Il WTO e la Globalizzazione

Alcune riflessioni sul perché delle proteste e del malessere comune nei confronti delle grandi imprese e degli accordi della globalizzazione

Globalizzazione, libero mercato, competitività, PIL, queste sono le parole che sentiamo ogni giorno nelle discussioni dei media. Ma che cosa è realmente questo mito della Globalizzazione?
Quel che è chiaro a tutti, è che viviamo in un mondo in trasformazione, che condiziona qualunque cosa noi facciamo. Nel bene e nel male, siamo catapultati in un ordine globale che nessuno comprende del tutto, ma che sta mostrando i suoi effetti su tutti noi. Quando si pronuncia la parola Globalizzazione gli animi si caldano subito. Oggi si assiste a un dibattito sempre più acceso fra i contestatori dei mercati globalizzati da una parte e dall’altra i sostenitori dell’idea che il benessere economico mondiale richieda liberi scambi senza troppe regole politiche o sociali (Barnard, 2000).
La Globalizzazione dei mercati, secondo Susan Gorge “nasce nella sua forma più spinta più di 10 anni fa quando 135 nazioni sancirono la nascita del Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) con i suoi potentissimi accordi. Il problema è che praticamente tutto ciò che compone la nostra esistenza viene trasformato in merce di scambio: dall’istruzione, alla sanità, dalla cultura ai servizi bancari, dalle pensioni ai diritti fondamentali dei lavoratori; e poi la gestione degli asili,
l’alimentazione umana, quella animale… In sintesi, siamo come in vendita, sugli scaffali del supermercato globale.” Il WTO ha sede a Ginevra, e rappresenta oggi 153 governi, incluso quello
italiano. In teoria al timone del WTO ci dovrebbero essere i ministri del commercio dei vari paesi, ma nella realtà l’Italia e tutti gli stati d’Europa sono rappresentati nel WTO dalla Commissione Europea, che siede per tutti noi al tavolo delle trattative. Il grosso delle decisioni di rilevanza economico-politica in Europa viene preso a Bruxelles; il problema è che il “governo” europeo e la
Commissione Europea non hanno alcuna legittimità democratica, non essendo elette dalle popolazione Europea; vengono nominate dal presidente della commissione che a sua volta è scelto dai capi di stato e di governo dei singoli paesi membri. Da questo tavolo sono usciti gli accordi sul commercio globale, ed è precisamente contro questi accordi che e’ esplosa la protesta a Seattle nel 1999, con l’accusa che si tratta di regole dotate di poteri enormi, troppo spesso superiori a qualunque legge degli stati nazionali. L’ingresso nel Wto comporta infatti l’accettazione di tutte le sue regole, con un conseguente importante sforzo legislativo e di aggiornamento per applicare tali regole all’interno del paese aderente, nonché la riduzione dei dazi doganali e delle barriere alla prestazione di servizi. Il risultato per il paese aderente è l’eliminazione di molti ostacoli burocratici al commercio, la perdita di molte rendite ad essi legate, ma anche la modifica del ruolo dello Stato nell’economia (Parenti, 2011). I paesi che hanno aderito all’Ue hanno volontariamente rinunciato a parte della propria sovranità. Lo Stato, o meglio i politici, incapaci o collusi, hanno firmato questi accordi, svendendo ogni sovranità e rendendo la democrazia, la costituzione e il welfare state dei termini obsoleti. Come documentato dall’ inchiesta di Paolo Barnard per Report, l’On. Domenico Gallo, senatore proprio in quel periodo sostiene che non c’è stato un dibattito politico pubblico né riservato, le questioni non sono state oggetto di confronto politico in Italia. Scarsa fu anche la sensibilità parlamentare. Tutto e’ stato vissuto non come un evento di grande importanza globale, ma come un passaggio obbligato, come una festa della modernità, dove non c’era niente da dire perché andava tutto per il meglio. “L’idea di creare un’organizzazione che presidi e favorisca il regolare svolgimento del commercio internazionale in un ottica neoliberista ha una genesi simile a quella che portò alla creazione della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Il Wto, infatti, ingloba e sostituisce il Gatt che aveva visto la luce nel 1948, come accordo provvisorio in attesa che si completassero i negoziati per la creazione di un’organizzazione internazionale del commercio. Dalla nascita del Gatt, nel 1948,al 2007 il mondo nel suo insieme ha perseguito una politica volta a facilitare e a liberalizzare gli scambi internazionali prima delle merci e più recentemente anche dei servizi. I risultati di questa liberalizzazione su scala globale sono stati impressionanti. In quasi sessant’anni il mondo ha aumentato la propria ricchezza complessiva di circa otto volte e il volume delle esportazioni di merci di quasi venti volte, con un incremento del commercio generalmente maggiore della crescita del Prodotto interno lordo” (Parenti, 2011, pag.43)

Il livello dello scambio mondiale comprende un sempre maggior numero di beni e servizi, ma la differenza sostanziale sta nel livello dei flussi finanziari e di capitale. Legata come è al denaro elettronico e all’accomulazione di capitali, l’attuale economia capitalista mondiale non ha equivalenti nel passato. La globalizzazione però non è solo un fatto economico, ma come abbiamo visto è politica, culturale e tecnologica, oltre che economica, e si è diffusa soprattutto con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione. La comunicazione elettronica istantanea non è soltanto un modo per trasmettere più velocemente, e in ogni parte del mondo, notizie o informazioni. Attraverso un semplice clic del mouse, si possono facilmente destabilizzare quelle che sembravano solide economie, spostando ingenti capitali, speculando sul debito delle nazioni e sui titoli derivati. Il valore del denaro varia da un istante all’altro a causa delle fluttuazioni sui mercati internazionali, dai giudizi espressi dalle agenzie di rating e dal volere dei grandi possessori di capitali. Il mercato globale è molto più sviluppato che negli anni ‘70 ed è indifferente ai confini delle nazioni, le quali hanno perso gran parte della sovranità che avevano un tempo, così come i politici hanno perso la loro capacità di influire sugli eventi: non c’è dunque da stupirsi che ormai siano in pochi a rispettare i leader politici, né abbiano interesse a quanto essi dicono (Giddens, 2000). L’epoca dello stato-nazione è finita e i cittadini dell’ Unione Europea lo stanno sperimentando sulla loro pelle, mentre l’ Occidente sembra non abbia nemmeno iniziato a ragionare seriamente sulla sostenibilità di questa nostra società alimentata dai consumi e dal credito. (Bauman, 2007)
Nonostante le conseguenze disastrose per gran parte della popolazione, le multinazionali e le loro lobby sollecitano ulteriori liberalizzazioni del mercato, sostenute da potenti alleati. I più influenti tra questi sono tre organizzazioni internazionali che hanno portato avanti attivamente la globalizzazione neoliberista: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tra le tre istituzioni della globalizzazione, l’Organizzazione Mondiale del Commercio è quella che si dà da fare nel modo più aggressivo per gli interessi delle aziende. Questo significa anche opporsi a norme internazionali per la protezione dei diritti umani e dell’ambiente sancite da altre organizzazioni internazionali ( es. per i diritti umani, dei lavoratori, dei minori, etc.), che purtroppo hanno meno poteri coercitivi del WTO. Nell’ Organizzazione Mondiale del Commercio ogni paese dei 153 attuali membri ha diritto a un voto. Tuttavia la maggior parte delle votazioni si conclude a favore delle ricche nazioni industrializzate. Per molti paesi poveri non è economicamente possibile partecipare alle numerose votazioni della commissione a Ginevra. Ancora più problematico è il fatto che comunque i paesi più poveri sono in una posizione sfavorevole e non possono minimamente influire sui dettagli dei contratti messi ai voti; a causa delle loro molteplici dipendenze dalle nazioni industrializzate spesso non hanno il coraggio di opporsi alle loro decisioni. (Werner-Lobo, 2009). L’Organizzazione Mondiale del Commercio si prefigge il compito di proteggere gli interessi dei proprietari di capitali, delle imprese del commercio globale grazie ad accordi internazionali. Può imporre questi accordi in tutto il mondo per mezzo di sanzioni commerciali. Se un paese non rispetta gli accordi deve modificare le sue leggi o pagare multe non indifferenti. Possono venire penalizzate le esportazioni dei singoli paesi, o di interi blocchi come la Comunità Europea. In questo modo l’organizzazione mondiale del commercio è in grado di far valere i diritti delle multinazionali anche se vanno contro il volere democratico dei cittadini dei paesi membri (Wallach, Sforza, 2002). Le tre organizzazioni rappresentano quasi tutti i paesi del mondo, ma in effetti le ricche nazioni industrializzate hanno molta più voce in capitolo rispetto agli stati più poveri. Nessuna delle tre organizzazioni è sottoposta a controllo democratico, e coloro che prendono le decisioni al loro interno non sono stati nominati democraticamente ma designati dei singoli governi. Le trattative avvengono a porte chiuse e i documenti importanti sono tenuti sottochiave. Questi procedimenti poco trasparenti lasciano ovviamente il campo libero alle influenze delle lobby economiche.
I ricchi paesi industrializzati hanno ceduto alla pressione dei grandi gruppi industriali concedendo loro molte libertà, invece di obbligarli alla protezione dell’ambiente e dei diritti umani. Questa politica viene definita neoliberista, e, a differenza del liberalismo politico, che mira alla libertà di tutti membri di una società, il neoliberismo fa riferimento soltanto alla libertà di mercato. In pratica, siamo arrivatial punto in cui soprattutto i grandi gruppi e le persone molto ricche abusano della globalizzazione per i propri interessi e si arricchiscono ulteriormente per mezzo di sfruttamento, guerre, danni all’ambiente o speculazioni finanziarie (Werner Lobo, 2009 ; Wallach, Sforza, 2002).

Chi ha interessi nella globalizzazione neoliberista promuove la privatizzazione di beni e servizi pubblici e l’eliminazione barriere economiche, di regole sociali, ecologiche e per il rispetto dei diritti umani. Privatizzazioni e deregolamentazioni fanno parte inesorabilmente della globalizzazione neoliberista, e a rischio ci sono le basi della sussistenza di tutti gli esseri viventi; beni primari che dovrebbero essere pubblici vengono svenduti alle grandi imprese, e molte nazioni sono in ginocchio per ripagare un debito che non è contratto dai cittadini ma dalle istituzioni politiche e economiche che si spartiscono il bottino.
Spostando capitali e speculando sulle vite di miliardi di cittadini si sono fatti parecchi profittii negli ultimi decenni, mentre le statistiche sul potere finanziario di banche e multinazionali fanno capire che le istituzioni politiche prendono solo gli avanzi, mentre i cittadini sono sempre più schiavi di un debito che costringe lo Stato a svendere la forza lavoro, i beni pubblici e i diritti civili. Quasi non esistono leggi valide che lo impediscano. La globalizzazione ha reso i gruppi multinazionali i signori del mondo. Fanno pressione sui governi, traggono profitti dallo sfruttamento, dalla violazione dai diritti umani e dalla distruzione dell’ambiente e inoltre mettono a repentaglio la democrazia. C’è chi sostiene che la globalizzazione stia creando un mondo fatto di vincitori e vinti, la cui vita assume sempre più una connotazione fatta di stenti e disperazione, aumentando le disparità a livello mondiale e peggiorando la situazione dei più poveri. E infatti le statistiche ce le abbiamo ogni giorno sotto gli occhi. In molti dei paesi meno sviluppati, inoltre, la legislazione in materia ambientale e di sicurezza o è scarsa o inesistente, e certe imprese transnazionali vi esportano merci di scarto o bandite nei paesi industriali. Insieme con i rischi ambientali ai quali è collegata, la crescente disuguaglianza è il problema più serio per la società globale (Giddens, 2000). Oggi nell’economia globale l’Unione europea rimane il più grande e coeso blocco commerciale al mondo e gli Stati Uniti la nazione più ricca in assoluto, mentre paesi come la Cina, l’India e il Brasile sembrerebbero essere lo sviluppo futuro dell’economia internazionale, sebbene con molte preoccupazioni per i posti di lavoro sottratti ad un Occidente che si trova a far fronte alla delocalizzazione delle imprese e una deindustrializzazione alquanto preoccupante. Esistono diversi paesi che non hanno potuto approfittare di questa liberalizzazione del commercio, insieme alle sue deregolamentazioni, che non solo hanno perduto posizioni nel mercato internazionale, ma hanno visto il loro benessere ridursi notevolmente nel corso di questi ultimi anni. La gran parte del continente africano, o meglio del sud del mondo è purtroppo la testimonianza più evidente di questa situazione lungo la storia moderna (Parenti, 2011).
Spalancare le porte di un paese al libero mercato, e dunque alle privatizzazioni e alle deregolamentazioni, può compromettere un’economia di sussistenza locale: un’area che diventa dipendente dalla vendita di pochi prodotti sui mercati internazionali è molto vulnerabile alle variazioni dei prezzi così come ai mutamenti tecnologici,all’avidità delle aziende e delle istituzioni non solo economiche, ma anche politiche.

La globalizzazione di oggi non è una catastrofe naturale, viene portata avanti di proposito dalle lobby delle grandi aziende e dai governi. Le multinazionali sono imprese quotate in borsa, delle quali privati o istituzioni, per la maggior parte banche, possiedono partecipazioni sotto forma di azioni. Ogni gruppo multinazionale deve procurare ai propri azionisti molti profitti nel minor tempo possibile, altrimenti costoro comprano le azioni da altre imprese. Grazie alle loro dimensioni le multinazionali hanno il potere di mettere sotto pressione i governi di singoli paesi,organi di controllo, amministrazioni . Possono minacciare gli stati, come abbiamo visto, di trasferire la produzione in paesi con tasse, stipendi e standard ecologici più bassi. Mentre i proprietari di capitali depositano i loro capitali sempre più spesso nei cosiddetti paradisi fiscali che impongono tasse minime o non ne impongono affatto. Per paura di questo, gran parte dei governi riduce talmente tanto gli standard sociali ed ecologici e le tasse su patrimoni e utili. Proprio coloro che guadagnano molto e i potenti dell’economia non contribuiscono quasi più al finanziamento dello stato e del sistema sociale. Dall’altro lato, i cittadini-consumatori e le piccole imprese pagano sempre più tasse e contributi, nonostante traggano sempre meno vantaggi dal nostro “Welfare” State.
Le grandi imprese e i loro proprietari hanno potenti organi di rappresentanza e questi organi cercano di influenzare il governo direttamente o di esercitare un’azione sull’opinione pubblica tramite i media. Tale attività si definisce lobbismo. Gli organi che rappresentano gli interessi delle elité economiche, grazie al loro potere finanziario, hanno molte più possibilità, rispetto ai cittadini, alle associazioni e ONG di mettere la casta politica e i media sotto pressione. (Werner lobo, 2009; Wallach, Sforza, 2002). Per questi motivi la nostra democrazia, la nostra sicurezza sociale e il benessere della gran parte della popolazione mondiale sono in pericolo. Nella maggior parte dei paesi democratici, i livelli di fiducia nei politici sono crollati nel corso degli ultimi anni mentre è in crescita il numero di quanti si dicono disinteressati alle attività parlamentari, specialmente fra le giovani generazioni. I cittadini dei paesi democratici sembrano disillusi nei confronti della democrazia. A giudicare dalle proteste in Europa, su un piano economico, essi non credono che i politici siano in grado di rapportarsi alle forze che stanno muovendo il mondo, molte delle quali vanno ormai oltre il livello dello stato-nazione. Non c’è da sorprendersi che i più attivi decidano di dedicare le proprie energie a gruppi d’interesse, dal momento che questi ultimi promettono ciò che la politica tradizionale non sembra più in grado di mantenere: la partecipazione civica. I leader politici nazionali dunque, sono diventanti impotenti di fronte alle forze che ridisegnano il mondo (Giddens, 2000). Gli scandali per corruzione politica, e collusione tra Stato e imprese in tutto il mondo negli ultimi anni non sono un caso; piuttosto, in una società dove l’informazione è aperta e accessibile a tutti essa risulta più visibile. La condivisione sul web, unitamente ai servizi offerti dal web 2.0 forniscono dei mezzi di comunicazione potentissimi nel veicolare notizie e informazioni.

Negli ultimi anni l’Europa è diventata sempre più ricca; tuttavia anche da noi sono stati soprattutto i ricchi e i potenti gruppi multinazionali a moltiplicare i loro beni, mentre coloro che appartenevano alle classi sociali inferiori e le piccole aziende sono diventati sempre più poveri.
Le piccole e le medie imprese pagano, in confronto ai grandi gruppi multinazionali, nettamente più tasse e contributi. Eppure sono loro che assicurano i posti di lavoro: “negli ultimi anni le piccole medie imprese con meno di 500 dipendenti hanno creato 5 milioni di nuovi posti di lavoro, mentre aziende con più di 500 dipendenti hanno tagliato 5 milioni di posti”, cos’ ha riferito il presidente dell’Unione Europea degli imprenditori (Werner-Lobo, 2009).

Conclusioni
Da due secoli abbiamo sviluppato una civiltà materiale e una potenza produttiva mai prima conosciute. Questa civiltà si scontra oggi con i limiti dello sviluppo: sono i limiti del pianeta stesso. Il pianeta è in pericolo e gli scenari più pessimistici sembrano superati da processi irreversibili di distruzione dell’ambiente. L’emergenza ecologica esige trasformazioni radicali dei nostri stili di vita, ma questi mutamenti non possono concepirsi che in un nuovo rapporto con il tempo. Reintrodurre la vicinanza e la lentezza nei processi di produzione e di consumo, ridurre i tempi di lavoro, disalienarci dalla nostra condizione di lavoratori e consumatori forsennati; queste sono le poste in gioco essenziali. Bisogna trasformare i nostri ritmi sociali per ritrovare il tempo di vivere (Latouche, 2011). La globalizzazione è un mito culturale che fa parte inesorabilmente delle nostre vite; la logica del profitto è l’imperativo categorico che ci viene trasmesso culturalmente e socialmente. Competizione, conflitto, individualismo, avidità, homo oeconomicus non sono nati con l’avvento della globalizzazione economica, ma vengono accentuati da un modello economico che li associa al successo e alla realizzazione individuale. E’ paradossale, ma in questo sistema globalizzato siamo noi a difendere il funzionamento del mercato, dove a diversa offerta corrisponde una diversa scelta. Proprio questo è il punto debole del WTO: può condizionare interi stati ma non può obbligare i cittadini a consumare quello che loro vogliono.”
È nostro compito –del ceto medio- scegliere se vogliamo continuare a sostenere gli interessi di una minoranza ricca o se vogliamo scendere i campo dalla parte dei discriminati per una ripartizione più equa dei beni. Le multinazionali non sono quei mostri imbattibili che noi immaginiamo, ed il loro comportamento dipende dalle nostre scelte. Alla fine il nostro problema non è la mancanza di strumenti di intervento. La globalizzazione non riguarda solo il “trasferire” le sovranitá dalle nazioni nell’arena globale anche se questa è una delle sue conseguenze. Le nazioni in realtà perdono parte del potere economico che avevano e ciò comporta anche un effetto opposto: la globalizzazione spinge verso il basso, creando nuove pressioni a favore dell’autonomia locale. La nazione diventa troppo piccola per risolvere i grossi problemi ma anche troppo ampia per risolvere quelli piccoli. Il nazionalismo locale sorge come risposta alle tendenze globalizzanti, nella misura in cui si indebolisce la tenuta dei vecchi stati-nazione (Giddens, 2000)

F. B.

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FONTI, BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:
– Bauman, Z., (2007) “Homo Consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi”, Centro Studi Erickson: Gardolo
– Barnard, P., (2000) “I Globalizzatori”, inchiesta Report del 9/06/2000 http://www.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-cf605212-430b-4cea-8a19-8e0a36199f8e.html
– Giddens, A., (2000) “Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita”, Il Mulino: Bologna
– Latouche, S., (2011) “Il tempo della decrescita. Introduzione alla frugalità felice”, Eleuthera: Milano
– Parenti A., (2011) “Il WTO”, Il Mulino: Bologna
– Wallach, L., Sforza, M., (2002) “Wto: tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale”, Feltrinelli: Milano
– Werner-Lobo, K., (2009) “Il libro che le multinazionali non ti farebbero mai leggere”n Newton&Compton: Roma

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Banane Insanguinate

Chiquita S.p.a nel 2007 è stata condannata per aver finanziato e armato gruppi terroristici di estrema destra in Colombia e ordinò 144 omicidi: “gli accusati (Chiquita e dieci suoi dipendenti) contrattarono, armarono e/o diressero gruppi terroristici che utilizzarono estrema violenza, morte, tortura e detenzioni illegali di individui che interferivano con le operazioni della multinazionale in Colombia”.

Ma la sanguinosa storia di Chiquita, nata dalla United Fruit Company, è iniziata molto prima. La United Fruit nel 1954 possedeva la totalità dei territori coltivabili del Guatemala, il governo che corrompeva, valutò i terreni della multinazionale come terreni di bassa rendita, in questo modo la United Fruit avrebbe pagato anche poche tasse. Quando poi al governo salì il socialista Jacobo Arbenz Guzmán, questi decise di nazionalizzare la United Fruit e distribuire i suoi territori ai contadini. Guzmán voleva pagare quelle terre esattamente come erano state valutate, cioè di bassa qualità.

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La United Fruit si apellò agli Stati Uniti. In quel momento tra i membri del consiglio della multinazionale, figuravano i fratelli John e Allen Dulles, l’uno a capo del Dipartimento di Stato Americano e l’altro della CIA.

Entrambi convinsero il Presidente Eisenhower per rovesciare il governo del Guatemala ed imporre una giunta guidata dal fascista Castillo Armas, la cui prima mossa fu quella di togliere ai contadini le terre appena acquisite e restituirle alla United Fruit. Poi tolse il diritto di voto alla metà della popolazione. In Guatemala gli USA si resero responsabili di un genocidio per impedire la tassazione sulle banane.

Ricordo che in Italia, prima della liberalizzazione del mercato delle banane negli anni ’80, il nostro paese era obbligato ad importare banane solo dalla Chiquita.

Alberto Fossadri

Di seguito il Documentario sul neocolonialismo in cui si parla proprio della United Fruit