Lo scandalo della Banca Romana (1893)

Tra il 1848 e il 1859 i moti risorgimentali che sconvolsero il nord Italia, e poco dopo la grandiosa spedizione dei mille guidata da Giuseppe Garibaldi, portarono alla nascita del Regno d’Italia nel 1861. Il nuovo Stato inglobò le istituzioni degli altri staterelli, tra queste vi furono le varie banche d’emissione. Nel nascente stato italiano, quindi, le banche che potevano emettere moneta erano 5: la Banca nazionale del Regno d’Italia, la Banca nazionale toscana, il Banco di Sicilia, il Banco di Napoli e la Banca toscana di Credito nata nel 1870.

Palazzo Maffei-Marescotti sede della banca

Palazzo Maffei-Marescotti sede della banca

Quando nel 1870 l’esercito italiano irruppe a Roma con la breccia di Porta Pia, decretando la fine del millenario Stato Pontificio, si aggiunse alle banche d’emissione la celebre Banca Romana.
Dopo lo spostamento della capitale del regno da Firenze a Roma, la città vide un vero e proprio boom edilizio e nel giro di circa vent’anni raddoppiò le proprie dimensioni. In questo clima non tardarono ad arrivare gli speculatori e tra loro c’erano banche che fornivano prestiti a chiunque, prestando soldi anche a società che, appena esplosa la bolla immobiliare, fallirono e finirono per trascinare con loro anche le stesse banche che li avevano aiutati. Solo la Banca Romana sembrava non risentirne. Ecco allora che il Ministro Miceli nel 1889 avviò un’indagine ispettiva su tutti gli istituti di emissione. L’inchiesta fu affidata al senatore Giuseppe Giacomo Alvisi e al funzionario del Tesoro Gustavo Biagini.
Ne risultò che il governatore della banca Bernardo Tanlongo aveva coperto quelle perdite con emissione di denaro non autorizzata. Dalla relazione che venne resa nota il 20 dicembre 1892 si riscontrò un ammanco di 9 milioni di lire ed un’emissione di ben 113 milioni a fronte dei 60 concessi su autorizzazione in base all’oro di cui disponeva. 40 milioni di questi risultava stampata con gli stessi codici di matricola di banconote già in circolazione e dunque si trattava di vere e proprie banconote false.
Benito MussoliniNell’indagine restarono coinvolti ben 22 parlamentari tra cui il presidente del consiglio Giolitti e il suo predecessore Crispi. Il presidente Giolitti aveva tentato di arginare il caos finanziario in cui versava il paese istituendo varie commissioni d’inchiesta, ma la sua posizione era così compromessa da costringerlo alle dimissioni.

Il processo si concluse con l’assoluzione totale degli imputati dato che nel frattempo sparirono numerose prove, ma le banche d’emissione vennero liquidate dalla nascente Banca d’Italia, affiancata dal Banco di Napoli e dal Banco di Sicilia che poi vennero a loro volta inglobate da Banca d’Italia nel 1926.
Il governo di Mussolini trasformerà poi Banca d’Italia in istituto di diritto pubblico nel 1936, permettendo al capitale privato delle casse di risparmio di prendere parte alle quote dell’istituto bancario. La sua gestione assunse un ruolo statale e venne affidata ad un governatore che divenne responsabile delle attività svolte dalla banca.

Alberto Fossadri e Annalisa Bertozzi

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