SOLE 24h: Olimpiadi, i numeri ci dicono di lasciar perdere!

Di Rosamaria Bitetti

In questi giorni la politica e i cittadini si dividono sulle motivazioni per cui sarebbe o non sarebbe stato giusto rinunciare alla candidatura olimpica. Andando al di là delle considerazioni e dei teatrini politici che hanno circondato questo evento, e della fallacia logica dei progetti-vetrina che “fanno bene al paese”, (quando fanno bene solo a qualcuno, nel paese, a spese di tutti), proviamo a vedere cosa dice la letteratura economica in merito.

Nel breve periodo le Olimpiadi sono spesso in perdita, ma questo non scoraggia chi le desidera, additando spesso benefici di lungo periodo “inquantificabili”. Per quanto le ricadute di lungo periodo in termini occupazionali, d’immagine, di soddisfazione siano difficili da quantificare, non è detto che questo non sia stato tentato. Diverse ricerche possono contribuire ad una discussione basata su dati e non su desideri.

Olimpiadi e infrastrutture

Com’è noto, le Olimpiadi sono costose: in media, fra il 1960 e il 2016 (esclusa Rio) le edizioni estive sono costate 5,2 miliardi di dollari, quelle invernali 3,1 miliardi. Queste stime considerano solo i costi legati allo sport: non includono i costi infrastrutturali, come ad esempio strade o aeroporti, che spesso raddoppiano la cifra.

In tutte le edizioni considerate dall’ampio studio di Flyvbjerg, Stewart & Budzier, 2016, il costo stimato è stato fortemente superato dal costo effettivo: in media, uno sfasamento del 156%. In 15 dei 19 casi considerati dallo studio, lo sforamento è stato superiore del 50%, in 9 casi oltre il 100%.

Perché avviene questo? In parte, è un macroscopico esempio di maledizione del vincitore: risultato degli eccessi di ottimismo nel partecipare alle aste. Ma il processo di partecipazione alla gara competitiva è già alterato da interessi particolari (imprese edili, comitati sportivi, albergatori) e dall’ego dei politici che verrebbe soddisfatto dalla realizzazione dei Giochi. Le stime ex antesono quindi spesso così irrealistiche perché distorte da interesse econfirmation bias: tendono a sottostimare i costi e a ingrandire le possibilità di guadagno proprio perché realizzate o commissionate da chi più spera in questi eventi. È forse questo il caso dello studio dell’Univestità Tor Vergata (che avrebbe ricevuto le infrastrutture delle Olimpiadi romane), finanziato dal CONI, che prevedeva con le Olimpiadi 4 miliardi di risorse aggiuntive, con una crescita del Pil stimata al 2,4% nel periodo 2017-2023, per la Regione Lazio e Roma Capitale.

Il fatto che il rapporto fra spese previste nell’analisi costi-benefici sia falsato è estremamente grave, perché porta a un’allocazione inefficiente delle risorse. Ma questa falsatura è particolarmente grave nel caso dei progetti olimpici. Per un’utile comparazione, di solito lo sforamento nei prognostici di costo per i progetti infrastrutturali è del 20% nel caso di strade, del 34% nel caso di ponti e tunnel, del 45% nel caso di ferrovie (Flyvbjerg et al. 2002): motivo per cui, se l’argomentazione pro-olimpiadi è quella delle infrastrutture, è meglio fare direttamente quelle.

Ora, mentre l’utilità di progetti infrastrutturali con analisi costi benefici errate può essere dibattuta, la letteratura economica è concorde nel considerare scarsi o nulli i benefici economici associati alla costruzione di stadi e arene sportive (Coates & Humphreys 2008). Inoltre, le Olimpiadi lasciano spesso alle città ospitanti infrastrutture sportive specializzate che trovano scarso utilizzo dopo i Giochi, imponendo quindi costi netti di mantenimento.

In un mondo di scarsità di risorse, l’organizzazione delle Olimpiadi non è un volano: anzi sottrae risorse a investimenti necessari per realizzare progetti con stime del tutto sballate, frutto di pianificazione concitata e mediatica.

Export e posti di lavoro

Un’ulteriore ragione addotta in favore delle Olimpiadi ha a che fare con l’idea che servano a segnalare al mondo che un’economia è solida, i suoi prodotti sono desiderabili, e che di consequenza questi eventi creano occasioni per il commercio internazionale che non si sarebbero create senza la vetrina delle Olimpiadi. Un paio di studi confermano questo effetto: Rose e Spiegel (2011) hanno rilevato un aumento dell’export di oltre il 20% per i paesi ospitanti; Brückner & Pappa (2015)hanno riscontrato simili variazioni positive in consumi, investimenti e output. Ma è bene non balzare a conclusioni. La correlazione, come si suol dire, non è causazione. Maennig & Richter (2012) e Langer, Maennig & Richter (2015) hanno scoperto che, mettendo a confronto i paesi candidati con paesi dall’economia simile, ma non candidati, la variazione in termini di benefici economici tende a scomparire. In altre parole, è un caso di self-selection: non sono le Olimpiadi a generare un aumento di export e benefici economici connessi, ma è la crescita di un paese, la sua prospettiva di futura solidità economica che rende un paese più propenso a candidarsi.

Altro argomento comune a sostegno dell’organizzazione delle Olimpiadi, è l’aumento di posti di lavoro nel lungo periodo. Baumann, Engelhardt, & Matheson (2012) fanno un interessante case study sulle Olimpiadi invernali del 2002 in Utah: analizzando i tassi d’occupazione generali e in settori di “indotto” dal 1990 al 2009, e controllando i livelli occupazionali degli stati adiacenti, notano che non c’è stato un aumento significativo nel lungo periodo, né negli anni di preparazione, né in quelli successivi. Solo per la durata dei Giochi si è verificata una variazione statisticamente significativa dell’occupazione. Ci sono stati fra i 4000 e i 7000 lavori: più o meno un quarto dei 35.000 posti di lavoro stimati negli studi commissionati dall’amministrazione per giustificare l’investimento. Un investimento considerevole: circa 342 milioni direttamente nell’organizzazione e almeno 1,1 miliardi in infrastrutture collegate. Quasi 300.000 dollari per lavoro creato: non esattamente un modo efficiente di utilizzare queste risorse.

Il turismo

Un altro degli argomenti tipici per promuovere questo tipo di eventi è che costituiscono una vetrina per il turismo internazionale. In alcuni casi è vero: Barcellona è il caso di scuola, passando da essere la 13° destinazione turistica in Europa nel 1990 alla 5° nel 2010, dopo i giochi del 1992 (Zimbalist 2015). Purtroppo questi risultati non si sono replicati in altre nazioni, indicando che questo ragionamento può essere valido solo per quel che riguarda città che già hanno attrazioni turistiche, ma sono sottovalutate nel contesto internazionale. Ad esempio, Calgary, che ospitò i giochi invernali nel 1988, registrò un aumento di turismo nel breve periodo, ma, senza alcuna abilità di attirare turisti, è poi rapidamente scomparsa.

Viceversa, Londra, con i suoi 18 milioni di visitatori internazionali per anno, era già fra le più popolari destinazioni turistiche al mondo, e di certo non ha beneficiato della fama creata dalle olimpiadi del 2012. Anzi: secondo l’UK Office for National Statistics (2015) il numero di visitatori scese a 6,174,000 durante i mesi delle Olimpiadi, contro i 6,568,000 dell’anno precedente. Allo stesso modo, Pechino ha dichiarato una riduzione del 30% dei turisti internazionali durante i mesi delle Olimpiadi rispetto all’anno precedente (Baade & Matheson 2016).

Ora, pare ragionevole assimilare il caso di Roma più a Londra che a Barcellona. Dal punto di vista del turismo, non è di certo la fama il problema di Roma: sono semmai le infrastrutture, la sicurezza, l’offerta di mobilità e di strutture ricettive, la gestione spesso inefficiente del patrimonio culturale. Sarebbe il caso di investire nelle aree problematiche, dato che non è la visibilità internazionale quello che manca alla capitale italiana.

Orgoglio nazionale, benefici intangibili

Ma non di soli soldi vive l’uomo! Come trascurare gli effetti intangibili, l’orgoglio nazionale, il piacere di partecipare alle Olimpiadi? Un sondaggio del 2012 della BBC riportava che l’80% degli intervistati si sentiva, dopo i Giochi, “più fiero di essere britannico”.

Molti studi hanno provato a valutare questo effetto con il metodo della valutazione contingente, ovvero un sofisticato questionario che permette di capire il valore monetario che gli individui darebbero a benefici immateriali. Un paio di studi hanno provato a calcolare l’utilità attesa di ospitare le Olimpiadi per i londinesi (oltre al beneficio di assistere agli eventi, internalizzato nel costo dei biglietti), e hanno stimato un beneficio psicologico pari a 2 miliardi di sterline. (Atkinson, Mourato, Szymanski, and Ozdemiroglu (2008) e Walton, Longo, and Dawson (2008).

Peccato che le Olimpiadi a Londra siano costate 18 miliardi di dollari le entrate per la città siano state solo 3,5 miliardi. Quindi i 2 miliardi di beneficio psicologico non riescono a giustificare razionalmente gli oltre 14 miliardi di deficit rimasto (Zimbalist 2015).

Anche perché, orgoglio nazionale o meno, ben poche persone derivano un’utilità psicologica dal pagare le tasse e i buchi di bilancio necessariamente zavorrano i governi negli anni successivi. Nel caso peggiore (quello di Sochi 2014) una zavorra di circa 1,2 miliardi per anno sulle finanze russe (Müller 2015).

Vista la situazione delle finanze pubbliche italiane, si tratta di una vittoria che possiamo tranquillamente lasciar perdere.

Fonte:
http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/09/24/olimpiadi-i-numeri-tanti-dicono-che-e-una-vittoria-da-lasciar-perdere/?refresh_ce=1

Il rimorso di chi sganciò la bomba su Hiroshima: “dire NO”

“Günther, non ricordo tutta la lettera che ho mandato in Giappone, ma dicevo loro che ero il maggiore che aveva dato il segnale di via libera per la distruzione di Hiroshima, che ero incapace di dimenticare quell’atto, e che la colpa di quell’atto mi aveva causato grandi sofferenze. Li pregavo di perdonarmi. Dicevo loro che gli uomini non dovrebbero combattere.”

di Fiorenza Loiacono – Così scriveva Claude Eatherly, uno dei piloti della missione Hiroshima, al filosofo Günther Anders il 22 agosto 1959, quattordici anni dopo lo sgancio della bomba atomica che il 6 agosto 1945 aveva provocato la distruzione della città e la morte immediata di circa 70.000 individui. Altri 70.000 sarebbero morti nei giorni seguenti e ancora negli anni successivi a causa dei postumi delle ferite e delle tracce radioattive depositate sui corpi e nello spazio circostante.

di_04355

Claude Eatherly

Sin dal volo di ritorno alla base, la coscienza di Claude Eatherly non potè tollerare quanto era accaduto. Celebrato negli Stati Uniti come un eroe insieme all’equipaggio che quella mattina aveva condotto e ultimato la missione, egli rifiutò di essere riconosciuto come tale. Pur di essere punito, di essere condannato ad una pena giudiziaria, si rese responsabile di atti antisociali: «Avevo quasi l’impressione di essere più felice in prigione, poiché la coscienza di essere punito dava sollievo alla mia colpa».

Fu l’unico della sua squadra a provare rimorso, tentando di trovare una via di riscatto alla sua sofferenza morale. Riteneva che quanto accaduto rendesse necessaria una riconsiderazione dello «schema di valori e di obbligazioni» che guidavano l’agire umano, convinto che dopo Hiroshima non fosse più possibile delegare ad altri la responsabilità dei propri pensieri e delle proprie azioni.

Fremeva, denunciava ai giornali il suo vissuto, scriveva lettere di scuse, partecipava a conferenze pacifiste, rendendosi inviso alle autorità militari statunitensi che, come tutte le autorità militari, desideravano fra le proprie fila meri e silenti esecutori di ordini.

Gente che potesse premere il pulsante di lancio di Little Boy e Fat Man (come erano giocosamente chiamate le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki) senza “cedere” allo scrupolo morale, addormentandosi a sera con la coscienza tranquilla, non tormentati dai fantasmi delle migliaia di morti provocati dall’azione cui avevano preso parte.

A queste morti, così difficili da immaginare per il loro numero e perché invisibili a coloro che le avevano rese effettive, Claude Eatherly non riusciva a smettere di pensare. La consapevolezza di centinaia di migliaia di vite dissolte in un istante, subito dopo il suo segnale di via libera, lo dilaniava.

Le autorità militari e governative mal tolleravano la sua sofferenza, volevano nasconderla, considerandola un imprevisto scomodo, fuori luogo e insensato. Che bisogno aveva un uomo di ribellarsi di fronte al successo di una missione militare? Come era possibile che rifiutasse gli onori che lo Stato e la società gli tributavano per il suo atto eroico? Perché non assumeva lo stesso comportamento adeguato dei suoi commilitoni?

Quando Eatherly cominciò a denunciare pubblicamente le nefandezze dell’atomica e della corsa agli armamenti, la degenerazione morale che esse rappresentavano, la sua voce e la sua storia ebbero improvvisa visibilità.

Fu allora che le autorità militari disposero il suo ricovero in un ospedale psichiatrico, dichiarandolo malato di mente. Adombrando le sue parole con l’accusa di follia, tentarono di sottrarre ad esse qualsiasi credibilità.

I rimorsi di coscienza di Eatherly per centinaia di migliaia di morti erano da etichettarsi come una manifestazione esagerata e bizzarra, un “complesso di colpa” patologico, una nevrosi che non aveva ragion d’essere.

Erano i primi anni Sessanta, e in quel periodo un’altra vicenda importante riempiva le pagine dei giornali e le programmazioni radiofoniche: il processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, accusato dell’assassinio di milioni di ebrei europei.

A differenza di Eatherly, Eichmann si mostrava risoluto nel proclamare la sua innocenza: la sua era stata un’obbedienza cadaverica agli ordini, una Kadavergehorsam al servizio Eichmanndella volontà del Führer. Nessuno scrupolo di coscienza, nessun ravvedimento, nessun pentimento.

Fino alla conclusione del processo e al momento dell’impiccagione, quando esclamò “Viva la Germania!”, Eichamnn continuò a considerarsi un semplice ingranaggio del sistema nazionalsocialista, una vittima più che un carnefice.

Egli sembrava aver abdicato alla capacità di giudizio individuale, che permette di distinguere il bene dal male e di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni. Non pensava criticamente, autonomamente, la sua coscienza appariva spenta: a guida del proprio agire egli aveva sostituito i principi etici con quelli di uno Stato criminale.

Claude Eatherly, con le sue proteste, la sua angoscia morale, la sua inquietudine, rappresentava l’antitesi di Adolf Eichmann, l’individuo che si discosta dalla media, dalla massa conformista e che per questo viene attaccato:

«La verità è che la società non può accettare il fatto della mia colpa senza riconoscere al tempo stesso la sua colpa ben più profonda», cioè quella di non voler vedere, come costantemente accade nel corso dei genocidi e delle stragi di massa. Non a caso – come evidenziò Hannah Arendt ne La banalità del male – lo stesso Eichmann sottolineò durante il processo di essere riuscito a tacitare la propria coscienza perché non vedeva nessuno, «ma proprio nessuno» che fosse contrario alla Soluzione finale.

Nonostante il conformismo e il silenzio di molti, Eatherly non volle tacere, e interessato da sempre «al problema del modo di agire e di comportarsi» si pose di fronte a se stesso, in dialogo con se stesso, ragionando sulle conseguenze che le sue azioni avevano prodotto: si sentiva colpevole, responsabile per aver preso parte ad un’opera di distruzione dell’umano.

Gūnther Anders parafrasò il suo stato d’animo scrivendo: «Anche ciò che mi sono limitato a eseguire, è stato fatto da me; la mia responsabilità non riguarda solo i miei atti individuali, ma tutti quelli a cui ho preso parte; il problema morale non è solo “Che cosa devo fare”, ma “Dove e in che misura posso o non posso collaborare”». La libertà di coscienza, una condizione di cui Eichmann sembrava del tutto sprovvisto, si manifesta infatti opponendo il “non voglio” o il “non posso” al “tu devi”, come ha scritto Hannah Arendt in Responsabilità e giudizio.

A differenza di Eichmann, meccanico e fanatico esecutore di ordini, Eatherly aveva osato pronunciare la sua verità, andando contro l’opinione e il sentire della maggioranza, contraria o semplicemente silente. Di questa scelta in linea con la voce della propria coscienza, Socrate aveva dato una dimostrazione esemplare molti secoli prima, restando fedele alla pratica della virtù, all’amore per la sapienza e all’esercizio del pensiero, davanti ad un tribunale che per questo lo condannava a morte.

Di fronte al rischio di autocancellazione e autoliquidazione dell’umanità che l’inizio dell’era atomica aveva reso evidente, Claude Eatherly, colpevole e pentito nel bagliore atomico del 6 agosto 1945, evidenziò al mondo l’importanza di dire “no”.

Un “no” non lasciato isolato, al quale si uniscono altri, ha il potere di indebolire l’onda del conformismo e di inceppare la catena del massacro, nel momento in cui gli individui scoprono di poter disporre di una libera coscienza e di non essere gli ingranaggi di un sistema. Eichmann, che organizzava i trasporti degli ebrei europei verso i campi di sterminio, preferì ubbidire.

Come ha scritto Hannah Arendt, «la politica non è un asilo» (dove si presume che i bambini ubbidiscano) e opporsi è possibile e si deve: «Sul piano politico [gli episodi di resistenza] insegnano che sotto il terrore la maggioranza si sottomette, ma qualcuno no, così come la “soluzione finale” insegna che certe cose potevano accadere in quasi tutti i paesi ma non accaddero in tutti. Sul piano umano insegnano che se una cosa si può ragionevolmente pretendere, questa è che sul nostro pianeta resti un posto ove sia possibile l’umana convivenza».

Grazie alle pressioni internazionali, alle lettere, agli articoli, alle riviste che avevano dato risonanza alla sua vicenda, cioè grazie all’impegno e alla solidarietà di altri individui, consapevoli di far parte di una stessa comunità umana, Claude Eatherly potè lasciare l’ospedale psichiatrico in cui era stato rinchiuso. Le autorità americane non potevano più nasconderlo agli occhi del mondo.

hiroshima

*Fonte di riferimento preziosa per la scrittura di questo articolo è stato il libro G. Anders, L’ultima vittima di Hiroshima. Il carteggio con Claude Eatherly, il pilota della bomba atomica, a cura di Micaela Latini (trad. it. di R. Solmi), Mimesis, Milano-Udine 2016.

 Fonte: http://www.tpi.it/mondo/giappone/rimorso-piloti-bombardamento-hiroshima

Immigrati o banche, qual’è il vero problema?

aaa

Mentre tutti sono troppo impegnati a prendersela con i migranti, quando non devono catturare pokemon in assenza del campionato, il vero cancro dell’umanità prosegue nella sua fetida metastasi del sistema economico.
D’altronde, le persone tendono ad odiare ciò che sembra un “fastidioso” problema quotidiano. L’immigrato è qualcosa di vicino a noi, ne vediamo le strane abitudini, sentiamo di continuo orrori che qualcuno di loro commette. La grande finanza invece, sembra qualcosa di estremamente lontano e di difficile comprensione. Così siamo portati a non volerci nemmeno interessare di cosa fossero i “subprime” che hanno scatenato la bolla immobiliare alla base della crisi economica. E tendiamo a non odiare ciò che in fondo non riusciamo a focalizzare.
La realtà però, ci dice che è molto più vicina la finanza. L’immigrato a quanti di voi, e quante volte vi ha fatto torto? Sapete quanti soldi sono stati gettati nel salvataggio del sistema bancario? E guai a chiamarlo così, meglio chiamarlo “pacchetto di assistenza”.  Beh, negli Stati Uniti, secondo l’agenzia di stampa Bloomberg sono stati versati circa 3.400 miliardi di $; in Europa tra i riversamenti di liquidità della BCE direttamente nel sistema bancario e gli aiuti di Stato parliamo di oltre 2.800 miliardi di €. E per farvi capire come questo problema sia più vicino a noi, è una cifra pari a 5.600 € per ogni abitante europeo. Quindi se tu che stai leggendo hai una famiglia di 4 persone e sei l’unico a lavorare, circa 22.000 € che potevano essere destinati a servizi per la tua famiglia sono stati buttati nell’abisso creato da giochi di speculatori avidi e senza scrupoli.
Ma tu continua a prendertela con chiunque ti sta “rubando il lavoro”, fuorché quegli enti che hanno speculato in scommesse legate al fallimento dell’azienda da cui sei stato licenziato. Continua ad ascoltare telegiornali che piuttosto di raccontarti come stanno le cose, ti bombardano di stupri e omicidi, come se l’incremento della disoccupazione e le sue conseguenze non fossero peggiori della cronaca nera. Continua a prendertela con gli straccioni e continua a idolatrare i ricconi, solo perchè non capisci cosa sia un “Collateralized Debt Obligation (CDO)” o un “Credit Default Swap (CDS)” che sono quei titoli derivati costruiti scientemente per rubare nel più grande sistema di frode legalizzata che sia mai stato inventato nella storia umana.
Continua. Continua pure. Io non ti spiego come vengono gestiti questi titoli, ti lascio l’ebrezza di scoprirlo da solo. Siti in cui persone molto competenti illustrano questi meccanismi finanziari sono molto diffusi online.
Io mi permetto solo di dirti che mentre tu sei perso nelle cazzate, l’industria finanziaria, incentivata dal fatto che se ne è uscita completamente pulita da questa storia (non un solo banchiere è stato perseguito), si è rimessa all’opera ed ha inventato nel 2014 un nuovo prodotto finanziario che altro non è che un CDO + un CDS e che hanno chiamato “Bespoke Tranche Opportunity (BTO)”.
I BTO stanno conquistando il mercato finanziario e potranno originare un nuovo crollo del mercato. Ora, i CEO delle grandi banche non sono poi così scemi: sanno perfettamente che in un futuro molto prossimo, pregare un nuovo salvataggio ai governi sarà piuttosto difficile, perciò si sono portati avanti. Mentre tu eri intento ad urlare “RUSPA!!”, hanno fatto approvare riforme quali il Bail-In tramite cui, se la banca diventa insolvente, per ricapitalizzarsi e riassorbire le perdite, questa può coinvolgere azionisti, obbligazionisti subordinati e… ciliegina sulla torta, i depositi dei correntisti.
Quindi quando attingeranno a piene mani dal tuo conto corrente per le porcate che sanno già quali effetti avranno, verrò a chiederti se ti importa poi così tanto che il tuo vicino di casa parla arabo.
Benvenuta, Grande Truffa!

Alberto Fossadri

Fonti:

Nizza: la guerra molecolare che non possiamo vincere

di Francesco Cancellato – Era un franco-tunisino, noto alla polizia per piccoli reati, ma non per la sua radicalizzazione islamica, l’attentatore che ha seminato panico e morte sul Promenade de l’Anglais di Nizza, con un camion bianco. Una tattica terroristica, schiacciare gli infedeli con un mezzo di trasporto, che era stata teorizzata dalla rivista Inspire, vicina ad Al Qaeda, qualche anno fa, ma che richiama alla mente film come Duel di Spielberg, o videogiochi come Grand Theft Auto.

E questa è forse la cosa più paradossale di questa strage, il confine che varca. Che avrebbe potuto compierla ciascuno di noi, anche sprovvisto di un addestramento particolare all’uso delle armi. Bastava saper guidare, per compiere la strage di Nizza. E in fondo l’attentatore, per quel che sappiamo ora, era uno qualunque, almeno all’apparenza. E al pari della strage di Orlando, soprattutto, la sua azione sembra essere quella di un lupo solitario, che l’Isis non ha innescato, né armato. Probabilmente, nemmeno sapevano, a Raqqa, del suo progetto di morte.

15914803_small-990x661Ed è questo l’aspetto più terribile e pericoloso di tutta la vicenda. Che non ci sono catene di comando che possiamo spezzare, azioni di intelligence che possiamo mettere in atto per prevenire, bombardamenti con cui possiamo rispondere. Se con Bin Laden e Al Qaeda avevamo coniato il concetto di “guerra asimmetrica” – un esercito, tanti eserciti contro una rete di cellule terroristiche – oggi siamo in uno scenario ancora più inafferrabile. Quello della “guerra civile molecolare” tra noi – nella più liquida accezione in cui si può definire una società – e una somma di individui che hanno trovato nell’Islam una via alla radicalizzazione, al nichilismo, alla distruzione.

Sono figli della globalizzazione, come noi. Non gente che da qualche villaggio ai confini del mondo sta cercando di combatterla. Il loro risentimento è individuale e nasce e si coltiva, tutt’al più in piccoli gruppi che ne alimentano odio e paranoia. Non hanno guerre da vincere, obiettivi da raggiungere. Le loro azioni iniziano e concludono la loro guerra personale

Lo sappiamo, anche se facciamo fatica a dirlo: contro questo tipo di guerra non possiamo vincere se non snaturando completamente la nostra idea di sicurezza e libertà. Perché non potremo mai entrare nella mente di individui che odiano l’umanità, che sovvertono ogni ancestrale idea di autoconservazione di sé e della loro specie, di empatia nei confronti dei loro simili. Di gente che va a zig zag con un camion per schiacciare più bambini possibili. Senza che nessuno gliel’abbia chiesto.

Sono figli della globalizzazione, come noi. Non gente che da qualche villaggio ai confini del mondo sta cercando di combatterla. Il loro risentimento è individuale e nasce e si coltiva, tutt’al più in piccoli gruppi che ne alimentano odio e paranoia. Non hanno guerre da vincere, obiettivi da raggiungere. Le loro azioni iniziano e concludono la loro guerra personale. Da Orlando, a Nizza, da San Bernardino a Parigi è gente che «vuole vedere il mondo che brucia», più simili al Joker interpretato da Heath Ledger ne “Il cavaliere oscuro” o al guerrigliere urbano interpretato da Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia” che al Mohamed Atta che prima di far cadere le torri gemelle alla guida di un aeroplano rivendica l’attentato in video citando sure del Corano. O alle vedove nere del teatro Dubrovka di Mosca. Non ci sono vergini per loro in paradiso. Solo sangue in terra.

E allora come vincerli? Vietando a noi stessi ogni occasione di divertimento collettivo, sia esso una partita di calcio, un concerto, una serata in discoteca o al ristorante, una maratona o una festa nazionale? Accettando di sacrificare completamente la privacy per tutelarci, fino a un certo punto, contro la follia individuale, che oggi imbraccia le armi e i camion e che domani potrebbe maneggiare virus o agenti chimici? Chiudere internet per evitare che questa ideologia del terrore si diffonda come un virus? Di tutte le distopie possibile che potevamo avere di fronte questa è la più pericolosa e inafferrabile. Perché il confine che ci separa da un altro individuo, qualunque altro individuo, non lo possiamo chiudere.

Fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/07/15/strage-di-nizza-la-guerra-molecolare-che-non-si-puo-vincere/31186/

Libia: la grande spartizione della torta

di Alberto Negri – Quando si incontreranno martedì al palazzo Ducale di Venezia, Matteo Renzi e François Hollande guardandosi negli occhi dovrebbero farsi una domanda: per quali ragioni facciamo la guerra in Libia?

La risposta più ovvia – il Califfato – è quella di comodo. La guerra di Libia è partita nel 2011 con un intervento francese, britannico e americano che con la fine di Gheddafi è diventato conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia ma è sintetizzato in un dato: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, adesso è uno stato fallito.

libia-petrolioLa guerra è in realtà un regolamento di conti e una spartizione della torta tra gli attori esterni e i due poli libici principali, Tripoli e Tobruk, che hanno due canali paralleli e concorrenti per l’export di petrolio.

Qui si possono liberare alcune delle più importanti risorse dell’Africa: il 38% del petrolio del continente, l’11% dei consumi europei. È un greggio di qualità, a basso costo, che fa gola alle compagnie in tempi di magra. In questo momento a estrarre barili e gas dalla Tripolitania è soltanto l’Eni: una posizione, conquistata manovrando tra fazioni e mercenari, che agli occhi dei nostri alleati deve finire e, se possibile, con il nostro contributo militare.

Per loro, anche se l’Italia ha perso in Libia 5 miliardi di commesse, stiamo già accantonando risorse per un contingente virtuale in barili di oro nero. Non è così naturalmente, ma “deve” essere così: per questo l’ambasciatore Usa azzarda a chiederci spudoratamente 5mila uomini. La dichiarazione di John Phillips, addolcita dalla promessa di un comando militare all’Italia, sottolinea la nostra irrilevanza.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari.

Anche i russi, estromessi nel 2011 perché contrari ai bombardamenti, vogliono dire la loro: lo faranno attraverso l’Egitto del generale Al Sisi al quale vendono armi a tutto spiano insieme alla Francia. Al Sisi considera la Cirenaica una storica provincia egiziana, alla stregua di re Faruk che la reclamava nel 1943 a Churchill: «Non mi risulta», fu allora la secca risposta del premier britannico. Ma ce n’è per tutti gli appetiti: questo è il fascino tenebroso della guerra libica.

libia-petrolio-spartizioniIl bottino libico, nell’unico piano esistente, deve tornare sui mercati, accompagnato da un sistema di sicurezza regionale che, ignorando Tunisia e Algeria, farà della Francia il guardiano del Sahel nel Fezzan, della Gran Bretagna quello della Cirenaica, tenendo a bada le ambizioni dell’Egitto, e dell’Italia quello della Tripolitania. Agli americani la supervisione strategica.

Ai libici, divisi e frammentati, messi insieme in un finto governo di “non unità nazionale”, il piano non piacerà perché hanno fatto la guerra a Gheddafi e tra loro proprio per spartirsi la torta energetica senza elargire “cagnotte” agli stranieri e finire sotto tutela. E insieme ai litigi libici ci sono le trame delle potenze arabe e musulmane. Sono “i pompieri incendiari” che sponsorizzano le loro fazioni favorite: l’Egitto manovra il generale Khalifa Haftar, il Qatar seduce con dollari sonanti gli islamisti radicali a Tripoli, gli Emirati si sono comprati il precedente mediatore dell’Onu Bernardino Leòn per appoggiare Tobruk; senza contare la Turchia, che dalla Siria ha rispedito i jihadisti libici a fare la guerra santa nella Sirte.

La lotta al Califfato è solo un aspetto del conflitto, anzi l’Isis si è inserito proprio quando si infiammava la guerra per il petrolio. Ma gli interessi occidentali, mascherati da obiettivi comuni, sono divergenti dall’inizio quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza neppure farci una telefonata. Oggi sappiamo i retroscena. In una mail inviata a Hillary Clinton e datata 2 aprile 2011, il funzionario Sidney Blumenthal rivela che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. È così che prepariamo la guerra: in compagnia di finti amici-concorrenti-rivali, esattamente come faceva la repubblica dei Dogi.

Fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-03-06/la-grande-spartizione-114530.shtml?uuid=ACe75oiC&utm_source=dlvr.it&utm

15 motivi per votare NO al Referendum (Gustavo Zagrebelsky)

Nella campagna per il referendum costituzionale i fautori del  useranno alcuni slogan. Noi, i fautori del NO, risponderemo con argomenti. Loro diranno, ma noi diciamo.

1. Diranno che “gli italiani” aspettano queste riforme da vent’anni (o trenta, o anche settanta, secondo l’estro)
Noi diciamo che da quando è stata approvata la Costituzione – democrazia e lavoro – c’è chi non l’ha mai accettata e, non avendola accettata, ha cercato in ogni modo, lecito e illecito, di cambiarla per imporre una qualche forma di regime autoritario. Chi ha un poco di memoria, ricorda i nomi Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno, Luigi Cavallo, Giovanni Di Lorenzo, Junio Valerio Borghese, Licio Gelli, per non parlare di quella corrente antidemocratica nascosta che di tanto in tanto fa sentire la sua presenza nella politica italiana. A costoro devono affiancarsi, senza confonderli, coloro che negli anni hanno cercato di modificare la Costituzione spostandone il baricentro a favore del governo o del leader: commissioni bicamerali varie, “saggi” diLorenzago, “saggi” del presidente, eccetera. È vero: vi sono tanti che da tanti anni aspettano e pensano che questa sia finalmente “la volta buona”. Ma questi non sono certo “gli italiani”, i quali del resto, nella maggioranza che si è espressa nel referendum di dieci anni fa, hanno respinto col referendum un analogo tentativo, iltentativo che, più di tutti gli altri sembrava vicino al raggiungimento dello scopo. A coloro che vogliono parlare “per gli italiani”, diciamo: parlate per voi.

2. Diranno che “ce lo chiede l’Europa”
(…) Diteci che cosa rappresenta l’Europa di oggi se non principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla “fiducia degli investitori” e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale. A questo fine, l’Europa ha bisogno d’istituzioni statali che eseguano con disciplina i Diktat ch’essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al “caro primo ministro”, contenente un vero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all’invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità. Dite: “Ce lo chiede l’Europa” e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da “analisti” di banche d’affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le “riforme” in corso nel nostro Paese. (…) A chi dice: ce lo chiede l’Europa, poniamo a nostra volta la domanda: qual è l’Europa alla qualevolete dare risposte?

3. Diranno che le riforme servono alla “governabilità”
(..) “Governabile” è chi si lascia docilmente governare e chiediamo: chi si deve lasciar governare e da chi? Noi pensiamo che occorra “governo”, non governabilità, e che governo, indemocrazia, presupponga idee e progetti politici capaci di suscitare consenso, partecipazione, sostegno. In assenza, la democrazia degenera in linguaggio demagogico, rassicurazioni vuote, altra faccia della rassegnazione, e dell’abulia: materia passiva, irresponsabile e facile alla manipolazione. Questa è la governabilità. A chi dice “governabilità” noi rispondiamo: partecipazione e governo democratico.

4. Diranno: ma la riforma è pur stata approvata dal Parlamento, l’organo della democrazia
Ma noi diciamo: quale Parlamento? Il Parlamento illegittimo, eletto con una legge elettorale obbrobriosa, dichiarata incostituzionale, per l’appunto, per essere antidemocratica (deputati e senatori nominati e non eletti; premio di maggioranza abnorme che ha scollato gli eletti dagli elettori). La Corte costituzionale ha bollato quell’elezione come una specie di golpe elettorale, per avere “rotto il rapporto di rappresentanza” (testuale). È vero che la Corte aggiunse che, per l’esigenza di continuità costituzionale, le Camere così elette non sarebbero decadute immediatamente.
Ma è chiaro a tutti coloro che hanno ancora un’idea seppur minima di democrazia che da quella sentenza si sarebbe dovuto procedere tempestivamente, per mezzo d’una nuova legge elettorale conforme alla Costituzione, a nuove elezioni, per ristabilire il rapporto di rappresentanza. (…) È vero che, scandalosamente, anche da parte delle più alte autorità della Repubblica, dell’informazione e da parte di non poca “dottrina” costituzionalistica, si fa finta che non esista una questione di legittimità che getta un’ombra su tutta questa vicenda, tanto più in quanto, se non vi fosse stato l’incostituzionale premio di maggioranza, sarebbero mancati i numeri necessari per portarla a compimento. (…)

5. Parleranno di atto d’orgoglio politico dei parlamentari, finalmente capaci di “autoriformarsi” senza guardare al proprio interesse
Noi parliamo, piuttosto, d’arroganza dell’esecutivo. Queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di quello che, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere dipressione (minacce di scioglimento, di epurazione, sostituzione dei dissenzienti, bollati come dissidenti), di forzature(strozzamento delle discussioni parlamentari, caducazione di emendamenti), di trasformismo parlamentare (passaggi dall’opposizione alla maggioranza in cambio di favori e posti) fino ai voti di fiducia, come se la Costituzione e le istituzioni fossero materia appartenente al governo, fino a raggiungere il colmo: la questione di fiducia posta addirittura agli elettori, sull’approvazione referendaria della riforma (o me o la riforma, sempre che voglia prendere sul serio un simile proclama da parte di uno che non eccede in coerenza ed eccede invece in spregiudicatezza). Questo non è il primato della politica, ma delle minacce e degli allettamenti. Se volete parlare di politica, noi diciamo: sì, ma sapendo che è mala politica.

6. S’inorgogliranno chiamandosi “governo costituente”
Noi diciamo che il “governo costituente”, in democrazia, è un’espressione ambigua. Sono i governi dei caudillos e dei colonnelli sud-americani, quelli che, preso il potere, si danno la propria costituzione: costituzione non come patto sociale egaranzia di convivenza ma come strumento, armatura del proprio potere. Il popolo e la sua rappresentanza, in democrazia, possono essere “costituenti”. I governi, poiché sono espressione non di tutta la politica, ma solo d’una parte, devono stare sotto laCostituzione, non sopra come credono invece di stare d’essere i nostri riformatori che si fanno forti dello slogan “abbiamo i numeri”, come se avere i numeri, comunque racimolati, equivalga all’autorizzazione a fare quel che si vuole. (…)

7. Diranno che l’iniziativa del governo nelle faccende costituzionali non ha nulla d’anormale e, quelli che sanno, porteranno l’esempio della Francia, del generale De Gaulle e della sua riforma costituzionale del 1962.
Noi ci limitiamo a porre queste domande: credete davvero d’essere dei nuovi De Gaulle, il capo della Resistenza repubblicana che sbarca in Normandia al momento della liberazione? E di poter paragonare l’Italia di oggi alla Francia d’allora? La riforma francese aveva alla sua base le idee costituzionali enunciate “disinteressatamente” nel 1946 a Bayeux, guardando lontano e radicandosi nel passato della storia della Repubblica francese. Noi abbiamo invece testi raffazzonati all’ultima ora, la cui approvazione si è resa possibile per equivoci compromessi concettuali e lessicali, proprio sul punto centrale della riforma delSenato. (…)

8. Diranno che, anche ad ammettere che la riforma abbia avuto una genesi non democratica e un iter parlamentare telecomandato nei tempi e nei contenuti, alla fine la democrazia trionferà nel referendum confermativo.
Noi diciamo che la riforma forse sottoposta al giudizio degli elettori porta il segno della sua origine tecnocratica unilaterale e che il referendum richiesto dallo stesso governo che l’ha voluta lo trasformerà in un plebiscito. Non si tratterà di un giudizio su unaCostituzione destinata a valere negli anni, ma di un voto su un governo temporaneamente in carica. (…) Avremo una campagna referendaria in cui il governo avrà una presenza battente, come se si trattasse d’una qualunque campagna elettorale a favore di una parte politica, e farà valere il “plusvalore” che assiste sempre coloro che dispongono del potere, complice anche un’informazione ormai quasi completamente allineata.

9. Diranno che non c’è da fare tante storie, perché, in fondo si tratta d’una riforma essenzialmente tecnica, rivolta a razionalizzare i percorsi decisionali e a renderli più spediti ed efficienti
Noi diciamo: altro che tecnica! È la razionalizzazione d’una trasformazione essenzialmente incostituzionale, che rovescia lapiramide democratica. Le decisioni politiche, da tempo, si elaborano dall’alto, in sedi riservate e poco trasparenti, e vengono imposte per linee discendenti sui cittadini e sul Parlamento, considerato un intralcio e perciò umiliato in tutte le occasioni che contano. La democrazia partecipativa è stata sostituita da un sistema opposto di oligarchia riservata. (…) Le “riforme” costituzionali sono in realtà adeguamenti della Costituzione a questa realtà oligarchica. Poiché siamo per la democrazia, e non per l’oligarchia, siamo contrari a questo adeguamento spacciato come riforma.

10. Diranno che i partiti di sinistra, già al tempo della Costituente, avevano criticato il bicameralismo (cuore della riforma) e che perfino Pietro Ingrao, ancora negli anni 80, si espresse per l’abolizione del Senato
Noi diciamo: andate a leggere i resoconti di quei dibatti e vi renderete conto che si trattava, allora, di semplificare le istituzioni parlamentari per dare più forza alla rappresentanza democratica e fare del Parlamento il centro della vita politica (si parlava di “centralità del Parlamento”). La visione era quella della democrazia partecipativa o, nel linguaggio di Ingrao, della “democrazia di massa”. Oggi è tutto il contrario: si tratta di consolidare il primato dell’esecutivo emarginando la rappresentanza, in quanto portatrice di autonome istanze democratiche. (…)

11. Diranno che siamo come i ciechi conservatori che hanno paura del nuovo, anzi del “futuro-che-è-oggi”, e sono paralizzati dal timore dell’ “uomo forte”
Noi diciamo che a noi non interessano “riforme” che riforme non sono, ma sono “consolidazioni” dell’esistente: un esistente che non ci piace affatto perché portatore di disgregazione costituzionale e di latenti istinti autoritari. Questi istinti non si manifestano necessariamente attraverso l’uso esplicito della forza da parte di un “uomo forte”. Questo accadeva in altri, più primitivi tempi. Oggi, si tratta piuttosto dell’occupazione dei posti strategici dell’economia, della politica e della cultura che forma l’ideologia egemonica delmomento. Questo è ciò che sta accadendo manifestamente e solo chi chiude gli occhi e vuole non vedere, può vivere tranquillo. Si tratta, per portare a compimento questo disegno, di eliminare o abbassare gli ostacoli (pluralismo istituzionale, organi di controllo e di garanzia) che frenano il libero dispiegarsi del potere che si coagula negli organi esecutivi. Non occorre eliminarli, ma normalizzarli, ugualizzarli, standardizzarli, il che significa l’opposto del far opera costituente.

12. Diranno che siamo per l’immobilismo, cioè che difendiamo l’indifendibile: una condizione della politica che non ha mai toccato un punto così basso in tutta la storia repubblicana, mentre loro vogliono rianimarla e rinnovarla
Noi opponiamo una classica domanda alla quale i riformatoricostantemente sfuggono: sono più importanti le istituzioni o coloro che operano nelle istituzioni? La risposta, che sta non solo in venerandi scritti sulla politica e sulla democrazia – che i nostririformatori, con tranquilla e beata innocenza mostrano d’ignorare completamente – ma anche nelle lezioni della storia, è la seguente:istituzioni imperfette possono funzionare soddisfacentemente se sono in mano a una classe politica degna e consapevole del compito di governo che è loro affidato, mentre la più perfetta delle costituzioni è destinata a funzionare malissimo in mano a una classe politica incapace, corrotta, inadeguata. Per questo noi diciamo: non accollate a una Costituzione le colpe che sono vostre. (…)

13. Diranno: non ve ne va bene una; la vostra è una opposizione preconcetta. Non siete d’accordo nemmeno sull’abolizione del Cnel e la riduzione dei “costi della politica”?
Noi diciamo: qualcosa c’è di ovvio, su cui voteremmo pure sì, ma è mescolato, come argomento-specchietto, per far passare il resto presso un’opinione pubblica orientata anti-politicamente. A parte il Cnel, che in effetti s’è dimostrato in questi anni una scatola quasi vuota, la riduzione dei costi della politica avrebbe potuto essere perseguito in diversi altri modi: riduzione drastica del numero dei deputati, perfino abolizione pura e semplice del Senato in un contesto di garanzie ed equilibri costituzionali efficaci. Non è stato così.
Si è voluto poter disporre d’un argomento demagogico che trova alimento nella lunga tradizione antiparlamentare che ha sempre alimentato il qualunquismo nostrano. Avere unificato in un unicovoto referendario tanti argomenti tanto diversi (forma di governo e autonomie regionali) è un abile trucco costituzionalmente scorretto, che impedisce di votare sì su quelle parti della riforma che, prese per sé e in sé, risultassero eventualmente condivisibili. Voi dite di voler combattere l’antipolitica, ma proprio voi ne esprimete l’essenza. (…)

14. Diranno: come è possibile disconoscere il serio lavoro fatto da numerosi esperti, a incominciare dai “saggi” del presidente della Repubblica, passando per la Commissione governativa, per le tante audizioni parlamentari di distinti costituzionalisti, fino ad approdare al Parlamento e al ministro competente per le riforme costituzionali. Tutto ciò non è per voi garanzia sufficiente d’un lavoro tecnicamente ben fatto?
(…) Le questioni costituzionali non sono mai solo tecniche. A ogni modifica della collocazione delle competenze e delle procedure corrisponde una diversa allocazione del potere. Nella specie, ciò che si sta realizzando, per l’effetto congiunto della legge elettorale e della riforma costituzionale, è l’umiliazione del Parlamento elettivo davanti all’esecutivo; l’esecutivo, un organo che, non essendo “eletto”, potrà derivare dall’iniziativa delpresidente della Repubblica che, dall’alto, potrà manovrare – come è avvenuto – per ottenere la fiducia della Camera.
Quanto poi alla bontà del testo di riforma dal punto di vista tecnico, ci limitiamo a questo esempio, la definizione delle competenze legislative da esercitare insieme dalla Camera e dalSenato (sì, il Senato rimane, il bicameralismo anche e, se la seconda Camera non si arenerà su un binario morto, i suoi rapporti con la prima Camera daranno luogo a numerosi conflitti): “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per (sic!) le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’art. 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella (?) che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore e di cui all’art. 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116 terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma”.
Se questo pasticcio è il prodotto dei “tecnici”, noi diciamo che hanno trattato la Costituzione come una legge finanziaria o, meglio, come un Decreto milleproroghe qualunque: sono infatti formulati così. Quanto ai contenuti, come possono i “tecnici” non aver colto le contraddizioni dell’art. 5, noto perché su di esso si è prodotta una differenziazione nella maggioranza, poi rientrata. Riguarda la composizione del Senato e non si capisce se i senatori rappresenteranno le Regioni in quanto enti, i gruppi consiliari oppure le popolazioni; non si capisce poi se saranno effettivamente scelti dagli elettori o dai Consigli regionali. Saranno eletti – si scrive – dai Consigli regionali “In conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Ma, se queste scelte saranno vincolanti, non ci sarà elezione ma, al più ratifica; se non saranno vincolanti, come si può parlare di “conformità”.
Un pasticcio dell’ultima ora che darà filo da torcere a che dovrà darne attuazione: parallele convergenti, quadratura delcerchio… Agli autorevoli fautori di norme come queste, citate qui a modo d’esempio chiediamo sommessamente: dite con parole vostre e con parole chiare che cosa avete voluto. (…) Questi tecnici non hanno dato il meglio di sé, forse perché hanno dovuto nascondere nell’oscurità l’assenza di chiarezza che ha regnato nella testa di coloro che hanno dato loro il mandato di scrivere queste norme. Loro non lo diranno, ma lo diciamo noi. Nella confusione, una cosa è chiara: l’accentramento a favore dello Stato a danno delle Regioni e, nello Stato, a favore dell’esecutivo a danno dei cittadini e della loro rappresentanza parlamentare. Orbene, noi della Costituzione abbiamo un’idea diversa: patto solenne che unisce un popolo sovrano che così sceglie come stare insieme insocietà. “Unisce”? Questa riforma non unisce ma divide. Non è una costituzione, ma una s-costituzione. “Popolo sovrano”? Dov’è oggi svanita la sovranità, quella sovranità che l’art. 1 dellaCostituzione pone nel popolo e che l’art. 11 autorizza bensì a “limitare”, ma precisando le condizioni (la pace e la giustizia tra le Nazioni) e vietando che sia dismessa e trasferita presso poteri opachi e irresponsabili? È superfluo ripetere quello che da tutte le parti si riconosce: per molte ragioni, il popolo sovrano è stato spodestato. Se manca la sovranità, cioè la libertà di decidere da noi della nostra libertà, quella che chiamiamo costituzione non più è tale. Sarà, al più, uno strumento di governo di cui chi è al potere si serve finché è utile e che si mette da parte quando non serve più. La prassi è lì a dimostrare che proprio questo è stato l’atteggiamento sfacciatamente strumentale degli ultimi anni: la Costituzionenon è stata sopra, ma sotto la politica e perciò è stata forzata e disattesa innumerevoli volte nel silenzio compiacente della politica, della stampa, della scienza costituzionale. Ora, la riforma non è altro che la codificazione di questa perdita di sovranità. Apparentemente, la vicenda che stiamo vivendo è una nostra vicenda. In realtà, chi la conduce lo fa in nome nostro ma, invero, per conto d’altri che già hanno fatto il bello e il cattivo tempo nei Paesi economicamente, politicamente e socialmente più deboli e s’apprestano a continuare. Per questo, chiedono governi che non abbiano da dipendere dai parlamenti e, ove sia il caso, dispongano di strumenti per mettere i parlamenti, rappresentativi dei cittadini, nelle condizioni di non nuocere.
Seguiamo questa concatenazione: la Costituzione è espressione della sovranità; se manca la sovranità, non c’è costituzione. La Costituzione e il Diritto costituzionale, con la sedicente riforma costituzionale, s’avviano a mantenere il nome, ma a perdere la cosa. L’impegno per il No al referendum ha, nel profondo, questo significato: opporsi alla perdita della nostra sovranità, difendere la nostra libertà.

Post scriptum: C’è poi ancora un altro argomento che, per la sua stupidità, abbiamo esitato a inserire nella lista di quelli meritevoli d’essere presi in considerazione. È già stato usato ed è destinato a essere ripetuto in misura proporzionale alla sua insensatezza. Per questo, non lo ignoriamo semplicemente, come forse meriterebbe, ma lo collochiamo alla fine, a parte.

15. Diranno: sarà divertente vedere dalla stessa parte un Brunetta e uno Zagrebelsky
Noi diciamo: non fate torto alla vostra intelligenza. Come non capire che si può essere in disaccordo, anche in disaccordo profondo, sulle politiche d’ogni giorno, ma concordare sulle regole costituzionali che devono garantire il corretto confronto tra le posizioni, cioè sulla democrazia? In verità, chi pensa di vedere in questa concordanza un motivo di divertimento, e non una seria ragione per dubitare circa il valore dei cambiamenti costituzionali in atto, non fa che confessare candidamente un suo retro-pensiero. Questo: che tra una Costituzione e una legge qualunque non c’ènessuna differenza essenziale; che, quindi, se sei in disaccordo politico con qualcuno, non puoi essere in accordo costituzionalecon lui, perché tutto è politica e nulla è costituzione. A noi, questo, non sembra un modo di pensare rassicurante.

da Il Fatto Quotidiano del 6 marzo 2016

Potrebbe interessarti: Come nasce una dittatura in Italia

Studiare la storia non serve?

E’ un pensiero ricorrente nelle stanche menti dei giovani che sono costretti a studiare le nozioni basilari della storia a scuola. “A che mi serve storia?”. Certo, per un ragazzo che intraprende gli studi per diventare geometra, impiegato, o anche dottore, viene quasi logico rispondere che con la carriera che si spera di intraprendere, lo studio della storia sembra proprio non centrar nulla.

Già questo modo di pensare potrebbe essere analizzato e contestato. Una persona va a scuola per imparare un mestiere o per imparare a ragionare, a saper analizzare dati ed elaborarli e ad apprendere delle basi su cui sviluppare il proprio percorso di vita? Inteso sia come carriera che come cittadino. Eppure nella concezione dell’italiano medio il figlio viene mandato a scuola per imparare a fare il dottore, il perito o il ragioniere…
E’ tutto frutto di una mentalità imposta anche politicamente dagli ultimi governi, in particolare dal governo Berlusconi che voleva attuare le famose tre “i” (inglese, impresa, informatica) come elementi base su cui costituire l’insegnamento scolastico. Anche questa ragazzi, è storia! E il vostro modo di concepire la scuola ricade proprio in un fenomeno storico in cui prevaleva il motto “con la cultura non si mangia” (cit. Giulio Tremonti).
In questo modo le riforme scolastiche degli ultimi 30 anni sono state improntate a trasformare l’istruzione scolastica fornendole un approccio più tecnico, senza dover sottolineare che il risultato di questa scelta politica è stato il completo sfacelo del sistema educativo.
Se un ragazzo deve imparare un mestiere, il posto migliore per apprenderlo non è la scuola, ma il posto di lavoro. La scuola non deve sostituirsi all’esperienza lavorativa, così facendo ha solo dimostrato di fallire nel suo compito. La scuola deve fornire gli elementi con cui una persona è in grado di affrontare un problema, analizzarlo, porre una critica d’insieme e studiare una soluzione.

Fior di studi scientifici sostengono che il miglior insegnamento deriva ancora dagli studi classici.  Lo studio del latino ad esempio (si un’altra di quelle che “a che mi serve?”) è fondamentale per stimolare alcune capacità cognitive. Fare le versioni, stimola nella ricerca sintattica della frase latina (molto complessa rispetto alla nostra attuale struttura grammaticale) e permette alla nostra mente di allenare delle proprietà cognitive che abituano a cercare connessioni induttive. E’ noto da anni ad esempio che tra gli studenti delle facoltà di ingegneria, sebbene le difficoltà iniziali rispetto ai colleghi del liceo scientifico, nel lungo periodo emergono maggiormente gli studenti del classico. E com’è possibile penserete, visto che il liceo scientifico è più improntato allo studio della matematica? Semplicemente perchè nel classico viene insegnato un metodo di analisi ben più proficuo. Nelle scuole spagnole da circa un anno è stato introdotto addirittura il gioco degli scacchi, perchè stimola nei ragionamenti matematici e induce le persone a prendere delle decisioni logiche sotto pressione (il gioco degli scacchi è a tempo).

storiaRiflettete, è più utile che vi spieghino come si risolva un problema o come ragionare per risolverlo?
L’istinto del genitore mi farebbe pensare a una frase tipica: “comincia ad arrangiarti, che non sarò sempre qui ad aiutarti e a dirti cosa devi fare”. Come vedete, la risposta alla domanda è più che naturale. Se poi preferite che i vostri figli diventino dei robot come voleva Berlusconi, fate vobis, ma non lamentatevi se non avranno la fantasia e le capacità necessarie per costruirsi una strada da soli.

Il mio discorso era partito dalla storia. In tutto questo, la storia che ruolo ha? Stimola delle
particolari proprietà umane? Si.

La storia è lo studio dell’esperienza dell’intera umanità. Un amico un tempo mi disse che l’esperienza è come una torcia: fa luce solo a chi l’ha in mano. Ed è proprio così. Immaginate come una persona potrebbe sfruttare l’esperienza di tutta l’umanità. Questa visione d’insieme fa luce solo a quella data persona. La sua capacità di discernere tra le cose, e la sua capacità critica verso eventi, situazioni o fenomeni sociali è tanto maggiore quanto ne coglie gli effetti ridondanti nella storia.

Uno studio corretto della storia fornisce anche la capacità di capire che questa materia può essere letta in maniera diversa a seconda di come la si interpreta o peggio, di come politicamente la si vuole raccontare. Quando un individuo intuisce questo, è in grado di difendere la propria originalità dalla società conformista e dalle letture ideologiche stesse che essa fa della storia. Volenti o nolenti siamo tutti a contatto con la storia di qualcuno, o di un popolo, o di un fenomeno. La nostra stessa esperienza è storia. E tutte queste esperienze condizionano i nostri valori e le nostre opinioni, anche politiche.
Leggere la storia della guerra fredda narrata dai capitalisti occidentali è diversa da quella narrata dai comunisti orientali. Eppure entrambi si rifanno a corrette e reali fonti storiografiche che, purtroppo possono essere interpretate a seconda della volontà di escludere una o più fonti storiche dalla massa delle fonti esistenti. Raccontare una mezza verità equivale a mentire.

La storia fornisce le basi sociali per lo sviluppo della filosofia, e la filosofia altro non è che la nostra concezione della vita e il nostro modo di interagire con essa stessa.
La storia non è una materia astratta a se stante, ma si amalgama con tutte le altre materie, umanistiche e scientifiche. Si è iniziato a discutere di diritti delle donne quando apparirono donne come Marie Curie (doppio premio nobel per chimica e fisica), le sue grandi scoperte scientifiche iniziarono anche a far scricchiolare il concetto comunemente accettato dell’inferiorità femminile, aprendo un dibattito sociale; è storia!
Se Hemingway non avesse vissuto l’esperienza della prima guerra mondiale, forse non potremo godere dei suoi frutti letterari; è storia!
Se l’invenzione della carta e della stampa non fossero giunte in Europa nel 1400, non avremmo avuto il Rinascimento, la Riforma e l’esplosione del dibattito culturale che è stato reso possibile da ciò; è storia!

La storia è una grande esperienza ed un libro aperto sulla nostra esistenza. L’umanità può essere compresa da coloro che si cimentano in questo libro.
La storia è un flusso di vicende, a volte impetuoso come un fiume, travolge tutto e riflette il suo peso su intere generazioni. A volte invece procede volubile, incostante e si lascia domare da personaggi mediocri. La storia è caos, ma anche frutto di volontà precise. La storia è una commistione di emozioni, di speranze, di orrori e atrocità, è un insieme di successi e fallimenti.
La storia è la realizzazione del pensiero umano e la sua evoluzione. E’ un insieme di valori e controvalori, di lotte e cambiamenti, di scoperte e insabbiamenti. La storia è mistero e verità. La storia è la raffigurazione del desiderio di superare la nostra misera condizione di uomini. La storia è lo scontro tra l’Amore e l’Odio, è compassione e prevaricazione. E quando le nostre città scompariranno, e le nostre lingue moriranno, la storia ci sopravviverà e sarà l’unico giudice che misurerà ciò che abbiamo lasciato e ciò che siamo stati.

Alberto Fossadri