E l’Italia esporta armi alla Siria

Da quando è iniziata la guerra civile, secondo le cifre ufficiali dell’Alto Commissario dell’Onu (qui in .pdf) ci sono stati 93mila morti e due milioni di rifugiati nei paesi limitrofi. Oggi le potenze occidentali annunciano un intervento militare in Siria perché l’impiego – tuttora da accertare – di armi chimiche da parte delle forze armate del regime siriano avrebbe “sconvolto la coscienza del mondo”. Ebbene, se c’è qualcosa che mi ha sconvolto, è la quantità enorme di armi che l’Italia vende sottobanco ad entrambi gli schieramenti. Ops, scusate, devo essere corretto, li vende ai vicini della Siria. Certo è che la quantità enorme di armi legittima il dubbio che queste oltrepassino il confine (come sempre accade).

Di fatto l’Osservatorio OPAL di Brescia denuncia che il traffico di armi che dal Bresciano, dove risiedono le maggiori industrie di armi leggere italiane, l’esportazione nei paesi limitrofi alla Siria (Israele, Libano, Cipro, Iraq, Giordania e soprattutto Turchia) sono aumentate vertiginosamente dall’1,7 milioni di € del 2009 ai 36,5 milioni di € del 2012. «Ed è difficile credere che si tratti solo armi per il tiro al piattello» afferma Carlo Tombola. Tra le tipologie di armi riportate dell’ISTAT figurano non solo le cosiddette “armi sportive” o “per la difesa personale” ma anche tutta un’ampia gamma di pistole semiautomatiche, fucili e carabine per le forze di polizia, fucili a pompa per corpi speciali, contractors e forze di sicurezza: tutto quanto cioè – come recita la legge 110 del 1975 che ne regolamenta l’esportazione – non è destinato “al moderno armamento delle truppe nazionali o estere per l’impiego bellico”. E qui sta il punto che OPAL ha già rilevato in diversi casi: basta che le armi non siano destinate alle Forze armate estere (per le quali è richiesta l’autorizzazione del Ministero degli Esteri) e non abbiano le caratteristiche “per l’impiego bellico” ed è fatta. Si possono esportare con una semplice autorizzazione rilasciata dal Questore. «Abbiamo ripetutamente inviato al Questore di Brescia una dettagliata documentazione chiedendogli di chiarire i destinatari effettivi e le specifiche tipologie delle armi esportate dalla provincia di Brescia verso numerosi paesi a rischio, ma finora non abbiamo ottenuto risposta», dice Piergiulio Biatta, presidente di OPAL.

Ma le forniture militari italiane al regime siriano sono state di gran lunga superiori a tutte quelle degli altri paesi europei: si tratta, nell’ultimo decennio, di oltre 131 milioni di euro di materiali militari effettivamente consegnati. Tra le altre c’è stata una grande commessa negli anni ’90 dal valore di oltre 400 miliardi di lire (229 milioni di dollari). E’ la fornitura di 500 sistemi di puntamento Turms prodotti dalle Officine Galileo (divenute poi Galileo Avionica, Selex Galileo e oggi Selex ES sempre del gruppo Finmeccanica) per ammodernare i carri armati T72 di fabbricazione sovietica: quelli che i militari fedeli a Bashar al-Assad hanno usato per sparare sulla popolazione.

Come nel caso della Libia di cui l’Italia è stata il primo fornitore europeo di sistemi militari, e nonostante una normativa restrittiva come la legge 185 del 1990 vieterebbe di esportare armi a Paesi “i cui governi sono responsabili di accertate violazioni dei diritti umani”, i governi che si sono susseguiti in questi anni nel nostro paese non hanno mancato di rifornire di armi dittatori e regimi autoritari: dalle armi esportate dai governi Berlusconi a quelle autorizzate dal governo Monti, dalle armi spedite a Gheddafi a quelle successivamente inviate agli insorti libici, dalle forniture di armi al governo turco a quelle per l’esercito kazako fino a quelle spedite di recente alle forze armate egiziane, gli affari non sono mancati né per le industrie militari a controllo statale come Finmeccanica, né per le aziende di “armi leggere” come la ditta Beretta.

L’Europa che ora si mostra scossa dall’uso di gas sui quartieri orientali di Damasco e prepara un intervento militare ha continuato finora a rifornire di armi e munizioni i confini siriani. Lo documentano, questo sì, i rapporti ufficiali dell’Unione europea: la Turchia, ad esempio, è passata da 2,1 milioni di euro di importazioni di armi leggere europee del 2010 agli oltre 7,3 milioni del 2011; Israele da 6,6 milioni a oltre 11 milioni e addirittura l’Iraq da meno di 3,9 milioni a quasi 15 milioni. Il rapporto 2012 non è stato ancora pubblicato, ma diverse relazioni nazionali confermano l’incremento delle esportazioni verso paesi confinanti con la Siria.

Ma non c’è solo la Sirya, anche in Egitto la questione è delicata. Tra le armi in dotazione ai militari egiziani anche fucili d’assalto della ditta Beretta. Tra i bossoli trovati lo scorso anno in piazza Tahrir anche quelli della Fiocchi di Lecco. «Ministro Bonino, cosa deve succedere in Egitto per sospendere l’invio di armi italiane?». È la domanda che l’Osservatorio OPAL di Brescia rivolge a mezzo stampa al ministro degli Esteri, Emma Bonino e a cui Arturo Scotto (SEL) ha presentato un’interrogazione parlamentare.

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Fonti:http://www.opalbrescia.org/
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/02/libia-italia-vende-armi-aggira-embargo/694926/
http://www.unimondo.org/Notizie/Siria-rifornita-di-sistemi-militari-dall-Italia-che-oggi-invia-armi-leggere-ai-confini-142242

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