Le guerre dell’oppio e l’imperialismo britannico

Quando un paese difende gli interessi di una multinazionale (la Compagnia delle Indie) nei commerci illeciti e giustifica le sue azioni con il movente “civilizzatore”

di Marta Erba – “Non conosco guerra più ingiusta di questa: finirà per coprire di vergogna senza fine il nostro Paese”. Così si espresse nel 1839, durante una movimentata seduta del Parlamento inglese, il giovane Tory William Gladstone, mentre l’Inghilterra si apprestava a dichiarare guerra alla Cina per (sono sempre parole sue) “proteggere un infame traffico di contrabbando”.
Gladstone era un brillante oratore (infatti farà carriera: diventerà più volte primo ministro del Regno), ma troppo forti erano gli interessi in gioco. Prevalse la controparte,  che accusava “l’insopportabile presunzione dei cinesi”, colpevoli di non voler stare alle regole (inglesi) degli scambi commerciali. Poco importa che il commercio in questione fosse quello di oppio, una droga che aveva ridotto allo stremo milioni di asiatici. Ma che per più  di 60 anni fu la principale fonte di reddito del’Impero britannico.
Certo è che con le guerre dell’oppio per la Cina si aprì un periodo strano, a cui non era preparata, e che non a caso sui libri di scuola orientali è definito “secolo dell’umiliazione”. Ma vediamo come tutto era comiinciato.

PANACEA. L’oppio in Cina era conosciuto già dal secondo millennio a.C. per le sue virtù terapeutiche: riduceva il dolore e la tosse, ma soprattutto curava la dissenteria, a cui i contadini erano molto esposti per le variazioni climatiche. Se l’uso era diffuso, non lo era l’abuso. La situazione cambiò quando, già nel ’500, portoghesi e olandesi cominciarono a importare in Asia il tabacco testé scoperto in America, e insieme le pipe che le civiltà amerinde usavano per assumerlo. Fumare, ai cinesi, piacque da subito. Già alla fine del secolo Pechino era piena di botteghe di tabacco, al punto che, per frenare il dilagare della nuova moda, l’imperatore nel 1610 decise di vietare l’uso dell’esotica sostanza. Ma fatta la legge, trovato l’inganno: alcuni fumatori cominciarono a sostituire il tabacco con l’oppio, prodotto dell’antica tradizione che non era percepito come nocivo e che nessuno si sognava di proibire. Purtroppo la nuova modalità di assunzione era ben diversa da gocce e tinture: via polmone gli alcaloidi presenti nella sostanza (la morfina in particolare) raggiungevano prima e meglio il circolo sanguigno, potenziando gli effetti euforizzanti. L’abuso e la dipendenza si diffusero cosi a macchia d’olio.

FENOMENO STUPEFACENTE. Ci vollero parecchi anni perché Ia corte di Pechino (dove peraltro tutti fumavano oppio) si rendesse conto che il fenomeno aveva raggiunto dimensioni preoccupanti. Nel 1729 I’imperatore Yongzheng si decise a intervenire, e vietò che I’oppio fosse venduto o fumato. Troppo tardi: gran pane della popolazione era ormai tossicodipendente, e della forma più grave di dipendenza (simile a quella da eroina, che è infatti un oppiaceo) per l’organismo umano. Inoltre l’organizzazione sociale cinese era da tempo lacerata dalle continue tensioni tra gli eunuchi (che vivevano alla corte dell’imperatore) e i mandarini (i colti amministratori delle province periferiche). Questi ultimi spesso appoggiavano i tentativi di rivolta dei contadini per indebolire il potere centrale e godere di maggior autonomia. Per Ia stessa ragione non esitavano a chiudere un occhio sui traffici commerciali illeciti, o addirittura a incoraggiarli. Ad approfittarne furono soprattutto gli inglesi.

MADE IN CHINA. «Verso la fine del XVIII secolo I’immagine della Cina in Europa era quella di un Paese all’apice della sua prosperità e gloria» osserva Guido Samarani, docente di Storia della Cina aIl’Università Cà Foscari di Venezia. «Si apprezzavano Ie capacità di governo — una specie di “dispotismo illuminato” — e si ammiravano Ie decorazioni, i giardini, gIi oggetti, nonché la laboriosità dei suoi abitanti».
La tradizione confuciana era però ostile ai mercanti: si riteneva che i commerci favorissero i disordini e che promuovessero la pirateria, ragion per cui i dazi doganali erano altissimi. Inoltre gli stranieri erano tenuti a tributare onori e regali all’Imperatore, che per i cinesi era il figlio del Cielo con un mandato per governare sulla Terra. l Qing, la dinastia salita al potere dopo il suicidio dell’ultimo Ming (1644), avevano ulteriormente limitato i rapporti con l’estero, concedendo agli scambi il solo porto di Canton. I mercanti stranieri scalpitavano, ma quelli inglesi erano a dir poco furenti. La merce cinese, in patria, era infatti richiestissima. Oltre ai vasi di porcellana e agli indumenti di seta, c’era una bevanda locale di cui l’Inghilterra si era palesemente innamorata: il té.
Per bilanciare le importazioni, i mercanti tentarono di esportare prodotti europei, ma con scarsissimi risultati. L’unica merce che sembrava interessare al Celeste Impero erano i metalli preziosi. La conseguenza fu un’emorragia di oro e argento che dalle casse dell’Inghilterra entrava direttamente in quelle cinesi. Cosicché il governo inglese fece buon viso a cattivo gioco quando i loro mercanti puntarono tutto sull’oppio, l’unico commercio davvero fiorente. Illegale, purtroppo: ma gli europei del tempo non badavano troppo alle usanze locali, come avevano già ampiamente dimostrato in Africa e nelle Americhe.

QUALITA E CONVENIENZA. Il tutto avvenne dunque alla luce del sole: alla fine del ’700, un accordo tra Gran Bretagna, Francia e Portogallo aggiudicava alla prima, tramite la East India Company, il monopolio dell’oppio del Bengala, dalla qualità particolarmente rinomata. La Compagnia delle Indie Orientali decise allora di incrementare la produzione di oppio in India per rivenderlo in Cina. Per aggirare i divieti, riforniva le navi dei contrabbandieri che, grazie alla complicità dei mandarini, introducevano l’oppio in Cina. Gli affari inglesi andarono da subito a gonfie vele: in circa 20 anni il numero di ceste d’oppio contrabbandate in Cina salì da circa 5.000 a oltre 40.000 all’anno. «In Cina le quantità disponibili di oppio erano molto limitate e il costo molto alto per cui la diffusione restò a lungo contenuta. Fu dopo l’insediamento britannico in India che l’oppio divenne una merce sempre più disponibile e a costi accessibili» spiega Samarani. I metalli preziosi fecero così inversione di rotta, tornando alla Gran Bretagna con gli interessi, mentre in Cina l’abuso prendeva le dimensioni dell’epidemia sociale.

PERFIDA ALBIONE! Intanto in Europa le voci giravano. Ma mentre l’opinione pubblica attaccava l’atteggiamento ambiguo del governo britannico, questo non era intenzionato a rinunciare alla gallina dalle uova d’oro. D’altra parte si sentiva dalla parte della ragione. Come osserva Samarani «gli inglesi trovavano inaccettabile che la Cina rifiutasse di adeguarsi a un trend internazionale segnato dalla Libertà di commercio e dalla superiorità del Paese in cui la Rivoluzione industriale aveva avuto inizio». E alle critiche risposero alimentando la propria immagine “civilizzatrice”, ovvero imbarcando sulle navi che trasportavano l’oppio in Cina i missionari della Chiesa anglicana, con il nobile scopo di evangelizzare il Paese.
Nel frattempo in Cina non si capiva bene che cosa fare. Chi suggeriva di rendere lecito il commercio di oppio per poterlo tassare, chi di esacerbare i divieti. Alla fine prevalse la seconda linea. E nel 1838 l’Imperatore si affidò a un funzionario particolarmente inflessibile, il confuciano Lin Zexu. ll quale come prima cosa inviò una lettera alla regina Vittoria. «Il tema su cui Lin faceva leva era etico-morale» spiega Samarani «scriveva infatti: “Mi é stato detto che avete proibito l’oppio nel vostro Paese e ciò indica senza dubbio che conoscete i danni che esso arreca. Non volete che l’oppio arrechi danno al vostro Paese ma scegliete di arrecare danno ad alri paesi come la Cina. Perché?”». Non é chiaro se la lettera arrivò mai a destinazione o venne requisita prima di raggiungere i lidi britannici. Certo è che la sovrana che passerà alla Storia come moralmente irreprensibile non mosse un dito.

 VENTIMILA CASSE SOTTO I MARI. Intanto, in mancanza di risposta, Lin passò alle maniere forti: di fronte alle continue violazioni degli accordi, ordinò che fossero confiscate tutte le casse di oppio in mano ai mercanti britannici. Ne raccolse più di 20.000 e in tre settimane le fece distruggere tutte: ogni balla fu fatta a pezzi e buttata in acqua mescolata con calce e sale, diventando fanghiglia liquida irrecuperabile. E mentre Lin componeva un’ode per scusarsi con il mare, la Compagnia delle Indie, che voleva essere risarcita dell’immensa perdita, reclamava a gran voce l’intervento del governo britannico. Così, dopo l’animata discussione parlamentare di cui si è già detto, gli inglesi optarono per reagire con durezza all’ingerenza cinese. Ufficialmente il motivo per aprire le ostilità non riguardava il traffico d’oppio, in cui il Regno Unito non poteva ammettere di essere coinvolto. Il pretesto fu l’arresto arbitrario di alcuni cittadini inglesi. Fatto sta che nel giugno del 1840 il contingente militare britannico, armato di moschetti moderni e cannoni, giunse in Cina.
La guerra durò pochissimo: le truppe europee erano militarmente superiori ed ebbero rapidamente il sopravvento. Nel 1842 l’Imperatore cinese fu così obbligato a firmare l’umiliante trattato di Nanchino: la Cina era tenuta a risarcire la Gran Bretagna, a diminuire i dazi doganali favorendo i prodotti britannici  ad aprire nuovi porti al commercio con l’Occidente e a concedere la città di Hong Kong. Città destinata a diventare il nuovo centro del traffico d’oppio. Che da lì in poi, infatti, aumentò considerevolmente: secondo alcune stime a metà ’800 i fumatori erano più di dieci milioni.

SECONDA LEZIONE. La Cina digerì male il trattato. La corte imperiale, che esitava a riconoscere la superiorità britannica, rifiutò più volte di accogliere gli ambasciatori stranieri e si oppose alle clausole. Il nuovo casus belli si verificò nell’ottobre del 1856: le autorità cinesi sequestrarono la Arrow, una nave pirata che però si era affrettata per tempo a issare la bandiera inglese. Il console britannico a Hong Kong ordinò l’immediato rilascio dell’equipaggio e le scuse formali per l’offesa al vessillo. I marinai furono rilasciati, ma le scuse non arrivarono. I cinesi meritavano un’altra lezione: fu dato l’ordine di bombardare Canton.
Era di nuovo guerra, e stavolta l’Inghilterra combatteva insieme alla Francia: la superiorità europea fu dunque ancora più eclatante. I nuovi negoziati tra Cina, Gran Bretagna e Francia, a cui poi si aggiunsero Stati Uniti e Russia, portarono ai Trattati di Tient-sin (1858) e successivamente a quello di Pechino (1860) che si rivelarono per la Cina se possibile ancor più penalizzanti: oltre a una pesante indennità, il Celeste Impero doveva garantire alle potenze straniere un maggior numero di concessioni, il controllo su miniere e ferrovie, il libero accesso alla rete fluviale e un’apertura maggiore ai missionari. Doveva inoltre aprire agli occidentali dieci nuovi porti e mai più opporsi ai diplomatici stranieri in visita a Pechino. Era il via libera definitivo per lo sfruttamento imperialista della Cina.
Mai come allora la popolazione cinese si compattò contro l’Occidente e contro quei documenti di accordo che vennero battezzati “trattati ineguali”. Gli stranieri erano, ai loro occhi, barbari, dai tratti fisici comuni e strani e dalla sostanziale inferiorità intellettuale e morale. Convinzione che esplose con la rivolta dei boxer.

NEMESI. Il commercio di oppio, intanto, continuò fino al 1920, benché dal 1912 fosse proibito dalla convenzione dell’Aia. E anche se nel 1941 il generale Chiang Kai-Shek ordinò la distruzione delle coltivazioni, nel 1946 i fumatori di oppio erano ancora 40 milioni. Solo Mao riuscì ad arginare il fenomeno.
«Fu la vittoria comunista nel 1949 a segnare la fine del “secolo di umiliazione nazionale”: la Repubblica Popolare Cinese rappresentò infatti la nascita di una Cina nuova, il cui obiettivo primario, accanto allo sviluppo del Paese, era quello di non permettere più a nessuno di calpestarne la dignità» conclude Samarani.

E oggi? Lasciati alle spalle il secolo dell’umiliazione e la Rivoluzione culturale, il gigante asiatico ha varcato la Grande muraglia e si è decisamente aperto ai mercati internazionali. Ma questa volta, piaccia o non piaccia, è lui a dettare le regole.

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Banane Insanguinate

Chiquita S.p.a nel 2007 è stata condannata per aver finanziato e armato gruppi terroristici di estrema destra in Colombia e ordinò 144 omicidi: “gli accusati (Chiquita e dieci suoi dipendenti) contrattarono, armarono e/o diressero gruppi terroristici che utilizzarono estrema violenza, morte, tortura e detenzioni illegali di individui che interferivano con le operazioni della multinazionale in Colombia”.

Ma la sanguinosa storia di Chiquita, nata dalla United Fruit Company, è iniziata molto prima. La United Fruit nel 1954 possedeva la totalità dei territori coltivabili del Guatemala, il governo che corrompeva, valutò i terreni della multinazionale come terreni di bassa rendita, in questo modo la United Fruit avrebbe pagato anche poche tasse. Quando poi al governo salì il socialista Jacobo Arbenz Guzmán, questi decise di nazionalizzare la United Fruit e distribuire i suoi territori ai contadini. Guzmán voleva pagare quelle terre esattamente come erano state valutate, cioè di bassa qualità.

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La United Fruit si apellò agli Stati Uniti. In quel momento tra i membri del consiglio della multinazionale, figuravano i fratelli John e Allen Dulles, l’uno a capo del Dipartimento di Stato Americano e l’altro della CIA.

Entrambi convinsero il Presidente Eisenhower per rovesciare il governo del Guatemala ed imporre una giunta guidata dal fascista Castillo Armas, la cui prima mossa fu quella di togliere ai contadini le terre appena acquisite e restituirle alla United Fruit. Poi tolse il diritto di voto alla metà della popolazione. In Guatemala gli USA si resero responsabili di un genocidio per impedire la tassazione sulle banane.

Ricordo che in Italia, prima della liberalizzazione del mercato delle banane negli anni ’80, il nostro paese era obbligato ad importare banane solo dalla Chiquita.

Alberto Fossadri

Di seguito il Documentario sul neocolonialismo in cui si parla proprio della United Fruit