toglieva poteri alle istituzioni locali. In netto contrasto con quanto dice l’art. 5 della Costituzione.

Tra i pensatori che più si sono battuti per riconoscere il principio federativo, non possiamo mancare di citare P. J. Proudhon, fondatore del pensiero anarchico. Nel 1862 scrisse riferendosi proprio alla neonata Italia Unita dichiarando che sia con i Savoia, sia con la Repubblica di Mazzini, l’accentramento amministrativo non le avrebbe mai consentito di esprimere al massimo i suoi potenziali.
Proudhon detestava per l’Italia una soluzione unitaria. Secondo lui, una nazione in cui per secoli i suoi popoli sono stati divisi in tutto, dove tra una vallata e l’altra ci sono consuetudini diverse, non poteva reggersi su una legge comune. Disse: «una regola unica per gli italiani è l’unico modo per scontentarli tutti». Vedeva nelle cause del Risorgimento una motivazione sbagliata, troppo borghese. Intravide lo sfruttamento di un Italia sull’altra Italia (preannunciando quel disastro avvenuto nel mezzogiorno, tramutatosi poi in una vera e propria guarra civile o di occupazione militare). Come soluzione, auspicava per noi un’Italia federale.

La storia è ricca di esempi di federazioni, o confederazioni che hanno saputo anche dominare il proprio bacino geopolitico. Anticamente possiamo trovare la Lega di Licia, snobbata dai greci che la ritenevano incivile per il solo motivo che il potere delle sue 23 Città Stato era retto quasi sempre dalle donne. Da menzionare assolutamente troviamo la Lega Anseatica, che per quanto sottostava all’imperatore tedesco, ebbe una sua autonomia ed un potere commerciale spropositato.

Fra tutti però, un posto in prima fila spetta alla moderna Svizzera. La Confederazione Elvetica vanta la bellezza di 27 Cantoni, ognuno dei quali è indipendente e con la propria Costituzione. Anche per gli svizzeri il parlamento non approva le leggi, ma le promuove. Questi disegni di legge sono approvati in referendum organizzati ogni 3 mesi circa. Indubbiamente hanno saputo trarre maggior spunto dai romani di noi, che siamo i latini per eccellenza… sembra assurdo che l’esempio più brillante di una democrazia realizzata confini proprio con l’Italia.cantoni

E’ chiaro che decentramento e autonomie locali, uniti alla maggior partecipazione nelle scelte dirette, costituiscono un principio su cui devono necessariamente formarsi le democrazie del futuro. Finché restiamo ancorati all’idea del leader di partito e delle decisioni prese da un baricentro geografico, non usciremo mai dagli schemi del pensiero gerarchico feudale.
Secondo il filosofo Bookchin, non è tanto il capitalismo il rojavaproblema, quanto le relazioni gerarchiche. Finché i nostri modelli sociali saranno il prodotto della nostra tendenza a dominare il prossimo, non usciremo mai da questo circolo vizioso.

Utopia? Forse, ma un esperimento di quanto scritto sta avvenendo sotto i nostri occhi nel posto più inaspettato del mondo: il Kurdistan. Qui, in una regione della Siria sconvolta dalla guerra civile, il Rojava, è stato costituito un vero e proprio Stato retto dalle comunità municipali. Minacciato dal vicino ISIS e dal sempre più autoritario governo Turco (anticurdo per eccellenza), 4,5 milioni di Curdi stanno abbattendo ogni forma di gerarchia. Stanno realizzando qualcosa di nuovo. Sperando che stavolta le “democrazie” dell’occidente rispettino il principio dell’autodeterminazione dei popoli (non a singhiozzo come sempre) e non impongano il loro modello o anzi, il loro “dominio”.

Alberto Fossadri

Fonti:
– Enciclopedia Treccani;
– Costituzione dell’URSS del 1977;
-http://www.maat.it/livello2/roma-leggi-elettorali.htm
-http://www.regione.veneto.it/web/economia-e-sviluppo-montano/regole#L97_94
-P.J.Proudhon – 1863 – Del Principio Federativo
-P.J.Proudhon – 1862 – Contro l’Unità d’Italia
-http://www.tpi.it/mondo/siria/rojava-societa-curdi-parita-genere

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Il Papa per un nuovo modello economico

Benedetto XVI, in occasione delle celebrazioni della 46^ giornata mondiale della Pace, ha scritto un messaggio per tutti gli operatori di pace nel mondo, ed ha auspicato ad un nuovo modello di sviluppo economico come base solida per la costruzione della pace sociale dando così voce ai numerosi ambienti da cui oggi proviene questa richiesta. Tralasciando per un momento le osservazioni che andrebbero fatte alla Chiesa Cattolica, ci associamo con il Santo Padre, poiché questa è una visione che non riguarda la religione in sè ma è una prospettiva che molti intellettuali, clericali e non, si sono preposti per il raggiungimento di un equilibrio futuro.

“Da più parti viene riconosciuto che oggi è necessario un nuovo modello di sviluppo, come anche un nuovo sguardo sull’economia. Sia uno sviluppo integrale, solidale e sostenibile, sia il bene comune esigono una corretta scala di beni-valori, che è possibile strutturare avendo Dio come riferimento ultimo. Non è sufficiente avere a disposizione molti mezzi e molte opportunità di scelta, pur apprezzabili. Tanto i molteplici beni funzionali allo sviluppo, quanto le opportunità di scelta devono essere usati secondo la prospettiva di una vita buona, di una condotta retta che riconosca il primato della dimensione spirituale e l’appello alla realizzazione del bene comune. In caso contrario, essi perdono la loro giusta valenza, finendo per assurgere a nuovi idoli.

Per uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica – che ha per effetto una crescita delle disuguaglianze – sono necessarie persone, gruppi, istituzioni che promuovano la vita favorendo la creatività umana per trarre, perfino dalla crisi, un’occasione di discernimento e di un nuovo modello economico. Quello prevalso negli ultimi decenni postulava la ricerca della massimizzazione del profitto e del consumo, in un’ottica individualistica ed egoistica, intesa a valutare le persone solo per la loro capacità di rispondere alle esigenze della competitività. In un’altra prospettiva, invece, il vero e duraturo successo lo si ottiene con il dono di sé, delle proprie capacità intellettuali, della propria intraprendenza, poiché lo sviluppo economico vivibile, cioè autenticamente umano, ha bisogno del principio di gratuità come espressione di fraternità e della logica del dono. Concretamente, nell’attività economica l’operatore di pace si configura come colui che instaura con i collaboratori e i colleghi, con i committenti e gli utenti, rapporti di lealtà e di reciprocità. Egli esercita l’attività economica per il bene comune, vive il suo impegno come qualcosa che va al di là del proprio interesse, a beneficio delle generazioni presenti e future. Si trova così a lavorare non solo per sé, ma anche per dare agli altri un futuro e un lavoro dignitoso.

Nell’ambito economico, sono richieste, specialmente da parte degli Stati, politiche di sviluppo industriale ed agricolo che abbiano cura del progresso sociale e dell’universalizzazione di uno Stato di diritto e democratico. È poi fondamentale ed imprescindibile la strutturazione etica dei mercati monetari, finanziari e commerciali; essi vanno stabilizzati e maggiormente coordinati e controllati, in modo da non arrecare danno ai più poveri. La sollecitudine dei molteplici operatori di pace deve inoltre volgersi – con maggior risolutezza rispetto a quanto si è fatto sino ad oggi – a considerare la crisi alimentare, ben più grave di quella finanziaria. Il tema della sicurezza degli approvvigionamenti alimentari è tornato ad essere centrale nell’agenda politica internazionale, a causa di crisi connesse, tra l’altro, alle oscillazioni repentine dei prezzi delle materie prime agricole, a comportamenti irresponsabili da parte di taluni operatori economici e a un insufficiente controllo da parte dei Governi e della Comunità internazionale. Per fronteggiare tale crisi, gli operatori di pace sono chiamati a operare insieme in spirito di solidarietà, dal livello locale a quello internazionale, con l’obiettivo di mettere gli agricoltori, in particolare nelle piccole realtà rurali, in condizione di poter svolgere la loro attività in modo dignitoso e sostenibile dal punto di vista sociale, ambientale ed economico.”

Fonte: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/peace/documents/hf_ben-xvi_mes_20121208_xlvi-world-day-peace_it.html